PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulla questione di fiducia.
È iscritto a parlare il senatore Vimercati. Ne ha facoltà.
VIMERCATI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ci accingiamo a votare l'ennesima fiducia ad un Governo che gode di una maggioranza tra le più larghe dell'intera storia repubblicana: di nuovo il Senato è espropriato della sua prerogativa costituzionale di dibattere liberamente i provvedimenti dell'Esecutivo; di nuovo si umilia il Parlamento, impedendo ai parlamentari di entrare nel merito dei provvedimenti e di proporre modifiche migliorative. Speravamo, dopo l'esperienza positiva del disegno di legge sul federalismo fiscale, che si proseguisse sulla strada del confronto, l'unica che può portare benefici al Paese, soprattutto in momento drammatico per la nostra economia nazionale, un momento che obbligherebbe a scelte forti e condivise. E invece no, avete preferito, ancora una volta, la contrapposizione.
Nel merito, il provvedimento in esame è del tutto inadeguato a rispondere alla gravità della crisi economica che si acuisce giorno dopo giorno. È di oggi l'ultimo allarme, quello dell'amministratore delegato di FIAT Marchionne, sul pericolo occupazione per 60.000 lavoratori del settore auto. Non si contano le aziende in crisi, mentre esplode il ricorso alla cassa integrazione. In questo scenario, il Governo non è in grado di mobilitare risorse adeguate. Il Paese paga a caro prezzo le scelte sciagurate, da cicala imprevidente, fatte all'inizio della legislatura: l'esenzione totale dell'ICI per i ceti abbienti e il salvataggio di Alitalia a spese dei contribuenti. A proposito, da oggi Alitalia è stata cancellata dal listino di borsa: che fine hanno fatto le vostre garanzie agli azionisti e agli obbligazionisti di tutela del loro risparmio? Anche queste sono diventate, evidentemente, carta straccia. In totale, parliamo di 5-6 miliardi, che oggi sarebbero molto utili per dare sollievo a coloro che perdono il lavoro, i precari in primis, al crescente numero di cittadini bisognosi, e per sostenere le imprese nello sforzo di rinnovamento necessario per il proprio rilancio produttivo.
In particolare, è esiguo l'impegno nel campo delle infrastrutture. Tutti i Governi del mondo hanno deciso di investire risorse importanti nelle infrastrutture materiali ed immateriali, considerate giustamente la parte decisiva delle politiche anticicliche, da Obama a Sarkozy, dalla Merkel a Brown. Da noi no; da noi non si riesce neppure a trovare le risorse per avviare le opere già approvate dal CIPE. Nonostante i tanti ordini del giorno, anche unitari, il Governo non si muove. La borsa del ministro Tremonti, vero deus ex machina dell'Esecutivo, rimane ermeticamente chiusa. E allora non partono le opere previste per Expo Milano 2015, non parte l'Alta velocità sulla Milano-Verona e sulla Milano-Genova, né partono tante altre opere. In questo modo, temiamo che l'Italia rischi di uscire dalla crisi molto peggio di come vi entra, senza cioè aver realizzato quelle opere strategiche che tutti giudicano essenziali come volano per l'oggi e come condicio sine qua non del rilancio competitivo del Paese. Così non va.
L'articolo 25 dà una boccata d'ossigeno alle Ferrovie dello Stato, con 960 milioni di euro, ma è giusto ricordare che la finanziaria aveva ridotto di un terzo le risorse assegnate dalla precedente finanziaria del Governo Prodi alle nostre ferrovie dello Stato. Si tratta perciò di un necessario provvedimento correttivo, ma limitato, che non riuscirà ad invertire la tendenza al declino del nostro trasporto ferroviario, afflitto dai mali di sempre, a partire dal materiale rotabile vecchio e mal tenuto in efficienza. E anche la partenza dell'Alta velocità non può offuscare, gettando fumo negli occhi, la crisi del nostro sistema ferroviario. Il comma 2 destina 480 milioni al trasporto regionale. Anche in questo caso, rispetto ai bollettini di guerra provenienti dalle varie regioni sulla situazione dei treni dei pendolari, riteniamo che questo provvedimento non riuscirà a sanare né i guai antichi né quelli nuovi. Si tratta di risorse del tutto insufficienti. Noi crediamo, invece, che serva un piano straordinario, che consenta finalmente ai pendolari di poter disporre di un servizio all'altezza di un Paese civile.
La Camera ha modificato col cosiddetto emendamento salva Malpensa l'articolo 19. Si tratta di un primo passo nella giusta direzione: quello della liberalizzazione dei diritti di volo per le rotte intercontinentali, ma non è la panacea di tutti i mali che affliggono Malpensa. Ci vorranno anni di negoziati internazionali per avere i primi risultati. Nel frattempo nulla si fa per dare una risposta al punto critico numero uno dello scalo varesino, l'accessibilità. Le opere che consentirebbero di connettere l'aeroporto all'Alta velocità Torino-Milano e con la stazione Centrale di Milano non vengono finanziate, così come non viene risolta la questione cargo. Il 50 per cento delle merci da e per l'Italia passavano da Malpensa e ora questo servizio è cessato. La Camera di commercio di Monza ieri ha illustrato uno studio che prevede un danno di 2 miliardi e mezzo per le imprese lombarde proprio per l'impossibilità di far viaggiare le merci, che oggi vengono caricate sui camion e portate a Parigi o ad Amsterdam per essere poi spedite in aereo in America o in Asia. Questa è la nostra green economy: mettere le merci sui camion. Gli altri fanno investimenti importanti, noi, invece, azzoppiamo un aeroporto come quello di Malpensa e torniamo al vecchio metodo appunto dei camion. Complimenti: un vero aiuto alle imprese in difficoltà!
Da ultimo mi consenta, Presidente, un breve commento sull'articolo 31, che aumenta l'IVA sulle tv satellitari. Che sia un provvedimento anti SKY è indubitabile; non si può accampare il pretesto dell'armonizzazione fiscale richiesta dall'Europa, non c'era nessuna infrazione formale e quindi nessuna urgenza. La realtà è più semplice. In una fase di forte competizione tra le piattaforme televisive e tra i broadcaster si penalizza uno dei competitori e una piattaforma, quella satellitare, a tutto vantaggio della pay tv sul digitale terrestre che - guarda caso - è della azienda del Presidente del Consiglio. Ancora una volta siamo in pieno conflitto d'interesse.
Per tutte queste ragioni e per il netto giudizio politico negativo sul provvedimento in discussione, il Partito Democratico voterà no alla fiducia chiesta dal Governo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fontana. Ne ha facoltà.
FONTANA (PD). Signora Presidente, colleghe e colleghi, ieri in discussione generale, all'inizio del suo intervento, il senatore Paravia ci ha detto che, se il Governo avesse posto la fiducia, oggi avremmo ascoltato in questa Aula le solite grida sulla mortificazione del Parlamento, grida magari piene di ipocrisia e di enfasi. Ora che la fiducia è stata effettivamente posta, io invece non mi rassegno, non mi voglio rassegnare a considerare come semplice esercizio di retorica e di ipocrisia il fatto di sottolineare, ancora una volta, la degenerazione del rapporto tra Governo e Parlamento, che in modo sistematico sta caratterizzando questi mesi di legislatura; di denunciare, ancora una volta, che per il numero dei decreti-legge, per la rilevanza e la complessità delle materie che sono state affidate agli strumenti della decretazione d'urgenza e del voto di fiducia, questo Parlamento è stato ridotto ad una funzione di ratifica delle decisioni assunte altrove. Intendo rimarcare che l'atteggiamento serio e responsabile del Gruppo del Partito Democratico, sia alla Camera che al Senato - dove non è stata messa in atto alcuna azione ostruzionistica, dove il numero degli emendamenti presentati avrebbe permesso comunque l'approvazione del provvedimento entro i termini previsti, dove vi è stata la nostra disponibilità al confronto sulle misure da adottare per affrontare l'emergenza - ha fatto emergere in modo chiaro che le difficoltà stanno tutte al vostro interno e che non siete riusciti a tenere insieme le vostre non piccole contraddizioni.
