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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 047 del 23/07/2008


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente BONINO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 15,36).

Si dia lettura del processo verbale.

 

AMATI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.

 

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 15,38).

 

Sulla mancata elezione del Presidente della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PERDUCA (PD). Signora Presidente, vorrei denunciare l'ennesima fumata nera verificatasi oggi nella Commissione di vigilanza RAI, dove, ancora una volta, in particolare per un'assenza marcata nei banchi della maggioranza, non è stato possibile raggiungere il numero legale e quindi non è stato eletto il Presidente. La Commissione dovrebbe vigilare su un'impresa - quella del servizio radiotelevisivo pubblico - il cui consiglio di amministrazione è scaduto il 31 marzo: quindi, non soltanto la RAI è governata da qualcuno che non è più legittimato, ma anche l'organo parlamentare che dovrebbe monitorarne l'operato non è pienamente costituito.

Oltre a quanto è successo, non è stata neanche fissata la data della prossima convocazione della Commissione di vigilanza RAI. Quindi, le Presidenze di Camera e Senato dovrebbero essere immediatamente investite di ciò e, per rafforzare questa richiesta, l'onorevole Beltrandi, radicale appartenente al Gruppo del PD, dalle ore 14 sta occupando i locali della Commissione stessa. In attesa che gli venga data una risposta, ha già formalmente comunicato a chi di dovere la sua presenza, perché si convochi la Commissione e la si tenga convocata fino ad un voto utile per eleggerne finalmente il Presidente, così da recuperare un minimo di legalità all'interno del nostro Parlamento e avviare un doveroso lavoro di monitoraggio della RAI, che - ripeto ancora una volta - da un mese e mezzo non ha un CdA legalmente eletto.

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Perduca. Questa Presidenza riferirà al presidente Schifani e lo investirà della sua richiesta, per le opportune decisioni che saranno certamente comunicate all'Aula.

 

Discussione e approvazione del disegno di legge:

(759) Ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007 (ore 15,40)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 759.

La relazione è stata già stampata e distribuita.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Dini, per integrarla.

DINI, relatore. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, la fine anticipata della legislatura ha impedito al Senato di esaminare il Trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre dello scorso anno. La sua ratifica è dunque uno dei primi ed essenziali impegni delle nuove Camere. Appena trasmesso dal Governo, il Trattato è stato tempestivamente esaminato dalla Commissione che ho l'onore di presiedere, che ha concluso i suoi lavori nella seduta del 9 luglio. Tutte le Commissioni si sono pronunciate in sede consultiva. Abbiamo avuto in due occasioni un confronto, insieme alla Commissione 14a e alle Commissione omologhe dell'altro ramo del Parlamento, con il ministro degli affari esteri Frattini nelle sedute del 19 giugno e del 2 luglio e sempre congiuntamente a queste Commissioni abbiamo audito il presidente della Commissione europea Barroso il 15 luglio.

Questi confronti ci hanno rafforzato nella convinzione di procedere celermente alla ratifica del Trattato sul quale si sono - ad oggi - pronunciati a favore i Parlamenti di 23 Paesi dell'Unione e fra questi tutti i più grandi e popolosi Paesi, salvo il nostro. Con l'Italia saranno 24 i Paesi che avranno ratificato il Trattato e ad essi dovrebbero unirsi la Svezia e anche la Repubblica Ceca. Resterebbe così isolato il "no" irlandese, per superare il quale si dovranno trovare delle soluzioni che non potranno comunque implicare la riapertura del confronto su un testo, vale a dire su quello che oggi esaminiamo, che è stato il frutto di complessi e difficili negoziati.

Quest'Aula autorizzò la ratifica, nell'aprile del 2005 con un voto quasi unanime, del Trattato costituzionale firmato a Roma il 28 ottobre 2004. Era un trattato più ambizioso, frutto anch'esso di un complesso negoziato e del lavoro di un organo largamente rappresentativo, la Convenzione europea. Il Governo italiano si è battuto perché, durante la crisi aperta dal referendum francese e olandese, ci si discostasse il meno possibile da quel testo. Il complesso negoziato che si è concluso solo nel dicembre dello scorso anno con la firma, a Lisbona, del Trattato che oggi esaminiamo, ha portato ad un testo che non è più, come il Trattato costituzionale, integralmente nuovo, sostitutivo dei Trattati vigenti, ma consiste in una serie di puntuali modifiche ai Trattati vigenti stessi. Consta, infatti, di 7 articoli.

Il primo contiene modifiche al Trattato dell'Unione europea, che viene profondamente ristrutturato e suddiviso in sei titoli. Il secondo articolo contiene modifiche al Trattato sulle Comunità europee, il cui nome viene cambiato in «Trattato sul funzionamento dell'Unione europea». Gli altri articoli, da 3 a 7, del Trattato di Lisbona contengono invece disposizioni finali. In particolare, l'articolo 6 prevede che il Trattato entri in vigore il 1° gennaio 2009 e comunque solo dopo che tutti gli Stati membri dell'Unione avranno depositato gli strumenti di ratifica. Allegati a questo Trattato vi è poi una serie di protocolli e molte dichiarazioni.

Per rendere più leggibile il Trattato è a disposizione dei senatori un volume nel quale troverete, disposte in un testo a fronte, a sinistra le disposizioni dei Trattati vigenti e a destra le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona, con evidenziate in neretto le integrazioni apportate dal nuovo Trattato. Letto in questo modo, in una versione sostanzialmente consolidata, il Trattato di Lisbona non è più quel testo illeggibile e astruso di cui troppo spesso ci si è lamentati, ma è invece un testo che ripropone in due Trattati il complesso della normativa vigente, integrato con modifiche frutto di anni di negoziati, modifiche che non recano nuove cessioni di sovranità, ma piuttosto volte a consentire ad un'Europa allargata di funzionare correttamente.

Se la struttura del Trattato è cambiata, occorre tuttavia riconoscere che nella sostanza le innovazioni introdotte dal Trattato di Lisbona ai Trattati vigenti riproducono essenzialmente norme contenute nel Trattato costituzionale. Quello di oggi dunque non è - e non può essere - un dibattito integralmente nuovo, ma deve tener conto del fatto che il Parlamento italiano ha già approvato un testo, il Trattato costituzionale, in gran parte riprodotto in quello che oggi esaminiamo.

Non ha senso perciò riproporre oggi, come invece alcuni commentatori hanno fatto, le questioni dell'impatto del nuovo Trattato sul nostro ordinamento, della compatibilità delle sue disposizioni con i precetti della Costituzione italiana. Di tutto ciò abbiamo già parlato e su ciò il Parlamento, con un voto pressoché unanime, si è già pronunciato. E su un testo che, come ho detto, era ancora più innovativo di quello oggi al nostro esame.

Di quel testo - il Trattato costituzionale - si è persa l'ambizione costituzionale, cioè ogni riferimento a terminologie di carattere costituzionale. Non è stata più riprodotta la disposizione che fissava in una norma chiara il principio del primato del diritto dell'Unione su quello nazionale, un principio che, tuttavia, continua ad essere ricavato da un'interpretazione complessiva dei Trattati. Alla Carta dei diritti viene dato sì valore giuridico, ma essa non è più incorporata nel Trattato. Tali modifiche sono state tutte introdotte nell'intento di superare le bocciature referendarie francese e olandese; lo stesso vale per una serie di dichiarazioni e protocolli aggiuntivi volti a limitare l'applicazione di questa o quella previsione.

Non voglio qui entrare in un'esposizione delle novità introdotte dal Trattato di Lisbona ai Trattati vigenti e rinvio per questo alla relazione scritta, che è a disposizione dei senatori; voglio invece soffermarmi sul senso politico delle scelte fatte dal nuovo Trattato. Esso introduce, come ho accennato, modifiche essenziali per il funzionamento di un'Europa allargata, che comprende oggi 27 Stati ed è suscettibile di integrarne di nuovi. Il ministro Frattini ci ha ricordato in Commissione l'importanza strategica per l'Italia di un ingresso nell'Unione dei Paesi dei Balcani occidentali e, in prospettiva, anche della Turchia.

Ora, il Trattato di Lisbona, seppure in modo che personalmente giudico ancora insufficiente, rafforza la capacità dell'Unione di agire; aumenta le materie in cui il Consiglio decide a maggioranza, rende possibile all'Unione di agire e decidere in aree delicate come l'immigrazione, l'energia, il cambiamento climatico, la sicurezza, la crescita economica. Tutte materie in cui le opportunità, ma anche i problemi generati della globalizzazione, richiedono risposte europee, per soddisfare le attese dei nostri cittadini e la loro richiesta di protezione. In tutte queste materie il Trattato di Lisbona garantisce procedure più democratiche e trasparenti, innanzitutto attraverso un accrescimento dei poteri del Parlamento europeo.

Il Trattato di Lisbona poi, riprendendo quanto previsto dal Trattato costituzionale, attribuisce un ruolo ai Parlamenti nazionali, un ruolo per la prima volta iscritto con chiarezza nel corpo dei Trattati. Secondo l'articolo 8C del Trattato di Lisbona, infatti, i Parlamenti dovranno: «contribuire attivamente al buon funzionamento dell'Unione». I Parlamenti parteciperanno alla revisione dei Trattati, avranno un ruolo nella valutazione e nel controllo politico sullo sviluppo dello spazio di sicurezza e giustizia. A ciascun Parlamento nazionale è attribuita la possibilità di opporsi all'adozione di misure relative al diritto di famiglia aventi implicazioni transnazionali, ma soprattutto ciascuna Camera potrà far conoscere il proprio parere alla Commissione europea fin dal primo momento di formazione degli atti dell'Unione.

La Commissione europea, ce lo ha ricordato il presidente Barroso, dalla fine del 2006 - quindi già prima dell'entrata in vigore del Trattato - ha iniziato a inviare ai Parlamenti nazionali tutte le sue proposte di direttiva, rendendosi così disponibile a ricevere le osservazioni e i rilievi che ogni Camera, nella sua autonomia, vorrà formulare. L'obiettivo è quello di contribuire a migliorare le proposte della Commissione rendendole pienamente conformi al principio di sussidiarietà. Credo che ci dovremo impegnare a utilizzare questo strumento - e la Commissione che ho l'onore di presiedere lo ha fatto poche settimane fa - esaminando tempestivamente la comunicazione della Commissione europea sull'Unione per il Mediterraneo. Abbiamo votato una risoluzione, era relatore il senatore Cabras, che è stata inviata non solo al Governo, ma anche alla Commissione europea secondo la procedura che ci ha illustrato il presidente Barroso e che anticipa quanto previsto dal Trattato che stiamo qui esaminando, segnatamente dal protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali e da quello sul rispetto del principio di sussidiarietà.

Credo che le nostre Commissioni permanenti dovrebbero fare un uso sistematico di queste nuove opportunità. Richiamo in proposito le valutazioni contenute nel parere sul Trattato che stiamo esaminando, approvato dalla 14a Commissione ed elaborato dalla collega Boldi. Potremo così con più efficacia controllare l'azione del Governo nei procedimenti di formazione degli atti dell'Unione europea e rendere tali atti più conoscibili e corrispondenti ai bisogni dei nostri cittadini.

Il Trattato di Lisbona conferisce poi all'Unione un più chiaro e visibile ruolo sulla scena internazionale. Si prevede una presidenza stabile del Consiglio europeo e si affidano ad un'unica persona - nella sostanza un Ministro degli esteri europeo - le competenze dell'attuale Alto rappresentante e quelle del Commissario responsabile per le relazioni esterne, un'unica figura che presiederà il Consiglio dei ministri degli esteri, che sarà vice presidente della Commissione e potrà avvalersi di un vero e proprio servizio diplomatico comune nel quale i funzionari delle istituzioni europee lavoreranno fianco a fianco con personale distaccato dai servizi diplomatici nazionali.

Quest'innovazione potrà aprire la via ad una più autorevole e forte presenza dell'Europa nel mondo. Potrà rafforzare la sua capacità di stare sulla scena internazionale e di fronteggiare le sfide che rendono sempre più complessa la governance globale. Per l'Italia e gli altri Paesi europei, se vogliono mantenere il loro ruolo nel mondo, non vi è altra possibilità che quella di presentarsi nei consessi internazionali coesi e con istituzioni comuni che sappiano parlare con un'unica voce. Il Trattato di Lisbona queste istituzioni le fornisce, anche se nella politica estera e di difesa resta il paralizzante vincolo dell'unanimità.

Mi auguro che, come preannunciato, il Parlamento italiano riesca ad approvare prima della pausa estiva il disegno di legge di ratifica del Trattato. L'Italia è l'ultimo dei grandi Paesi dell'Unione che non ha ancora proceduto alla ratifica. L'obiettivo rimane quello di far entrare in vigore il nuovo Trattato prima delle prossime elezioni del Parlamento europeo, un obiettivo reso più complesso dal referendum irlandese, ma non impossibile se il processo di ratifica si concluderà negli altri 26 Stati entro l'anno. Sottolineo, che è obiettivo non impossibile anche se poco probabile: ce lo ha ricordato il ministro Frattini e ce lo ha anche detto il presidente Barroso.

Se intervenisse la ratifica degli altri 26 Paesi, in autunno potremo chiedere compatti all'Irlanda di trovare una soluzione che non blocchi il processo di integrazione e andare così alle elezioni europee con le nuove regole previste dal Trattato di Lisbona, che ripropongono sostanzialmente quelle già formulate nel Trattato costituzionale e sulle quali rinvio alla relazione scritta.

Ritengo che la scelta di proseguire nel processo di integrazione debba essere fatta con consapevolezza. Non possiamo nasconderci la gravità della crisi politica in cui il progetto oggi versa. Ne abbiamo avute eco nel nostro dibattito in Commissione, ricordo in particolare lo stimolante intervento del presidente Pera. Dopo il «no» irlandese, incertezze e inquietudini si stanno nuovamente diffondendo. L'Unione spesso non viene più percepita come uno strumento efficace per affrontare le sfide dei nostri tempi. Sfide però che per la loro dimensione e importanza richiedono più Europa, e non meno Europa.

Di fronte a questo mutato atteggiamento che non risparmia nemmeno un Paese come il nostro, in cui forte e radicata è la tradizione europeista, non dobbiamo trincerarci dietro un europeismo acritico, ma dobbiamo - noi rappresentanti dei cittadini - far comprendere che vi sono interessi vitali per i quali l'integrazione europea è necessaria. Il Trattato di Lisbona, seppure imperfetto, consente all'Unione di intervenire con strumenti più efficaci e stringenti nelle materie che più preoccupano la vita dei nostri cittadini.

Tutto ciò va spiegato e mi auguro possa divenire anche oggetto di un confronto politico in occasione delle prossime elezioni europee. Non solo la scelta dei nostri rappresentanti a Strasburgo, ma anche la scelta del nuovo Presidente della Commissione europea dipenderà dal risultato delle elezioni per il Parlamento europeo, Parlamento che dovrà eleggere il Presidente stesso e pronunciarsi con un proprio voto sulla composizione del collegio dei commissari. Dovremo allora cercare di trasformare quella competizione elettorale, troppo spesso vissuta in chiave tutta nazionale, in un vero confronto politico sul governo dell'Europa.

Sono fiducioso che la semplificazione del panorama politico italiano, che lo rende oggi più vicino a quello dei principali Paesi europei, possa essere di ulteriore stimolo a fare delle prossime elezioni europee una competizione veramente europea. L'Italia potrà così dare un contributo coerente con la sua storia di Paese fondatore: lo farà ratificando oggi il Trattato di Lisbona e contribuendo domani alla costruzione di un vero spazio pubblico europeo. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Pardi, Sbarbati e Marinaro).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Boldi, la quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G109. Ne ha facoltà.

BOLDI (LNP). Signora Presidente, riprenderò in parte l'intervento del presidente Dini. Si sente spesso parlare, a proposito di Unione europea, di deficit democratico. Al fine di ricostruire almeno parzialmente un circuito democratico a livello europeo, introducendo un controllo fattivo sull'operato della Commissione europea nella sua qualità di legislatore, appaiono determinanti le disposizioni sul ruolo dei Parlamenti nazionali contenute nel nuovo articolo 8C del Trattato dell'Unione europea, che fanno degli stessi, per la prima volta, gli interlocutori diretti delle istituzioni dell'Unione, associati al processo decisionale in via diretta, oltre che per la via tradizionale indiretta, dell'indirizzo ai rispettivi Governi.

L'esame di sussidiarietà sulle proposte legislative da parte dei Parlamenti nazionali potrebbe costituire il vero valore aggiunto del Trattato di Lisbona: il principio di sussidiarietà, infatti, rappresenta l'elemento di garanzia per una corretta ripartizione delle competenze tra Unione e Stati membri, come tra questi e i Governi locali, poiché garantisce, nell'alveo dei trattati, che l'Unione europea, fatte salve le poche materie su cui vanta una competenza esclusiva, intervenga in qualità di legislatore solo laddove gli stessi interventi non siano realizzabili individualmente da parte degli Stati membri.

In particolare, è necessario conferire ulteriore sistematicità alle procedure di esame delle proposte legislative e dei documenti di consultazione dell'Unione; in questo senso si pone la decisione della Commissione europea, risalente alla fase di riflessione seguita ai referendum francese e olandese sul Trattato costituzionale, di avviare un sistema di trasmissione diretta delle proposte legislative ai Parlamenti nazionali, sollecitando rilievi attinenti non solo alla sussidiarietà, ma anche alla proporzionalità, in altri termini all'intensità, alla pregnanza nonché al merito delle misure proposte.

L'ordine del giorno G109 impegna il Governo a rafforzare tutti i meccanismi di consultazione del Parlamento ai fini dell'assunzione di una posizione in sede comunitaria nelle materie per le quali sia previsto il voto all'unanimità e a valutare eventuali modifiche in tale senso della normativa vigente in materia. (Applausi dal Gruppo LNP e dei senatori Bianconi e Musso).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G101. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, gentili senatori, gentili colleghi e colleghe, desidero in premessa dirimere ogni dubbio sulla volontà dell'Italia dei Valori di aderire al Trattato di Lisbona ed, in particolare, sottolineare che l'interpretazione che l'Italia dei Valori dà dell'esito negativo della consultazione referendaria irlandese attribuisce le principali responsabilità a quegli europeisti privi di passione politica che hanno agito o, meglio, non agito sulla base di un'inerzia burocratica del «tanto s'ha da fare».

Il "no" irlandese non è un diniego all'Unione, ma un rifiuto ad un processo di unificazione che, favorito da stimoli economici di tipo liberale, é stato portato avanti come un progetto di élite che passava sopra le teste dei cittadini. Lo spettro di una crisi si agita sull'Europa.

Cari colleghi, sempre più cittadini nell'attuale dinamica economica passano dalla parte dei perdenti. Si è generato uno stato d'animo che non può essere ignorato e che può essere spiegato con alcune fondate preoccupazioni di natura sociale ed altre invece miopi. In proposito, onorevoli colleghi, si è vista l'incapacità politica di allargare gli orizzonti e di restringere razionalmente la forbice creatasi tra le competenze decisionali in materia politica trasferite a Bruxelles e a Strasburgo da una parte, e le opportunità di partecipazione democratica rimaste negli Stati nazionali dall'altra. Questo modo di procedere è sbagliato; la politica deve assolutamente riprendersi le competenze del fare istituzionale a livello europeo. Vi dico chiaramente che se gli europeisti fossero stati tanto aggressivi quanto gli euroscettici il risultato irlandese sarebbe stato, a nostro avviso, completamente diverso.

Sono profondamente convinto che la votazione parlamentare è la sede più idonea per l'approvazione del Trattato ed essa esalta la delega popolare a noi fornita e rifuggo, quindi, dall'istrionismo demagogico di coloro che sostengono che i Parlamenti voterebbero contro i loro elettori. Lo spirito di forte passione europeista che anima l'Italia dei Valori non ha tuttavia esautorato il partito che rappresento dall'effettuare una disamina seria ed approfondita del testo del Trattato dalla quale sono scaturite alcune riflessioni.

All'Italia dei Valori non piace che la Carta dei diritti fondamentali non sia integrata nel Trattato, pur essendovi riferimento ad essa, e men che meno gradisce un particolareggiato articolo sull'Agenzia europea per la difesa ove il legislatore proponente si è dimenticato di impegnarsi al rispetto dei vari trattati di messa al bando delle armi e di sistema d'arma intesi a mietere vittime intenzionalmente anche tra le popolazioni civili.

Inoltre, sempre rimanendo in ambito militare l'Italia dei Valori è del tutto perplessa sulla cosiddetta clausola di solidarietà che da sola occupa un intero titolo del Trattato. La norma è presentata con una denominazione ricca di evocazioni umanitarie, ma cela la pericolosa insidia di ingerenze occultate sotto la facciata di attività di solidarietà in situazioni di emergenza e notevole impatto sull'opinione pubblica. Il partito dell'Italia dei Valori è decisamente sfavorevole all'impiego dei militari per la risoluzione di problematiche terroristiche quando l'Unione con Europol ed Eurojust dispone già di idonei strumenti per affrontare queste tematiche.

In questa occasione abbiamo presentato un ordine del giorno a mia firma di cui, per brevità, leggo solo l'impegno: «impegna il Governo: ad una rigorosa applicazione della clausola di solidarietà prevista dal Trattato di Lisbona, al fine di assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni, nel rispetto di quanto solennemente stabilito dall'articolo 11 della Costituzione italiana». Invito i colleghi a riflettere su questo punto.

Ebbene, anche l'architettura della normativa relativa ai controlli alle frontiere, all'asilo e all'immigrazione non è esente da critiche. L'Italia dei Valori vuole sottolineare che il numero dei detenuti stranieri nelle carceri europee è in continua crescita. È evidente che una presenza così elevata di stranieri nei penitenziari europei corrisponde, almeno in parte, ad un reale livello di devianza degli immigrati.

Secondo l'Italia dei Valori è grave dover constatare che nell'Europa in cui operano istituzioni come il Consiglio d'Europa, da tempo impegnato nella tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e nella promozione di una cultura penitenziaria garantista, si possano concepire centri di permanenza temporanea per migranti nei quali si recludono migliaia di persone che non hanno commesso alcun reato, deportazioni d'immigrati irregolari verso i Paesi d'origine e, addirittura, «centri di trattamento in transito», come proposto dagli inglesi, fuori dai confini europei, dove rinchiudere i richiedenti asilo. A parere dell'Italia dei Valori, l'integrazione della Carta dei diritti fondamentali nel Trattato, nonostante i limiti relativi alla sua applicazione, potrebbe segnare un progresso ai fini della tutela dei diritti dei migranti, pur restando comunque uno strumento insufficiente.

Infine, l'Italia dei Valori ha notato come il Trattato dedichi norme apposite all'agricoltura ed alla pesca, all'ambiente, ma non uno all'acqua, o meglio, alle risorse idriche per usi civili. Ciò, nonostante tale argomento rivesta un ruolo di fondamentale importanza nel dibattito da tempo in corso tra economisti, politologi, sociologi, filosofi e climatologi, sul futuro del pianeta. Vi sono addirittura riflessioni secondo le quali le prossime guerre si combatteranno per l'acqua, prima ancora che per le risorse energetiche.

L'Europa ha assistito all'introduzione di varie forme di privatizzazione dei servizi idrici e fognari, e ci sono forti probabilità che il settore continui ad espandersi. I grandi consorzi privati ritengono che le rigorose normative ambientali fissate dalle direttive europee e le pressioni di bilancio dei Governi possano servire ad incoraggiare il partenariato col settore privato. Le amministrazioni comunali, per adeguarsi agli standard, hanno bisogno di fare investimenti per sostituire o migliorare le reti idriche esistenti. Le più recenti indicazioni dell'Unione europea sembrano andare in questa direzione: il settore idrico sarà il prossimo ad essere aperto alle leggi di mercato. L'Unione europea richiede una migliore qualità dell'acqua e invita a rispettare le direttive ambientali, e si è impegnata a fornire al settore idrico una legislazione efficace, ma che al contempo non impedisca la concorrenza. L'Unione europea ha dichiarato la propria neutralità sul tema della proprietà delle risorse idriche, cionondimeno, la Commissione europea, in relazione ai Paesi che sono entrati a far parte dell'Unione europea nel 2004, ha ritenuto che i massicci investimenti richiesti per il finanziamento e l'ammodernamento della distribuzione idrica hanno bisogno del settore privato.

L'Italia dei Valori ritiene che il settore idrico non sia idoneo a sottostare alle logiche di mercato e che il Trattato debba in tal senso dare una esplicita tutela. I servizi idrici sono innanzitutto una questione di protezione ambientale nell'interesse di tutti i cittadini: e quindi è sbagliato considerarli in primo luogo come la commercializzazione di un prodotto. La protezione della salute dell'utente e dell'ambiente sono obiettivi di estrema importanza a livello europeo.

Si tratta di principi enunciati nella Carta dei diritti, della quale, ancora una volta, si sottolinea la non integrazione nel Trattato, e come tali sono da considerare valori comuni all'interno dell'Unione europea. Ne consegue che l'incoraggiamento ad una concorrenza più accesa per singole aree di fornitura tramite il riconoscimento di concessioni con contratti a termine non è positivo per il consumatore. C'è il concreto rischio, visti gli elevati costi, che la gestione dei servizi idrici resti nelle mani solo di grandi società e, quindi, non si ottengano i presunti benefici della concorrenza di mercato. Il Trattato non può evitare l'argomento.

Nonostante le perplessità che ho illustrato, in alcuni casi anche molto forti, su temi articolati e complessi, dai numerosi risvolti, l'Italia dei Valori riconosce che solo l'adesione al Trattato di Lisbona può consentire la migliore prosecuzione del cammino verso la costruzione di un'Europa sociale laddove però, e concludo, si riprendano le competenze del fare istituzionale, con passione, anche a livello europeo e non solo nazionale. (Applausi dal Gruppo IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Filippi Alberto, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G115. Ne ha facoltà.

FILIPPI Alberto (LNP). Signora Presidente, la parola chiave di questo ordine del giorno, con il quale si impegna il Governo ad attivarsi presso l'Unione europea affinché la stessa chieda, in sede di WTO, che vengano adottate misure che consentano di tutelare le regole di concorrenza e di qualità dei prodotti finiti, è il criterio di reciprocità.

