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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 026 del 24/06/2008


CARLINO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro trova il parere favorevole dell'Italia dei Valori, partito che fa della sicurezza sui luoghi di lavoro un tema centrale delle proprie battaglie.

Il fenomeno delle cosiddette morti bianche ha assunto negli ultimi tempi proporzioni devastanti. Ogni anno in Italia, da Nord a Sud, migliaia di persone perdono la vita per incidenti causati dalla mancata messa in sicurezza dei luoghi e degli strumenti su cui stanno esercitando il proprio lavoro.

È purtroppo di oggi l'ennesimo incidente mortale sui luoghi di lavoro: abbiamo appena appreso da una notizia Ansa che in un cantiere dell'ENEL a Civitavecchia è precipitato e deceduto sul colpo un giovane slovacco di 24 anni. Desideriamo esprimere la nostra più sentita solidarietà alla famiglia.

Secondo le stime ufficiali dell'INAIL, nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007 sono stati registrati 1.382 decessi sul lavoro. È vero che complessivamente il computo totale è sceso di circa 300 unità in sei anni, ma è altrettanto vero che ad oggi permane una media insopportabile e insostenibile di 3,5 infortuni mortali al giorno.

Pensate che negli ultimi quattro anni i morti sul lavoro nel nostro Paese sono stati ben 5.252, un numero di gran lunga superiore ai 3.520 militari della coalizione caduti durante la guerra in Iraq nello stesso periodo. Esistono, quindi, più possibilità di morire nell'adempiere al proprio diritto-dovere di cittadino lavoratore di quanto accade in contesti bellici.

La drammaticità di questi numeri è rafforzata da una tendenza preoccupante che riguarda le condizioni "di genere": sono infatti ormai più di cento all'anno le donne vittime di decessi sui luoghi di lavoro, pari a circa l'8 per cento del totale, percentuale che sale poi al 25,75 per quanto riguarda gli infortuni, con evidenti ripercussioni sulla gestione dei tempi e dei bisogni familiari.

Quello dell'edilizia e delle costruzioni è considerato il settore più a rischio. Nel 2006 solo in questo ambito sono stati registrati 280 decessi, pari a circa il 20 per cento del totale. È anche, quello dell'edilizia, il settore dove vi è la più alta presenza di lavoratori extracomunitari, molti dei quali clandestini, con rischi concreti e documentati di presenza di lavoro nero sottopagato, sfruttamento e caporalato. Nel periodo compreso tra il 2002 ed il 2006, complice la dilatazione dei flussi migratori, la percentuale di cittadini extracomunitari coinvolti in decessi sul lavoro, è infatti aumentata del 14,2 per cento.

Esiste un filo conduttore che tiene insieme ed è in grado di dare una prima spiegazione a questi dati allarmanti? Noi crediamo di sì: e quel filo conduttore si chiama «logica del profitto». Fino a quando questa logica prevarrà, le richieste di una maggior tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro e le conseguenti misure che la politica deciderà di adottare resteranno pure bandiere retoriche, sterili battaglie di retroguardia che non risolveranno il dramma delle morti sul lavoro, dal momento che non lo affronteranno alla radice.

Di fronte ad un così drammatico contesto è necessario tornare a parlare, senza paura, di etica e di cultura del lavoro; è arrivato il momento di aprire una discussione che riporti l'uomo, inteso come soggetto dotato di doveri, diritti e soprattutto dignità al centro del processo produttivo. A questo dobbiamo cercare di arrivare, insieme, ognuno con il proprio ruolo: istituzioni, imprese, organizzazioni sindacali. Occorre ripristinare una cultura della sicurezza nei lavoratori e nei dirigenti, in grado, se necessario, di andare oltre la cultura del profitto; occorre mettere le imprese di fronte alla cosiddetta responsabilità sociale, diffondendo lo sviluppo dell'etica imprenditoriale ed aiutandole attraverso politiche di formazione ed informazione.

Nel frattempo, tuttavia, non possiamo negarci la necessità di dare un primo duro colpo a questa catena di decessi che scuote il mondo del lavoro. In attesa che il mondo del lavoro torni ad essere luogo non solo di profitto, ma anche di regole e legalità, è importante agire con le sanzioni a disposizione: inasprire le pene, intensificare i controlli, mettere a punto strumenti legislativi che permettano di accertare i colpevoli e punirli. Pensare di ridurre le sanzioni, come ha recentemente paventato il ministro onorevole Sacconi riferendosi al testo unico varato dal precedente Governo, significa dire addio alla sicurezza.

