PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali.
È iscritto a parlare il senatore Fosson. Ne ha facoltà.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, mi dichiaro soddisfatto delle spiegazioni fornite dal Ministro, soprattutto dell'analisi e dei provvedimenti che ha messo in atto e dei ragionamenti effettuati: la sicurezza sul lavoro è un grande problema da affrontare con logiche razionali e non emotive.
Quanto al dramma di Mineo, voglio sottolineare la superficialità con cui è stato affrontato il rischio di entrare in quella cisterna e la mancanza di formazione di chi, appena assunto, è stato mandato a lavorare senza conoscere il rischio che ciò comportava. Infine, voglio sottolineare la mancanza di vigilanza da parte di chi, conoscendo il problema, doveva informare chi non lo conosceva.
Ha ragione, signor Ministro: probabilmente, il Testo unico va attuato e integrato. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giambrone. Ne ha facoltà.
GIAMBRONE (IdV). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, con proposte e misure allarmistiche assolutamente sproporzionate e inappropriate il Governo sta contribuendo a dare un'immagine errata e distorta dei problemi del Paese.
Quando si discute di mobilitare l'Esercito nelle grandi città per mantenere l'ordine pubblico, non solo si paragona la situazione italiana a quella della Bolivia - come è stato giustamente detto - ma, soprattutto, si distoglie l'attenzione dai veri fenomeni di violenza che quotidianamente hanno luogo nel nostro territorio. Il riferimento non è soltanto alla criminalità organizzata, che spetta alla magistratura e alle forze di polizia contrastare, ma anche a quella forma di stillicidio, che ormai ha assunto le dimensioni di una vera e propria strage, che è il fenomeno delle morti sul lavoro. Non passa quasi giorno che non giunga la notizia di una disgrazia ferale in una fabbrica, in un cantiere, in un'autocisterna, in un depuratore, in una qualunque struttura produttiva. Ultimo, in ordine di tempo, l'orribile eccidio di Mineo, in Sicilia, dove sei operai hanno trovato la morte per asfissia in una vasca collegata a un impianto fognario.
Una violenza continua e feroce si consuma sui lavoratori, dal Nord al Sud, senza che le autorità competenti prendano un provvedimento per fermare questa straziante emorragia. Di lavoro si dovrebbe vivere, e invece si muore ormai con una frequenza sconcertante. Il numero delle vittime è tale che da alcuni osservatori è stato assimilato a quelle di una guerra. Morti bianche sono dette quelle sul lavoro. Sarebbe più esatto definirle nere, perché il lavoro che uccide è quasi sempre un lavoro nero, che non ubbidisce a regole, a norme di tutela: il lavoro precario, sommerso, sfruttato.
La Repubblica democratica fondata sul lavoro, di cui recita l'articolo 1 della nostra Costituzione, rischia di sprofondare in una sorta di fossa comune in cui il lavoratore ignoto, al quale per un attimo i mass media hanno prestato attenzione, verrà tumulato e dimenticato in nome della produttività.
Sulle morti bianche si stende usualmente un velario di silenzio, che solo la terribile sequenza degli ultimi infortuni, così serrata ed efferata, è riuscita a squarciare, ponendo finalmente la questione all'ordine del giorno. Ma è giusto ricordare che non si muore solo di infortuni. Nei luoghi di lavoro troppo spesso si contraggono malattie gravissime che insidiano anche l'ambiente circostante e non di rado il suicidio appare ad alcuni come l'unica via di fuga da un lavoro alienante. Un lavoro malato, ammala chi lo svolge e spesso, troppo spesso, finisce per ucciderlo. Una disumana e deregolata cultura del profitto sta degradando la dignità del lavoro e del lavoratore.
Che un lavoro mortificante sia potenzialmente mortifero, portatore di morte, non è soltanto un'evidenza filologica, ma un dato di fatto che la cronaca, con la sua crudezza, conferma puntualmente.
