BONINO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ci accingiamo oggi ad un esercizio di per sé formalmente inutile. E lo è non perché ci sia un qualunque rischio di sforamento dei tempi per colpa o per attività dell'opposizione, dal momento che i tempi sono contingentati e, quindi, è matematico che si voti mercoledì.
In realtà, il Governo oggi valuta la possibilità di porre la questione di fiducia per un problema più semplice che attiene alla tenuta della maggioranza. Quello che il Governo non può permettersi è uno slabbramento della maggioranza, che magari si slabbra su questo o quell'emendamento, facendo in questo modo decadere il decreto. Ho voluto fare questa precisazione giusto perché sia chiaro il motivo per cui si pone la questione di fiducia, atto che non ha nulla a che vedere con le intemperanze dell'opposizione, bensì con un dato che ritengo ormai patologico e che dovrebbe preoccupare noi quanto i colleghi della maggioranza. Ricordo, infatti, che è la decima volta che ricorre il combinato disposto decreto-legge e fiducia, pure in una condizione che vede una maggioranza più che confortevole, e ciò finisce per diventare davvero un calpestamento totale delle prerogative parlamentari. Ed è proprio per tenervi compatti fino a mercoledì che oggi il Governo pone la questione di fiducia.
Non procederemo ad analisi o riflessioni sugli emendamenti, né su quelli da noi presentati né su quello presentato dal futuro o presente ministro Baldassarri, il quale ci ha spiegato un'intera manovra che non so quanto sarà coincidente con quella che prossimamente ci presenterà il ministro Tremonti. È però di tutta evidenza che ci sono i ministri e i facenti funzione. Proprio perché l'esercizio è questo, forse è possibile svolgere qualche ragionamento più di fondo non sulla crisi ma sulla gestione della crisi e su quello che d'ora in poi si può fare.
In modo molto netto intendo sgombrare il campo da equivoci. Diversamente da altri non appartengo per cultura ad una forza politica che abbia mai fatto né della paura né del panico un modo per fare campagna elettorale né tanto meno per svolgere funzioni di governo. Non appartengo per cultura a chi pensa o pratica il «tanto peggio, tanto meglio». Penso, anzi, che di fronte a crisi di questo tipo un Paese debba essere capace di fare fronte comune. Lo dico con grande nettezza. Non c'è alcuna resistenza - e non parlo solo a nome della delegazione radicale, ma certamente parlo per essa - a sederci intorno ad un tavolo, a decidere e a valutare l'assetto complessivo, dall'evasione fiscale, alle pensioni, ai tagli. Tuttavia, ciò non ci esime, cari colleghi, dal puntualizzare alcune differenze di fondo; io dirò le mie.
Innanzitutto, non condivido, non ho condiviso, l'analisi della crisi mondiale anticipata nell'osannatissimo libro del ministro Tremonti «La paura e la speranza». Per mesi ci è stato detto che il pericolo arrivava dalla Cina, dall'invasione cinese, dall'errore di aver fatto entrare la Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio, attribuendolo peraltro ad una volontà della Commissione europea guidata dal presidente Prodi, all'epoca in cui il ministro Tremonti era ministro del Governo italiano (che sicuramente non ho visto sulle barricate). Certo, una distrazione geografica notevole. Non solo la crisi non è arrivata dalla Cina, ma oggi dobbiamo sperare e pregare che la Cina resista per mille ragioni che non voglio qui elaborare, ma che mi paiono evidenti. La crisi è arrivata da altra parte: è arrivata da Ovest e non per eccessivo mercatismo. Anche in questo caso è arrivata per intervento di mala politica, a partire dai fondi Fannie Mae e Freddie Mac; non per eccessivo mercatismo, dunque, ma esattamente perché mala politica ha consentito, promesso e protetto un'esposizione finanziaria dei fondi Fannie e Freddie al di là di quanto fosse concepibile.
Come ci dice il signor ministro Baldassarri, la crisi finanziaria si è poi tradotta in crisi economica, ha inciso sull'economia reale. Ma badate che la Commissione europea, le istituzioni internazionali non hanno aspettato il 28 novembre - data di questo decreto - per annunciare che la crisi economica avrebbe morso in maniera profonda. Lo hanno detto prima, appunto in ottobre. Ma questo decreto, per la precisione il decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione, e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale ha un titolo mal posto e quanto mai altisonante. Ed anche nella gestione della crisi, di cui le istituzioni europee ci hanno avvertito in tempo - certamente non a ridosso del 29 novembre - ha prodotto uno strumento non prudente, ma inadeguato e insufficiente, tant'è vero che siamo qui a discutere, giusto per occupare il tempo fino a mercoledì, augurandoci di discutere più utilmente sul prossimo decreto, sulla prossima misura che si spera sia effettivamente anticrisi.
Tanto per essere chiari, poi, le scelte economiche le avevate già effettuate senza aprire tavoli, scatole, librerie e quant'altro. Se consideriamo ciò che è successo a luglio, la tanto decantata manovra dei nove minuti, io penso che piuttosto che decidere in nove minuti delle sciocchezze, forse sarebbe meglio riflettere 90 minuti e fare un po' meglio. Non è vero che il tempo è sempre di per sé un grande viatico. Ma a luglio cosa si è deciso? Si è deciso di spendere, sostanzialmente in termini di minore entrata, 4 miliardi di ICI. Misura strabiliante da parte della vostra maggioranza sostenitrice del federalismo: come lei giustamente ricordava, signor relatore, se c'è un'imposta, una tassa locale che a quello serve è l'ICI. Avete abolito l'ICI per tutti, visto che per le famiglie a reddito basso lo avevamo già fatto precedentemente. Colleghi, vi chiedo: ritenete seriamente che persone come noi, con redditi medio-alti come noi, non devono pagare l'ICI? Siamo davvero sicuri che chi non paga l'ICI aumenta i consumi? Ma per favore, non è così! Voglio ricordare che si è trattato di 4 miliardi.
E nel frattempo cosa avete fatto? Avete portato avanti l'operazione Alitalia: altri 4 miliardi. Non voglio tornare sulla questione se non per dire che mi preoccupa un Paese in cui il Presidente del Consiglio ha la possibilità di affermare pubblicamente, che chiunque sostenga che con la proposta di marzo i debiti Alitalia li avrebbe assunti Air France dice una bestemmia; il Presidente del Consiglio sa che sta mentendo perché l'accordo con Air France è un accordo pubblico, dunque scritto, distribuito ed analizzato da tutti. Credo che Spinetta stia andando ogni giorno a Lourdes ad accendere ceri alla Madonna, perché gli esuberi sono molti di più, e ce li accolliamo noi, e per i debiti accade altrettanto; inoltre, con 310 milioni si è portato a casa il 25 per cento dell'Alitalia e, se il traffico aereo globale andrà bene, fra tre anni semplicemente la comprerà. Ragazzi, cari colleghi, è veramente un successone! Nel frattempo, chiunque abbia la ventura di dover viaggiare con la CAI, o come si chiama, non è esattamente ben messo.
Allora, per intenderci, questa non è una manovra economica, è un modo altisonante per definire un pannicello caldo. La prossima deve arrivare. Ci chiedete di aprire un tavolo? Certo, però non possiamo non proporre un'analisi differente di cosa sta succedendo al mondo. Non risolviamo certo i problemi con i localismi e misure ispirate a Dio, patria e famiglia e quant'altro: a crisi globali si risponde con misure globali e non con misure protezioniste, nazionaliste o localiste. Inoltre, è vero che azioni già prese senza consultare nessuno portano sicuramente oggi il nostro Paese, che con il deficit che si ritrova già in difficoltà, in una posizione diversa.
Ciò nonostante, apriamo pure un tavolo, siamo ampiamente disponibili. Non so se la tesi del futuro ministro Baldassarri sarà uguale a quella proposta da Tremonti, che non sa più a chi rivolgersi e quindi da Manzoni alla Bibbia cerca altri conforti.
Tuttavia, colleghi, quello che è sicuro è che una maggiore serietà aiuterebbe. Non fa bene chi dice che, anche se la crescita subirà un calo di due punti percentuali non è un dramma; non fa bene chiamare un Paese a raccolta se l'idea è quella di predicare un falso ottimismo, di operare una sottovalutazione di ciò che ci aspetta, facendo promesse esilaranti o stimolando i consumi con gli acquisti presso la gioielleria di via dei Coronari. Forse non è questa la preoccupazione dei cittadini italiani. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ubaldo. Ne ha facoltà.