Noi vogliamo pene giuste e certe, vogliamo estendere le responsabilità e andare a fondo, vogliamo eliminare il circolo vizioso delle categorie parafulmine, quelle iniziative, cioè, per cui si assegna la responsabilità della sicurezza di un'azienda a persone anziane, ben sapendo che oltre una certa età scompare la possibilità di finire in carcere.

Pene certe, come dicevo, ma anche sanzioni amministrative che sappiano colpire le imprese disoneste e salvaguardare quelle oneste e in regola, attraverso l'espulsione dalle associazioni di categoria, ma soprattutto, nei casi più gravi, attraverso la possibilità di non iscrizione all'albo delle imprese.

La problematica della sicurezza sui luoghi di lavoro è poi strettamente correlata alla pratica ancora attuale e purtroppo diffusa del lavoro nero, che per ovvie ragioni si sviluppa soprattutto in contesti produttivi di piccole dimensioni e che investe, per altrettanti ovvi motivi, la manodopera straniera e clandestina.

Riprendendo i dati dell'INAIL si scopre, infatti, come nelle aziende con meno di 15 dipendenti si verifichino il 31,7 per cento degli infortuni denunciati nel settore dell'industria, mentre la percentuale raddoppia quando si passa ad esaminare i casi mortali, passando al 61,4 per cento. C'è tra questi numeri una forte discrepanza che sembra suggerire l'esistenza di un lavoro nero sommerso che viene alla luce solamente nel momento della tragedia, dell'incidente che non può essere minimizzato o nascosto.

C'è un lavoro nero che s'intreccia drammaticamente con la realtà dell'immigrazione, soprattutto clandestina, come ha riportato in maniera puntuale Paolo Berizzi nel suo libro-inchiesta «Morte a 3 euro. Nuovi schiavi nell'Italia del lavoro». L'autore dell'inchiesta si è calato nella realtà dei cantieri edili di Milano e della Lombardia riportando un quadro terribile del lavoro nero in quella che è la zona più produttiva del Paese. Un quadro fatto di immigrati clandestini, caporalato, datori di lavoro senza scrupoli che cambiano manodopera di giorno in giorno, in una gara al ribasso che arriva fino a pagare uno stipendio di 3 euro l'ora in condizioni di rischio elevatissime per la propria incolumità. Quanto descritto in questo libro avviene ogni giorno nella Milano capitale del lavoro e nel suo hinterland, nella Milano che si appresta ad avviare i lavori per l'organizzazione dell'Expo 2015.

Questa grande manifestazione rappresenta, una straordinaria opportunità per cominciare ad affrontare seriamente la questione della sicurezza sul lavoro e dell'occupazione sommersa, ma presenta anche forti rischi, a cominciare dalla persistenza di quella catena di appalti e subappalti che svilisce il lavoro, gli toglie dignità e senso e ce lo restituisce in tutta la sua precarietà.

I cantieri edili sono luoghi di enorme complessità, dove il lavoro si è frammentato, specializzato, dove occorre adeguata formazione e preparazione tecnica per evitare i rischi sempre presenti di un infortunio, non da ultimi quelli che si presentano a lunga scadenza, come i tumori causati dall'esposizione all'amianto o all'eternit, che si manifestano anche a distanza di 20 anni.

Noi crediamo che si debba vigilare con attenzione su questo punto e che sia compito della stessa Confindustria garantire la fuoriuscita dal lavoro nero, anche attraverso sanzioni pesanti come l'espulsione dalla Confederazione per le aziende non regolari.

Come Italia dei Valori non siamo mai stati entusiasti di fronte all'istituzione di Commissioni d'inchiesta parlamentari, che hanno costi elevati e tempi lunghi. Tuttavia, di fronte ad un'emergenza di tali dimensioni, riteniamo che questo sia l'unico strumento percorribile per delineare un quadro completo e stabilire gli interventi legislativi necessari.

Considerato l'ottimo lavoro avviato da un'apposita Commissione istituita nella precedente legislatura, accogliamo pertanto con favore la proposta dei colleghi senatori di dare vita ad una Commissione che accerti la dimensione del fenomeno, le cause, il livello di applicazione delle normative esistenti, l'efficacia dei controlli, la presenza di imprese collegate alla criminalità organizzata. (Applausi dai Gruppi IdV, PD e PdL).