Troppo spesso infatti dobbiamo assistere al venir meno di un vero pilastro, perché il criterio di reciprocità dovrebbe valere in ogni questione che riguardi, non solo il commercio o le attività economiche, ma anche la società. Ma visto che si vive anche di economia e che troppo spesso la Lega Nord è stata - inopportunamente - criticata perché si batteva per la tutela e la salvaguardia dell'economia del proprio Paese, allora facciamo in modo che i prodotti realizzati nel nostro Paese non debbano subire una concorrenza sleale e che quindi si parta, invece che qualche passo, anzi qualche chilometro, indietro rispetto agli altri, dallo stesso punto di partenza.

Porto alcuni esempi. Non è corretto che alcune materie prime, il cui uso nell'Unione europea è vietato, siano invece usate in modo sereno e tranquillo al suo esterno per produzioni che poi giungono nel nostro Paese. I nostri prodotti, per accedere nei mercati di molti Paesi, incontrano numerose barriere, non solo di tipo tariffario. Pensiamo infatti alle questioni dell'etichettatura, dei patrimoni dei marchi e dei brevetti.

Per ultimo, un accenno ai dazi. Alcuni nostri prodotti subiscono, quando vengono esportati in Paesi extra CEE dei dazi consistenti. Gli stessi prodotti importati invece dagli stessi Paesi stranieri entrano nella nostra Comunità con dei dazi decisamente diversi, senza che quindi venga rispettato il criterio della reciprocità. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bianconi, la quale, nel corso del suo intervento, illustrerà anche l'ordine del giorno G106. Ne ha facoltà.

BIANCONI (PdL). Signora Presidente, interverrò su un aspetto a me tanto caro, anche se molto parziale, lasciando poi ai colleghi che seguiranno il compito di entrare più nello specifico di questa importante ratifica.

I dati, ormai noti, ci considerano penultimi in Europa per quanto riguarda l'occupazione femminile. Ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta soltanto Malta. In Italia riesce a lavorare soltanto il 46,3 per cento delle donne; 7 milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al Sud il tasso di occupazione crolla al 34,7 per cento. C'è poi da sottolineare lo scarsissimo numero di donne che riescono a raggiungere posizioni apicali. Bisogna partire da qui, dal fatto, dimostrato da economisti e specialisti di tutto il mondo, che se le donne lavorassero ci guadagnerebbero gli indici economici di tutti i Paesi.

Sideve ricominciare ad inserire tra le priorità del lavoro nel nostro Paese un maggior sostegno all'imprenditoria femminile, ai congedi e agli altri interventi sociali che permettono ad una donna di lavorare; una via che rischia di essere abbandonata, ancor prima di essere intrapresa, nonostante in queste ore ci accingiamo a ratificare uno dei Trattati più importanti dell'Unione europea, quello di Lisbona, che prevede delle politiche europee coordinate con esperti di economia e di welfare per tracciare i contorni di una realtà che è sotto tutti i nostri occhi, ma che non riesce ad avere voce.

Ancora una volta, non dobbiamo assolutamente dimenticare che in Europa hanno diritto di voto 26 milioni di donne, contro 24 milioni di uomini. Se la donna lavora, entra più ricchezza in famiglia, a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguati, aumenta il reddito e nascono anche più bambini. E anche questo è uno dei temi che Lisbona ha trattato.

Questo era il punto cardine dal quale a marzo 2000 a Lisbona i Paesi europei decisero un piano sull'occupazione femminile intesa, appunto, non solo come una questione di genere, ma proprio come volano per l'economia nazionale. Si stabilì di raggiungere - dieci anni dopo, quindi nel 2010 - l'obiettivo perché il 60 per cento delle donne per questa data risultasse occupata, con un lavoro autonomo o dipendente. La situazione ad oggi, nel 2008, a due anni da quella scadenza, vede che la media europea si aggira al 57,4 per cento e quella italiana è ferma purtroppo ancora al 46,3 per cento. Penultimi, appunto, nell'Europa dei cosiddetti 27 Paesi membri, a dieci lunghezze dall'isola di Malta. In nostra compagnia, sotto il 50 per cento, ci sono Polonia e Grecia, mentre Slovacchia, Romania e Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per cento. Cipro è al 60 per cento. La Slovenia, appena entrata nella Unione europea, è addirittura oltre il 61 per cento. La Danimarca guida la classifica con una percentuale del 73,4 per cento.

Il nostro Sud è il luogo europeo dove le donne risultano meno occupate: le percentuali sono bloccate al 34,7 per cento; tra il 1993 ed il 2006 le occupate sono cresciute pochissimo rispetto a quelle del Nord. Tra l'altro, molte donne tra i 35 ed i 44 anni non riesce neanche a trovare lavoro. Praticamente al Nord lavorano 75 donne su 100; al Sud su 68 soltanto 42.

Anche quando arrivano in posizione apicale, è comunque destinato loro uno stipendio inferiore di un quarto rispetto a quello di un collega maschio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano «differenziale retributivo di genere», è pari al 23,3 per cento. Anche questa è una grossissima discriminazione che bisognerebbe eliminare.

Non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un'adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità.

Nel testo della Presidenza del Consiglio si legge...

 

PRESIDENTE. Senatrice Bianconi, si avvii a concludere, il tempo a sua disposizione sta scadendo.

 

BIANCONI (PdL). Mi dispiace, signora Presidente, le chiedo quindi di poter allegare il testo integrale del mio intervento e vado alle conclusioni.

Noi oggi ratifichiamo questo Trattato, in riferimento al quale ho presentato l'ordine del giorno G106, perchè per attuare azioni positive nel mondo del lavoro servono anche servizi sociali adeguati e l'ordine del giorno va in questa direzione.

L'augurio è che il Trattato di Lisbona diventi quello sprone necessario non solo per migliorare tanti aspetti della vita sociale ed economica dell'Europa, e quindi anche dell'Italia, ma, soprattutto, che apra veramente la porta a quel processo culturale della parità tra i generi, oggi ancora molto lontano in numerosi settori della nostra vita. (Applausi dal Gruppo PdL e delle senatrici Boldi e Sbarbati).

 

PRESIDENTE. Senatrice Bianconi, la Presidenza l'autorizza ad allegare il testo del suo intervento.

È iscritto a parlare il senatore Stiffoni, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G119. Ne ha facoltà.

STIFFONI (LNP). Signora Presidente, le lingue ed il loro uso sono e devono essere di fondamentale importanza per l'Unione europea, anche perché sono uno degli elementi che definiscono l'identità di un popolo ed è appunto verso un'unione dei popoli che l'Europa deve tendere. Già il 16 marzo 1998, in una Risoluzione del Consiglio d'Europa, veniva affermato il diritto delle popolazioni ad esprimersi nelle loro lingue regionali nell'ambito della vita privata e sociale costituendo ciò un diritto imprescindibile. Un rafforzamento è venuto il 13 dicembre 2001 alla fine dell'anno europeo delle lingue, quando il Parlamento europeo approvò una Risoluzione in cui si raccomandava di adottare misure atte a promuovere le diversità linguistiche presenti nell'Unione. La Lega Nord ha da sempre sostenuto il riconoscimento e la tutela delle differenze linguistiche quale contributo alla costituzione di una Unione europea realmente rappresentativa delle identità e della storia dei popoli che la compongono.

Signora Presidente, mi sono letto tutti gli Statuti delle Regioni italiane e con grande sorpresa ho riscontrato che soltanto in 6 Statuti regionali viene contemplata una tutela e valorizzazione del patrimonio linguistico locale: negli Statuti del Piemonte, della Liguria, della Campania, del Molise, della Basilicata e, naturalmente, del Veneto.

Se mi permettete parlerò brevemente della mia terra e della mia lingua: in effetti all'articolo 2 dello statuto, si dice: «A regiòn a fà in modo ch'el vegna valorisà el patrimonio culturàl e a lengua de ogni nostra comunità», che in lingua italiana si traduce nel modo seguente: "La Regione concorre alla valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico delle singole comunità".

La lingua veneta come tale ha avuto importanti ed autorevoli riconoscimenti internazionali che ne attestano l'appartenenza al gruppo delle lingue neolatine occidentali, assieme al castigliano, al catalano ed al francese, mentre la lingua italiana, la lingua dell'Italia meridionale ed il rumeno appartengono al gruppo di lingue neolatine orientali. La lingua veneta è oggi parlata (indagine ISTAT 2006) da oltre il 60 per cento degli abitanti del Veneto, con particolare riferimento ai contesti relazionali familiari, ma anche tra le classi dirigenti. Una legge specifica della Regione Veneto del 2007 ne valorizza la tutela e la promuove come patrimonio linguistico e culturale.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma vorrei concludere, signora Presidente, evidenziando che proprio in virtù di questo abbiamo presentato l'ordine del giorno G119 in cui chiediamo che l'Europa per la lingua veneta e per tutte le altre lingue regionali patrimonio dell'umanità attivi ogni possibile iniziativa volta a sostenere gli sforzi delle istituzioni e dei cittadini veneti a difesa della propria identità linguistica, così come avvenuto con il riconoscimento dell'utilizzo delle lingue basca e catalana all'interno delle istituzioni europee. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Marinaro. Ne ha facoltà.

MARINARO (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, oggi più che mai nel processo di integrazione europea è urgente coinvolgere e far partecipare. C'è urgente bisogno che il pensiero istituzionale vada oltre la dimensione statuale e spinga le formazioni politiche - ma anche quelle economiche, sociali e culturali - ad uscire dalla sola prospettiva nazionale.

La sollecitazione è forte, ma stenta ancora a produrre un pensiero ed un'azione coerente all'altezza della sfida. Una sfida che evidenzia sempre di più il deficit democratico nel funzionamento dell'Unione europea, ma anche nel funzionamento degli Stati nazionali, perché l'originalità del processo di integrazione europea sta infatti proprio nell'integrazione di Stati che volontariamente stanno insieme e cedono pezzi di sovranità. D'altra parte, lo stesso Trattato di Lisbona, paradossalmente, quando richiama i valori dell'identità degli Stati membri, fa esplicito riferimento alle strutture costituzionali degli Stati e li fa entrare nell'ambiente giuridico europeo.

I risultati negativi dei referendum di Francia, Paesi Bassi e Irlanda hanno posto il problema della distanza tra istituzioni e corpo elettorale, distanza che si cerca di colmare con la nozione di democrazia partecipativa significativamente posta proprio in Francia, il Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio, nella campagna per le elezioni presidenziali.

L'Europa è ormai entrata nella vita di ognuno di noi, di ogni cittadina, di ogni cittadino, proprio in ragione del suo progresso. Siamo, infatti, in presenza dì una crescita della Unione europea che esprime un urgente bisogno di legittimazione, che non è soltanto istituzionale, ma eminentemente politico. In questo senso l'allargamento all'Europa centro-orientale ha mostrato che l'Unione europea è un efficace strumento di democratizzazione e di pacificazione, oltre che di sviluppo economico. Ma proprio quest'ultimo processo di allargamento ha messo in risalto gli attuali limiti nella costruzione dell'Unione europea: per superare questi limiti c'è bisogno di più Europa e di un maggiore equilibrio tra statualità sovranazionale e nazionale per dare nuovo slancio al processo di integrazione comune.

Per questo ritengo ancora valida la lezione di Altiero Spinelli quando scriveva: «Anche nel 1918 l'Europa si era tutta coperta di Stati democratici e tuttavia uno dopo l'altro essi andarono quasi tutti in rovina. Perché? Perché non c'era fra le varie democrazie europee nessun senso di solidarietà, perché ciascuno si illudeva di poter vivere in discordia con i propri vicini e non si accorgeva che in tal modo si favorivano nell'interno stesso del Paese le tendenze autoritarie e nazionalistiche». E ancora, quando egli aggiungeva ed ammoniva che era illusorio pensare che la politica estera sarebbe stata radicalmente trasformata grazie alla democratizzazione raggiunta in ogni Paese ed invitava invece a ribaltare i termini del ragionamento: "Intraprendere con decisione la lotta per l'unificazione federale dei popoli europei al fine di eliminare l'ostacolo principale sulla via della democratizzazione di ogni Paese".

Oggi la realtà è molto diversa da allora. L'Unione europea non è più un'idea ma una potente realtà che ha operato conquiste importanti, prima fra tutte quella della pace; che ha fatto passi da gigante sulla strada dell'unificazione del mercato e della moneta unica europea; che ha intrapreso la costruzione dello spazio comune di giustizia, libertà e sicurezza al fine di garantire anche un maggior controllo alle frontiere esterne.

L'Unione europea, unico tra gli attori globali, ha posto il principio di sostenibilità alla base del proprio sviluppo economico e, inoltre, non si può sottacere lo sforzo in atto per definire una politica energetica comune. Conquiste essenziali, come vedete, che vanno rafforzate e non certo indebolite per garantire la continuità del processo e del superamento delle sfide economiche e sociali del ventunesimo secolo.

È uno scenario globale fatto di convergenze, diversità e competizione. È proprio in tale contesto che si colloca la strategia di Lisbona, strategia intesa come via europea verso la società della conoscenza e verso un potere strutturale europeo accresciuto. Le politiche del rinnovamento e della convergenza europea dei modelli economici-sociali nazionali sono l'anima stessa del rilancio interno e del ruolo internazionale dell'Unione europea. Contribuire a questo obiettivo è condizione necessaria per la crescita democratica dell'Unione europea, ma è anche una necessità per la crescita del nostro Paese e del suo ruolo di cerniera nell'area dei Balcani e del Mediterraneo.

L'impegno sulla politica comune dell'immigrazione e dell'asilo è l'altra classica frontiera di una entità regionale che vuole contribuire non solo alla governance interna, ma anche dei Paesi vicini.

I passi compiuti in materia di politica estera e di difesa comune sono un altro punto importante. Porsi, perciò, l'obiettivo di far vivere di più e meglio l'Europa nella vita delle nostre istituzioni e nella società italiana significa, a mio avviso, contribuire a far vivere una sussidarietà meglio identificabile dalle cittadine e dai cittadini e significa, allo stesso tempo, fondare le esigenze dell'Unione europea del nuovo millennio sul sentimento di appartenenza delle collettività locali al proprio territorio, alla propria Nazione, all'Europa tutta.

Non a caso, il Trattato di Lisbona, oltre al principio di democrazia rappresentativa, con l'attribuzione di maggiori poteri di codecisione al Parlamento europeo e del maggiore coinvolgimento dei Parlamenti nazionali, consolida lo spirito della democrazia partecipata attraverso il riconoscimento dell'iniziativa giuridica popolare. Nello stesso spirito, guardiamo con interesse alla Carta dei diritti fondamentali che viene pienamente integrata nel sistema giuridico dell'Unione europea.

In questo ambito, due aspetti mi appaiono di particolare rilevanza: in primo luogo, la questione relativa alla declinazione dei diritti in una forma che potremmo definire orizzontale e non secondo un ordine gerarchico. L'effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza, e non la mera titolarità di essi, rende infatti necessario sia il richiamo alla libertà negativa che alla libertà positiva, tramite l'impegno da parte delle istituzioni politiche a rispettare gli spazi di libertà degli individui ma anche a tutelare con politiche adeguate quelli che, opportunamente, sono stati definiti come diritti pretesa. In secondo luogo, la politica europea si afferma anche nel decisivo ambito dei diritti civili, laddove la loro tutela si incontra con il tema della laicità e del rispetto degli spazi di libertà individuale.

Questi aspetti della Carta rappresentano un importante punto di partenza per un approfondimento dell'identità politica di un'istituzione democratica che, presentandosi come attore politico sullo scenario globale, si trova a confrontarsi con il tema della coesistenza tra valori, principi e culture diversi da quelli della cultura occidentale, su cui la classica nozione di tolleranza si è strutturata. È un'identità necessaria per alimentare la solidarietà e la responsabilità non solo all'interno dell'Unione europea ma anche nella sua proiezione esterna. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G103. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevole rappresentante del Governo, credo che abbia detto assai bene il relatore, presidente Dini, quando ha rilevato come oggi, senza un profilo istituzionale credibile, dopo l'esito dei referendum della Francia e dell'Olanda del 2005 e quello recentissimo dell'Irlanda, l'Europa attraversi un momento particolarmente difficile della sua storia. Né un Presidente quinquennale né un autentico Ministro degli affari esteri si profilano davvero all'orizzonte.

Ha prevalso e prevale nei sentimenti e risentimenti dell'opinione pubblica una forma di euroscetticismo, è stato detto. Veri o presunti, incombono i rischi di una burocrazia europea in grado di perseguire e di ottenere l'emanazione di atti politico-normativi che riescono poi a incidere sulle libertà individuali e sui comportamenti collettivi. Vere o presunte, sono state valutazioni di questo genere che hanno inciso sul risultato di quelle consultazioni democratiche.

Ritengo tuttavia che, proprio per questo (lo ha detto assai bene il relatore), se riuscisse ad approvare il Trattato di Lisbona entro l'estate, l'Italia darebbe un segnale importante, che rafforzerebbe la vitalità di un semestre come quello francese di Sarkozy, che sembra animato pragmaticamente dal desiderio di risanare un'Europa azzoppata dalle sue opacità, dai suoi velleitarismi, dalle sue paure.

Quella che è oggi necessaria, dopo la prima stagione della formazione storica e dopo la seconda stagione, quella di Maastricht, è una terza stagione di storia europea, incentrata sull'approfondimento politico-istituzionale, prima e forse più che sul suo allargamento geografico. Non mi riferisco all'allargamento geografico della fine degli anni Settanta, quando - riapprodati alla democrazia - i Paesi del Mediterraneo (la Spagna, la Grecia e il Portogallo) entrarono nell'allora Comunità europea. Mi riferisco invece ad una certa superficialità e ad un certo pressappochismo della politica degli allargamenti, successiva alla dissoluzione del mondo di quella che veniva definita l'Europa orientale.

Non credo che dobbiamo domandarci fino a che punto quello che compiremo con il voto sia un atto dovuto o sia invece un atto voluto. Molte illusioni di Costituzione europea già operante si sono disgregate.

Molti colleghi ricordano un amico, un predecessore della presidente Boldi, il professor Manzella, presidente della Commissione per le politiche dell'Unione europea nella scorsa legislatura, il quale amava spesso dire che una Costituzione europea, malgrado tutto, c'è ed opera. Direi che non ha portato fortuna all'approfondimento istituzionale questa visione di integralismo europeistico, di un certo costituzionalismo della sovranazionalità. Si sono accentuate le paure e le diffidenze. Ad una di queste cerca di dare corpo l'ordine del giorno G103, che ho presentato insieme ad alcuni colleghi.

Come ha ricordato giustamente il relatore, il documento del Trattato di Nizza si inserisce all'interno e all'esterno in un protocollo del Trattato di Lisbona. Si è detto che, magari tendenziosamente, sulla base di quella Carta dei diritti, c'è un futuro burocratico che tende a privare le legislazioni nazionali del campo del diritto di famiglia. Se così fosse, sarebbe un modo di premiare ancora di più quelle ragioni di euroscetticismo alle quali invece vogliamo mettere un limite.

Da questo punto di vista, l'ordine del giorno G103 impegna il Governo sul piano diplomatico e politico a non fare nulla di più e nulla di meno di Paesi come l'Inghilterra, fedele ad una country tradition, o la Polonia, fortemente cattolica, i quali hanno fatto valere una concezione nazionale di legislazione della famiglia, per diradare quelle ombre che giornalisticamente qualcuno fa risalire alla Spagna zapateriana e qualcun altro agli eccessi di protestantesimo della società olandese.

A noi basta il riferimento alla Costituzione nazionale e al codice civile, strumento che risale a Napoleone e che nella scorsa legislatura, in termini di DICO e di non DICO, si cercava di aggirare; ma per diradare tendenziose interpretazioni insieme ad altri colleghi abbiamo presentato l'ordine del giorno dianzi richiamato. Esistono poi problemi di credibilità, non solo dell'edificio costituzionale, ma anche dell'edificio politico.

Ne segnalo un altro, in qualche misura richiamato dall'intelligente relazione del presidente Dini che ha fatto riferimento al semestre sarkoziano e alla sua proposta di dar vita ad un'Unione Mediterranea. Il Senato è stato al passo e ha sostenuto la sua proposta. Attenti, colleghi: nella scorsa legislatura, proprio a proposito della vicenda libanese, si volle accreditare in Italia e in Europa la vecchia politica francese in Medio Oriente come riferimento europeo. Non è assolutamente così: l'Unione Mediterranea nasce da uno spirito completamente diverso e da una correzione della politica di De Gaulle, Mitterand e Chirac. Non è un caso che il suo avvio non sia stato il festeggiamento parigino del Presidente siriano, ma il discorso del presidente Sarkozy alla Knesset.

Da questo punto di vista mi permetto di suggerire ai rappresentanti del Governo un'attenta verifica di quanto la politica europea alla Solana, Prodi o D'Alema sia ancora sostenibile rispetto alle immagini tragiche che provengono da un Paese nel quale l'equidistanza è più che accettabile, fin quando si colloca tra esercito israeliano ed esercito regolare. L'equidistanza nei confronti del terrorismo è inammissibile ed è gravissimo che il presidente Suleiman e il primo ministro Siniora, la settimana scorsa, abbiano indetto un giorno di festa nazionale libanese in occasione della liberazione del palestinese che aveva ucciso tempo prima una bambina di quattro anni. È altrettanto grave e disdicevole - sia pur non sullo stesso piano - quella sfortunata fotografia (riportata in una pagina interna del «Corriere della Sera» di oggi) che ritrae i soldati dell'UNIFIL che si inchinano di fronte all'immagine del caduto ucciso dai servizi segreti, non perché caduto in guerra, ma in quanto terrorista rubricato tra i più pericolosi e più crudeli di tutto il mondo, inseguito dall'intelligence di quasi tutti i servizi di sicurezza, compresi quelli del nostro Paese.

L'Europa deve guardarsi dalle fughe in avanti e proprio per questo opportunamente il Senato della Repubblica, esprimendo un voto favorevole, vuole anche diffidare di fughe all'indietro all'inseguimento dell'euroscetticismo, soprattutto quello emerso dall'ultimo voto irlandese, e condannerebbe quanto di più nitido è stato fatto dalla generazione politica che ci ha preceduto.

C'è tutta una serie di ombre da diradare in termini di credibilità e di snellimenti da apportare. Ha fatto bene il presidente Dini a dare per scontata la gotica costruzione di intrecci dei Parlamenti nazionali e dei Governi nel Trattato di Lisbona, ma queste sono le ragioni per le quali un Paese come l'Italia deve essere tra quelli che ratificano il Trattato di Lisbona. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Blazina. Ne ha facoltà.

BLAZINA (PD). Signora Presidente, la materia di cui stiamo discutendo, nonostante un'Aula abbastanza vuota, è di grande rilevanza, con tante sfaccettature che stimolano la riflessione ed il dibattito. Mi limiterò a focalizzare l'attenzione su alcuni temi specifici.

Esprimo comunque la soddisfazione per il fatto che stiamo per ratificare il Trattato di Lisbona, mettendo così un ulteriore tassello nel processo di rafforzamento dell'Unione europea. Non era affatto scontato e non lo era soprattutto dopo il referendum in Irlanda. Provengo da una Regione, il Friuli-Venezia Giulia, e da una città, Trieste, che forse più delle altre parti del Paese guardano all'Unione europea con fiducia e con grandi aspettative, non solo dal punto di vista dello sviluppo e della crescita economica, ma anche rispetto ai processi di stabilizzazione e pacificazione. In un territorio che è stato nel secolo scorso scenario di atroci conflitti, di odio etnico e sopraffazioni, l'Unione europea rappresenta la scommessa per un futuro di pace.

Il Trattato di Lisbona segna senz'altro una tappa fondamentale; da una parte valorizza il ruolo dell'Unione e dei suoi organi, nello stesso tempo, però, rafforza il ruolo dei Parlamenti nazionali, ma anche dei singoli cittadini. Ed è proprio questo il campo su cui bisognerà impegnarci, se vogliamo che l'Unione europea si avvicini di più alle persone e non venga vissuta come un corpo estraneo. Il rischio c'è e l'abbiamo constatato con il risultato in Irlanda, ma lo riscontriamo anche qui da noi, visto che nella maggioranza ci sono tanti euroscettici, per usare un eufemismo. È necessario perciò adoperarsi per far crescere la coscienza politica europea, perché la cittadinanza europea diventi un valore.

L'altro tema sul quale mi soffermerò riguarda i diritti. Come è stato già detto da altri colleghi, con il Trattato di Lisbona la Carta dei diritti fondamentali, proclamata prima a Nizza e poi a Strasburgo, assume valore di trattato, come recita l'articolo 6. Ma comunque, sia l'articolo 1-bis del Trattato, come anche l'articolo 3 del Trattato di funzionamento affrontano il tema dei valori e dei diritti, tra i quali il rispetto delle minoranze, la parità uomo-donna, la tolleranza ed altri.

L'Unione europea si impegna inoltre ad eliminare le ineguaglianze e a combattere le discriminazioni fondate su sesso, razza, origine etnica, religione ed orientamento sessuale. Con la ratifica, il Governo italiano deve assumersi le proprie responsabilità ed impegnarsi affinché i diritti previsti nella Carta vengano rispettati. In quest'ottica chiedo al Governo di attuare la legge n. 38 di tutela della minoranza slovena in tutte le sue parti.

L'anno 2008 è l'anno europeo del dialogo interculturale. Mi piacerebbe che questo tema venisse implementato anche nel nostro Paese, dove oltre alla presenza delle minoranze storiche, cresce il numero di nuove comunità, di nuove culture. Mi sembra che i provvedimenti di questi mesi non rispettino molto il dialogo interculturale. Anzi! Come esempio di buone pratiche vorrei ricordare la recente istituzione a Pirano, in Slovenia, dell'università euromediterranea. Noi, invece, stiamo a guardare!

L'ultimo punto che avrei voluto trattare riguarda indirettamente il Trattato e cioè il processo di allargamento verso i Balcani occidentali, di cui altri oratori hanno già parlato.

Le considerazioni svolte mi portano a dire che la ratifica odierna non deve essere solo una mera formalità, ma un impegno consapevole, innanzitutto del Governo e dell'intera maggioranza, per attuare i contenuti del Trattato e della Carta dei diritti, nonché per assumere un ruolo più forte all'interno dell'Unione e dei processi di integrazione. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Massimo Garavaglia, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G114. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signora Presidente, illustrerò molto velocemente l'ordine del giorno G114, che riguarda la politica economica dell'Europa e in particolare della BCE.

Mi rifaccio alla votazione del Parlamento europeo del 9 luglio, passata con 501 voti favorevoli e solo 83 contrari. In quella votazione si riprendono diversi temi: la sintesi è che i tassi d'interesse non devono compromettere la crescita. Infatti, qual è il problema che ha questa politica monetaria gestita della Banca centrale europea? Principalmente essa si riflette solo sul target dell'inflazione programmata, andando cioè a definire un obiettivo del 2 per cento a lungo termine d'inflazione. Non tratta invece il tema, che sarebbe l'alternativa, del target sulla massa monetaria, quindi sulla circolazione di moneta, anzi, sono state immesse liquidità per 95 miliardi di euro, non poco.

Sempre i paladini della concorrenza - per gli altri - nell'economia reale, non battono ciglio quando si realizzano nazionalizzazioni addirittura di grandi banche private. Bini Smaghi dice che a lungo termine ci sono segnali positivi per un calo dei tassi: sarà, ma intanto sappiamo già che, dopo l'estate, i tassi saliranno ancora al 4,5 per cento.

I dubbi sul fatto che la BCE e, in generale, le Banche centrali siano in grado di controllare l'inflazione sono molti. Se andiamo a vedere i fatti, si è registrato negli ultimi decenni un susseguirsi di invenzioni dal punto di vista finanziario, quelli che Ohmae chiamava «i contenitori scambiabili», quindi prima i petroldollari, poi il mercato valutario, poi la bolla della new economy, poi la bolla immobiliare e adesso quella dei derivati sul petrolio e sulle materie prime. Tali contenitori scambiabili permettono all'economia di carta di continuare a progredire. Si parla di un rapporto di 50 a 1 fra l'economia di carta e l'economia reale, fra la finanza e la produzione.

Ebbene, noi riteniamo che una politica economica che guardi anche allo sviluppo e all'economia reale sia assolutamente opportuna e l'ordine del giorno da me presentato va esattamente in questo senso. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, da europeisti convinti siamo favorevoli alla ratifica del Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, dopo ampi negoziati condotti dagli Stati membri all'interno di una Conferenza intergovernativa, ai cui lavori hanno partecipato anche la Commissione e il Parlamento europeo, per rispondere alle sfide della globalizzazione dell'economia, all'evoluzione demografica, ai cambiamenti climatici, all'approvvigionamento energetico, per non parlare delle nuove minacce che gravano sulla sicurezza, ai problemi migratori di masse di disperati che bussano alle nostre frontiere, temi sui quali l'Europa del XXI secolo deve misurarsi.

Nel Consiglio europeo della scorsa settimana il no al Trattato da parte dell'Irlanda, seppur bocciato dal 54 per cento dei votanti di un Paese che costituisce l'1 per cento della popolazione dell'Unione europea, ovvero dallo 0,2 per cento della popolazione dei 27 Stati membri, è stato definito «un campanello d'allarme da non sottovalutare». La tecnocrazia europea comincia ad accorgersi che lo stop arrivato da Dublino segna l'ennesima manifestazione di insofferenza verso un'architettura europea che i cittadini faticano a percepire come vicina e comprensibile.

Il «caso Irlanda» getta luce su un errore di fondo che - accanto alla burocratizzazione eccessiva, al deficit democratico ed alla distanza dai cittadini - viene spesso sottaciuto, ovvero la scelta di allargare, al posto di approfondire l'integrazione del forte nucleo omogeneo iniziale.

L'Unione europea è, con consenso unanime, definibile un «contenitore ancora privo di una vera dimensione politica». Ma il Trattato di Lisbona, pur non essendo la migliore delle soluzioni possibili, ha un grosso pregio: quello di andare nella direzione di una maggiore integrazione e verso una governance più snella.

Per questo è auspicabile che anche il Parlamento italiano ratifichi questo Trattato. Occorre però ancora investire molto nella formazione delle giovani generazioni di europei. Il cammino verso l'integrazione ha di certo bisogno di nuovo entusiasmo, dei Governi e dei popoli. Bisogna evitare di concentrarsi semplicemente su una sterminata produzione di norme. L'alternativa è quella di approfondire il solco che divide oggi le istituzioni dagli elettori, gettando acqua sul fuoco dell'entusiasmo europeista.

Noi vogliamo, signora Presidente, un'Europa dei cittadini, non quella dei banchieri, degli speculatori e di un'oligarchia economico-finanziaria che domina le scelte e decide sui destini dei popoli. Quell'oligarchia capeggiata da una Banca centrale europea che pone al centro il problema dell'inflazione, facendo così pagare a masse di lavoratori e pensionati i frutti dei dissesti finanziari e di allegra finanza creativa da loro stessi fondata sulle sabbie mobili.

Siamo sempre stati favorevoli all'euro, uno scudo formidabile che ha evitato ai Paesi più indebitati come l'Italia derive di tipo argentino, ma ci permettiamo di criticare aumenti del costo del denaro e una politica monetaria che ha lo svantaggio di rafforzare l'euro e rendere meno competitivo l'export, soprattutto delle imprese italiane.

Siamo favorevoli al piano in tre punti con il quale il presidente Sarkozy vuole costringere la BCE a rendere pubblici i resoconti delle riunioni mensili del consiglio direttivo, senza che l'oligarchia nominata e non eletta dal popolo consideri ciò un attacco alla sua indipendenza.

Siamo favorevoli anche al piano che prevede la creazione di una segreteria permanente a livello di Eurogruppo, il Consiglio dei ministri finanziari dell'UE, per un maggiore coordinamento delle politiche e contatti più intensi tra questa e la BCE.

Voglio denunciare il dumping monetario che mette in ginocchio le aziende europee che vogliono esportare.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, in conclusione siamo contro l'Europa dei banchieri e degli oligarchi e favorevoli all'Europa dei popoli, dei cittadini, dei consumatori, lavoratori e pensionati, messi in ginocchio da politiche monetarie sbagliate. (Applausi dal Gruppo IdV e della senatrice Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Andria, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno n. G110. Ne ha facoltà.

*ANDRIA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, attraverso l'ordine del giorno, di cui sono primo firmatario, ho inteso richiamare l'attenzione del Parlamento e del Governo sulla necessità di conferire il massimo risalto alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che, pur se non incorporata nel Trattato di Lisbona, ha forza giuridicamente vincolante. Essa, come testualmente recita la Dichiarazione unita al Trattato stesso, «conferma i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri».

L'ordine del giorno che ho redatto si avvale della condivisione e delle firme - il che mi onora molto - della Presidente del mio Gruppo, senatrice Anna Finocchiaro, del senatore a vita Emilio Colombo, già presidente del Parlamento europeo, della signora Presidente senatrice Emma Bonino, già Commissario europeo, della senatrice Luciana Sbarbati, per due legislature deputato europeo (ruolo che ho anch'io ricoperto negli ultimi quattro anni).

Noi firmatari chiediamo l'impegno del Governo a pubblicare in un apposito supplemento della Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana il Trattato di Lisbona, unitamente alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, al fine di consentire un'adeguata pubblicità ed una trasparente informazione per i cittadini, le categorie professionali e le istituzioni competenti sui contenuti della medesima e di favorire la piena applicazione delle disposizioni della predetta Carta nell'ambito del Trattato di Lisbona.

Il Trattato di Lisbona contempla diritti civili, politici, economici e sociali. Mantiene, dunque, i diritti esistenti e ne introduce di nuovi. In particolare garantisce le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali, rendendoli giuridicamente vincolanti.

Il Trattato, che prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo.

È opinione consolidata che, al di là dei problemi recentemente insorti con la bocciatura referendaria in Irlanda, il Trattato di Lisbona possa rendere l'Europa più efficace, efficiente e democratica, quanto più dell'Europa vengano esaltati i diritti e i valori di libertà, di solidarietà e di sicurezza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Giai e Pardi).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G125. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signora Presidente, ci apprestiamo ad approvare un importante Trattato, ma non possiamo fare a meno di notare una grande discrepanza che esiste in Europa tra i cittadini e l'élite politica che gestisce il sistema Europa. Infatti, dove si approvano i Trattati per vie parlamentari o governative l'Europa funziona, dove si demanda ad un referendum o comunque ad una consultazione popolare l'Europa viene bocciata.

Possiamo dire che non vi è ancora un sentimento europeo in Europa. I motivi sono tanti: i cittadini vedono nell'Europa qualcosa che non risolve assolutamente i loro problemi, vedono un'Europa senza una politica dell'immigrazione, senza una politica della sicurezza, un'Europa che non riesce a gestire la politica dei costi e dei prezzi, che attanagliano ormai sempre di più ogni famiglia e soprattutto manca una politica energetica europea.

L'Europa nasce in Italia negli anni Cinquanta con il Trattato di Roma, oggi percepiamo che c'è il rischio di un naufragio dell'Europa e vogliamo a questo punto sottoporre al Governo la possibilità di recuperare quello che si può recuperare dell'Europa.

Nel 2015, a Milano, con l'Expo internazionale, si celebrerà e si stabilirà sostanzialmente che il centro Europa, la Lombardia e Milano saranno la capitale del futuro sviluppo europeo; bene, noi chiediamo che in quella piazza, che in Lombardia, nella città di Milano, si istituisca una grande conferenza, ma diversa da tutte le altre, una conferenza aperta, ma non aperta esclusivamente alle istituzioni europee, aperta ai parlamentari italiani, ai parlamentari regionali, ma anche a tutte quelle piccole comunità, a quelle minoranze etniche sempre più distanti dall'Europa.

Mi permetto di ricordare una frase del presidente Delors del 1992, che diceva: «O nei prossimi dieci anni riusciremo a dare un'anima, una spiritualità, un significato all'Europa, oppure avremo perduto la partita»; e io preciserei che sarà definitivamente persa. Bene, per non perdere questa partita noi proponiamo di ripartire da Milano. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bettamio. Ne ha facoltà.

BETTAMIO (PdL). Signora Presidente, è già stato ricordato che il Trattato di Lisbona è previsto entrare in vigore il 1°gennaio 2009 e, fino a questo momento, la procedura di ratifica è stata completata in venti Stati membri ed è alla firma del Capo dello Stato in altri due Paesi. Le ratifiche procedevano, dunque, nei tempi previsti fino al momento in cui, il 12 giugno, il referendum sull'approvazione del Trattato in Irlanda ha avuto esito negativo.

Da quel momento si è sviluppato un ampio dibattito che ha intersecato l'interrogativo sulle ragioni del rifiuto di ratifica da parte del popolo irlandese con l'analisi dell'attualità e del funzionamento dell'Unione europea. Ancora oggi il dibattito prosegue su entrambi i binari ed è su questo punto che vorrei aggiungere qualche considerazione a quanto già è stato detto.

Le analisi, infatti, a me appaiono leggermente contraddittorie: c'è un problema di comunicazione con i cittadini; vi è una sostanziale irresponsabilità politica della tecnocrazia politico-burocratico-giudiziaria; vi è la contraddizione fra il continuo e rapido allargamento senza riformare quelle istituzioni pensate ed attuate negli anni Cinquanta e ancora oggi sostanzialmente immutate.

Aggiungo una profonda e forse non ancora evidente crisi di identità politica e di capacità operativa di fronte alle sfide della globalizzazione, e probabilmente una visione solo mercantile che oggi porta ad un relativismo e ad uno scetticismo pericoloso.

Tuttavia - e qui nasce la contraddizione - l'Unione europea esiste, si è consolidata, appare come una necessità nello scenario mondiale, gli stessi giovani considerano acquisiti i molti vantaggi che vengono dall'appartenenza all'Unione.

Dunque, se l'Europa di tutti i giorni non ha imparato a comunicare e parla un linguaggio incomprensibile ai più, se i Trattati sembrano destinati ad una platea di accademici più che a società complesse fatte di elettori, se la globalizzazione ha paradossalmente rilanciato gli Stati nazionali e ha dato nuova forza ai localismi, la domanda è: il Trattato firmato il 13 dicembre 2007 dai Capi di Stato e di Governo a Lisbona è in grado di capovolgere questa situazione, fornendo concrete risposte alle domande poste dalla globalizzazione (flussi migratori, crisi demografica, sicurezza, politica estera e così via)? Ma, soprattutto, è in grado di dare all'Europa quella identità che sembra avere smarrito?

Questa, a mio avviso, è la vera questione: fare in modo che il senso e la visione dell'Unione europea siano nuovamente chiari e limpidi come ai tempi dei Padri fondatori, che dissero no alla guerra, no ai confini fra gli Stati, sì ad una forte unità e ad una moneta unica. Abbiamo bisogno di una nuova visione che indichi i compiti di questa nuova Europa e ne recuperi i fondamenti e i suoi valori. L'Europa ha bisogno di un'identità, ha bisogno di una visione, ha bisogno di un'idea, ma ha anche bisogno che i cittadini europei si impegnino su un progetto.

Oggi non basta una vuota retorica dei valori: non possiamo dire soltanto che l'Europa si impegna per la dignità umana, si tratta piuttosto di vedere in concreto cosa significa dignità umana e quali sono i progetti concreti che possiamo perseguire per difenderla.

Il presidente Dini ha illustrato le novità introdotte dal Trattato di Lisbona con un'ottica essenzialmente ottimista. Nel quadro di un'Unione europea che tradizionalmente avanza sulla politica dei piccoli passi il Trattato è certamente positivo, ma non credo che la creazione di un Presidente dell'Unione, un Ministro degli esteri con qualche potere in più e maggiori competenze per l'Europarlamento possano costituire quella rivoluzione culturale e politica che oggi sembra divenuta indispensabile. Esiste un deficit di popolarità, di credibilità e di governabilità che, probabilmente, le novità introdotte a Lisbona potranno colmare, ma esiste anche un deficit di valori e di ruolo globale dell'Europa che necessiterà ancora ulteriori passi.

È a questo punto che mi sembra indispensabile il contributo concreto che può dare la Chiesa di Papa Benedetto XVI, che non cessa di portare all'attenzione i temi etici, l'impossibilità di azzerare valori non negoziabili, in una parola non cessa di proporre la comunità ecclesiale come punto di riferimento per evitare di procedere verso la costituzione di un'Europa atea.

Un'ultima considerazione vorrei fare per sottolineare l'importanza che la battaglia europea costituisce per l'Italia: come è stato già detto, la battaglia europea è una partita in cui è veramente vietato perdere, pena la marginalizzazione e l'isolamento ed è, quindi, con soddisfazione che ho accolto l'impegno ad un ruolo di protagonista dichiarato dal ministro Frattini negli ultimi incontri internazionali. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G107. Ne ha facoltà.

*DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, ovviamente è un sentimento bivalente quello che ci porta a licenziare il Trattato di Lisbona in sole tre ore e mezzo: è come dire che, da un lato, c'è una certa unitarietà di intenti e, dall'altro, che esso è un po' la prima vittima di questi primi tre mesi di decretazione di urgenza. Noi speriamo che poi si possa tornare in entrambi i rami del Parlamento a legiferare, a confrontarsi e a fare quello che bisogna fare in un Parlamento, cioè parlare e decidere subito dopo, nel senso del verbo inglese to deliberate. Deliberare significa dibattere e decidere; è solo da noi che è diventato un termine per delibera, per "votificio" sostanzialmente.

Credo, invece, che su questo tema, non potendo affrontare tutti gli argomenti e avendo un giudizio positivo come federalista europeo del Trattato di Lisbona, vorrei solamente segnalare tre questioni su cui spero che anche con altri Gruppi politici sia possibile avere un dialogo. Innanzitutto sono ovvi il significato di un rafforzamento della Presidenza che dura due anni e mezzo, del rafforzamento del rapporto con i Parlamenti nazionali e l'importanza della Carta di Nizza, ma vorrei segnalare - lo faccio anche come segretario generale dell'associazione che rappresenta i poteri locali e regionali in Europa, l'AICCRE-CCRE, che è un'associazione europea di oltre 100.000 enti locali e regionali - l'importanza del riconoscimento della sussidiarietà come valore orizzontale e verticale e della necessità di difendere questo valore importante che è nel nostro Paese da Sturzo, consigliere comunale di Caltagirone, a tutti coloro che sono oggi sindaci e sono nelle Province e Regioni.

È importante - lo dico ai colleghi della Lega e agli altri amici che hanno aderito all'intergruppo federalista - che se noi facciamo il federalismo - molti di noi sono federalisti europei - non lo facciamo solamente in un Paese, come una volta esisteva l'idea del socialismo in un solo Paese.

Se dobbiamo essere federalisti, dobbiamo costruire il Senato federale qui, ma anche un Senato degli Stati e delle Regioni nell'Unione europea. Il federalismo non può avere confini, non può sottostare a protezionismi e nazionalismi. Per questo abbiamo bisogno di confrontarci e di sapere che all'interno dell'Unione europea, in quel Trattato, esistono le condizioni per costruire una Unione federale e solidale.

Ritengo che il voto irlandese sia anche un segno di normalità. Io non credo che si debba vivere solo di ottimismo: è giusto porsi il problema della rappresentanza dei cittadini e di un'Europa normale. In un'Europa normale, quando si va al voto, le proposte fatte possono anche essere bocciate per poi, magari ripresentarle nuovamente per decidere. È successo in Danimarca precedentemente, è successo in altre occasioni. Credo che sia un valore quello di avere un'Europa finalmente normale. L'Europa è un percorso e ha una Costituzione che forse, come quella degli Stati Uniti d'America, è un "quadro" (frame) e non un "codice" (code) come le 12 tavole della legge. Io credo che all'interno di questo "quadro" ci sia la possibilità per tutti noi di costruire un'Europa che sia di tutti, superando la visione dell'Europa di burocrati di Bruxelles, diversa dal resto del Paese reale.

Vorrei concludere citando non un grande europeista, perché questo avviene sempre, non citando Spinelli, perché l'ho già potuto fare precedentemente, ma, visto che parliamo di Europa, credo che valga la pena, in questo caso, citare una frase, per la sua capacità di indicare una situazione, pronunciata da Michael Collins, un leader della resistenza irlandese che, tornando nel suo Paese dopo una dura trattativa, quando gli chiesero che cosa avesse portato a casa, che cosa avesse ottenuto, rispose con una frase che vale per ogni trattato, dunque anche per questo: «Ci siamo presi il diritto di decidere di noi stessi». (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni, il quale nel corso del suo intervento illustrerà l'ordine del giorno G105. Ne ha facoltà.

LEONI (LNP). Signora Presidente, il trionfo del no in Irlanda è la chiara dimostrazione della mancanza di legittimità popolare del progetto europeo, spinto dai tecnocrati di Bruxelles e dagli Stati-nazione, raggruppati nel cartello massonico-capitalista. Serve un progetto federalista, il divorzio tra l'opinione popolare e quello dei suoi «rappresentanti» manifesta la crisi della democrazia rappresentativa.

Nel settembre del 1946, con acuta eloquenza, sir Winston Churchill invocava la creazione di qualcosa che si chiamasse Stati Uniti d'Europa. Bisognava cominciare subito, diceva. Sono passati 62 anni e l'Europa non è ancora in piedi, anzi! Invece di avere un'Europa che si fa, assistiamo ad un'Europa che si disfa.

Io penso che fare l'Europa sia la cosa veramente importante dei nostri tempi, e bisognerebbe cominciare proprio archiviando l'inno nazionale. In una Europa unita gli inni nazionali non hanno motivo di esistere. Non posso poi non ricordare che il grande maestro padano Giuseppe Verdi aveva definito quello italiano una mediocre marcetta.

L'Europa non decolla perché gli Stati-Nazione vi si oppongono in modo irriducibile, per il fatto che si sentono «sovrani» e non accettano la volontà dei popoli che pensano di rappresentare. Si continua ad ignorare il malcontento, ormai incontenibile, di molti popoli-regione che contestano i propri Stati centralisti: è il caso dei popoli padano-alpini, del Südtirol, dei còrsi, dei bretoni, dei catalani, dei savoiardi, degli occitani, dei baschi, di quello del Giura Bernese e molti altri.

Penso sia necessario rifare un po' di storia degli Stati-Nazione.

La loro forza sta nell'ignoranza delle persone, dato che la maggior parte della gente pensa che siano sempre esistiti e dunque che siano immortali. Per dissipare queste pie illusioni basterebbe approfondire la storia generale dell'umanità. Nella preistoria esistevano le tribù, poi si sono associate ed è nato l'impero egizio, quello sumero, più tardi la Cina, l'India, poi Alessandria, Roma, Bisanzio e infine l'Europa, l'impero di Carlomagno, poi il Sacro Romano Impero. I primi Stati-Nazione apparvero nel cuore del Medioevo e si formarono alle spese dell'Impero e del Papato.

La prima Nazione a prendere forma è la Francia di Filippo il Bello: il Re di Francia è imperatore del suo reame e non riconosce altri superiori al mondo; umilia il Papa; confisca il Papato stesso, lo mette poi sotto la sua protezione e con il suo appoggio realizza un sogno depredando gli ebrei e giustiziando i Cavalieri del Tempio.

Lo Stato-Nazione, dunque, è un impero mancato, la confisca dell'ideale nazionale dell'apparato statale, che è opera dei Giacobini e di Napoleone, la nazionalizzazione dello Stato reale e la statalizzazione della Nazione rivoluzionaria. È questo che creerà, nel primo decennio del XIX secolo, il modello dello Stato-Nazione, presto imitato in tutta Europa, tanto dalla monarchia, che dalle repubbliche.

Lo Stato-Nazione a questo punto è divenuto sacro, cioè intangibile nei nostri spiriti. Lo si sottrae ad ogni critica (vedi il referendum irlandese), ad ogni contestazione, subito reputata come tradimento e giudicata come tale. Nelle scuole si insegna il suo catechismo, si celebra il suo culto, si venerano le sue statue in tutte le piazze del Paese. I tecnocrati massoni hanno intuito che «ci vuole pure una religione per il popolo», disconoscendo però il cristianesimo, tanto da evitarne la menzione nel Patto costituzionale europeo.

 

PRESIDENTE. Senatore Leoni, il tempo a sua disposizione è finito.

 

LEONI (LNP). Mi fermo qui e chiedo alla Presidenza di poter allegare il testo integrale del mio intervento al Resoconto della seduta. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Senz'altro; la invito a farlo pervenire alla Presidenza.

È iscritto a parlare il senatore Randazzo. Ne ha facoltà.

RANDAZZO (PD). Signora Presidente, onorevole esponente del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge per la ratifica del Trattato di Lisbona giunge in quest'Aula, sebbene tardivamente rispetto a 23 dei 27 Parlamenti dei Paesi dell'Unione europea che l'hanno già da mesi ratificato, in un particolare momento in cui una parentesi di serena discussione potrebbe svelenire le animosità e attenuare le tensioni che hanno infuocato e caratterizzato i dibattiti di questi giorni. Sembrerebbe infatti che, almeno in partenza, su questo disegno di legge ci sia, o si dovrebbe verificare, una trasversalità di consensi in questa Assemblea, eccezion fatta, forse, per qualche gruppuscolo di irriducibili euroscettici e qualche antieuropeista tout court.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 17,13)

 

(Segue RANDAZZO). Il Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 nasce come seconda scelta, come soluzione di compromesso, come atto compensativo e sostitutivo di quella travagliatissima Costituzione europea che, in consultazioni referendarie, i francesi e gli olandesi bocciarono. E in un altro referendum, la piccola, distratta, dimentica e ingrata Irlanda ha bocciato, poche settimane addietro, anche il Trattato di Lisbona. Dimentichi e ingrati, gli irlandesi, perché sono stati il popolo che ha beneficiato pro capite più di ogni altro dei fondi dell'Unione europea.

Ma tant'è, con o senza l'approvazione di un'etnia celtica isolana e isolata, l'Unione europea è in grado di andare avanti nel suo cammino di allargamento e integrazione; ha tutta la volontà, l'esperienza, la capacita e gli strumenti per superare ben più gravi ostacoli. Il sogno di una patria europea di 400 milioni di anime non può morire così!

Ed oggi la ratifica del Trattato di Lisbona, che recepisce l'essenza e, in gran parte, lo spirito e la lettera dei precedenti Trattati istitutivi dell'unificazione europea e della stessa Costituzione, la ratifica in questa città che, 51 anni fa, fu la culla dell'Unione europea, rappresenta un altro passo avanti, un altro tassello nel quadro di un'Unione europea più forte, dinamica, partecipata dai suoi cittadini.

Forse chi, come i sei componenti della piccola «legione straniera» in quest'Aula parlamentare, risiede fuori dai confini d'Italia, conosce, capisce meglio e sente tutto l'orgoglio e il compiacimento di presentarsi ed essere, nel Paese ospitante, un «italiano cittadino europeo». La definizione di «cittadino europeo» è più di un passaporto e di una bandiera con una corona di dodici stelle: è un inestimabile valore aggiunto, perché ogni popolo dell'Oriente e dell'Occidente sa che mai nella storia umana è stato compiuto, e portato a un livello di successo come l'odierna Unione europea, il tentativo di unire, nella pace e nella solidarietà, le genti di 27 Nazioni di diverse lingue, razze, tradizioni, culture, da secoli, in qualche caso da millenni, in guerra su un intero continente.

Nel chiedere di poter consegnare la restante parte del mio intervento, mi si consenta di concludere affermando che il Trattato di Lisbona è il documento ai cui valori, insieme di unità e di pluralismo, ci richiameremo tutti noi nel lasso di tempo che ci resterà da vivere nel ventunesimo secolo, e si richiameranno le nuove generazioni di italiani cittadini europei. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. Senatore Randazzo, la Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta, il quale nel corso del suo intervento illustrerà l'ordine del giorno G112. Ne ha facoltà.

MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, come sapete, il Trattato di Lisbona abolisce la struttura cosiddetta dei tre pilastri per cui lo spazio «libertà, sicurezza e giustizia» diventa un settore di politica dell'Unione europea. Inoltre, questo Trattato ci dà la possibilità di emanare norme minime relative alla definizione dei reati, delle sanzioni in sfere di criminalità particolarmente gravi, che presentano una dimensione transnazionale (terrorismo, traffico di droga), dando vita al primo abbozzo di un diritto penale dell'Unione europea.

