FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, colleghi della maggioranza, signor ministro Bondi, ministro Calderoli, ministra Gelmini, credo non sfugga a nessuno in quest'Aula che ciò di cui stiamo discutendo e di cui nel Paese migliaia e migliaia di persone, studenti, docenti universitari, presidi e rettori stanno discutendo, non sono solo gli otto articoli del decreto Berlusconi-Gelmini.
Faccio una premessa, che a questo punto dovrebbe essere anche superflua visto che le cronache e i racconti di questi giorni sui mass media, sulla carta stampata ed in televisione, hanno dissipato, credo completamente - perché poi i fatti sono più testardi delle parole - l'idea che il movimento che sta agitando il Paese sia stato da noi creato, insufflato e strumentalizzato; non è così. (Commenti dal Gruppo PdL). Non è così: nel movimento ci sono moltissimi ragazzi di destra, ci sono persone che probabilmente hanno ritenuto... (Commenti dal Gruppo PdL).
No, non hanno disobbedito (con voi la cieca obbedienza è il criterio?). Ci sono persone che evidentemente, rispetto alla propria vita, alla propria professione, al proprio impegno, al proprio futuro e a quello della scuola e dell'università, hanno una concezione non coincidente con le scelte operate dal Governo Berlusconi. E magari sono persone che avevano offerto la propria simpatia, il proprio voto e il proprio consenso alla maggioranza di centrodestra. Infatti, le notizie di questi giorni, ma anche le agenzie di stampa e la circostanza che cortei di ragazzi di destra si siano separati dai cortei dei ragazzi di sinistra, ci danno davvero il senso che quello che è in piazza non è un movimento riconducibile ai partiti, ma è un movimento politico perché esprime e dice una parola politica.
Anche qui, ora che si è un po' dissipata la polvere dei primi giorni, mi sembra che la discussione di questo decreto inglobi e mostri di inglobare in sé anche molte altre tematiche che riteniamo e che, evidentemente anche nel Paese, sono ritenute di straordinaria rilevanza politica da coloro i quali manifestano. Varrebbe pertanto la pena, a mio avviso, che la politica - quella dei partiti, quella rappresentata in Parlamento, quella che governa il Paese - facesse lo sforzo di capire.
Cerco dunque di tirarle fuori queste questioni, e lo faccio in maniera ovviamente ancora grossolana, in una prima approssimazione, perché l'invito e lo sforzo di capire non credo riguardi solo la nostra parte politica, ma dovrebbe riguardare innanzi tutto, forse prima di tutti, coloro i quali hanno la grave responsabilità di governare questo Paese. Grave nel senso di importante, di pesante, ministra Gelmini: non vi è in questo momento un giudizio politico.
La prima questione è quella che potremmo definire (se ovviamente non vi dispiacesse la dizione; ma immagino che non vi dispiaccia) la questione democratica. Mi riferisco a quello che, con una certa brutalità, nel linguaggio giornalistico e talvolta anche in qualche dichiarazione d'agenzia, si definisce come decisionismo e che rischia di rappresentare, invece, la caricatura della delicata e grave questione del rapporto tra democrazia e decisione in un Paese moderno.
Ciò che viene in contestazione oggi, non solo qui - noi abbiamo cominciato ad affrontare la questione già dall'inizio della legislatura: potrei dire che non c'è seduta nella quale non la solleviamo - è la scelta di operare per decreto - con il decreto n. 112 convertito poi nella legge n. 133 del 2008 (peraltro approvata con voto di fiducia) - tagli orizzontali alla scuola pubblica per 7.800.000 euro e all'università per 1.400.000 euro (articolo 64, comma 6, e articolo 67 della legge n. 133).
Un altro punto che viene in discussione è la gerarchia di valori sulla base della quale questi tagli sono stati operati: pare che si dica, da parte del Paese che è in movimento, che tale gerarchia non è esattamente quella giusta per il Paese in questo momento, in questa fase della sua vita.
La questione che si vorrebbe porre come prioritaria, e che anche noi consideriamo come tale, riguarda la qualità della formazione, dell'apprendimento e del funzionamento delle istituzioni scolastiche ed universitarie nel Paese che cambia.
Ricordo che non si tratta di una questione inedita: forse ricorderete che con la finanziaria 2007, di fronte alla politica che certamente non potete definire lassista del ministro Padoa-Schioppa, di fronte a tagli straordinari che si operavano su grande parte della spesa pubblica per risanare i conti si fece un patto per l'università che strinsero tutte le università italiane e il Governo e che stanziò circa 500 milioni di euro. Ricorderete anche che in occasione dell'approvazione della legge n. 133 io sottolineai tale aspetto, dicendo che ciò che mi pareva - mi pareva, quindi un'opinione personale - assolutamente imperdonabile era il rischio di bruciare una generazione. Perché se si lesina scuola, università, formazione, cultura e sapere non si taglia solo un capitolo della spesa pubblica, si tagliano le gambe ad una generazione di ragazze e ragazzi italiani, una grande ricchezza che avremmo potuto avere e di cui avremmo potuto disporre.
