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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 132 del 26/01/2009


BALDASSARRI (PdL). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, è evidente che stiamo discutendo in tempi stretti la conversione in legge di questo decreto, perché sappiamo tutti che scade il prossimo 28 gennaio. Va allora subito sgombrato il campo da ogni equivoco: sarebbe enormemente peggio per il nostro Paese, per le fasce più deboli, se questo decreto, così com'è, non fosse convertito.

Sgombrato il campo da tale equivoco, possiamo andare a valutare in quale momento questa decisione è stata assunta e a fronte di quali problematiche e prospettive.

Nel periodo ottobre-novembre - si tratta di un argomento che abbiamo già affrontato nelle Commissioni riunite 5a e 6a - le previsioni sull'economia internazionale, europea ed italiana erano certamente non rosee. Ricordo però che, fino ad ottobre-novembre, tutti i centri internazionali, in particolare quelli europei, nonché la stessa Commissione europea e la stessa Banca centrale europea davano una crescita negativa per i vari Paesi europei attorno allo 0,3-0,4 per cento nel 2008 ed attorno allo 0,4-0,6 per cento nel 2009.

Pertanto, questo decreto anticrisi aveva di fronte quel tipo di scenario economico, più o meno condiviso soprattutto dalle istituzioni più importanti; d'altro canto, quel decreto aveva ed ha un altro vincolo, cioè quello di determinare, (nei limiti del possibile, al massimo possibile) un sostegno all'economia senza creare un euro in più di deficit pubblico.

Allora, signor Presidente, cari colleghi, è evidente che - purtroppo - da ottobre-novembre a gennaio questo quadro di riferimento è mutato anche dal punto di vista delle convinzioni delle maggiori istituzioni europee che, peraltro, sono largamente responsabili di questo stesso quadro economico certamente non positivo. La Commissione europea per il 2009 ha previsto una crescita negativa pari a meno 2 per cento, otto settimane dopo aver indicato quella dello 0,5; non è stata però sottolineata l'altra previsione della stessa Commissione europea, altrettanto ufficiale, in relazione al tasso d'inflazione stimato all'1 per cento.

Ciò dimostra le colpe della politica economica europea, che denuncio da tempo, ma non per il gusto di accusare gli altri, perché alla fine di questo intervento assumerò le responsabilità della politica italiana, dati quei condizionamenti. Tuttavia, la politica di bilancio assunta testardamente dalla Commissione europea, vestale del tre per cento nel rapporto tra deficit e PIL, senza distinguere tra spesa corrente e spesa per investimenti, chiaramente determina la totale impotenza di fronte ad una frenata dell'economia che porta tutti i Paesi europei a sfondare il tre per cento, senza che la Commissione europea possa alzare mezzo dito. Per fortuna, il Governo italiano aveva in parte anticipato a luglio la manovra, non perché mal comune sia mezzo gaudio, ma perché la verità dei dati economici deve essere la base fondamentale di qualunque serio confronto fra maggioranza e opposizione in questo Paese, ma anche tra l'Italia e le istituzioni europee. Inoltre, la Banca centrale europea ritiene che l'euro sia debole e paradossalmente, proprio nelle ultime settimane, non c'è mattina che ogni giornale radio e ogni giornale non dica che l'euro è debole perché è sceso a 1,30 sul dollaro, dopo essere salito a 1,60.

I due numeri che citavo prima, (meno due per cento di crescita, previsione di un tasso d'inflazione all'1 per cento) indicano che c'è stata un'overdose di masochismo nelle politiche economiche europee e dimostrano ciò che sostengo da tempo, ciò che il mio piccolo centro studi economia reale si era permesso di indicare con analisi mai contestate da nessuno (e sarei felice se lo fossero state). Mi riferisco cioè al fatto che quella linea masochistica di politica economica europea avviene con un chiaro trade off di cui dobbiamo avere consapevolezza, ma che le due autorità, Banca centrale europea e Commissione europea, avrebbero dovuto comunicare con chiarezza e trasparenza ai Governi e ai cittadini europei, cioè che per ogni punto percentuale d'inflazione contenuta l'Europa deve sopportare il costo di un calo del due per cento della crescita economica, se l'inflazione da costi viene battuta, o si tenta di batterla, attraverso una politica di tassi d'interesse che segue tardi e male la Federal reserve e accetta l'effetto collaterale del cosiddetto supereuro.

