COMPAGNA (PdL). Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghi, è stato nitidamente precisato dai relatori come esistano funzioni politiche e costituzionali di cui bisogna garantire un libero e ordinato svolgimento. Questa garanzia occorre che venga anche assicurata dalla giurisdizione nei confronti dei loro titolari. Di queste funzioni, il provvedimento già approvato alla Camera ha saputo a mio giudizio identificare assai bene profili, tempi e modi, nell'ambito e nei limiti che si addicono alla legislazione ordinaria.
Toccherà poi alla legislazione costituzionale completare il percorso riformatore avviato. Del resto, lo ha notato - mi sembra - un collega della Lega, non giovò a suo tempo al buon dispiegarsi dei valori costituzionali il privatistico esercizio di un diritto al «non ci sto». Eravamo al principio della XI legislatura. E andando più indietro, lo stesso potrebbe dirsi della torbida ed ingiusta tempesta accusatoria che provocò nel 1978 le dimissioni del presidente Leone.
Credo che l'approvazione anche in Senato del testo che ci giunge dalla Camera dei deputati possa prefigurare un futuro più nitido e meno ricattatorio della nostra vita democratica. Molti colleghi si sono esercitati in citazioni erudite di autentici maestri del costituzionalismo. A me non piace questo tipo di dibattito e non è piaciuto affatto che l'Associazione dei professori di diritto costituzionale, ricorrendo ad un comunicato stampa, abbia rivendicato a questa corporazione, chissà perché, maggiore diritto di quella dei filosofi del diritto o degli storici o dei professori di diritto civile o amministrativo a pronunziarsi in anticipo sulla costituzionalità di una legislazione ancora da approvare.
Da questo punto di vista, ho ascoltato con molto rispetto i cinque argomenti del collega, senatore Ceccanti; mi ha colpito però - non vuol essere un richiamo di professorologia - che il suo riferimento in materia fosse al 1789-91, alla fase liberal-costituzionale di Robespierre. Senatore Ceccanti, con tutta la stima che le debbo come senatore e come professore su questo terreno, noi dobbiamo rifarci al costituzionalismo inglese del Settecento: è lì che il discorso della immunità parlamentare è la Costituzione delle Costituzioni. Proprio perché siamo in Paesi di Common Law, chi è che insidia le prerogative della libertà del Parlamento? Sono le prerogative reali, è Giorgio III che vuole riconquistare, contro il Parliamentary Government, ciò che gli è stato strappato dalla dialettica fra Tories e Whigs.
E allora da questo punto di vista, con tutto il rispetto per le citazioni che sono state fatte, vi faccio una citazione più domestica, tratta da un articolo del «Corriere della Sera», all'indomani della pronunzia della Corte sul cosiddetto lodo Maccanico, o Schifani che dir si voglia, e non è di un professore di diritto costituzionale, ma di un professore tra il diritto amministrativo e la storia del diritto, Sabino Cassese. Egli dice che con questa via d'uscita «si può pensare che una durata ragionevole della sospensione possa risolvere anche questo problema. Insomma, la strada imboccata dal Parlamento non è sbarrata». Ovviamente, la mia citazione del professor Cassese è con tutta la sobrietà che si addice al rispetto di quest'opinione e al rispetto della sua libertà di cambiare idea e quindi non accenno neanche al fatto che oggi il professor Cassese è giudice della Corte costituzionale, perché questa è quella dimensione ricattatoria rispetto alla quale la legge oggi al nostro esame mi auguro possa farci fare un passo avanti.
Ho sentito il senatore Carofiglio evocare un privilegio insito nelle magliette rossonere. Non lo so: questa vicenda a mio giudizio nasce - qualcuno di noi se lo ricorda - nella XIV legislatura, quando il Presidente del Consiglio (lo stesso di oggi), imputato nel processo SME, intendeva far valere il suo diritto alla difesa contro un testimone dell'accusa, che era forse un tifoso rossonero, non lo so, il professor Romano Prodi, allora Presidente della Commissione. Con molto equilibrio, non so se ispirato dal Presidente della Repubblica, il collega Maccanico disse: «Cerchiamo di evitare che il semestre di Presidenza italiano sia caratterizzato da questo tipo di dialettica processuale».
Allora vengo all'altra questione: lo si deve fare per norma costituzionale o lo si deve fare per norma ordinaria? Io credo che una parte del percorso la si possa e la si debba fare nei termini di una legge ordinaria così come è stata approvata dalla Camera. Ritengo, però, che poi vi sia un altro percorso da sviluppare, perché è chiaro che coloro che sono indagati o imputati nell'ambito di un procedimento penale sono indeboliti di autorevolezza rispetto alla carica che hanno nell'ordinamento giuridico. Ho sentito esprimere tantissime preoccupazioni in nome dell'articolo 3 della Costituzione, ma non ne ho sentita nessuna sul libero svolgimento delle attribuzioni costituzionali, non ricattatorio, non ricattante, perché alle volte è un combinato disposto delle due posizioni sul terreno di gioco e qualche cosa del genere noi l'abbiamo già conosciuta nella storia d'Italia.
Da questo punto di vista, credo che il mio riferimento a questo sobrio articolo del professor Cassese sul «Corriere della Sera» del 25 gennaio 2004 sia stato opportunamente recepito nella estrema sobrietà di profilo, di tempi, di modalità della legislazione al nostro esame.
Qualcuno è voluto andare talmente indietro da evocare Tucidide e Cicerone. Io mi fermerei alla Costituzione del '48, a proposito della quale dobbiamo pur dire che nella stessa - lo dice un giurista non sospetto di maglietta rossonera e di tè con signore ad Arcore, il professor Gustavo Zagrebelsky - quella lacuna del nostro ordinamento costituzionale, che teoricamente metteva il Presidente in balia delle iniziative anche più avventate dei giudici comuni, non era la conseguenza di una scelta del Costituente a favore di una responsabilità di diritto comune del Presidente; il silenzio sulla questione, secondo Zagrebelsky, derivava dal fatto che allora si era considerato addirittura impensabile un caso di questo tipo.
Vi ho parlato di Leone. Mi fa piacere che vi sia in Aula una vice presidente come la senatrice Bonino che, dopo avere con il suo partito attaccato frontalmente la presidenza Leone, gli ha tributato poi l'onore, attraverso il professor Enzo Caianiello, di certificare con quanta onestà egli aveva saputo essere presidente neutro. Poi vi è la vicenda, tutta singolare, di Cossiga. Nel suo ambito il provvedimento di legge al nostro esame ci consente di aprire qualche luce in più e di diradare qualche ombra nella nostra storia politica e costituzionale. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.