PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevole Ministro, non intendo ripercorrere gli ultimi avvenimenti, oggetto della relazione molto precisa e dettagliata del ministro Frattini, quanto piuttosto riflettere sulle lezioni che dovremmo trarre dal conflitto in Georgia. Ho ascoltato il Ministro, il quale ha parlato di passi importanti. Secondo me i passi importanti sulla Georgia sono passi fatti indietro.
No alla Guerra fredda. Va bene, ma io dico - come l'Italia dei Valori e come tante altre persone - di no alla Guerra fredda ma neanche presentarsi supini alla Russia. Dobbiamo essere fermi sulle decisioni; ma noi siamo fermi e basta. Dobbiamo collaborare con la Russia, ma la Russia giustamente deve rispettare l'Europa e gli accordi internazionali. Anche lei, signor Ministro, l'ha detto.
Innanzitutto vorrei premettere che il Gruppo Italia dei Valori si pone in sintonia con la posizione assunta dal Consiglio europeo il 1° settembre e dal Parlamento europeo il 3 settembre 2008, ritenendo che l'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud non sia espressione del principio di autodeterminazione dei popoli, ma costituisca una violazione del diritto internazionale. Infatti, più che come un'autodeterminazione, essa si è configurata come un'eterodeterminazione, cioè uno scontro tra le volontà di potere e di influenza internazionale rispettivamente di Mosca e di Washington. Le due potenze, ripercorrendo schemi vecchi, da Guerra fredda, hanno condotto una guerra per procura a spese del popolo georgiano.
L'ottica russa è stata influenzata principalmente da due eventi: la rivoluzione arancione in Ucraina e la decisione di Europa e Stati Uniti di appoggiare la separazione del Kosovo dalla Serbia. Dall'esperienza ucraina i russi sono stati convinti che gli Stati Uniti portino avanti un programma per l'accerchiamento e lo strangolamento strategico della Russia; quando gli USA hanno cominciato a suggerire che anche la Georgia dovesse entrare nella NATO, hanno ritenuto che la penetrazione atlantica volesse arrivare più in profondità nel Caucaso. Dall'esperienza del Kosovo invece hanno concluso che gli Stati Uniti e l'Europa non sono preparati a considerare i desideri russi neppure in questioni ragionevolmente secondarie; il Kosovo, infatti, avrebbe ancora potuto proseguire sui binari dell'autonomia informale e non fungere da esempio per tante istanze interne alla Federazione russa. Putin e Medvedev, che sono poi la stessa persona, con la risposta all'attacco, da ritenersi sproporzionata poiché estesasi anche in territorio georgiano, non hanno voluto compiere un passo verso la restaurazione dell'Unione sovietica, ma ristabilire la zona di influenza russa nella regione dell'ex Unione sovietica. È stata ripristinata quindi la credibilità dell'esercito russo, ma - cosa molto più importante - i due leader russi hanno sottolineato che gli americani sono impantanati in Medio Oriente e che le loro garanzie non hanno valore.
Questa lezione non è per il popolo statunitense, ma per gli ucraini, i baltici e i centroasiatici, che dovranno digerirla. È una lezione che Putin ha voluto trasmettere alla Polonia e alla Repubblica Ceca. Gli Stati Uniti vogliono disporre le installazioni della difesa dei missili antibalistici in quei Paesi e i russi vogliono far capire che se permettono che questo accada, aumenterà il loro rischio, non la loro sicurezza. Questo conflitto ha creato un'opportunità per i russi ed essi l'hanno sfruttata per asserire una nuova realtà nella regione del Caucaso, mentre gli americani sono impegnati nel Medio Oriente.
Con questa premessa non vogliamo certo legittimare l'operazione condotta da Mosca, né l'indipendenza proclamata dalle due province secessioniste, ma invitare a riflettere in maniera più approfondita sulle cause, politiche ed economiche, che sottostanno al conflitto, senza liquidare la crisi come una semplice dimostrazione di forza da parte russa. Quindi, in virtù di quanto sopra detto, ritengo opportuno portare alla vostra attenzione la necessità che una situazione geopolitica così complessa e animata da protagonisti influenti come la Russia e gli Stati Uniti presuppone che anche l'Europa agisca in maniera chiara, compatta ed univoca. Cioè, in un contesto globale, l'unica via per contare nel panorama internazionale è l'azione con una voce unica, dato che soltanto le macroentità, ossia le aggregazioni di Stati con un reale potere anche sull'economia mondiale, possono influire sul corso della storia.
