DELLA SETA (PD). Signora Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, come ha ricordato nel suo intervento la senatrice Bonfrisco, nel testo originario del decreto anticrisi presentato dal Governo erano stati azzerati i cosiddetti ecoincentivi, cioè gli incentivi alle ristrutturazioni edilizie che comportano vantaggi dal punto di vista dell'efficienza energetica. Come si sa, alla Camera gli ecoincentivi sono stati reintrodotti, più o meno nella forma originaria. Il Partito Democratico si è battuto con forza per questo risultato, insieme alle principali forze sociali e produttive e a moltissimi cittadini che, in questi mesi, hanno utilizzato questo strumento, o che avevano in animo di farlo. Approfitto di questo mio intervento, tra l'altro, per dar atto volentieri per il lavoro svolto anche alla ministra dell'ambiente Prestigiacomo, che per questa correzione si è spesa.
Gli ecoincentivi sono tornati, ma credo che questa vicenda resti sintomatica del modo arretrato ed anacronistico con il quale questo Governo e questa maggioranza guardano al rapporto tra economia ed ambiente, nonché al ruolo delle politiche ambientali in una congiuntura economica difficilissima come quella attuale. Nel corso del 2008 molti italiani hanno utilizzato gli ecoincentivi, facendo un favore a se stessi e un favore al Paese. Peraltro, anche l'argomento per cui i costi delle detrazioni sarebbero un aggravio troppo pesante per le finanze pubbliche, è parzialmente infondato: dei 1.800 milioni di euro portati in detrazione dagli italiani per spese sostenute fra il 2007 e il 2008 - dunque utilizzando gli ecoincentivi introdotti dal Governo Prodi - molti non sono stati sottratti alle entrate dello Stato, per la semplice ragione che senza ecoincentivi una buona fetta di quegli importi non sarebbe stata spesa o sarebbe stata spesa in nero.
L'efficienza energetica è uno dei terreni su cui l'Italia ha camminato più lentamente nel confronto con il resto dell'Europa. Eravamo un Paese virtuoso; oggi siamo sotto la media dell'Europa a 15, vale a dire sotto la media dei Paesi più avanzati dell'Unione europea. Favorire il miglioramento dell'efficienza energetica vuol dire ridurre i costi energetici a carico delle famiglie, ridurre il fabbisogno energetico, migliorare la competitività delle imprese: vuol dire dunque lavorare, al tempo stesso, per migliorare l'ambiente e per rafforzare e modernizzare l'economia. In tutto il mondo occidentale, da Obama - lo abbiamo sentito e letto - a Sarkozy, l'azione di contrasto degli effetti della crisi economica vede proprio l'impegno sul fronte dell'efficienza energetica come uno dei più rilevanti, secondo una ricetta che mescola Keynes con la sostenibilità.
In Italia finora non è stato così. Prima col tentativo fortunatamente sventato di boicottare il pacchetto clima, poi con quest'altro infortunio - anch'esso rientrato - che ha visto il tentativo di azzeramento degli ecoincentivi, il Governo ha mostrato una preoccupante e ricorrente abitudine a considerare l'ambiente nemico dell'economia, specie in una congiuntura difficilissima come quella attuale. A chi richiama l'esempio dei piani anticrisi ben altrimenti incisivi e ben diversamente orientati, varati in queste settimane nei principali Paesi industrializzati, dal Governo e dalla maggioranza si risponde, in genere, che l'Italia ha un deficit e un debito pubblico tali da impedire analoghi impegni di risorse.
Questo è certamente vero, ma proprio la maggiore fragilità dei nostri conti pubblici dovrebbe suggerire - come ripetutamente ha sollecitato il Partito Democratico, anche con molte proposte specifiche e puntuali - di evitare esborsi impropri o tutt'altro che urgenti (penso ad esempio alla cancellazione dell'ICI sulla prima casa per i redditi medio-alti, o alla vicenda Alitalia), e concentrare invece le risorse disponibili nei settori veramente strategici, dove l'effetto anticongiunturale si accompagna ad un effetto di modernizzazione di più lungo respiro. Si tratta dei settori collegati all'ambiente, all'istruzione e alla formazione, alla scienza e alla ricerca, cioè quei settori, disgraziatamente, più penalizzati o più trascurati in questi nove mesi di Governo della destra.
La nostra speranza e il nostro appello è che la maggioranza sappia rapidamente correggere questo errore, che forse è mentale prima che politico, e che comporta un grande rischio, cioè che quando la crisi sarà finita - tra 12, 16 o 18 mesi - e riprenderà a camminare il treno dell'economia mondiale, l'Italia si ritrovi sempre più tra i vagoni di coda. In conclusione, Presidente, dalla crisi si esce prima e meglio se lo sforzo straordinario, necessario a sorreggere i consumi, la domanda, le imprese, è finalizzato a rendere più efficiente e moderno il nostro Paese. E l'ambiente, e quello che da più parti viene invocato come un New Deal ecologico, sono a nostro avviso assi irrinunciabili di questo impegno. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grillo. Ne ha facoltà.