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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 115 del 16/12/2008


Discussione e approvazione del disegno di legge:

(1260) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 ottobre 2008, n. 158, recante misure urgenti per contenere il disagio abitativo di particolari categorie sociali (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 16,53)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1260, già approvato dalla Camera dei deputati.

Il relatore, senatore Digilio, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

DIGILIO, relatore. Colleghi senatori, il provvedimento in esame è volto a ridurre il disagio abitativo di particolari categorie sociali di conduttori assoggettati a procedure esecutive di rilascio nei Comuni capoluogo di Provincia e nei Comuni ad alta tensione abitativa con essi confinanti, nonché, a seguito delle modifiche apportate dalla Camera dei deputati, ad affrontare, sia pure parzialmente, il tema dei mutuatari insolventi.

A tal fine, l'articolo 1 del provvedimento in esame sospende, per un periodo di oltre otto mesi (fino al 30 giugno 2009), la procedura esecutiva di sfratto, limitatamente ai Comuni individuati dell'articolo 1, comma 1, della legge n. 9 del 2007. Si tratta dei Comuni capoluogo di Provincia, dei Comuni con essi confinanti con popolazione superiore a 10.000 abitanti o ad alta tensione abitativa.

Si ricorda che il testo originario prevedeva, invece, la limitazione ai Comuni capoluogo di 14 aree metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Cagliari, Trieste) ed ai Comuni ad alta tensione abitativa con essi confinanti.

Il blocco delle procedure esecutive di sfratto riguarda i conduttori in condizioni di particolare disagio, come individuati dall'articolo 1, comma 1, della legge n. 9 del 2007, aventi i seguenti requisiti: un reddito annuo lordo complessivo familiare inferiore a 27.000 euro; essere o avere nel proprio nucleo familiare persone ultrasessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66 per cento, purché non in possesso di altra abitazione adeguata al nucleo familiare nella Regione di residenza o avere, nel proprio nucleo familiare, figli fiscalmente a carico.

Presidenza della vice presidente MAURO (ore 16,55)

 

(Segue DIGILIO, relatore). Nello stesso articolo 1 del decreto-legge in esame si precisa che la finalità del provvedimento di sospensione è quella di ridurre il disagio abitativo per tali categorie disagiate in attesa della realizzazione degli interventi previsti dal Piano nazionale di edilizia abitativa (il cosiddetto Piano casa), introdotto con l'articolo 11 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112.

Sotto tale luce, il provvedimento non deve essere inteso come un ulteriore intervento di differimento di termini, bensì come una «sospensione necessaria» affinché sia dato avvio all'effettiva realizzazione del citato Piano casa, che dovrà favorire l'accesso ad un'abitazione in locazione o in proprietà anche per le suddette categorie sociali. Merita qui ricordare che il Piano amplia la platea dei beneficiari includendovi, per la prima volta, gli immigrati regolari a basso reddito e gli studenti fuori sede, finora destinatari, questi ultimi, di agevolazioni di carattere fiscale sui canoni di locazione. La platea risulterebbe ampliata anche dall'inclusione, con un riferimento generico, di tutti i soggetti «sottoposti a procedure esecutive di rilascio».

Il comma 1-bis dell'articolo 1 prevede che i bandi per la concessione dei contributi integrativi per il pagamento dei canoni, a valere sul Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione, siano emanati annualmente entro il 30 settembre.

Il comma 1-ter dell'articolo 1 stabilisce che la sospensione dei provvedimenti di rilascio non comprende i provvedimenti esecutivi disposti a seguito di disdetta del contratto da parte del locatore nei casi previsti dall'articolo 3 della legge n. 431 del 1998, tra i quali si ricorda: l'intenzione di destinare l'immobile ad uso abitativo, commerciale, artigianale o professionale proprio o dei parenti entro il secondo grado; l'intenzione di destinare l'immobile all'esercizio di attività dirette a perseguire finalità pubbliche, sociali, culturali o di culto, qualora sia offerto al conduttore altro immobile idoneo; la piena disponibilità del conduttore di un alloggio libero nello stesso Comune; il grave danneggiamento dell'edificio in cui si trova l'immobile.

Il comma 2 dell'articolo 1 dispone invece che, fino alla scadenza del termine del 30 giugno 2009, continueranno a trovare applicazione le disposizioni previste dall'articolo 1, commi 2, 4, 5 e 6, recanti norme di semplificazione e di agevolazione per i conduttori, nonché i benefici fiscali dell'articolo 2 della stessa legge n. 9 del 2007.

I benefici fiscali trovano applicazione limitatamente ai Comuni capoluogo di 14 aree metropolitane e ai Comuni ad alta tensione abitativa con essi confinanti.

Il comma 3 reca la copertura finanziaria del provvedimento, disponendo che alle minori entrate derivanti dall'attuazione dell'articolo in esame, che vengono stimate in 2,29 milioni di euro per l'anno 2009 e in 4,54 milioni di euro per l'anno 2010, si provvede mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge n. 282 del 2004, relativa al Fondo per interventi strutturali di politica economica. Il Ministro dell'economia e delle finanze può adottare eventuali provvedimenti correttivi nel caso in cui, nel corso dell'attuazione del decreto, vengano a verificarsi spostamenti dalle previsioni di spesa indicate nel decreto stesso.

Il comma 4-bis incide sull'abrogazione del regio decreto n. 1165 del 1938, Testo unico delle disposizioni sull'edilizia popolare ed economica, disponendo che non vengano però abrogati gli articoli da 118 a 138, come attualmente previsto, ma solo quelli da 118 a 124. Rimarrebbero così in vigore, contrariamente a quanto attualmente previsto dall'articolo «taglia-leggi», le disposizioni che attengono ai poteri del Ministro dei lavori pubblici in materia e prevedono poteri di controllo, di scioglimento e di nomina commissariale. Le disposizioni riguardano anche la commissione di vigilanza, di nomina ministeriale, che ha poteri decisori in materia di graduatorie, poteri sanzionatori e consultivi.

L'articolo 1-bis introduce l'obbligo, ai fini della valutazione per le graduatorie di edilizia residenziale pubblica, che i provvedimenti giudiziari di rilascio per finita locazione riportino i dati relativi alla registrazione del contratto e alla lettera di disdetta della locazione.

Inoltre, l'articolo 1-ter aggiunge, sentite le Regioni, ai fondi già previsti per la realizzazione del cosiddetto Piano casa le risorse del Fondo per l'edilizia a canone speciale, previsto dall'articolo 3, comma 108, della legge n. 350 del 2003 (legge finanziaria 2004).

Infine, l'articolo 1-quater prevede che gli immobili sottoposti a procedure esecutive o concorsuali, aventi le caratteristiche di quelli di edilizia residenziale pubblica e occupati da mutuatari insolventi, possano essere acquistati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) che stipulano contratti di locazione sostenibili con i mutuatari. La finalità dell'articolo è duplice: favorire la riduzione del disagio abitativo e ridurre le passività delle banche.

L'acquisto da parte degli IACP degli immobili, che debbono avere le caratteristiche di quelli facenti parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica ed essere l'abitazione principale del mutuatario insolvente, è previsto senza oneri per lo Stato e quindi con fondi degli enti stessi, che tuttavia possono usufruire delle agevolazioni previste per l'acquisto della prima casa.

Le locazioni dovranno avvenire secondo canoni sostenibili, il cui importo viene fissato dal provvedimento in esame al 70 per cento del canone concordato, ai sensi dell'articolo 2, comma 3, della legge n. 431 del 1998. Si prevede inoltre che esso non sia comunque inferiore al canone di edilizia residenziale pubblica stabilito in ogni Regione e Provincia autonoma con propria legge. Il canone sostenibile è calcolato come restituzione parziale di quanto pagato per l'estinzione del mutuo relativo all'immobile e degli oneri accessori dagli Istituti autonomi case popolari.