Contestualmente questo Trattato prevede l'istituzione di una Procura europea, fondata su Eurojust, con competenza limitata per ora alla repressione dei reati che ledono gli interessi finanziari dell'Unione. Però, questa istituzione della Procura europea può aprire la possibilità di un futuro ampliamento delle relative attribuzioni, con autonoma decisione del Consiglio europeo.

La creazione di questo spazio giuridico europeo comune in materia penale però rischia di esporci ad interpretazioni estensive di ipotesi di reato (penso, ad esempio, ai reati di opinione), compromettendo l'autonoma determinazione del nostro Paese in decisioni che inevitabilmente sono espressione degli usi, dei costumi e dei valore di ciascuna comunità nazionale.

Occorre, quindi, la massima attenzione in relazione ai settori dell'ex terzo pilastro, evitando "eurocrociate" su reati di opinione o, peggio, su interpretazioni estensive del concetto di razzismo e xenofobia. La recente risoluzione del Parlamento europeo, che definisce l'ordinanza Berlusconi-Maroni atto di discriminazione diretta, fondata sulla razza e l'origine etnica, ci preoccupa e ci indigna in questo senso. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Amoruso. Ne ha facoltà.

AMORUSO (PdL). Signor Presidente, il 13 dicembre 2007 veniva firmato il Trattato di Lisbona. Sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 2009 con la ratifica di tutti gli Stati membri dell'Unione europea, ma il "no" referendario dell'Irlanda lo rende impossibile.

Vi è stata una forte mancanza di entusiasmo, un entusiasmo che invece aveva caratterizzato altri momenti della nascita dell'Europa. E restano inoltre incognite, come quella di Cipro, dove il partito del Presidente cipriota, pur essendo quest'ultimo europeista, ha definito il Trattato «non conforme agli interessi della popolazione europea». Mentre il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, ha detto che dopo il voto irlandese per lui il Trattato «è già morto», e addirittura ha paragonato l'Europa al COMECON.

Ma resta per noi invece forte l'importanza di questo Trattato, che ricalca nella maggior parte i precedenti Trattati europei, ma che ha in sé importanti novità: viene istituita per la prima volta la figura del Presidente del Consiglio europeo, che rappresenta l'Unione europea all'estero, assicurando continuità nonostante i turni semestrali dei Governi alla guida dell'Unione europea, eletto dal Consiglio europeo per due anni e mezzo, con la possibilità di un rinnovo; viene rafforzata la figura del Presidente della Commissione europea, mentre quest'ultima dal 2014 non sarà più di 27, ma a rotazione di un numero corrispondente ad un terzo dei 27 membri; viene istituita la figura del Ministro degli esteri, eletto anch'egli dal Consiglio europeo e che assume la carica di Vicepresidente della Commissione europea. Sarà quindi una figura più autorevole rispetto all'attuale debole Alto rappresentante per la politica estera; viene diminuito il numero di materie in cui il Consiglio europeo deve decidere per forza all'unanimità per evitare le frequenti pause decisionali dell'Unione europea.

In definitiva, il Trattato di Lisbona, nel rendere più agevoli i processi decisionali, è un passo importante nell'integrazione europea, tanto più oggi che l'Unione europea è fatta di 27 Stati (con la Croazia in procinto di avvicinarsi e di entrarvi e la Turchia alla finestra).

Ma rimane il «vuoto di democraticità». Il Trattato di Lisbona è appunto un meccanismo di accorgimenti istituzionali, non essendo però in grado di dare una vera anima all'Europa unita. In altre parole, non riempie quel «vuoto di democraticità» troppe volte imputato a un'Unione europea che appare dominata - e forse lo è - dalle burocrazie e incapace di un rapporto diretto con i cittadini.

A simboleggiare il vuoto di democraticità è la Commissione europea, che non ha alcun collegamento con le espressioni delle volontà popolari dei popoli europei. Infatti, i suoi membri non sono eletti ma designati dai Governi, non ricevono alcuna istruzione dal Parlamento europeo, che rimane un organo che si limita a ratificare le proposte della Commissione.

Ma ci sono anche altre ragioni che spiegano l'insuccesso popolare di strumenti come il Trattato: basti pensare all'Italia, che nei quindici anni successivi all'entrata in vigore del Trattato di Maastricht del 1992 ha avuto uno sviluppo del prodotto interno lordo inferiore di un quarto rispetto al quindicennio precedente; e, non per ultimo, alla mancanza di un radicamento culturale e religioso. La Costituzione europea era introdotta dal famoso preambolo sui valori, che in modo incredibile non conteneva riferimenti alle radici giudaico-cristiane dell'Europa. Ora il Trattato di Lisbona, per evitare polemiche, non ha neanche un preambolo, ma è sin dall'inizio una lunga, complicata e fredda enunciazione burocratica di articoli. È proprio questa sorta di laicità a tutti i costi, che in teoria dovrebbe accontentare tutti, a rendere l'Unione europea un oggetto estraneo alla sensibilità dei popoli europei.

Tutto ciò, come ha detto il ministro Ronchi, deve «guidare i vertici delle istituzioni europee ed i Governi dei Paesi membri ad esperire una riflessione profonda sui valori basilari dell'Unione europea, al fine di ravvicinare quest'ultima alle esigenze dei cittadini».

Ma senza Lisbona ci sarà un'Unione europea impotente nel mondo. Queste obiezioni alla costruzione dell'edificio europeo non eliminano certo il fatto che, nello specifico, il Trattato di Lisbona debba entrare in vigore il prima possibile, pur con i suoi limiti. Infatti, esso aiuta l'Unione europea ad avere quelle basi istituzionali senza cui l'Europa non può neanche pensare di confrontarsi alla pari con gli Stati Uniti e soprattutto con i giganti asiatici da più di un miliardo di persone. Perciò è importante che l'Italia ratifichi il Trattato di Lisbona, dando il suo contributo a quella che è stata la linea emersa nel corso dei vertici europei dopo il referendum irlandese.

È inoltre importante che, attraverso una ratifica celere e convinta, l'Italia sia in prima linea per evitare che le difficoltà intorno al Trattato creino una sorta di effetto "liberi tutti", per cui la pur precaria coesione politica tra i 27 Stati membri, creatasi in questi primi mesi del 2008 sull'obiettivo delle ratifiche, potrebbe sfaldarsi dando il "la" ad un'Europa a più velocità: quella francese verso il Mediterraneo; quella tedesca, che appoggia il progetto polacco‑svedese di un'Unione europea spostata verso l'Ucraina e gli Stati dell'Europa orientale; e quella inglese, con un rapporto preferenziale con gli USA più che con l'Europa unita.

Nuove iniziative come quella dell'Unione del Mediterraneo sono benvenute, aiutano il vecchio continente a solcare la strada del dialogo e della partnership politico-economica con l'estero. Ma solo a patto che esse non distolgano l'attenzione da quella che deve rimanere la stella polare dell'Europa, cioè il completamento, che è anzitutto ideale e morale, prima ancora che politico ed economico, di quel grande progetto europeista nato ormai più di cinquant'anni fa con i Trattati di Roma, sulle ceneri di un continente allora uscito da pochi anni dalle macerie di una guerra fratricida. Un'Europa dei popoli che abbia un grande ideale comune di pace e di sviluppo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.

SBARBATI (PD). Signor Presidente, mentre l'Europa si straccia le vesti negoziando più o meno da quattro anni trattati internazionali firmati dai rappresentanti dei Governi ma non ratificati, impelagandosi in una giungla di trattative, il nostro pianeta va avanti con la forza emergente della Cina, dell'India e dei Paesi arabi produttori di petrolio (basti pensare che dall'aumento del prezzo del petrolio l'Arabia saudita riceve un miliardo di dollari al giorno). Abbiamo problemi globali drammatici come l'aumento dei prezzi agricoli, la penuria delle fonti energetiche - compresa l'acqua - i cambiamenti climatici, la ramificazione del crimine internazionale organizzato, ma continuiamo a discutere su Lisbona.

Come uscire da questa impasse? È impensabile procedere come se nulla fosse avvenuto, ma è altrettanto impensabile rinunciare all'enorme lavoro fatto per dotare l'Europa di una fisionomia politica, di un'unica politica estera e della difesa e per dare un maggiore ruolo al Parlamento europeo estendendo su tutto la procedura di codecisione, visto che oggi la competizione internazionale si fa per continenti.

Da democratici e da repubblicani siamo convinti che l'Europa politica è l'obiettivo irrinunciabile di un percorso che non si deve arrestare, pena la nostra irrilevanza politica ed economica nel mondo globalizzato e quindi il nostro irreversibile declino.

L'Europa è stata fatta con il consenso dei cittadini, essa è un percorso democratico di piena partecipazione dei cittadini alla sua costruzione. Se, pertanto, il rispetto per le scelte democratiche dei cittadini è irrinunciabile non si può ignorare o sottovalutare il no da parte dell'Irlanda al Trattato di Lisbona. Non si può procedere come se nulla fosse accaduto e non di meno vale il concetto che l'Irlanda in fondo è un piccolo Paese. L'Europa è un'unione di minoranze per cui il voto dell'Irlanda non può essere considerato come meno importante rispetto, per esempio, ad un voto che potrebbe esprimere la Germania.

Le regole del gioco europeo sottolineano che tutti siamo minoranze e ciascuno ha pari dignità. Noi riteniamo che, senza sottovalutare quanto è successo, i Governi debbano assumersi le proprie responsabilità là dove trattano la ratifica di trattati internazionali mediante lo strumento democratico del referendum che, però, non ci appare idoneo a valutare il frutto di un complesso e lungo negoziato politico-diplomatico.

La costruzione dell'Europa è stata fatta attraverso scelte parlamentari. È il Parlamento la punta di diamante della democrazia, esso non è democrazia di secondo grado - e ciò vale anche per l'Italia - per cui non si può essere succubi di abusi della democrazia, anche se a suffragio universale.

D'altra parte un Trattato di centinaia di pagine, piene di formalità, procedure, ha costituito la materia migliore sulla quale si è scatenata la demagogia, la paura per un magma difficile in cui nessuno si è addentrato veramente, e ha prodotto questa battuta di arresto che richiede sì un momento di approfondimento, ma anche una immediata forte iniziativa politica.

Va ribadito che il voto dei cittadini deve essere rispettato, ma esso non può essere solo un atto di protesta bensì di responsabilità; che un corpo elettorale che respinge un passo importante per l'integrazione europea deve essere consapevole che ciò può comportare un no all'Unione europea stessa (non si possono prendere solo i benefici dall'Europa, occorre avere una responsabilità verso l'Europa).

Si potrebbero individuare diverse vie d'uscita come adire ad un nuovo referendum per l'Irlanda con un quesito diverso rinegoziato in sede di Consiglio; definire un nuovo trattato su temi quali sicurezza e difesa, facendolo firmare solo ai Paesi membri della NATO, ma ciò comporterebbe un'Europa a due velocità; ripristinare i 27 commissari europei ridotti a 15 dal Trattato di Lisbona, venendo così incontro all'esigenza dell'Irlanda, ma ciò comporterebbe un'alterazione del Trattato stesso; far partire da subito alcune modifiche introdotte dal Trattato come l'iniziativa legislativa dei cittadini o la trasparenza nel processo di decisione del Consiglio.

Naturalmente, noi dobbiamo esprimere un sì convinto al Trattato, ma il solo sì non ci deve soddisfare. Noi chiediamo al Governo di tornare ad essere convintamente una punta avanzata della costruzione europea mettendo al lavoro la diplomazia e i costituzionalisti. Non ci si sieda sulla semplice ratifica, perché è nostro dovere pungolare l'Europa a riprendere il cammino.

Se cade Lisbona resta il Trattato di Nizza che è tuttora in vigore. Con Nizza si prevede la cooperazione rafforzata su politiche che concernono giustizia, esteri, immigrazione, economia tra Paesi che sono d'accordo. Essa però può essere allargata anche successivamente. La cooperazione rafforzata può essere la punta di diamante della politica europea futura. Non è stata usata e va sfruttata al meglio per non vanificare gli sforzi fatti in questi 60 anni di pace e di democrazia del nostro continente. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rizzi, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G122. Ne ha facoltà.

RIZZI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo brevemente per portare all'attenzione di quest'Aula un problema particolare riguardante la problematica della gestione della pesca in Europa. Tralascio le premesse, contenute nell'ordine del giorno depositato, che vanno a sancire la globalizzazione determinata dalla macroregione europea e i limiti derivanti da un'unica normativa che non può essere in grado di considerare le particolarità locali.

Nel settore della pesca, in particolare, enormi sono le differenze fra l'oceano e i nostri mari. Tali differenze hanno determinato, nel 2006, l'emanazione di un decreto da parte dell'Unione europea che, di fatto, ha messo in ginocchio i pescatori di aragoste del nord della Sardegna, determinando una misura minima di cattura di 9 centimetri di carapace, corrispondenti a oltre 26 centimetri di crostaceo totale. È una dimensione, di fatto, assolutamente impossibile da reperire in questa zona del nord della Sardegna a causa del particolare habitat. Questo è un problema della macroregione europea, che non può tenere conto della particolarità di ogni singolo luogo.

Ancora più recentemente, il 12 giugno, la Comunità europea ha cancellato la possibilità di pesca del tonno rosso nei nostri mari, malgrado mancasse ancora circa il 40 per cento di quota da pescare da parte dell'Italia, semplicemente perché altre nazioni avevano sforato il loro quantitativo.

Alla luce di questo, chiediamo l'impegno del Governo affinché utilizzi tutti gli strumenti scientifici, politici e diplomatici per salvaguardare le particolarità territoriali e per far sì che siano modificate le direttive comunitarie determinanti parametri incompatibili con la tipologia della pesca nel nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.

SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, poiché ho poco tempo a disposizione, rinuncio al mio intervento, ma le chiedo la possibilità di consegnare un testo perché rimanga agli atti.

 

PRESIDENTE. Naturalmente, la Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Torri, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G113. Ne ha facoltà.

TORRI (LNP). Signor Presidente, noto con piacere che le posizioni critiche della Lega sul Trattato di Lisbona sono note a tutti, anche per quello che è stato scritto sui giornali, tuttavia, a giudicare dall'afflusso che c'è in Aula oggi, credo che anche altre forze politiche abbiano dimostrato la stessa criticità. Ne prendiamo atto. (Applausi dal Gruppo LNP).

La Lega Nord ritiene che sarebbe opportuno compiere un ulteriore passo in avanti sulla via dell'integrazione nel campo della difesa. Rispetto alle scelte già fatte dalle autorità comunitarie nelle operazioni HERA 2008 e Nautilus 2008, coordinate dall'agenzia Frontex, messe in campo per ricorrere anche alla forza militare come elemento di dissuasione nei confronti dei migranti clandestini, occorre rilevare che tali operazioni, pur apprezzandone la bontà e lo sforzo, non hanno dato i risultati che si aspettavano, in rapporto al costo che hanno avuto.

Le autorità comunitarie devono avere a loro disposizione strumenti più adeguati per tutelare gli interessi di sicurezza dei cittadini degli Stati membri. Dall'integrazione delle Forze armate dei Paesi membri dell'Unione europea, possono nascere importanti risparmi di spesa ed uno strumento militare integrato, in grado di fare meglio valere i valori e gli interessi dei popoli europei nei confronti del resto del mondo.

Per questo, Presidente e colleghi, la Lega Nord Padania invita il Governo ad accompagnare la ratifica del Trattato di Lisbona con un energico impegno teso a potenziare le capacità difensive dell'Unione europea, ottenendo così una più efficace protezione delle frontiere, anche dai flussi migratori illegali di cui ho parlato poc'anzi, ed un rafforzamento della sua posizione nello scenario internazionale. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pittoni, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G126. Ne ha facoltà.

PITTONI (LNP). Signor Presidente, colleghi, il no irlandese al Trattato di Lisbona conferma quanto evidenziato in Francia e Olanda con i referendum sulla Costituzione europea. I cittadini dell'Unione non si fidano della propria classe politica. Prima di dare il proprio assenso a scelte che investono la sovranità nazionale, e di conseguenza l'essenza stessa della cittadinanza, vogliono capire e non sono certo aiutati dai 448 articoli per 65.000 parole della proposta di Costituzione europea, e neppure dai 70 articoli per 13.000 parole del Trattato di Lisbona, quando la Costituzione degli Stati Uniti si limita ad un preambolo, 5 articoli e 7 emendamenti.

Il fossato fra le scelte della classe politica e l'effettiva sensibilità dei cittadini non può che allargarsi quando, come l'altra settimana, l'Europarlamento si lascia strumentalizzare, votando una risoluzione che chiede all'Italia - testuali parole - di «astenersi dal raccogliere le impronte digitali dei rom», in quanto si tratterebbe di una schedatura su base etnica. Trattasi di un'operazione mai pensata, né avviata, presente solo nelle menti ideologizzate della sinistra, che ha letteralmente usato il Parlamento europeo per lanciare un proiettile politico contro l'attuale Governo di segno diverso. (Applausi dal Gruppo LNP).

Nelle periferie delle nostre città, proliferano campi nomadi abusivi, in buona parte popolati da immigrati clandestini. Il CENSIS ha appena reso noto il rapporto del 2008, secondo cui negli ultimi tre anni quasi un terzo dei cittadini italiani ha subito uno scippo o un borseggio. Sappiamo che ormai un reato su tre è commesso da clandestini e addirittura la metà delle persone transitate nel 2007 per le nostre carceri era straniera, con una spesa aggiuntiva di 7 miliardi di euro.

Secondo voi, come si fa a distinguere chi è qui per lavorare o sfuggire a situazioni difficili nel proprio Paese da chi è venuto per delinquere? La persona comune (il 67 per cento degli italiani, stando ad una recente ricerca di Renato Mannheimer, pubblicata sul «Corriere della Sera») capisce che la gestione del fenomeno non può che partire dai censimenti: anagrafi, banche dati, DNA e impronte digitali, anche e soprattutto dei bambini, primi soggetti da salvaguardare e spesso sfruttati da vere e proprie organizzazioni per l'accattonaggio, quando non per rubare.

Invece si gioca sulle parole, per obiettivi che nulla hanno a che vedere con la sicurezza e il rispetto della dignità personale, e l'Europarlamento ci casca con incredibile ingenuità, fra l'altro dopo che ad aprile sulle impronte digitali la Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea ha pubblicato un documento che va in direzione diametralmente opposta.

È fondamentale arrivare a una comunicazione corretta e approfondita. L'ordine del giorno a mia firma impegna il Governo a mettere in atto politiche culturali, anche attraverso una specifica programmazione nel palinsesto del servizio radiotelevisivo pubblico nazionale, volte a favorire e sviluppare la conoscenza e la diffusione delle culture dei popoli dell'Europa, in un clima di reciproco rispetto e valorizzazione delle differenze culturali, nazionali e regionali. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, cercherò di essere ancor più breve perché meglio di me il presidente Colombo, nella dichiarazione di voto che farà a nome del Gruppo, esprimerà la nostra opinione e il motivo per cui siamo favorevoli alla ratifica del Trattato di Lisbona.

È chiaro che, dopo il fallimento della Convenzione europea e dopo il referendum irlandese, il processo di integrazione politica e istituzionale europeo ha segnato il passo, ma è anche naturale che ciò avvenga quando si è passati da un'Europa a 12 o a 15 ad un'Europa a 27, quando cioè l'area geografica che è governata da sovrastrutture nazionali è aumentata e diventa competitiva sul piano economico e politico con gli altri continenti.

Da questo punto di vista dobbiamo partire, per avere la convinzione di andare avanti comunque nel tentativo e nel processo di integrazione, anche a piccoli passi, introducendo alcune modifiche - come avviene con il Trattato di Lisbona - ai Trattati istitutivi dell'Unione e facendo in modo che le istituzioni europee siano sempre più vicine ai cittadini, per evitare che i cittadini - che non sono informati e non conoscono le istituzioni europee e quanto possano e debbano essere importanti per le nostre comunità - si esprimano come hanno fatto i cittadini irlandesi per un no alla ratifica del Trattato.

Anche di questo si tratta: non c'è solo diffidenza e un no pregiudiziale all'Unione, ma vi è anche una grande disinformazione e la molto diffusa consapevolezza del fatto che queste istituzioni, ad esempio per ciò che riguarda le politiche economiche e monetarie, siano distanti dai cittadini: non conoscendole, i cittadini quindi non hanno neanche la voglia di partecipare a questo processo.

Pertanto, riteniamo che il Trattato di Lisbona, essendo noi la ventiquattresima Nazione a ratificarlo, sia comunque un passo avanti perché consente e configura comunque un'Unione europea più democratica e trasparente e perché si assegna un ruolo più forte sia al Parlamento europeo che ai Parlamenti nazionali, anche nell'ambito del processo di definizione delle norme dell'Unione europea.

Si prevedono degli spazi di decisione a maggioranza che tendono, nell'Europa a 27, ad accelerare il processo decisionale su alcune materie che sono strategiche per il rilancio della funzione dell'Unione europea. Si ha una maggiore coerenza esterna soprattutto nelle importanti e complesse materie transnazionali, che hanno una loro incidenza su interessi forti e anche sullo sviluppo dei singoli Stati dell'Unione, che riguardano l'immigrazione, l'energia, il clima ed anche e soprattutto il contrasto al terrorismo internazionale. Infatti, questi sono fenomeni che, al momento della nascita dell'Europa, non erano ancora così manifesti o comunque non si rivelavano nella loro tragicità, come avviene da qualche tempo. È chiaro che oggi dobbiamo dotare le istituzioni europee di strumenti che consentano politiche di contrasto e di prevenzione più efficaci e più adeguate alle esigenze della nuova comunità.

Vi è anche un altro aspetto che è stato sollevato e che noi condividiamo, vale a dire la valorizzazione dello strumento delle cooperazioni rafforzate. È chiaro infatti che su talune materie su cui alcuni Stati hanno un interesse particolare o maggiore rispetto ad altri, ad esempio per quanto riguarda le politiche dell'immigrazione, si verifica che gli Stati dell'Unione più soggetti ai flussi migratori ed anche ai fenomeni di immigrazioni irregolare hanno una maggiore sensibilità rispetto a questi problemi e avvertono la necessità che tali questioni da un lato vengano affrontati in sede europea, dall'altro che ciò avvenga senza lacci e lacciuoli che impediscano di giungere ad un decisione comunque efficace proprio perché comune.

Quindi, l'utilizzo degli strumenti che vengono messi a disposizione dal Trattato di Lisbona e che riguardano le cooperazioni rafforzate, ancorché possano sembrare una deroga ed una eccezione al meccanismo comunitario di decisione, rappresentano invece uno strumento che potrebbe favorire il rilancio delle politiche comuni dell'Unione europea in materie sulle quali l'Unione ha segnato il passo.

Da ultimo, mi permetto di svolgere due considerazioni, signor Presidente. La prima è che, certo, noi saremmo stati più contenti se nella modifica che il Trattato di Lisbona opera nel suo preambolo ci fosse stato più coraggio nel riconoscere, ad esempio, le radici cristiane dell'Europa, non come un fatto confessionale o ideologico, ma per dare il riconoscimento della identità e della storia del nostro continente. Avremmo gradito che ci fosse stato un po' di coraggio in più in questo, così come, per quanto riguarda il diritto di famiglia, nel riconoscimento della specificità e nel rispetto degli ordinamenti costituzionali nazionali.

Per questa ragione, ad esempio, abbiamo sottoscritto l'ordine del giorno del collega Compagna G103 che, ancorché possa sembrare superfluo, in realtà in parte non lo è. Esso tende a sottolineare che l'ordinamento giuridico comunitario, nella parte che riguarda il diritto di famiglia, non può derogare ai principi della Costituzione italiana in questa materia, e segnatamente agli articoli 29 e 30 della nostra Carta costituzionale.

L'altra considerazione conclusiva, signor Presidente, è che, proprio perché la ratifica di questo Trattato ha un valore istituzionale importante in quanto si può aprire una nuova fase costituente europea, dobbiamo avere la consapevolezza che votando oggi la ratifica al Senato e poi alla Camera - ci auguriamo prima dell'estate - si apra una fase nuova alla quale non siano estranei la discussione ed il dibattito sulla legge elettorale per l'elezione del Parlamento europeo. Se si apre una fase costituente e si attribuiscono maggiori poteri di controllo al Parlamento europeo, si devono configurare leggi elettorali che consentano la partecipazione di tutti i territori e di tutta l'Europa in maniera sempre più democratica a questi processi di controllo, se si vogliono un'Europa e delle istituzioni più vicine e non più lontane ai cittadini.

Se si immaginasse di mutuare schemi maggioritari anche per le leggi elettorali europee, si commetterebbe un gravissimo errore, soprattutto nella fase delicata che stiamo attraversando e per il ruolo che l'Italia può avere nel processo di integrazione europea, dopo Lisbona. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (PdL). Signor Presidente, il processo di integrazione europeo è un fenomeno senza precedenti nella storia. I precedenti di entità statuali che rinunciano pacificamente a parte della propria sovranità per creare una forma di unione più ampia sono rari e si tratta più di tentativi falliti che di successi. Tra i successi, potremmo citarne pochissimi. Fra questi la Svizzera, Confederazione dal 1291 e poi Federazione dal 1848, e gli Stati Uniti d'America, nati anch'essi confederali nel 1776 e rapidamente divenuti Unione nel 1787. Ma se guardiamo alle dimensioni e alla storia di questi due precedenti, osserviamo che si tratta di poche migliaia addirittura di persone, nel primo caso, e di pochi milioni nel secondo, e di entità dalla storia molto breve.

Oggi parliamo, invece, di un'Unione europea di 491 milioni di cittadini, di 27 Stati dalle radici storiche lunghe secoli e millenni. Secoli e millenni in cui vi sono state centinaia di guerre reciproche, le più sanguinose delle quali hanno avuto luogo proprio negli ultimi 100 anni.

Non ci dobbiamo perciò stupire delle difficoltà che si incontrano in questo cammino: dobbiamo invece essere orgogliosi di quanto è stato fatto finora. In pochi decenni si è passati dalle guerre più feroci alla pace stabile, all'apertura e poi all'abolizione delle frontiere. Quasi la metà dei 27 Paesi membri erano dittature al momento della nascita dell'Unione europea, mentre oggi sono solide democrazie integrate fra di loro.

Dobbiamo però anche sapere che c'è ancora molto da fare, che non mancano i problemi, evidenziati peraltro dall'esito dei referendum, sia quelli francese e olandese di qualche anno fa, sia quello irlandese di qualche settimana fa.

Il Trattato di Lisbona fa certamente dei passi in avanti, menzionando, sia pure timidamente, le eredità culturali, religiose ed umanistiche dell'Europa, includendo la Carta dei diritti fondamentali, elaborata nel 2000 e poi integrata nel 2007, introducendo un meccanismo di sussidiarietà rafforzata, a difesa delle prerogative degli Stati membri e sforzandosi, inoltre, di rendere più efficaci i meccanismi decisionali. Per questo l'Italia lo ha sostenuto e per questo il Popolo delle Libertà voterà compattamente per la ratifica del Trattato di Lisbona.

Vogliamo che questa straordinaria esperienza vada avanti, che sia efficace e che colga sempre più successi, particolarmente in quei settori in cui gli Stati nazionali non hanno più una forza sufficiente nel panorama internazionale di oggi. E proprio perché vogliamo che l'Unione europea sia più forte, non possiamo trascurare i problemi che emergono, testimoniati non soltanto dall'esito di alcuni referendum, ma anche dalla bassa, e a volte bassissima, affluenza alle urne, che caratterizza nella gran parte dei Paesi membri le elezioni per il Parlamento europeo. Evidentemente la struttura delle istituzioni europee è tale ed è talmente indiretto il suffragio popolare, la volontà popolare, rispetto alle decisioni prese per quanto riguarda le norme europee, che i cittadini lo percepiscono come qualcosa di estraneo a sé.

Ci sono altri problemi, come ad esempio norme che non solo vengono assunte in sedi che difficilmente il cittadino percepisce come frutto del proprio consenso e della propria volontà, ma che spesso sono così difficili da conoscere persino nelle loro linee generali, da generare certamente un atteggiamento non positivo da parte dei cittadini.

C'è una Banca centrale europea che usa la sua autonomia in modo francamente discutibile, tenendo tassi molto più alti di quanto accade nei Paesi con i quali poi i produttori europei si trovano a competere, e ciò per combattere un'inflazione che, evidentemente, è in gran parte dovuta ad un aumento planetario delle materie prime, su cui difficilmente l'aumento del tasso dell'euro può avere un'influenza. Ci sono perciò aspetti anche in questo Trattato che possono generare una certa perplessità. Mi riferisco, per esempio, alla parte in cui si parla dell'ambiente, nella quale vengono date per scontate alcune concezioni scientificamente assai discutibili, dicendo addirittura che l'Unione europea si oppone ai cambiamenti climatici, speriamo non a quelli tra estate e inverno o a quelli tra il giorno e la notte!

Credo che l'Unione europea debba sforzarsi di guardare più avanti e di essere più vicina ai cittadini, perché altrimenti il grande sforzo che è stato fatto in questi decenni rischia di naufragare anche di fronte ad ostacoli francamente superabili come ireferendum di Paesi autorevoli, che pur non dovrebbero certamente fermare questo processo di integrazione. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

SANTINI (PdL). Signor Presidente, chi pensava che il risultato negativo del referendum irlandese avrebbe bloccato il cammino del Trattato di Lisbona è rimasto deluso e, dal tono di certi interventi, mi pare che anche qui vi fosse un certo tifo. Lo dico subito, io faccio il tifo per l'obiettivo opposto.

Il 18 giugno è venuta una risposta immediata dal Regno Unito, un autentico contropiede caratterizzato da un recepimento lampo. Quindi, attualmente sono 19 i Paesi membri ad aver accolto il Trattato di Lisbona, mentre altri 5 si apprestano a farlo. Anche le note polemiche venute dalla Polonia sono state ridimensionate al punto da considerarle una semplice protesta dettata da opportunismo. In ogni caso, il segnale più esplicito in questa direzione è venuto dal recente Consiglio europeo del 19-20 giugno scorso, a conclusione del quale tutti i Paesi membri hanno deciso di sollecitare il processo di adesione da parte dei Paesi ancora mancanti all'appello, Italia compresa.

Secondo quanto stabilisce l'articolo 6, paragrafo 2, il Trattato entrerà in vigore il 1° gennaio 2009 e, nonostante le burrasche recenti che ho citato, pare che in autunno anche l'Irlanda possa riesaminare la propria posizione. Lo hanno raccomandato in maniera esplicita sia il presidente del Parlamento europeo, Hans-Gert Pöttering, sia il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, in un recente incontro con i parlamentari italiani.

A questo punto va recuperato lo spirito unitario che ha garantito fino ad oggi, attraverso mezzo secolo di storia, di portare a termine determinate conquiste da parte dell'Unione e di raggiungere l'attuale stato di coesione.

Una risposta indiretta viene proprio in questi giorni dalla decisione con cui Francia, Repubblica Ceca e Svezia hanno varato il rivoluzionario programma di presidenza per i prossimi 18 mesi - non più i tradizionali 6 mesi - anticipando anche in questo caso lo spirito di Lisbona.

In attesa della nuova marcia di avvicinamento dell'Irlanda e dell'adesione degli altri Stati, c'è già attesa per le grandi innovazioni che il Trattato ha portato e porterà e che il nostro relatore ha così bene illustrato. In modo particolare, ricordo un Presidente del Consiglio in carica per due anni e mezzo, un vero e proprio Ministro degli esteri europeo, da considerarsi tale a tutti gli effetti; il Consiglio dei ministri, autentico motore dell'Unione; l'estensione della codecisione al Parlamento europeo in nuovi settori; l'elezione diretta del Presidente della Commissione e poi prerogative di iniziativa legislativa per il Parlamento e per i cittadini, oltre che un reale coinvolgimento dei Parlamenti nazionali nel processo legislativo. Si aggiunga, infine, anche un ruolo di consulenza da parte delle Regioni, anche se molto limitato per non appesantire il processo legislativo.

Tutto questo su materie finalmente comunitarizzate come i diritti umani non è vero che manchino le competenze e soprattutto le politiche comuni. Per l'energia c'è unpiano di azione 2010-2012, già operante; per le politiche per la sicurezza e la difesa, l'immigrazione e l'asilo c'è il Programma de L'Aja 2004-2009. Vi ricordo inoltre altre politiche come quelle delle cooperazioni tecniche per EUROPOL ed EUROJUST, che forse per troppo tempo sono rimaste in frigorifero.

Per ridare slancio a quest'azione occorre recuperare lo spirito che caratterizzò i lavori della Convenzione europea, che portò alla scrittura dell'ambizioso Trattato costituzionale, purtroppo poi non recepito, innanzitutto da Francia e Olanda e poi anche da altri Stati, forse perché spaventava troppo i cittadini europei.

La nuova Conferenza intergovernativa ci ha consegnato questo Trattato di Lisbona fortemente ridimensionato, sia nei contenuti, sia nella portata politica. Innanzitutto, è stata esclusa la Parte II della Costituzione, vale a dire la Carta dei diritti fondamentali firmata a Nizza nel 2000, ridotta a semplice riferimento a margine del Trattato ridimensionato. In buona sostanza ne è uscito ridotto tutto il progetto ambizioso di costruire un tetto a questo edificio europeo e dunque comuni istituzioni politiche capaci di dare credibilità ed autorevolezza a tutte le politiche di settore. Qualcuno si è spaventato, forse per qualche inevitabile condizionamento e sacrificio della sovranità nazionale, a fronte di un passo decisivo comune su problemi di carattere generale.

Per questo ritengo antistorico e addirittura pericoloso guardare all'Europa come ad un pericolo o ad un limite per un Paese membro. Ma chi ha paura dell'Europa? Generalmente viene da rispondere chi non la conosce o almeno non la conosce bene e dunque non ha motivo per apprezzarla. Così, come non si può prendere l'Unione europea à la carte, come si diceva una volta, accettando cioè i vantaggi e rifiutando i sacrifici, analogamente non si possono esprimere posizioni politiche basate su interessi particolari o consunti luoghi comuni.

L'Europa è oggi uno spazio di equilibrio globale in cui il sacrificio di qualcuno è compensato dal vantaggio di molti altri e in cui la solidarietà verso chi è più indietro è il collante del disegno comune, valore che era attuale nel 1957, con il Trattato di Roma, e che credo sia ancor più attuale oggi. (Applausi dal Gruppo PDL).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Aderenti, la quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G118. Ne ha facoltà.

ADERENTI (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, oggi siamo chiamati a ratificare, a nome del nostro Paese, il Trattato di Lisbona. Un Trattato che regolerà il funzionamento dell'Unione europea e che inciderà anche sull'istruzione e sulla cultura in tutto il territorio europeo per i prossimi anni.

Visti gli articoli 149 e 151 e pur condividendone l'impostazione tesa a valorizzare la cultura europea, la conoscenza della storia dei popoli, la conservazione e la salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea, tutto ciò attraverso le maglie larghe che l'impostazione del Trattato propone all'Europa lasciando quindi autonomia ai singoli Stati membri, c'è il rischio, proprio perché alle parole retaggio culturale manca l'aggettivo spirituale, di imboccare la via dell'egualitarismo, dell'appiattimento culturale, della mancanza dei valori tradizionali che altro non sono che gli aspetti negativi della globalizzazione e del multiculturalismo spinti all'eccesso. Globalizzazione e multiculturalismo volti a negare proprio il nostro retaggio spirituale e culturale, volti a negare la specificità delle conquiste di comportamenti acquisiti all'interno delle nostre società, frutti del progresso scientifico, culturale, giuridico e sociale delle nostre comunità.

Il Senato, pertanto, impegna il Governo a garantire, attraverso la formulazione di atti legislativi opportuni, la tutela e la valorizzazione delle culture regionali, partendo dallo studio degli eventi storici, del territorio, delle consuetudini locali e delle identità territoriali che provengono dalle medesime radici culturali e giuridiche, affinché nelle nuove generazioni si rafforzi il senso di appartenenza alla propria terra ed ai valori tradizionali che altro non sono che il faro delle loro principali scelte di vita, auspicando un'organizzazione federale del sistema scolastico che possa tener conto delle esigenze, delle aspettative e delle diversità territoriali ed attraverso una riconsiderazione dello status e del ruolo dei docenti, affinché venga attivata per loro la funzione di docenti ricercatori. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, colleghi, signor relatore, c'è una tendenza piuttosto diffusa in Europa, a mio avviso, che è quella di sdrammatizzare il più possibile la situazione che si è creata dopo il voto negativo irlandese e a trattare la situazione come una situazione normale, che si risolverà col tempo, magari con un nuovo referendum, non è ben chiaro quando, ma in modo da superare l'impasse.

Tutto questo è auspicabile, a due condizioni: la prima è che siamo coscienti che il problema non è solo irlandese, ci sono altri Paesi più che restii a ad apporre in calce la firma alla ratifica, con un conflitto spesso evidente tra Presidente e Governo o maggioranze parlamentari; la seconda è che questo nuovo intoppo ci porti però ad un'analisi più severa della situazione, secondo me di crisi politica grave, in cui versa l'Europa, perché solo da una consapevolezza, credo, della gravità di questa crisi può forse venire a qualche Paese, a gruppi di Paesi, una reazione adeguata.

Molte cose sono state dette, io mi soffermerò solo su due aspetti. Il primo è l'Europa come attore globale, il secondo è il problema politico che vedo delinearsi in modo molto pericoloso, ed è quello dello stop ad ulteriori allargamenti, prendendo ovviamente a pretesto la non ratifica del Trattato di Lisbona, ma in realtà dando fiato a sentimenti, mi sembra, di scetticismo più profondo.

Perché dico questo? Perché sento aleggiare, ad esempio, uno stop piuttosto chiaro persino all'allargamento alla Croazia, cosa che pure avevamo bene incanalato e promesso per il 2010; così come penso che sarebbe un errore gravissimo chiudere l'allargamento perlomeno ai Balcani e, per quanto riguarda me e - credo - anche il Governo nelle posizioni espresse dai Governi succedutisi nel nostro Paese, alla Turchia.

L'arresto avvenuto proprio ieri di Karadzic non è fattore da poco. È importante perché avviene certo su mandato del tribunale speciale dell'Aia: il nostro Governo dell'epoca, sia di destra che di sinistra, in tutta la fase dell'istituzione della giustizia internazionale ha avuto un ruolo preminente a livello internazionale con tutte le cautele del caso; nessuno ha mai spinto per un'accelerazione estremista della giustizia internazionale come se fosse l'unico terreno di azione politica. Ma l'arresto di Karadzic è importante perché avviene da parte delle forze serbe; questo vuol dire cioè che la Serbia e il nuovo Governo, in realtà, si mettono in regola con le richieste europee, dopo una latitanza di 13 anni con protezioni e connivenze così evidenti.

Ieri il passo compiuto dalle forze serbe su mandato del tribunale ad hoc credo sia da salutarsi come dato e segnale forte della Serbia di vicinanza all'Europa e di voler entrare in Europa. Sicuramente manca Mladic; certamente è tardi; sono passati 13 anni e le vittime di Srebrenica certamente non saranno risarcite, ma forse potranno trovare sollievo nel fatto che l'Europa è anche promotrice di Stato di diritto; è anche promotrice non solamente di prosperità economica, ma anche di un sentimento di limite dell'impunità di fronte a reati così gravi.

Per questo penso sia importante l'impegno del Governo - che mi sembra di aver sentito echeggiare nelle parole del ministro Frattini - e cioè che il nostro Paese sia promotore forte per evitare uno stop perlomeno a Croazia, Serbia e Balcani; tenga anche conto il Governo della relazione, che si è venuta a creare e che deve trovare una sua soluzione, tra Serbia e Kosovo, in considerazione di quanto ormai verificato cioè che l'arma e lo strumento dell'allargamento é stato uno strumento non solo di pacificazione, ma anche di democratizzazione di grandissime aree e di milioni di persone nell'Est europeo.

Noi tendiamo sempre ad avere la memoria corta, a volte cortissima, come se gli eccidi nell'ex Jugoslavia non fossero di 15 anni fa e come se avessimo dimenticato i drammi dell'epoca di non sapere come intervenire, i drammi di un'assenza europea e poi, francamente, il sollievo dell'intervento americano. Credo che tutto questo oggi non lo possiamo dimenticare, facendo pagare ad altri (croati, per esempio, o serbi o cittadini dei Balcani) problemi che sono tutti interni a noi europei.

Se diremo no all'allargamento non lo diremo perché la politica non ci porta a quello, lo diremo semplicemente perché il nostro processo di integrazione si è rallentato e bloccato e sarebbe una responsabilità gravissima, foriera di nuove tensioni alle porte dell'Europa, per non parlare di nuove guerre o magari di nuovi eccidi. Se abbiamo uno strumento è quello di accoglierli con tutte le cautele, le procedure e l'acquis communautaire. Non c'è il problema di spalancare le porte domani mattina, ma certo c'è un problema di mantener la parola data ai croati che hanno consegnato il generale Gotovina, per esempio, e che si sono messi in regola con tutte le nostre norme e certamente di offrire speranza alla popolazione serba e al nuovo Governo pro europeo che non hanno altra alternativa. Un'Europa che consentisse il buco nero dei Balcani non è un'Europa sicura e ovviamente non è un'Europa che tiene fede, ai suoi impegni, ma è un'Europa che secondo me scava una zona di instabilità esattamente ai propri confini.

Lo stesso discorso, e non lo ripeterò perché l'ho fatto molte volte, vale per la Turchia. Noi non possiamo far pagare ad altri i nostri problemi interni. Cosa vogliamo dagli amici turchi, dato che nessun Paese oggi può più vivere da solo: che facciano una bella alleanza con il Tagikistan o con l'Arabia Saudita? O non è più «conveniente», lo dico proprio dal punto di vista geopolitico oltre che geoeconomico, un legame stretto di appartenenza all'Unione Europea?

Il secondo punto che voglio trattare è quello che mi oppone, come visione, ai colleghi della Lega ed è quello dell'Europa come attore globale. Esiste, in tutte le capitali, la mania di far pagare all'Europa tutto, il contrario di tutto, possibilmente i problemi che non sappiamo risolvere a casa nostra, in casa francese, per esempio. I francesi dissero di no al referendum a causa del famoso idraulico polacco; ovviamente non c'entrava nulla né l'idraulico polacco né altri idraulici di varia provenienza, era un problema tutto interno francese. Io credo che noi siamo avviati verso un futuro in cui lo sviluppo economico mondiale, e non solo quello economico, vedrà pochi grandi attori. Non vedrà, con buona pace di chi la pensa diversamente, né le regioni, né le subregioni. (Commenti del senatore Massimo Garavaglia). Le sorti del mondo, nei prossimi anni così vicini a noi, saranno decise da pochi attori: Cina, India, Stati Uniti, Russia, probabilmente Brasile e Sudafrica e credo che l'unico attore adeguato a discutere con questi interlocutori, a livello di dimensione politico-economica, sia esattamente l'Europa, con buona pace di altre esigenze che devono trovare soluzioni in altri livelli istituzionali.

Per questo credo che non vada abbandonata l'aspirazione alla patria europea anche se sembra andare di moda l'Europa delle patrie, perché è nel nostro interesse poter contare al tavolo dei «grandi» in un mondo sempre più globalizzato e perché, che ci piaccia o meno, la globalizzazione è là per rimanere, come il vento, come le maree. Si tratta di capire se riusciamo a governarla meglio dal punto di vista dei diritti e dal punto di vista economico.

Chi può governarla meglio? Non credo l'Europa delle patrie o delle regioni, ma, per la sua dimensione, la patria europea. Per questo mi auguro che questa dimensione vada tenuta presente, non per negare l'importanza del territorio, colleghi, ma semplicemente per dire che quelle esigenze vanno risolte ad altri livelli istituzionali, ivi compresi quelli nazionali, ma non si può far portare all'Europa il peso e la responsabilità di tutto, delle lingue, delle non-lingue, dei dialetti, dei contro-dialetti: non va bene così. Noi andiamo verso un mondo di integrazione o di scontro globale. Solo una forza di dimensione adeguata, con una integrazione politica forte, può farci sperare di poter contribuire anche noi ad un mondo che sia globale, ma in cui la globalizzazione dei diritti e della democrazia accompagni meglio la globalizzazione e l'integrazione economica. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e del senatore Collino. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G121. Ne ha facoltà.

VACCARI (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, l'ordine del giorno G121 impegna il Governo ad incentivare politiche a favore della montagna, anche intervenendo opportunamente in sede europea per incidere sulle strategie dell'Unione in materia di politiche per la montagna, al fine di consentire la permanenza delle comunità nelle loro terre e la possibilità di viverci dignitosamente, come è loro diritto.

La politica dell'Unione europea per le regioni montane è stata finora caratterizzata da mancanza di interventi specifici e mirati. Per lungo tempo gli interventi a favore delle regioni montane sono stati ricompresi solo all'interno delle politiche di coesione e della programmazione dei fondi strutturali e, in particolare, all'interno di programmi specifici di cooperazione transfrontaliera, inclusi sotto la sigla INTERREG. Sempre in tema di misure di sostegno alle regioni montane, vale il cosiddetto secondo pilastro della Politica agricola comune.

Lo scorso febbraio, raccogliendo le ripetute sollecitazioni del Comitato delle regioni UE, nonché dei rappresentanti degli enti locali pressoché di tutti gli Stati membri a conformazione prevalentemente o significativamente montuosa, il presidente della Commissione europea Barroso ha annunciato la volontà di Bruxelles di procedere al più presto alla presentazione di un «Libro verde» sulla montagna, che avrà la finalità di raccogliere in un quadro organico le misure esistenti a sostegno delle regioni montane e di prevederne di ulteriori, al fine di costruire finalmente un quadro coerente ed autonomo di iniziative.

Speriamo che la novità contenuta nell'articolo 158 del Trattato di Lisbona, che meritava per la sua importanza una conferma popolare, sblocchi veramente e definitivamente la questione delle politiche per la montagna e che così l'Europa si dimostri Europa dei popoli e non della burocrazia. L'articolo 158, in questa nuova formulazione, dovrebbe costituire la base giuridica per l'elaborazione della nuova politica di coesione dell'Unione europea e l'occasione per conferire al suo interno uno statuto autonomo alle iniziative destinate alle aree montane, indipendentemente dal quadro offerto dalla politica agricola o dai programmi di cooperazione transfrontaliera.

Mi fermo qui e chiedo alla Presidenza di poter allegare la restante parte del mio intervento al Resoconto della seduta.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Presidente, onorevoli colleghi, tratto l'argomento da un punto di vista molto limitato. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea non è incorporata nel Trattato di Lisbona, però c'è scritto, con un certo pudore, che vi si fa riferimento. Nonostante questo limite, ritengo che l'ispirazione di tale Carta ci possa dare un certo incoraggiamento a provare a camminare sulla linea dell'attuazione dei nostri principi costituzionali. Faccio qualche esempio.

Articolo 4: «Proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti». In Italia, la mancanza di una legge sulla tortura ha fatto sì che siano stati date condanne bagatellari ai tutori dell'ordine che hanno infierito su arrestati inermi.

Articolo 5: «Proibizione della schiavitù e del lavoro forzato». Ogni giorno in Italia ci sono circa 40.000 lavoratori in agricoltura privi di diritti minimi e vittime del caporalato.

Articolo 11: «Libertà di espressione e di informazione». Questo diritto scomparirà probabilmente con la legge bavaglio alle intercettazioni. Poi si dice al comma 2: «La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati». Un principio simile in Italia suona ironico, con il Presidente del Consiglio che ha il possesso diretto del maggior impero di informazione, stampa e televisione, e che dall'alto del Governo controlla anche le reti pubbliche.

Articolo 12: «Libertà di riunione e di associazione». La libertà di riunione pacifica è violata per lo meno in Campania dove i cittadini che vogliono manifestare contro le discariche urtano contro il reato di interruzione di pubblico servizio.

Articolo 13: «Libertà delle arti e delle scienza». Sul punto mi preoccupo per corporativismo personale. L'unico comma così recita: «Le arti e la ricerca scientifica sono libere. La libertà accademica è rispettata». Se va avanti il progetto di privatizzazione dell'università ci sarà da chiedersi chi vorrà investire nella letteratura greca, nel diritto costituzionale o nella geomorfologia.

Articolo 15: «Libertà professionale e diritto di lavorare». Gli ultimi dati: 4,5 milioni di lavoratori precari; circa tre morti bianche al giorno.

Articolo 19: «Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione». Il comma 2: «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Il ministro Maroni ha allargato le maglie per favorire il rimpatrio in Paesi in cui si non si è sicuri che chi ci viene mandato sia protetto dalla tortura.

Articolo 20: «Uguaglianza davanti alla legge». Funzionava fino all'altro ieri. La legge era uguale per tutti, oggi non più.

Articolo 21: «Non discriminazione». La persecuzione messa in atto contro i Rom urta contro ogni diritto tutelato dalla Carta.

Articolo 23: «Parità tra uomini e donne». In Italia il tasso femminile di occupazione è del 46,3 per cento; una laureata su quattro entra nel mondo del lavoro; il 13,5 per cento delle donne che hanno un figlio non rientra più nel mondo del lavoro.

Articolo 26: «Inserimento dei disabili». I fondi per le politiche per i disabili sono decimati ogni anno. Questa volta gli ha dato un colpo di grazia anche l'abolizione dell'ICI, unica imposta federalista, come ora riconosce Calderoli.

Articolo 28: «Diritto di azioni collettive». Approntata dall'ultima finanziaria di Prodi, la class action sarà rinviata ad libitum dal ministro Scajola.

Articolo 31: «Condizioni di lavoro giuste ed eque». Mi viene in mente la Thyssen o, ancor di più, l'oleificio umbro andato a fuoco, il cui proprietario richiede risarcimenti alle vittime arse vive;

Articolo 32: «Divieto di lavoro minorile». In Italia lavorano 144.000 ragazzi tra i 7 ed i 14 anni;

Articolo 33: «Vita familiare e vita professionale». Da noi vige il diritto al congedo di maternità ed il divieto di dimissioni in bianco. Ebbene, ricordo che il ministro Sacconi ha appena cancellato una legge efficace del Governo precedente, che aveva abolito il criterio abituale delle dimissioni in bianco per cui nel momento in cui uno viene assunto, deve firmare le dimissioni in bianco in modo tale da poter essere buttato fuori.

In sintesi, i principi contenuti nella Carta dei diritti dell'Unione Europea ci incoraggiano a non deflettere nel nostro compito, che riteniamo fondamentale, del perseguimento dell'attuazione dei nostri principi costituzionali, costantemente sotto offensiva da parte dell'attuale maggioranza.

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mauro, la quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G102. Ne ha facoltà.

MAURO (LNP). Signor Presidente, colleghi, un'Europa che voglia essere unita non solo teoricamente ma anche e soprattutto nella sostanza non può prescindere dal riconoscimento anche formale, delle proprie radici cristiane quale elemento fondante e caratterizzante della propria storia. In più di una occasione i popoli europei si sono espressi contro i trattati, sottoposti alla loro approvazione anche perché la tutela delle proprie origini e della propria identità non era riconosciuta nei Trattati stessi. Il Trattato di Lisbona, come tutti i trattati europei che lo hanno preceduto, sconta la gravissima omissione di qualsiasi richiamo alla tradizione giudaico-cristiana quale elemento identitario della realtà sociale e civile in cui vivono i popoli europei.

Giustamente, anche sua Santità Giovanni Paolo II e poi Papa Benedetto XVI hanno più volte ribadito, in tutte le sedi istituzionali, il proprio profondo rammarico a proposito dell'ingiustificabile marginalizzazione della fede e della cultura cristiana, al di là di ogni confessionialismo. Questo non è soltanto un pensiero della Chiesa, ma di tutti i popoli europei. Infatti, noi della Lega Nord Padania abbiamo sempre sostenuto che il nostro passato non può essere cancellato da una cultura laicista, che non rispecchia i valori e gli ideali nei quali si riconosce la maggioranza dei cittadini. Per questi motivi, appare dunque indispensabile che i Governi europei e le istituzioni menzionino in modo inequivocabile le comuni radici cristiane nei documenti attraverso i quali i popoli dell'Europa unita dovrebbero sentirsi sempre rappresentati.

Con questo ordine del giorno vogliamo che il Governo si adoperi, in ogni futura sede di discussione e di revisione dei Trattati, affinché l'eredità giudaico-cristiana sia riconosciuta come valore fondante del pensiero, della cultura storica e della tradizione dei popoli dell'Europa. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanda. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, voterò a favore della ratifica del Trattato di Lisbona, per motivi seri che riguardano le ragioni di fondo per le quali il nostro Paese sta in Europa; motivi che proprio per il loro rilievo superano ogni eventuale perplessità sul contenuto dei singoli articoli del Trattato. E trovo assolutamente ragionevole che tra i 500 milioni di cittadini degli Stati europei chiamati alla ratifica vi possa essere chi non condivide in ogni loro parte i 418 ostici articoli del Trattato. Ma non sono state le osservazioni su singoli articoli, anche molto importanti, di Trattati come quello di Lisbona ad aver rallentato il processo di integrazione dell'Europa; ci sono altri nodi critici che nei decenni hanno contato di più. Per esempio, dobbiamo riconoscere come con il tempo l'unanimità che regola gran parte del processo di integrazione si sia dimostrata sempre più inadeguata a realizzare l'unificazione, così come era stata indicata dai Padri fondatori, Spinelli, Schumann, De Gasperi e Adenauer.

L'unanimità di cui parlo non è quella dei sei Paesi che nel 1951 sottoscrissero il Trattato della CECA e che poi nel 1957 firmarono a Roma il Trattato costitutivo della Comunità europea; è l'unanimità dei 27 Paesi che dal 2007 compongono l'Unione, ciascuno con la propria cultura, il proprio elettorato, e soprattutto i propri interessi economici e sociali.

Voterò a favore del Trattato perché credo fortemente nell'Europa unita e penso che oggi vi siano molte decisive ragioni per credervi ancor più di ieri. Ieri l'Europa unita era il sogno di un pugno di uomini illuminati, oggi è una necessità strategica imposta dalla competizione internazionale e dal rilievo anche economico che ha assunto il nostro continente.

Voterò per rafforzare la speranza di chi crede ad una completa integrazione europea. E voterò perché questo sarà il voto di tutti i parlamentari del Partito Democratico e intendo anche in questa circostanza aggiungere convintamente il mio voto al loro. La mia è quindi una posizione squisitamente politica, che, al di là del merito, intende marcare il forte e sincero significato europeista del voto unanime dei deputati e senatori del Partito Democratico.

Dopo l'esito negativo dei referendum francese e olandese sulla Costituzione europea, dopo i pronunciamenti negativi di Irlanda e Repubblica Ceca, l'orientamento di procedere alla ratifica conferma la nostra volontà di proseguire il cammino verso forme di sempre più consistente integrazione ed esprime l'aspettativa che Irlanda e Repubblica Ceca sappiano trovare modalità appropriate per non fermare il processo voluto con il Trattato.

Alcune settimane fa, il ministro Calderoli ha chiesto che la ratifica italiana venisse sottoposta a referendum. Io credo che sarebbe stato sbagliato farlo, ma è proprio l'assenza di una consultazione popolare referendaria ad imporre al Senato di non considerare questo dibattito di poche ore un rito di fine stagione, da concludere frettolosamente in vista delle vacanze; poche ore per l'immunità di Silvio Berlusconi, poche ore per la sicurezza e adesso poche ore per il Trattato di Lisbona (e non è un bel vedere).

Molti esperti sostengono che la percentuale dei nostri comportamenti regolati direttamente o indirettamente da normative europee sia molto alta; è possibile che superi il 70 per cento. Questa forte presenza dell'Europa nella nostra vita non deve spaventarci. Deve invece allarmarci che la dilatazione dei poteri dell'Europa non vada di pari passo con la crescita della sua unificazione politica e, conseguentemente, con il consolidamento del carattere democratico delle sue istituzioni.

Male farebbe il Governo a considerare questo voto un adempimento di routine, necessario soprattutto per mascherare quell'insofferenza e quell'ostilità verso l'Europa, che spesso Silvio Berlusconi e tanti suoi Ministri hanno mostrato di voler coltivare. E malissimo faremmo tutti noi, maggioranza e opposizione, Parlamento e Governo, a non percepire né il disagio che tanti cittadini nutrono verso le istituzioni europee, né la loro conseguente richiesta che vengano finalmente affrontati, in modo diretto e non equivoco, il tema della unificazione politica dell'Europa e quello dei passi istituzionali da compiere per promuoverla e realizzarla.

La domanda che dobbiamo porci è quale sia il modello, il tipo di Europa che vogliamo realizzare e come pensiamo di farlo. Il vasto e ostico testo del Trattato di Lisbona non ci aiuta a trovare risposta a questa domanda, né avrebbe mai potuto farlo. Eppure, tutto il futuro del nostro continente e tutto il nostro personale benessere futuro, forse la nostra stessa futura libertà democratica, ruotano intorno alla necessità di sapere se nel nostro destino c'è uno Stato europeo, un vero Stato federale europeo, oppure se ci convenga ritenerci paghi della formula attuale. Certo, tale formula è già molto rispetto all'assetto pre-Unione da noi conosciuto in passato, ma è ancora molto poco rispetto ai bisogni, alle aspettative e alle potenzialità di un continente con 500 milioni di abitanti, terzo al mondo per popolazione e primo per prodotto interno lordo.

Se vogliamo veramente l'unità politica, dobbiamo dirci chiaramente che è giunta l'ora che l'Europa unita cessi di essere soltanto un grande ideale, sia pure alto e nobile, e sappia divenire un progetto reale, un traguardo realmente voluto dai cittadini europei e definito in ogni suo elemento dai loro Governi.

Tra le osservazioni al Trattato di Lisbona, ve ne è una che spicca più delle altre: il rilievo, la cui attendibilità in questa sede non voglio affrontare, di scarsa democraticità delle istituzioni europee. Tale rilievo riguarda, in particolare, la Commissione, cui il Trattato trasferisce molte nuove funzioni. Forse potevano essere individuate forme diverse per definire le nuove funzioni e i nuovi poteri della Commissione europea, che nella nuova versione appaiono particolarmente larghi anche in settori di grande delicatezza, la cui natura avrebbe richiesto competenze di carattere più squisitamente politico; penso al mercato interno, agli aiuti di Stato, alla concorrenza, al mercato agricolo, alla pesca, al commercio, alla moneta, al disavanzo e alla stabilità dei prezzi. Egualmente, forse si sarebbe potuta approfondire di più la scelta di introdurre nuove forme di sostanziale unanimità in procedure nelle quali sono coinvolte Commissione e Consiglio e che avrebbero meritato una maggiore flessibilità.

Partendo da queste considerazioni, dobbiamo riconoscere che se la democrazia europea non ci appare ancora pienamente realizzata, ciò è dovuto all'elementare considerazione che per avere più democrazia sarebbe necessario che l'Europa fosse uno Stato, una nazione, una confederazione mentre così oggi non è. Ha ragione chi ha osservato che sono sempre possibili Stati non democratici mentre non è mai possibile una democrazia senza uno Stato. Quindi, sta a noi trasformare ciò che alcuni considerano il punto debole del Trattato di Lisbona nel suo punto di forza, come sta a noi comprendere che la ratifica del Trattato ci sta avvertendo che è giunto per l'Europa il momento di scegliere tra due modelli possibili di integrazione.

Il primo modello, per noi ancora insoddisfacente, è quello di un'Unione sostanzialmente governata dalla Commissione e dalla Banca centrale europea. È un modello che, per sua stessa natura, non potrà che veder prevalere una governance con caratteristiche più tecnocratiche. Il secondo è un modello di Stato confederale democratico con confini certi, con un Parlamento cui sia affidato l'intero potere legislativo in tutte le materie di interesse comune e cui spetti dire la parola finale su politica estera e di difesa, sul fisco, sulla legge penale e sulle politiche strategiche in materie come la ricerca scientifica, l'immigrazione, la sicurezza interna, la lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale.

La conquista di un'unica moneta, l'euro, e di un grande mercato comune non sono più sufficienti né a tenere insieme politicamente tante e così diverse nazioni, né a svolgere sugli scenari mondiali quel ruolo che competerebbe all'Europa, se essa fosse unita, e che sarebbe necessario esercitare per un confronto da pari a pari non solo con i nostri alleati degli Stati Uniti d'America, ma anche con le sempre più autorevoli realtà della Cina, dell'India, della Russia, del Giappone e del Brasile.

Oggi il Senato è chiamato solo alla ratifica del Trattato di Lisbona, e così sarà. Mi auguro, però, che alla ripresa dei lavori, a settembre, quest'Aula possa affrontare in modo diretto ed esplicito la questione delle questioni: l'unificazione politica dell'Europa, unica strada in grado di dare a noi europei la possibilità di svolgere a livello globale il nuovo che ci aspetta.

Questa è la raccomandazione che rivolgo anche a lei personalmente, signor Vice presidente, come anche al signor presidente Schifani. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Pardi e Giai. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Azzollini. Ne ha facoltà.

AZZOLLINI (PdL). Signor Presidente, anch'io voterò convintamente a favore del Trattato. Tuttavia, mi sembra giusto che in questo momento si formulino alcune considerazioni politiche che servano a migliorare l'Europa, l'Unione europea che viene delineata dal Trattato.

Non disconosco ovviamente che l'Unione europea ha dato agli Stati la moneta unica ed economie stabilizzate, che ha imposto politiche finanziarie virtuose che hanno consentito - all'Italia in particolar modo - di reggere di fronte a crisi anche molto gravi dell'economia e della finanza internazionale. È stato senza dubbio un grande merito.

Riconosciamo che l'Unione europea ha un altro grandissimo merito, quello di avere consentito l'apertura delle frontiere alla concorrenza e alla libera circolazione dei capitali e degli uomini. Sappiamo che l'Europa ha avuto ideali ispiratori e padri (che non mi soffermo a ricordare, perché già altri colleghi lo hanno fatto meglio di me), i quali avevano alla radice un disegno prima di tutto ideale e politico. Sappiamo che il Trattato discende da quella originaria ispirazione. Crediamo però che quei valori costitutivi debbano trovare uno spazio adeguato non soltanto nei Trattati, ma anche e soprattutto nell'azione politica, amministrativa e di governo dell'Europa. Crediamo, cioè, che con questo Trattato si debba aprire una strada, perché nell'Unione europea (anzi, preferisco parlare di Europa) la politica riprenda il suo posto come sede della decisione e come servizio agli uomini in carne ed ossa, nei confronti dei cittadini e delle cittadine.

Pensiamo che in questa Europa la democrazia debba tornare ad essere visibilmente valore fondamentale ed essenziale delle istituzioni, ma anche ascolto della gente e dei popoli. Riteniamo insomma che il Trattato debba essere la base affinché nell'Europa lo sviluppo trovi un adeguato posto nelle istituzioni, proprio perché è necessario un pendant rispetto alla Banca centrale europea, che ha come suo scopo la stabilizzazione monetaria e la lotta all'inflazione, uno scopo che ha raggiunto mirabilmente ma che non è sufficiente per lo sviluppo delle comunità europee.

Riteniamo che vada evitato il rischio che l'Europa continui ad essere una sorta di tecnostruttura, che notoriamente dà luogo anche ad una grande e costosa burocrazia, la quale - obbedendo ad un disegno illuminista - tenti di piegare le economie e le popolazioni alle sue proprie determinazioni. (Applausi dei senatori Massimo Garavaglia, Possa e Valentino). Pensiamo che questo non sia giusto né possibile.

Riteniamo che direttive minori, che determinano la lunghezza del cotton fioc o la dimensione dell'oliva, non siano il carattere costitutivo dell'Europa. Siamo convinti che l'Europa non debba esprimersi decidendo ciò che i cittadini devono fare, ma debba invece rispettarli sia come cittadini detentori della sovranità democratica, sia come produttori e consumatori.

Credo che il Trattato sia una buona base perché si continui su questa strada e per questo motivo votiamo con convinzione per la sua ratifica. Il Governo saprà operare in questa direzione, affinché non si ripetano gli incidenti che si sono manifestati sul percorso dei Trattati, con il "no" espresso da significative parti dell'Europa, da popoli che hanno partecipato alla creazione delle istituzioni europee.

Speriamo, insomma, che il Trattato dia luogo, in tempi sempre più brevi, ad una Europa democratica e liberale. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marini, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G100. Ne ha facoltà.

MARINI (PD). Signor Presidente, l'impegno più serio che l'ordine del giorno G100 chiede al Governo e che, in presenza del ministro Frattini, voglio sottolineare è quello di promuovere l'adozione di tutte le misure concrete volte a rafforzare l'identità e l'iniziativa politica europea.

Tralasciando un discorso un po' più ampio, mi limito a dire che come Italia viviamo un periodo di grande difficoltà. La nostra crescita è ferma da dieci anni, viviamo un'emergenza sociale e una serie di problemi che riguardano anche gli altri Paesi europei, a partire dalla necessità di un governo serio dei problemi migratori. Fermarsi a ragionare attorno ad aspetti particolari del Trattato di Lisbona non mi sembra molto produttivo.

Sono convinto che l'Unione europea, dopo l'operazione positiva di Lisbona, col la quale ha recuperato anche valori della Costituzione europea, avendo dato più potere al Parlamento europeo e un ruolo ai Parlamenti nazionali, con l'elezione diretta del Presidente della Commissione europea, debba ora scegliere di compiere un passo avanti, alla luce chiaramente del pensiero, per quanto riguarda noi italiani, di Altiero Spinelli: istituzioni forti e politiche alte. L'Europa e l'Italia sono dinanzi a un bivio e a uno sforzo straordinario: pensare che il Paese possa affrontare questo sforzo da solo, anche dinanzi ai problemi che ho sopra richiamato, è - a mio avviso - una velleità.

Con l'ordine del giorno G100, a firma mia e di altri senatori, chiediamo al Governo di impegnarsi a pensare all'Europa politica. Con ciò intendo che i settori sui quali l'impegno del Governo italiano dovrebbe fare i maggiori sforzi in avanti sono quelli della politica estera e di difesa. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceccanti, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G108. Ne ha facoltà.

CECCANTI (PD). Signor Presidente, vorrei innanzitutto sottolineare - come ho già segnalato agli uffici di Presidenza - che sono saltate dall'ordine del giorno le firme dei colleghi Saro e Pastore e che quella del senatore Vitali si è trasformata in Vizzini.

Ciò premesso, con questo ordine del giorno, firmato da esponenti di tutti i Gruppi, ad eccezione della Lega Nord (che però invito a ripensarci a e votare a favore), si sottolinea un problema, e cioè che il mantenimento del criterio dell'unanimità per gli avanzamenti dei trattati costituisce un fattore di blocco. L'alternativa non è tra ratifiche parlamentari o referendum popolari, è di avere un processo di ratifiche, anche referendarie, a livello europeo. Quello che serve è una procedura di revisione simile a quella della Costituzione svizzera, in cui si calcola un doppio quorum: la metà più uno dei cittadini che votano il referendum e la metà più uno degli Stati, per rendere conto dell'effettiva natura duplice dell'Unione europea, che è un patto tra Stati, ma anche tra cittadini.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

DINI, relatore. Signor Presidente, onorevole Ministro, rappresentanti del Governo, ringrazio i colleghi senatori per i loro interventi in un dibattito che credo sia stato ricco e pieno di stimoli. Ne è emerso il riconoscimento della bontà del Trattato che è oggi al nostro esame come strumento adeguato a garantire un migliore funzionamento delle istituzioni europee nell'Unione allargata.

Molti degli interventi hanno segnalato la maggiore ambizione del Trattato costituzionale che il Parlamento ratificò con un voto quasi unanime nel 2005 e, tuttavia, ampio è stato il riconoscimento del fatto che in gran parte le norme in esso contenute sono state riprese nel Trattato che oggi esaminiamo.

 

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 18,40)

 

(Segue DINI). Un Trattato, dunque, meno ambizioso, che comunque raccoglie un ampio consenso in questa Aula. Non vi sono state, infatti, critiche radicali al suo impianto, molti suggerimenti sono stati invece avanzati circa l'interpretazione di alcune delle sue disposizioni. È questo lo scopo di molti degli ordini del giorno presentati. Altri, di questi ordini del giorno, riguardano invece politiche settoriali, in relazione alle quali si chiedono interventi del Governo presso l'Unione europea. Nell'insieme, ribadisco, che emerge un giudizio favorevole sul Trattato che stiamo esaminando e su di esso mi sembra di poter registrare un consenso ancor più vasto di quello che si registrò in occasione dell'esame del Trattato costituzionale, in quest'Aula, tre anni fa.

Molti senatori hanno lamentato l'assenza nel corpo del Trattato della Carta dei diritti, e tuttavia devo ricordare che ad essa viene attribuito espressamente valore giuridico dall'articolo 6 del Trattato. Una soluzione, questa, che era stata proposta anche nel corso dei lavori della Convenzione europea dove poi si preferì, invece, in ossequio all'ambizione costituzionale del Trattato firmato a Roma nel 2004, incorporare la Carta come seconda parte del Trattato stesso.

Altri senatori hanno segnalato la crescente mancanza di consenso verso il progetto europeo, rimarcando in particolare l'esito dei referendum popolari che si sono svolti, nonché la bassa affluenza alle elezioni per il Parlamento europeo. In proposito, credo dovremmo una volta di più riconoscere la saggezza dei nostri Padri costituenti, che vollero escludere la possibilità di ricorrere allo strumento referendario nel caso dei trattati internazionali. Chiamare il corpo elettorale ad esprimersi su testi complessi e articolati, come quello che oggi stiamo esaminando, conduce inevitabilmente a delle semplificazioni fuorvianti.

Credo, invece, che alcuni istituti introdotti nel Trattato di Lisbona (penso, in particolare all'istituto dell'iniziativa popolare e al nuovo ruolo attribuito ai Parlamenti nazionali) potranno contribuire a colmare questo sentimento di distacco dalle istituzioni.

In conclusione, credo che il nostro dibattito, seppur con diversità di accenti, abbia evidenziato la consapevolezza diffusa oggi nel nostro Parlamento della necessità di più Europa: di istituzioni comuni capaci di dare risposte alle molte domande che provengono dai nostri cittadini, domande cui non si può che rispondere ad un livello che superi i confini nazionali. Molti senatori hanno richiamato l'esigenza di politiche europee in materia di sicurezza, di gestione dei flussi migratori; hanno richiamato, poi, un'esigenza che particolarmente condivido: quella di una più efficace difesa comune europea. A tutte queste esigenze il Trattato che stiamo esaminando dà delle risposte che costituiscono un netto avanzamento rispetto alla situazione vigente.

Proprio perché siamo consapevoli della grave crisi politica in cui oggi l'Unione versa, dobbiamo ribadire con nettezza la necessità di dotarla di nuovi strumenti istituzionali. Ecco, quindi, l'importanza del voto che ci accingiamo ad esprimere e sul quale mi compiaccio del largo consenso che si sta profilando in quest'Aula. Partirà così dal Senato italiano un messaggio chiaro di rilancio del processo di integrazione. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Morando).

PRESIDENTE. Colleghi, vorrei informare l'Aula del fatto che tra poco prenderà la parola, come richiesto, il Governo, nella persona del ministro Frattini, che salutiamo. Ricordo all'Assemblea che per la fase delle dichiarazioni di voto, alle ore 19, è prevista la diretta televisiva. Quindi, in relazione ad un accordo già intervenuto tra i Gruppi, si procederà nel modo seguente: alle ore 19 si svolgeranno, in diretta televisiva, le dichiarazioni di voto sull'articolo 1; poi, cessata la diretta, si passerà alla votazione degli articoli 1, 2, 3 e successivamente all'esame degli ordini del giorno. Questo per razionalizzare l'andamento dei lavori.

Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri, onorevole Frattini.

FRATTINI, ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, a conclusione di questo dibattito, devo anzitutto esprimere il sentito ringraziamento, mio personale e a nome anche degli altri colleghi Ministri e Sottosegretari che hanno partecipato alle sedute, per il lavoro che la 3a Commissione del Senato e l'Assemblea hanno svolto per portare oggi all'approvazione il disegno di legge di ratifica del Trattato di Lisbona.

È stato un lavoro approfondito, che si è svolto però anche in tempi rapidi, in tempi che ci faranno meritare il plauso di altri Paesi dell'Unione europea, che hanno visto questo lavoro iniziare solamente poche settimane fa e portarsi a compimento oggi in quest'Aula del Senato e mi auguro, prima della pausa estiva, anche alla Camera dei deputati.

Vorrei svolgere soltanto tre brevi riflessioni a conclusione di questo dibattito, in cui molto è stato detto.

Condivido l'opinione di chi, in quest'Aula, ha richiamato la necessità di riprendere gli ideali europei che - dobbiamo dirlo francamente - per decenni hanno segnato passi avanti continui, anche tra difficoltà, nel processo di integrazione dell'Unione europea, anche perchè i Padri fondatori avevano dato idee chiare e facilmente percepibili dai cittadini. Quello che a Roma si decise nel 1957 fu di dare all'Europa pace, stabilità e prosperità economica: questi erano ideali che tutti potevano capire.

E allora quanto è stato detto dal presidente Dini, dal presidente Azzollini e da altri senatori, vale a dire che la politica riprenda il suo posto, è assolutamente indispensabile per persuadere quei tanti cittadini che legittimamente hanno espresso dei dubbi, che non hanno capito che cosa l'Europa vuole veramente fare e perché, in modo che essi siano soddisfatti con risposte democratiche ed esaurienti.

Credo che occorra un'Europa al servizio dei cittadini, che dia una risposta visibile sui grandi temi che toccano la vita quotidiana delle donne e degli uomini e che non risponda invece con costruzioni burocratiche, complicate, difficili da leggere e ancora più difficili da comprendere: questa non sarebbe la risposta che milioni e milioni di cittadini aspettano dall'Europa.

Dopo tanti anni, cosa ci aspettiamo dal futuro del processo di integrazione? Penso ci dovremmo aspettare quattro cose. Innanzitutto, più presenza dell'Europa nella politica internazionale, cioè una politica estera dell'Unione europea che sia in grado di dire una parola unitaria quando in qualche parte del mondo c'è un momento di crisi, o quando si segna il passo nella stabilizzazione istituzionale di una Regione. La lezione dei Balcani è una lezione viva, e occorre notare che purtroppo, ancora una volta, l'Europa non ha parlato con una voce sola sull'indipendenza del Kosovo; ma è una lezione ancora più triste quella di un'incertezza dinanzi alle tante, troppe crisi nel continente africano, a cui l'Europa stenta a dare una risposta unitaria, forte e coesa.

Oltre alla politica estera, onorevoli senatori, c'è bisogno di una strategia europea di difesa e sicurezza che sia aggiornata rispetto alla variabilità delle sfide e delle minacce. Prendiamo l'occasione del semestre di Presidenza francese per dare finalmente all'Europa della difesa una visibilità e una concretezza che mai ci sono state finora. Non possiamo pensare, onorevoli senatori, di lamentarci quando gli Stati Uniti difendono la sicurezza del mondo anche per noi e non dotarci poi, noi europei, di capabilities e capacità militari serie per essere finalmente produttori e non soltanto consumatori di sicurezza. Ecco perché la politica europea di difesa è un'altra grande tappa dell'Europa politica che dobbiamo costruire.

La terza sfida è rappresentata sicuramente dall'azione nella dimensione mediterranea. Abbiamo recentemente lanciato il progetto dell'Unione mediterranea rispetto al quale L'Italia può giocare un ruolo da protagonista. Non illudiamoci che proseguire semplicemente il processo di Barcellona sia sufficiente. Occorre una nuova azione politica sul Mediterraneo, sulla sponda Sud ma anche su quella Est. E ciò vuol dire Balcani, vuol dire Turchia. È una dimensione su cui l'Europa non può fallire e l'Italia in Europa non può lasciare il passo a qualcun altro.

Infine, l'azione dell'Europa politica sarà indispensabile nell'affermare, promuovere e difendere i diritti della persona, i diritti dell'individuo. Non basta più proteggere e difendere i diritti delle collettività. Occorre che la persona sia al centro dell'Unione politica.

Quando abbiamo inserito la Carta dei diritti fondamentali all'interno del Trattato, sia pure con un protocollo, con un valore giuridico vincolante, abbiamo fatto un passo avanti che a molti è sfuggito. La Carta europea dei diritti fondamentali oggi vuol dire che è dovere istituzionale dell'Europa far sì che l'individuo con i suoi diritti come persona sia al centro dell'azione istituzionale dell'Unione europea.

Ecco perché, in conclusione, credoche si debba votare per la ratifica del Trattato di Lisbona. Non perché questo trattato sia la risposta politica - la politica dovrà essere nelle azioni - ma perché permetterà all'Unione di decidere, di decidere in fretta, di non avere diritti di veto, di costruire cioè senza gli alibi di istituzioni complicate quelle politiche che noi vogliamo. Senza il Trattato di Lisbona ciò è difficile. Il diritto di veto di uno dei 27 Paesi blocca gli altri 26 e ciò non è pensabile. In ogni caso, onorevoli senatori, resta il fatto che la sfida comincerà il giorno in cui il Trattato di Lisbona entra in vigore, non prima, vale a dire quando gli Stati europei sapranno che non ci si può appellare più al diritto di veto di un altro o nascondersi dietro la complicazione.

Ecco perché il Trattato di Lisbona spiana la strada a quelle azioni politiche che tutti vogliamo, poi sarà colpa della politica se le azioni non ci saranno. (Applausi dai Gruppi PDL e PD).

PRESIDENTE. Colleghi, sospendo la seduta fino alle ore 19 per consentire la diretta televisiva.

 

(La seduta, sospesa alle ore 18,56, è ripresa alle ore 19).

 

Riprendiamo i nostri lavori.

Procediamo all'esame degli articoli.

Passiamo all'esame e alla votazione dell'articolo 1.

PISTORIO (Misto-MPA). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PISTORIO (Misto-MPA). Signor Presidente, signor Ministro degli affari esteri, colleghi, c'è da chiedersi perché ogni volta che la parola sull'Unione europea passa ai cittadini inesorabilmente il giudizio risulta negativo o per lo più negativo.

