LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, vorrei riportare quanto scritto da alcuni giornali per indicare la gravità della crisi. Credito al consumo: c'è stato un calo del 4 per cento nel 2008, dell'11 per cento a Natale. Debito pubblico: il differenziale del rendimento sulle scadenze decennali di riferimento ha toccato il massimo dall'introduzione dell'euro, a 157 punti base (con punte di 170). Libertà economica: Italia a picco nella classifica del «Wall Street Journal», siamo al 76° posto, peggio del Kirghizistan; in un anno abbiamo perso dodici posizioni. Disoccupazione: le organizzazioni degli imprenditori stimano la perdita di 600.000 posti di lavoro; le organizzazioni sindacali arrivano a stimarne più di 1.000.000; imprese storiche chiuderanno i battenti. Consumatori: scende a picco la fiducia del consumatori che vedono nero nel loro futuro.
In merito alle banche, mentre il Governo afferma che le banche italiane stanno meglio delle altre, vi leggo semplicemente le cifre relative alla capitalizzazione delle sei banche italiane: Intesa San Paolo: 30.970 milioni di euro; Unicredit: 22.330 milioni di euro; Monte dei Paschi di Siena: 8.660 milioni di euro; UBI Banca: 6.550 milioni di euro; Banco Popolare: 3.100 milioni di euro; Banca popolare di Milano: 1.700 milioni di euro. Le prime sei banche italiane, che amministrano qualcosa come l'80 per cento del credito, valgono circa 72 miliardi di euro; solo Unicredit, un anno fa, valeva 104 miliardi di euro, quindi il 30 per cento in più.
E mentre il pianeta va incontro ad una delle più gravi crisi economiche, ben superiore a quella del 1929 per gli effetti della globalizzazione (una crisi provocata dalla creazione del denaro dal nulla, dall'avidità dei banchieri che il Governo salva, dalla collusione delle agenzie di rating e dalla complicità delle banche centrali); mentre inascoltate Cassandre denunciavano gli effetti di una gravissima crisi finanziaria, che sta mangiando l'economia reale con la perdita dei posti di lavoro, soprattutto nell'Italia dei cartelli, dei monopoli e delle corporazioni (coadiuvate dal Governo che ha rimandato alle calende greche la class action); mentre i Paesi importanti, a cominciare da Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Spagna e Cina, varano misure anticicliche ed assumono impegni seri per nuovi investimenti pubblici, pari a circa 7 punti del PIL, la strategia dell'Italia per fronteggiare la crisi non arriva neppure allo 0,3 per cento del PIL.
Allora, o il Governo, nella famigerata manovra di giugno approvata nel Consiglio dei ministri in meno di nove minuti, non aveva intuito la gravità della crisi, oppure, se aveva letto nella palla di vetro del futuro, non doveva approvare un vero e proprio sperpero di pubblico denaro, quantificato in ben 7 miliardi di euro (tra i 4 miliardi accollati alla fiscalità generale per Alitalia e l'abolizione dell'ICI, non nei confronti delle prime case, ma di chi non ne aveva bisogno).
Ho già avuto occasione di soffermarmi in Commissione sul fatto che il Governo non ha ancora oggi la diretta percezione di una crisi che viene da lontano; ha paragonato questa manovrina anticrisi alle stregua del gioco delle tre carte di collaudati prestigiatori, una manovra piena di illusioni e priva di effetti reali sulle famiglie e sulle imprese. Ci sono somme che vengono e vanno: sono spostate con la stessa rapidità del mago Silvan da una posta all'altra del bilancio dello Stato.
Voglio ricordare che il 16 novembre scorso a Washington, il ministro Tremonti, forse contagiato da Barack Obama, annunciò un piano roboante da 80 miliardi di euro. Dopo soli tre giorni quei miliardi diventarono 12,7, per scendere poi a 7, a 6,5 ed infine, il 29 novembre, a 3,7 miliardi. Oggi ci ritroviamo ad avere un intervento a saldo zero; più precisamente, il decreto anticrisi ha un saldo netto in positivo, tra variazioni nette nelle entrate e nelle uscite, di 390 milioni di euro. Non solo non c'è una riduzione della pressione fiscale, ma vi è un incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie, di 3 miliardi e mezzo che serve più che a compensare l'aumento netto delle spese.
L'aggressione al potere d'acquisto di lavoratori e pensionati viene da lontano: dalla gestione del changeover, che ha scientemente permesso alla speculazione sui prezzi al consumo di galoppare a briglia sciolta, mentre l'erogazione di salari e pensioni è avvenuta con rigorosa corrispondenza rispetto alle vecchie lire.