Basta elencare gli attori impegnati nella questione georgiana per comprenderlo: la Federazione russa, gli Stati Uniti d'America, l'Unione europea. I Paesi europei dovrebbero dunque far propria l'idea e cercare di metterla in pratica in momenti delicati e di crisi come il conflitto georgiano. Ci rammarica, perciò, che l'Europa non sia riuscita appieno in tale intento. Infatti, i colloqui che la troika europea (Sarkozy-Solana-Barroso) ha tenuto con il presidente russo Medvedev e con il presidente georgiano Saakashvili si sono conclusi nell'accordo dell'8 settembre scorso, che risulta solo parzialmente positivo.
Mi spiego meglio. L'accordo prevede che entro il 1° ottobre, come da lei, signor Ministro, detto giustamente, sbarchi in Georgia la missione formata da almeno 200 osservatori civili europei, tra cui 40 italiani. Avranno prima di tutto il compito di verificare l'effettivo ritiro, entro il 10 ottobre, delle truppe russe. II risultato, che apparirebbe come una vittoria della diplomazia europea, nasconde però una indiretta vittoria della politica di forza russa, in quanto le truppe di Mosca non dovranno ritirarsi dalla totalità del territorio georgiano che hanno invaso ad agosto, assestandosi sulle posizioni antecedenti lo scoppio del conflitto, ma potranno mantenere i propri soldati all'interno dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud. Il che significa che Mosca, quindi, potrà mantenere il controllo territoriale sulle due regioni separatiste, prima conquistate e poi riconosciute tramite l'avvio di rapporti diplomatici, attraverso il dislocamento di 7.600 soldati, che raddoppiano il numero delle unità presenti prima della guerra, e attraverso la creazione di basi militari.
Insomma, il risultato portato a casa da Sarkozy è che gli osservatori europei saranno i diretti testimoni dell'istituzionalizzazione del controllo russo su parte del territorio del Caucaso. In tale senso andrebbe dunque letta l'erogazione di 500 milioni di euro sotto forma di aiuti alla ricostruzione, cioè come un palliativo economico che l'Unione europea concede alla Georgia per bilanciare la sua incapacità diplomatica di affermare con forza, ed ottenere dalla Russia, la sua integrità territoriale.
La posizione fortemente europeista del Gruppo dell'Italia dei Valori è da sempre chiara, ma l'idea di Europa nella quale crediamo è una comunità davvero unita e con la capacità di esprimersi univocamente nelle crisi internazionali. Se sin dall'inizio degli scontri ad agosto fosse stata tenuta una posizione unica e non si fosse verificato che alcune Nazioni, come la Polonia, i Paesi baltici e l'Ucraina, volassero a Tbilisi per solidarizzare, la Francia si recasse a Mosca da mediatore e l'Italia e la Germania non riuscissero efficacemente ad intervenire, forse il risultato dell'8 settembre sarebbe stata una vittoria piena. E se fattore fondamentale è stato il perseguimento, da parte degli Stati membri dell'Unione europea, dei cosiddetti interessi di sicurezza, ovvero, molto più verosimilmente, degli interessi economici, non possiamo non ritenere (e non denunciare oggi) che la gestione poco trasparente del Governo italiano non ha certo aiutato la risoluzione.
Affrontando l'ultimo punto in analisi (ossia la presa di posizione italiana nel conflitto in questione), mentre la tendenza globale è di affidare la politica estera ai Governi e alle organizzazioni internazionali come il Consiglio europeo, la NATO e l'ONU, purtroppo in Italia, con questa maggioranza, si assiste all'opposto: la politica estera viene privatizzata e portata avanti solo dal Presidente del Consiglio, attraverso improvvisazioni e metodi amatoriali. Il presidente Berlusconi ha oscurato la nostra diplomazia, mettendo a tacere anche le sue dichiarazioni ufficiali, signor Ministro degli esteri, ponendosi all'opinione pubblica come solutore della crisi georgiana grazie agli unilaterali e privati colloqui con «l'amico Putin» e «l'amico Cheney». Il Presidente del Consiglio ha deciso la politica estera dell'Italia tra ricevimenti del Premier russo nelle ville in Costa Smeralda e le colazioni tricolori con il vice presidente USA, senza ascoltare il Parlamento. Noi lo abbiamo chiesto nel periodo di agosto, ma lei, signor Ministro, non lo ha ascoltato.
Su questo voglio concludere, signor Presidente, e dire che questa gestione politica non può essere oggetto di manovre private. Lo ripeto: ricordiamoci che il Governo non è un'azienda, perché è nostra convinzione che non la fantasia, ma il dilettantismo sia oggi al potere, e preoccupa il tempo che ci resterà.
Ha fatto cenno alla Siria, al Libano, all'Iraq, all'Afghanistan - tutti argomenti che condividiamo - ma non condivido la risoluzione che vi è stata per la Libia: il Governo dà 5 miliardi di euro alla Libia, mentre migliaia di persone, che vanno dai precari agli insegnanti, sono e restano in mezzo ad una strada. Complimenti al Governo ed a lei, signor Ministro! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.