Le esigenze della produttività, per quanto importanti per la ripresa del Paese, non possono essere anteposte a quelle della sicurezza. In tal senso va ribadito che un aumento indiscriminato delle ore di lavoro non può che coincidere con un aumento del pericolo da parte dei lavoratori.
Non vi sono costi o guadagni che possano giustificare un tale disprezzo per la vita umana; né è ammissibile che il ricatto del mantenimento del posto, ovvero lo spettro della disoccupazione, possa essere usato come strumento per imporre l'accettazione di condizioni di lavoro pericolose e nocive alla salute.
Il rischio non può essere considerato una variabile ineludibile dell'economia, bensì un fattore da eliminare o ridurre al minimo con misure e controlli efficaci, a partire da un potenziamento e una maggiore responsabilizzazione degli ispettori del lavoro, da una loro più concreta e affidabile azione di contenimento delle violazioni delle norme di sicurezza. È auspicabile, in questa direzione, che la Confindustria preveda l'espulsione dei suoi associati che non adempiano alle norme di sicurezza del lavoro.
D'altronde, un'economia «a rischio», funestata da lutti in un modo così ricorrente e barbaro, non può essere un'economia competitiva, cioè in grado di rispondere alle domande di innovazione e professionalità che oggi pone il mercato internazionale.
La passata legislatura, proprio in conclusione del suo mandato, aveva risposto all'emergenza sicurezza e alle sollecitazioni che venivano dal mondo del lavoro e dallo stesso presidente Napolitano con un decreto attuativo della legge n. 123 del 2007 sull'infortunistica. Forse non era una misura sufficiente, ma il nuovo Governo Berlusconi sembra del tutto sordo al problema, benché esso diventi sempre più drammatico e richieda urgenti e adeguati provvedimenti. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mauro. Ne ha facoltà.
MAURO (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, innanzitutto voglio esprimere, a nome mio e di tutto il Gruppo Lega Nord Padania, la massima vicinanza ai familiari delle vittime, a tutte le famiglie colpite da lutti dovuti ad incidenti sul lavoro.
È diventata, infatti, ormai una tragica e insopportabile realtà l'avvicendarsi di notizie riguardanti lavoratori che perdono la vita o rimangono feriti gravemente mentre svolgono il loro lavoro. Ciò è l'inequivocabile riprova del fatto che il decreto legislativo n. 626 del 1994 (recentemente sostituito dal testo unico delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo n. 81 del 2008, ed appena entrato in vigore), non viene mai applicato nella sua interezza. I rapporti dell'INAIL, riguardanti gli infortuni sul lavoro, indicano che ogni anno vi è almeno un milione di casi. Fra questi appare in incremento la percentuale delle donne, man mano che la loro presenza aumenta anche negli ambienti di lavoro in cui vi è un rischio più alto.
Il ripetersi di questi incidenti sta determinando una vera e propria emergenza sociale, una guerra silenziosa, non dichiarata, ma altrettanto orrenda, che richiama le istituzioni a intervenire per regolare, con maggiore e assiduo impegno, un mercato del lavoro non sempre rispettoso delle regole e spesso indifferente alla tutela fisica dei lavoratori. Occorrerebbe, quindi, essere più inflessibili applicando la normativa con rigore, perché già facendo questo (e sarebbe stato meglio se si fosse fatto già da tanto tempo) si sarebbero potuti evitare tanti incidenti e tante morti.
Un dato eclatante, che si rileva dall'esame della documentazione prodotta in seguito agli incidenti, è che spesso i lavoratori deceduti risultano assunti regolarmente e non si evidenziano sostanziali violazioni della normativa lavoristica o assicurativo-previdenziale. Ciò fa emergere uno degli elementi essenziali alla focalizzazione del problema, cioè la scarsa conoscenza che i lavoratori stessi hanno dei loro diritti e delle loro garanzie. Ci sono responsabilità ben chiare: da parte dei datori di lavoro, un'informazione frettolosa vista come un mero adempimento burocratico; da parte dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), un mancato controllo sul rispetto delle condizioni di lavoro previste dalla normativa.
