Informativa del Ministro degli affari esteri sui più recenti sviluppi della situazione politica internazionale e conseguente discussione (ore 16,17)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro degli affari esteri sui più recenti sviluppi della situazione politica internazionale».
Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri, onorevole Frattini, che salutiamo.
FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, certamente in questa fase segnata dalla grave crisi internazionale di agosto nel Caucaso, e quindi da una nuova complessa fase delle relazioni tra la Russia e l'Occidente, nonché dall'imminente apertura dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e da alcuni appuntamenti che ci saranno presso le varie istituzioni dell'Unione europea, il complesso scenario di fronte al quale si trova la diplomazia italiana rende estremamente importante questa ulteriore informativa che svolgo dinanzi al Parlamento.
Inizierei, signor Presidente, dalla crisi nel Caucaso, che ha visto nell'ultimo mese qualche importante passo avanti dopo momenti - all'inizio del mese di agosto - nei quali molti attori internazionali disperavano di poter fermare quella che appariva davvero una guerra regionale incipiente. Ho avuto una prima opportunità di illustrare al Parlamento - alle Commissioni affari esteri congiunte il 26 agosto scorso - qualche sviluppo di questa situazione e la linea del Governo italiano. Dal quel momento, dal 26 agosto, non sono passati molti giorni, ma alcuni importanti passi sono stati compiuti.
Quali sono gli obiettivi dell'azione del Governo italiano in questa vicenda? Lo dico con grande chiarezza, onorevoli senatori: noi non vogliamo, né possiamo permetterci in alcun modo di ritornare ad una situazione di confronto negativo, da guerra fredda, con la Federazione russa, che è partner ineludibile sul piano bilaterale con l'Italia, sul piano europeo e sul piano internazionale.
Cito soltanto i titoli di tre grandi dossier per i quali una collaborazione positiva con la Federazione russa è indispensabile: innanzitutto il dossier Afghanistan. Qualcuno immagina di poter sostituire un partenariato per la sicurezza in Afghanistan con il sorvolo dei nostri aerei e con il rifornimento delle nostre truppe attraverso l'Iran? Credo che nessuno lo immagini; perciò la collaborazione sul terreno è indispensabile.
Vorrei citare poi il dossier nucleare iraniano, che stiamo dimenticando in queste settimane, mentre l'Iran continua ad arricchire l'uranio. Ebbene, una situazione di confronto negativo con la Russia sarebbe colta certamente in modo positivo da coloro che in Iran stanno accelerando il percorso e desiderano cogliere questa opportunità - come avete visto dall'ultimo infruttuoso tentativo del mio collega tedesco di incontrarsi con il Ministro degli esteri iraniano - per rifiutare ancora una volta un negoziato serio, bloccando l'arricchimento dell'uranio.
Infine, il dossier Medio Oriente: qualcuno può pensare che si possa fare a meno della Russia, che è uno dei quattro membri del quartetto, se vogliamo la pace in Medio Oriente?
Ecco la ragione di fondo. Allo stesso tempo, però, dobbiamo essere fermi, come siamo stati, nel difendere i princìpi democratici dell'Unione europea, i nostri valori occidentali e, in particolare, il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di ogni Stato libero - in questo caso della Georgia - e nel sostenere l'inaccettabilità dell'idea che si possa tornare nello spazio ex sovietico, come in qualsiasi altra area del mondo, ad una logica di sfere di influenza esclusive, in cui una potenza domina e controlla tutti gli Stati della regione. Credo che la fine della guerra fredda, l'interdipendenza e la globalizzazione, che uniscono gli attori e gli Stati del mondo, rendano oggi anacronistica questa visione. Ecco perché con grande chiarezza abbiamo contribuito a costruire attivamente e abbiamo sostenuto l'azione comune dell'Unione europea.
Lo spazio dove prima era l'Unione Sovietica rappresenta oggi un vicinato comune, in cui Federazione russa ed Europa devono lavorare insieme. È un vicinato comune che dobbiamo costruire nella stabilità e nel processo delle istituzioni democratiche, cogliendo semmai le opportunità di una regione che mostra segni di dinamismo, che non possiamo soffocare con un ritorno alla logica di blocco contro blocco. Abbiamo rivendicato questa linea di equilibrio. Credo che fosse e che sia la linea giusta: da un lato ribadire la solidarietà con gli alleati europei e con l'alleato atlantico, la NATO e gli Stati Uniti d'America, e la nostra volontà che la Russia si fermi e rispetti le regole del diritto internazionale e l'integrità del territorio di ogni vicino; ma al tempo stesso mantenere un rapporto aperto e - io spero - sempre più costruttivo con la Federazione russa. In caso contrario si tornerebbe indietro nella storia di vent'anni, certamente indietro rispetto a quel vertice di Pratica di Mare che, grazie al Governo italiano, nel 2002 ha fatto sedere per la prima volta Russia e NATO intorno ad uno stesso tavolo per lavorare insieme.
Il Presidente del Consiglio ha difeso questa linea nel Consiglio straordinario europeo del 1º settembre. Credo che quella linea, adottata poi dal Consiglio straordinario e unanimemente approvata dai Capi di Governo, sia stata la giusta base, che ho potuto illustrare personalmente in una missione che ho compiuto a Tbilisi e il giorno dopo a Mosca, esattamente alla vigilia del Consiglio informale dei Ministri degli esteri di Avignone. Sia a Tbilisi, sia a Mosca ho raccolto l'apprezzamento per l'Italia, per quello che abbiamo fatto. Ricordo a molti colleghi che lo sanno già e anzitutto a me stesso che l'Italia è il primo contributore per l'aiuto umanitario in Georgia. La Croce Rossa italiana ha condotto un'azione sul posto a partire dal 17 agosto, quando nessuno era ancora andato in quella regione. La Georgia sa, riconosce e apprezza. Allo stesso modo, però, Mosca sa che l'attività del Governo di Roma è stata decisiva affinché l'Europa, ferma la posizione chiara sul rispetto delle regole internazionali, decidesse di non interrompere le relazioni e - soprattutto - di non seguire quelle voci, invero minoritarie, che invocavano sanzioni contro la Federazione russa.
Questa posizione è diventata la linea dell'Unione europea, che si è tradotta in un documento firmato a Mosca e a Tbilisi dai due Presidenti e che oggi noi dobbiamo applicare. La dobbiamo applicare a partire dalla decisione, presa a tempi di record, dell'Unione europea di impegnarsi con una missione per garantire la pace e la stabilità nella fascia di confine tra le regioni secessioniste della Abkhazia e dell'Ossezia del Sud e la Georgia. Una missione alla quale l'Italia partecipa con convinzione, visto che dei 200 operatori peacekeeper europei, ben 40, che costituiscono il secondo contingente dopo quello della Francia, che ha la Presidenza di turno dell'Unione europea, sono italiani.
Credo che i punti chiave saranno due: il ritiro delle forze russe dall'intera area di sicurezza temporanea dieci giorni dopo il dispiegamento della missione, che avverrà, come sapete, entro il 1° ottobre; il rientro delle forze militari georgiane nelle loro caserme, con il ritorno quindi alla situazione preesistente al 7 agosto, e il non uso della forza da parte georgiana. Questi sono impegni chiave, dei quali valuteremo il rispetto. In merito al primo dei due posso dire che il ritiro delle forze russe dalla zona del porto di Poti è già in corso ed in via di completamento, secondo quanto stabilito nell'accordo firmato dal presidente Sarkozy a nome dell'Unione europea.
Come sapete, abbiamo sostenuto con forza l'apertura di un'inchiesta internazionale sui fatti. L'Italia si è battuta perché un'indagine internazionale indipendente, delle cui caratteristiche inizieremo a discutere presto, facesse luce sui fatti, sugli svolgimenti iniziali e su quelli successivi. Al tempo stesso, abbiamo condiviso la convocazione a Ginevra, il 15 ottobre prossimo, di una Conferenza internazionale sugli assetti che riguardano il futuro di alcuni temi: la sicurezza e la stabilizzazione dell'area, nonché l'emergenza dei rifugiati. È evidente che questa decisione aprirà una fase molto delicata e complessa perché, come sapete, la Russia ha dichiarato di non voler retrocedere sulla dichiarazione di indipendenza delle due Repubbliche secessioniste, ma ha accettato la propria partecipazione alla Conferenza di Ginevra.
Cosa fare ora: vigilare sul rispetto dell'accordo europeo; avviare la Conferenza di Ginevra in tempi rapidi; garantire alle forze di pace europee il pieno controllo di quell'area di sicurezza temporanea; non interrompere il dialogo tra la NATO e la Federazione russa né i negoziati sull'Accordo di partenariato Russia-Unione europea, che abbiamo firmato prima delle ferie estive.