E non è in gioco soltanto la dignità dell'opposizione, anche perché, oggi, c'è un motivo in più per esprimere tutto il disagio politico e istituzionale per questa porta sbarrata a qualsiasi tipo di confronto di merito. Ed è il fatto che l'oggetto di questo decreto-legge è la crisi, quella crisi che sta interrogando e sfidando i Governi a trovare modi, misure e strumenti per arginarla, per invertire la tendenza di un ciclo recessivo che non ha precedenti nella storia del mondo moderno, quella crisi che nel mondo sta mettendo in discussione i fondamentali dell'economia. «Ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale», così recita il titolo del provvedimento: se solo ci fermiamo per un attimo al significato di queste parole, è sconcertante il divario tra l'obiettivo e il contenuto reale. Così come è sconcertante l'abisso tra propaganda e realtà. Il Governo ha sbandierato solo pochi mesi fa che avrebbe messo 80 miliardi in campo per superare la crisi, ed è finita con questi miseri 5 miliardi. Ha sbandierato che sarebbe intervenuto a favore delle famiglie, soprattutto quelle con figli perché più in difficoltà, ed è finita con un bonus una tantum, che per la gran parte è destinato a single e coppie senza figli, introducendo di fatto un coefficiente familiare al contrario e con una clamorosa svista - chiamamola così - sui portatori di handicap.
Il Governo ha sbandierato la difesa dei più deboli, vestendo i panni di Robin Hood, ed è finita con un raggiro clamoroso e mortificante nei confronti dei più bisognosi; non perché a noi non vadano bene i 40 euro al mese, ci mancherebbe! Il problema è che li prendano, il problema è che devono sottostare a procedure burocratiche complicatissime ed oltretutto costose per il Paese. Semmai, foste proprio voi, quando il Governo Prodi introdusse la quattordicesima ai pensionati (non una tantum), a dichiarare in questa Aula per bocca del senatore Baldassarri che ci saremmo dovuti vergognare per l'offesa dei 41 centesimi al giorno agli incapienti. Chi sarebbe allora radical chic?
Ieri tutti gli interventi dei colleghi del mio Gruppo, concentrandosi ognuno su temi diversi, hanno argomentato con ampiezza le ragioni del nostro dissenso su questo provvedimento, che stanno soprattutto nel vuoto di risposta, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, delle misure predisposte dal Governo. Il Governo non è stato sin qui all'altezza della drammaticità della situazione che abbiamo di fronte. A chi vive di stipendi, salari e pensioni, al tessuto produttivo, agli enti locali, a chi oggi ha perso o sta perdendo il posto di lavoro, non ci è permesso di dire: vedremo, abbiate fiducia, siate ottimisti, mal che vada si ritorna alla situazione del 2006. Cosa diciamo invece a loro adesso, ora, quando su tutti i giornali leggiamo dei 60.000 operai a rischio nel comparto auto, quando sui giornali locali continua il bollettino di guerra delle difficoltà delle aziende nei nostri territori? Se il 2009 vedrà il nostro Paese dover far fronte ad una cifra variabile tra i 500.000 e il milione di disoccupati, cioè donne e uomini, giovani, famiglie che improvvisamente perdono il lavoro, di fronte ad un impatto improvviso così violento, tale da mettere in crisi il nostro sistema di ammortizzatori sociali e soprattutto il nostro sistema di coesione sociale, chi oggi prova a dividere i lavoratori e le loro organizzazioni commette un errore enorme.
Questo Paese si salva e si può rimettere in moto se vi è una politica che unisce, se vi è una classe dirigente che si assume la responsabilità di costruire una visione comune, un progetto, se si fanno le riforme necessarie a far funzionare meglio le cose, anziché giocare la partita, tutta politica, della divisione tra i sindacati. Per noi l'unità delle forze del mondo del lavoro è un bene in sé, tanto più per fronteggiare un momento così difficile sul piano economico e sociale. Abbiamo detto più volte, e l'abbiamo dimostrato con l'assoluta responsabilità del nostro atteggiamento e del merito delle nostre proposte, che il Partito Democratico era pronto a dare un contributo su questi temi. Ma servirebbe un Governo disposto ad un confronto diverso con l'opposizione, un Governo più attento alla funzione del Parlamento, meno attento ai sondaggi, ai titoli dei giornali e più attento invece alle persone in carne ed ossa, ai loro problemi ed alle loro necessità.
E da tutta questa vicenda emerge una verità indiscutibile: avete i numeri per essere maggioranza, ma non la compattezza per votare i vostri provvedimenti senza ricorrere al voto di fiducia. In campagna elettorale si può dire tutto e il suo contrario; dopo, no: bisogna governare, trovare le soluzioni e fare i fatti, non solo propaganda. E voi, certo bravi nella propaganda, alla prova dei fatti state dimostrando tutta l'inadeguatezza e l'irrilevanza delle vostre scelte. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, con la fiducia messa dal Governo - sia alla Camera, sia al Senato - su questo provvedimento è stata sottratta al Parlamento per l'ennesima volta la possibilità di discutere e prendere decisioni efficaci su questioni di primaria importanza, quale quella della crisi economica che sta attraversando il nostro Paese. Addirittura, in Commissione lavoro, in maniera assolutamente irrituale, abbiamo espresso il parere su un provvedimento, il milleproroghe, che contiene al suo interno norme recanti interventi su materia identica a quella disciplinata dal provvedimento sul quale oggi siamo chiamati a votare la fiducia e di cui non abbiamo avuto la possibilità di discutere. Questo per sottolineare quanto questa maggioranza tenga in considerazione il lavoro parlamentare e il parere delle Commissioni.
Non voglio comunque rinunciare a far rimanere agli atti dei lavori di quest'Aula almeno quello che il Gruppo dell'Italia dei Valori in tema di lavoro avrebbe voluto modificare, se ci fosse stata la possibilità di svolgere un vero confronto, per rendere questo provvedimento spot un po' più credibile, visto che così com'è è assolutamente insufficiente a fronteggiare una crisi di portata mondiale come quella in atto. In materia di lavoro, il problema cruciale cui far fronte in questo momento di grave crisi è la caduta del potere d'acquisto di salari e pensioni ed il conseguente drastico peggioramento del tenore di vita dei percettori di tali redditi, la cui situazione è aggravata dalla presenza di contratti di lavoro precario. Per questa ragione, avevamo presentato un emendamento all'articolo 1 del decreto, volto a trasformare il bonus previsto in un aumento degli assegni al nucleo familiare, rendendo permanente la misura, in modo da incentivare realmente i consumi e riequilibrare il carico fiscale a carico delle famiglie.
Sempre all'articolo 1, avevamo introdotto la costituzione di un fondo per il sostegno dei redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, per gli anni 2009 e 2010, le cui risorse sarebbero state destinate alla riduzione permanente del prelievo fiscale sui redditi da lavoro dipendente e da pensioni inferiori a 35.000 euro annui, attraverso l'aumento delle detrazioni. Avevamo presentato un emendamento all'articolo 2, comma 5, che prevedeva un'autorizzazione di spesa finalizzata ad aumentare l'importo degli assegni familiari previsto, in modo da avere una copertura reale e non proveniente dall'eventuale risparmio dei fondi per il sostegno ai mutuatari in difficoltà. Ancora, l'emendamento all'articolo 4 proponeva che i contributi previdenziali per il lavoro dei volontari del servizio civile rimanessero a carico del Fondo nazionale del servizio civile.
Ma, soprattutto, all'articolo 19 avevamo presentato emendamenti volti a dare un sostegno reale ai lavoratori, perché quanto previsto dallo stesso articolo sugli ammortizzatori sociali rappresenta solo un intervento tampone, che nulla ha a che vedere con le reali esigenze del nostro Paese. I lavoratori, costretti a fronteggiare condizioni di vita sempre più difficili, necessitano di una diversa politica salariale e un deciso rilancio del welfare pubblico. Per quest'ultimo, però, assistiamo per l'ennesima volta all'immancabile evocazione dell'attesa della riforma degli ammortizzatori sociali, aspettando la quale si provvede con il consueto provvedimento tampone, ovvero con l'abusata misura della concessione degli ammortizzatori in deroga. Per questo proponevamo, sul modello tedesco, il pagamento da parte dello Stato delle ore non lavorate per i dipendenti delle aziende in crisi che riducano gli orari di lavoro senza licenziare, mettere in cassa integrazione o in mobilità i propri dipendenti, incrementando le risorse del Fondo per l'occupazione di 700 milioni di euro annui. Sempre in questo articolo, viene introdotta una prima forma embrionale di indennità di disoccupazione per i Co.co.co, che proponevamo di estendere anche ai lavoratori con contratto di somministrazione di lavoro, con contratto di lavoro intermittente e così via.