Ciò detto, non ho sentito mezza parola, né in Commissione né in quest'Aula, da parte di autorevoli membri dell'opposizione - che, a mio parere, conoscono queste cose - per illustrare il quadro di riferimento nel quale il Governo italiano si trova ad operare - come altri Governi italiani - in una condizione che francamente non mi sarei aspettato. Mi riferisco cioè al deficit pubblico che nel 2009 è stimato al 3,8 per cento: per noi è una soglia solida, alla quale però bisogna stare attenti, perché abbiamo il debito al 109-110 per cento, anche se paradossalmente l'Italia appare come il Paese con il minore rapporto deficit/PIL: la Francia è al 5 per cento, l'Irlanda all'11 e non aggiungo gli altri.

Vengo, allora, signor Presidente, a due ultime considerazioni: anche qui, sgombriamo il campo dagli equivoci. Questo decreto, con le misure che contiene, è in grado - quantitativamente e qualitativamente - di fronteggiare la prospettiva per il 2009 di una crescita negativa del 2 per cento, a parità di condizioni di equilibrio di finanza pubblica? La risposta, collega Legnini, è banalmente «no», ma, se non passasse questo decreto, avremmo costi enormemente superiori; una maggioranza, però, deve essere consapevole dei passi che deve compiere, via via che si inoltra nella strada. Il ministro Tremonti ha correttamente detto più volte che sono necessarie ulteriori valutazioni, in quanto le condizioni della crisi economica (internazionale ed europea) e finanziaria (che si sta tramutando in quella dell'economia reale) non ce le ha in tasca nessuno: abbiamo solo quadri di riferimento.

Quindi, la risposta è «no», ma la responsabilità politica di quest'Aula è fare in modo che questo decreto venga approvato il più presto possibile, per poi aprire un confronto serio su cosa è necessario fare dopo. Al più presto, mi auguro, ma ad una condizione molto netta e chiara: una manovra quantitativamente forte e sufficiente a compensare in larga misura quel meno 2 per cento, magari andando a zero, che non è un obiettivo di grande crescita ma è sempre meglio di meno 2. La differenza, cari colleghi, è che con il meno 2 vi è un milione e mezzo di disoccupati in più, mentre con zero sarebbero 100.000. E allora, i sacrosanti ammortizzatori sociali, da approntare per 100.000 persone, possono essere quantitativamente molto più importanti che non se dovessimo approntarne per un milione e mezzo di persone.

Questa è la responsabilità politica di maggioranza e opposizione al confronto e questa manovra, quantitativamente più consistente, che deve avere carattere strutturale e permanente, presenta una condizione sulla quale dobbiamo fare chiarezza: deve essere fatta senza un euro in più di deficit: questo è il paletto forte, come ho già detto in Commissione, ma lo ripeto qui in Aula.

Ho analizzato attentamente - come mi sforzo di fare spesso, non dico sempre - la proposta contenuta nel maxiemendamento del Partito Democratico, presentato in due versioni, quella del senatore Morando (ripetuta oggi in Aula dal senatore Legnini) e quella del senatore Giaretta. Qual è la sintesi di questa proposta? Sul piano delle quantità, si propone una manovra da 16 miliardi, pari all'1 per cento di PIL. Mi permetto di dire che non basta neanche quello, sul piano delle quantità, perché ne occorre una seria, di due punti di PIL: 30-35 miliardi è il numero che ripeto da parecchi mesi.

Sono convinto delle mie opinioni, ma si può anche aprire un confronto serio su questo aspetto. Il trucco della proposta sta nel sostenere una manovra triennale di 16 miliardi, che nel 2009 diventano un punto in più di PIL, di deficit. Cari colleghi, vi rendete conto cosa significa annunciare che invece del 3,8 per cento l'Italia quest'anno fa il 4,8 per cento, sfiora il 5 per centodi deficit? Vi rendete conto che negli ultimi tre mesi il differenziale dei tassi di interesse tra i nostri titoli di Stato e quelli dello Stato tedesco, che un anno fa era di 0,20 per cento, è salito a 1,50 per cento nelle ultime settimane, toccando anche 1,70 per cento? Si dice però - ed è la tesi dei colleghi del Partito Democratico - che basta annunciare sin da oggi che nel 2009 il deficit pubblico aumenta dell'1 per cento, in quanto facciamo queste operazioni di minori tasse e aumenti di spesa senza dare la copertura, ma che la copertura la mettiamo nel 2010 e nel 2011, con mezzo punto nel 2010 e un punto e mezzo nel 2011.

