FAZZONE (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, onorevoli rappresentanti del Governo, le vicende italiane negli ultimi anni hanno determinato l'irrompere della questione giustizia come centrale rispetto alla governabilità del sistema in una fase delicatissima e convulsa di transizione istituzionale, una giustizia afflitta da problemi drammatici che restano e che chiedono una risoluzione in tempi brevi, dei quali è semplice costituire un sia pur approssimativo elenco: il problema dell'ipertrofia impotente del nostro sistema penale, che non assicura né prevenzione né punizione; il problema della enorme estensione della popolazione carceraria e del suo ritmo crescita, una crescita più che lineare che va al di là del fenomeno analogo che si sta sviluppando negli altri Paesi industrializzati; il problema del processo, così come esso ci viene riconsegnato al dibattito, stravolto nel 1992 nel suo impianto di garanzia; non ultimo, il problema del ruolo politico assunto da alcuni magistrati.
È l'urgenza di questi problemi a richiedere la tessitura di un progetto sulla giustizia da parte delle forze politiche che sappia introdurre una propria scala di priorità e non agire di rimessa. Non vi è dubbio, ed è un punto molto rilevante, che una parte della magistratura in questi ultimi anni abbia tentato ripetutamente di colmare i vuoti lasciati dalla politica della Prima Repubblica e di assumere un ruolo che non giova alla stessa credibilità di tutta la magistratura.
In questi ultimi mesi siamo stati spettatori desolati dell'arroganza di un conflitto tra il potere politico e una parte della magistratura, ove quest'ultima in più occasioni ha tentato di imbavagliare l'azione politica, guidata, il più delle volte, dalla grande stampa e tesa ad invadere un terreno che non le appartiene.
Sulla magistratura penale, in particolare, ampi settori dell'opinione pubblica hanno caricato indebitamente ingenue speranze di rigenerazione, ma il cieco giustizialismo di pochi è da evitare accuratamente, soprattutto in fasi storiche come quella attuale, perché è dannoso per tutta la magistratura. Illudersi di eliminare il nemico politico attraverso i magistrati è, nello stesso tempo, la negazione, sia della giustizia sia della politica.
Occorre ora mostrare coraggio. È ora di agire con vigore e consapevolezza, decisi nel sancire un principio ineludibile non oltremodo procrastinabile: il principio del sereno svolgimento delle funzioni da parte delle più alte cariche dello Stato, riconoscendo a chi è stato eletto dal popolo la possibilità di governare senza timori, senza ricatti, senza paura di un giustizialismo politico strumentalmente atto a condizionare l'azione di governo e la politica. Un principio, quello sotteso al lodo Alfano, che rilancia il ruolo primario della politica, del suo modo di essere capace di dare risposte e, al contempo, di rispondere direttamente agli elettori. La giustizia non deve essere piegata ad usi distorti, al perseguimento di finalità politiche che non le appartengono.
Vorremmo così che tutta la magistratura fosse attenta alla legalità in senso proprio, tesa a reprimere i crimini di ogni tipo: da quello perpetrato nelle strade a danno di inermi cittadini a quello economico-finanziario, da quello affaristico a quello contro la salute.
Vorremmo provvedimenti che sottraessero spazio ai fannulloni, ai truffatori, ai sofisticatori ed agli evasori.
Vorremmo una magistratura realmente indipendente dalle parti politiche, con orecchie meno sensibili ai fatti privati dei cittadini, meno impegnata alla ricerca patologica della visibilità e alla ideazione di teoremi che si trasformano in strumenti di lotta politica, di dileggio e di provocazione.
Vorremmo, di converso, una politica rispettosa dell'indipendenza della magistratura e attenta ai bisogni di tutti, meno preoccupata a difendersi dalle aggressioni giudiziarie, specie se mosse sulla base di intercettazioni telefoniche confidenziali anche prive di rilevanza giuridica e spesso astratte da un contesto che si dimostra diverso dalle apparenze.
Alla politica e alla giustizia gli italiani chiedono soluzioni, interventi e certezze; chiedono amministrazione e scelte, misure per la sicurezza ed uso corretto delle risorse; chiedono la prevenzione e la repressione del malaffare, la ripresa di un dialogo democratico in cui siano messi al bando gli eccessi, nella convinzione che in caso contrario debba prevalere la politica che ha il consenso del popolo e non il giustizialismo ed il suo tintinnio di manette.
La proposta oggi alla nostra disamina sottrae le quattro più alte cariche dello Stato ad un eventuale processo penale che possa alterare la serenità alla base delle funzioni politico-amministrative da queste ultime svolte; un pericolo che abbiamo ampiamente constatato essere reale, concreto e persino persecutorio. L'adozione di questa proposta significa garantire il valore della stabilità politica, un valore condiviso dai nostri elettori che è da perseguire oggi con intransigenza per salvaguardarne l'applicazione e ristabilire la separazione dei poteri, altro valore oggi non negoziabile.
L'articolo unico del disegno di legge che siamo chiamati ad approvare ha come finalità principale e decisiva quella di ricostruire, almeno parzialmente, il diaframma, oggi fortemente indebolito, che separa i poteri dello Stato al fine di garantire il loro corretto funzionamento.
È evidente a tutti che tale provvedimento non risolve definitivamente e complessivamente la complicata questione dell'immunità parlamentare, né tantomeno le problematiche afferenti le frequenti incursioni che una parte della magistratura in questi anni ha effettuato su un terreno proprio dell'azione politica, mettendo in discussione la stessa legittimità della rappresentanza popolare. La norma che ci accingiamo a votare rappresenta, tuttavia, una soluzione, forse non la migliore possibile, ma una soluzione che riempie il vuoto legislativo determinato dalle modifiche apportate all'articolo 68 della Costituzione, poste in essere sull'onda emozionale causata dagli eventi degli anni Novanta.
Si tratta, dunque, di un provvedimento condivisibile e da me personalmente condiviso perché riafferma e rafforza il principio fondamentale della separazione dei poteri; perché istituisce un presidio forte per garantire alla politica la possibilità di riappropriarsi del suo ruolo centrale nella vita del Paese, così come deve essere in ogni moderno sistema democratico; perché garantisce quella stabilità e serenità politica attraverso il principio del sereno svolgimento delle funzioni proprie delle più alte cariche dello Stato, eliminando dallo scenario politico italiano l'uso politico della giustizia con il contorno di demonizzazione e di imbarbarimento che ne consegue; perché consentirà di ripristinare quel clima di dialogo tra maggioranza e opposizione, come era negli auspici di inizio legislatura. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carofiglio. Ne ha facoltà.