Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (875 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 047 del 23/07/2008


AMORUSO (PdL). Signor Presidente, il 13 dicembre 2007 veniva firmato il Trattato di Lisbona. Sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 2009 con la ratifica di tutti gli Stati membri dell'Unione europea, ma il "no" referendario dell'Irlanda lo rende impossibile.

Vi è stata una forte mancanza di entusiasmo, un entusiasmo che invece aveva caratterizzato altri momenti della nascita dell'Europa. E restano inoltre incognite, come quella di Cipro, dove il partito del Presidente cipriota, pur essendo quest'ultimo europeista, ha definito il Trattato «non conforme agli interessi della popolazione europea». Mentre il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, ha detto che dopo il voto irlandese per lui il Trattato «è già morto», e addirittura ha paragonato l'Europa al COMECON.

Ma resta per noi invece forte l'importanza di questo Trattato, che ricalca nella maggior parte i precedenti Trattati europei, ma che ha in sé importanti novità: viene istituita per la prima volta la figura del Presidente del Consiglio europeo, che rappresenta l'Unione europea all'estero, assicurando continuità nonostante i turni semestrali dei Governi alla guida dell'Unione europea, eletto dal Consiglio europeo per due anni e mezzo, con la possibilità di un rinnovo; viene rafforzata la figura del Presidente della Commissione europea, mentre quest'ultima dal 2014 non sarà più di 27, ma a rotazione di un numero corrispondente ad un terzo dei 27 membri; viene istituita la figura del Ministro degli esteri, eletto anch'egli dal Consiglio europeo e che assume la carica di Vicepresidente della Commissione europea. Sarà quindi una figura più autorevole rispetto all'attuale debole Alto rappresentante per la politica estera; viene diminuito il numero di materie in cui il Consiglio europeo deve decidere per forza all'unanimità per evitare le frequenti pause decisionali dell'Unione europea.

In definitiva, il Trattato di Lisbona, nel rendere più agevoli i processi decisionali, è un passo importante nell'integrazione europea, tanto più oggi che l'Unione europea è fatta di 27 Stati (con la Croazia in procinto di avvicinarsi e di entrarvi e la Turchia alla finestra).

Ma rimane il «vuoto di democraticità». Il Trattato di Lisbona è appunto un meccanismo di accorgimenti istituzionali, non essendo però in grado di dare una vera anima all'Europa unita. In altre parole, non riempie quel «vuoto di democraticità» troppe volte imputato a un'Unione europea che appare dominata - e forse lo è - dalle burocrazie e incapace di un rapporto diretto con i cittadini.

A simboleggiare il vuoto di democraticità è la Commissione europea, che non ha alcun collegamento con le espressioni delle volontà popolari dei popoli europei. Infatti, i suoi membri non sono eletti ma designati dai Governi, non ricevono alcuna istruzione dal Parlamento europeo, che rimane un organo che si limita a ratificare le proposte della Commissione.

Ma ci sono anche altre ragioni che spiegano l'insuccesso popolare di strumenti come il Trattato: basti pensare all'Italia, che nei quindici anni successivi all'entrata in vigore del Trattato di Maastricht del 1992 ha avuto uno sviluppo del prodotto interno lordo inferiore di un quarto rispetto al quindicennio precedente; e, non per ultimo, alla mancanza di un radicamento culturale e religioso. La Costituzione europea era introdotta dal famoso preambolo sui valori, che in modo incredibile non conteneva riferimenti alle radici giudaico-cristiane dell'Europa. Ora il Trattato di Lisbona, per evitare polemiche, non ha neanche un preambolo, ma è sin dall'inizio una lunga, complicata e fredda enunciazione burocratica di articoli. È proprio questa sorta di laicità a tutti i costi, che in teoria dovrebbe accontentare tutti, a rendere l'Unione europea un oggetto estraneo alla sensibilità dei popoli europei.

Tutto ciò, come ha detto il ministro Ronchi, deve «guidare i vertici delle istituzioni europee ed i Governi dei Paesi membri ad esperire una riflessione profonda sui valori basilari dell'Unione europea, al fine di ravvicinare quest'ultima alle esigenze dei cittadini».

Ma senza Lisbona ci sarà un'Unione europea impotente nel mondo. Queste obiezioni alla costruzione dell'edificio europeo non eliminano certo il fatto che, nello specifico, il Trattato di Lisbona debba entrare in vigore il prima possibile, pur con i suoi limiti. Infatti, esso aiuta l'Unione europea ad avere quelle basi istituzionali senza cui l'Europa non può neanche pensare di confrontarsi alla pari con gli Stati Uniti e soprattutto con i giganti asiatici da più di un miliardo di persone. Perciò è importante che l'Italia ratifichi il Trattato di Lisbona, dando il suo contributo a quella che è stata la linea emersa nel corso dei vertici europei dopo il referendum irlandese.

È inoltre importante che, attraverso una ratifica celere e convinta, l'Italia sia in prima linea per evitare che le difficoltà intorno al Trattato creino una sorta di effetto "liberi tutti", per cui la pur precaria coesione politica tra i 27 Stati membri, creatasi in questi primi mesi del 2008 sull'obiettivo delle ratifiche, potrebbe sfaldarsi dando il "la" ad un'Europa a più velocità: quella francese verso il Mediterraneo; quella tedesca, che appoggia il progetto polacco‑svedese di un'Unione europea spostata verso l'Ucraina e gli Stati dell'Europa orientale; e quella inglese, con un rapporto preferenziale con gli USA più che con l'Europa unita.

Nuove iniziative come quella dell'Unione del Mediterraneo sono benvenute, aiutano il vecchio continente a solcare la strada del dialogo e della partnership politico-economica con l'estero. Ma solo a patto che esse non distolgano l'attenzione da quella che deve rimanere la stella polare dell'Europa, cioè il completamento, che è anzitutto ideale e morale, prima ancora che politico ed economico, di quel grande progetto europeista nato ormai più di cinquant'anni fa con i Trattati di Roma, sulle ceneri di un continente allora uscito da pochi anni dalle macerie di una guerra fratricida. Un'Europa dei popoli che abbia un grande ideale comune di pace e di sviluppo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.