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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 069 del 08/10/2008


MASCITELLI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MASCITELLI (IdV). Signor Presidente, noi dell'Italia dei Valori voteremo contro la Nota di aggiornamento al DPEF e contro la risoluzione della maggioranza, per alcune semplici considerazioni. Dopo i provvedimenti assunti nei mesi scorsi con i decreti-legge nn. 93 e 112, che sono stati presentati - e qui non entriamo nel merito - come un'innovativa anticipazione della sessione finanziaria, oggi la Nota di aggiornamento del DPEF 2009-2013 rispetto ai problemi da noi sollevati e ripetuti in discussione in Aula ci offre soltanto qualche certezza, alcuni dubbi ed una sola conferma.

Una prima certezza è l'eredità dei risultati lasciati dal Governo di centrosinistra, che in due anni ha chiuso la procedura di infrazione europea avviata nell'estate 2005, dopo quattro anni di Governo Berlusconi, riprendendo la strada del risanamento strutturale. E non è una nostra opinione personale, basta guardare gli aspetti sottolineati nella relazione della Corte dei conti sul rendiconto 2007: la crescita del PIL all'1,5 per cento (valore più che doppio rispetto al tasso medio registrato nella prima metà del decennio) ed un rapporto deficit-PIL pari all'1,9 per cento, cioè mezzo punto al di sotto del valore originariamente programmato.

Ciò viene ribadito anche dal ministro Tremonti nella sua relazione introduttiva al rendiconto 2007, che afferma testualmente: «I conti pubblici, sensibilmente più favorevoli del previsto nel 2007, sono il risultato di una politica economica che ha perseguito l'obiettivo della crescita e del risanamento». Questa è una prima certezza.

Una seconda certezza è che nel nostro Paese siamo di nuovo tornati allo sviluppo zero, così come nel 2005 e sostanzialmente negli anni precedenti. Dal 2001 ad oggi per sei anni ha governato il centrodestra e solo due anni il centrosinistra; nei sei anni di centrodestra registriamo una crescita zero o molto vicina allo zero, con punte di fonte criticità dell'economia italiana relativamente ai consumi e alla domanda interna. Ed è proprio sui consumi e quindi sul potere d'acquisto delle famiglie, che il Governo, oggi come allora, non ha dato risposte o le ha date sbagliate perché non si è sostenuto affatto il potere d'acquisto delle famiglie più in difficoltà, quelle cioè con redditi medio-bassi.

Passiamo allora ai dubbi, ossia, come è scritto nella relazione della Nota di aggiornamento, a «quegli elementi che inducono a un ritocco verso il basso delle stime di crescita della nostra economia».

Ci viene detto che la colpa è della crisi economico-finanziaria, come se questa poi non fosse lo specchio esatto di quella economica reale. Diciamo che è difficile prevedere in questo momento quali potranno essere le ripercussioni della crisi finanziaria americana sull'Italia, ma sicuramente - questo lo sappiamo già da adesso - il nostro Paese è sull'orlo di una recessione; e una nuova recessione sarebbe davvero molto costosa per la maggior parte delle famiglie italiane, in assenza tra l'altro di un moderno ed efficiente sistema di Stato sociale.

Deve essere compito dell'autorità economica - e notiamo ancora, per l'ennesima volta, l'assenza del Ministro dell'economia dall'Aula del Senato - fare di tutto per evitare una recessione, da un lato, tenendo d'occhio il sistema bancario italiano, dall'altro agendo subito sulla pressione fiscale, come era stato promesso anche in campagna elettorale.

Le leggi di mercato, dalla crisi dei mutui USA al rialzo dei prezzi delle materie prime, ci dicono in maniera drammatica che la speculazione tutto è fuorché un dato tecnico neutro. Altro che mercato: pochissimi si arricchiscono e moltissimi si impoveriscono.

Mi auguro, quindi, che non siano una presa in giro le dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea quando dice che «per combattere la crisi finanziaria dobbiamo migliorare la trasparenza delle istituzioni e dei prodotti finanziari, riguardo agli strumenti più oscuri e "tossici"». E prima di lui il governatore Draghi, al vertice dei banchieri centrali a Jackson Hole, ha ricordato che la politica monetaria non può essere né il solo strumento né quello principale per stimolare l'economia e il sistema finanziario.

Ci viene detto, allora, nella Nota di aggiornamento, che la colpa è delle tensioni inflazionistiche: un anno fa, signor Presidente, non saremmo neanche stati a parlare di inflazione; ora siamo in un clima completamente nuovo. Oggi il dato sull'inflazione, combinato con quello della crescita zero, dovrebbe portare il Governo a dire due cose semplici, due verità o due responsabilità, a seconda dei punti di vista. La prima: non si può fare una politica economica sulla base di previsioni sbagliate. Il Governo pertanto deve rivedere le sue stime, dato che ha ipotizzato un'inflazione programmata al 2,7-2,8 per cento. La seconda verità: non è affatto vero che non aumentano le tasse sui salari. L'inflazione si trasforma in una tassa aggiuntiva per i salari ed è il nemico numero uno dei redditi da lavoro e da pensione. L'inflazione da consumi quotidiani (come il pane, la pasta, la benzina) è intorno al 6 per cento: così, circa 10 milioni di pensionati sotto gli 800 euro mensili, circa 7 milioni di lavoratori, soprattutto donne, sotto i 1.000 euro mensili e circa 800.000 giovani con contratti di collaborazione sotto i 780 euro mensili non hanno un'inflazione al 4 per cento ma al 6, forse al 7 per cento. Più il reddito è basso, più è alta l'incidenza dei prodotti di largo consumo.

Agli italiani, secondo la Coldiretti, la spesa costerà 8 miliardi in più dell'anno scorso; e se al consumo la dinamica dei prezzi si mantiene elevata, alla produzione le quotazioni dei prodotti agricoli continuano a calare. Da tempo associazioni dei consumatori e produttori agricoli denunciano come nel passaggio dal campo alla tavola il grano subisca aumenti a tre se non addirittura a quattro cifre.

Allora, una politica e un Governo responsabile devono pur far qualcosa nell'interesse della stragrande massa dei cittadini. In tutto questo abbiamo però una conferma: la persistenza di una confusione demagogica all'interno del Governo. Il Governo si divide su tutto, come, ad esempio, sul prezzo della benzina. Così alle associazioni di consumatori che denunciano asimmetrie tra costo del petrolio in calo e prezzi del carburante al distributore, il ministro Scajola risponde che bisogna tener conto del cambio tra euro e dollaro, mentre il ministro Brunetta ci dice che non può esserci asimmetria e che qualsiasi giustificazione è un imbroglio.

Il Governo si divide: il Ministro delle politiche agricole Zaia insiste sui prezzi calmierati sui generi di prima necessità rispetto a quanti - e tra questi il ministro dell'economia Tremonti - sono convinti assertori che il mercato, nella logica della domanda e dell'offerta, determina in piena libertà il livello dei prezzi.

Signor Presidente, per queste ragioni, noi dell'Italia dei Valori votando contro la Nota di aggiornamento chiediamo che si faccia finalmente chiarezza, votando contro chiediamo che si correggano gli indirizzi di politica economica e sociale, votando contro chiediamo che si promuova una maggiore coesione ed equità sociale. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).