A causa della crisi, il quadro lavorativo in Italia andrà sempre più peggiorando. I lavoratori precari in Italia sono circa 3 milioni e a molti di questi nel 2009 non verrà rinnovato il contratto. La vera emergenza, nei mesi a venire, sarà questa e la sfida per il Governo e per tutti noi sarà dare risposta a questi lavoratori e alle loro famiglie, che presto saranno travolti dalla crisi. Come fate, mi chiedo, a dare così pochi soldi ai lavoratori italiani, quando darete 5 miliardi di dollari alla Libia, con il disegno di legge di ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia tra il nostro Paese e la Libia? (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Baio. Ne ha facoltà.
BAIO (PD). Signora Presidente, credo sia sotto gli occhi di tutti che il cosiddetto decreto anticrisi, sul quale il Governo ha chiesto la fiducia, ha sicuramente un titolo eclatante ma fuorviante, anche perché se si analizza il testo questo risulta molto deludente.
Giudico molto suggestivo il fatto che il Governo abbia chiesto la fiducia, soprattutto in un momento in cui si registra una profonda sfiducia da parte dei cittadini verso le istituzioni. Proprio in questo momento, il Governo avrebbe dovuto dare una risposta rassicurante alla popolazione e invece non solo non ha chiesto la collaborazione dell'opposizione, ma non ha neanche la sua maggioranza compatta, al punto da dover chiedere la fiducia.
In questo breve intervento cercherò di sviluppare un argomento specifico, dal momento che molti colleghi, prima di me, hanno analizzato nel dettaglio il provvedimento. Mi riferisco soprattutto all'articolo 1 e al bonus, che va da 200 a 1.000 euro, per le famiglie. In realtà - ritengo che su questo punto vada fatta chiarezza - questo bonus non è per le famiglie. La famiglia è sicuramente enunciata nella rubrica dell'articolo, però poi nel testo è non solo dimenticata, ma soprattutto offesa. L'iniziale mancanza di una politica strutturale familiare si è tramutata nell'urgenza di un decreto che, pur essendo necessario, appare, come tante altre iniziative di questo Governo, una presa in giro proprio nei confronti della famiglia. Infatti, come denunciato all'unanimità dagli organi di informazione, non saranno le famiglie a beneficiare di questo intervento, oltretutto una tantum, ma per l'82 per cento se ne avvantaggeranno single e coppie senza figli. Se correttamente - e ce lo dicono tutti gli studiosi - si volevano privilegiare le famiglie con figli, dal momento che i dati dimostrano che sono le più incapienti, allora serviva almeno un correttivo: prescindendo dalla relazione e dalla stabilità del legame affettivo, la presenza di uno o più figli doveva consentire la percezione dello stesso bonus.
Questo decreto pasticciato e confuso penalizza chi ha una famiglia stabile e dà diritto invece ad avere un bonus doppio a chi convive. È legittimo, è giusto che vengano considerate anche le coppie conviventi, però è ingiusto che queste ricevano un doppio bonus rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio. La nostra legislazione ha riconosciuto la parità di diritti tra figli di una coppia di fatto e figli nati in costanza di matrimonio. Fortunatamente, a tale riguardo la nostra legislazione ha fatto giustizia. Con il provvedimento in esame, però, si attua una discriminazione a contrario, in quanto i primi vedranno i genitori percepire due bonus, mentre i secondi rischiano di essere addirittura esclusi, dato che il reddito dei loro genitori sarà cumulato; eppure vivono con lo stesso identico reddito.
Questo per dimostrare l'ingiustizia, l'assurdità di quanto previsto dal decreto. Il messaggio che si evince da questo provvedimento è un terribile segnale che mina l'assunzione di responsabilità nelle relazioni affettive. I giovani capiscono - e lo capiscono molto bene - che è più vantaggioso economicamente non sposarsi. Era sufficiente un piccolo correttivo per riparare a questa ingiustizia, ma il Governo ha ritenuto opportuno non intervenire: non è intervenuto alla Camera e non interviene qui al Senato. È una vera ingiustizia sociale questa che viene operata; per operare invece una giustizia sociale si sarebbe dovuto rivedere la parametrazione, perché quest'ultima fotografa la realtà. Non dobbiamo illudere le famiglie. Su questo credo che anche alcuni colleghi della maggioranza dovrebbero essere d'accordo. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo tradizionale discorso di fine anno si era augurato che dalla crisi potesse uscire un'Italia più giusta.
Un esempio per dimostrare l'assurdità economica e l'ingiustizia sta nel fatto che il single gode di questo bonus se ha un reddito che corrisponde anche al doppio della soglia di povertà, mentre più la famiglia è numerosa più viene penalizzata: addirittura solo i nuclei già al di sotto della soglia di povertà con tre o quattro figli usufruiscono del bonus.
L'andamento dei conti pubblici e la grave situazione economica esigono scelte coraggiose e anche difficili perché sappiamo che non ci sono quelle risorse atte a fronteggiare in modo compiuto la crisi in cui versano le famiglie e quindi la maggioranza degli italiani. Occorrono un confronto parlamentare e una larga intesa su temi come la famiglia e l'economia, a cui la maggioranza sfugge a colpi di fiducia. Il Partito Democratico ha riproposto in Aula una serie di emendamenti che meritavano l'attenzione del Governo, perché indirizzati alla promozione della famiglia, attraverso lo stanziamento di fondi per l'incremento dei servizi e la riduzione dell'imposizione fiscale, nonché il sostegno alla natalità.
Noi non soltanto critichiamo, ma vogliamo proporre una tesi alternativa, che non sarebbe costata di più ma avrebbe rappresentato un segnale molto chiaro, molto semplice. Come prima firmataria, infatti, ho presentato un emendamento per la realizzazione di almeno 1.000 nuovi asili nido entro l'anno 2011, per attuare l'Obiettivo di Lisbona, che ancora ci vede come fanalino di coda europeo. L'infanzia merita attenzione e risorse se si vuole che in Italia le donne tornino a far figli. Abbiamo anche presentato un emendamento che aumenti il reddito complessivo, raddoppiandolo, per poter accedere alle detrazioni per i carichi familiari, e l'incremento degli assegni al nucleo familiare, destinando quota parte della minore spesa per il servizio del debito che si realizzasse nel 2009 rispetto alle previsioni.
Possono non esserci oggi le risorse sufficienti per realizzare il quoziente familiare; però si sarebbe potuto intervenire accogliendo gli emendamenti in questa sede, ma anche incardinando e dando credito a quei disegni di legge, sulla riparametrazione dell'ISEE, e riqualificando i servizi per la famiglia. Si è preferito invece fare uno spot per i single e per chi non ha figli, non accorgendosi che l'investimento sociale più efficace è quello che sostiene la famiglia che cresce ed educa figli, in quanto generatore di sicurezza e valori.
Concludo affermando che la centralità della famiglia per questo Governo serve solo per gli spot elettorali, perché quando si tratta di fare politiche concrete il centrodestra è terribilmente single. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donaggio. Ne ha facoltà.
DONAGGIO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, l'epilogo a cui sta giungendo questo provvedimento è quanto di più sbagliato e dannoso si potesse immaginare in questa fase difficile per il Paese e per la situazione di difficoltà in cui vengono a trovarsi un numero sempre maggiore di nostri concittadini e le loro famiglie.
Avere chiesto la fiducia su un provvedimento che riguarda l'approvazione di misure relative al futuro del lavoro, dell'occupazione, della tenuta del nostro sistema produttivo e degli interventi a sostegno delle famiglie è un gesto di divisione del Paese ed il perseguimento di un atteggiamento di contrapposizione, che è l'esatto contrario di ciò di cui avremmo bisogno per affrontare una crisi difficile e di non breve durata. Voi continuate a dividere invece di unire gli sforzi per affrontare in maniera solidale le sfide e le incognite che stanno di fronte a tutti. Non è il contributo costruttivo dell'opposizione ciò che state cercando nel Parlamento e nella società.