Un'ulteriore questione riguarda il fatto che una riforma della scuola sia operata con il decreto Berlusconi‑Gelmini, cioè per decreto-legge, fuori da un dibattito pubblico sul modello pedagogico che si ritiene coniugare tale da una parte, le esigenze di razionalizzazione della spesa pubblica e, dall'altra, le migliori ragioni di un nuovo e più qualificato apprendimento per i nostri bambini e bambine. Voglio solo ricordare, a questo riguardo, che la discussione relativa al modulo - sulla quale il ministro Moratti non entrò, nel senso che non interferì con quel processo - fu preceduta da otto anni di sperimentazione - sottolineo otto anni di sperimentazione - a dare il senso della cura, dell'attenzione e anche secondo me del livello di ascolto e di responsabilità che con quella scelta si assumeva.
Vi è poi un altro punto contenuto nel pacchetto di norme che riformano la scuola e l'università per onorare i tagli orizzontali: quello del rapporto tra lo Stato centrale, le Regioni e i Comuni. Se sei Regioni decidono di fare ricorso alla Corte costituzionale perché ritengono lese le proprie attribuzioni e prerogative; se nel decreto sulla sanità si dice che le Regioni che non taglieranno gli istituti scolastici con meno di 200 alunni subiranno una decurtazione; se sui Comuni comincia a gravare una spesa sul trasporto pubblico, piuttosto che per la mensa o altro, che non è prevista, quello che ci fate sognare, cioè il federalismo - mi rivolgo ai colleghi della Lega Nord - è veramente un sogno senza polpa e senza sostanza.
C'è un terreno quale quello dell'istruzione che più squisitamente appartiene alle politiche territoriali, che vanno governate, appunto, dalle Regioni, dalle Province e comunque dagli enti locali; è, dunque, una questione che ridefinisce il rapporto tra Stato centrale, Regioni ed enti locali.
C'è poi la questione dell'ascolto. Lei, ministro Gelmini, l'altra volta nel suo intervento aveva detto che avrebbe ascoltato i rappresentanti del movimento per farsi un idea. Ovviamente ha scelto lei chi sentire, noi ne siamo stati informati esclusivamente da scarni comunicati; non sappiamo quale sia stato l'esito di tali incontri, né come si siano svolti. Soprattutto, però, ministro Gelmini, vorremmo sapere se lei ha concluso, come il presidente Gasparri, che sostenere le ragioni delle migliaia e migliaia di persone che si agitano in piazza è soltanto malafede dei cretini.
Allora dico una cosa e lo faccio, come vedete, con molta tranquillità: davvero non vi importa di quello che sta accadendo? Sta accadendo una cosa sulla quale, peraltro, se qualcuno di voi è sceso e ha parlato con qualcuno di questi ragazzi e si è informato, possiamo decidere di rompere o di assecondare una ritessitura del tessuto sociale di questo Paese e del suo rapporto con la politica, con noi. Infatti, se scendiamo giù, la prima cosa che ci chiedono è la domanda provocatoria che segna la distanza e la rottura tra la società italiana e la politica: quanto guadagnate?
A proposito, presidente Gasparri, io, mio marito, le mie figlie, mia madre, mio padre, i miei nonni abbiamo frequentato tutti la scuola pubblica, è una tradizione familiare. E abbiamo insegnato solo in scuole e università pubbliche! Lo dico per via di un'agenzia di stampa apparsa oggi. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo PdL).
Un altro elemento che emerge è l'attaccamento dell'Italia alla scuola pubblica, e questo dovrebbe essere un gioiello da custodire con ogni cura per riformare la scuola pubblica e l'università. Ministro Gelmini, credo che su questo e da questo possiamo partire. Oggi rileggevo i risultati della Commissione tecnica sulla finanza pubblica, quella recentemente abolita; ci sono parti e indicazioni interessantissime proprio sulla possibilità di orientare la spesa pubblica in maniera più che soddisfacente, per un Paese che cresce, sulla scuola e sull'università.
Allora, un Paese responsabile, un Governo responsabile ascolta e cerca di capire prima di decidere. Colleghi, chiedo di ascoltare, di capire. Chiedo di ascoltarci, se consentite, prima di decidere. Sospendiamo dunque l'esame di questo provvedimento. Torniamo a parlare con l'Italia, tornate a parlare con l'Italia e vediamo se torniamo a parlarci tra di noi per avere una scuola e un'università migliori. Questa è la nostra richiesta.
Il mio partito ha chiesto di ritirare il decreto Gelmini e io la considero una proposta saggia, mi accontenterei di poterne... (Il microfono si disattiva automaticamente. Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut).