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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 047 del 23/07/2008


Testo integrale dell'intervento del senatore Leoni nella discussione generale del disegno di legge n. 759

Il trionfo del no in Irlanda è la chiara dimostrazione della mancanza di legittimità popolare del progetto europeo, spinto dai tecnocrati di Bruxelles e dagli Stati-Nazione raggruppati nel cartello massonico-capitalista. Questo rifiuto da parte del Paese con i più alti indici di approvazione e popolarità dell'UE dimostra che è necessario un altro tipo di unità europea, un'unità dei popoli in un grande progetto federalista, il divorzio tra l'opinione popolare e quella dei suoi rappresentanti manifesta la crisi della democrazia rappresentativa.

Nel settembre 1946, con acuta eloquenza sir Winston Churchill invocava la creazione di qualcosa che si chiamasse Stati Uniti d'Europa: bisogna cominciare subito, diceva. Sono passati 62 anni, l'Europa non è ancora in piedi, anzi!! Invece di avere un'Europa che si fa, assistiamo a un'Europa che si disfa.

Io penso che fare l'Europa è la sola cosa veramente importante dei nostri tempi. E bisognerebbe cominciare proprio archiviando l'inno nazionale poiché in una Europa gli inni nazionali non hanno motivo di esistere. Non posso poi non ricordare che il grande maestro padano Verdi lo aveva definito una mediocre marcetta.

L'Europa non decolla perché gli Stati-Nazione vi si oppongono in modo irriducibile per il fatto che si sentono sovrani e non accettano le volontà dei popoli che pensano di rappresentare. Nel XX secolo non è avvenuto il trionfo dell'internazionale predicato da Marx, né il secolo delle federazioni come Proudhon aveva previsto, ma invece si è vissuto il secolo degli Stati-Nazione: purtroppo questa è la realtà politica del nostro tempo e lo dimostra l'impossibilità che i popoli europei si possano esprimere ed unire al di là delle barriere degli Stati Nazione.

Si continua ad ignorare il malcontento ormai incontenibile di molti popoli-regione che contestano i propri Stati centralisti. E' il caso dei popoli Padano-alpini, del Sud-Tirolo, dei Corsi, dei Bretoni, dei Catalani, dei Savoiardi, degli Occitani, dei Baschi, del Giura Bernese e molti altri. In questi ultimi anni il Belgio si è smembrato, così come la vecchia Cecoslovacchia e la Jugoslavia. La Gran Bretagna ha dovuto cedere autonomie amministrative a Scozia, Galles, Irlanda del Nord e alle isole della Manica.

Penso sia necessario rifare un po' di storia degli Stati-Nazione. La loro forza sta nell'ignoranza delle persone, dove la maggior parte pensano che siano sempre esistiti e dunque immortali.

Per dissipare queste pie illusioni basterebbe approfondire la storia generale dell'umanità. Nella preistoria esistevano solo tribù e i loro clan; la storia comincia con i grandi imperi composti da innumerevoli tribù: impero Egizio, Sumero, più tardi la Cina e l'India, poi Alessandria, Roma, Bisanzio e infine l'Europa, l'impero di Carlo Magno, poi il Sacro Romano Impero. I primi Stati-Nazione apparvero nel cuore del Medioevo e si formano a spese Dell'impero e del papato.

La prima Nazione a prendere forma è la Francia di Filippo il Bello: il re di Francia è imperatore del suo reame, non riconosceva altri superiori al mondo, umilia il Papa, confisca il papato stesso, lo mette poi sotto la sua protezione e con il suo appoggio realizza un sogno depredando gli ebrei e giustiziando i cavalieri del Tempio, impostando una meravigliosa speculazione sull'oro. Sarà presto imitato dai re di Spagna e di Inghilterra, poi dai principi italiani dell'Europa dell'Est e del Nord che uno dopo l'altro si dichiarano sovrani assoluti. Questo spettacolo, che è quello della nascita delle Nazioni, riempie di paura i popoli.

I cinque secoli seguenti vedranno rafforzarsi e sacralizzarsi l'idea della sovranità assoluta, che è a malapena sopportabile quando il principe che la incarna è un genio o un santo, ma diventa rivoltante quando è un partito che se ne impadronisce, nascondendosi dietro "in nome del popolo sovrano": fu il caso dei Giacobini e poi delle democrazie plebiscitarie e totalitarie che hanno funestato il XX secolo.