D'altronde, il Presidente del Consiglio, che invoca la leggerezza quando affronta con battute da caserma il sentimento di orrore e di disprezzo che provano le donne verso la recrudescenza della violenza nei loro confronti, ha paura di ammalarsi di itterizia se ascolta e tiene conto delle proposte concrete che provengono dal nostro partito e dalle altre forze di opposizione. Tempi difficili per riportare alla ragione e alla responsabilità chi più di altri dovrebbe invece cercare di raccogliere le proposte, i suggerimenti e le forze migliori per far fronte ad una crisi che sta già producendo effetti devastanti in vaste aree del Paese e soprattutto tra i più deboli ed i meno tutelati: gli anziani, gli indigenti, i giovani e i precari, le donne che vedono venir meno i servizi sociali e il lavoro.
Voi continuate la vostra opera di divisione: i forti contro i deboli, il Nord contro il Sud, gli italiani contro gli immigrati regolari e non, perché dovete trovare un nemico, o più di uno, a cui addebitare ciò che si sta delineando ancora una volta e cioè la vostra incapacità a governare questo Paese, al di là dei consensi elettorali ottenuti sull'onda di promesse che non riuscite a mantenere, e di paure alle quali non siete in grado di dare risposte rassicuranti e durature.
Anche la divisione sindacale che avete perseguito ed assecondato è figlia dell'incapacità a svolgere un ruolo di governo e di composizione dei conflitti, anzi la vostra è una cultura che vive e si alimenta dalla sistematica emarginazione di tutti coloro che considerate avversari della vostra infallibile ricetta di presunta modernità.
Questi sono errori che pagheremo cari, non solo chi vi ha dato il consenso, ma l'intero Paese che è costantemente sospinto, irrazionalmente, verso una deriva populistica e massimalista che non consente di adottare con coerenza tutti quei provvedimenti necessari per affrontare con decisione una crisi che non è solo di ordine economico, ma è una crisi di valori, di solidarietà, di appartenenza ad un destino comune.
In quest'Aula qualche giorno fa è passato un provvedimento, quello sul federalismo fiscale, che nel metodo - e per certi aspetti anche nel merito - ci aveva fatto sperare in un atteggiamento diverso e di maggiore attenzione alle proposte che provenivano da parte di un'opposizione responsabile, quale noi siamo, che è impegnata a dare risposte positive ai bisogni dell'intero Paese. Il numero molto limitato dei nostri emendamenti lo dimostra, diversamente dal trattamento che voi avete riservato al precedente Governo guidato da Romano Prodi. Non avevamo però tenuto conto che il vostro Governo e la vostra maggioranza affrontano le proprie contraddizioni sistematicamente con le doppie verità, pur di rimanere assieme, uniti dal collante di un potere fine a se stesso.
Prima di me i miei colleghi ne hanno ripercorse molte. Per quanto mi riguarda mi soffermerò, a questo punto, solo su due temi che gettano un'ombra significativa sulla coerenza tra ciò che è stato approvato la settimana scorsa in tema di federalismo e ciò che state per affrontare con questo decreto.
Mi riferisco in primo luogo alle politiche di sostegno e sviluppo del trasporto pubblico locale. Ebbene, nonostante il trasporto pubblico locale si sia convenuto essere uno dei servizi essenziali da erogare ai cittadini, e in particolare ai pendolari, agli studenti, alle persone anziane e a tutti coloro che non dispongono o non possono utilizzare un mezzo proprio, nel decreto-legge viene indicato un finanziamento di soli 30 milioni di euro, se va bene. Le imprese ferroviarie regionali sono contestualmente del tutto dimenticate, escludendole sia dal finanziamento erogato a Ferrovie dello Stato-Trenitalia che dall'esiguo residuo concesso al trasporto locale. All'articolo 25, infatti, viene istituito un fondo per gli investimenti del gruppo FS finalizzato alla conclusione dei nuovi contratti di servizio, ma si ignora totalmente una parte significativa del trasporto locale e cioè quello ferroviario. È del tutto incomprensibile come si possa immaginare una strategia di rilancio e potenziamento del trasporto ferroviario regionale se non vengono coinvolte le realtà delle ferrovie regionali e locali che, vorrei ricordare a tutti noi, servono 5.000 Comuni per un totale di 5 miliardi di viaggiatori per anno e che, con 12.000 addetti, operano su 3.651 chilometri di linea e garantiscono il trasporto a 160 milioni di cittadini. Ogni giorno in Italia circa 15 milioni di persone utilizzano autobus, tram, metropolitane e traghetti. Se si pensa che i passeggeri di FS sono un milione e mezzo al giorno, è facile comprendere come il trasporto pubblico locale non sia solo uno dei servizi sui quali si misura la capacità di risposta delle Regioni e dei Comuni, ma un volano importante per l'economia del nostro Paese. Ma su questo punto il vostro decreto-legge anticrisi contraddice il vostro federalismo, svelando così una delle prime colossali bugie che avete raccontato al Paese.
Il secondo punto sul quale mi voglio soffermare riguarda il sostegno alle imprese in questo momento di difficoltà di accesso al credito e di stretta finanziaria. Vi sono imprese sane che da mesi, talvolta anni, sono in attesa di vedersi riconosciuti dallo Stato i pagamenti a loro spettanti, pur avendo continuato a garantire agli utenti il regolare svolgimento dei servizi. Ciò condanna molte aziende sane ad una crisi pesante sul versante della continuità ad operare nel sistema economico, con la conseguente caduta verticale di buona parte dell'occupazione diretta e nelle attività dell'indotto.
Questa vostra undicesima richiesta di fiducia è un errore ed il rifiuto a ogni modifica migliorativa del decreto-legge in esame non potrà che produrre le contraddizioni e le difficoltà che abbiamo ripetutamente segnalato in questi mesi. Questa però, purtroppo, è la vostra idea dell'Italia: non un grande Paese in grado di uscire con una politica solidale di alto profilo dalle attuali difficoltà sociali ed economiche, ma un'Italia piccola, ripiegata su se stessa ed incapace di affrontare a viso aperto il futuro del proprio destino.
Per questo non meritate la fiducia di quella parte dell'elettorato che è ancora vasto ed attivo e che noi rappresentiamo, che non smette di sperare in un futuro migliore al quale voi, purtroppo, avete dimostrato di non voler appartenere. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Armato. Ne ha facoltà.
ARMATO (PD). Signora Presidente, colleghe e colleghi, vorrei cominciare il mio intervento ricordando ai pochi presenti in Aula le parole contenute nel messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica, parole come sempre di saggezza, di equilibrio, come sempre osannate da tutti, maggioranza, opposizione, Governo, società civile.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,50)
(Segue ARMATO). Il presidente Napolitano, dando così vera e costruttiva speranza al Paese - altro che il richiamo al vacuo ottimismo che ogni tanto fa il Presidente del Consiglio - ci ha detto che dalla crisi economica, finanziaria e sociale che ha ormai investito anche l'Italia si può uscire meglio di come vi si è entrati. Ha usato questa bellissima espressione: «può uscire una società più giusta». E ci ha ricordato che per farlo è necessario cercare di assumere provvedimenti condivisi con le parti sociali e, se possibile, tra maggioranza e opposizione. Ma il Governo e la maggioranza si sono comportati in modo diametralmente opposto.
Su quella che avrebbe dovuto essere una straordinaria operazione di sostegno al Paese reale, all'economia, ai più deboli, alle imprese non si è consultato con nessuno. Eppure, la settimana scorsa proprio qui in Senato sul federalismo fiscale si è avuta la dimostrazione di come con il dialogo e la disponibilità si possono superare gli steccati e i limiti ideologici e fare davvero l'interesse del Paese. Ma c'è di più e, anzi, di peggio.