Questi sono atti importanti, che verranno accompagnati da una politica di forte sostegno all'avvicinamento della Georgia all'Unione europea. Sosteniamo una dinamica più rapida nella politica dei visti e l'avvio di un dialogo per una zona di libero scambio Georgia-Unione europea. Riteniamo però che non sia possibile, se non vi saranno le condizioni stabilite dall'acquis europeo, offrire questi risultati senza avere nulla in cambio: un accordo sui visti deve accompagnarsi ad un accordo di riammissione per gli immigrati clandestini; un passo avanti nella zona di libero scambio deve accompagnarsi a processi georgiani verso il libero mercato e la lotta alla corruzione. Siamo in una dinamica europea; non possiamo costruire una via speciale di preadesione o di adesione all'Unione europea. Questo è un passo che dimostra l'equilibrio dell'Unione europea che guarda a questi vicini, li invita ad avvicinarsi ma chiede loro dei passi in avanti che ancora debbono essere compiuti.
Infine, su questo tema, l'Italia vuole contribuire - ed abbiamo confermato l'organizzazione di una conferenza di carattere internazionale a Roma il 13 novembre prossimo, per contribuire alla discussione in corso. Ci sono molte iniziative relative al quadro regionale. Vi sarà una conferenza dei donatori a Bruxelles. Noi vogliamo dare un contributo, invitando tutti gli attori internazionali (l'ONU, la NATO, l'Europa, ovviamente gli Stati Uniti, la Russia, la Georgia), tutti coloro cioè che, oltre ai membri dell'Unione europea e ai partner della zona caucasica, possano ragionare e dare un contributo.
Passo ad un secondo tema estremamente importante ed attuale, quello del Medio Oriente. Ho avuto occasioni recenti di incontro e di visita in alcuni importanti Paesi. Penso in particolare allo Stato d'Israele. Stanotte sarò a El Cairo per un incontro bilaterale che domani mi impegnerà con il presidente Mubarak e con il Primo ministro ed il Ministro degli esteri egiziani. Oggi ho avuto una ulteriore occasione di incontro con il Ministro israeliano, responsabile per il welfare e per l'antisemitismo invitato a Roma. In Medio Oriente l'Italia contribuisce con convinzione allo sviluppo del processo di Annapolis. Abbiamo avuto occasioni importanti - prima la mia visita nei territori a Ramallah, poi la visita del presidente Abu Mazen a Roma, gli incontri con i leader israeliani, per confermare il nostro forte sostegno alla prosecuzione del negoziato per la pace.
Abbiamo salutato il processo di Doha per la riconciliazione in Libano, che sta portando per la prima volta un dialogo interno delle varie fazioni libanesi ed ha portato ad un primo risultato che vedo significativo: un segno di disgelo tra Siria e Libano. Il Ministro degli esteri siriano, che ho invitato a Roma qualche giorno fa, conferma l'impegno anche della Siria, che dobbiamo verificare con i risultati concreti, ovviamente, ma che è da considerarsi in termini politici di dinamiche positive.
Per il processo di pace, ovviamente, vi è una inquietudine connessa alla situazione politica e di Governo in Israele; un'inquietudine connessa alla fase di transizione verso le elezioni americane; una domanda circa la forza del presidente Abu Mazen di reggere il confronto interno rispetto, ad esempio, alla pressione di Hamas, malgrado gli sforzi notevoli, con l'impegno egiziano per garantire un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. A tutte queste inquietudini il Governo italiano risponde dicendo che occorre far emergere, se ve ne sono (ed io credo ve ne siano), i punti di accordo che sinora si sono raggiunti. Vi è in altri termini l'idea di qualcuno: finché tutto non è concordato, nulla è concordato. In questa fase delicata forse questa tesi è più pericolosa che utile, perché dà l'impressione che non vi sia accordo su niente. Allora lo sforzo che gli israeliani, da un lato, ed il presidente Bush, dall'altro, stanno facendo per incoraggiare le parti, quanto meno a mettere nero su bianco le linee già concordate in questi mesi pazienti di negoziato, è una soluzione, un auspicio che condivido e che il Governo italiano condivide. Mi auguro che gli israeliani ed i palestinesi abbiano la forza di scrivere un documento (chiamiamolo come vogliamo, memorandum o understanding, ovvero un non paper) per indicare su quali punti le parti si sono avvicinate. Sarebbe un segnale importante che darebbe anche il testimone alla nuova amministrazione americana ed al nuovo governo israeliano per definire che cosa è stato fatto per evitare di cominciare ogni volta da zero. Questa è la tesi che credo vada sostenuta e che l'Italia sostiene.
In questo lavoro l'Europa deve incoraggiare anche gli altri attori regionali; deve incoraggiare il Libano a completare un processo di riconciliazione interna, che deve necessariamente comprendere non soltanto il regolamento dei confini con la Siria ma, in prospettiva, l'apertura di un negoziato con Israele. Credo sia importante riconoscere che dopo l'apertura del negoziato Siria-Israele, che viene condotto in modo indiretto con la mediazione molto utile della Turchia, anche Libano ed Israele ragionino sulla necessità - che io sento - di aprire tra loro un negoziato.
Tutto ciò deve ovviamente accompagnarsi al processo di riconciliazione nazionale libanese, di cui vorrei sottolineare un aspetto tra i tanti: il ruolo del presidente Sleiman quale garante di tutte le parti, che noi sosteniamo con convinzione insieme al Governo del primo ministro Siniora da lui nominato e, in questo ambito, il dialogo tra tutte le parti sull'uso legittimo della forza all'interno del Libano, su chi sia il titolare dell'uso della forza all'interno del Paese (e credo sia l'esercito libanese quello legittimo e legittimato). È chiaro che ciò richiede un dialogo paziente, ma pensiamo che dopo l'approvazione del programma del Governo Siniora, il 12 agosto scorso e l'apertura di un dialogo in queste ore, malgrado, come voi sapete, il sabotaggio dei nemici della pace che soltanto tre giorni fa hanno assassinato un attore positivo di questo esercizio (un parlamentare libanese), il processo di riconciliazione libanese debba andare avanti. Noi sosteniamo il ruolo italiano in Libano, il ruolo che le nostre forze di pace hanno svolto. Abbiamo ottenuto un riconoscimento importante alla proroga della missione fino al prossimo anno al 31 agosto 2009; è corrisposta la proroga del mandato di comando al generale Graziano, decisa pochi giorni fa, fino al 28 gennaio 2010. Il riconoscimento che è stato dato in questo modo al comandante italiano credo sia motivo di soddisfazione.
Un'ultima parola su questo tema in merito alla Siria, che evidentemente deve diventare attore politico positivo. Essa può oggi fare una scelta, una scelta che noi le offriamo di fare: essere nostro interlocutore continuando il negoziato con Israele e passando al negoziato diretto con quest'ultimo, non più solo indiretto, abbandonando quella logica di sostegno acritico all'Iran che ha determinato nel passato un distacco della Siria dalla comunità occidentale e dall'Unione europea. Vogliamo fare un appello alla Siria, che io ho già indirizzato al ministro Moallen, quello di essere positiva non solo, come sta facendo, nelle intenzioni ma anche in alcune azioni che noi ci aspettiamo da essa. Debbo dire che dal ministro Moallen ho avuto parole di rassicurazione, che svilupperemo in un dialogo nei prossimi mesi.
Il terzo tema che vorrei affrontare e che è stato evocato prima dell'inizio del mio intervento riguarda la Libia. Su impulso del Presidente del Consiglio abbiamo accelerato la definizione del negoziato con la Libia, aperto ormai da molto tempo, per arrivare ad un accordo di amicizia e di collaborazione che il presidente Berlusconi ha firmato il 30 agosto scorso a Bengasi. Tra gli obiettivi del Trattato di amicizia vi è la volontà di chiudere definitivamente il capitolo del passato, risolvendo numerosi contenziosi bilaterali e ponendo fine ad una lunga fase che era stata avviata molto tempo fa, forse per la prima volta in modo compiuto nel 1998 dal presidente Dini con la firma del comunicato congiunto, che aprì la strada all'accelerazione di un percorso teso a mettere a punto i problemi in sospeso.
L'altro obiettivo del Trattato è quello di creare un quadro giuridico al fine di inaugurare una nuova fase di relazioni bilaterali sulla base di un rapporto che la leadership libica e il Presidente del Consiglio italiano hanno definito speciale e privilegiato, basato sulla pari dignità e sul rispetto reciproco.
Ci siamo impegnati a contribuire, nei prossimi venti anni, a progetti infrastrutturali di base da concordare tra i due Paesi, e a realizzare alcune iniziative speciali - che abbiamo voluto aggiungere rispetto al documento firmato nel 1998 dal presidente Dini - dirette in modo immediato e visibile alla popolazione libica e ad aiutare i più deboli: mi riferisco alla contribuzione alla costruzione di case per i più bisognosi o all'assegnazione di borse di studio universitarie a giovani meritevoli che potranno venire a studiare nelle università italiane. A fronte dei suddetti impegni l'Italia si attende da Tripoli una collaborazione molto più efficace che in passato sul fronte della prevenzione e del contrasto al traffico di esseri umani e all'immigrazione clandestina, ivi compreso il pattugliamento congiunto dello spazio marittimo mediterraneo e un rafforzamento del partenariato energetico, economico e industriale che già esiste secondo la tradizione bilaterale italo-libica.