Lo stesso comma 3 dell'articolo 1-quater stabilisce che resta ferma la possibilità da parte del mutuatario insolvente, alla scadenza del contratto di locazione, e secondo quanto previsto dalle leggi regionali vigenti, di riacquistare prioritariamente l'immobile precedentemente sottoposto a procedura esecutiva immobiliare o concorsuale e ceduto in proprietà. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Granaiola. Ne ha facoltà.

GRANAIOLA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, nel nostro Paese la presenza di un'emergenza casa è un dato strutturale. Oggi essa rischia di assumere un carattere particolarmente grave a causa delle conseguenze della crisi finanziaria, che comprime, specialmente nei settori sociali più deboli, le possibilità di affrontarla. Sappiamo tutti che tale emergenza non potrà essere risolta con i finanziamenti previsti nel decreto-legge n. 112 del 2008, né con le modificazioni successive previste nella legge n. 133, soprattutto (e oltre i contenuti) perché i tempi, stanti così le cose, non lo permettono.

Per risolvere l'emergenza abitativa, oltre gli interventi a medio termine, occorrono soluzioni nuove, che, a partire anche dalle difficoltà che questa crisi sta evidenziando giorno dopo giorno, siano in grado di avviare e sostenere un percorso articolato che interagisca con un profondo rinnovamento di tutto il sistema Paese. Se le generazioni più anziane difficilmente potranno essere conquistate a prospettive più flessibili di lavoro, dobbiamo convincere le nuove che alla domanda di lavori flessibili, che alla disponibilità di mobilità geografica corrispondono la facilità a spostarsi, a cambiare casa, a trovare servizi adeguati e soprattutto procedure semplici, rapide, economiche ed efficaci. Non è facile allo stato attuale, direi quasi impossibile.

Tuttavia l'emergenza va affrontata ed il rinvio degli sfratti rappresenta nell'immediato una risposta indispensabile soprattutto per le categorie sociali più deboli. Ma il giugno del 2009 purtroppo viene presto e sappiamo tutti che il rischio è quello di ritrovarci a quella data in una situazione poco dissimile dall'attuale.

Vorrei prendere spunto dal provvedimento che stiamo discutendo per fare alcune considerazioni più generali.

Nel 2006 il 73,3 per cento delle famiglie residenti e il 74,7 per cento degli individui viveva in abitazioni di proprietà. Un ulteriore 9,1 per cento di famiglie e l'8,7 per cento di persone beneficiava di alloggi in usufrutto o ad uso gratuito; il rimanente 17,7 per cento di famiglie era in affitto. Oggi in Italia la percentuale delle famiglie proprietarie della casa in cui vivono si può ritenere sia prossima all'80 per cento. La percentuale di proprietari è una delle più alte - se non la più alta - d'Europa ed è ovviamente il contrario per gli affittuari. Per capire, almeno quantitativamente, questo elemento nel contesto europeo, come dato estremo di confronto si può considerare la Svizzera, che ha solo il 34,6 per cento di inquilini proprietari delle abitazioni in cui vivono.

I dati ai quali faccio riferimento - di fonte ISTAT - sono soprattutto dati che dovrebbero farci riflettere sul sistema Italia, su come affrontare in futuro le politiche per la casa, sul significato e sui modi di affrontare le emergenze abitative e su come tale situazione, pur presentando aspetti positivi, rischi di interagire negativamente aggravando gli effetti dell'attuale crisi finanziaria ed economica.

La distribuzione della proprietà della casa conferma la percezione che si ha del sistema Italia. Da un punto di vista territoriale, la quota di famiglie proprietarie è più elevata, e in aumento, nel Nord e ancor più nel Centro, dove corrispondentemente si registra anche il calo più consistente nella quota di affittuari. È invece in diminuzione, e inferiore di quasi cinque punti percentuali, nel Mezzogiorno, dove sono però cresciute le famiglie beneficiane dell'alloggio a titolo d'usufrutto o uso gratuito.

E' evidente che la fortissima percentuale di case in proprietà delinea una società fortemente statica ed insicura, che ha scarsa fiducia nei sistema Paese e che considera l'acquisto della casa come unico consistente bene rifugio e il cambio di abitazione come un'onerosissima avventura. Ed è altrettanto evidente che sarà sempre difficilissimo parlare di flessibilità - specialmente con i giovani - se non si inverte questa tendenza con interventi che sappiano incidere profondamente nella logica del mercato delle abitazioni e negli affitti, riuscendo ad ispirare quella fiducia verso opportunità diverse dall'acquisto che ora non possono esistere.

La situazione attuale, tra l'altro, ha contribuito nel tempo a far lievitare i costi delle abitazioni, ha indebitato in maniera consistente le famiglie essendo costrette al ricorso massiccio dei mutui. Un ricorso che inevitabilmente condiziona le stesse capacità di spesa delle famiglie, tanto più in momenti di grave difficoltà come quelli della crisi attuale.

L'aumento dei costi, la scarsa disponibilità di abitazioni libere, il prevalere di opportunità stagionali nei molti luoghi turistici, ma, in questo contesto così contorto, anche le difficoltà a rientrare nella disponibilità del proprio appartamento, hanno poi alimentato una crescita continua e a dismisura degli affitti, crescita che ha colpito tutti, in particolar modo le giovani coppie e, spesso in maniera drammatica, i ceti più deboli.

Questa situazione, alle lunghe, ha anche generato uno stato di emergenza permanente, che grava, direttamente o indirettamente e in misura diversa, su tantissime famiglie, in particolare su quelle meno abbienti o che vivono situazioni sociosanitarie particolarmente difficili o gravi. È dunque con questa emergenza che siamo costretti da anni ed anni a continuare a fare i conti.

Termino sottolineando che ciò che mi ha colpito di più nell'iter di questo provvedimento è che nella versione originale presentata dal Governo si sia tentato di restringere di non poco (quasi del 50 per cento dei casi) l'area di attuazione della legge n. 9 del 2007; si è cioè ritenuto, nonostante la conclamata emergenza, di ridurre il numero delle famiglie che, pur nella stessa situazione, ne potessero beneficiare. Stessa tipologia critica d'utenti, stesso problema, ma incomprensibilmente chi non abitava in prossimità di un grande insediamento urbano - anche se in una città a forte densità abitativa - veniva escluso. Prendo atto che alla Camera, su nostra sollecitazione, la maggioranza ha ritenuto opportuno ripensare la situazione, ripristinando un quadro d'intervento assai più ragionevole. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Luca. Ne ha facoltà.

DE LUCA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, rispetto a questo ennesimo decreto del Governo sul disagio abitativo si perde un'occasione, seppur con un provvedimento di emergenza, per dare una risposta in termini organici relativamente al piano casa.

Vorrei dire al relatore che non si tratta semplicemente della sospensione di un provvedimento. Occorre infatti comprendere le difficoltà di attuare questa ennesima proroga (da ottobre a giugno del 2009) e anche che le città metropolitane, le città capoluogo escluderanno in qualche modo altre parti del territorio del Paese. Credo che, oggettivamente, quello al nostro esame, anche rispetto all'emergenza che abbiamo di fronte, sia un provvedimento che non dà una riposta identica a tutti i cittadini che si trovano nella medesima condizione.

