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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 046 del 23/07/2008


Integrazione all'intervento della senatrice Della Monica nella discussione generale del disegno di legge n. 692-B

La verità è che si continuano a proporre dal Governo e ad adottarsi dalla sua maggioranza norme ad personam con decreto-legge o con disegni di legge, che hanno corsie più veloci dei decreti-legge, pur se non sussistono i presupposti di necessità ed urgenza, ed evitano accuratamente un controllo di legittimità costituzionale, a partire da quello preliminare del Capo dello Stato.

È successo per il decreto-legge, che stiamo discutendo, il cui corso è stato arrestato alla Camera per consentire la presentazione e l'approvazione di un disegno di legge, il lodo Alfano, approvato in Senato con una velocità supersonica in barba all'articolo 138 e ad altre norme della Costituzione, che riguardano la ragionevole durata del processo e l'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale (articoli 111, 112) e soprattutto il principio di eguaglianza (articolo 3) ponendoci fuori del contesto europeo e minando la nostra democrazia.

Ed ecco che il decreto sicurezza ritorna al Senato, dopo essere stato emendato della norma salvaprocessi, peraltro sostituita con un'altra norma, che non assicura certamente la sicurezza dei cittadini, ma che ancora una volta è utile per il Presidente del Consiglio e per il suo coimputato, David Mills, nel processo che a Milano si svolge per corruzione in atti giudiziari.

Difatti, nel decreto-legge al nostro esame è prevista la possibilità di richiedere il patteggiamento anche per i processi che si trovano già nella fase del dibattimento e anche quando la richiesta è già stata respinta o comunque non era stata avanzata a tempo debito.

La ratio della norma originaria è nota: ridurre di un terzo la pena a coloro che non fanno perdere tempo alla giustizia, patteggiando la pena subito, prima del processo. Ciò ovviamente contrasta con la possibilità di richiedere un patteggiamento della pena a processo in corso o addirittura concluso, creando intralcio alla giustizia e alla ragionevole durata dei processi. Non si risparmia ovviamente tempo, ma si raggiunge un risultato: evitare che il giudice venga a motivare la colpevolezza o meno dell'imputato che, appunto, chiede il patteggiamento in extremis.

Con questo escamotage processuale si cerca di offrire a David Mills la possibilità di patteggiare, affinché il giudice non motivi sulla sua colpevolezza e, quindi, non debba motivare neanche sui comportamenti tenuti dal complice, il Presidente del Consiglio, che non partecipa al giudizio in virtù del lodo Alfano.

Certo un'eventuale condanna di Mills comporterebbe una condanna politica e morale del Premier, questione che disturberebbe l'esercizio della funzione, cui la Corte costituzionale ha collegato un interesse apprezzabile, il che non significa "costituzionalmente rilevante" né conferente ad un'etica pubblica.

E per fare ciò la maggioranza è pronta ad emanare una norma che di fatto, come già hanno osservato altri, si traduce in una sorta di ulteriore indulto mascherato.

In questo modo non sarà possibile, difatti, fare eseguire pene, che - se non fosse prevista la possibilità di riaprire i termini del patteggiamento - potrebbero comportare una condanna fino a sette anni e mezzo di reclusione (quindi, anche per rapinatori, ladri, estortori, spacciatori di droga e stupratori).

II calcolo è semplice: poiché il patteggiamento comporta la riduzione di un terzo, la pena scende a cinque anni, da cui vanno scontati ulteriori tre anni per l'indulto. Ne rimangono due, per i quali la legge consente l'affidamento ai servizi sociali. Quindi 7 anni e mezzo ridotti a zero per il solo pericolo che ci sia una condanna per una persona specifica, Mills, coimputata con il Premier.

Quindi a parole si dice di voler combattere la criminalità, ma nei fatti non esita a rendere inefficiente il sistema giudiziario, allargando le maglie della giustizia e caricando i magistrati di processi sulla base di norme, di cui si può prevedere la dichiarazione di incostituzionalità e quindi l'inefficacia. Basta pensare all'aggravante della clandestinità, con conseguente aumento di pena, se un reato è commesso da un extracomunitario e solo per lui, pur se nel fatto concorre un italiano.

Non ha senso poi neppure la nuova formulazione della norma «bloccaprocessi» in forma attenuata, nella sua nuova configurazione, poiché non risolve alcun problema della giustizia, ma lascia i tribunali intralciati e ingolfati ancora di più di oggi, perché comunque dovranno farsi centinaia di migliaia di notifiche sia agli imputati che alle parti lese, per permettere loro di non usufruire del rinvio e fra un anno saremo sempre allo stesso punto di partenza.