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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 133 del 27/01/2009


ARMATO (PD). Signora Presidente, colleghe e colleghi, vorrei cominciare il mio intervento ricordando ai pochi presenti in Aula le parole contenute nel messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica, parole come sempre di saggezza, di equilibrio, come sempre osannate da tutti, maggioranza, opposizione, Governo, società civile.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,50)

 

(Segue ARMATO). Il presidente Napolitano, dando così vera e costruttiva speranza al Paese - altro che il richiamo al vacuo ottimismo che ogni tanto fa il Presidente del Consiglio - ci ha detto che dalla crisi economica, finanziaria e sociale che ha ormai investito anche l'Italia si può uscire meglio di come vi si è entrati. Ha usato questa bellissima espressione: «può uscire una società più giusta». E ci ha ricordato che per farlo è necessario cercare di assumere provvedimenti condivisi con le parti sociali e, se possibile, tra maggioranza e opposizione. Ma il Governo e la maggioranza si sono comportati in modo diametralmente opposto.

Su quella che avrebbe dovuto essere una straordinaria operazione di sostegno al Paese reale, all'economia, ai più deboli, alle imprese non si è consultato con nessuno. Eppure, la settimana scorsa proprio qui in Senato sul federalismo fiscale si è avuta la dimostrazione di come con il dialogo e la disponibilità si possono superare gli steccati e i limiti ideologici e fare davvero l'interesse del Paese. Ma c'è di più e, anzi, di peggio.

Questo provvedimento reca una dizione molto importante e molto significativa: «misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale» ma, purtroppo, tra il titolo e i contenuti del provvedimento non vi è alcuna corrispondenza. Non siamo assolutamente in condizione di affrontare in un quadro strategico nazionale misure anticrisi per sostenere famiglie, lavoro ed imprese. E credo sia importante sottolinearlo perché ci troviamo di fronte ad un Governo ed al suo Ministro dell'economia che per mesi ci hanno detto che tutto avevano capito e tutto avevano anticipato e che "avevano messo al riparo l'Italia dalle conseguenze di un'eventuale crisi". Invece, i risultati di alcuni provvedimenti sbandierati come panacea sono già negativi e sotto gli occhi di tutti, dall'abolizione dell'ICI alla detassazione degli straordinari: tutte misure che invece che sostenere o prevenire hanno comportato danni e più volte, come nel caso della Robin Hood tax, è stato necessario rivedere le decisioni e correre a tardivi ripari.

Ma andiamo avanti. Un'Italia più giusta, auspicava il Presidente.

Noi sappiamo che le cause della crisi economica sono da ricercare in gran parte fuori dal nostro Paese, ma sappiamo anche che essa colpisce i Paesi anche a secondo della loro capacità di reazione; colpisce i Paesi che sono in grado di reagire perché hanno gli strumenti per farlo ed altri che, invece, hanno più difficoltà. Quando pensiamo all'Italia pensiamo ad un Paese che presenta la più grande distanza tra le aree sviluppate e quelle meno sviluppate, una distanza che, come purtroppo ci dicono gli ultimi dati disponibili, non si sta riducendo, come capita per esempio in Spagna, Germania, ma sta aumentando. È di oggi la notizia delle aziende chiuse nella Provincia di Napoli aumentate del 600 per cento nell'ultimo anno. Il Governo e la maggioranza non fanno davvero nulla per invertire questa drammatica tendenza, anzi, dall'inizio dell'attuale legislatura viene portata avanti una sistematica azione di svuotamento degli interventi di investimento produttivo nelle aree più deboli del Paese che sono tra le poche misure che bisognerebbe adottare per aggredire la crisi.

Se la crisi è frutto di disuguaglianza la prima cosa da fare è proprio favorire lo sviluppo nelle zone deboli del Paese e contemporaneamente venire incontro, come diceva poc'anzi la collega Baio, ai ceti deboli del Paese. Ma se questo è vero, non si possono usare le risorse destinate alle zone deboli del Paese per fare tutto quello che si vuole, per mettere delle toppe. Non è possibile tagliare 16,600 miliardi di FAS, come è stato fatto finora, con la motivazione risibile che, siccome le amministrazioni di quelle aree, le classi dirigenti del Sud, non sono in grado di spendere i loro soldi, allora gli vengono tolti così si risolve il problema.

Voglio ora fare due brevissime considerazioni. La prima non è mia ma del Presidente degli USA il quale, a chi gli chiedeva perché il Paese deve aiutare chi non ha saputo fare scelte oculate con i mutui, ha risposto: se il tuo vicino per una negligenza, per una cicca accesa, ha la sua casa che va a fuoco, tu pensi a spegnere l'incendio, anche perché sai che quello prima o poi si può allargare e colpire anche te e la tua casa. Se utilizziamo come spiegazione il fatto che il taglio è frutto dell'incapacità, condanniamo quelle aree, quei cittadini all'abbandono a vita e prima o poi quell'abbandono influenzerà anche il resto del Paese.

La seconda considerazione, a mio avviso più importante, va invece in direzione contraria e parte dal presupposto che il Sud e i Sud del Paese non rappresentano un peso o un'area assistita, ma un'opportunità per l'Italia, un luogo di sviluppo ed espansione per tutto il Paese. Perché questa consapevolezza non è un valore comune? Perché i nostri colleghi meridionali della maggioranza non si oppongono a ciò? Per esempio, al fatto che ancora una volta vengono penalizzate le aree del Sud con le imprese che dovranno pagare, grazie alla differenziazione delle tariffe energetiche, un costo maggiore? Questo è un altro rischio spaventoso e, nel frattempo, sono stati cancellati tutti gli strumenti che avrebbero potuto portare più investimenti al Sud del Paese.

Signora Presidente, allego al Resoconto il resto dell'intervento e concludo dicendo che proprio quell'Italia più giusta e più uguale, auspicata dal presidente Napolitano, purtroppo in questo momento non è una realtà. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.