CASTRO, relatore. Signor Presidente, signor Ministro, signori del Governo, onorevoli colleghi, probabilmente basterebbe ricordare con quanta intensità, qualità, determinazione e dedizione la Commissione d'inchiesta parlamentare sulle cosiddette morti bianche abbia lavorato nelle ultime due legislature per poter dire: «Sì pienamente, ricostituiamola »; e ancor più basterebbe ricordare quanto alta e quanto densa sia oggi la dimensione della gradienza sociale intorno agli infortuni e la condivisa inaccettabilità di un prezzo umano legato a 913.500 infortuni sul lavoro nel 2007 che - secondo il recentissimo aggiornamento dei dati dell'INAIL - hanno generato 1.210 morti. È un'inaccettabilità alla quale ha dato voce alta ed accorata il Capo dello Stato per approvare la piena ricostituzione di questa Commissione.
Onorevoli colleghi, credo che davanti al Senato si squaderni un'occasione straordinaria per poter dare più senso, più intensità, più autenticità all'attività di questa Commissione, per trasformare, insomma, la doverosa indignazione civile e morale in azione concreta, compiuta, dispiegata, capace di generare successo.
Ritengo che un orizzonte che preveda nel triennio una riduzione degli infortuni sul lavoro del 20 per cento sia assolutamente raggiungibile. Infatti, se leggiamo i dati con attenzione, se li leggiamo liberati da questo grumo di indignazione, ci accorgiamo che vi sono delle grandissime opportunità di intervento operativo. E lo dico, signor Presidente, onorevoli colleghi, con una sorta di deliberato e consapevole cinismo. Si tratta di una materia che genera costi al sistema per oltre 45 miliardi di euro all'anno e quindi, in qualche modo provocatoriamente, ricordo che la trasformazione in obiettivo di quella riduzione del 20 per cento significa anche un recupero di risorse per 9 miliardi di euro.
Ebbene, dicevo, quali sono le opportunità? La prima. Se leggiamo i numeri, ci accorgiamo che soltanto nel 7,6 per cento delle imprese si registra un infortunio all'anno e che soltanto nello 0,48 per cento delle aziende se ne registrano più di cinque. Questo significa che vi è una perimetrazione, una sorta di mira necessariamente destinata a raggiungere l'obiettivo, che può illuminare le nostre politiche di intervento. E se ulteriormente leggiamo i dati (elaborazioni INAIL, su dati ESAV), ci rendiamo consapevoli di come soltanto il 15 per cento degli infortuni sia determinato da un oggettivo deficit impiantistico, come tale arduo e costoso da ovviare e da rimediare, e di come invece il rimanente 85 per cento (913.500 infortuni) sia generato da inadeguata condotta soggettiva del datore di lavoro e del lavoratore.
Ma se è la perimetrazione la prima arma a nostra disposizione, la seconda è la focalizzazione sull'area così perimetrata, è la segmentazione. È ormai acquisito a livello internazionale che soltanto una segmentazione dell'intervento può garantire a questo forte efficacia. Segmentazione oggettiva e segmentazione soggettiva, colleghi. Quest'ultima è facile: le donne, i minori, i giovani a forte tasso e vocazione di mobilità, le fasce etnicamente e culturalmente connotate, le fasce contrattualmente collegate a prestazioni atipiche, da un lato, ma dall'altro le imprese nell'oggettività e nell'inquadramento merceologico della loro prestazione, della loro forma organizzativa, dei loro contenuti di processo.
Queste sono indagini che vanno assolutamente fatte e sulle quali allo stato - lo ricordava limpidamente il ministro Sacconi prima - non vi è ancora una piattaforma condivisa. Ci sono dati che vengono ancora "strattonati" tra le parti sociali. Questo accentua la densità dell'opportunità dell'intervento della Commissione parlamentare di inchiesta perché consente che essa produca un lavoro ad altissima utilità, cioè generi una piattaforma cognitiva e valutativa condivisa e accettata dalle parti per la sua autorevolezza e che possa diventare propulsore di interventi, di azioni, di piani, di programmi concreti, mirati, perimetrati, segmentati.
Un'osservazione non marginale, colleghi: oggi il sistema produttivo italiano dei beni e dei servizi è impegnato in una colossale operazione di riposizionamento competitivo nei segmenti più alti dei mercati internazionali, quelli nei quali la qualità è più immediatamente riconosciuta, apprezzata, remunerata. Orbene, questo riposizionamento necessario è possibile solo se si fonda sulla capacità di liberare un quid pluris da quel sistema integrato di intelligenza, esperienza e competenza che chiamiamo la risorsa umana. Ma, se questo è vero, come può essere vero sino in fondo se quella risorsa umana, che è il presupposto costitutivo e fondativo della capacità competitiva del nostro sistema, non è garantita, tutelata, difesa nella sua stessa incolumità ed integrità fisica? Ecco allora che il tema della lotta contro gli infortuni, contro le malattie professionali, per la sicurezza, diventa un tema di limpidezza, di schiettezza competitiva indispensabile al nostro sistema.
Una conoscenza autorevolmente determinata e quindi condivisa intorno ai dati consente anche di mirare le azioni di politica legislativa che spettano al Parlamento in collaborazione con il Governo. Pensate a quanto possa derivare da una lettura intelligente dei dati intorno alla distribuzione razionale delle competenze in ordine all'attività di prevenzione e repressione in materia di infortuni. Oggi vi sono dodici enti che convergono in modo affastellato e confuso nella gestione della medesima materia.
Pensiamo a quante politiche tariffarie potrebbero essere utilizzate sotto forma di incentivi per valorizzare i comportamenti orientati ed ispirati alla responsabilità sociale.
Pensiamo a quanto potrebbe essere razionalizzato su un tema ancora legislativamente confuso come quello delle azioni di regresso; quanto un rapporto più attivo tra durezza della sanzione verso le imprese fellone e qualità della capacità di premio del sistema potrebbe essere esplorato e portato a compimento.
Pensiamo a quanto sul terreno delle malattie professionali ancora si deve fare in materia della loro individuazione e determinazione di trattamenti più opportuni nei confronti delle malattie professionali stesse.
Pensiamo, infine, a quanto si possa fare con una politica olistica di prevenzione. Non si possono avere comportamenti sicuri in fabbrica quando si hanno comportamenti altamente insicuri a casa, quando ci si è levati, quando ci si fa il caffè, quando si è in strada per raggiungere il posto di lavoro come automobilisti. È un approccio compiuto e generale quello che va seguito.
Quindi, una grande campagna di formazione e prevenzione deve essere assolutamente attivata e può esserlo solo sulla base di quegli elementi che saranno conseguiti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta.
Riproponiamo, onorevoli colleghi, con il consenso unanime della Commissione lavoro, lo stesso impianto che ha accompagnato con successo le ultime due edizioni di questa Commissione. Ne rafforziamo la dotazione finanziaria per consentire uno svolgimento più adeguato delle sue attività; introduciamo una nuova voce che meglio consenta di mirare attraverso il processo di segmentazione le sue attività. Ma vi chiedo sinceramente che la stessa convergenza unanime, corale che si è avuta in Commissione si abbia anche in Aula perché credo che tutto il Senato, il Parlamento non possa non condividere, da un lato l'intenzione di dare un contributo alla rinascenza italiana, ma nella consapevolezza, dall'altro lato, che questa rinascenza italiana non possa essere se stessa, fedelmente e compiutamente, se non si fonda sulla civiltà del lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).