GIAMBRONE (IdV). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, con proposte e misure allarmistiche assolutamente sproporzionate e inappropriate il Governo sta contribuendo a dare un'immagine errata e distorta dei problemi del Paese.
Quando si discute di mobilitare l'Esercito nelle grandi città per mantenere l'ordine pubblico, non solo si paragona la situazione italiana a quella della Bolivia - come è stato giustamente detto - ma, soprattutto, si distoglie l'attenzione dai veri fenomeni di violenza che quotidianamente hanno luogo nel nostro territorio. Il riferimento non è soltanto alla criminalità organizzata, che spetta alla magistratura e alle forze di polizia contrastare, ma anche a quella forma di stillicidio, che ormai ha assunto le dimensioni di una vera e propria strage, che è il fenomeno delle morti sul lavoro. Non passa quasi giorno che non giunga la notizia di una disgrazia ferale in una fabbrica, in un cantiere, in un'autocisterna, in un depuratore, in una qualunque struttura produttiva. Ultimo, in ordine di tempo, l'orribile eccidio di Mineo, in Sicilia, dove sei operai hanno trovato la morte per asfissia in una vasca collegata a un impianto fognario.
Una violenza continua e feroce si consuma sui lavoratori, dal Nord al Sud, senza che le autorità competenti prendano un provvedimento per fermare questa straziante emorragia. Di lavoro si dovrebbe vivere, e invece si muore ormai con una frequenza sconcertante. Il numero delle vittime è tale che da alcuni osservatori è stato assimilato a quelle di una guerra. Morti bianche sono dette quelle sul lavoro. Sarebbe più esatto definirle nere, perché il lavoro che uccide è quasi sempre un lavoro nero, che non ubbidisce a regole, a norme di tutela: il lavoro precario, sommerso, sfruttato.
La Repubblica democratica fondata sul lavoro, di cui recita l'articolo 1 della nostra Costituzione, rischia di sprofondare in una sorta di fossa comune in cui il lavoratore ignoto, al quale per un attimo i mass media hanno prestato attenzione, verrà tumulato e dimenticato in nome della produttività.
Sulle morti bianche si stende usualmente un velario di silenzio, che solo la terribile sequenza degli ultimi infortuni, così serrata ed efferata, è riuscita a squarciare, ponendo finalmente la questione all'ordine del giorno. Ma è giusto ricordare che non si muore solo di infortuni. Nei luoghi di lavoro troppo spesso si contraggono malattie gravissime che insidiano anche l'ambiente circostante e non di rado il suicidio appare ad alcuni come l'unica via di fuga da un lavoro alienante. Un lavoro malato, ammala chi lo svolge e spesso, troppo spesso, finisce per ucciderlo. Una disumana e deregolata cultura del profitto sta degradando la dignità del lavoro e del lavoratore.
Che un lavoro mortificante sia potenzialmente mortifero, portatore di morte, non è soltanto un'evidenza filologica, ma un dato di fatto che la cronaca, con la sua crudezza, conferma puntualmente.
Le esigenze della produttività, per quanto importanti per la ripresa del Paese, non possono essere anteposte a quelle della sicurezza. In tal senso va ribadito che un aumento indiscriminato delle ore di lavoro non può che coincidere con un aumento del pericolo da parte dei lavoratori.
Non vi sono costi o guadagni che possano giustificare un tale disprezzo per la vita umana; né è ammissibile che il ricatto del mantenimento del posto, ovvero lo spettro della disoccupazione, possa essere usato come strumento per imporre l'accettazione di condizioni di lavoro pericolose e nocive alla salute.
Il rischio non può essere considerato una variabile ineludibile dell'economia, bensì un fattore da eliminare o ridurre al minimo con misure e controlli efficaci, a partire da un potenziamento e una maggiore responsabilizzazione degli ispettori del lavoro, da una loro più concreta e affidabile azione di contenimento delle violazioni delle norme di sicurezza. È auspicabile, in questa direzione, che la Confindustria preveda l'espulsione dei suoi associati che non adempiano alle norme di sicurezza del lavoro.
D'altronde, un'economia «a rischio», funestata da lutti in un modo così ricorrente e barbaro, non può essere un'economia competitiva, cioè in grado di rispondere alle domande di innovazione e professionalità che oggi pone il mercato internazionale.
La passata legislatura, proprio in conclusione del suo mandato, aveva risposto all'emergenza sicurezza e alle sollecitazioni che venivano dal mondo del lavoro e dallo stesso presidente Napolitano con un decreto attuativo della legge n. 123 del 2007 sull'infortunistica. Forse non era una misura sufficiente, ma il nuovo Governo Berlusconi sembra del tutto sordo al problema, benché esso diventi sempre più drammatico e richieda urgenti e adeguati provvedimenti. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mauro. Ne ha facoltà.