Questo provvedimento reca una dizione molto importante e molto significativa: «misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale» ma, purtroppo, tra il titolo e i contenuti del provvedimento non vi è alcuna corrispondenza. Non siamo assolutamente in condizione di affrontare in un quadro strategico nazionale misure anticrisi per sostenere famiglie, lavoro ed imprese. E credo sia importante sottolinearlo perché ci troviamo di fronte ad un Governo ed al suo Ministro dell'economia che per mesi ci hanno detto che tutto avevano capito e tutto avevano anticipato e che "avevano messo al riparo l'Italia dalle conseguenze di un'eventuale crisi". Invece, i risultati di alcuni provvedimenti sbandierati come panacea sono già negativi e sotto gli occhi di tutti, dall'abolizione dell'ICI alla detassazione degli straordinari: tutte misure che invece che sostenere o prevenire hanno comportato danni e più volte, come nel caso della Robin Hood tax, è stato necessario rivedere le decisioni e correre a tardivi ripari.
Ma andiamo avanti. Un'Italia più giusta, auspicava il Presidente.
Noi sappiamo che le cause della crisi economica sono da ricercare in gran parte fuori dal nostro Paese, ma sappiamo anche che essa colpisce i Paesi anche a secondo della loro capacità di reazione; colpisce i Paesi che sono in grado di reagire perché hanno gli strumenti per farlo ed altri che, invece, hanno più difficoltà. Quando pensiamo all'Italia pensiamo ad un Paese che presenta la più grande distanza tra le aree sviluppate e quelle meno sviluppate, una distanza che, come purtroppo ci dicono gli ultimi dati disponibili, non si sta riducendo, come capita per esempio in Spagna, Germania, ma sta aumentando. È di oggi la notizia delle aziende chiuse nella Provincia di Napoli aumentate del 600 per cento nell'ultimo anno. Il Governo e la maggioranza non fanno davvero nulla per invertire questa drammatica tendenza, anzi, dall'inizio dell'attuale legislatura viene portata avanti una sistematica azione di svuotamento degli interventi di investimento produttivo nelle aree più deboli del Paese che sono tra le poche misure che bisognerebbe adottare per aggredire la crisi.
Se la crisi è frutto di disuguaglianza la prima cosa da fare è proprio favorire lo sviluppo nelle zone deboli del Paese e contemporaneamente venire incontro, come diceva poc'anzi la collega Baio, ai ceti deboli del Paese. Ma se questo è vero, non si possono usare le risorse destinate alle zone deboli del Paese per fare tutto quello che si vuole, per mettere delle toppe. Non è possibile tagliare 16,600 miliardi di FAS, come è stato fatto finora, con la motivazione risibile che, siccome le amministrazioni di quelle aree, le classi dirigenti del Sud, non sono in grado di spendere i loro soldi, allora gli vengono tolti così si risolve il problema.
Voglio ora fare due brevissime considerazioni. La prima non è mia ma del Presidente degli USA il quale, a chi gli chiedeva perché il Paese deve aiutare chi non ha saputo fare scelte oculate con i mutui, ha risposto: se il tuo vicino per una negligenza, per una cicca accesa, ha la sua casa che va a fuoco, tu pensi a spegnere l'incendio, anche perché sai che quello prima o poi si può allargare e colpire anche te e la tua casa. Se utilizziamo come spiegazione il fatto che il taglio è frutto dell'incapacità, condanniamo quelle aree, quei cittadini all'abbandono a vita e prima o poi quell'abbandono influenzerà anche il resto del Paese.
La seconda considerazione, a mio avviso più importante, va invece in direzione contraria e parte dal presupposto che il Sud e i Sud del Paese non rappresentano un peso o un'area assistita, ma un'opportunità per l'Italia, un luogo di sviluppo ed espansione per tutto il Paese. Perché questa consapevolezza non è un valore comune? Perché i nostri colleghi meridionali della maggioranza non si oppongono a ciò? Per esempio, al fatto che ancora una volta vengono penalizzate le aree del Sud con le imprese che dovranno pagare, grazie alla differenziazione delle tariffe energetiche, un costo maggiore? Questo è un altro rischio spaventoso e, nel frattempo, sono stati cancellati tutti gli strumenti che avrebbero potuto portare più investimenti al Sud del Paese.
Signora Presidente, allego al Resoconto il resto dell'intervento e concludo dicendo che proprio quell'Italia più giusta e più uguale, auspicata dal presidente Napolitano, purtroppo in questo momento non è una realtà. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, ancora una volta, per l'undicesima, malgrado vi sia una maggioranza consistente al Senato - 40 voti in più - e nonostante il comportamento limpido e trasparente dell'opposizione, che sia nelle Commissioni che in Aula non ha mai fatto il minimo accenno di ostruzionismo (addirittura neanche ieri, quando si sarebbe potuta avanzare la richiesta di numero legale, non è stata fatta) avete posto il voto di fiducia. Forse è perché c'è qualcosa che non va e che comincia a scricchiolare nella vostra maggioranza. Come altri senatori hanno già ricordato in quest'Aula, il combinato disposto decreto-legge voto di fiducia, in una condizione che vede questa maggioranza schiacciante, finisce per calpestare le prerogative parlamentari ed impedisce di apportare qualche miglioramento, che invece sarebbe doveroso e persino necessario a questo provvedimento anticrisi.
Con il contributo dell'opposizione avevamo presentato alcuni emendamenti ed eravamo anche disponibili, in Commissione, a ridurli. Innanzitutto, si potevano tagliare gli sprechi e devolverli al sostegno duraturo dei salari, cioè ad una vera e propria redistribuzione del reddito; inoltre, si potevano tassare i redditi miliardari e puntare sulla crescita e sulle nuove risorse tributarie che essa avrebbe determinato.
Il bonus per le famiglie è la ripetizione dell'intervento effettuato dal Governo Prodi nel 2007, quando il PIL era intorno al 2 per cento. Nel 2007 il bonus aveva senso in quanto si perseguiva una finalità redistributiva. Oggi, date le condizioni attuali ed attese dell'economia, sarebbe stato necessario un intervento di portata ben più ampia, sia per importo medio che per numero di contribuenti interessati. Data la necessità di sostenere anche i redditi medi - anche il ceto medio sta soffrendo i morsi della crisi - la misura da attuare sarebbe stata un innalzamento permanente delle detrazioni per un importo medio almeno di 500 euro l'anno per i redditi da lavoro e da pensione.
Abbiamo già parlato anche ieri dell'autorizzazione in bianco data all'utilizzo della Cassa depositi e prestiti, ossia ai risparmi dei vecchi, degli italiani. Infatti le Poste stanno anche dove non ci sono le banche, anche nei paesini sperduti. Si dà carta bianca al Ministro dell'economia nell'erogazione dei risparmi pubblici. Noi non siamo contrari a fare la concorrenza al settore bancario, per carità, perché la concorrenza è sempre amica dei consumatori e dei risparmiatori. Però, quando si concede questa carta in bianco al Ministro dell'economia senza la necessaria trasparenza, vuol dire dare un potere discrezionale, che può avere dei pericoli.
Non abbiamo detto che tutto era da buttare di questa manovra. Avevamo detto che il bonus delle famiglie andava bene, così come altre misure quali il rafforzamento degli ammortizzatori sociali, l'IVA da pagare al momento dell'incasso, gli sconti sull'IRES e sull'IRAP, il blocco delle tariffe ferroviarie in favore dei pendolari, la detassazione degli straordinari (che in tempi di recessione sembra quasi una beffa).
Non va invece bene non aver detassato i salari e le pensioni. Il ministro Tremonti ha sempre parlato della necessità di evitare i benefici a pioggia e di concentrarli su pochissimi obiettivi, soprattutto in un periodo di penuria e di scarsità. Ha fatto invece esattamente il contrario ed è per questo che la sua non è una manovra, ma uno stillicidio di interventi disseminati in 36 articoli. Bastava concentrare tutte le risorse disponibili sulla detassazione dei salari al di sotto di una soglia di 30.000 euro di reddito.
Non parliamo poi della ciliegina sulla torta, quella dell'IVA dal 10 al 20 per cento sui contratti di SKY, che si riverbererà su 4 milioni di famiglie.