Un altro tema importante che non abbiamo dimenticato è quello dei crediti delle aziende italiane: esso sarà affrontato con un negoziato parallelo che ci siamo impegnati a svolgere, a fronte di un impegno già assunto dalla Libia a riconoscere un pagamento complessivo di 450 milioni di euro alle aziende italiane che vantano crediti. Tuttavia, poiché su questo importo non c'è stato accordo da parte italiana, la Libia ha accettato di continuare il negoziato, laddove il nostro fine è ovviamente quello di ottenere un risultato più favorevole per l'Italia.
È stata inoltre evocata la questione degli indennizzi a favore dei cittadini italiani che sono stati espulsi dalla Libia, ma è un tema che va affrontato con legge nazionale. Come sapete, ci siamo impegnati già in passato a farlo e confermo la volontà del Governo a discuterne positivamente in Parlamento per individuare una soluzione soddisfacente, anche se per onestà devo riconoscere che difficilmente potremo pagare fino all'ultimo euro: sarà comunque una soluzione soddisfacente ed adeguata per i crediti indennitari vantati dai nostri concittadini espulsi molti decenni fa.
Un altro tema importante dell'accordo Italia-Libia che ha destato l'attenzione di molti si riferisce a quell'articolo del Trattato che impegna le parti ad astenersi da qualunque forma di ingerenza e che, nel rispetto dei principi di legalità internazionale, impegna le parti a non usare, né consentire l'uso dei territori per compiere atti ostili nei confronti dell'altra parte. Bisogna leggere questo trattato, ovviamente, e conoscerlo. La Presidenza del Consiglio ha già chiarito quale sia il contenuto di tutto questo: quel riferimento ai principi della legalità internazionale implica ovviamente la conferma di tutti i trattati multilaterali di cui il nostro Paese è parte. Poi mi permetto di dire: tutti i colleghi senatori certamente sanno che il riferimento al trattato NATO era ulteriormente improprio perché il trattato NATO è difensivo e non offensivo. È chiaro che noi parliamo dell'impegno a non compiere atti aggressivi e il riferimento al trattato NATO, a cui noi siamo ovviamente vincolati, era quindi del tutto improprio. Questa firma caratterizza in modo importante i nostri rapporti bilaterali. Sono certo che essa si inserisca nel riorientamento strategico della Libia che vuole essere attore collaborativo con i partner occidentali. Non vi sarà sfuggita la visita, anch'essa storica, del segretario Condoleezza Rice a Tripoli il 5 settembre scorso.
Il quarto tema cui voglio accennare rapidamente è l'Afghanistan. Siamo preoccupati per l'evolvere della situazione di sicurezza in Afghanistan. Rispetto allo scorso anno, nel gennaio-luglio 2008 abbiamo registrato un incremento di attacchi di oltre il 67 per cento. È una situazione che ci preoccupa, anche se la regione che è di più diretto interesse per le forze di pace italiane, la provincia di Herat, ha subito proporzionalmente un numero più limitato di attacchi malgrado recentemente, il 7 settembre, un convoglio italiano sia stato colpito senza che si siano verificati fortunatamente danni per i nostri soldati. Ci sono dei passi avanti in Afghanistan: alcuni servizi ai cittadini stanno migliorando, dall'istruzione alla sanità; il PIL è cresciuto; il drammatico fenomeno della coltivazione dell'oppio si è attenuato: le Nazioni Unite ci dicono nell'ultimo rapporto che c'è stata una contrazione del 19 per cento nell'ultimo anno. È un dato positivo, anche se si può fare di più.
Cosa occorre fare? Innanzitutto occorre accompagnare verso le elezioni presidenziali della primavera 2009 e le elezioni parlamentari del 2010 la leadership afghana, rafforzare il presidente Karzai, chiedergli di più in termini di lotta alla corruzione, accompagnare le elezioni con un processo trasparente, libero e democratico.
La seconda cosa da fare è una ancora maggiore attività di coordinamento tra i contingenti nazionali della missione di pace. L'Italia ha dato segnali di voler contribuire a questo, sia con la presenza sul territorio, sia con la formazione delle forze di sicurezza afghane, sia per la caratteristica che a noi preme forse di più: il miglioramento delle capacità afghane di assumere il controllo pieno delle loro istituzioni, della sicurezza, dello stato di diritto, della governance. Parlo, insomma, del processo che con una brutta parola è stato definito afghanizzazione dell'Afghanistan; in altre parole, diamo alle autorità afghane più forza per assumere il pieno controllo in ogni area del territorio.
La terza cosa che occorre è preoccuparci della situazione regionale che include il Pakistan. Noi pensiamo che ai confini tra Pakistan e Afghanistan vi sia uno dei peggiori focolai di crisi per l'instabilità della regione. Ed allora, contiamo sulla nuova leadership pakistana, affinché si impegni con l'Afghanistan e con la comunità internazionale a lavorare alla stabilizzazione della regione: la stabilizzazione dell'Afghanistan soltanto non basta di certo. Posso dire, onorevoli senatori, che come Presidenza del G8 organizzeremo un esercizio politico a livello ministeriale con i Paesi del G8 e con gli attori regionali interessati proprio alla stabilità dell'area che include Pakistan e Afghanistan.
Il quinto tema - lo tocco rapidissimamente - è l'Iraq: la necessità di contribuire alla stabilizzazione e ai progressi è evidente. Voglio solo dire che l'Italia è oggi di gran lunga il primo contributore alla missione di addestramento NATO alle forze di sicurezza irachene. Gli iracheni ce ne sono grati: ci hanno detto molte volte - lo dico a voi, ancora una volta, con orgoglio - che le forze di polizia irachene formate dai nostri Carabinieri sono quelle che meglio di ogni altra riescono a lavorare sul terreno (Applausi dai Gruppi PdL, PD e IdV). Dobbiamo dirlo per gratitudine a coloro che svolgono questo compito così importante.
Il sesto tema è l'Assemblea generale dell'ONU, che si apre densa di appuntamenti: noi saremo lì, il Presidente del Consiglio ed io. Tra i molti appuntamenti, ce n'è uno che voglio ricordare: si tratta di una riunione del Consiglio di sicurezza, di cui l'Italia fa parte, che è estremamente importante per esaminare a fondo, nel Consiglio di sicurezza, il grande tema del governo delle situazioni di crisi e di prevenzione dei conflitti, con particolare riferimento al contenente africano. Il Burkina Faso è oggi Presidente di turno del Consiglio di sicurezza e ci propone questa riunione ministeriale che giudico importante. Lavoriamo ad un ragionamento consensuale sulla riforma delle istituzioni dell'ONU, non solo del Consiglio di sicurezza. Come sapete (la posizione italiana è ben nota), riteniamo che sul Consiglio di sicurezza si possa lavorare, ma nel quadro delle altre istituzioni dell'ONU, che vanno profondamente riformate. E se un domani si parlasse del Consiglio di sicurezza, resto sempre dell'idea che l'Unione europea in quanto tale e che il seggio europeo in quanto tale potrebbero costituire davvero una prospettiva di grande modernizzazione.
L'ultimo tema, signor Presidente, riguarda il Trattato di Lisbona e l'Unione europea. Non credo, sfortunatamente, che il Trattato entrerà in vigore prima delle elezioni europee del 2009. Sono grandemente preoccupato, perché vedo difficoltà, soprattutto da parte dei nostri amici irlandesi a proporre - come noi desideriamo - soluzioni entro ottobre, da tradurre in proposte concrete che vengano incontro ai cittadini irlandesi che hanno votato, ma che al tempo stesso non costituiscano un'Unione europea à la carte, dove ognuno prende qualcosa e lascia quello che non gli interessa. Vedo un dibattito forte nella Repubblica ceca ed una discussione profonda in Polonia; mi auguro che il risultato dell'Italia, di cui andiamo orgogliosi, ossia l'approvazione unanime della ratifica, sia di esempio per quelli che non hanno ancora ratificato.
Ma l'Europa non si ferma, onorevoli senatori: lavoreremo per adottare ad ottobre il documento energetico dell'Unione europea, la strategia di politica energetica comune dell'Europa. Lavoreremo per approvare a dicembre il patto europeo sull'immigrazione: questi sono due temi che toccano al cuore la vita dei cittadini. Sono temi che rispondono ai desideri della gente, ai quali aggiungerei un riferimento alla difesa comune europea: è un'altra delle grandi priorità concrete. Mentre lavoriamo perché il Trattato di Lisbona entri in vigore il più presto possibile, non dimentichiamo che la vita dell'Europa prosegue sull'immigrazione, sulla sicurezza, sulla difesa europea, sull'energia. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e PD e del senatore Astore).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri.
