Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 132 del 26/01/2009


MASCITELLI (IdV). Signora Presidente, piaccia o non piaccia, è già tutto scritto sul risultato finale in Aula del provvedimento in esame. Già sette giorni fa un autorevole quotidiano titolava: «Corsa contro il tempo». Il testo anticrisi appare blindato anche a causa degli strettissimi tempi a disposizione, ma con tutta probabilità il Governo, per risolvere la questione degli errori nel testo licenziato - perché ci sono anche questi - ricorrerà ad un provvedimento apposito o ad emendamenti al decreto mille proroghe.

Questa è la fotografia del testo di legge oggi in Aula. Così la manovra finanziaria che è stata messa in campo l'estate scorsa e presentata come un'innovazione della sessione di bilancio in termini di anticipazione e di programmazione triennale dimostra oggi tutti i suoi limiti, perché delle due cose l'una: o il Governo a giugno non aveva intuito la gravità della crisi economica di cui pure si intravedevano le forti avvisaglie e non si era preparato a parlarne i colpi, il che di per sé sarebbe già grave; oppure lo sperpero di denaro pubblico che ha segnato le prime scelte di questo Governo appare ancora più irresponsabile.

Signora Presidente, siamo passati dalle leggi finanziarie onnicomprensive del passato ad una manovra economica inconcludente, che continua e si trascina da nove mesi: decreto-legge n. 93, decreto-legge n. 118, legge finanziaria, decreto antibanche. È un fatto certamente grave non solo per la trasparenza e l'approfondimento del processo di formazione del bilancio dello Stato, ma è un fatto ancora più grave, anzi gravissimo, perché in un momento di crisi drammatica il Governo rinuncia ad avere oggi, e a proporre fin da oggi, uno straccio di politica economica capace non dico di risolvere, ma almeno di affrontare una disparità vergognosa che si sta sempre più determinando nelle condizioni sociali ed economiche della nostra gente e del nostro Paese. Al di là dei libretti di risparmio, una famiglia su cinque non può permettersi di acquistare medicine, una su due non riesce a sostenere una spesa imprevista di 700 euro e sette su cento hanno difficoltà a comprare da mangiare. Sono dati ufficiali dell'ISTAT e nei prossimi mesi non è difficile prevedere un quadro ancora più devastante. La recessione è più dura del previsto, il PIL va giù del due per cento, la produzione industriale scende del 13 per cento, le imprese chiudono, la gente perde il lavoro. Sono queste stime della Confindustria, stime che parlano di almeno 600.000 disoccupati in più a breve periodo.

E qual è la risposta del Governo? Un ottimismo di facciata, di maniera, incapace di fornire una prospettiva coerente di medio termine. La crisi c'è ma non riguarda solo noi, ci ha ricordato il presidente Berlusconi. Bene, vogliamo guardare agli altri? Berlino ha già varato misure per 32 miliardi, Parigi un piano da 20 miliardi, Londra ha imboccato una strada ancora più impegnativa annunciando il taglio dell'IVA dal 17,5 al 15 per cento. Con il decreto-legge oggi in esame, a mio giudizio, c'è un passaggio preoccupante e discriminante rispetto ai provvedimenti dei mesi scorsi. Abbiamo superato la fase della propaganda, che andava alla ricerca dei sondaggi, dei colpi di scena, del facile consenso ottenuto con i metodi di marketing dei precedenti decreti. L'avere eliminato l'imposta comunale sugli immobili per la fascia medio-alta di reddito e di patrimonio è costato allo Stato oltre tre miliardi ed i Comuni vanno ancora alla ricerca delle risorse perdute.

Con il decreto-legge n. 93 dello scorso anno abbiamo detassato straordinari inesistenti. Quante sono le ore di straordinario che hanno potuto usufruire della detassazione? Sono tendenti allo zero. Ricordiamo poi la beffa della social card che ha costretto migliaia di cittadini a mettersi in fila per un atto di elemosina di 40 euro. Dai primi dati risulterebbe che al 31 dicembre sono state consegnate soltanto 520.000 social card sul 1.400.000 previsto e annunciato.

Ricordiamo ancora lo spot della Robin tax, con il rischio concreto che venga scaricata sui consumatori; non è una mia valutazione, non è un mio giudizio, ma è quanto è contenuto nella relazione annuale della Corte dei conti sulle spese dello Stato. Si paventa il pericolo di alimentare nuove frodi per l'abbandono di ottime regole di contrasto, dalla limitazione nell'uso di assegni e contanti, alla tracciabilità dei pagamenti legati agli elenchi clienti e fornitori. Questo era quello che era stato fatto nei mesi scorsi.