Ma quando non si ha la diretta percezione di una crisi che viene da lontano, che risale almeno al 7 agosto 2007, data del primo allarme dei subprime; quando si gioca con la «manovrina anticrisi» alla stessa stregua dei prestigiatori con il gioco delle tre carte, come ha giocato il ministro Tremonti, che il 16 novembre scorso a Washington ha annunciato un piano roboante da 80 miliardi di euro, diventati, dopo solo tre giorni, 12, per scendere a 7, poi a 6,5 e, infine, non si sa bene, a 4 o 5 (gli stessi soldi che sono stati sperperati per salvare i capitani coraggiosi, quelli di Alitalia); quando si promette di utilizzare fondi europei già assegnati alle Regioni, non si compiono quegli atti necessari di cui i precari, le famiglie, le imprese e i lavoratori avrebbero bisogno per approntare un piano straordinario di uscita dal tunnel della crisi. Ricordo i 60.000 posti di lavoro messi in discussione nel settore dell'auto. Per carità, bisogna anche discutere su quali vantaggi fiscali concedere.
Chiudo dicendo che i migliori fiscalisti sono dei pessimi economisti. Immaginiamo quei tributaristi mediocri quali danni faranno al Paese con manovre di puro stampo illusionistico e da commedia degli inganni. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scanu. Ne ha facoltà.
SCANU (PD). Signora Presidente, già altri colleghi, in maniera molto più autorevole di quanto non possa fare io, hanno segnalato l'assoluta incongruità tra il nome così impegnativo e significativo del provvedimento - «Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale» - e la realtà dei fatti.
Pur considerando il limite dell'efficacia di un intervento in un'Aula praticamente deserta, a futura memoria forse sarà comunque il caso di segnalare la piena presa di coscienza, la piena consapevolezza che il nostro partito ha riguardo a questo ennesimo inganno. È un inganno che si misura sia sulla base dell'efficacia - che non c'è - del provvedimento a livello nazionale, sia sulla base dei numeri. È un provvedimento assolutamente incongruo rispetto a quanto è stato fatto dagli altri Paesi europei ed assolutamente distratto, distante ed estraneo rispetto alle effettive necessità del Paese.
Però questo decreto serve per fare cassa dal punto di vista dell'audience; serve per continuare questa commedia degli inganni; serve per continuare a far credere al popolo italiano che a Roma c'è un Governo che governa e che decide, il cui Capo può tranquillamente anche permettersi il lusso di trascorrere tre o quattro giorni la settimana in Sardegna a fare la campagna elettorale, tanto le cose a Roma vanno a meraviglia.
Ho parlato di paradossi. Ne vorrei sottolineare uno in maniera molto esplicita. I vari rappresentanti del Popolo della Libertà, della Lega e del Governo, quando vengono opportunamente interrogati riguardo all'effettiva efficacia di questo provvedimento a beneficio dei lavoratori dipendenti, all'unisono, come in un ritornello ormai stantio, dicono che in questo provvedimento c'è la detassazione degli straordinari. Questa è una beffa nella beffa, perché di straordinari in Italia non ne fa più nessuno. Questo è un Paese ormai allo sbando, un Paese in cui la cassa integrazione non basta più, tante sono le persone che ne hanno bisogno; è un Paese che, alla stessa stregua degli altri Paesi d'Europa, probabilmente dovrebbe interrogarsi su come organizzare meglio il lavoro ordinario, piuttosto che parlare di lavoro straordinario. C'è il problema della sopravvivenza, figuriamoci se possono essere attenuati i bisogni, ristorati i morsi della fame dei lavoratori dipendenti detassando un istituto, quello degli straordinari, che ormai è scomparso dal nostro Paese. Mi chiedo se ci sia un po' di malafede in questo provvedimento e se qualche burlone, solito a raccontare le barzellette nelle piazze d'Italia, abbia voluto inserire questo elemento per indurre all'ottimismo e magari per costringere qualcuno anche ad aumentare il livello dei consumi con i soldi che non ha.
Inoltre, a costo di essere ripetitivo, vorrei esprimere il mio personale parere riguardo a quella che considero la vergogna della social card. Checché se ne possa dire, checché si possa affermare che più che l'onor poté il digiuno, credo non sia lecito e consentito determinare pseudoprovvedimenti governativi mettendo in discussione e mortificando la dignità delle persone. La certificazione della propria indigenza costituisce la peggiore gogna che un Governo possa determinare a carico di quanti dovrebbero essere i più sostenuti, i più aiutati, per l'appunto i deboli. Questa misura è strutturalmente evanescente, politicamente e socialmente dannosa e pericolosa.
Un altro capolavoro è quello di cui si stanno occupando i giornali italiani in questo periodo: 30.000 uomini appartenenti alle Forze armate che, come un sol uomo, verranno dispiegati e impiegati nel territorio italiano per risolvere tutti i problemi dell'ordine pubblico, stupri compresi. Credo che questo sia un esempio di schizofrenia che andrebbe esaminato proprio clinicamente, perché a tutto deve esserci un limite, non è possibile che basti avere lo stemma della Presidenza del Consiglio alle spalle per poter sparare le peggiori sciocchezze: 30.000 uomini presi dalle Forze armate rappresentano un inganno, una stupidità assoluta, sono la manifestazione più concreta di quanto siano poco chiare le idee di chi ci governa.
Vorrei dare una risposta finale con gli ultimi secondi a mia disposizione: il nostro Paese, che ha già cinque corpi di polizia, con l'immissione della Marina, dell'Aeronautica e dell'Esercito, avrebbe otto corpi di polizia e questo avverrebbe alla faccia di Brunetta che vuole semplificare riducendo ciò che, con grande superficialità ed estrema demagogia, chiama il mondo dei fannulloni. Anche per queste ragioni il Gruppo del Partito Democratico non voterà la fiducia. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, la prima osservazione che vorrei fare è di metodo. Si dice che in Italia funzioni il bicameralismo perfetto, ma in realtà l'esperienza degli ultimi anni e soprattutto degli ultimi mesi mostra una smagliatura all'interno di questa impostazione. Stando alla congiunta opera delle due Camere, appare molto più chiara una prassi in base alla quale ciò che viene discusso ed approvato in una Camera poi nell'altra corre di filato fino a una rapida conclusione ed in questo modo i termini classici del confronto tra i due rami del Parlamento vengono sostanzialmente vanificati.
La vanificazione è tanto più evidente quando si vedono provvedimenti che hanno quasi esclusivamente la forma di decreto, con dubbi estremi su necessità, urgenza, premesse di costituzionalità e così via, che vengono affrontati con la massima rapidità e poi risolti quasi istantaneamente con la fiducia. Dopodiché, l'idea che si possa discutere nell'altra Camera di una questione che è stata così contratta e risolta con la fiducia si perde, per cui nella Camera successiva il dibattito è ancora più contratto e alla fine chiuso da un altro voto di fiducia. È quello che sta succedendo per il provvedimento in esame, è già successo, continuerà a succedere. Tutto ciò pone un problema di riflessione collettiva sul cosiddetto bicameralismo perfetto, sull'autonomia delle Assemblee elettive. Un giorno o l'altro, il Presidente del Consiglio dovrà decidersi a venire a trattare questo argomento in quest'Aula che solitamente diserta.
Per quanto riguarda il disegno di legge anticrisi, c'è un'evidente sproporzione tra la natura della crisi e i provvedimenti. La natura della crisi appartiene in grandissima parte ad un contesto internazionale che è complicatissimo, su cui non entro, però ci sono degli aspetti specifici della crisi italica che vengono dimenticati. Dal mio punto di vista, dal punto di vista del Gruppo dell'Italia dei Valori, l'elemento fondamentale, che poi riunisce tutti gli altri, è la caduta del potere d'acquisto dei salari, delle pensioni e un sostanziale drastico peggioramento delle condizioni di vita che non può essere fatto dimenticare dalla tecnica mediatica in uso da qualche tempo, che cerca di persuadere gli impersuadibili che stanno bene.
Ci sono quattro fattori della caduta del potere d'acquisto che devono essere seriamente tenuti in considerazione.