È iscritto a parlare il senatore Bricolo. Ne ha facoltà.
BRICOLO (LNP). Signor Presidente, ringrazio il Ministro per la sua lunga e puntuale esposizione sulle linee di politica estera del Governo, esposizione durante la quale ha toccato numerosi punti molto interessanti e di grande attualità. Successivamente, il collega Divina interverrà a commento di questi aspetti a nome del Gruppo della Lega.
Io mi limiterò ad affrontare il tema dell'accordo siglato dal nostro Paese con la Libia il 30 agosto scorso. Si tratta di un'intesa che noi della Lega Nord abbiamo visto in modo favorevole, tenendo conto comunque della sua complessità: un accordo molto oneroso per il nostro Paese, che comporterà una spesa di 250 milioni di dollari per i prossimi 20 anni e che però ci porterà ad avere meno clandestini, più gas e più petrolio nel nostro Paese: così è stato riassunto.
Tuttavia, a questo proposito desidero dire una cosa ed essere molto chiaro con il Governo. Solo nel 2007 sono sbarcati sulle nostre coste più di 20.000 clandestini, il 90 per cento dei quali proveniva dalla Libia: ciò significa che in quel Paese sono protetti, tutelati e hanno sede i trafficanti di esseri umani che si occupano di importare nel nostro Paese immigrati clandestini; è dunque evidente che il Governo libico finora non ha fatto nulla per contrastare questi flussi migratori in entrata in Italia. È palese che noi ci aspettiamo molto da questo accordo e per quanto ci riguarda tale intesa vale se viene rispettata in tutti i suoi punti (Applausi dal Gruppo LNP),anche laddove si afferma molto chiaramente che la Libia si farà parte attiva nel contrastare i flussi migratori in entrata nel nostro Paese.
Sono ancora più chiaro: per quanto riguarda il nostro Gruppo questo accordo vale solo se viene rispettato, ministro Frattini, in tutti i suoi punti. Ho detto che è molto oneroso: i contribuenti italiani dovranno affrontare anche questa uscita di diversi milioni di euro per la copertura del suddetto accordo. Lo facciamo solo perché questa è una priorità che investe l'intero Paese.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 17)
(Segue BRICOLO). Non siamo disposti a spendere soldi che invece dovrebbero essere usati per far fronte alle grosse problematiche che affrontano ogni giorno le nostre famiglie, quando ancora in questi giorni, dopo che l'accordo è stato firmato, vediamo le nostre coste (la stessa Lampedusa) ancora purtroppo costrette a subire l'arrivo di clandestini nei proprio porti: per quanto ci riguarda questo è inaccettabile.
È, dunque, positivo questo accordo che chiude un contenzioso che, di fatto, durava più della permanenza coloniale del nostro Paese in Libia, ma vigileremo affinché esso venga rispettato; chiediamo quindi anche a lei, signor Ministro, di riferire periodicamente al Parlamento sul rispetto di questa intesa. Lo chiederemo, lo solleciteremo, vigileremo, perché se l'accordo non verrà rispettato la Lega lo farà vedere in Parlamento nei fatti e chiederà al Governo un'interruzione immediata. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.
BONINO (PD). Signor Presidente, signor Ministro, comincerò dalla parte finale della sua presentazione, perché proprio i temi da lei toccati, a partire dalla Georgia, continuando con l'Afghanistan, l'Iran, il Medio Oriente, l'Iraq, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, confermano sempre di più che oggi la portata dei problemi è tale che solo una dimensione perlomeno europea ci può consentire di essere degli attori a un tavolo per poter affermare, sostenere e far valere qualcosa di serio e non le dichiarazioni improntate a volte a una grande leggerezza che abbiamo sentito con qualche sconcerto anche in questi giorni. Quindi, è la dimensione europea, credo, l'unica che può consentirci di affrontare parte di questi problemi con serietà e soprattutto con strumenti adeguati, che non siano - per favore - la dichiarazione all'unanimità dei 27 Stati membri dell'Unione europea, che per raggiungere l'unanimità ha perso la linea politica: ognuno in queste dichiarazioni ci legge tutto e il contrario di tutto e, soprattutto, data la loro inutilità, non le leggono più i nostri interlocutori o avversari.
Ferma restando questa considerazione, occorre anche soffermarsi sulle cronache e sulle immediatezze, perché è fondamentale stabilire i fatti così come sono avvenuti. Ad esempio, lei ha detto che l'Italia sostiene l'istituzione di una commissione d'inchiesta internazionale, come hanno suggerito anche i tedeschi. Immagino che non tutti saranno entusiasti nell'accettare questa proposta. Nel loro piccolo i Radicali con l'associazione «Non c'è pace senza giustizia» hanno proposto di avviare una raccolta dei dati, come viene fatto su Milosevic, come è stato fatto recentemente in Kenia. Stabilire qual è la verità può tornare utile tra qualche anno, ma è fondamentale che ciò sia fatto.
Ribadisco che solo la dimensione europea può consentirci di essere adeguati nelle risposte, anche dure. E la loro durezza non è data dal tono della dichiarazione, come lei sa, ma occorre che tra stick and carrot ci sia anche della polpa, da qualche parte. E non è attraverso i rapporti bilaterali, più o meno buoni, con qualche capitale che facciamo un passo avanti. A me sembra che questa sia la linea che è stata scelta dal presidente Putin, cioè quella di non voler trattare con l'Europa. Tuttavia, ritengo che la marginalizzazione che anche la Presidenza francese ha accettato dell'Alto commissario sia foriera di grandissime difficoltà, per esempio con la prossima Presidenza. Vedo che anche i media italiani sono entusiasti dell'attivismo di Sarkozy; d'accordo, ma questo non può causare una fragilizzazione ulteriore, per esempio, del ruolo dell'Alto rappresentante, perché non tutte le Presidenze sono prevedibili o hanno una linea che condividiamo.
Se guardo all'Europa, penso sia necessario invece un grande sforzo del nostro Paese, del nostro Governo per rimettere in moto una macchina. E non mi riferisco al Trattato di Lisbona. Sono stata tra i pochi che non erano affatto ottimisti sulla possibilità di giungere alla sua ratificazione e infatti puntualmente non ci arriviamo, ammesso che quello fosse uno strumento adeguato. Come lei ha detto alla fine, su una politica energetica comune, su una politica dell'immigrazione comune, su una politica di difesa ed estera comune, francamente non ci serve un nuovo trattato. Quello che ci serve è una volontà politica che parta dalla consapevolezza che oggi nessun Paese, da solo (fosse pure il più grande, in Europa o al di là dell'Atlantico) è più in grado di gestire questi problemi - alcuni dei quali li ha accennati lei - e di governare questi fenomeni.
Oggi la dimensione non può più essere quella di Parigi, di Roma, di Berlino o - se mi si consente - dell'altra parte dell'Atlantico. Oggi abbiamo bisogno di una politica estera e di difesa comune. Siamo 27 Paesi, con 200 miliardi di spese militari e due milioni di persone, tra uomini e donne, in divisa: è possibile che non riusciamo a dispiegare all'estero neanche il 5 per cento di questo potenziale, perché non abbiamo gli strumenti, la logistica, l'informazione e così via?
Mi riferisco soprattutto alla missione civile. Come lei sa, forse l'Italia ce la farà ad inviare i 40 monitor, ammesso che dopo le odierne dichiarazioni di Medvedev, il quale ha detto che Mosca difenderà l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud anche con le armi, abbia ancora senso mandare una missione di osservatori, che non so bene cosa debbano osservare.
Quindi, occorre riprendere con forza una politica comunitaria che non ha bisogno - lo ripeto - della ratifica di un trattato. Non abbiamo avuto bisogno di un trattato per il passaggio all'euro o per Schengen, quanto piuttosto di un Paese che invece di agire in sedi bilaterali fosse promotore con altri di una politica europea.
Infine, stabiliti i fatti, signor Ministro, è chiaro che dal diritto bisogna passare alla politica estera ed evitare una sagra delle leggerezze internazionali, che pure in questi giorni ho avuto modo di ascoltare. Non siamo in campagna elettorale, neanche in Georgia, per cui alcuni alti rappresentanti potrebbero astenersi dal presentarsi in Georgia - domani in Ucraina o in altri luoghi - a dichiarare le aperture di porte della NATO o di quant'altro, anche perché la nostra credibilità sta poi nel fatto di poter mettere in pratica quanto si dice. Non è giusto, non serve ed è controproducente illudere amici ed alleati, anche perché gli avversari sanno perfettamente quando si bleffa o no.
