*VALDITARA (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, non volevo esordire con un riferimento all'antichità classica, ma intendo rispondere molto rapidamente alla senatrice Soliani che ha citato Tucidide, ricordando come nella Roma repubblicana, proprio per difendere la maiestas del popolo, era vietato perseguire i consoli, i pretori, i magistrati dunque, nell'esercizio delle loro funzioni; una responsabilità poteva venire soltanto terminato l'anno di carica. Desidero altresì ricordare alla senatrice Bonino che il Presidente della Repubblica francese è il vertice, il capo dell'Esecutivo e quindi il suo esempio non è corretto.
Ma parliamo di oggi. Credo non sfugga la portata di quello che è in gioco e ritengo a questo riguardo che profonda debba essere la consapevolezza culturale del confronto in atto e ampio il disegno riformatore.
In questi ultimi trenta anni una classe politica debole ha lasciato che si affermasse un disegno che apparirebbe inconcepibile nel resto dei Paesi di democrazia occidentale. Per avere una documentazione adeguata di questo disegno sono andato a scorrere le pagine di "Questione giustizia", la rivista ufficiale di Magistratura Democratica (a proposito: chissà se viene finanziata con contributi statali, vale a dire con soldi pubblici).
Ho voluto dunque prescindere dalle dichiarazioni estemporanee dell'ex presidente di Magistratura Democratica riportate da alcuni giornali secondo cui «La nostra - la loro - è una giurisprudenza alternativa, che rifiuta la falsa neutralità, che afferma gli interessi delle classi subalterne» o per cui «1'emergenza rifiuti» sarebbe «un pretesto per una escalation repressiva nelle politiche di ordine pubblico».
Ho dunque letto alcuni contributi più meditati: alcuni di questi esprimono un pensiero risalente, anteriore nella sua concezione, al quadro politico delineatosi con la discesa in campo di Berlusconi. Ne esce fuori senz'altro un programma politico. Molto interessante è per esempio l'attacco a certe politiche sull'immigrazione, proponendo una visione alternativa, definita espressamente di «sinistra», dei problemi migratori. Insomma, negli editoriali della rivista ufficiale di Magistratura Democratica emerge il disegno di affermare attraverso le sentenze un nuovo modello di società.
In questa cornice, fra i tanti passaggi, ne voglio citare 3 che credo siano efficacemente paradigmatici. Nel volume 4 dell'annata 2001 nell'editoriale intitolato "Quale giustizia" si legge fra l'altro una citazione di Giuseppe Borrè, definita «Per noi - per questa rivista, per Magistratura Democratica - una stella polare», citazione tratta da un saggio dal titolo illuminante: «Le scelte di Magistratura Democratica». Ebbene, per MD dunque «L'impegno che ci aspetta nella giurisprudenza dovrà essere di esplorazione degli spazi praticabili... per la tutela, anzitutto, dei soggetti deboli, dei sottoprotetti, degli svantaggiati», specificando subito dopo che «non è neppur vero che vi sia incompatibilità fra terzietà e scelta di campo, perché vi sono molti casi (dal tossicodipendente al senza casa, all'immigrato, al "diverso") in cui la terzietà - in quanto non condivisione di una convenzione emarginante, non adagiamento in uno schema già predisposto di rifiuto - è essa stessa scelta di campo».
Così, riprendendo a parlare in prima persona, l'editorialista chiosava: «Abbiamo dunque solide basi e con esse la ferma intenzione di non cedere al pensiero unico dominante e di non accettare logiche omologanti. Sappiamo inoltre che nella storia nulla è acquisito in maniera definitiva... Per questo anche se oggi sono vincenti una cultura e una politica assai distanti dalle nostre opzioni ideali, non ci sentiamo sconfitti. Solo sentiamo più forte il senso dell'impegno». In questo contesto diventa centrale per Magistratura Democratica, quantomeno secondo questo editoriale, «ridefinire un nuovo ruolo della giurisdizione e un diverso rapporto fra magistratura e potere politico». A questo riguardo l'editoriale nota come «L'intervento giudiziario» sarebbe «in espansione in tutti i sistemi democratici», questo perché, si afferma con compiacimento, «ovunque esso occupa le prime pagine della stampa scritta e parlata e i suoi effetti turbano equilibri politici e vite di Governi».
Con rinnovato compiacimento il noto magistrato cita un editoriale di «Le Monde» della metà degli anni Novanta, in cui si leggerebbe: «Un fantasma si aggira per l'Europa: il governo dei giudici». Infine più avanti, riprendendo il saggio di Borrè, si arriva ad affermare che: «ai vecchi miti dell'onnipotenza della legge» occorre sostituire, nell'interpretazione dell'articolo 101 della Costituzione, per cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, l'idea che l'accento debba cadere sull'avverbio "soltanto", prima ancora che sulla fedeltà alla legge e che dunque esso «comanda disobbedienza al pasoliniano "Palazzo", disobbedienza alla stessa interpretazione degli altri giudici e dunque libertà interpretativa».
Insomma il giudice è legittimato ad interpretare la legge in modo creativo per contribuire a cambiare la società, affermando valori "di sinistra". Si tende dunque a sostituire un governo di giudici ad un governo legittimato dal popolo.