Vorrei però cogliere l'occasione - anche perché sono pienamente d'accordo con le considerazioni della collega che ha parlato prima di me - per valutare le conseguenze della mancanza di un piano casa. Ciò comporta anzitutto un ritardo rispetto alle opere pubbliche, all'edilizia pubblica, all'edilizia popolare, nonché il rischio di incrementare situazioni di abusivismo rispetto ad un fenomeno grave, che viene affrontato anche nella nuova direttiva dell'Unione europea, la quale individua rispetto ai lavori pubblici quasi un testo unico, con la possibilità di una risposta organica che metta insieme le opere pubbliche, i servizi e le forniture, prevedendo anche una condizione di sviluppo omogeneo in tutto il territorio nazionale.

Vorrei poi dire che manca in questo decreto l'opportunità di attuare un riequilibrio territoriale del nostro Paese. Siamo una straordinaria penisola, con una lunghissima costa, in cui le zone interne spesso, rispetto ad un piano casa che è aspirazione di tutti i cittadini e in presenza di un abusivismo diffuso, corrono il rischio di un dissesto idrogeologico. Si tratta di un abusivismo che spesso comporta nel campo delle opere pubbliche dei rischi sul piano della sicurezza nei luoghi di lavoro, in presenza anche di una criminalità organizzata in alcuni settori ed aree del Paese che incide sul piano del recupero dei protocolli di legalità.

Quindi, in qualche modo vi è necessità di recuperare un piano complessivo rispetto a questo settore, utile anche ad affrontare la fase di crisi che attraversa il Paese, una crisi strutturale rispetto alla quale non è sufficiente dare solo una risposta rispetto all'emergenza, come diceva la collega intervenuta prima, ma si rende necessaria una risposta organica per un settore capace di creare le condizioni per un riequilibrio anche abitativo a livello nazionale. Penso in modo particolare ai piccoli Comuni in cui è fortemente sentita l'appartenenza alla comunità. Anche rispetto a quella realtà è necessario dare luogo ad un censimento e ad un'azione forte che coinvolga il pubblico e il privato e sia capace di dare una risposta ai problemi di un settore particolarmente importante per lo sviluppo. Basta pensare in quale misura il settore dell'edilizia incide rispetto al prodotto interno lordo nazionale, tenuto conto della crisi finanziaria che il Paese staattraversando.

Credo che il Governo si debba far carico di presentare questo piano abitativo senza attendere il giugno del 2009. Rappresenterebbe un segnale di crescita rispetto a questa esigenza di sviluppo, ma garantirebbe anche un riequilibrio rispetto al Mezzogiorno e alla parte restante del Paese. Tra l'altro, non è possibile che vengano continuamente previsti tagli alle risorse aggiuntive garantite dall'Unione europea. Le risorse ordinarie previste nel decreto-legge n. 112 del 2008 non bastano.

Se si recupera questa capacità e questo indirizzo generale indicato dall'Unione europea rispetto al quale anche questa materia che, dopo la modifica del Titolo V della Parte II della Costituzione, è concorrente con riferimento alle opere pubbliche, è possibile anche garantire una maggiore tutela dal punto di vista legislativo e la possibilità di un maggiore sviluppo rispetto ad un settore che necessita di realizzare opere pubbliche sia sul piano privato che di quello relativo all'Istituto autonomo case popolari. Bisogna favorire una condizione di integrazione rispetto ad uno sviluppo capace di garantire una crescita del Paese strutturale ed organica.

Mi limito a ricordare poi che tale condizione può offrire una soluzione non solo rispetto al disagio abitativo, ma anche con riferimento ad una risposta che più in generale il Paese deve essere in grado di cogliere.

Quindi, rispetto alla crisi che attraversiamo, mi auguro di poter discutere non più decreti-legge emergenziali, ma di possibili risposte, non solo con riferimento a questo settore, che consentano in generale di recuperare questo rapporto fra centro e periferia attraverso gli enti locali. È opportuno un riequilibrio, anche dal punto di vista costituzionale rispetto ad una materia concorrente, che però abbandoni la logica dell'emergenza che in tanti casi si può verificare.

Proprio ieri la Commissione parlamentare d'inchiesta che si occupa di infortuni e di sicurezza sui luoghi di lavoro ha potuto verificare, recandosi a Caserta, che l'edilizia è uno dei settori che incide purtroppo in maniera drammatica rispetto alle 1.200 morti che si verificano nel Paese. Il dato che emerge è molto forte rispetto al dato complessivo.

Miauguro che questo decreto-legge sia l'ultimo e che il Governo possa esaminare in Senato e alla Camera un provvedimento di riordino complessivo che garantisca un riordine del settore e crei una condizione di sviluppo e di civiltà, con ciò rispondendo alle attese di tutti i cittadini del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Molinari, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche gli ordini del giorno G100 e G101. Ne ha facoltà.

MOLINARI (PD). Signora Presidente, l'intervento previsto dal decreto-legge in fase di conversione costituisce un atto responsabile verso una situazione certamente ripetitiva, ma non per questo meno drammatica. Reputo positiva l'estensione della proroga anche a tutti i Comuni ad alta tensione abitativa (secondo la deliberazione CIPE del 2003), che ha risolto una palese diseguaglianza di trattamento fra residenti in Comuni diversi.

Oltre a questo intervento estensivo, la Camera dei deputati ha ampiamente modificato il testo originario del decreto-legge. Alcuni emendamenti sono connessi alla proroga, alcuni si riferiscono al reperimento di nuovi alloggi, attraverso il Piano casa ovvero gli Istituti autonomi case popolari. In questo modo, la questione degli sfratti viene, a mio avviso correttamente, inquadrata nel più ampio tema della garanzia dell'abitazione.

Occorre una più convinta operatività per il cosiddetto Piano casa, in modo da accelerare la costruzione o comunque l'acquisizione di alloggi popolari. In effetti, la soluzione al problema della dotazione di una casa anche per le famiglie con minore reddito o con conclamate situazioni di disagio costituisce la via maestra anche per una corretta tutela dei diritti dei proprietari, che si trovano sostanzialmente coinvolti nelle procedure di sfratto, che percentualmente sono sempre più connesse alla morosità.

L'emergenza abitativa dovrebbe essere affrontata con dati sempre aggiornati (i dati relativi agli sfratti esposti nella relazione tecnica al decreto sono piuttosto arretrati): esistono soggetti istituzionali centrali e periferici, esistono associazioni dell'inquilinato e della proprietà in grado di fornire dati costantemente incrociabili, per un monitoraggio della situazione degli sfratti, sia per finita locazione, sia per morosità. A tal fine abbiamo anche presentato un ordine del giorno.

Il tema della morosità non viene toccato dal decreto di proroga, che si riferisce ai provvedimenti di rilascio per finita locazione riguardanti categorie sociali caratterizzate da specifici requisiti. Ma l'analisi delle cause di sfratto evidenzia un aumento dei provvedimenti emessi per morosità e una progressiva diminuzione di quelli emessi per finita locazione.

L'effetto del cosiddetto caro-affitti incide sui redditi di fasce sempre più ampie della popolazione, compresa quella zona grigia che non ha un reddito così basso da poter accedere all'edilizia popolare o convenzionata e, nello stesso tempo, non è neppure in grado di acquistare l'alloggio. Sono sperimentabili, in questo senso, anche forme innovative di supporto alle famiglie che affrontano il mercato dell'affitto. Anche in questa prospettiva abbiamo presentato un ulteriore ordine del giorno.

Gli amministratori pubblici locali vivono direttamente le spesso drammatiche condizioni nelle quali si risolvono le procedure di sfratto: due interessi importanti e legittimi sono a confronto. Vittime delle situazioni sono soprattutto le persone anziane, quelle in stato di disagio e i minori; sono proprio le condizioni, assieme al limite di reddito, previste per questa proroga. Ogni sfratto eseguito impegna gli amministratori locali, soprattutto nei Comuni medi e piccoli, ad ogni sforzo per risolvere questioni di assistenza sociale non sempre rimediabili.