Francamente, se non vogliamo prenderci in giro, non si può proporre un giochetto del genere perché sarebbe pericolosissimo, non tanto per le procedure della Commissione europea per un deficit al 5 per cento in presenza di un debito al 110 per cento, ma soprattutto per la fragilità dei mercati finanziari, che fanno l'esame ogni giorno, non ogni semestre, come la Commissione. Nella versione del senatore Giaretta questo elemento è stato parzialmente corretto dicendo che si predispongono aumenti di tasse per cui l'effetto sul deficit sarebbe solo 0,4-0,5 per cento. Allora di cosa stiamo parlando? Da un lato si dà un sostegno, dall'altro lato si aumentano le tasse e si aumenta la spesa pubblica.

Il tema dei prossimi giorni, delle prossime settimane, mi sono permesso di inserirlo nell'emendamento 6.0.13, non tanto perché - come ho già detto - propongo di modificare il decreto-legge in esame con il rischio della scadenza - sia chiaro - ma per aprire un serio confronto. Se la manovra deve essere forte a fronte dell'andamento del quadro di previsioni su cui concordiamo, deve essere di 30-35 miliardi e coperta, quindi senza un euro di deficit. Mi sono permesso di indicare le coperture, vale a dire l'azzeramento dei fondiperduti sostituito con fisco zero fino alla concorrenza dell'ammontare del fondo perduto; un forte limite a tutti gli sperperi delle spese per acquisti delle pubbliche amministrazioni (mi rimetto alla bontà dei colleghi se vorranno leggere analiticamente l'impalcatura di questa manovra), per destinare le seguenti risorse: alla famiglia fino a un tetto di 15 miliardi di euro, introducendo una deduzione per carichi familiari di 5.000 euro per ogni componente del nucleo; alle piccole e medie imprese, sottraendo dalla base imponibile IRAP il monte salari, con un tetto di 12 miliardi di euro. Attenzione, se non si sostiene il tessuto delle piccole e medie imprese, rischia di saltare anche qualche grande impresa, perché la posizione è al rovescio: se famiglie e piccole imprese hanno la possibilità di operare, ecco che si mantiene positivo anche il mercato - tanto per parlarci chiaramente - dell'automobile.

PRESIDENTE. Senatore Baldassarri, la invito a concludere.

 

(Segue BALDASSARRI). Infine, cito i 5 miliardi da destinare alle infrastrutture, dal momento che ci sono opere pronte e cantieri che possono essere aperti rapidamente. Il totale è di 32-34 miliardi provvisti di coperture. Concludo con questo argomento, signora Presidente. È un'ipotesi, è un'indicazione, ma riguardo agli 800 miliardi di spesa pubblica corrente l'opposizione se la sente politicamente di indicare cosa tagliare, prima di dire cosa dare?

Collega Legnini, è inutile allora esaltare le più grandi e consistenti manovre in deficit annunciate dall'Amministrazione americana, dal Governo tedesco o da altri Governi. L'Italia non si può permettere le manovre in deficit, ma il coraggio politico, se volete anche comune, nel ragionamento tra maggioranza e opposizione consiste nell'indicare, prima, in tutti i capitoli di spesa (che ammontano ad un totale di 800 miliardi) quali sono le voci per 30-35 miliardi da tagliare e, dopo, quali sono gli strumenti per sostenere famiglie, imprese ed il rilancio delle infrastrutture.

Io ci ho provato avanzando una proposta provocatoria, anche nei confronti della mia stessa maggioranza. Se sarà consentito, potrei anche ritirare l'emendamento 6.0.13 e trasformarlo in un ordine del giorno, per poi valutare cosa fare nelle prossime settimane. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Massimo Garavaglia).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.