Mi auguroinvece che riprenda un'azione comune di politica europea e che il nostro Paese faccia parte di questo gruppo cosciente del fatto che i buoni rapporti personali, che può darsi possano servire, ma certamente non sono adeguati o all'altezza delle sfide che abbiamo di fronte. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.
CONTINI (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, la capacità di intervento tempestivo dimostrata per la crisi georgiana e la disponibilità ad agire con concretezza ci ha offerto la grande possibilità di ospitare la Conferenza internazionale di novembre che farà seguito al Summit di Ginevra. È un appuntamento importante che servirà anche a dimostrare le potenzialità dell'Italia nella negoziazione internazionale.
Ritengo che vada mantenuta ferma la nostra posizione, già chiaramente emersa nel quadro europeo, di individuare le soluzioni idonee alla crisi in atto coinvolgendo tutti i soggetti, compresa la Russia, pur riaffermando tutti i principi di legalità a partire dal principio di diritto internazionale sulla intangibilità delle frontiere. La Russia è un interlocutore indispensabile per l'Europa; l'Italia deve adoperarsi anche perché possa riprendere il ruolo di partner esterno della NATO e compartecipare senza conflittualità ai riequilibri nell'area caucasica.
Per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, l'Italia è un attore internazionale di primo piano nell'area e, come tale, è opportuno che indirizzi la sua politica anche verso le realtà mediterranee più complesse e travagliate, come quella del Corno d'Africa e, in particolare, della Somalia.
La stabilizzazione di quella regione, oggi zona franca per il terrorismo ed altre forme di criminalità, aggiungerebbe un importante tassello alle strategie di sicurezza internazionale. L'attentato terroristico all'ambasciata degli USA nello Yemen, sta a dimostrare quanto ancora sia agguerrito il terrorismo internazionale.
Nel quadro geopolitico del Medio Oriente, ove l'Italia non abbandonerà il ruolo sempre svolto per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, vanno considerate con la debita attenzione anche le relazioni che l'Iran sta rafforzando con i Paesi del Maghreb, la Libia, la Tunisia, la Siria, e da ultimo anche con la Russia, nonostante le divergenze sul programma nucleare iraniano. Sarebbe estremamente pericoloso il determinarsi di un nuovo fronte antioccidentale e che il Medio Oriente possa diventare teatro di una seconda guerra fredda.
Si ritiene che in questa fase in cui si stanno determinando i nuovi equilibri mondiali, l'Italia, all'interno del saldo legame di alleanza ed amicizia con gli Stati Uniti e del quadro comune dell'Unione europea, debba ritagliarsi un ruolo che si dimostri rilevante per impedire il congelamento di posizione e la formazione di blocchi contrapposti. La politica estera si presenta, alla luce di quanto sottolineato, un asse portante dell'azione di Governo per i prossimi anni.
Signor Ministro, grazie per l'intervento, al quale aderisco per la piena condivisione sul rilancio della nuova politica estera italiana. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, signor Ministro, abbiamo ascoltato con attenzione, come sempre, la sua informativa estremamente puntuale e ci permettiamo di fare qualche breve considerazione e qualche rilievo anche di ordine critico; considerazioni ovviamente positive perché la gran parte di ciò che lei ha detto si colloca nel quadro della continuità della nostra politica estera negli ultimi decenni, che punta a tutelare interessi fondamentali e generali del nostro Paese.
Però con riguardo, ad esempio, alla crisi del Caucaso, dalla sua precedente audizione, anch'essa molto dettagliata, resa il 26 agosto alle Commissioni riunite affari esteri di Camera e Senato, sono successi alcuni fatti che credo debbano indurre ciascuno di noi a qualche riflessione ulteriore, ossia il riconoscimento da parte della Russia delle due regioni secessioniste (mi riferisco all'Ossezia del Sud e all'Abkhazia) e - di oggi - la firma di accordi militari fra la Federazione russa e le due Repubbliche secessioniste circa la collaborazione su alcuni aspetti strategici: il pattugliamento e il presidio militare congiunto dei confini separatisti, la collaborazione nella realizzazione di infrastrutture militari e di basi dell'esercito, cioè l'estensione della militarizzazione, di fatto un'annessione da parte della Federazione russa di queste due regioni.
Credo che questi siano fatti preoccupanti in generale, al di là ovviamente dell'azione che, come responsabile degli esteri, lei e il Presidente del Consiglio state facendo; sono preoccupanti perché l'atteggiamento, l'attività, la politica della Federazione russa in qualche modo cercano di riportare i suoi confini a quelli della Russia ai tempi dello zar. Quindi puntano a ricostruire quell'ambito territoriale o, da un lato, favorendo la nascita di governi o di maggioranze negli Stati confinanti che siano filorussi o, quando questo non riesce come nel Caucaso, sostenendo e attentando sostanzialmente all'integrità territoriale di quelle regioni e di quegli Stati che non si piegano ad una politica filorussa.
Purtroppo tutto questo non ci fa ben sperare e, al di là dell'attivismo del presidente Sarkozy, anche il ruolo notarile, la debolezza dell'Europa nella sua politica estera comune rispetto a questi temi è stata sperimentata proprio dalla circostanza che, rispetto ai cosiddetti sei punti della visita del presidente Sarkozy in Russia, già di fatto questi erano definiti per una parte sotto dettatura della Presidenza russa. Infatti, è evidente che non vi è stato alcun ritiro dei contingenti militari nelle aree di crisi interessate ed è evidente che gli accordi bilaterali che sono stati sottoscritti confermano la volontà di potenza della Federazione russa.
Vorrei aggiungere che anche ciò che sta avvenendo in Ucraina non ci fa ben sperare, perché il Governo ucraino - è notizia di oggi - si è diviso proprio sulla vicenda dell'appoggio alla Federazione russa; in prospettiva la nostra preoccupazione è che questo modo di concepire la politica estera della Federazione russa possa avere una reazione a catena negli altri Stati.
Per carità, credo che verosimilmente nulla di più di ciò che è stato fatto poteva essere fatto: nessuno di noi ritiene di avere soluzioni più originali o diverse da quelle che sono state messe in campo. A noi interessa che si tenga conto di questa circostanza e del fatto che in quell'area il conflitto passa attraverso l'esigenza di affermare la volontà monopolistica della Federazione russa sul settore energetico, e questo deve farci preoccupare ancora di più, considerata anche la dipendenza energetica del nostro Paese dalla Russia. Penso quindi che sotto questo aspetto il ruolo che l'Italia ha avuto possa essere considerato positivo, ma che tale ruolo debba rafforzarsi ulteriormente, per fare in modo che la politica dell'Unione europea sia sempre più forte ed autorevole nel rapporto con la Federazione russa.
Per fare questo è ovviamente necessario che si coltivi ancor di più e ancor meglio il ruolo e la partnership non solo con la Russia, ma soprattutto con gli Stati Uniti, che in questo momento - lo capisco - si trovano nella particolare fase della campagna per le elezioni presidenziali. Ma non possiamo immaginare di non rafforzare il nostro ruolo in ambito NATO, né possiamo immaginare che il nostro dialogo con la Federazione russa possa prescindere dall'indispensabile, ineludibile e rafforzato rapporto con gli Stati Uniti. Certamente anche noi guardiamo con grande attenzione e apprezziamo l'indizione della Conferenza di Roma nel prossimo mese di novembre e credo che se abbiamo chiare le preoccupazioni, che ad esempio per noi sono fondamentali, probabilmente qualcosa in più potrà essere fatto.
Condividiamo lo sforzo che il Governo sta facendo in Medio Oriente e quindi anche la linea tenuta per rafforzare il ruolo ed il processo di pace in quell'area strategica. Apprezziamo anche la missione che il nostro contingente sta svolgendo in Libano, e cogliamo l'occasione per ringraziare i nostri militari, attraverso il Comando italiano che, come lei ha detto, è stato oggetto di attestazioni internazionali di stima e di apprezzamento per il lavoro svolto e ciò ci rende orgogliosi.
Un'altra considerazione che vorrei svolgere, signor Ministro, riguarda l'Accordo con la Libia. Ritengo importante la ripresa del dialogo con la Libia, sul solco dell'Accordo da lei richiamato, stipulato nel 1998 dall'allora ministro Dini, del quale si disse - lei lo ricorderà - che era segreto, che aveva aspetti che non erano conosciuti. Ad esempio la sinistra radicale contestava la possibilità per l'Italia di stipulare intese ed accordi con la Libia perchè quest'ultima non aveva ratificato la Convenzione di Ginevra, per cui, sotto il profilo del rispetto e della tutela dei diritti umani, si poneva un problema ad avere rapporti istituzionali formali con la Libia stessa. In realtà il rapporto con la Libia, al di là di ciò che nasce ed è frutto delle pendenze pregresse, è indispensabile per il contrasto all'immigrazione clandestina. È inutile che giriamo intorno al problema: quest'estate gli sbarchi sono raddoppiati rispetto agli anni precedenti e tutto ciò dipende dal modo in cui la Libia e le forze di polizia libica esercitano il controllo dei loro porti, perchè solo attraverso un'azione di prevenzione in Libia si possono evitare tutte le carrette del mare. Quando la Libia allenta i cordoni del controllo, nel periodo estivo o comunque nella buona stagione, gli sbarchi si moltiplicano. Ciò deve farci riflettere e per questo abbiamo chiesto che il ministro Maroni venga in quest'Aula a riferire sui problemi dell'immigrazione con un question time, e speriamo che la risposta del Governo al riguardo sia positiva.
Un'altra questione importante che si pone - come lei ha detto, e apprezzo che lo abbia fatto nella parte finale del suo intervento - riguarda il fatto che il contrasto all'immigrazione clandestina non può più essere legato solo alla legislazione nazionale e agli strumenti interni di contrasto, perché sappiamo che le ristrettezze economiche del nostro Paese non consentono più di immaginare di risolvere il problema solo in questi termini. Vi è l'esigenza di un'intesa europea e dell'attribuzione all'Unione europea di un ruolo comune, normativo e repressivo, su questo fronte; vi è inoltre l'esigenza di rafforzare la cooperazione internazionale e gli accordi bilaterali con gli Stati da cui origina l'immigrazione. In questa logica si giustifica ciò che in continuità i Governi di centrodestra e di centrosinistra stanno facendo da dieci anni nel rapporto con la Libia, di cui noi siamo soddisfatti, proprio perché riteniamo che questo - non la norma sul reato di immigrazione clandestina, che è una bufala - possa seriamente contribuire a contrastare la tratta di migranti e di esseri umani e l'immigrazione clandestina.
Signor Presidente, ho concluso. Non mi soffermo sulle considerazioni che il Ministro ha svolto sull'Afghanistan e sull'Iraq: ovviamente le condividiamo e condividiamo la linea del Governo. Mi permetto di svolgere una considerazione finale sul Trattato di Lisbona. Credo vi sia la necessità che l'Italia acceleri, al di là della condivisione e dell'unanimismo formale dei 27 Paesi membri, in merito a strategie, provvedimenti e intese su temi strategici, se necessario anche a due velocità. Il tema dell'energia e il tema dell'immigrazione, infatti, legano profondamente e rappresentano il comune denominatore della nostra politica estera e dei nostri interessi nazionali. Il primo lo stiamo sperimentando con la crisi del Caucaso, l'altro lo stiamo sperimentando, ad esempio, nei rapporti con la Libia. Chiedo che su questo vi sia un'azione più forte da parte del nostro Paese per accelerare un processo di integrazione che, a prescindere dall'attuazione del Trattato di Lisbona, ormai rappresenta un passaggio ineludibile e necessario. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevole Ministro, non intendo ripercorrere gli ultimi avvenimenti, oggetto della relazione molto precisa e dettagliata del ministro Frattini, quanto piuttosto riflettere sulle lezioni che dovremmo trarre dal conflitto in Georgia. Ho ascoltato il Ministro, il quale ha parlato di passi importanti. Secondo me i passi importanti sulla Georgia sono passi fatti indietro.
No alla Guerra fredda. Va bene, ma io dico - come l'Italia dei Valori e come tante altre persone - di no alla Guerra fredda ma neanche presentarsi supini alla Russia. Dobbiamo essere fermi sulle decisioni; ma noi siamo fermi e basta. Dobbiamo collaborare con la Russia, ma la Russia giustamente deve rispettare l'Europa e gli accordi internazionali. Anche lei, signor Ministro, l'ha detto.
Innanzitutto vorrei premettere che il Gruppo Italia dei Valori si pone in sintonia con la posizione assunta dal Consiglio europeo il 1° settembre e dal Parlamento europeo il 3 settembre 2008, ritenendo che l'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud non sia espressione del principio di autodeterminazione dei popoli, ma costituisca una violazione del diritto internazionale. Infatti, più che come un'autodeterminazione, essa si è configurata come un'eterodeterminazione, cioè uno scontro tra le volontà di potere e di influenza internazionale rispettivamente di Mosca e di Washington. Le due potenze, ripercorrendo schemi vecchi, da Guerra fredda, hanno condotto una guerra per procura a spese del popolo georgiano.
L'ottica russa è stata influenzata principalmente da due eventi: la rivoluzione arancione in Ucraina e la decisione di Europa e Stati Uniti di appoggiare la separazione del Kosovo dalla Serbia. Dall'esperienza ucraina i russi sono stati convinti che gli Stati Uniti portino avanti un programma per l'accerchiamento e lo strangolamento strategico della Russia; quando gli USA hanno cominciato a suggerire che anche la Georgia dovesse entrare nella NATO, hanno ritenuto che la penetrazione atlantica volesse arrivare più in profondità nel Caucaso. Dall'esperienza del Kosovo invece hanno concluso che gli Stati Uniti e l'Europa non sono preparati a considerare i desideri russi neppure in questioni ragionevolmente secondarie; il Kosovo, infatti, avrebbe ancora potuto proseguire sui binari dell'autonomia informale e non fungere da esempio per tante istanze interne alla Federazione russa. Putin e Medvedev, che sono poi la stessa persona, con la risposta all'attacco, da ritenersi sproporzionata poiché estesasi anche in territorio georgiano, non hanno voluto compiere un passo verso la restaurazione dell'Unione sovietica, ma ristabilire la zona di influenza russa nella regione dell'ex Unione sovietica. È stata ripristinata quindi la credibilità dell'esercito russo, ma - cosa molto più importante - i due leader russi hanno sottolineato che gli americani sono impantanati in Medio Oriente e che le loro garanzie non hanno valore.
Questa lezione non è per il popolo statunitense, ma per gli ucraini, i baltici e i centroasiatici, che dovranno digerirla. È una lezione che Putin ha voluto trasmettere alla Polonia e alla Repubblica Ceca. Gli Stati Uniti vogliono disporre le installazioni della difesa dei missili antibalistici in quei Paesi e i russi vogliono far capire che se permettono che questo accada, aumenterà il loro rischio, non la loro sicurezza. Questo conflitto ha creato un'opportunità per i russi ed essi l'hanno sfruttata per asserire una nuova realtà nella regione del Caucaso, mentre gli americani sono impegnati nel Medio Oriente.
Con questa premessa non vogliamo certo legittimare l'operazione condotta da Mosca, né l'indipendenza proclamata dalle due province secessioniste, ma invitare a riflettere in maniera più approfondita sulle cause, politiche ed economiche, che sottostanno al conflitto, senza liquidare la crisi come una semplice dimostrazione di forza da parte russa. Quindi, in virtù di quanto sopra detto, ritengo opportuno portare alla vostra attenzione la necessità che una situazione geopolitica così complessa e animata da protagonisti influenti come la Russia e gli Stati Uniti presuppone che anche l'Europa agisca in maniera chiara, compatta ed univoca. Cioè, in un contesto globale, l'unica via per contare nel panorama internazionale è l'azione con una voce unica, dato che soltanto le macroentità, ossia le aggregazioni di Stati con un reale potere anche sull'economia mondiale, possono influire sul corso della storia.
Basta elencare gli attori impegnati nella questione georgiana per comprenderlo: la Federazione russa, gli Stati Uniti d'America, l'Unione europea. I Paesi europei dovrebbero dunque far propria l'idea e cercare di metterla in pratica in momenti delicati e di crisi come il conflitto georgiano. Ci rammarica, perciò, che l'Europa non sia riuscita appieno in tale intento. Infatti, i colloqui che la troika europea (Sarkozy-Solana-Barroso) ha tenuto con il presidente russo Medvedev e con il presidente georgiano Saakashvili si sono conclusi nell'accordo dell'8 settembre scorso, che risulta solo parzialmente positivo.
Mi spiego meglio. L'accordo prevede che entro il 1° ottobre, come da lei, signor Ministro, detto giustamente, sbarchi in Georgia la missione formata da almeno 200 osservatori civili europei, tra cui 40 italiani. Avranno prima di tutto il compito di verificare l'effettivo ritiro, entro il 10 ottobre, delle truppe russe. II risultato, che apparirebbe come una vittoria della diplomazia europea, nasconde però una indiretta vittoria della politica di forza russa, in quanto le truppe di Mosca non dovranno ritirarsi dalla totalità del territorio georgiano che hanno invaso ad agosto, assestandosi sulle posizioni antecedenti lo scoppio del conflitto, ma potranno mantenere i propri soldati all'interno dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud. Il che significa che Mosca, quindi, potrà mantenere il controllo territoriale sulle due regioni separatiste, prima conquistate e poi riconosciute tramite l'avvio di rapporti diplomatici, attraverso il dislocamento di 7.600 soldati, che raddoppiano il numero delle unità presenti prima della guerra, e attraverso la creazione di basi militari.