Tutto ciò potrebbe essere almeno in parte ovviato attraverso la pianificazione di corsi di formazione, supporto e informazione ai lavoratori. Non può essere, dunque, un fenomeno circoscrivibile soltanto al lavoro sommerso, ma collocabile nella sfera molto più ampia anche del lavoro regolare e che quindi è sottoposto al controllo delle autorità competenti.
Tuttavia, non si può prescindere dal fatto che il maggior numero di infortuni appare concentrato nell'economia sommersa, fuori da ogni regola, basata sull'utilizzo e lo sfruttamento della manodopera extracomunitaria irregolare, tanto che sarebbe opportuno fare coincidere le politiche di contrasto al lavoro cosiddetto in nero e all'immigrazione clandestina con quelle mirate a realizzare condizioni di maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro.
All'interno di questo quadro, già complesso, della condizione del lavoro in Italia, si aggiunge sfortunatamente anche il basso potere d'acquisto degli stipendi e dei salari della nostra gente che, nel momento economico attuale, non riesce ad arrivare con tranquillità alla fine del mese e che cerca di fare fronte alle cresciute difficoltà economiche ricorrendo al cosiddetto doppio lavoro.
Purtroppo, ogni volta che accadono tragici episodi tutti parlano di norme in materia di sicurezza da applicare in tempi rapidissimi, ma in questo Paese di parole se ne sono dette tante, soprattutto sull'onda emotiva delle tragedie come quelle a cui abbiamo assistito in tempi recenti. Nonostante i molti dibattiti, dunque, il problema è di difficile soluzione. Adesso, senza alcun ulteriore ritardo, ci deve essere un forte impegno di tutti a far rispettare le norme già esistenti, potenziando e coordinando le attività ispettive ed incrementando le necessarie risorse economiche.
È opportuno sottolineare come, per iniziativa delle Commissioni affari costituzionali, della Commissione giustizia e dell'Esecutivo, nell'ambito del decreto-legge sulla sicurezza, dal provvedimento relativo alla sospensione dei processi siano stati esclusi i procedimenti relativi ai reati commessi in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; ciò al fine di assicurare rapidità nell'accertamento dei fatti e certezza nell'applicazione delle pene. Un segnale, questo, di come l'attuale maggioranza abbia un'intenzione specifica nella risoluzione definitiva di questo grave problema che, comunque, non ha e non può avere un colore politico.
Inoltre, credo che sia un'iniziativa apprezzabile quella di ricostituire nell'attuale legislatura la Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, ma ritengo anche che essa dovrebbe essere maggiormente operativa assumendo un ruolo più incentrato sul sostegno alla formazione. Gli adempimenti, le sanzioni e il potenziamento della struttura ispettiva previsti dalla nuova normativa potranno essere efficaci se supportati dall'impegno e dalla sensibilità dei soggetti destinatari di questi strumenti. Pertanto, appare chiaro che l'applicazione della disciplina regolatoria è subordinata anche all'acquisizione di specifici obiettivi di formazione e di informazione.
Soltanto applicando capillarmente una politica della prevenzione si potranno evitare altre morti, altre stragi, preservando così quei valori e quei princìpi per noi fondanti, tra cui quello della tutela del lavoratore e della qualità del lavoro stesso. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.
NEROZZI (PD). Signor Presidente, la tragedia di Mineo è solo l'ultima delle tragedie del lavoro che hanno sconvolto il nostro Paese. Prima si è consumato il dramma di Molfetta, prima ancora quello alla Thyssen di Torino e poi quello di tanti e tanti lavoratrici e lavoratori che muoiono in silenzio. Molti di questi sono immigrati e tanti di questi sono stati assunti il giorno in cui muoiono.
