STANCANELLI (PdL). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, siamo concordi sul fatto che le cosiddette morti bianche siano ormai un'emergenza nel nostro Paese e la sollecitudine con la quale è stata convocata una seduta appositamente dedicata al tema della sicurezza sul lavoro e con cui il Governo ha posto mano a un piano straordinario convocando le Regioni dimostrano con quanta serietà si stia affrontando la questione.
Si tratta di una questione urgente: soltanto in Sicilia, la mia Regione, dall'inizio dell'anno si contano già 43 morti, le ultime pochi giorni fa a Mineo e a Termini Imerese: 43 persone che hanno perso la vita per garantire alle loro famiglie di andare avanti. Riprendo le parole del Presidente della Repubblica: «Ora basta».
Dobbiamo avere tutti la consapevolezza che gli incidenti, mortali o meno, che si registrano ogni giorno sono soltanto la punta di un iceberg, perché potrebbero essere molti di più, considerato come vengono attuate le norme sulla tutela della sicurezza.
Condivido quanto ha avuto modo di dire il ministro Sacconi: le norme ci sono e non è detto che le troppe regole siano sufficienti a garantire la sicurezza. Lo stesso vale per le sanzioni, che però non bastano a fungere da deterrente nei confronti delle imprese, le quali, spesso, si mettono formalmente in regola con un «copia e incolla» dei piani di sicurezza che poi restano carta straccia, lettera morta, e non vengono applicati.
Allora, occorre fare un salto di qualità: rafforzare l'attività ispettiva e repressiva va bene - è ovvio - laddove è possibile. In realtà, come in Sicilia, bisogna fare i conti con lo scarso numero di ispettori (150 in tutto) ai quali si aggiungono i carabinieri dei nuclei degli ispettorati del lavoro che sono circa 80. La Regione ha annunciato di voler aumentare il numero degli ispettori di altre 200 unità: anche qui, però, i vincoli di tipo giuridico e regolamentare rischiano di far saltare anche i migliori propositi. Ma quale repressione può servire, quando, non tanto e non soltanto tra gli imprenditori, ma tra gli stessi lavoratori, la sicurezza è un concetto vago, sconosciuto, addirittura «fastidioso» perché complica i gesti e allunga i tempi delle attività lavorative?
Condividiamo, quindi, l'impostazione che il Governo vuole dare all'annunciato Piano straordinario per la salute e la sicurezza sul lavoro. Occorre puntare sulla sensibilizzazione di imprenditori e lavoratori, sull'informazione e sulla formazione. Molti progetti di formazione professionale oggi affrontano la questione della sicurezza, ma il paradosso è che la formazione riguarda spesso i disoccupati e non chi lavora già e certi codici comportamentali li ignora del tutto. Allora, bisogna intervenire sulla formazione continua e sull'informazione che raggiunga i lavoratori anche a domicilio, nei cantieri e nelle fabbriche, e che cominci a raggiungere anche i giovani, nelle scuole. Perché non introdurre il tema della sicurezza come materia scolastica almeno negli istituti tecnici?
Quanto alle imprese, l'attività di persuasione può essere vincente rispetto alla repressione: offro come spunto di riflessione al Governo l'ipotesi di misure premiali nei confronti delle imprese che applichino in maniera puntuale le norme sulla sicurezza e che convincano i dipendenti a utilizzare i presìdi individuali di sicurezza.
Deve passare il messaggio che il lavoro è importante per la promozione della dignità, della libertà economica e della realizzazione sociale della persona e per il progresso della comunità nazionale. Ma deve passare anche il messaggio più importante che si lavora per vivere e non si può morire per il lavoro. (Applausi dal Gruppo PdL).