Insomma, il risultato portato a casa da Sarkozy è che gli osservatori europei saranno i diretti testimoni dell'istituzionalizzazione del controllo russo su parte del territorio del Caucaso. In tale senso andrebbe dunque letta l'erogazione di 500 milioni di euro sotto forma di aiuti alla ricostruzione, cioè come un palliativo economico che l'Unione europea concede alla Georgia per bilanciare la sua incapacità diplomatica di affermare con forza, ed ottenere dalla Russia, la sua integrità territoriale.
La posizione fortemente europeista del Gruppo dell'Italia dei Valori è da sempre chiara, ma l'idea di Europa nella quale crediamo è una comunità davvero unita e con la capacità di esprimersi univocamente nelle crisi internazionali. Se sin dall'inizio degli scontri ad agosto fosse stata tenuta una posizione unica e non si fosse verificato che alcune Nazioni, come la Polonia, i Paesi baltici e l'Ucraina, volassero a Tbilisi per solidarizzare, la Francia si recasse a Mosca da mediatore e l'Italia e la Germania non riuscissero efficacemente ad intervenire, forse il risultato dell'8 settembre sarebbe stata una vittoria piena. E se fattore fondamentale è stato il perseguimento, da parte degli Stati membri dell'Unione europea, dei cosiddetti interessi di sicurezza, ovvero, molto più verosimilmente, degli interessi economici, non possiamo non ritenere (e non denunciare oggi) che la gestione poco trasparente del Governo italiano non ha certo aiutato la risoluzione.
Affrontando l'ultimo punto in analisi (ossia la presa di posizione italiana nel conflitto in questione), mentre la tendenza globale è di affidare la politica estera ai Governi e alle organizzazioni internazionali come il Consiglio europeo, la NATO e l'ONU, purtroppo in Italia, con questa maggioranza, si assiste all'opposto: la politica estera viene privatizzata e portata avanti solo dal Presidente del Consiglio, attraverso improvvisazioni e metodi amatoriali. Il presidente Berlusconi ha oscurato la nostra diplomazia, mettendo a tacere anche le sue dichiarazioni ufficiali, signor Ministro degli esteri, ponendosi all'opinione pubblica come solutore della crisi georgiana grazie agli unilaterali e privati colloqui con «l'amico Putin» e «l'amico Cheney». Il Presidente del Consiglio ha deciso la politica estera dell'Italia tra ricevimenti del Premier russo nelle ville in Costa Smeralda e le colazioni tricolori con il vice presidente USA, senza ascoltare il Parlamento. Noi lo abbiamo chiesto nel periodo di agosto, ma lei, signor Ministro, non lo ha ascoltato.
Su questo voglio concludere, signor Presidente, e dire che questa gestione politica non può essere oggetto di manovre private. Lo ripeto: ricordiamoci che il Governo non è un'azienda, perché è nostra convinzione che non la fantasia, ma il dilettantismo sia oggi al potere, e preoccupa il tempo che ci resterà.
Ha fatto cenno alla Siria, al Libano, all'Iraq, all'Afghanistan - tutti argomenti che condividiamo - ma non condivido la risoluzione che vi è stata per la Libia: il Governo dà 5 miliardi di euro alla Libia, mentre migliaia di persone, che vanno dai precari agli insegnanti, sono e restano in mezzo ad una strada. Complimenti al Governo ed a lei, signor Ministro! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Complimenti, Ministro, anche se un dibattito su un momento delicato come questo avrebbe meritato molta, molta più attenzione ma - ahimè! - non per merito o demerito suo questo non pare sia avvenuto.
Possiamo dire che ciò che ha caratterizzato la fine del Novecento è stata la dissoluzione dei grandi imperi, delle federazioni degli Stati comunisti, in particolar modo della Jugoslavia e dell'Unione Sovietica. Le problematiche della Georgia, che oggi troviamo molto vicine a noi, non sono altro che la conseguenza della crisi balcanica. Secondo il nostro modesto modo di giudicare le cose, vi è stata una precipitazione nel volere a tutti i costi riconoscere l'indipendenza del Kosovo. A questo punto non sapremmo più come giustificare, di fronte alla comunità mondiale, perché nel Kosovo si sia utilizzato un peso e una misura che non debba valere per l'Ossezia del Sud o l'Abkhazia. Interessi grossi ed importanti, nel primo caso, americani; altrettanti interessi importanti, nel secondo caso, russi.
Un soggetto è mancato, egregio Ministro: la Comunità europea. Quante volte abbiamo evocato le politiche comunitarie di pace, di intervento, di politica estera. Il soggetto vero e mancante in questo caso è stata effettivamente la nostra Comunità europea. È pur vero che in una delle tante conferenze internazionali all'esodo della crisi balcanica, sulla questione Kosovo si era trovata una soluzione possibile mutuata dall'Italia, quella altoatesina. Laddove esistono etnie diverse bisogna saper far soltanto una cosa: convivenza vuol dire garanzia di pacifica convivenza. Ma gli Stati assoluti devono fare un passo indietro: riconoscere la massima potestà di autogoverno alle entità locali, in sostanza a quei territori. Sappiamo che lasciando la massima potestà di autogoverno basta porre pochissime regole e il sistema funziona, come ha funzionato in un territorio difficile come l'Alto Adige; si consente l'uso della propria lingua, si rispetta la proporzionalità dei gruppi etnici nelle carriere pubbliche e nell'accesso ai servizi, evitando - queste le regole - esclusivamente gli abusi, quelle che si chiamano prepotenze maggioritarie e da cui scaturiscono poi le pulizie etniche.
Siamo poi preoccupati per un secondo aspetto. Sappiamo che in quell'area si gioca un'importantissima partita, quella dell'approvvigionamento energetico, che per noi - ahimè! - è diventato vitale, grazie anche ad una politica verde stratificata negli anni che potremmo definire di fanatismo ambientalista e che in sostanza ha impedito di raggiungere quell'autonomia e quell'indipendenza energetica che ogni Stato dovrebbe perseguire e garantire.
In conclusione, Presidente, circa l'annunciata Conferenza di Roma formuliamo il suggerimento di cercare di addivenire ad un massimo Governo per quelle realtà. Secondo noi più autogoverno e meno sovranità nazionale sarà sicuramente la cura giusta per pacificare quelle aree e per migliorare la qualità della vita di quello e di ogni altro singolo popolo e forse - aggiungiamo noi - anche del nostro. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marcenaro. Ne ha facoltà.
MARCENARO (PD). Signor Presidente, signor Ministro, il principale punto politico che emerge con chiarezza dalla crisi tra Georgia e Russia è che si è aperta una nuova fase di instabilità internazionale segnata dalla crisi di quella illusione unilaterale che ha per tanto tempo dominato lo scenario delle relazioni internazionali e che ha avuto nella guerra in Iraq il suo punto più chiaro di espressione.
Questa crisi espone il mondo, via via che ritarda una risposta, a nuove minacce per la pace, a minacce di nuove guerre. Per questo sentiamo l'esigenza di un approfondimento, di una verifica delle basi di quella convergenza che ci ha portato nelle settimane scorse ad apprezzare la posizione tenuta dal Governo italiano nel contesto europeo, non solo perché quella strategia unilaterale, così evidentemente in crisi, è stata interamente condivisa negli anni scorsi dalla vostra maggioranza ma soprattutto perché se la positiva posizione di oggi fosse solo legata al particolare peso del sistema degli interessi pubblici e privati che legano l'Italia alla Russia essa sarebbe fondata sulla sabbia, incapace di reggere il confronto con le sfide che si preparano. Condividiamo, signor Ministro, una scelta di prudenza verso la Russia ma penso sia chiaro anche per lei che altrettanto prudente sia escludere qualsiasi illusione di terza forza. Non crediamo al valore taumaturgico delle relazioni personali, né che dall'esterno del nostro schieramento sia possibile verso la Russia un'azione capace di ottenere dei risultati.
Nei giorni scorsi è stata decisa la missione europea di monitoraggio e lei ce ne ha parlato e voglio sottolineare l'importanza che riveste - come da lei ricordato - l'applicazione dei punti del cosiddetto accordo Sarkozy, ma accanto a ciò vorrei richiamare l'importanza di alcuni punti che il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Hammarberg ha evidenziato. In particolare, vorrei sottolineare il diritto al ritorno dei rifugiati, non solo perché riguarda una così drammatica sofferenza umana ma anche perché esso consentirà in futuro di difendere la possibilità di uno Stato e di una soluzione che non sorga su basi semplicemente etniche o di pulizia etnica.
Pensiamo che nessuno sconto o concessione debba essere fatta a nostalgie di Mosca per antiche sfere di influenza o sovranità limitate. Al tempo stesso, signor Ministro, queste nostalgie e la ricerca di riaffermare nei modi più vecchi un nuovo ruolo della Russia nel mondo sono anche la cartina di tornasole e il misuratore dei ritardi nel cammino di una nuova governance internazionale e di quello che abbiamo chiamato un multilateralismo responsabile e efficace. Chiediamo una politica estera italiana che si apra alla possibilità di una leadership condivisa, non solo con la Russia, ma anche con la Russia. Pensiamo che questo sia uno dei grandi temi del prossimo G8 e della Presidenza italiana.