Ma a chi spetta nel nostro ordinamento delineare un nuovo modello di società: al legislatore o al giudice? L'articolo 1 della Costituzione è chiarissimo: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». E ancora: l'obbligo di fedeltà alle leggi votate dal Parlamento è fissato dall'articolo 54 per "tutti i cittadini". L'articolo 101 afferma del resto il primato della legge. D'altro canto, secondo l'articolo 12 delle preleggi, il primo criterio ermeneutico è individuato, oltre che nel significato proprio delle parole, nella "intenzione del legislatore".
È ben noto che il legislatore va inteso in un'accezione dinamica ed è altrettanto noto che, quando la legge non sia chiara, la volontà del legislatore non è soltanto quella rinvenibile nei lavori preparatori, soprattutto quando si tratti di una legge approvata molto tempo prima, ma che occorre rifarsi ai princìpi che emergono dall'insieme delle leggi vigenti in quel determinato momento e che si deve tener conto dell'evoluzione del costume, della coscienza popolare. Del resto proprio l'articolo 101, al suo primo comma, stabilisce che la giustizia è amministrata «in nome del popolo». È tuttavia questa un'operazione intellettuale che consiste in una presa d'atto di princìpi che preesistono, nell'ordinamento e nella società, perché è pur sempre il popolo, come avrebbe detto Salvio Giuliano - nam quid interest suffragio populus voluntatem suam declaret an rebus ipsis et factis? - ad aver creato nuovi modelli di riferimento normativo.
Un conto è, dunque, interpretare la legge sulla base della volontà del legislatore, dei princìpi già esistenti nell'ordinamento o nella coscienza sociale, che è coscienza consolidata e condivisa; un altro è invece piegare la legge ai disegni di una minoranza per realizzare un nuovo modello di società al di fuori o contro il Parlamento (magari definito spregiativamente Palazzo) e dunque contro la volontà espressa dalla maggioranza del popolo.
Nei programmi dei vertici di Magistratura Democratica emerge dunque un disegno che nella sostanza appare eversivo di valori costituzionali, in quanto il nostro ordinamento si fonda sulla sovranità popolare e sul conseguente primato della legge; si fonda, in altre parole, sulla democrazia e non su una oligarchia.
Non è peraltro solo il disegno di Magistratura Democratica. Ricordo un saggio di un brillante ex giudice della Corte costituzionale, secondo cui quello che conta non sarebbe la quantità di democrazia, ma la sua qualità, che verrebbe meglio garantita, piuttosto che da un Parlamento che si rinnova ogni cinque anni, da giudici di carriera, veri difensori, per preparazione e abitudine culturale, dei princìpi inviolabili dell'ordinamento.
È tuttavia importante distinguere e fare attenzione a non creare confusione attribuendo a tutta la magistratura un disegno di questo tipo. È pur vero che per conformismo, pigrizia intellettuale, convenienza anche molti di coloro fra giudici e pm che erano estranei a questo disegno hanno finito col farsene contagiare. Si è così creato uno spirito di casta che ha favorito l'arroccarsi della magistratura in una difesa corporativa e in atteggiamenti e logiche diffuse. Arroccamento che peraltro pure la politica ha spesso e volentieri in vario modo incoraggiato.
Basti dire, a proposito di questa autotela corporativa, che l'onorevole Diliberto, dunque un politico non sospettabile di simpatie di destra, ministro della giustizia nella XIII legislatura, ebbe a dichiarare che su ottanta azioni disciplinari contro magistrati nessuna si era conclusa con una condanna.
Sarebbe tuttavia un errore - dicevo - fare di ogni erba un fascio e contrapporre la classe politica alla magistratura tout court. Lo stesso editorialista di Magistratura Democratica lamentava in altro articolo, credo del 1999, come alcuni procuratori generali chiedessero all'epoca - udite, udite! - l'introduzione del reato di immigrazione clandestina. Alcuni procuratori sostenevano che fosse auspicabile l'introduzione di questo reato e ovviamente gli esponenti di Magistratura Democratica ritenevano che fosse eversivo.
Bisogna aiutare quelle componenti della magistratura italiana che hanno ancora una seria ed autorevole consapevolezza dei valori repubblicani a sganciarsi dalla soffocante tutela di una corrente radicale e tendenzialmente eversiva di valori costituzionali.
Occorre riaffermare il principio della sovranità popolare, espressa nella elezione di un libero Parlamento e nel primato della legge, ricordandoci l'insegnamento del Beccaria, del Verri e del Filangieri, per cui «Se il giudice diventa legislatore la libertà politica è annichilita», per i quali il pericolo più grande per la libertà è quando un giudice pretenda di interpretare a suo piacimento la legge. Pretenda in altre parole di decidere lui "equilibri politici" e perfino "vite di governi".
È da qui che dobbiamo ripartire, anche nel dibattito odierno. Non è accettabile che il destino della nostra Repubblica sia nelle mani dei pubblici ministeri, non è accettabile che il Parlamento si trasformi in un organo burocratico privo di rilievo, non è accettabile che il popolo sia privato della possibilità di scegliere come affrontare il proprio presente e come costruire il proprio futuro. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.