Il primo è storico e attiene a come è stato gestito, malissimo, il cambio della moneta. Il centrodestra ha sempre fatto scandalo sulla questione dell'euro di Prodi sollevando un polverone pazzesco, ma in realtà il danno effettivo della gestione del cambio di moneta non dipende tanto da quello che il centrodestra ha sostenuto, cioè l'errata valutazione della lira in confronto all'euro, quanto dal fatto che l'assoluta mancanza di controlli, il liberismo più sfrenato dato a chi aveva il potere di utilizzarlo ha determinato una redistribuzione della ricchezza forzosa all'interno della società italiana. In tal modo, i redditi da lavoro si sono nettamente impoveriti e ci sono dei ceti, in parte chiaramente identificabili, in parte meno, un po' misteriosi, ma sostanzialmente i ceti dell'intermediazione, che sono riusciti a fare aggio sulla moneta e hanno trasformato il passaggio dalla lira all'euro in un'occasione di appropriazione privatistica di risorse economiche collettive.
Il secondo elemento è una politica fiscale che il centrodestra ha sempre fatto nettamente, anche dichiaratamente, senza timore di preoccuparsi troppo, a vantaggio dei ricchi e degli evasori. Questo ha aggravato il male.
Il terzo punto è più oscuro, è meno noto, però è importante anch'esso, ed è il fatto che costantemente i tassi d'inflazione programmata sono stati sempre regolarmente al di sotto dell'inflazione reale. C'è una sorta di lotta tra mondo ufficiale e mondo reale nell'economia che si combatte a tutto danno del mondo reale.
Il quarto elemento, che strategicamente è il più disastroso nel futuro, è quello della diffusione con tutti i mezzi possibili e immaginabili del lavoro precario, che porta con sé una quantità di conseguenze di cui certamente alcune parti politiche possono essere soddisfatte. Per esempio, la diffusione estrema del lavoro precario comporta l'indebolimento dei sindacati. È evidente che nella situazione odierna ci sono parti politiche che possono gioire di questo fatto, ossia che il sindacato sia ridotto ormai sullo sfondo nella scena economica. I Ministri teorizzano che il conflitto del lavoro ormai non ha più ragione di esistere e la ragione è molto semplice, perché il conflitto lo governano solo loro, direttamente, a vantaggio dei poteri economici.
La manovra, nel complesso, è inesistente. Altri colleghi hanno già riferito alcune grandezze, però è interessante ricordarle, perché il Servizio bilancio della Camera, non un punto di vista di parte, ricorda che il piano di Tremonti annunciato a Washington qualche tempo fa parlava di 80 miliardi, dopo tre giorni gli 80 miliardi erano diventati 12,7, dopo un po' di tempo erano passati a 7, poi a 6,5, il 29 novembre scorso erano 3,7 miliardi, infine, oggi, c'è addirittura un rovesciamento: invece di esservi un saldo passivo di impegno, c'è un saldo attivo di 390, e c'è chi dice anche 500 milioni. Il saldo positivo significa che invece di mettere risorse si levano, e quindi in realtà è una manovra in «levare», invece che in «mettere».
Cosa si sarebbe dovuto fare? O aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale. Invece, l'incremento netto delle entrate previste funziona solo per compensare le spese e questo contrasta con la visione classica, comunemente accettata, per cui in recessione l'unica vera e autentica soluzione per risolvere i problemi è darsi da fare per far ripartire l'economia. Questa manovra non ha alcun carattere che lasci pensare alla possibilità di una ricostruzione o di un nuovo dinamismo dell'economia. Inoltre, ci troveremo anche in difficoltà nei confronti della dimensione europea, perché nel quadro europeo ci saranno iniziative di stimolo fiscale in questa direzione, mentre in Italia questo tipo di impegno non ci sarà.
Il rigore, questo rigore predicato, volto a tenere tutto sotto controllo e ad evitare di spendere troppo, contrasta con la prassi del Governo. Entro certi limiti, se il Governo fosse del tutto coerente con la sua impostazione gli si potrebbe riconoscere se non altro la virtù della fermezza. Invece, in realtà, c'è un Governo che sceglie una manovra che fa il solletico alla crisi economica, finge di affrontare i problemi sostanziali, risparmia, non tira fuori risorse, ma poi le dilapida in voragini vertiginose.
Il deficit durante il Governo Prodi era sotto il 2 per cento, ora è già al di sopra del 3 per cento e ci sono alcune dispersioni di fondi pubblici che sono veramente impressionanti: ricordo, signora Presidente, che sono stati sottratti ai Comuni circa 3miliardi, con l'abolizione dell'unica imposta federalista che c'era in questo Paese. Questa è una frase fatta, lo so: è già stata detta tante volte. Tuttavia, vale la pena di ripeterla, perché se c'era una possibilità per i Comuni di gestire una certa grandezza economica autonoma era quella; è stata tolta di mezzo e la ricompensa non è pari alla sottrazione. Poi c'è la dispersione dei fondi nell'Alitalia, che è impressionante: 4-5 miliardi che saranno pagati dai cittadini, perché si sono voluti togliere i debiti dall'impresa, insaccarli tutti dentro un'altra falsa impresa e permettere all'Alitalia di accedere poi ad una trattativa dinamica con i capitani coraggiosi. L'Air France, tra quattro anni, probabilmente potrà avere quasi gratis l'impresa che avrebbe pagato e di cui si sarebbe assunta i debiti.
Insomma, ci sono cento e un motivi per avere un punto di vista contrario nei confronti del provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari. Ne ha facoltà.
VACCARI (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, abbiamo già esposto in maniera chiara ed esaustiva i meriti ed i contenuti positivi di questo provvedimento nel corso della discussione generale. Ora è stata chiesta la fiducia: si tratta di fiducia tecnica e non certamente politica, dovuta alla scadenza dei termini di conversione del provvedimento in esame e quindi alla necessità di una sua approvazione celere, pena la decadenza del decreto-legge.
D'altronde, come forze di maggioranza abbiamo espresso i pregi del provvedimento. La Lega - e in particolare il sottoscritto - ha evidenziato le preoccupazioni che la crisi con i suoi effetti a livello mondiale ha generato in tanti Paesi anche europei con trend di crescita e di sviluppo importanti negli ultimi anni, determinando un fermo totale e un arretramento veramente pericoloso e grave, che hanno creato situazioni sociali delicate e difficili. Penso all'Estonia e, in particolare, all'Islanda, con le dichiarazioni di questi giorni, la necessità di elezioni anticipate e le dimissioni del Governo.
Come ho già detto, noi siamo intervenuti preventivamente, cercando di dare un segnale importante e di evitare i maggiori dissesti che questa crisi avrebbe potuto comportare. È notizia di questi giorni il nuovo modello contrattuale, a mio avviso importante per dare un segnale al Paese di concretezza stante la preoccupazione per il lavoro. Sappiamo quante aziende chiudono e sono in difficoltà nei pagamenti: è un fenomeno che ci preoccupa e che stiamo monitorando con attenzione. Questo accordo darà effetti positivi sulle buste paga dei dipendenti, che vedranno un netto miglioramento dei loro salari, oltre ad una minore pressione fiscale.
Sono i primi interventi da cui si comprende che, dopo aver arginato il fenomeno finanziario, si sta provvedendo con interventi sull'economia reale. Per noi sarà importante anche provvedere finanziariamente - stiamo facendo studi in proposito in Commissione - ed intervenire sul calcolo della pressione fiscale che ricade sulle famiglie, che devono essere messe al centro della nostra attenzione al di là del lavoro e dell'impresa. Quindi credo che lavorare sul famoso quoziente familiare sia un fatto doveroso ed importante per questo Parlamento e per questo Governo.
Vorrei però tornare al provvedimento in discussione: si è sentito dire che è insufficiente, limitato ed incompleto. I pregi sono stati già esplicitati: possiamo anche ritenerci fortunati nel dire che possiamo fare questo tipo di provvedimento. Il nostro Paese, infatti, da trent'anni a questa parte, ha avuto una gestione della propria finanza, del proprio debito pubblico complessivo non efficiente e non efficace con un saldo negativo, specialmente di parte corrente, preoccupante.
Ora i nodi vengono al pettine: dall'indebitamento sulla parte investimenti - doveroso per lo sviluppo del Paese - si è passati ad un saldo negativo sulla parte corrente. Questo Governo, dunque, fa bene a tenere saldi e fermi i differenziali e a contenere il debito di parte corrente, in modo che possano generare anche quelle risorse di investimento che determineranno la ripresa ed una certezza di recupero dopo questo momento di crisi. Bisogna però anche riconoscere che, in tutti questi anni, non si è avuto il coraggio di affrontare una riforma importante e fondamentale del nostro Paese che riguardava, ad esempio, anche la finanza: si tratta del federalismo fiscale che, finalmente, sotto pressione, dopo molti anni di impegno e di costanza da parte della Lega, finalmente è arrivato in porto ed è stato positivamente evaso da questo ramo del Parlamento con un lavoro molto importante di approfondimento.