Per questo, mentre è positiva la valutazione per questa ulteriore proroga, sia pure molto definita per tipologia e tempi, sottolineo ancora, in conclusione, la necessità di uno sguardo politicamente più ampio, a sistema, perché la casa sia un obiettivo serenamente perseguibile per tutte le famiglie italiane, con azioni ed interventi significativi ed integrati dello Stato e degli enti locali. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gramazio. Ne ha facoltà.

GRAMAZIO (PdL). Signora Presidente, il collega Egidio Digilio ha esposto un quadro completo di questo provvedimento. Io vorrei evidenziare alcuni aspetti, se mi è permesso, anche perché ritengo che sia questo il momento particolare per affrontarli.

Circa un mese fa - lo dico al nostro gentile relatore - si è svolto a Roma, in Campidoglio, un convegno che aveva il seguente tema: «Emergenza casa: come affrontarla?». Perché un convegno del genere? Esso ha poi dato vita ad un comitato spontaneo, nel quale sono intervenuti l'Ordine degli ingegneri, la Federlazio, l'ACER, l'Assocasa, l'ARPE, l'UGL, la UIL, la CISL e tante altre organizzazioni. Queste ultime, però, sono intervenute in rappresentanza non solo dei locatari, ma anche dei piccoli proprietari. E penso all'associazione ARPE che, a Roma e nel Lazio, raccoglie, sotto l'egida del suo segretario generale, che è Massimo Anderson, e del suo presidente, che è l'avvocato ed ex senatore della Repubblica Michele Pazienza, tanti piccoli proprietari che hanno investito i loro risparmi nelle proprietà.

Questo convegno, che si è svolto mercoledì 19 novembre presso la Sala del Carroccio nel Palazzo senatorio in Campidoglio, ha visto la partecipazione del presidente della Commissione casa, di consiglieri comunali della maggioranza (del PdL), ma anche di esponenti dell'opposizione. In esso si è parlato del problema, che secondo noi è il principale da affrontare, relativo, per esempio, a tutti coloro i quali vogliono avere un tetto sulla testa per costruire una famiglia.

Ma non è solo questo l'aspetto che ci interessa, perché ve ne sono altri che ricadono sicuramente nelle competenze dei Comuni e delle Regioni, con l'ATER e gli ex istituti autonomi delle case popolari. Questi hanno grossi patrimoni, spesso abbandonati: ci si accorge solo oggi, per esempio, che in tante parti d'Italia, così come a Roma, vi sono locali e abitazioni per i quali i cittadini fortunati pagano due lire, mentre altri addirittura, caro relatore, non hanno mai pagato niente; e poi c'è chi, in funzione di questo, approfitta - ed ecco perché il decreto-legge in esame è necessario - con le occupazioni dirette.

Negli anni passati (credo che l'avvocato e senatore Valentino, come professionista, sia intervenuto tante volte in questo campo), prima si indirizzava l'occupazione di edifici e palazzine, poi, quando il Comune andava a verificare, si scopriva che quelle abitazioni non avevano l'abitabilità, per cui erano fuori dalle regole e bisognava sanare tutto per venire incontro ad alcune esigenze.

Certo, il problema non si può e non si deve risolvere con le occupazioni, ma andrà risolto, per quanti hanno necessità di abitazione, con un confronto forte. A Roma è stata avanzata una proposta, relativa alla costituzione di un comitato promotore degli stati generali dell'edilizia, dove non vi siano solo i rappresentanti dei costruttori (che più non hanno costruito in questo senso), ma di quanti hanno interesse e voglia di avere un'abitazione. Pensate che nell'ultima statistica a Roma si parla di 100.000 appartamenti necessari per venire incontro a questi problemi.

Un economista quale Fabio Verna parla della realizzazione delle cubature di edilizia sociale, che vanno stabilite, difese e garantite dalla legge; mentre Marco Visconti, che ha avuto responsabilità quale presidente di Municipio, parla della necessità sociale di un intervento concreto dei Comuni in questa direzione, i quali non possono essere abbandonati da soli a trovare soluzione al problema.

Marco Di Cosimo, che è presidente della commissione urbanistica del Comune di Roma, nella sua relazione, parla della necessità di reperire ulteriori spazi per la realizzazione di nuovi quartieri, ma io, quando penso ai nuovi quartieri, ho sempre paura che vi sia qualcuno che abbia la volontà di costruire quartieri come Corviale, che sono l'indecenza di un marxismo imperante nell'edilizia degli anni Settanta. (Applausi del senatore Longo). Quel marxismo ha portato intanto a non far più entrare a Roma il venticello romano, perché quel mostro lunghissimo e ignobile che è il cosiddetto Serpentone di Corviale ha impedito al ponentino romano di entrare in città. È quello un edificio dove tutti sono uguali agli altri, ma nessuno ha l'autonomia della propria abitazione.

Quando si costruiscono quartieri dormitorio (penso al piano ISVEUR che ha fatto crescere a Roma Tor Bella Monaca negli anni Sessanta-Settanta), penso con terrore che poi gli agenti delle forze dell'ordine, se dovranno andare ad arrestarvi qualcuno, dovranno farlo in forza, perché spesso questi quartieri diventano la roccaforte di coloro che intendono continuare a delinquere, senza nemmeno pagare ciò che devono pagare.

Pertanto, sono necessari interventi concreti, ma anche un nuovo rapporto tra lo Stato e le Regioni. Le Regioni amministrano dei beni, hanno il controllo e nominano i consigli di amministrazione delle aziende autonome. Quindi, il rapporto tra lo Stato e le Regioni va lanciato, ripreso e, da parte di molti, anche indirizzato verso un nuovo equilibrio. Come ha detto il presidente dell'Ordine degli ingegneri, Francesco Duilio Rossi, durante un convegno: abbiamo la necessità di verificare le realtà di una città come Roma.

Allo stesso tempo, il problema dell'emergenza casa va risolto - come ha sottolineato poi il moderatore di quel convegno Adalberto Baldoni - alla luce del sole. Ne deriva che l'equilibrio di cui sopra deve poter mettere in campo coloro i quali su questo argomento hanno i numeri, la possibilità ma anche l'interesse di confrontarsi per aprire un dialogo concreto.

Quindi, mi auguro che il relatore di questo disegno di legge, il senatore Digilio, sarà presente al convegno che si svolgerà in Campidoglio alla fine di gennaio, il cui scopo sarà quello di evidenziare tali problematiche, con l'ausilio di coloro che hanno la possibilità di farlo e di coloro che invece vivono la necessità della casa. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bruno. Ne ha facoltà.

BRUNO (PD). Signora Presidente, credo che questo sia un decreto-legge particolare. Immagino che sia uno di quegli atti che spesso votiamo, ma di cui in molti faremmo volentieri a meno. D'altro canto, come si può votare volentieri la conversione di un decreto-legge che reca misure urgenti per contenere il disagio abitativo, tra l'altro di particolari fasce sociali? In fondo, si vota l'ennesima "emergenza", ma la parola è abusata, perché l'emergenza è strutturale: votiamo ogni anno provvedimenti come questo. È una di quelle emergenze del nostro Paese che rischia di diventare una regola.

Il punto è stabilire se il Parlamento - ma, se volete, lo stesso Paese - possa e debba rassegnarsi ogni anno a prorogare gli sfratti, oppure se continui ad avere un senso interrogarsi e provare a declinare concretamente il diritto ad una casa per tutti. Ovviamente, non è una discussione nuova e - come hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto - siamo di fronte ad una situazione modificata rispetto ad altri atti e a proroghe di sfratto che abbiamo votato negli anni passati.

