PARDI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, mi sono chiesto, forse con eccessiva irriverenza, perché l'Assemblea dovesse commemorare un personaggio sì di grande rilievo, ma estraneo al mondo delle Aule parlamentari. La spiegazione sta senz'altro nel fatto che, al di là della sua dimensione di gran signore, di persona intelligente, colta e intraprendente nel mondo degli affari, Caracciolo ha rappresentato, forse nel più elegante dei modi, quello che siamo abituati a chiamare il quarto potere.
Quanto questo quarto potere sia imbarazzante nel mondo della politica italiana lo ricorda bene Umberto Eco in una traccia comparsa oggi su «la Repubblica», riportando che Caracciolo, proprietario di case editrici come Etas Kompass, Bompiani, Sonzogno, Adelphi, Boringhieri e Publikompass, diventò involontariamente il bersaglio di un ricatto sul cognato Giovanni Agnelli.
Scrive Umberto Eco: «Così Caracciolo veniva ricattato via Agnelli e (cito sempre dalla sua autobiografia, anche se si tratta di cose che ricordo benissimo per conto mio) Fanfani aveva preso a dire che se Caracciolo non avesse ceduto le sue quote dell'Espresso a persona gradita alla segreteria democristiana, il governo avrebbe bloccato l'aumento del prezzo delle automobili». Curioso esempio di interventismo; non so se fosse lecito, ma si poteva pensare.
Caracciolo aveva dovuto scegliere con il coltello alla gola se stare con le sue case editrici e mollare l'Espresso, o tenersi l'Espresso e interrompere ogni rapporto con le società legate alla FIAT. Aggiunge Umberto Eco: «È mio parere che il gruppo delle case editrici rappresentasse il boccone più grosso, ma il "principe" non ha avuto esitazioni. Ha mollato l'editoria e si è tenuto l'espresso. Non era stata una scelta facile e non fosse altro che per questo Caracciolo andrà ricordato come un editore che ha pagato per difendere la libertà di stampa».
Sarebbe ipocrisia tacere che, dopo questo episodio tutto sommato veniale del sottogoverno democristiano, l'impresa editoriale di Caracciolo è stata sottoposta a ben altra tensione. Tensione stringente e ripetuta che va sotto il nome di guerra di Segrate, argomento su cui in questa stessa Aula non mancano gli esperti in grado di sviscerarne storie e particolari.
La guerra di Segrate è presto riassunta. Fu il tentativo da parte di Bettino Craxi di impadronirsi, tramite le finanze di Berlusconi, del giornale a lui più inviso e del gruppo editoriale più insidioso per la sua politica. Una cosa di questo tipo va ricordata anche perché in quella storia si è verificato, con il tempo, un mutamento di ruolo. Nel momento in cui agiva nella guerra di Segrate, Berlusconi era poco più che un caudatario di seconda fila di Bettino Craxi: siamo nel 1989 e strappare il giornale aveva una funzione, per così dire, di disturbo nel rapporto tra politica ed editoria.
Purtroppo, con il tempo, si è visto che Berlusconi aveva anche una capacità propria di agire in proprio. Una volta affrancato dalla protezione di Craxi, infatti, ha esercitato un'influenza molto più stringente e molto più invasiva ed incisiva di quella che aveva esercitato al tempo della guerra di Segrate.
Che dire? Traiamo da questa storia molti insegnamenti. Uno, di sicuro, può essere scolpito nelle nostre menti. Il fatto che il quarto potere della stampa ha subito la minaccia dell'unione tra quarto e quinto potere nella persona di Berlusconi protetto da Bettino Craxi. Ma traiamo anche un altro insegnamento: che per il bene della democrazia e del dibattito pubblico in Italia sarebbe molto più sensato, molto più rigoroso e significativo se il quarto ed il quinto potere fossero rigorosamente separati tra di loro e, soprattutto, se il quarto e il quinto potere fossero rigorosamente separati dall'esercizio del potere politico. (Applausi del senatore Lannutti).