In questo caso meglio tardi che mai, ma sicuramente tardi. Pertanto, come dicevo prima, occorre approvare velocemente e rapidamente questo provvedimento, che dà e deve dare fiducia alle imprese e far comprendere che vi sono dei primi interventi per la famiglia e per il sostegno delle persone svantaggiate, nonché segnali importanti per la ripresa economica, per le piccole e medie imprese, il vero tessuto portante del nostro Paese, in particolare della Padania e del Nord, che, come ho detto ieri, è ancora la reale e unica economia di tutto il Paese.
Con il federalismo fiscale ci auguriamo poi che le locomotive diventino le Regioni, con una seria, sana e libera concorrenza, mutuando quindi una dall'altra tutti i pregi ed i benefìci che ognuna può dare, secondo quel principio fondamentale, che ormai è diventato patrimonio di tutti noi, dei costi standard, superando i costi storici e quindi superando definitivamente questo modello di crisi che ci ha visto, non dico impreparati, ma sicuramente deboli, perché in questi trent'anni forse siamo stati troppo leggeri nella nostra economia.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Castro. Ne ha facoltà.
DE CASTRO (PD). Signora Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, con il decreto-legge n. 185 il Governo introduce un insieme di norme dirette a fronteggiare l'eccezionale situazione di crisi internazionale, favorendo l'incremento del potere di acquisto delle famiglie, il sostegno al lavoro, all'occupazione ed alla competitività del Paese.
Una manovra anticrisi che, nel complesso, tra spese ed entrate vale oltre 5,5 miliardi di euro, ma che non include al suo interno disposizioni esplicitamente riconducibili alla risoluzione della crisi che sta interessando il settore agroalimentare e della pesca né, tanto meno, misure specifiche per il suo rilancio competitivo.
All'interno di un decreto-legge volto all'incentivazione delle imprese e dell'occupazione e che mira a «ridisegnare in funzione anticrisi il quadro strategico nazionale» è inaccettabile dover constatare la totale assenza di interventi finalizzati al rilancio competitivo del settore agroalimentare. Ed è spiacevole anche considerare che in tutti i Paesi europei, dove si stanno affrontando decreti anticrisi, sono sempre citate, dal cancelliere Gordon Brown al presidente Sarkozy, le parole "agricoltura" e "settore agroalimentare" e le difficoltà che questo settore sta vivendo.
Come già accaduto nel corso dei primi mesi di questa legislatura (ricordo il Documento di programmazione economico-finanziaria, il decreto-legge n. 112, ma anche la legge finanziaria), ancora una volta l'agroalimentare, e con esso le tante eccellenze del made in Italy, viene messo da parte da un Governo che, invece di dare ascolto alle segnalazioni sullo stato di crisi del comparto provenienti dal mondo produttivo e dai senatori del Gruppo del Partito Democratico in Commissione agricoltura, ha deciso di intervenire operando vistosi tagli. Un Governo che non intende assumersi la responsabilità di provvedere al sostegno ed al rilancio competitivo dell'agricoltura italiana che, invece, necessita urgentemente di un progetto strategico, che abbia una prospettiva di ampio respiro e che sappia attivare interventi strutturali profondi.
Anche quando siamo riusciti in questa Aula, dopo innumerevoli sforzi, ad ottenere qualche modesto risultato, si è verificato che alla prima occasione utile il risultato conseguito sia stato ridimensionato dal Governo, quasi sempre a causa della riduzione dell'originaria copertura finanziaria. Mi riferisco, signora Presidente, al decreto-legge n. 207, cosiddetto proroga termini, dello scorso 30 dicembre, al cui interno il Ministro dell'economia ha previsto la soppressione e l'abrogazione di disposizioni a sostegno dell'agricoltura e della pesca approvate solo poche ore prima nella legge di conversione del decreto-legge n. 171, così come il collega Andria ha segnalato nel suo intervento di ieri. Si tratta di misure importanti che vengono a mancare in un momento in cui gli elementi di debolezza del comparto agroalimentare sono amplificati dalla volatilità dei prezzi, dalle inedite difficoltà di accesso al credito e da un ruolo sempre meno incisivo del sostegno pubblico.
Un settore, quello dell'agricoltura e della pesca, signora Presidente, che come più volte ribadito dai banchi di quest'Aula sta attraversando una delle fasi più difficili degli ultimi trenta anni. I costi produttivi e gli oneri sociali sono raddoppiati, anche per il forte rialzo della spesa per l'acquisto dei fattori produttivi, che incidono pesantemente sulla gestione aziendale (pensiamo ai concimi, al gasolio, alle sementi e all'energia elettrica). Di contro, i prezzi all'origine, dopo una fase di rialzo nella prima metà dello scorso anno, sono in caduta libera: stando agli ultimi dati disponibili, sono scesi in media del 7 per cento, con punte del 35-50 per cento per il mercato dei cereali. E in effetti, già lo stiamo vedendo sul livello dei redditi degli agricoltori, che dopo l'impennata del 2008 ovunque segnala un calo.
Dunque, vi è un diffuso pessimismo anche tra gli operatori dell'industria alimentare e della cooperazione, come dimostra l'indagine appena completata dall'ISMEA su un panel di circa 1.200 operatori, da cui emerge che il clima di fiducia del settore, nel quarto trimestre 2008, ha fatto segnare un netto peggioramento (scendendo da meno 0,7a meno 13,6).
Una crisi testimoniata a gran voce da tutte le organizzazioni professionali e sindacali del settore che abbiamo ascoltato in Commissione agricoltura durante le numerose audizioni svolte nel corso degli ultimi mesi. Voglio però citare anche le manifestazioni di piazza che hanno interessato importanti organizzazioni agricole del nostro Paese.
In tale contesto, attraverso gli emendamenti presentati dal Gruppo PD in Commissione agricoltura al disegno di legge in discussione, avevamo chiesto - anche se purtroppo, ancora una volta, siamo rimasti inascoltati - di reperire le risorse necessarie ad attivare immediatamente una serie di misure straordinarie, richieste a gran voce da tutta la filiera, per rilanciare e sostenere il settore agroalimentare. Avevamo previsto il completamento delle opere previste dal Piano irriguo nazionale, finanziato nelle precedenti leggi finanziarie, cui invece importanti risorse finanziarie sono state tolte da questo Governo. Lo stesso discorso vale per l'incremento della dotazione finanziaria del Fondo di solidarietà nazionale, a proposito del quale, onorevoli colleghi, a prescindere dalla possibilità o meno di utilizzare i fondi comunitari, cosa che il ministro Zaia ci ha detto in Commissione, occorre precisare che il suddetto fondo per il 2009 non ha un euro di copertura finanziaria.
Avevamo chiesto inoltre l'incremento della dotazione del fondo istituito per le azioni a sostengo del made in Italy, prima da noi aumentato, anche con il plauso del Governo, poi eliminato nella legge successiva. Avevamo chiesto la proroga per il triennio 2009-2011 degli sgravi contributivi per le aree svantaggiate del Paese, che, voglio ricordarlo, da aprile non avranno più copertura: la proroga fino ad aprile infatti non dà alcuna certezza agli operatori delle aree svantaggiate, le quali - tengo a ribadirlo - non riguardano solo il Mezzogiorno, ma importanti zone del Centro-Nord, così come le aree di montagna. Avevamo chiesto altresì misure a sostegno del ricambio generazionale in agricoltura e per l'estensione a tutto il territorio nazionale del credito d'imposta.
Insomma, signor Presidente, per tutte le ragioni che ho appena illustrato, concludo preannunciando che, con i colleghi del Gruppo del PD impegnati nella Commissione agricoltura di questa Camera, esprimeremo un voto contrario, che riteniamo sia in sintonia con quanto il Paese oggi chiede per questo settore. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sulla questione di fiducia posta dal Governo e rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.