Mi sembra, ministro Sacconi, che non stiamo migliorando. Non c'è una riduzione di questo fenomeno; c'è, invece, un suo aggravamento. E allora, se ad un dato così drammatico e sconvolgente non segue uno scatto politico adeguato da parte di chi ha o dovrebbe avere la responsabilità di porre un limite a questo stillicidio, le cose non miglioreranno. Anche i richiami del Capo dello Stato quotidiani fin dalla sua elezione ci invitano a fare in fretta, ma la sua comunicazione, signor Ministro, non va in questo senso.
Dalla tragedia di Mineo sono passati quindici giorni. Giuseppe Zaccaria, Giovanni Natale Sofia, Giuseppe Palermo, Salvatore Pulici, Salvatore Tumino, Salvatore Smecca, sposati e con figli, adesso sono dei numeri e non più delle persone. I primi quattro lavoratori erano pubblici dipendenti. Appartengono a quella stragrande maggioranza di lavoratori che fanno quotidianamente il proprio dovere e che vengono troppo spesso denigrati. Lo ricordi al ministro Brunetta.
Naturalmente, è compito dei magistrati, degli inquirenti accertare le cause e le dinamiche della tragedia, anche se già all'indomani del drammatico incidente era evidente la mancanza delle minime misure di sicurezza, in particolare quelle relative agli impianti di respirazione. Compito nostro, però, non meno decisivo, è quello di assumere le decisioni legislative capaci di mettere in campo una rete di garanzie e di tutela per far sì che in Italia non si muoia più.
Come il Governo sa bene, nel corso della scorsa legislatura il Governo Prodi e, in particolare, il ministro Damiano licenziarono il Testo unico sulla sicurezza del lavoro. Purtroppo, a seguito di tale approvazione vi fu un susseguirsi di prese di posizione e di distinguo che certo non diedero un segno di forte unità su questo soggetto. Il testo parlava di un problema che lei, come Sottosegretario al Ministero del lavoro, non risolse nelle passate legislature. Mi riferisco al fatto che il diritto alla salute delle persone è un diritto che vale per tutti; non vale solo nella grande impresa e vale in maniera diversa nella piccola e media impresa. Per questo fu creato un fondo per la piccola e media impresa e lei oggi, con le sue parole un po' bizantine, ritorna a mettere in discussione questo concetto.
Quando lei parla di rimettere in discussione i formalismi, faccio presente che chi è responsabile non è un formalismo. Avere un responsabile per il rischio è una cosa che accerta le responsabilità; non la si può diluire in una commissione mista di cui non si sa chi è responsabile e che funzioni ha.
Non è possibile non ricordare le critiche di parte confindustriali. Non erano le parti a non essere d'accordo, ma la Confindustria. Condivido in pieno l'idea degli enti bilaterali e mi affascina anche la codeterminazione. C'è una cosa però che mi fa spavento e mi fa inorridire: la codeterminazione e la cogestione sulle vittime e sui morti. Lei questo oggi ha proposto in quest'Aula e questo per me è inaccettabile. (Applausi dal Gruppo PD).
Non si devono sopportare più deroghe, non si devono lanciare segnali contraddittori; non si deve in qualche modo mettere in contraddizione la sicurezza sul lavoro e i livelli occupazionali. Mettere oggi in discussione le regole significa mandare messaggi contradditori. Ci sarà sempre un imprenditore che penserà: «Ma tanto poi la legge cambia». È questo l'atteggiamento che non possiamo tollerare. Anche sul tema della deregulation dobbiamo stare attenti perchè certe riforme rischiano di incidere anche sui livelli di sicurezza. Contratti fai da te, subappalti, minori garanzie sindacali, la ricerca del lavoro straordinario, la scarsa formazione professionale rappresentano scelte che vanno in questo senso.
Le norme, quindi, esistono, e per fortuna, ma vanno applicate fino in fondo; semmai, c'è da unificare le strutture dello Stato che si occupano di questo problema e sono troppo divise tra loro; l'unificazione di tutti i settori che intervengono su questo sistema sarebbe opportuna.