Ci troviamo di fronte ad un'industria delle costruzioni e ad un mercato immobiliare che negli anni sono stati sempre più orientati, dalla politica dei mutui bancari e dalla vantaggiosità di tali investimenti, alla costruzione di alloggi destinati alla vendita. Non mi soffermo sugli svantaggi ambientali e sui costi connessi a certa politica espansiva che ha consumato territorio, magari anche solo al fine di fare cassa per gli enti locali soffocati dai continui tagli centrali; mi interessa di più sottolineare la differenza di questa proroga, una differenza che intercetta la fase economica, le trasformazioni sociali e demografiche e la stessa precarietà lavorativa, che ha ampliato enormemente la richiesta di abitazioni dai costi contenuti.

Oggi viviamo in un Paese il cui patrimonio abitativo in affitto ammonta praticamente alla metà di quello di altri Paesi europei, come sa il rappresentante del Governo. Ormai le famiglie che possiedono redditi compresi tra i 20.000 e i 30.000 euro annui hanno difficoltà a sostenere i costi degli affitti determinati dal libero mercato che, spesso, sfiorano il 40 per cento di tali disponibilità.

In questo sfondo si amplifica il limite della mancanza di una strategia complessiva - già ricordata dai colleghi che mi hanno preceduto - che sappia offrire risposte concrete ai senza casa senza superare i confini dei diritti di proprietà dei privati, che non possono e non devono essere gli unici soggetti a doversi far carico delle conseguenze derivanti dalla mancanza di una politica abitativa delle istituzioni.

Riferirò alcuni dati per poter meglio comprendere l'entità del problema: le famiglie collocate utilmente nelle graduatorie per l'accesso alle case popolari sono 600.000; ogni anno da parte degli uffici giudiziari sono richieste circa 110.000 esecuzioni di sfratto, di cui 22.400 eseguite con la forza pubblica. Solo nel 2007 sembra siano state emesse circa 44.000 sentenze di sfratto, di cui circa 34.000 per morosità, sulla quale, come è già stato sottolineato, non si interviene con questo decreto.

E meno male che alla Camera dei deputati, attraverso il confronto parlamentare (qualcuno al riguardo dovrebbe riflettere) è stato previsto l'allargamento delle aree che, almeno, potranno usufruire della proroga degli sfratti. Credo, pertanto, sia opinione condivisa in Parlamento che vi è necessità che il Paese venga dotato di una opportuna strategia.

Non faccio ragionamenti più generali, non parlo dell'housing sociale, dell'edilizia sociale, né dell'ATERP. Tuttavia, ritengo che su due questioni, in particolare, si debba concentrare l'attenzione del Governo. Prima fra tutte, sulla fiscalità. Attraverso la leva fiscale sappiamo, infatti, che si può favorire meglio l'incrocio tra domanda ed offerta. Perché allora non voler ragionare su questo aspetto? Perché non lo affrontiamo con la dovuta determinazione? Sappiamo quali sono le perplessità, i costi relativi ad alcuni incentivi fiscali, ma c'è una valutazione sui ricavi che deriverebbero dall'emersione del sommerso e del nero?

Vi è poi la questione del Piano casa. Come altri colleghi, ritengo che senza il coinvolgimento diretto di Regioni ed enti locali questa sarà l'ennesima operazione quanto meno insufficiente. Trovo, però, alquanto singolare che, mentre discutiamo di federalismo (quotidianamente ormai), non si introducano norme più stringenti per premiare gli enti virtuosi. Non capisco perché non si analizza quali interventi le Regioni ed altri enti locali stiano realizzando sulla questione dell'emergenza casa.

Come è già stato sottolineato, alcune delle riflessioni che sto illustrando le troverete nel testo di qualche proposta emendativa od ordine del giorno presentati dal mio Gruppo.

Posso solo aggiungere che la partita relativa alla casa è rinviata di qualche giorno. Ci aspettiamo che maggioranza e Governo affrontino concretamente la questione dell'edilizia abitativa all'interno dei provvedimenti anticrisi, così come ci aspettiamo che l'impressionante aumento del dato relativo agli sfratti per morosità sia assunto ed affrontato negli stessi provvedimenti. In fondo, le due cose sono intimamente legate, non fosse altro che per la constatazione che l'aumento degli sfratti per morosità altro non è che un effetto sociale di una crisi che, per ironia della sorte, ha individuato i primi e più difficili focolai proprio nella difficoltà di far fronte ai mutui relativi alle case di proprietà. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Della Seta. Ne ha facoltà.

DELLA SETA (PD). Signora Presidente, colleghi, signor Sottosegretario, altri colleghi del mio Gruppo hanno illustrato le ragioni per le quali il Partito Democratico considera questo decreto come un atto necessario, dovuto, complessivamente condivisibile anche alla luce di alcune modifiche apportate alla Camera con il contributo dell'opposizione, ma come un atto largamente insufficiente a fronteggiare l'emergenza abitativa nel nostro Paese, tanto più nella condizione di disagio socio-economico crescente che vivono centinaia di migliaia di famiglie.

Io mi soffermo brevemente su un punto che, ahimè, resta sullo sfondo del decreto che ci accingiamo a votare e sullo sfondo delle politiche del Governo in questa materia. Come ha stabilito la stessa Corte costituzionale, è insensato continuare con la pratica delle proroghe periodiche e sistematiche degli sfratti senza intervenire per dare al Paese risposte sostanziali, strutturali, capaci di fronteggiare la domanda insoddisfatta di housing sociale.

Nelle città italiane, in particolare, l'offerta di case in affitto a canoni sociali è di gran lunga al di sotto del 10 per cento (4,3 per cento a Roma, 7,2 per cento a Milano), contro una media delle principali città europee vicina al 15 per cento. Questo dato così abnorme è in parte il risultato della maggiore propensione degli italiani all'acquisto della casa di abitazione: sia a Roma che a Milano - per rimanere ai due esempi principali di città italiane - oltre il 60 per cento degli appartamenti è abitato dai loro proprietari.

È consuetudine presentare tale situazione come una virtù del nostro Paese, e in qualche misura essa certamente lo è. Ma proprio questa vocazione «proprietaria» del mercato immobiliare italiano ha fatto trascurare la necessità di abitare in affitto di una parte comunque significativa del nostro popolo. La mancanza di un'offerta adeguata di housing sociale, e soprattutto di case in affitto a prezzi agevolati, è un grande problema per tante famiglie a basso reddito, per le giovani coppie, per gli immigrati, per i giovani che vorrebbero rendersi indipendenti dalle proprie famiglie. Ed è anche un grande problema ambientale, perché alimenta la domanda di case in acquisto a basso prezzo, costruite sempre più lontano dai centri urbani, secondo standard energetici scadenti e al costo di un consumo del tutto eccessivo di suolo. Anche in questo, come nel campo dell'abusivismo edilizio, l'Italia in Europa è un'anomalia.

Nel nostro Paese si continua a costruire moltissimo: secondo il rilevamento satellitare condotto nell'ambito del progetto europeo Corine Land Cover 2000, tra il 1990 e il 2000 la superficie urbanizzata in Italia è cresciuta di oltre il 6 per cento (80.000 ettari), ben di più della popolazione, attestandosi a quasi il 5 per cento della superficie totale. A Milano, dove negli ultimi decenni la popolazione è diminuita, tra il 1950 e il 1990 l'area urbanizzata è più che raddoppiata (da 114,5 a 233,4 chilometri quadrati, su un territorio comunale di 325,2 chilometri quadrati), mentre sempre a Milano nel periodo 1995-2002 la media annua delle nuove cubature autorizzate è stata superiore ai 30 milioni di metri cubi, contro i 22 milioni di metri cubi autorizzati in media ogni anno nel decennio 1958-1967, cioè all'apice del boom edilizio.