Il decreto-legge n. 185 in esame contiene un passaggio preoccupante e discriminante. Prima si toglieva ai poveri per dare ai ricchi; ora si fa finta di dare qualcosa e non si dà nulla. Nel gergo tecnico-commerciale si parla di pubblicità ingannevole. Sul problema della riduzione del potere d'acquisto delle famiglie arriva un bonus da 200 a 1.000 euro a circa sette milioni e mezzo di famiglie; così è stato annunciato. Ma poiché il bonus è una misura straordinaria e quindi verrà erogato una volta sola ed è previsto un solo bonus per nucleo familiare a seconda dei redditi dell'intero nucleo e della composizione dello stesso, l'associazione delle famiglie - non noi dell'Italia dei Valori - ha calcolato che l'82 per cento dei 2,4 miliardi del bonus finirà nella quota minima (solo in questa) a pensionati single e a famiglie senza figli, e meno del dieci per cento riceverà i 1.000 euro.

Quella sui mutui per la prima casa è un'altra misura che non rappresenta alcun concreto vantaggio per il cittadino perché il tasso variabile è sceso al di sotto del quattro per cento; quindi, di fatto nessuno potrà usufruire di tale misura. Per contro, non ci si occupa dei mutui a tasso fisso che, al contrario, sono gli unici ad essere in questo momento abbondantemente al di sopra del quattro per cento.

Ricordo ancora l'IVA per cassa. Sono stati riempiti i giornali con i riferimenti a questa grande possibilità. Un decreto del ministro Tremonti stabilirà, solo dopo il via libera di Bruxelles, il volume d'affari del contribuente nei cui confronti è applicabile la disposizione e ferma restando la relazione tecnica che prevede che bisognerà stimare gli effetti finanziari. Per cui, ad oggi si ipotizza che si debba fissare la soglia ad un importo pari a 200.000 euro: un'industria piccola o una media impresa che fattura 200.000 euro per quanto piccola, non è certo un'industria. Mancano, quindi, politiche industriali.

Non è stata fornita alcuna seria risposta ai lavoratori autonomi che sono stati esclusi dal sostegno fiscale alle famiglie contenuto nell'articolo 1. Perdono quindi la consistente fetta di attività produttiva sostenuta dagli incentivi fiscali (articolo 29), ma in cambio gli studi di settore diventano una sorta di ultra minimum tax facoltativa; viene completato lo smantellamento delle misure antievasione e viene introdotta una sorta di condono personalizzato permanente. In poche parole, eliminazione dal sostegno pubblico e, forse, legittimazione dell'evasione.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, per intenderci, i contratti a termine a fortissimo rischio di non essere rinnovati oscillano tra i 700.000 e il milione, mentre le persone in cassa integrazione straordinaria, ordinaria e in cassa integrazione in deroga a 500.000. C'è ben poco, dunque, nel decreto anticrisi.

Né ci sono gli 8 miliardi di cui ha parlato il ministro Tremonti. Si tratta infatti di risorse destinate dal Fondo sociale europeo alle Regioni per il periodo 2007-2013 già in parte impegnate che, comunque, non potranno essere spese tutte subito, né potranno costituire reddito per i disoccupati se non nell'ambito dei corsi di formazione: ce lo impone l'Europa e i corsi di formazione non sono a costo zero. Le somme effettivamente disponibili, quindi, non dovrebbero superare i 2-3 miliardi di euro.

Che dire poi del fatto che, dopo che il Ministro dell'economia aveva fatto quasi una bandiera della sua decisione di evitare per la prima volta al Parlamento italiano il classico assalto alla diligenza sulla legge finanziaria, nella stessa sono stati assegnati fondi alla fondazione Bietti di oftalmologia di Roma, poco più di 13 milioni di euro per gli eventi sportivi dell'Expo 2015 ed alcuni finanziamenti a pioggia al CONI, all'UNIRE, ai giornalisti in pensione anticipata, agli autoparcheggi, al pubblico registro automobilistico. Così uno dei testi che doveva essere tra i più seri tra quelli portati in Parlamento in Italia, come in altri Paesi, ha individuato un ulteriore trucco per risolvere i problemi di bilancio del Comune di Roma, in modo da far valere una deroga abbondante al Patto di stabilità interno. Questo è il quadro desolante.

Signora Presidente, il compito di assumere l'iniziativa spetta al Governo e noi rispettiamo questa sua prerogativa, ma deve fare però prima i conti con sé stesso iniziando da una seria riflessione sui risultati finora prodotti da questa linea di autosufficienza e di autoreferenzialità.

A noi spetterà il compito di preparare un'alternativa e di dare nuova fiducia agli italiani che la stanno perdendo. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari. Ne ha facoltà.