Per queste ragioni siamo fortemente insoddisfatti della sua comunicazione, signor Ministro.
Termino ringraziando il presidente Napolitano per i suoi continui appelli, anche subito dopo la tragedia di Mineo. A questi appelli, però, credo non si risponda con le proposte che lei ha fatto in questa sede. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stancanelli. Ne ha facoltà.
STANCANELLI (PdL). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, siamo concordi sul fatto che le cosiddette morti bianche siano ormai un'emergenza nel nostro Paese e la sollecitudine con la quale è stata convocata una seduta appositamente dedicata al tema della sicurezza sul lavoro e con cui il Governo ha posto mano a un piano straordinario convocando le Regioni dimostrano con quanta serietà si stia affrontando la questione.
Si tratta di una questione urgente: soltanto in Sicilia, la mia Regione, dall'inizio dell'anno si contano già 43 morti, le ultime pochi giorni fa a Mineo e a Termini Imerese: 43 persone che hanno perso la vita per garantire alle loro famiglie di andare avanti. Riprendo le parole del Presidente della Repubblica: «Ora basta».
Dobbiamo avere tutti la consapevolezza che gli incidenti, mortali o meno, che si registrano ogni giorno sono soltanto la punta di un iceberg, perché potrebbero essere molti di più, considerato come vengono attuate le norme sulla tutela della sicurezza.
Condivido quanto ha avuto modo di dire il ministro Sacconi: le norme ci sono e non è detto che le troppe regole siano sufficienti a garantire la sicurezza. Lo stesso vale per le sanzioni, che però non bastano a fungere da deterrente nei confronti delle imprese, le quali, spesso, si mettono formalmente in regola con un «copia e incolla» dei piani di sicurezza che poi restano carta straccia, lettera morta, e non vengono applicati.
Allora, occorre fare un salto di qualità: rafforzare l'attività ispettiva e repressiva va bene - è ovvio - laddove è possibile. In realtà, come in Sicilia, bisogna fare i conti con lo scarso numero di ispettori (150 in tutto) ai quali si aggiungono i carabinieri dei nuclei degli ispettorati del lavoro che sono circa 80. La Regione ha annunciato di voler aumentare il numero degli ispettori di altre 200 unità: anche qui, però, i vincoli di tipo giuridico e regolamentare rischiano di far saltare anche i migliori propositi. Ma quale repressione può servire, quando, non tanto e non soltanto tra gli imprenditori, ma tra gli stessi lavoratori, la sicurezza è un concetto vago, sconosciuto, addirittura «fastidioso» perché complica i gesti e allunga i tempi delle attività lavorative?
Condividiamo, quindi, l'impostazione che il Governo vuole dare all'annunciato Piano straordinario per la salute e la sicurezza sul lavoro. Occorre puntare sulla sensibilizzazione di imprenditori e lavoratori, sull'informazione e sulla formazione. Molti progetti di formazione professionale oggi affrontano la questione della sicurezza, ma il paradosso è che la formazione riguarda spesso i disoccupati e non chi lavora già e certi codici comportamentali li ignora del tutto. Allora, bisogna intervenire sulla formazione continua e sull'informazione che raggiunga i lavoratori anche a domicilio, nei cantieri e nelle fabbriche, e che cominci a raggiungere anche i giovani, nelle scuole. Perché non introdurre il tema della sicurezza come materia scolastica almeno negli istituti tecnici?
Quanto alle imprese, l'attività di persuasione può essere vincente rispetto alla repressione: offro come spunto di riflessione al Governo l'ipotesi di misure premiali nei confronti delle imprese che applichino in maniera puntuale le norme sulla sicurezza e che convincano i dipendenti a utilizzare i presìdi individuali di sicurezza.
Deve passare il messaggio che il lavoro è importante per la promozione della dignità, della libertà economica e della realizzazione sociale della persona e per il progresso della comunità nazionale. Ma deve passare anche il messaggio più importante che si lavora per vivere e non si può morire per il lavoro. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali.