BARBOLINI (PD). Signora Presidente, come hanno rilevato molti colleghi, stiamo discutendo di un provvedimento che si colloca in un quadro congiunturale significativamente peggiorato rispetto al momento in cui il Governo lo adottò il 29 novembre scorso. Già questo ci indica la sostanziale irrilevanza delle misure previste dal decreto-legge in discussione e richiede di porsi nell'ottica di ripensare complessivamente la strategia degli interventi necessari a fronteggiare la pesante tendenza recessiva in atto.
Nonostante le sollecitazioni e le proposte che abbiamo inutilmente avanzato da luglio, il Governo non ha sin qui messo in atto alcuna misura per una politica fiscale espansiva. Addirittura il cosiddetto decreto anticrisi di cui ci occupiamo attua una contrazione fiscale. Emblematiche sono, al riguardo, la rinuncia al meccanismo automatico per le norme sulle detrazioni a favore del risparmio energetico o per il sostegno alla ricerca, insieme con la limitata implementazione dei fondi ai consorzi fidi per le piccole e medie imprese. Allo stesso tempo, non si può però affermare che in Italia vi sia stata una politica fiscale davvero rigorosa. Sono state introdotte una serie di nuove imposte, come la cosiddetta Robin tax, che hanno un gettito molto aleatorio.
Dopo la discutibile e poco rilevante operazione della social card, sono stati varati, con tale decreto-legge, un'infinità di microprovvedimenti (dal bonus famiglia all'intervento sui mutui, dalla detassazione dei premi di produttività alla deduzione dall'IRES di una quota IRAP e alla detassazione dei microprogetti di arredo urbano) di scarsa o modesta efficacia pratica, anziché concentrare gli interventi su alcune misure davvero prioritarie, nel senso ad esempio indicato dalle nostre proposte per una manovra aggiuntiva.
Per altro verso, i meccanismi principali della spesa non sono stati riformati e dunque sarà molto difficile monitorare l'andamento della spesa e tenerla sotto controllo. A tal proposito, anche se non è presente il senatore Baldassarri, vorrei far presente che si ripropone il rischio di vecchi vizi, ossia quelli che abbiamo già conosciuto e visto praticati tra il 2001 e il 2006 nel controllo e nel contenimento della spesa.
Galleggiare così nei marosi della crisi, senza decidere come impegnare le poche risorse disponibili, non serve a migliorare i conti pubblici e neanche a migliorare l'economia durante e, soprattutto, dopo la crisi. Dopo l'anticipo nella definizione dei cardini della manovra di politica economica dell'estate scorsa, il Governo si è ingessato; pur a fronte degli sconvolgimenti intervenuti, persiste in una colpevole inerzia. Nel frattempo, Germania, Regno Unito, Spagna e Francia hanno già adottato vari e consistenti pacchetti di misure, comprensive di rilevanti azioni di stimolo fiscale: siamo così l'unico grande Paese europeo a rimanere fermo di fronte a una grande recessione. È un atteggiamento che rischia di lasciarci più esposti e indeboliti, e per un tempo molto lungo, anche quando la tempesta si sarà calmata.
In questo dibattito noi ribadiamo con forza che non c'è davvero più tempo da perdere: per aiutare imprese, lavoratori e famiglie in difficoltà, ma anche per rassicurare i mercati occorrono trasparenza e chiare scelte di politica economica contro la recessione. Rimanere in mezzo al guado, attestati sulla sponda di un rigorismo tignoso, come quello del Ministro dell'economia, in un singolare isolamento rispetto alle scelte di tutti gli altri Paesi europei, pur consapevoli dei margini ristretti entro i quali possiamo operare, è la peggiore soluzione possibile perché i conti si deteriorano senza migliorare le prospettive dell'economia.
I dati sono lì a confermarlo: nel 2009 le previsioni europee stimano per l'Italia un PIL a meno 2 per cento, con una crescita del rapporto debito-PIL oltre il 109 per cento, e un rapporto indebitamento netto - PIL al 3,8 per cento. Va sottolineato che in queste stime si prescinde da ulteriori effetti peggiorativi dipendenti dall'indebolimento delle misure antievasione, già adottate con il decreto di luglio e a seguito dell'applicazione delle disposizioni previste anche in questo decreto anticrisi.
Del resto, ed eravamo stati facili profeti, la lotta all'evasione fiscale, che pure a parole è un obiettivo dichiarato dal Governo, sta andando chiaramente male. Nel complesso, e dovendo scontare il fatto che il Governo non ha presentato al Parlamento il report sulla lotta alla evasione ed elusione previsto dalla finanziaria 2007 a cui da settembre scorso era tenuto, a causa del peggioramento della tax compliance e dell'aumento dell'evasione fiscale, si può stimare che nel 2008 siano stati persi circa 6-8 miliardi di euro di entrate rispetto a quelle prima recuperate al fisco. La cosa non deve stupire: si raccoglie quanto seminato. È dal primo decreto di finanza pubblica di maggio a questo di cui discutiamo che denunciamo, inascoltati e mal sopportati, nella generale disattenzione degli organi di informazione, che in soli sei mesi sono state smantellate le principali misure antievasione approvate precedentemente dal Parlamento e che si è ridotto drasticamente il sistema sanzionatorio.
Questo è avvenuto già con l'introduzione dell'adesione alle verifiche fiscali con sconto delle sanzioni, disposte dal decreto n. 112: la misura estremamente bassa della sanzione è un premio, e incentiva di fatto i comportamenti scorretti, oltre a risultare paradossalmente più conveniente di quella dovuta dal contribuente che, mediante ravvedimento operoso, cioè spontaneamente e senza intervento dell'amministrazione finanziaria, corregga la propria dichiarazione fiscale.
In questo decreto sono stati introdotti ulteriori interventi, che in parte correggono quella distorsione per fortuna, ma soprattutto configurano nuove opportunità a favore dei contribuenti scorretti.
Anche queste norme sono un'evidente conferma del lassismo fiscale che caratterizza l'azione del Governo. L'obiettivo potrebbe sembrare quello di accelerare la riscossione delle imposte accertate. In realtà, anche a voler ammettere che queste norme possano determinare qualche incremento di gettito nelle riscossioni da accertamento (il che è tutto da dimostrare), è certo che esse determineranno maggiore evasione in termini di adempimento spontaneo, sul quale si regge, come è noto, la gran parte del gettito tributario. D'altra parte, è dimostrato che, ferma restando la numerosità dei controlli che l'amministrazione è in grado di effettuare, l'evasione tende ad essere più elevata quanto più basse sono le sanzioni. Dunque è un modo veramente strano di condurre la lotta all'evasione. Così si rinuncia ad incidere sull'unico terreno che potrebbe recuperare risorse ingenti, introdurre fattori di trasparenza, innovazione e competitività nell'economia, tenere insieme e far interagire modernità e civismo.
In realtà, si fa tutto il contrario di ciò che sarebbe davvero necessario, perché il rapporto fisco-contribuente in Italia soffre di insostenibile sperequazione: enorme evasione fiscale, peso eccessivo delle imposte, pessima e iniqua distribuzione del carico fiscale. È su questo che bisognerebbe agire, non con ammiccamenti e compiacenze ma con scelte rigorose, norme trasparenti, meccanismi premianti la lealtà fiscale.
Valga per tutti l'esempio delle disposizioni sugli studi di settore contenute nel provvedimento. Si prevede che, per tenere conto della crisi economica, con riguardo a particolari settori dell'economia, questi possano essere rivisitati con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, anche dopo la data del 31 marzo. Insomma, lo dico al senatore Garavaglia che ne ha parlato, dopo tante promesse e retorica, la montagna ha partorito un topolino: parole, un lenimento quasi fosse la coperta di Linus. Occorre invece prendere atto che la crisi colpisce tutti i settori dell'economia e che per l'anno 2008 i rischi di una eventuale non congruità per i contribuenti con partita IVA sono elevati.
Dunque, almeno sugli studi di settore per l'anno 2008, dovrebbe essere invertito l'onere della prova, come prevede peraltro la mozione approvata dal Senato nel luglio 2007, e come aveva disposto l'Agenzia delle entrate, con propria circolare rispettosa degli indirizzi del Parlamento. Ma l'ineffabile ministro Tremonti ha detto di no, perché un conto sono le parole di propaganda, ben altra cosa è quando si prendono le decisioni vere.
Anche in questo caso, un'ulteriore significativa dimostrazione della distanza abissale tra enunciazioni e comportamenti, in cui si distingue questo Governo, e la conferma che bisogna la più presto cambiare stile, comportamenti e, soprattutto, le scelte. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Andria. Ne ha facoltà.