Tale aggressione si è avvalsa anche della politica fiscale, che, mentre favoriva ricchi ed evasori (ricordiamo ancora lo scudo fiscale del ministro Tremonti), colpiva i redditi medio-bassi con la mancata restituzione del fiscal drag.
In terzo luogo, si è avvalsa della consapevole manipolazione dei criteri di determinazione delle retribuzioni, attuata attraverso la fissazione di tassi di inflazione programmata sistematicamente ed ampiamente inferiori all'inflazione reale.
Abbiamo anche apprezzato la pacatezza dei relatori Saia e Conti, però tale pacatezza non corrisponde alla coscienza di questa crisi perché questo decreto anticrisi ha un saldo netto in positivo di 390 milioni e, quindi, le misure di spesa appaiono sottofinanziate. Per esempio, la social card - la "umilia card", com'è stata ribattezzata - costerà più di quanto è stato appostato nel bilancio. Il deficit lasciato dal precedente Governo era al di sotto del 2 per cento. A metà novembre, cioè prima della manovra approvata venerdì scorso ma dopo la finanziaria 2009, il deficit viaggiava attorno al 3 per cento. Scontava, infatti, come ho detto: i 3 miliardi dovuti all'abolizione dell'ICI; i 3 miliardi versati ai "capitani coraggiosi" per l'Alitalia; l'aumento del fabbisogno derivante dai minori incassi tributari.
L'insieme di queste misure ha peggiorato i nostri conti pubblici. Per questo abbiamo parlato di vero e proprio sperpero di risorse: quei 7 miliardi avrebbero fatto molto comodo oggi. Mi dispiace che il presidente Baldassarri non abbia ascoltato le proposte che noi abbiamo fatto in Commissione. Lo invito ad andare a rileggere i resoconti perché con la manovra proposta dall'Italia dei Valori avremmo avuto oggi un punto di PIL, cioè 15 miliardi, da spendere per rivitalizzare i consumi e un altro mezzo punto di sforamento consentito da Bruxelles per chi ha i conti in sicurezza: in totale, 22 miliardi. Se aggiungiamo la nostra proposta di tagliare il 2 per cento della spesa pubblica, pari ad 800 miliardi, con un risparmio di 16 miliardi (che poteva non essere solo per un anno, ma triennale), si poteva arrivare a mettere in campo 38 miliardi per attenuare - non dico per risolvere - gli effetti gravi della crisi.
L'altro collega che mi ha preceduto ha già parlato della Cassa depositi e prestiti, cioè del risparmio postale di 100 miliardi delle famiglie e dei pensionati in cui per la prima volta si mettono le mani. Anche sul punto abbiamo assunto una posizione molto critica.
Noi avevamo proposto di tagliare gli sprechi e devolverli al sostegno duraturo dei salari, cioè ad una vera e propria redistribuzione del reddito; di tassare i redditi miliardari, le innumerevoli rendite esistenti, i redditi sommersi; di puntare sulla crescita e sulle nuove risorse tributarie che essa determinerebbe.
Abbiamo visto il bonus per le famiglie e l'intervento sui mutui. Abbiamo visto questo intervento che è davvero particolare... (Richiami del Presidente). Mi avvio alla conclusione, signora Presidente, perché noi siamo rigorosi anche nei tempi; non sforiamo neanche nei tempi. Questo dovrebbe valere per tutti; noi però ci atteniamo.
L'intervento sui mutui (sulla commissione sul massimo scoperto stendo un velo pietoso) è il riconoscimento del fallimento, anche questo ampiamente previsto, del protocollo tra Ministero dell'economia e delle finanze ed ABI del luglio scorso: il Governo accoglie la proposta dell'opposizione e dispone che le banche offrano contratti di mutuo a tasso variabile indicizzato al tasso di rifinanziamento principale della BCE in alternativa all'Euribor, (che oggi ha raggiunto il minimo storico del 2,15 per cento).
Il ritardo del Governo implica un costo di diverse centinaia di euro per le famiglie con mutui a tasso variabile. In ogni caso, va sottolineato che gli oneri per i minori interessi pagati dalle famiglie saranno a carico del bilancio dello Stato. Ancora una volta, nessun sostegno per i mutuatari a tassi fissi, nessun impulso alla competizione tra aziende di credito e nessun sostegno al meccanismo della portabilità dei mutui.
Signora Presidente, onorevoli colleghi, si tratta di un bel lavoro da gattopardo. Si finanziano le banche, non si va a vedere che i soldi li dovrebbero dare alle piccole e medie imprese, e si salvano i bancarottieri. È una cosa per noi scandalosa. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Biondelli e Soliani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pegorer. Ne ha facoltà.