In Italia si costruisce molto, moltissimo, anche perché per i Comuni gli oneri di urbanizzazione sono tra le principali fonti di finanziamento: ma questo, mentre produce un impatto notevole sull'ambiente e il territorio, non risolve e non ha risolto affatto il fabbisogno abitativo delle famiglie meno abbienti.

Il Governo, pochi mesi fa, ha annunciato in pompa magna un Piano casa per costruire in due anni 20.000 alloggi. A parte la tempistica del tutto irrealistica, come sa bene chiunque abbia una qualche esperienza di edilizia pubblica o convenzionata; a parte l'impronta fortemente centralistica delle procedure proposte, che escludono i Comuni, gli enti locali dalle scelte su dove, quanto e come costruire; a parte il fatto che ad oggi il piano casa non è che uno dei tanti annunci fatti dal nostro Governo; a parte tutto questo, restano alcune banali osservazioni che consegno in conclusione alla riflessione e al giudizio di tutti i colleghi: per fronteggiare l'emergenza abitativa serve soprattutto costruire case da dare in affitto a prezzi sociali; serve mettere mano dopo oltre mezzo secolo a una nuova legge urbanistica che consenta ai Comuni e in generale alla collettività di acquisire suoli a basso costo per la città «pubblica»; serve riformare la fiscalità comunale che oggi quasi costringe molti Comuni a costruire sempre di più a prescindere dall'utilità sociale del nuovo costruito.

Inoltre, ogni piano massiccio di nuove edificazioni deve porsi come obiettivo la minimizzazione del consumo di suolo libero e l'adozione di standard elevati di qualità edilizia, energetica, anche estetica per le nuove case.

Fuori da questa cornice, il fantomatico Piano casa annunciato dal Governo o rimarrà lettera morta, oppure si tradurrà soltanto in un regalo a pochi grandi speculatori, con danni ingenti per il territorio e senza alcun sollievo per chi vive una condizione spesso drammatica di disagio abitativo. E noi, tra qualche mese, ci troveremo di nuovo a discutere di una proroga degli sfratti. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Astore).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Toni. Ne ha facoltà.

DE TONI (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, io credo sia giusto e necessario intervenire con un decreto-legge per affrontare la situazione di emergenza casa che costituisce un problema reale, avvertibile in questo momento nel nostro Paese e che, come tale, deve essere affrontato con la dovuta priorità.

Il diritto all'abitazione costituisce un diritto sociale fondamentale e l'attuale crisi economica, finanziaria e sociale rischia di minare questo principio. Pensiamo a quante famiglie hanno visto svanire, ancora una volta, il sogno di poter acquistare una casa a causa della recessione di cui oggi siamo tutti vittima, che ha provocato un sovraccarico di interessi e di ulteriori aggravi familiari che hanno contribuito a rendere impossibile la sostenibilità di un mutuo o particolarmente difficile e gravosa la corresponsione di un canone di locazione.

Nell'ottica di ridurre il disagio abitativo, penso sia assolutamente ragionevole la decisione della Camera dei deputati di prevedere che gli istituti autonomi case popolari (IACP) provvedano a stipulare contratti di locazione a canone sostenibile con i mutuatari insolventi che occupano gli alloggi.

In considerazione della grave crisi dei mutui che ha indotto il Governo a varare ben due decreti-legge a favore delle banche e un altro decreto per accogliere le difficoltà dei mutuatari, occorre vigilare affinché tale disposizione non si traduca in un onere per gli IACP e in un vantaggio invece per le banche, che in futuro non dovranno neppure impegnarsi ad affrontare tutte le procedure di messa all'asta.

Dobbiamo prendere atto che la nostra società sta cambiando e c'è una crescente richiesta di case proveniente dai nuovi nuclei monofamiliari. Pensiamo all'aumento dei divorzi, delle separazioni e agli studenti che vivono fuori sede, che rendono necessaria una maggiore disponibilità di alloggi. Ci troviamo dinanzi ad una crescente domanda a fronte di una ridotta offerta di abitazioni, dovuta anche alla dismissione del patrimonio immobiliare da parte degli enti previdenziali.

Alla luce di queste considerazioni, ritengo opportuna ed avveduta la decisione approvata dalla Camera dei deputati di sospendere per un periodo di oltre otto mesi (fino al 30 giugno 2009) la procedura esecutiva di sfratto nei confronti dei conduttori in condizioni di particolare disagio, abitanti nei Comuni capoluoghi di Provincia e nei Comuni con essi confinanti con popolazione superiore a 10.000 abitanti, individuati dall'articolo 1, comma 1, della legge n. 9 del 2007, o ad alta tensione abitativa di cui alla delibera CIPE del 13 novembre 2003. Si è così ragionevolmente ampliato l'ambito applicativo del decreto in esame, che limitava il provvedimento di sospensione ai 14 Comuni capoluogo delle aree metropolitane ed ai Comuni ad alta tensione abitativa con esse confinanti.

Ritengo sia opportuno segnalare come il provvedimento di sospensione debba essere inteso non come un mero intervento di differimento di termini, ma come una sospensione necessaria affinché sia dato concreto avvio alla effettiva realizzazione del Piano nazionale di edilizia abitativa, il cosiddetto Piano casa, che dovrà favorire, coinvolgendo soprattutto risorse private oltre a quelle pubbliche, l'accesso ad una abitazione in locazione o proprietà per le categorie sociali più disagiate individuate all'articolo 1 della legge n. 9 del 2007 e per gli studenti fuori sede e gli immigrati regolari a basso reddito, categorie purtroppo lasciate fuori dal decreto in discussione e per la prima volta indicate quali beneficiarie.

Ai fini della predisposizione delle graduatorie di edilizia residenziale pubblica e dei relativi criteri di valutazione, considerata la penuria di appartamenti disponibili, merita particolare attenzione l'introduzione, fortemente voluta dal Gruppo dell'Italia dei Valori, nel decreto di che trattasi, dell'obbligo che i provvedimenti giudiziari di rilascio per finita locazione riportino i dati relativi alla registrazione del contratto e alla lettera di disdetta della locazione.

Occorre però precisare che, nonostante l'ampliamento di applicazione voluto dalla Camera, il decreto-legge non è particolarmente efficace: secondo noi, si rendono sempre più necessari interventi strutturali nel settore delle locazioni. Ecco perché è sempre più urgente che sia data quanto prima attuazione al Piano casa (che era prevista entro il 5 ottobre 2008), così garantendo su tutto il territorio nazionale i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo per il pieno sviluppo della persona umana. Ci aspettiamo quindi un sollecito intervento del Governo affinché assuma tutte le opportune iniziative per il pronto e auspicato raggiungimento dell'intesa con le Regioni per l'adozione del citato Piano casa.

Ma come sempre dobbiamo rivolgere il nostro sguardo alle risorse disponibili. Il Governo dovrebbe darci qualche spiegazione: infatti, ancora una volta intende far fronte alle spese con il Fondo per interventi strutturali di politica economica, già pesantemente tagliato dal disegno di legge finanziaria attualmente in discussione alla Camera e già utilizzato per la copertura dei decreti-legge relativi all'Alitalia, al sistema giudiziario e alle missioni internazionali.

Nonostante gli ennesimi tagli e la mancata realizzazione del Piano casa, che riconosce il carattere strategico per il Paese della riqualificazione urbana, che coinvolge, oltre alle risorse pubbliche, quelle private, attraverso il ricorso a modelli di intervento limitati, fino ad oggi, al settore delle opere pubbliche (il cosiddetto project fìnancing), e dell'acquisizione o costruzione di immobili per l'edilizia residenziale (il cosiddetto social housing), ritengo di poter affermare che la conversione in legge del decreto in discussione rappresenti comunque, per l'Italia dei Valori, un passo in avanti nel lungo cammino del nostro Paese verso una condizione di civiltà, dove ogni cittadino abbia il diritto ad avere una propria casa. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni. Ne ha facoltà.

LEONI (LNP). Signora Presidente, colleghi, affrontare il problema casa attraverso un decreto-legge non è di certo il modo giusto, poiché il nostro Paese ormai vive quest'emergenza da troppo tempo.

Ho sentito i colleghi che mi hanno preceduto parlare di numeri, di cambiamenti da fare: ritengo però che proprio il problema casa non vada affrontato con un decreto-legge, ma con una discussione a più mani; pertanto, ancora una volta invito i colleghi della sinistra a non ritenere che la casa abbia un colore politico, ma che sia una necessità, un bisogno della nostra gente. Dobbiamo però arrivare anche a compiere una riflessione importante sulla casa che, con una visione innovativa della politica, ci porterebbe a vedere le cose in modo totalmente diverso.

Mi riferisco ad esempio alla città di Milano dove, dopo l'ultima guerra, gli urbanisti hanno avuto una grande possibilità, quella cioè di ridisegnare la città, che era stata per tre quarti distrutta. Tuttavia, l'amore ambrosiano, vale a dire quel sentire che abbiamo dentro, ha portato gli urbanisti ad intervenire subito in favore della gente, per dare un tetto a quelle persone che avevano trovato la casa distrutta dai grandi bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Allora Milano cresceva un Piano alla settimana ed in questo modo è stata ricostruita la città, per dare una casa alla gente; questa ricostruzione - tuttavia - è stata troppo veloce. È venuto dunque il momento - e per questo vorrei chiamare a raccolta anche gli amici della sinistra - di rottamare grandi parti delle nostre città.

Abbiamo parti della città che sono dei mostri ecologici per il riscaldamento: abbiamo case, in particolare quelle dell'IACP, dell'ALER, le cui strutture non sono per niente isolate e sono la causa del fermo delle automobili che viene deciso proprio d'inverno, perché il grande inquinamento non è rappresentato dal traffico ma proprio dalle case di abitazione, che non sono per niente isolate e sono dei mostri energetici.

Forse qualcuno si aspettava che il centrodestra mandasse per strada chi non paga l'affitto, ma anche noi abbiamo questo tipo di sensibilità: anche noi abbiamo il portafoglio a destra, ma il cuore a sinistra. Siamo dunque ben coscienti che, se ci sono delle emergenze, queste vanno affrontate. Ci rendiamo conto molto bene del problema: con questo decreto, ancora una volta, si va incontro alle persone più disagiate.

È chiaro che sicuramente sarà il federalismo a risolvere il problema della casa, perché le tensioni legate alla questione abitativa si registrano dove c'è un centralismo cieco, che utilizza l'assegnazione della casa per mettere sotto ricatto gli assegnatari per avere in cambio il voto. La gente dunque non è libera: coloro ai quali viene assegnata la casa, quando vanno a votare si devono ricordare di chi gliel'ha assegnata. (Applausi del senatore Orsi). Ricordo, ad esempio, che con la legge n. 167 del 1962, la casa era data sempre ad una certa parte della società; adesso ci si vuole organizzare per vedere di dare la casa agli immigrati, ma dobbiamo tenere bene aperti gli occhi su questa situazione.

Quanto ai nostri pensionati, ho sentito che molti hanno detto che si tratta di una delle fasce sociali più disagiate. Se alle ore 7 del mattino si guarda la trasmissione delle previsioni meteo, ci si accorge che le temperature al Nord sono a volte anche di 15-16 gradi in meno rispetto a quelle del Sud (Milano, Aosta, Bolzano -5; Palermo, Catania +15). Ma perché, ad esempio, dobbiamo tenere al freddo i nostri pensionati, costringendoli a pagare 300-400 euro mensili per il riscaldamento, soldi che vanno ad incidere sulla pensione e che naturalmente non vengono messi in circolo? Penso che l'Istituto autonomo case popolari per una certa fascia sociale deve pensare di costruire case al sole, non nella nebbia o al freddo della Padania. In questo modo la gente che ha lavorato e che si è consumata la pelle nelle fabbriche della Padania adesso potrà godersi il sole. Se dobbiamo innovare il mondo della casa, dobbiamo pensare anche a questi aspetti.

A proposito di Milano, vorrei rispondere al collega Della Seta per fargli presente che purtroppo il Comune di Milano ha una dimensione di 10 chilometri di diametro; non è come Roma, Londra o Parigi che hanno 50 chilometri di diametro. Milano perde abitanti perché la gente non ci può stare, visto che le case costano, come a Roma, 10 milioni a metro quadro, mentre a Legnano magari costano solo 5 milioni a metro quadro. Ecco perché la gente va ad abitare a Legnano o a Rho, ossia nell'area metropolitana di Milano. Inoltre, queste persone la mattina intasano i treni e le autostrade perché obbligatoriamente devono tornare a Milano.

Se andiamo a valutare il concetto della rottamazione di molte parti della città, penso che prima di tutto dobbiamo pensare di far diventare più belle le nostre città. Ho sentito un collega che parlava dei mostri romani; ne abbiamo anche noi di mostri e mi viene da maledire gli architetti che negli anni Settanta sono riusciti a fare diventare brutte le nostre città con alcuni interventi.

 

GRAMAZIO (PdL). Architetti comunisti!

 

LEONI (LNP). Penso che con tale decreto-legge il centrodestra abbia voluto dare prova di sensibilità: le parti più deboli della società non potevano fare di certo a meno di un simile provvedimento. Insisto ancora una volta a dire che non vorrei che le case assegnate alla popolazione e alla gente disagiata fossero "case rosse"; vorrei invece che le case venissero costruite dal mondo della politica, le case del Governo: c'è un po' di incredulità, ma penso che se nel piano elettorale era previsto un progetto per la casa, sicuramente si realizzerà. Tuttavia, invito a realizzare assieme tale progetto per dare la casa a tutti.

È vero altresì che le famiglie cambiano e dobbiamo guardare anche alle tecnologie. Pensiamo all'esempio delle automobili: se confrontiamo un'automobile degli anni Sessanta con una attuale, potremmo notare un'enorme quantità di cambiamenti migliorativi per la persona. Le case, invece, sono ancora ferme agli anni del calcestruzzo, agli anni di fine Ottocento. Anche per le case dobbiamo essere così bravi perché ci sono le tecnologie per costruire case intelligenti. C'è anche la forza lavoro adatta a realizzarle, non c'è però la voglia però di fare questo tipo di abitazioni. Le case devono essere a moduli ed adottabili alle esigenze degli abitanti.

 

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 18)

 

(Segue LEONI). Presidente, concludo il intervento osservando che il decreto-legge in esame non deve essere un provvedimento definitivo, bensì un inizio per poter poi imbastire il progetto casa che il nostro Paese attende e che noi dobbiamo impegnarci a realizzare. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orsi, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G104. Ne ha facoltà.

ORSI (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, il decreto-legge n. 158 è noto alla stampa come la proroga degli sfratti e come tale appare in continuità rispetto ai provvedimenti meramente emergenziali che si sono succeduti in questi anni.

Ricordo che su provvedimenti di questo tipo vi fu una battaglia proprio al Senato da parte di esponenti del Gruppo del PdL nel 2006, con l'approvazione da parte dell'Assemblea di una pregiudiziale di costituzionalità, presentata dai colleghi Pastore e Ferrara. In realtà, questo provvedimento è strutturalmente diverso rispetto al passato, perché riduce le ipotesi in cui opera la proroga, le limita all'accertamento dei meri casi di bisogno e riconosce anche il bisogno del locatore, la sua necessità di poter disporre per sé o per i propri figli della abitazione data in locazione.

Vi sono provvedimenti innovativi che consentono a chi non ha la possibilità di pagare i mutui di ottenere un intervento pubblico di acquisizione del bene, con la possibilità di riacquisto da parte del proprietario conduttore, che così può mantenere la proprietà; ma soprattutto la novità che registriamo con piacere è il clima e finalmente la predisposizione finalmente di una azione del Governo, di una nuova politica, anticipata con un provvedimento presentato immediatamente con l'entrata in campo dell'attuale Governo all'interno del decreto-legge n. 112, noto come il Piano casa.

Il Piano casa presenta meccanismi innovativi ed intelligenti, che hanno lo scopo di aggredire finalmente la problematica, non limitandosi a governarne l'emergenza; meccanismi premiali ai diritti edificatori per chi realizza interventi residenziali nei quali inserisce alloggi di edilizia pubblica o di edilizia convenzionata, valorizzazione del ruolo dei promotori, costituzione di fondi dedicati ad investimenti in alloggi che devono poi essere posti sul mercato a prezzi calmierati, riavvio del programma di dismissione dell'edilizia residenziale pubblica.

È quindi un contesto nuovo quello nel quale si inserisce questo provvedimento, che in tal senso assume non la mera funzione di proroga ma quella di acquisire il tempo necessario per realizzare una politica che finalmente per la casa. Per parlare di questo tema bisogna vedere cosa è accaduto negli ultimi dieci anni, per vedere come si è sbagliato e quali sono le prospettive sulle quali l'azione del Governo ci ha oggi condotto. La crisi del sistema di edilizia pubblica si avvia con l'abolizione da parte del Governo Prodi del prelievo GESCAL. Da allora non sono mai state più ricostituite quelle risorse con le quali il sistema di edilizia pubblica poteva realizzare i propri scopi.

Negli anni 2000 vi è stato il boicottaggio delle Regioni e degli Enti locali, in particolare di quelle di centrosinistra, che impugnarono financo gli atti governativi davanti alla Corte costituzionale sul primo grande piano di dismissioni avviato dal Governo Berlusconi, che prevedeva il diritto e la possibilità dei conduttori, degli assegnatari del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, di acquisirlo ad un prezzo calmierato.

Badate bene, rispetto al dibattito in Aula, dobbiamo significare la nostra azione rivolta verso il soddisfacimento del diritto alla casa, anche e soprattutto riconoscendo non solo al quasi 80 per cento degli italiani, ma alla totalità delle famiglie italiane la possibilità di acquisire una casa di proprietà nella quale vivere. Ma su questi temi vi è stata per anni una politica contro la casa e contro la proprietà della stessa, caratterizzata da una presenza forte della sinistra massimalista anche nei rami parlamentari, che è stata per anni condizionante della politica del Governo.

All'ostilità con cui si è riusciti a fermare il piano di dismissione dell'edilizia residenziale pubblica, che avrebbe consentito da una parte ad assegnatari di diventare proprietari e quindi soddisfare per sempre il loro diritto e d'altra parte di reperire risorse che avrebbero potuto costituire una base importante, vorrei dire quasi imponente, per rilanciare altre azioni a favore di chi aspetta e non vedeva soddisfatto il proprio bisogno, si è aggiunta anche una serie di norme, soprattutto a livello regionale, con le quali si sono estesi a dismisura i criteri di accesso alle graduatorie di edilizia pubblica.

È vero quanto diceva il collega Leoni, e cioè che sul tema dell'edilizia residenziale pubblica si è totalmente perso in molte Regioni l'intento di qualificare e riconoscere il diritto di cittadinanza. Per esempio, nella mia Regione, l'accesso alle case di edilizia residenziale pubblica è oggi unicamente riservato agli abitanti delle nostre città, non cittadini italiani e non residenti, che spesso si trovano in una fascia di emarginazione superiore. Spesso queste politiche hanno aumentato ed aggravato il bisogno, creato nuove aspettative e non riconosciuto in alcun modo, neanche in percentuale, una possibilità di accesso a tali benefici da parte dei cittadini italiani.

La battaglia per il bene della casa ha registrato in questi anni interventi di aggravio della fiscalità e soprattutto sulle modalità relative all'accesso alle graduatorie od ai benefici dell'edilizia residenziale cosiddetta convenzionata. Non dobbiamo dimenticare poi le politiche contro la famiglia che sono state poste in essere. Il fatto che il cumulo dei redditi della famiglia (intesa nel senso della Costituzione, cioè fondata sul matrimonio) rappresenti un limite all'accesso ai programmi di edilizia residenziale pubblica o di edilizia convenzionata ha portato nel nostro Paese al moltiplicarsi delle separazioni meramente di fatto, al fine di poter entrare nelle graduatorie e comunque ha privilegiato tutte le forme di convivenza diverse da quella fondata sul matrimonio.

Questi sono dati di fatto che il Governo ha ben presente, che abbiamo denunciato in questi mesi e che rappresentano un tema sul quale non possiamo tacere. Così come non possiamo tacere gli eccessi di un ambientalismo di maniera, che ha impedito il rinnovamento delle città ed ha preteso di ingessare il nostro territorio, comportando in alcune realtà una grandissima crescita del valore dei beni immobiliari, connessa ad una maggiore domanda rispetto all'offerta del mercato.

Ora si respira un clima nuovo ed in questa logica voteremo e sosterremo il provvedimento di sospensione degli sfratti al nostro esame, che non ci piace anche per come strutturalmente negli anni passati sono stati presentati questo genere di interventi, ma che comprendiamo in questo momento di transizione, anche per le limitazioni che esso apporta. Con la sospensione degli sfratti, infatti, si è posto a carico di altri cittadini il soddisfacimento di un bisogno pubblico senza preoccuparsi dei problemi o dei bisogni che gli stessi avevano.

Non dimentichiamo poi che la politica della proroga degli sfratti, andando a incidere sui contratti liberamente assunti, ha portato progressivamente nelle grandi città a sottrarre al mercato degli affitti una quota importante del patrimonio immobiliare. La politica delle proroghe, a fronte della necessità di avere garanzie per il futuro in merito alla disponibilità dei propri beni, ha portato anche alla riduzione degli alloggi che potevano essere affittati, perché lo Stato non ha in questi anni garantito che i contratti venissero onorati e che il diritto alla proprietà ed alla cessazione della locazione potesse avere la propria pienezza. Quindi, anche su questo tema, e concludo, respiriamo un clima diverso e nuovo.

Per questa ragione, nel sostenere questo provvedimento, presentiamo anche un ordine del giorno volto a rafforzare la necessità di attuare questa nuova politica ed interventi strutturali. Con esso si chiede anche al Governo un impegno affinché la politica della proroga degli sfratti indiscriminata, che abbiamo conosciuto nel passato e che già oggi è in parte superata, non venga più posta in essere. In questo contesto assume legittimazione l'ultima - speriamo - proroga degli sfratti che viene attuata, in modo da ricostituire le condizioni per l'accesso alla casa, auspicando rispetto a questo tema che il concorde ed unanime lavoro del sistema delle autonomie, insieme a quello dello Stato, possa produrre i risultati che, ahimè, nel recente passato non ci sono stati, qualche volta anche per colpevole volontà da parte delle amministrazioni regionali. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.