Non vi è dubbio che l'aspetto che ha assunto questa costruzione risenta di un eccesso di tecnicismo e burocrazia per cui sembra quasi che sia necessario dotarsi di codici particolari per decriptare il linguaggio e di competenze specialissime per comprendere sino in fondo quanto da questi organi viene prodotto e emanato. Non possiamo non registrare, infatti, quanto grande sia lo iato tra l'attuale struttura di Bruxelles e quella che era immaginata dai padri fondatori, dalla matrice comune, espressione di una dimensione straordinaria, successiva alla tragedia della guerra e che si rifaceva apertamente alla tradizione cristiana.

Schumann, De Gasperi e Adenauer avevano questa forza evocativa, questa radice molto forte, proprio quella radice che inspiegabilmente è stata negata quando non si è avuto il coraggio di riconoscere le radici giudaico-cristiane come elemento fondante e unificante dell'identità europea.

Perduto quest'effetto di idealità e di sentire comune, che nasceva sicuramente anche - ripeto - dall'esperienza lacerante della seconda guerra mondiale e che faceva riferimento alla cultura e all'etica cristiana, sembra attualmente prevalere solo il freddo elemento economico, che in sé e per sé non contestiamo in radice, ma che non si riesce a riequilibrare con una struttura politica e un bagaglio valoriale all'altezza della sfida. Diventa, quindi, ineludibile domandarsi e interrogarsi se e quanto è legittimo che un Paese ceda una parte importante e consistente della sua sovranità ad un'élite burocratica che non è espressione diretta della volontà popolare.

Dobbiamo anche ricordare, infatti, il ruolo marginale svolto dal Parlamento europeo, struttura frustrata dall'impotenza legislativa e vitaminizzata dalle raccomandazioni alla Commissione. Lavora invece - e come se lavora! - una burocrazia che si alimenta e prospera nel suo circuito autoreferenziale e ipertecnicistico fatto di un linguaggio astruso, difficile da comprendere anche per gli addetti ai lavori.

Arretrare, dunque, il nostro rango di sovranità è da ritenere legittimo solo se siamo capaci, caro Ministro, in quanto Paese di svolgere allo stesso tempo un ruolo politico di maggiore protagonismo, forse azzardato per le nostre capacità, ma certamente all'altezza della sfida originaria che questo Paese ha compiuto nel momento in cui fu varata l'iniziativa europea.

Se si riesce, forse, a far parlare questa Europa oltre che del mercato unico anche di politica estera e sociale, a me interessa, caro Presidente, che da contrappeso alla cessione di una parte di sovranità nazionale faccia seguito una restituzione di ampliamento di competenze e di attenzioni alle autonomie regionali: l'Europa delle Regioni, tanto spesso evocata e poi maltrattata, perché queste rappresentano una radice forte, vera, identitaria, quando corrispondono a popoli insediati in un territorio che hanno consapevolezza della propria storia e della propria tradizione.

È auspicabile, quindi, che venga intrapresa una politica di coesione ancor più avanzata che superi alcuni meccanismi rigidi quale l'ostracismo ad accettare forme, per esempio, di fiscalità differenziata all'interno di un medesimo Paese e che per noi dell'MPA costituisce da tempo uno strumento essenziale per attivare processi di sviluppo che interpretano in modo più moderno e flessibile le politiche di coesione: strumento essenziale per una vera coesione è infatti il recupero dei grandi divari infrastrutturali ed economici che segnano contraddizioni fortissime all'interno non soltanto del sistema europeo, ma anche dei confini del nostro stesso Paese.

Allo stesso tempo vogliamo che l'Europa modifichi il suo approccio alla politica estera e che non abbia la testa rivolta soltanto ad Est, al suo allargamento - forse troppo accelerato - che si è fatto carico di contraddizioni e differenze troppo profonde, ma che cominci a guardare a Sud e al Mediterraneo come terreno su cui misurare la propria capacità politica, per una politica di pace e di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, con i Paesi della sponda Sud di identità islamica che costituiscono oggi il più grande pericolo anche per la pace. Un'Europa forte, consapevole del suo ruolo, non può sottrarsi a questa sfida di pace e di cooperazione e trovare nel Mediterraneo un luogo di impegno privilegiato. Non solo quindi una frontiera che fa acqua, in tutti i sensi, ma una frontiera di sviluppo e di pace.

Consapevoli drammaticamente che questo Trattato paga un tributo altissimo alla burocrazia, che ha perduto il senso di luogo e patria comune essendo mancato il coraggio di riconoscere i valori cristiani come anima dell'Europa, coscienti del vulnus presente nell'identità europea, noi non disperiamo ancora della possibilità di recuperare e per questo, con molta fatica, esprimiamo il nostro voto favorevole. (Applausi dai Gruppi Misto-MPA, PDL e del senatore Cintola).

COLOMBO (UDC-SVP-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

COLOMBO (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, il nostro sì al Trattato di Lisbona non è, né potrebbe essere, rituale né retorico, se si tiene conto della crisi che attraversa l'Europa e che si è manifestata nelle varie e controverse pronunce nazionali. Il nostro sì, quindi, risponde ad un riflesso antico della nostra storia nazionale e ad una vocazione profonda del nostro Paese ma anche, se mi è consentito di fare un cenno che mi riguarda, al richiamo di un ideale costitutivo dell'esperienza mia e di tanti altri amici e del nostro impegno politico. Ma vuole il nostro sì anche e soprattutto corrispondere ad una domanda di Europa che chiede di emanciparsi dalle attuali incertezze, dal ripiegamento etico civile dentro orizzonti angusti e di rilanciarsi come soggetto autorevole di responsabilità globali.

Condivido perciò la convinzione che il Trattato, pure se non riflette la ricchezza e la maturità del Trattato costituzionale, apra, con una sua carica innovativa, una finestra sul futuro dell'Europa, nel senso che definisce le scelte prossime future, dalle questioni connesse alla sicurezza interna ed esterna dell'Europa, alla definizione delle strutture di governance di un grande mercato che faccia fronte alle insidie della globalizzazione, fino alle politiche di vicinato con la Russia e di cooperazione euromediterranea, nonché alle politiche di controllo per l'immigrazione e l'asilo.

Votiamo quindi un Trattato che proietta nel futuro la fisionomia e le dinamiche di una più compiuta e matura democrazia europea, nel segno di un rafforzato circuito tra Commissioni, Parlamenti nazionali e Parlamento europeo; ciò comporta che i Parlamenti nazionali svolgano una funzione di luogo di riflessione, di compensazione democratica e di partecipazione al processo decisionale dell'Unione, senza che questo comporti, come avrebbe potuto, il blocco delle decisioni, immettendo i Parlamenti nazionali in un sistema a rete che consenta un collegamento tra loro anche ai fini del conseguimento di posizioni comuni.

La vera novità sta soprattutto nel rafforzamento del rapporto tra Commissione ed elettorato europeo, anche mediante le procedure di nomina del Presidente della Commissione, per la quale si tiene conto dell'elezione del Parlamento europeo. Una soluzione, questa, che tende a conciliare procedure diverse e a tenere insieme dentro una logica di coinvolgimento e di partecipazione degli Stati nazionali alla avventura istituzionale comune.

Consentite, infine, a uno come me, che ha vissuto la scommessa europeista fin dalle origini, di ricordare come, per tappe, che sono iscritte nella nostra storia, l'Europa sia stata concepita nella missione di De Gasperi, Schuman e Adenauer, innanzitutto come progetto di pace e di ricostruzione all'indomani delle tragedie vissute da tutti noi. Successivamente essa è diventata progetto di libertà in un mondo che la assediava, a Sud, con le dittature di destra e, a Est, con i dispotismi del comunismo reale. La sua fondamentale risorsa è stata di aver concorso a far germinare, sia pure attraverso diverse scansioni storiche, il seme della libertà, della democrazia e dell'affrancamento dalle ideologie totalitarie del Novecento.

La vicenda dell'Europa come soggetto di integrazione, di mercato e di politiche comunitarie è sotto i nostri occhi, è nei suoi fattori di forza e di debolezza, di coesione e di fragilità.

Oggi si chiede all'Europa di esserci nel mondo globale, di ripartire dal Trattato di Lisbona per definirsi e farsi valere come potenza civile globale, di respingere la sindrome che le viene attribuita di fortezza assediata per conseguire, invece, lo statuto di potenza espansiva, portatrice di un grande umanesimo dello sviluppo della pace.

È lo stesso ideale che ha nutrito la generazione dei costituenti europei e che ha alimentato l'impegno di un grande protagonista, che voglio qui ricordare, la cui voce oggi purtroppo tace: parlo di Bronislaw Geremek ... (Applausi dai Gruppi PD e IdV) ... un amico, patriota polacco e grande europeista, tragicamente scomparso in questi giorni, del quale ricordo la passione civile con cui assumeva il valore dello spazio pubblico europeo come foro nel quale capitalizzare lutti, memorie e speranze, che tengono insieme le storie delle Nazioni d'Europa.

Il voto del Parlamento sia, e concludo, un gesto di consapevolezza, di coerenza e di coraggio, che ci aiuti a scrutare con occhi più limpidi il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, PD, PdL e IdV. Congratulazioni).

PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi stiamo dimostrando un interesse comune, il primo, e forse l'unico, di questa legislatura di centrodestra, per un argomento di grande importanza politico-collettiva e non finalmente personale di parte.

Pensando al nostro Paese, ritengo opportuno soprattutto approfondire alcune osservazioni diffuse dai detrattori dell'Unione europea e del Trattato. Ciò anche perché penso che il risultato della consultazione referendaria irlandese non sia scevro da responsabilità da parte di chi avrebbe dovuto spendere più parole e più passione per spiegare le ragioni profonde che avrebbero dovuto spingere per una adesione al Trattato.

Gli euroscettici fanno giustamente notare come proprio il Paese più beneficiato da Bruxelles abbia votato contro e come il risultato irlandese abbia riflessi che vanno ben aldilà dei confini dell'isola. Secondo costoro, d'ora in poi, il Trattato di Lisbona non può più essere presentato agli elettori degli altri Paesi, ma potrà solo essere votato dai Parlamenti che, secondo una semplificazione demagogica, sarebbero diversi dagli elettori.

Proseguendo secondo questa tesi, i Parlamenti voterebbero contro i loro elettori, poiché solo il blocco postcomunista dell'Europa centrale aderirebbe al Trattato così com'è. I meno critici pensano ad un vecchio continente a due velocità e propongono la costruzione di un nucleo forte di un'Europa a otto, che comprenda i Paesi fondatori e forse Spagna e Portogallo.

Cari colleghi, io penso che la società mondiale sia economicamente sempre più interconnessa. I problemi del cambiamento climatico, della drastica caduta del livello di benessere, dell'ordine economico mondiale, della violazione dei diritti umani fondamentali, della lotta per le risorse energetiche sempre più scarse, credo che riguardino tutti e in ugual misura. Mentre si diventa sempre più interdipendenti, sul palcoscenico del mondo assistiamo a una diffusione delle armi di distruzione di massa e a un continuo ripetersi di violenza indiscriminata nei Paesi più poveri od in quelle Nazioni ove le ricchezze non sono equamente distribuite.

Mi chiedo, signor Presidente, colleghi, un'Europa in grado di agire, non dovrebbe forse mettere sul piatto della bilancia, nel proprio interesse, tutto il proprio peso per contribuire a far progredire politicamente e dal punto di vista del diritto dei popoli, la comunità internazionale? L'Europa divisa non può pretendere di avere un peso politico equivalente al proprio potere economico. Non posso nascondere, colleghi, di essere rimasto anche io molto deluso dal no irlandese; anch'io ho subìto la tentazione dell'irritazione di fronte al problema che il referendum in un singolo Paese poneva a tutta l'Europa. Ma attenzione, l'Unione europea non è una democrazia diretta, o, meglio, lo è solo per la minima parte della legittimazione che le deriva dall'elezione diretta del Parlamento europeo. L'Unione europea in cui viviamo è ancora, in massima parte, una democrazia indiretta: vale a dire che ogni Stato membro democratico deve prendere decisioni autonome in modo autonomo. Significa perciò tempi lunghi e difficoltà.

Ed è proprio questo il punto sul quale desidero far porre l'attenzione: il risultato irlandese non deve essere considerato un fallimento, una insuperabile battuta d'arresto al processo di integrazione europea, ma il risultato di ciò che differenzia l'Unione europea da un'alleanza sotto un potere egemone. A mio parere, a parere dell'Italia dei Valori, una posizione corretta è quella di interrogarsi sul modo migliore per superare le contraddizioni e le tentazioni di isolamento da parte di alcuni Paesi.

Quanto accaduto, nel 2005 in Francia ed Olanda e oggi in Irlanda, non è un "no" all'Europa, ma (ed io credo bisogna avere il grande coraggio di ammetterlo), un "no" all'incapacità di taluni di noi di ridurre la forbice tra le competenze decisionali in materia politica trasferite a Bruxelles e a Strasburgo, da una parte, e le opportunità di partecipazione democratica rimaste negli Stati nazionali dall'altra.

Il Partito che rappresento, l'Italia dei Valori, non condivide il testo di tutti gli articoli del Trattato: di alcuni riteniamo che il significato si presti ad essere frainteso; altri li riteniamo non esaustivi del particolare settore da disciplinare; altri ancora crediamo siano il frutto di elaborazioni di Paesi che da tempo hanno instaurato cooperazioni più strette e limitate in alcuni campi nei quali la loro governance è più decisa e forte di un'estesa esperienza.

In merito, ringrazio il Governo per aver accettato un ordine del giorno dell'Italia dei Valori che riguarda le nostre perplessità, che già abbiamo dimostrato in sede di Commissione, sul nuovo articolo 188R e sulle possibili interpretazioni, con particolare riferimento alla sua concreta gestione e corretta applicazione. Questo impegno riguarda una rigorosa applicazione della clausola di solidarietà prevista dal Trattato di Lisbona, al fine di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, nel rispetto di quanto solennemente stabilito dall'articolo 11 della Costituzione italiana.

Nonostante ciò, nelle trattazioni consultive prima dell'esame da parte dell'Aula del Senato siamo riusciti ad inserire, come ho detto, delle osservazioni che riteniamo importanti; siamo comunque decisamente e fermamente propensi ad aderire al Trattato, poiché è l'unico modo serio per non volgere in maniera miope lo sguardo al futuro.

Cari colleghi, come si può notare, l'architettura normativa del Trattato concede ampio respiro al dibattito ed al confronto, con una serie di meccanismi di controllo che renderanno stimolante e fertile il dialogo. Anzi, per rispondere a coloro che ritengono di salvare l'Europa facendola procedere a due velocità ed auspicando la formazione di una motrice centrale di europeisti duri e puri, faccio osservare che maggiore sarà l'allargamento dell'Europa meno rischi di abusi egemonici vi saranno.

Insomma, cari colleghi, è del tutto possibile che ci si muoverà lentamente, che il rodaggio sarà lungo, che molteplici saranno le occasioni di perfezionamento del Trattato e, certamente, chi giudica l'Europa sulla base delle apparenti divisioni, evidentemente non ha la maturità istituzionale di comprendere che è la molteplicità delle idee e soprattutto il confronto fra di esse e non, lo ripeto, gli atteggiamenti egemonici, che consentiranno di affrontare nel modo migliore le sfide del futuro. Noi, come Italia dei Valori, lo ripeto, voteremo convintamene a favore della ratifica del Trattato.

L'Unione conta molto economicamente, accrescerà il suo peso politico e nel futuro sarà in campo sociale il più importante attore sulla scena mondiale, astenendosi da quei decisionismi praticati da altri che tanto hanno ferito l'uomo e la terra. È la forza delle idee e non le idee forti che vincono le sfide, e l'Unione si sta attrezzando per questo attraverso un Trattato certamente perfettibile, ma indubbiamente strategico per affrontare le crisi di questo millennio. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

BRICOLO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BRICOLO (LNP). Signor Presidente, ci troviamo oggi a esprimerci su un Trattato che, rispetto ai precedenti, rafforza ed estende il potere e le competenze delle istituzioni comunitarie, senza fare nessun passo in avanti per rendere queste istituzioni più democratiche. Questa è ancora l'Europa dei burocrati, dei tecnocrati, autoreferente, sorda verso i suoi popoli e le loro istanze. Questa non è l'Europa che vogliamo noi della Lega. La Lega lo dice da sempre: quella indicata da Bruxelles è la via sbagliata verso l'Europa.

Lo abbiamo detto per primi, a più riprese e, dopo essere stati tacciati di antieuropeismo, di disfattismo, addirittura di eresia, oggi, davanti all'implodere dei trattati soggetti a voto popolare, in molti, sia all'interno della maggioranza che dell'opposizione, sono costretti a riconoscere che avevamo ragione allora come oggi. Bossi aveva ragione quando già tanti anni fa criticava l'Europa. Negli ultimi tempi, in più occasioni, il presidente Berlusconi, molti suoi Ministri, ma anche Veltroni, leader dell'opposizione, sono stati costretti ad intervenire contro questo modello di Europa, cosa che in passato non avevano mai fatto.

Il ministro Ronchi ha dichiarato che in Irlanda è stata sconfitta un'idea fredda e burocratica dell'Europa. L'Europa oggi è fredda perché dimentica dei suoi valori più forti e antichi, perché rinnega le sue radici, perché annacqua la sua identità allargandosi senza criterio.

Ancora una volta, si è scelto coscientemente di non inserire le radici cristiane nel Trattato. Colleghi senatori, vi invito a una riflessione: non esiste in Europa una sola città, un solo paese, anche il più piccolo, che non abbia nel suo centro una chiesa. Perché, dunque, negare l'evidenza? Sicuramente per un'impostazione vergognosamente laicista di questa Europa. Però, diciamo chiaramente che i richiami nei trattati alle radici cristiane precludono anche l'ingresso della Turchia in Europa. È proprio questo che è giusto dire, perché è proprio la proposta di allargamento alla Turchia che ha definitivamente spezzato il legame tra l'Unione e i suoi popoli.

La Turchia europea svuoterebbe definitivamente l'idea di Europa di un qualunque valore storico e identitario. Questo ingresso, lo ricordo a tutti, è voluto in particolar modo da Paesi e potenze straniere che vedono, nell'annacquamento della nostra identità, lo strumento per mantenere un'Europa debole e incolore. Se in Europa entra la Turchia, entra ufficialmente in Europa anche l'Islam, con le sue regole e le sue tradizioni spesso incompatibili con le nostre! (Applausi dal Gruppo LNP). Quell'Islam fanaticamente unito, impermeabile alla modernità, che si propone, progressivamente e pazientemente, di scalzare il cristianesimo dal nostro continente.

La Turchia - lo ricordo ai colleghi - conta 70 milioni di abitanti, ne avrà 90 milioni nel 2014, come Francia e Italia messe insieme, e saranno tutti liberi di venire a vivere a casa nostra. No, non è questa l'Europa che vogliamo, perché questa non è più Europa! (Applausi dal Gruppo LNP). In questi casi bisogna essere chiari fin dall'inizio: noi della Lega non vogliamo vivere in un'Europa musulmana, ma in un'Europa che resta cristiana! Noi della Lega non vogliamo la Turchia in Europa! (Applausi dal Gruppo LNP).

Detto questo, è giusto ora affrontare il problema dei no ai trattati interventi attraverso i referendum. Il no più recente è quello irlandese che, come quelli pronunciati tre anni fa da Francia e Olanda, è stato un no di ribellione, un no che travalica i contenuti del testo e riguarda più il metodo e l'atteggiamento di Bruxelles che le sue norme.

Colleghi senatori, a Bruxelles è stata da tempo imboccata una strada pericolosa, quella voluta dall'"eurocasta" di coloro che pensano di essere un gruppo di pochi illuminati che sanno meglio di tutti cosa sia bene e giusto fare; e, ogni volta che i popoli sconfessano le loro scelte, sono i popoli stessi ad essere accusati di aver sbagliato, di non aver capito e di essere stati ingiusti o ingrati. Mai un'autocritica da questa Europa, mai un po' di umiltà, mai un atteggiamento di attenzione e di vero ascolto. L'Europa voluta dall'"eurocasta" non ha niente a che vedere con l'Europa dei popoli, che non può essere tale se non è un'Europa dei popoli liberi. (Applausi dal Gruppo LNP). Liberi di scegliere chi li governa e di respingere norme che non condividono!

I popoli d'Europa hanno una lunghissima storia di lotte per la propria libertà, che certo non hanno dimenticato e che fa parte del loro patrimonio genetico. Gli irlandesi che lottarono contro il dominio di Enrico II in Inghilterra, proprio negli stessi anni in cui i comuni lombardi si univano contro il Barbarossa, non possono che respingere istintivamente una rete di vincoli europei calati dall'alto, inutilmente invasivi e, soprattutto, privi di un contraltare ideale di valori e significati.

Dobbiamo ripartire dunque da un'altra idea di Europa e soprattutto, per quel che riguarda il nostro Paese (mi rivolgo anche al ministro Frattini), dobbiamo smettere una volta per tutte di prendere per oro colato tutto quello che arriva da Bruxelles, dove da tanto, da troppo tempo non portiamo e non riusciamo ad affermare un nostro punto di vista autentico, sempre zitti ed obbedienti, mentre altri Paesi negoziano opt-out ed eccezioni nazionali.

Tutti i partner europei vanno a Bruxelles consci prima di tutto del proprio interesse nazionale e negoziano spudoratamente costi e benefici in uno squallido mercato. È una pratica che deprechiamo, ma che non possiamo sempre subire passivamente. Siamo fra i pochissimi che versano in Europa più di quello che ricevono. Abbiamo enormi problemi di bilancio, di debito pubblico e versiamo all'Europa circa 3 miliardi di euro all'anno, cioè - per capirci - un sesto della manovra economica di quest'anno.

La Spagna, che ha anche il coraggio di criticarci, riceve più di quello che versa. La Gran Bretagna, che era nella stessa nostra situazione, ma con un'economia ben più florida, con la Thatcher ha battuto i pugni sul tavolo e ha ottenuto uno sconto sui pagamenti del bilancio comunitario che è ancora oggi in vigore, dopo trent'anni. Quella stessa Gran Bretagna che, insieme a Svezia e Danimarca, è membro a tutti gli effetti dell'Ecofin, che governa le nostre politiche finanziarie, senza però partecipare alla moneta unica. Loro non hanno adottato l'euro e sostanzialmente decidono politiche di cui non subiscono gli effetti. La Francia stessa difende a denti stretti una politica comunitaria che fa affluire incentivi colossali ai suoi agricoltori e che di fatto ha ammazzato i nostri allevatori e le nostre aziende lattiero-casearie a suon di multe europee. La Polonia, fra gli ultimi arrivati, proprio sul Trattato di Lisbona ha negoziato un'importantissima eccezione sull'applicazione della Carta dei diritti, che avrà valore vincolante per tutti, tranne che per loro.

Noi invece accettiamo sempre tutto senza discutere, andiamo in Europa con un inspiegabile complesso di inferiorità. Questa prassi deve finire. Basta! Dobbiamo smetterla di accettare tutto, di sopportare tutto, di subire tutto. Ci vuole coraggio, dobbiamo far sentire con forza la nostra voce. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Possa).

In questi giorni, si è discusso molto sul concetto di «schiava di Roma» contenuto nell'inno d'Italia. Cari colleghi, noi della Lega Nord non vogliamo essere schiavi di nessuno, nemmeno di Bruxelles. (Applausi dal Gruppo LNP).

Per questo, abbiamo chiesto un referendum popolare sul Trattato, per riportare le persone e il popolo al centro della questione europea. Ma in questo Paese un referendum sull'Europa è considerato blasfemo, un tabù. Prima ancora di chiedersi se vincerebbe un sì o un no, porre la questione è già una macchia di vergognoso antieuropeismo. Davvero strano, in un Paese dove referendum si sono fatti su tutto, non si possono fare sui Trattati europei.

Comunque, con il referendum irlandese, oggi sappiamo che il progetto europeo, come sin qui è stato condotto, è fallito. Il Trattato di Lisbona non può entrare in vigore nei modi e nei tempi programmati dalle cabine di regia europee.

Voteremo lo stesso questo Trattato, perché, come spesso accade, anche un fallimento clamoroso può contenere sempre un nuovo inizio. (Commenti dal Gruppo PD). Dobbiamo ripartire da qui, colleghi, dall'aver compreso cosa non vogliamo e cosa non vogliono i popoli europei. Mentre proseguono le ratifiche del Trattato dell'Unione, si è già aperta una riflessione critica anche nel nostro Paese (e di questo siamo felici), che deve essere però accolta e organizzata per diventare lo stimolo di una nuova Europa.

Abbiamo proposto, con un nostro ordine del giorno che è stato accolto dal Governo (e per questo lo ringraziamo), di organizzare a Milano, che - lo ricordo - è una delle più importanti capitali d'Europa, un grande evento: non il solito consiglio a porte chiuse, non l'ennesima conferenza di relatori e intellettuali, ma un evento innovativo già nella formula, una piazza per l'Europa, in cui possano intervenire tutti, in cui si raccolga davvero il sentire dal basso.

Facciamola finita una volta per tutte con gli schemi ingessati, con l'Europa dei burocrati, dei poteri forti e occulti che non ci mettono mai la faccia e tessono le fila dietro le quinte.

Progettiamo tutti insieme, maggioranza e opposizione, associazioni di categoria e società civile, una nuova Europa dei popoli, un'Europa che riconosce il coraggio di difendere le sue radici, fiera della sua identità, orgogliosa della sua storia, delle sue tradizioni, delle sue tante lingue, che parlano di una cultura europea che è unica proprio perché piena delle sue diversità.

Questa è l'Europa che vogliamo! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni. Commenti del senatore Garraffa).

MARINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MARINI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io sono sicuro che ragioniamo di questo straordinario problema che riguarda il futuro dell'Italia e dell'Europa e anche i rapporti politici mondiali, certi di un consenso largo qui in Senato, non unanime - il presidente Bricolo lo ha sottolineato con forza - ma largo, e questo è un fatto positivo. (Applausi del senatore Perduca).

Sono interessato a capire perché il Trattato di Lisbona è un fatto straordinariamente positivo e non un rattoppo: in Italia proprio no, perché sono convinto che il voto che esprimerà questo Senato sarà largamente condiviso dal popolo italiano. Non ho dubbi che gli italiani abbiano questa convinzione. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).

Non è un rattoppo, ma un passo importante. Forse il problema vero in Europa è un altro; meno da noi e nemmeno in assoluto in Irlanda, dal momento che il 75 per cento degli irlandesi, secondo l'ultimo sondaggio, ritiene che si potrebbe aggiustare il Trattato, nel quale si prevede d'altronde la possibilità di alcuni ritocchi per andare avanti. Il problema vero - come ci ha ricordato il presidente Barroso pochi giorni fa, qui in Italia - è quello di una certa incertezza, suscitata dal no alla Costituzione europea emerso dai referendum in Francia e Olanda e dagli esiti del voto in Irlanda sul Trattato di Lisbona.

Si respirava un certo sconcerto nelle ultime settimane nei Palazzi dell'Europa, a Bruxelles e a Strasburgo, ed è questo che va combattuto, perché il Trattato di Lisbona è straordinariamente positivo: l'ho sentito affermare anche qui oggi. Ripeto: non è un rattoppo, ma il recupero dei valori fondamentali della Costituzione e un grosso passo avanti sul piano politico. Si riconoscono più poteri politici al Parlamento europeo e un legame con i Parlamenti nazionali che prima non c'era. L'articolo 8C del Trattato infatti recita: «I Parlamenti nazionali contribuiscono attivamente al buon funzionamento dell'Unione». Essi diventano quindi parte integrante delle strutture dell'Unione. Questa è una novità forte che deve essere conosciuta e sulla quale occorre lavorare.

Giorni fa, qui a Roma, il presidente Barroso ci ricordava che, talvolta, i dubbi maggiori sull'influenza positiva dell'Europa unita provengono dagli stessi europei e le maggiori aspettative derivano invece da altre parti del mondo. Potrei parlare a lungo di questo, ma mi limito a dire che tutto il dibattito sull'unilateralismo, che ci ha occupato anche qui in Parlamento e nel Paese, è visto da potenze nuove - e non da piccoli Paesi - che operano sullo scenario mondiale come qualcosa che può trovare soluzione stabile con il ruolo attivo dell'Europa, per la forza che l'Europa ha e che ci viene assolutamente riconosciuta.

Rivolgendomi anche ai cittadini che ci ascoltano, mi domando: cos'è stata l'Europa per l'Italia uscita distrutta dalla Seconda Guerra mondiale? Capiremo mai, fino in fondo, non tutti, ma in tanti, la lungimiranza e il coraggio degli uomini che vollero l'Europa: De Gasperi e Altiero Spinelli per l'Italia, Schumann, Adenauer ed altri per l'Europa? L'Europa fu la vera lungimirante risposta alle stragi delle due Guerre mondiali e alle dittature che tra le due Guerre avevano piegato il vecchio continente. Avevano piegato la cultura dell'Europa, la sua inventiva. Con i primi anni del '900 nacque e si sviluppò in Europa quella straordinaria rivoluzione che fu la rivoluzione industriale, con la sua storia, i suoi valori morali e anche religiosi, all'interno della quale c'è anche l'influsso forte del cristianesimo. (Applausi dal Gruppo PdL).

Con l'Europa abbiamo avuto la pace. Generazioni, compresa la mia, non hanno conosciuto quello che hanno conosciuto i nostri padri (ahimè, mio padre ha fatto in tempo a conoscerla, la guerra, noi no). Abbiamo avuto uno sviluppo industriale inimmaginabile, cari colleghi. Negli anni '60 abbiamo toccato, per la prima volta nella storia italiana, la piena occupazione. Certo, ci si spostava dal Sud a Vicenza, a Milano, a Torino, ma la piena occupazione in Italia ci fu solo allora. E vi fu una cosa di qualità: una rivisitazione nobile dei diritti civili e sociali. Certo, la Costituzione italiana, all'articolo 37, assicura la parità tra uomo e donna, ma solo nel lavoro, in particolare la parità di salario. Le pari opportunità, i diritti della donna ci sono venuti dall'Europa, dall'Europa democratica, dall'Europa del Nord, dall'Europa di ispirazione cristiana e socialdemocratica. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut).

Questo abbiamo preso dall'Europa. E oggi che problemi, quali fasi abbiamo di fronte? In una fase, negli anni '60, ricordo che in ambienti diversi dalla politica pensavamo ad uno sviluppo illimitato. Fu un errore. Oggi siamo in una posizione molto difficile, in tutta Europa. Una competizione senza limiti, in un mondo che si è aperto e che noi non possiamo pensare di richiudere con l'autarchia: dobbiamo attrezzarci e dobbiamo stare assieme. Abbiamo i problemi della salvaguardia del pianeta dalla pressione dell'uomo, la grande questione dell'energia, il problema della fame e del sottosviluppo e il non razionale utilizzo delle risorse disponibili.

Abbiamo un'immigrazione che continuerà, legata agli squilibri che ho ricordato. Non è possibile pensare di cancellarla dall'agenda delle nostre preoccupazioni. E certo, chiediamo il rispetto delle nostre leggi, colleghi? Sì. Chiediamo il rispetto del Paese che ospita? Sì. A me basterebbe, però, che tutte le volte che parliamo del problema dell'immigrazione extracomunitaria, ci ricordassimo che negli ultimi vent'anni dell'Ottocento e nei primi cinquant'anni del Novecento (commenti dai Gruppi PdL e LNP) loro eravamo noi, e questo non vuol dire noi del Nord Italia (Veneto e Piemonte, certamente), ma del Centro Italia (la Toscana e le regioni abruzzesi) e del Meridione d'Italia: eravamo noi. (Applausi dai Gruppi PD, IdV, UDC-SVP-Aut, Misto e PdL).

Allora, colleghi, penso al lassismo? No, non penso al lassismo. Penso alla serietà, penso al rispetto delle leggi, ma penso anche al fatto che milioni e milioni d'Italiani hanno percorso quel cammino e, almeno noi, l'attenzione, il rispetto che questa esperienza della nostra storia ci affida dobbiamo averlo, anche oggi e anche dinanzi alle difficoltà. (Applausi dai Gruppi PD,e IdV e dei senatori Baldassarri e Firrarello).

Abbiamo di fronte, colleghi, una emergenza sociale seria. Non posso toccare le cause, ma l'Italia è dentro questo problema. A me fa piacere sentir riconoscere il limite del mercatismo. Era una dottrina che sembrava dovesse dominare il mondo. Riscopriamo il ruolo pubblico? Giusto, ce lo ricordò pure Montezemolo, quando si insediò, il ruolo della pubblica amministrazione e del pubblico. Va bene; però, dinanzi ai problemi dei giovani, precari e senza lavoro, al ridursi della capacità di acquisto delle famiglie, dei salari e delle pensioni, voi, signori del Governo, voi maggioranza, avete il dovere e l'onere di avanzare proposte efficaci, e noi abbiamo il dovere della discussione seria dinanzi a proposte efficaci. Fino ad ora queste proposte serie non le abbiamo viste, non ci sono. Io mi auguro che presto possano approdare al Parlamento, perché questo problema riguarda tutti i nostri cittadini.

Colleghi, non scherziamo, tutti questi problemi non si affrontano da soli: c'è bisogno di quell'unità straordinaria che dal 1957 ci ha consentito di camminare, sia pure con alti e bassi, con difficoltà. Abbiamo bisogno di un'Europa forte.

Proprio per le parole del presidente Bricolo, che ho ascoltato con attenzione, vorrei soffermarmi su un punto, al quale ho accennato per un attimo quando ho illustrato l'ordine del giorno presentato da me e da altri colleghi. C'è bisogno di più politica per affrontare questi temi, non solo di tecnicalità (che pure vanno bene), di più politica e di istituzioni forti. E quando parliamo di questo non possiamo non far riferimento alla politica estera e di difesa, che sono i due buchi veri di tutti i sessant'anni di percorso dell'Europa. L'ho visto a Strasburgo: su questo non c'era la forza di prendere decisioni.

Tra gli altri problemi - lo voglio dire con pacatezza - emerge come centrale la questione della Turchia, straordinariamente importante. Senatore Bricolo, non è sicuro che verranno qui i 70-100 milioni di persone cui lei ha fatto riferimento, perché hanno un progresso e un tasso di sviluppo economico straordinariamente alto. Se lei va in Turchia, vedrà le città trasformate, reti di infrastrutture moderne, impensabili vent'anni fa. È un Paese che sta camminando, per cui la preoccupazione non è che vengano qui; è che una politica ambiziosa dell'Europa, una politica per... (Commenti dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Per cortesia, colleghi. Presidente Marini, la invito a concludere.

 

MARINI (PD). Signor Presidente, sto parlando di scienza, per cui vorrei, se possibile, un minimo di... (Applausi dai Gruppo PD, IdV e UDC-SVP-Aut, e delle senatrici Bonfrisco e De Feo).

 

PRESIDENTE. Senatore Marini, la prego di concludere.

 

MARINI (PD). Voglio dire che non è pensabile una politica mediterranea senza la Turchia, una politica per i Paesi musulmani con i quali non è che dobbiamo mettere in piedi artificialmente lo scontro di civiltà.

Moltissimi sono i problemi, ma se c'è un punto sul quale - consentitemi di dire - c'è almeno la speranza di un aggancio laico, parziale, ma comunque positivo, questo viene da quel Paese, dalla sua forza, dalla sua storia recente. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e delle senatrici Bonfrisco e De Feo). In caso contrario, infatti, la politica mediterranea il ministro Frattini se la scorda; se la dimentica anche Sarkozy! Chiamatela politica del mezzo-mediterraneo, o forse potremmo dire mezzo-mediterraneo-Atlantico, se passerà la linea illustrata dal senatore Bricolo.

La Turchia è fondamentale per dare anche un assetto, una parola ad una capacità di intervento e di difesa... (Proteste dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Senatore, concluda, per favore, è abbondantemente andato oltre il tempo a sua disposizione.

 

MARINI (PD). Un'ultima brevissima riflessione, Presidente. (Proteste dal Gruppo LNP).

Il senatore Zanda ha chiesto la possibilità di svolgere su questo problema in Aula un dibattito con più tranquillità: mi associo a tale richiesta, con la speranza di un dibattito in cui ci si parli tra avversari avvertiti dell'importanza dei problemi: possiamo anche ragionare per costruire. Fino ad ora ha prevalso la legge dei numeri, che è un elemento della democrazia rappresentativa, lo so bene, io stesso ho vissuto il problema dei numeri, però, anche il dialogo costruttivo serve alle leggi. (Proteste dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Senatore Marini, la prego, non metta in difficoltà la Presidenza.

 

MARINI (PD). Spero che questo sia possibile e che l'estate vi illumini! (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PD, IdV, UDC-SVP-Aut e PdL. Molte congratulazioni).

QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, signor Ministro, signori del Governo, troppo a lungo in Italia l'europeismo è stato inteso come un sentimento scontato, da non mettere in discussione, al punto da far considerare qualsiasi accento critico come una sorta di eresia.

Se oggi si è scelto di dare centralità a questo dibattito è proprio perché dobbiamo iniziare a ritenere l'europeismo una cosa seria, un obbiettivo da realizzare e non una formula sacrale. Dobbiamo rifuggire la retorica e le adesioni acritiche (Applausi dal Gruppo PdL) che hanno allontanato l'Europa dal sentimento popolare e rischiano di ucciderla trasformandola in una grande Authority lontana dai cittadini, quando non addirittura burocraticamente ostile. Prendendo anche atto che, se oggi la ratifica del Trattato di Lisbona ha assunto questa centralità nel dibattito pubblico, è perché altrove il malessere diffuso ha trovato i canali per esprimersi formalmente, mettendo a repentaglio l'intero percorso di integrazione.

Per comprendere appieno da dove origina la crisi dell'ideologia europeista e smentire anche i tanti commentatori che su questo terreno hanno inteso vaticinare l'avvento di un'insanabile frattura nella maggioranza di Governo, occorre fare qualche passo indietro, seguire il presidente Marini nel suo percorso e risalire fino alle radici di quell'europeismo italiano di cui egli poco fa parlava e che, lungi dall'avere una matrice unitaria, conobbe almeno due fonti di ispirazione profondamente diverse.

Come lei sa ed insegna, presidente Marini, la prima fonte di ispirazione fa capo ad Alcide De Gasperi e alla tradizione del popolarismo mitteleuropeo. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Adragna, Cintola e Marini). Essa, di fronte alle tragedie che hanno marcato a fuoco il Novecento, scorgeva nella tradizione della civiltà europea il tessuto connettivo in grado di sanare le ferite che il secolo dei nazionalismi e dei totalitarismi aveva inferto sul corpo del Vecchio Continente. In quella scelta si avvertiva il dramma biografico di chi, come Alcide De Gasperi, nel corso della sua esistenza si era trovato ad essere cittadino di differenti Stati, pur sentendosi sempre italiano. E vi si percepiva anche un retaggio dell'irripetibile esperienza dell'Impero austroungarico nella sua fase finale: la capacità di sentirsi parte di uno stesso corpo, pur nel rispetto delle diverse provenienze, nazionali e regionali.

Tutto questo all'inizio non ebbe nulla a che fare con un altro europeismo che nacque, grazie ad Altiero Spinelli, nelle solitudini di Ventotene. Immaginando l'Europa da quell'isola non si pensava ad un recupero del passato, tanto meno alla forza di una tradizione da resuscitare. L'Europa, piuttosto, era pensata come rinnovamento di un'esigenza rivoluzionaria al cospetto di altre rivoluzioni ormai considerate fallite.

Si rilegga il "Manifesto per un'Europa libera e unita" di Spinelli e Rossi e si scoprirà di quanta indisponibilità nei confronti del liberalismo e persino della democrazia esso era nutrito. L'Europa di Spinelli, almeno all'inizio, rappresentava l'uscita di sicurezza dall'ideologia comunista, ritenuta sconfitta, verso una nuova utopia rivoluzionaria. (Applausi dal Gruppo PdL). E a confortare quest'interpretazione giunge inaspettato oggi uno scritto di un intellettuale della sinistra, Giorgio Ruffolo, nel quale l'unità europea viene classificata tra le buone cause della sinistra assieme al Risorgimento e alla Resistenza. Un mito di sostituzione, insomma, che si afferma anche a dispetto della realtà storica: lei, presidente Marini, è testimone di come all'inizio degli anni Ottanta a sinistra fossero ben forti e radicati i sentimenti antieuropei. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Fin qui, dunque, le due differenti matrici dalle quali l'europeismo italiano ha tratto in origine la sua ispirazione. Col tempo, anche e soprattutto in virtù delle necessità imposte dalla Guerra fredda, questi due europeismi si contaminarono a vicenda. Proprio questa reciproca influenza consentì all'unità europea di progredire, e convinse famiglie politiche originariamente ostili all'idea di Europa a farsene paladine.

Alla fine della Guerra fredda, e col venir meno delle costrizioni che essa aveva imposto, però, le due matrici dell'europeismo italiano sono tornate a rivendicare i loro diritti di primogenitura. La divaricazione è tornata ad approfondirsi. E a me pare che ai giorni nostri sia sempre più evidente una contrapposizione tra chi, da una parte, vuole fondare l'Europa sulla riscoperta di un patrimonio comune, sull'identificazione di quelle correnti popolari e persino populiste che attraversano il corpo del vecchio continente, sul rispetto delle specificità; e chi, dall'altra parte, la immagina invece come una costruzione pianificata dall'alto, basata sull'istituzione di diritti che trasformino le consuetudini sociali, anche a costo di relativizzare la centralità della sovranità popolare e delle sue espressioni. Tradotto con formula tanto icastica quanto imprecisa, si potrebbe dire che a contrapporsi sono l'Europa dei popoli e quella dei burocrati. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Il fallimento della prima Convenzione non è estraneo alla percezione di questa frattura. Il risultato, all'epoca, fu un testo, denominato «Costituzione», forse eccessivamente lungo e un po' ampolloso; la previsione di un catalogo di diritti di matrice post-socialista che, privilegiando un'idea di cittadinanza europea fondata sulla produzione e sulla esigibilità di nuovi diritti anziché sul rispetto di una storia comune e sulle specificità dei diversi Stati-Nazione, ha di fatto rappresentato l'alternativa al riconoscimento delle comuni radici giudaico-cristiane; fu, infine, la controversa elaborazione di due preamboli immaginati come carta d'identità nella quale, però, non si ebbe il coraggio di indicare il nome e il cognome dei propri genitori.

Per diversi aspetti il Trattato di Lisbona rappresenta un primo positivo passo verso il superamento di questi vizi originari. È stato evitato un preambolo che sancisse il primato dell'Europa dei diritti; si sono messi da parte inni, bandiere e fanfare; è stata riconosciuta la centralità dei Parlamenti nazionali; la Carta dei diritti è stata declassata a protocollo aggiuntivo. Si è immaginato che su alcune questioni un accordo rafforzato tra alcuni Stati possa superare l'immobilizzante pretesa di unanimità dei Ventisette.

E ancora. Sono venute meno alcune pericolose finzioni, come dimostra la trasformazione del previsto Ministro degli esteri in Alto rappresentante, segno di una presa d'atto che una politica estera più unitaria, senz'altro necessaria e auspicabile, la si potrà conquistare a piccoli passi solo dopo aver riconosciuto che oggi essa non c'è.

Infine, è stata concessa agli Stati membri la possibilità di sottrarsi a decisioni comuni in materie quali la giustizia e la polizia, arginando il rischio che decisioni fondamentali per la libertà dei cittadini possano essere assunte in sede europea da organismi non legittimati in alcun modo dalla sovranità popolare. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Restano alcuni dubbi, soprattutto per quel che riguarda la struttura istituzionale europea e il rapporto tra il Consiglio e la Commissione. Non è tuttavia sfuggendo al confronto che si può costruire qualcosa, quanto piuttosto dimostrando con i fatti, con il buon senso e con la buona volontà, come ci ha detto oggi il ministro Frattini, che è possibile resuscitare quella positiva sintesi tra differenti europeismi che per tanti anni ha consentito all'Europa di essere percepita come non ostile agli interessi autentici dei suoi cittadini.

Perché l'Europa dei popoli nasca davvero, però, è necessaria anche un po' di consequenzialità. E a tal proposito, signor Presidente, mi sia consentito, infine, di richiamarmi ad alcuni temi che attraverseranno il nostro dibattito pubblico nei prossimi mesi.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, sarebbe opportuno che a chi ha veramente a cuore l'Europa e le sue istituzioni si impegnasse affinché la rappresentanza italiana al Parlamento di Strasburgo non fosse caratterizzata da quella frammentazione partitica che in Italia, confortati dai cittadini, stiamo cercando di lasciarci faticosamente alle spalle. Allo stesso modo, chi come noi crede fermamente nel riferimento ai principi ispiratori della grande famiglia del popolarismo, e su di essa ha gettato le basi per la costruzione di un nuovo soggetto politico, sa che il percorso di integrazione passa anche attraverso la costruzione di partiti realmente europei, e per questo non può non augurarsi che anche voi, nostri avversari, possiate presto trovare quella casa comune che oggi non avete. (Applausi dal Gruppo PdL).

Noi che crediamo all'Europa di De Gasperi, in un'Europa che nasca dal basso, dalla riscoperta di una comune matrice culturale e non dall'imposizione di scatole vuote, senza anima e senza identità, vogliamo che l'Europa di De Gasperi e l'Europa di Spinelli possano tornare a contaminarsi e a dialogare, respingendo con forza ogni tentazione ideologica che ha già clamorosamente fallito. Perché, Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, è solo con la morte dell'ideologia europeista che l'Europa potrà cominciare veramente a vivere.

È con queste propensioni e questa speranza che il Gruppo del PdL voterà a favore della ratifica. (Vivi applausi dai Gruppi PdL, LNP e del senatore Pistorio. Molte congratulazioni).

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

LEGNINI (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Legnini, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

  

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 1.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

288

Senatori votanti

287

Maggioranza

144

Favorevoli

287

Contrari

0

 

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Generali applausi. I senatori del Gruppo LNP espongono cartelli con bandiere regionali).

 

VOCI DAI BANCHI DELL'OPPOSIZIONE. Buffoni! Buffoni!

 

PRESIDENTE. Gli assistenti parlamentari invitino i colleghi a rimuovere i cartelli.

Passiamo all'esame e alla votazione degli articoli successivi.

Metto ai voti l'articolo 2.

È approvato.

 

Metto ai voti l'articolo 3.

È approvato.

 

Passiamo all'esame degli ordini del giorno, già illustrati nel corso della discussione generale e sui quali invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.

DINI, relatore. Esprimo parere favorevole sull'ordine del giorno G100; mi rimetto al parere del Governo sugli ordini del giorno G101, G102 e G103. Desidero esprimere in particolare un parere sulle questioni istituzionali; sulle questioni che riguardano politiche settoriali, sulle quali gli ordini del giorno chiedono l'intervento del Governo presso l'Unione europea, mi rimetto al parere del Governo perché certamente è un compito esclusivo dello stesso.

Mi rimetto altresì al Governo sugli ordini del giorno G104, G105 e G106, nonché sull'ordine del giorno G107 trattandosi di una questione che riguarda sempre il Governo. Con riguardo a tale ultimo ordine del giorno, intendo sottolineare che sarebbe bene comprendere se la proposta che viene fatta, di cui capisco l'intento, abbia un minimo di realismo e quindi se il Governo potrebbe presentarla con un minimo di possibilità di essere accolta.

Esprimo parere favorevole sugli ordini del giorno G108, G109, G110 e G111.

Sull'ordine del giorno G112 mi rimetto al parere del Governo perché riguarda le attribuzioni della procura europea che oggi non esiste.

Esprimo altresì parere favorevole sull'ordine del giorno G113.

Sull'ordine del giorno G114 il mio parere è contrario perché effettivamente, nonostante le buone intenzioni, si chiedono cose che non possono essere di competenza né della Banca centrale né di altro organo. Per esempio, non si può chiedere alle istituzioni comunitarie il controllo dei prezzi: si può chiedere alle istituzioni comunitarie e alla Banca centrale europea il controllo dell'inflazione, ma certamente non il controllo dei prezzi. Inoltre, non si possono chiedere alla Banca centrale europea compiti e obiettivi chiari in materia di controllo della speculazione. Questo non può essere compito della Banca centrale, quindi io invito a riflettere su tale questione. Infine, l'ultimo paragrafo dell'ordine del giorno riguarda standards di rating europei; ora, è vero che la valutazione del rischio non è stata corretta specialmente sulle questioni immobiliari del subprime negli Stati Uniti, ed è vero che le banche fanno un controllo del rischio, ma certamente, in questo controllo, non avevano previsto un calo delle quotazioni dell'immobiliare, quindi io non credo che si possa parlare di standards europei di rating, perché non vedo proprio chi li dovrebbe stabilire.

Mi rimetto al parere del Governo sugli ordini del giorno G115, che riguarda politiche settoriali, G116, G117, che chiede modelli di decentramento di politiche fiscali, G118 e G119, perché tratta della valorizzazione delle lingue, gli idiomi nonché dei simboli identitari.

Esprimo, inoltre, parere favorevole sull'ordine del giorno G120.

Mi rimetto al parere del Governo sugli ordini del giorno G121, G122, G123 e G124, che tratta della strategia per la sicurezza dell'approvvigionamento energetico che è, appunto, materia di Governo.

Esprimo parere favorevole sull'ordine del giorno G125.

Mi rimetto al parere del Governo sull'ordine del giorno G126.

MANTICA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, se lei mi consente, esprimo un parere complessivo.

Il Governo accoglie tutti gli ordini del giorno in quanto delineano una sua azione, ad eccezione del G107, a firma del senatore Di Giovan Paolo, con il quale si chiede al Governo di farsi promotore di un'iniziativa della quale in questo momento non è opportuno farsi carico. Capiamo e apprezziamo l'intenzione espressa dall'ordine del giorno, ma oggi la priorità, come è stato ampiamente dimostrato in quest'Aula, riguarda l'entrata in vigore del Patto di Lisbona, più che una proposta di nuova Costituzione europea, che non è certamente un atto da negare.

Peraltro, credo che il senatore Di Giovan Paolo possa trovare, almeno in parte, una risposta alle questioni da lui poste nell'ordine del giorno G108, primo firmatario il senatore Ceccanti. Il Governo quindi lo invita a ritirare, pur comprendendone le motivazioni, l'ordine del giorno G107 e a convergere sull'ordine del giorno G108.

In conclusione, ribadisco che il Governo accoglie tutti gli altri ordini del giorno.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, la mia proposta, quella che, per chi non avesse letta, invita il Governo a farsi promotore di un mandato costituente per la presentazione di una proposta di Costituzione europea da sottoporre, entro la fine del mandato parlamentare europeo, a Stati membri e cittadini europei - sul punto anche i colleghi della Lega sarebbero d'accordo - con referendum popolare, è per un federalista europeo convinto come me il riferimento culturale e politico che deve esserci per un'Europa federale e solidale.

Ho sentito le parole del sottosegretario Mantica e capisco le ragioni della solidarietà e dell'unitarietà dell'azione di Governo. Inoltre, come mi ha insegnato Umberto Serafini all'AICCRE, non c'è peggior federalista di colui che non accetta i possibili passi per costruire nuovi balzi.

Quindi, ritiro l'ordine del giorno G107 e convergo sull'ordine del giorno G108, primo firmatario il senatore Ceccanti, il cui contenuto è in parte già compreso nella mia proposta, sperando che poi però in futuro si arrivi a quell'obiettivo che indicavo. (Applausi dai Gruppi PD e LNP).

PRESIDENTE. Prendo atto del ritiro dell'ordine del giorno G107.

Essendo stati accolti dal Governo, tutti gli altri ordini del giorno non vengono posti ai voti.

Passiamo alla votazione finale del disegno di legge.

 

INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

 

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

  

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge, nel suo complesso.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

288

Senatori votanti

286

Maggioranza

144

Favorevoli

286

Contrari

0

 

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PdL, PD, IdV e UDC-SVP-Aut e dai banchi del Governo).

 

Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza
dei servizi radiotelevisivi, nuova convocazione

PRESIDENTE. Comunico, d'intesa con il Presidente della Camera dei deputati, che la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi è nuovamente convocata per procedere alla sua costituzione, domani, giovedì 24 luglio 2008, alle ore 14, presso il Palazzo di San Macuto.

 

Interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza interrogazioni con richiesta di risposta scritta, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 24 luglio 2008

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, giovedì 24 luglio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

 

La seduta è tolta (ore 20,15).