Lo Stato-Nazione dunque è un impero mancato, la confisca dell'ideale nazionale dell'apparato statale che è opera dei Giacobini e di Napoleone, la nazionalizzazione dello Stato reale e la statalizzazione della Nazione rivoluzionaria; è questo che creerà nel primo decennio del XIX secolo il modello dello Stato-Nazione presto imitato in tutta Europa tanto dalla monarchia che dalle repubbliche, e nel XX secolo nel resto del mondo.

Lo Stato-Nazione a questo punto è divenuto sacro, cioè intangibile nei nostri spiriti. Lo si sottrae ad ogni critica (vedi referendum irlandese), ad ogni contestazione, subito reputata come tradimento e giudicata come tale. Nelle scuole si insegna il suo catechismo, si celebra il suo culto, si venerano le sue statue in tutte le piazze del Paese.

I tecnocrati massoni hanno pure intuito che "ci vuole pure una religione per il popolo", disconoscendo però il cristianesimo, tanto da evitarne la menzione nel patto costituzionale europeo; mettono sull'altare il nazionalismo, il culto della patria statalizzata, attorno al quale tutto si coordina e nel nome del quale gli apostoli dello Stato possono mettere al rogo i loro eretici, ciò che le chiese non possono più fare, grazie a Dio. Di questi soprusi io li ho vissuti in prima persona e sulla mia pelle.

Lo Stato-Nazione centralizzato ed unificato si arroga così tutti i poteri dei grandi imperi tradizionali, sebbene non ne abbia né la pluralità etnica né linguistica, né il carattere di universalità. Hanno creato il babbo Stato che si vuol interessare dalla culla alla bara espropriando l'uomo dalla sua dignità umana. Lo Stato-Nazione moderno non è altro che un impero mancato. Ecco la verità fondamentale e perché sempre più gli abitanti dell'Europa si sentono sempre meno persone e sempre più dei numeri, e quando i numeri li possono usare li usano a loro favore.

Io mi definisco un varesotto per nascita, per tradizione e per il mio accento: è a questa terra che va dunque la mia appartenenza patriottica. Varese fa parte del Paese Italia; il mio passaporto e la mia appartenenza nazionale sono dunque italiani. Ho un master in urbanistica conquistato in un istituto superiore di lingua francese che mi fa condividere la francofonia europea, cioè i tre quarti della Francia attuale che costituiscono la mia appartenenza culturale. Ma sono anche cattolico e ciò rappresenta un'appartenenza mondiale: faccio parte di una fitta rete di relazioni parentali, professionali, intellettuali, spirituali e affettive che non hanno frontiere. Se si esigesse che tutto questo sia unificato ed uniformato nei limiti geografici di un territorio delimitato al metro, dai capricci della storia, griderei alla dittatura totalitaria, all'assassino, al gangster, al pazzo, vedi Hitler. Ma nessuno ha dimostrato che tra le ambizioni di Napoleone e quelle di un dittatore del XX secolo non ci sia altra differenza che quella dovuta ai mezzi tecnici di messa in riga di una Nazione. E da Napoleone a, non importa quale Stato-Nazione contemporaneo, la continuità è innegabile...

Non è che io rifiuto lo Stato, né l'ordine contrattuale di una società con i suoi quadri ed i suoi meccanismi. Io chiedo solo che esso corrisponda alle realtà umane invece di pretendere di governarle da sovrano. Io chiedo la divisione del fenomeno Stato in tanti focolai e la sua ripartizione in altrettanti livelli quante sono le differenti funzioni dell'umanità e l'ordine di grandezza dei rispettivi progetti. Chiedo la dissociazione e la ripartizione federalista dei poteri oggi concentrati in un solo luogo accaparrati dallo Stato-Nazione e che lo saranno domai dallo Stato federale. Ed infine una federazione delle federazioni che rappresenterà tutti i popoli di questa vecchia Europa sbarazzandosi da quei tiranni massonici, giacobini, sovrani, che non vogliono cambiare, calpestando il grido di libertà dei popoli.