Chiediamo un Paese che lavori dal di dentro del suo sistema di alleanze per un cambio di rotta nelle scelte dell'Occidente e per una nuova politica multilaterale; un'Italia cosciente che la chiave che può aprire questa prospettiva si chiama Europa; un'Europa politica in grado di esprimere una comune politica estera e scelte più forti in materia di sicurezza e di difesa. Questo è il senso di quella che nei giorni scorsi abbiamo riassunto sotto il titolo della ricerca e del lavoro per una "nuova Helsinki".
La stessa prospettiva di crescita della democrazia, dello stato di diritto e del rispetto per i diritti umani può avvenire soltanto in questa luce; al contrario, come chiunque può vedere anche oggi, il conflitto, l'accerchiamento e l'isolamento rafforzano - e questo vale tanto nella piccola Georgia, quanto nella grande Russia - le spinte autocratiche e autoritarie che hanno nel nazionalismo - come sempre è stato nella storia - il loro migliore brodo di coltura.
Non credo di cambiare discorso, signor Ministro, dedicando alcune considerazioni al tema dell'Afghanistan. Ritengo che ci siano punti della sua relazione che debbano essere approfonditi. Siamo di fronte ad un passaggio difficile e impegnativo e siamo tutti consapevoli di quanto il confronto in Afghanistan sia importante per la lotta contro il terrorismo: per questo motivo siamo preoccupati di come stiano andando le cose, quando sentiamo le proteste del Governo Karzai per le vittime civili di azioni di guerra condotta a sua insaputa e quando vediamo aprirsi un nuovo conflitto con il Pakistan e addirittura con le strutture militari pakistane. L'assenza di una chiara strategia politica lascia quella militare come l'unica forza in campo e sembra ricorrentemente farsi strada l'illusione che questa lotta possa essere vinta non con, ma contro il popolo afgano. Quali sono i cardini di una politica per l'Afghanistan al cui servizio la forza militare deve essere posta? Tra questi vi è il riconoscimento al governo legittimo di una partnership effettiva e di una capacità determinante nella scelta di conduzione di tutte le iniziative della coalizione, a fronte di una missione internazionale che sempre più si configuri come sostegno ad uno Stato che si costruisce e non come occupazione esterna. La conduzione dell'azione militare deve poi ispirarsi ai princìpi della sicurezza umana, ridurre l'esposizione al rischio dei civili, e mostrarsi attenta ad evitare il rischio di danni collaterali. Occorre poi ricercare il negoziato con tutti quelli disposti a negoziare, per allargare le basi etniche, sociali e politiche dello Stato e per disaggregare l'insorgenza.
Quanto ci vorrà per applicare in Afghanistan quello che il generale Petraeus ha imparato in Iraq, quando ha capito che solo ricostruendo un rapporto con i sunniti si poteva ottenere un miglioramento della situazione? È altresì necessario un aumento delle risorse dedicate allo sviluppo e alla costruzione dello stato di diritto e un coordinamento con gli altri Paesi della regione, come lei ha ricordato, il Pakistan e la Russia; ma anche l'Iran ha un ruolo importante.
Il punto non è se l'Italia e i suoi militari hanno o no coraggio. Questo è un punto fuori discussione; il punto è se la coalizione ha una politica e come e con quali proposte l'Italia e l'Europa intendano concorrere alla sua definizione. Cerchiamo di far sì che anche in questo campo il conflitto tra Georgia e Russia non faccia ulteriori guai mettendo in secondo piano e distogliendo energie dalla lotta contro il terrorismo internazionale. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bettamio. Ne ha facoltà.
BETTAMIO (PdL). Signor Presidente, innanzitutto vorrei ringraziare il Ministro per aver tenuto e tener fede all'impegno di informare regolarmente il Parlamento sui punti più delicati della nostra politica estera. È un dialogo che abbiamo cominciato, che è proseguito anche durante la cosiddetta pausa estiva e continua anche adesso. Vorrei dare atto al ministro Frattini del suo impegno in questo senso.
Citerò soltanto due o tre punti cercando di non ripetere quello che è già stato detto. Innanzitutto, sul problema della Georgia non so se tutti abbiamo capito che l'Italia ritiene che uno dei ruoli principali in questa vicenda deve essere ed è svolto dall'Unione europea. Solo se l'Unione europea saprà mantenere una posizione unitaria e nello stesso tempo un atteggiamento equilibrato tra la Russia e la Georgia, l'Unione riuscirà ad essere un fattore credibile di attiva partecipazione al processo di distensione.
La nostra priorità è certamente l'applicazione dell'accordo maturato dal presidente Sarkozy.
Il nostro impegno è anche quello di contribuire pure finanziariamente con un sforzo non indifferente all'attività della Croce Rossa e al programma alimentare mondiale, ma soprattutto l'Italia contribuisce attivamente alla discussione del problema della Georgia nei fori internazionali quali la NATO, l'OSCE, l'ONU e si fa portatrice - il Ministro lo ha detto e ripetuto - di un appoggio equilibrato che si basa sul rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale della Georgia e anche sulla consapevolezza di mantenere aperto il dialogo con la Russia. Il Ministro ci ha ricordato che il nostro Governo segue attivamente l'accordo di partenariato tra la Russia e l'Unione europea e anche l'accordo di libero scambio tra la Georgia e l'Unione europea. Questo testimonia che la nostra politica estera è un tutt'uno con quella dell'Unione europea alla quale noi contribuiamo in modo effettivo perché crediamo che solo un ruolo dell'Unione europea che condivida quello dei Paesi membri possa essere effettivamente efficace.
Per quanto riguarda la Libia, é stato ricordato che l'accordo ha da una parte un carattere estremamente pratico. Mi riferisco a tutti i progetti infrastrutturali che abbiamo maturato e che sono stati ricordati: le autostrade, le abitazioni per chi non ne ha, le borse di studio per i giovani, il versamento delle pensioni ai mutilati di guerra, che non è stato ricordato, ma è importante. Accanto a ciò, però, c'è anche un fattore politico da parte italiana che non cessa di incoraggiare la Libia a rinunciare alle armi di distruzione di massa e ad impegnarsi al disarmo. Noi, inoltre, sosteniamo l'aspirazione libica ad aderire alle organizzazioni internazionali. Più questo si verificherà, più la marcia della Libia andrà in direzione di un impegno nell'ambito delle organizzazioni internazionali a carattere globale, più noi potremo fare in modo che ci sia un'effettiva azione della Libia nella cooperazione euromediterranea che è uno dei punti qualificanti dell'azione che noi abbiamo svolto recentemente in Libia, a parte le provvidenze di carattere pratico che abbiamo comunque assicurato.
Mi resta qualche minuto che vorrei impiegare per sottolineare alcuni aspetti della situazione in Afghanistan.
Ritengo che il Ministro abbia ragione quando dice che la preoccupazione più grossa per l'Afghanistan è la precaria situazione della sicurezza, e questo deriva anche molto dalla progressiva ripresa dell'influenza dei talebani in quella Regione. Gli appoggi che i talebani e gli altri combattenti contro il Governo ricevono nella frontiera nord-occidentale del Pakistan è certamente un fattore di disordine e di pericolo. È però anche un fattore che complica sia la situazione sia la tradizionale struttura tribale della società afgana, che non permette il raggiungimento di una vittoria militare risolutiva nei vari punti del Paese. E questa forse è materia di riflessione supplementare: la presenza militare internazionale è in continuo ballottaggio fra l'azione della missione «Enduring Freedom» a guida degli Stati Uniti e la missione ISAF a guida della NATO. Molto spesso l'amalgama fra il carattere di combattimento diretto della prima e quello di peacekeeping della seconda non appare.
Crediamo che il ruolo dell'Italia anche in questo settore sia politicamente all'avanguardia. Contribuiamo in vario modo alla ricerca della pace in questa zona, ma soprattutto lo facciamo sostenendo le istituzioni locali. Non a caso, l'Italia - e qui termino, signor Presidente - ha in quella zona due funzionari in posizioni di altissimo rilievo. Vorrei ricordare che un nostro ambasciatore ha l'incarico di rappresentante civile della NATO e dal 1º settembre un altro nostro diplomatico è subentrato a quello spagnolo come rappresentante speciale dell'Unione europea per l'Afghanistan. Non si tratta di due nomine burocratico-amministrative; si tratta di affermare la volontà di una presenza, oltre che pratica e pragmatica, anche politica in questa zona. Credo che il nostro Governo, anche su tale problema, sia sulla strada che riteniamo giusta. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri, che ringrazio per la sua disponibilità.