Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (325 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 026 del 24/06/2008


Discussione e approvazione, con modificazioni, del documento:

(Doc. XXII, n. 6) TOFANI ed altri. - Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette «morti bianche» (ore 17,54)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Documento XXII, n. 6.

La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo al relatore se intende integrarla.

CASTRO, relatore. Signor Presidente, signor Ministro, signori del Governo, onorevoli colleghi, probabilmente basterebbe ricordare con quanta intensità, qualità, determinazione e dedizione la Commissione d'inchiesta parlamentare sulle cosiddette morti bianche abbia lavorato nelle ultime due legislature per poter dire: «Sì pienamente, ricostituiamola »; e ancor più basterebbe ricordare quanto alta e quanto densa sia oggi la dimensione della gradienza sociale intorno agli infortuni e la condivisa inaccettabilità di un prezzo umano legato a 913.500 infortuni sul lavoro nel 2007 che - secondo il recentissimo aggiornamento dei dati dell'INAIL - hanno generato 1.210 morti. È un'inaccettabilità alla quale ha dato voce alta ed accorata il Capo dello Stato per approvare la piena ricostituzione di questa Commissione.

Onorevoli colleghi, credo che davanti al Senato si squaderni un'occasione straordinaria per poter dare più senso, più intensità, più autenticità all'attività di questa Commissione, per trasformare, insomma, la doverosa indignazione civile e morale in azione concreta, compiuta, dispiegata, capace di generare successo.

Ritengo che un orizzonte che preveda nel triennio una riduzione degli infortuni sul lavoro del 20 per cento sia assolutamente raggiungibile. Infatti, se leggiamo i dati con attenzione, se li leggiamo liberati da questo grumo di indignazione, ci accorgiamo che vi sono delle grandissime opportunità di intervento operativo. E lo dico, signor Presidente, onorevoli colleghi, con una sorta di deliberato e consapevole cinismo. Si tratta di una materia che genera costi al sistema per oltre 45 miliardi di euro all'anno e quindi, in qualche modo provocatoriamente, ricordo che la trasformazione in obiettivo di quella riduzione del 20 per cento significa anche un recupero di risorse per 9 miliardi di euro.

Ebbene, dicevo, quali sono le opportunità? La prima. Se leggiamo i numeri, ci accorgiamo che soltanto nel 7,6 per cento delle imprese si registra un infortunio all'anno e che soltanto nello 0,48 per cento delle aziende se ne registrano più di cinque. Questo significa che vi è una perimetrazione, una sorta di mira necessariamente destinata a raggiungere l'obiettivo, che può illuminare le nostre politiche di intervento. E se ulteriormente leggiamo i dati (elaborazioni INAIL, su dati ESAV), ci rendiamo consapevoli di come soltanto il 15 per cento degli infortuni sia determinato da un oggettivo deficit impiantistico, come tale arduo e costoso da ovviare e da rimediare, e di come invece il rimanente 85 per cento (913.500 infortuni) sia generato da inadeguata condotta soggettiva del datore di lavoro e del lavoratore.

Ma se è la perimetrazione la prima arma a nostra disposizione, la seconda è la focalizzazione sull'area così perimetrata, è la segmentazione. È ormai acquisito a livello internazionale che soltanto una segmentazione dell'intervento può garantire a questo forte efficacia. Segmentazione oggettiva e segmentazione soggettiva, colleghi. Quest'ultima è facile: le donne, i minori, i giovani a forte tasso e vocazione di mobilità, le fasce etnicamente e culturalmente connotate, le fasce contrattualmente collegate a prestazioni atipiche, da un lato, ma dall'altro le imprese nell'oggettività e nell'inquadramento merceologico della loro prestazione, della loro forma organizzativa, dei loro contenuti di processo.

Queste sono indagini che vanno assolutamente fatte e sulle quali allo stato - lo ricordava limpidamente il ministro Sacconi prima - non vi è ancora una piattaforma condivisa. Ci sono dati che vengono ancora "strattonati" tra le parti sociali. Questo accentua la densità dell'opportunità dell'intervento della Commissione parlamentare di inchiesta perché consente che essa produca un lavoro ad altissima utilità, cioè generi una piattaforma cognitiva e valutativa condivisa e accettata dalle parti per la sua autorevolezza e che possa diventare propulsore di interventi, di azioni, di piani, di programmi concreti, mirati, perimetrati, segmentati.

Un'osservazione non marginale, colleghi: oggi il sistema produttivo italiano dei beni e dei servizi è impegnato in una colossale operazione di riposizionamento competitivo nei segmenti più alti dei mercati internazionali, quelli nei quali la qualità è più immediatamente riconosciuta, apprezzata, remunerata. Orbene, questo riposizionamento necessario è possibile solo se si fonda sulla capacità di liberare un quid pluris da quel sistema integrato di intelligenza, esperienza e competenza che chiamiamo la risorsa umana. Ma, se questo è vero, come può essere vero sino in fondo se quella risorsa umana, che è il presupposto costitutivo e fondativo della capacità competitiva del nostro sistema, non è garantita, tutelata, difesa nella sua stessa incolumità ed integrità fisica? Ecco allora che il tema della lotta contro gli infortuni, contro le malattie professionali, per la sicurezza, diventa un tema di limpidezza, di schiettezza competitiva indispensabile al nostro sistema.

Una conoscenza autorevolmente determinata e quindi condivisa intorno ai dati consente anche di mirare le azioni di politica legislativa che spettano al Parlamento in collaborazione con il Governo. Pensate a quanto possa derivare da una lettura intelligente dei dati intorno alla distribuzione razionale delle competenze in ordine all'attività di prevenzione e repressione in materia di infortuni. Oggi vi sono dodici enti che convergono in modo affastellato e confuso nella gestione della medesima materia.

Pensiamo a quante politiche tariffarie potrebbero essere utilizzate sotto forma di incentivi per valorizzare i comportamenti orientati ed ispirati alla responsabilità sociale.

Pensiamo a quanto potrebbe essere razionalizzato su un tema ancora legislativamente confuso come quello delle azioni di regresso; quanto un rapporto più attivo tra durezza della sanzione verso le imprese fellone e qualità della capacità di premio del sistema potrebbe essere esplorato e portato a compimento.

Pensiamo a quanto sul terreno delle malattie professionali ancora si deve fare in materia della loro individuazione e determinazione di trattamenti più opportuni nei confronti delle malattie professionali stesse.

Pensiamo, infine, a quanto si possa fare con una politica olistica di prevenzione. Non si possono avere comportamenti sicuri in fabbrica quando si hanno comportamenti altamente insicuri a casa, quando ci si è levati, quando ci si fa il caffè, quando si è in strada per raggiungere il posto di lavoro come automobilisti. È un approccio compiuto e generale quello che va seguito.

Quindi, una grande campagna di formazione e prevenzione deve essere assolutamente attivata e può esserlo solo sulla base di quegli elementi che saranno conseguiti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta.

Riproponiamo, onorevoli colleghi, con il consenso unanime della Commissione lavoro, lo stesso impianto che ha accompagnato con successo le ultime due edizioni di questa Commissione. Ne rafforziamo la dotazione finanziaria per consentire uno svolgimento più adeguato delle sue attività; introduciamo una nuova voce che meglio consenta di mirare attraverso il processo di segmentazione le sue attività. Ma vi chiedo sinceramente che la stessa convergenza unanime, corale che si è avuta in Commissione si abbia anche in Aula perché credo che tutto il Senato, il Parlamento non possa non condividere, da un lato l'intenzione di dare un contributo alla rinascenza italiana, ma nella consapevolezza, dall'altro lato, che questa rinascenza italiana non possa essere se stessa, fedelmente e compiutamente, se non si fonda sulla civiltà del lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

PRESIDENTE. Prima di avviare la discussione generale, poiché non ha avuto luogo l'organizzazione della discussione ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento, la Presidenza, ai sensi dell'articolo 84, comma 1, del Regolamento, dispone, per consentire il rispetto del calendario, l'armonizzazione della discussione generale del provvedimento nel senso di assegnare a ciascun oratore il tempo di dieci minuti.

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Fosson. Ne ha facoltà.

FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi, Gruppo delle autonomie e dell'UDC, siamo chiaramente d'accordo sull'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro; infortuni che nel tempo non sono diminuiti, come abbiamo appena discusso ed ascoltato su un fatto molto tragico successo recentemente.

La battaglia per il progresso è anche una battaglia di civiltà e la sicurezza nei posti di lavoro è uno dei cardini del nostro progredire e procedere. Una Commissione di inchiesta non porta certo alla soluzione definitiva del problema. Non vogliamo rispondere in modo emotivo, del momento ad un problema così grave. Vogliamo rispondere in modo razionale. E per fare questo, per risolvere un problema bisogna conoscerlo; bisogna conoscere in modo preciso le cause, i diversi risvolti del fenomeno; in quali settori avvengono gli infortuni; quanti gli infortuni in itinere; quanti dovuti a mancanza di formazione in neoassunti; quanti infortuni sono a carico dei minori, quanti dovuti a carenza di misure di sicurezza e quanti ad atteggiamenti superficiali di lavoratori che hanno trascurato di assumere quelle protezioni che erano a loro disposizione. Disporre di dati disaggregati sugli infortuni è necessario per comprendere meglio il fenomeno.

Per tutti questi motivi è quindi per noi ragionevole istituire una Commissione, per non arrivare solo ad inasprire delle sanzioni che penalizzano solo chi vuole lavorare e dare lavoro, ma soprattutto per conoscere quali informazioni dare, quale cultura della sicurezza promuovere, e questo in collaborazione tra imprese e lavoratori. Forse è necessario aumentare le ispezioni degli enti preposti, rendendole più precise e frequenti; forse occorre studiare forme di maggiore responsabilizzazione dei lavoratori; forse è possibile prevedere dei premi per chi nel tempo non ha subìto infortuni.

Siamo quindi d'accordo per iniziare un cammino di indagine serio e necessario per porre rimedio ad un dramma che non può più continuare. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.

CASSON (PD). Signor Presidente del Senato, onorevoli senatori, signori del Governo, intervengo brevemente in questa sede che deve valutare ed approvare l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddetti morti bianche. Sono ormai due legislature - questa sarebbe la terza - che il Senato istituisce tale Commissione, la quale ha fino ad ora acquisito e fornito all'esame del Senato una serie consistente di dati, elementi di fatto, considerazioni e proposte.

La particolare delicatezza e importanza del fenomeno ha fatto in modo che in sede di Commissione di inchiesta si sia sempre proceduto con il massimo senso di responsabilità. Purtroppo, il ripetersi di gravi e gravissimi episodi nei luoghi di lavoro impone ora al Parlamento un'attenzione ancora maggiore, proprio perché è diventato intollerabile il livello oggettivo di rilevante gravità del fenomeno in questione.

Ciò che desta particolare perplessità e apprensione è il fatto che in Europa, tra tutti gli Stati dell'Unione Europea comparabili all'Italia quanto a sistema economico, sociale e produttivo, il nostro Stato è ancora quello in cui si verifica percentualmente il maggior numero di infortuni sul lavoro. Nell'ultimo triennio comparabile abbiamo in Italia un dato percentuale che si avvicina al 10 per cento in più rispetto alla media europea. Se poi teniamo in considerazione i dati statistici forniti dall'Organizzazione internazionale del lavoro o da Eurostat ci rendiamo conto di una situazione ancor più preoccupante.

Ora, se è vero che non sempre e non dappertutto i sistemi e gli organismi di controllo funzionano a dovere, è anche vero che il Parlamento non si può limitare ad esprimere il proprio, peraltro doveroso, cordoglio dopo ogni grave episodio e dopo ogni strage sul lavoro. Se preliminare è creare e aggiornare costantemente la nostra piattaforma di cognizione, fondamentale diviene giungere ad una riduzione chiara e netta degli indici di frequenza e gravità degli infortuni sul lavoro.

In questo vasto ambito non può essere dimenticato l'aspetto particolare delle malattie e delle morti cagionate dal contatto con sostanze tossiche, nocive e cancerogene trattate negli ambienti di lavoro. Ogni giorno ci vengono fornite notizie su quella che è una vera e propria piaga del nostro tempo, quella delle patologie e delle morti da amianto. Sono migliaia in Italia i lavoratori morti a causa dell'amianto. Sono decine di migliaia i lavoratori in Italia colpiti da malattie asbestocorrelate. Secondo i dati forniti dall'Organizzazione internazionale del lavoro, a causa dell'amianto muore nel mondo una persona ogni cinque minuti. Troppo spesso gli enti pubblici italiani di assistenza e previdenziali rispondono in maniera negativa o comunque non soddisfacente alle legittime richieste di equità e giustizia che provengono dai lavoratori. Troppo spesso, con rare eccezioni, nemmeno i tribunali sono in grado di dare giustizia ai lavoratori ammalati o ai parenti delle vittime da amianto.

Anche di queste morti si deve occupare la costituenda Commissione d'inchiesta, tenendo sempre ben presente che la stessa amministrazione pubblica statale ha un debito incommensurabile nei confronti dei lavoratori, spesso vittime sacrificali di un modo alle volte dissennato di produrre, senza rispetto per l'uomo, per la dignità della persona umana e per una delle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, l'articolo 41, comma secondo, secondo il quale l'iniziativa economica «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Russo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli senatori, tutti noi sappiamo che il fenomeno delle morti bianche parte da molto lontano e che, nonostante gli interventi legislativi finora posti in atto, il problema non solo non è stato risolto, ma presenta percentuali davvero allarmanti. Purtroppo all'Italia resta il primato delle vittime sul lavoro in Europa: in altri Paesi si registra un calo sensibile delle percentuali di infortuni, nel nostro Paese non siamo riusciti a raggiungerle. Ecco perché siamo favorevoli all'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni, ma di una Commissione di inchiesta vera, attenta.

Prima di approfondire più da vicino la proposta di inchiesta, è opportuno ricordare a noi stessi alcuni dati imprescindibili che attengono alla problematica in esame. In Germania, ad esempio, il numero delle vittime è quasi dimezzato, riducendosi del 48,3 per cento ed anche in Spagna si è registrata una diminuzione del 33,64 per cento, mentre in Italia il decremento si attesta intorno al 25 per cento. Purtroppo, complessivamente, noi raggiungiamo la cifra di un milione l'anno di incidenti sul lavoro con migliaia di vittime, senza considerare i lavoratori in nero. Quindi, si tratta di una vera e propria strage che ogni giorno riempie le prime pagine dei giornali più autorevoli lasciando un vuoto incolmabile nelle famiglie delle vittime e nelle nostre coscienze.

A questo punto una domanda dovrebbe nascere spontanea in ognuno di noi: che cos'è un incidente? Normalmente si considerano tali gli eventi che sfuggono al dominio dell'uomo. In questo caso, accettare tale definizione sarebbe falso, e lo sarebbe per tutto quello che abbiamo cercato di fare anche nella precedente legislatura. Io ero alla Camera, e votammo prima di luglio una legge che doveva dare tanta attenzione e tanti benefici a chi doveva controllare e vigilare su quello che invece oggi purtroppo accade quotidianamente, proprio perché non c'è il rispetto di una legge.

Venendo all'articolato, non voglio entrare adesso in una discussione sul merito, ma ho letto delle cose che in questo momento mi fanno riflettere, così come fanno riflettere noi dell'Italia dei Valori e i cittadini che ascoltano questo dibattito.

Si prevede che la Commissione sia composta da venti senatori: ebbene, io sarò attento a queste nomine, a verificare quante di queste persone saranno rappresentanti di alcune categorie che magari non sono lì per porre quell'attenzione che noi chiediamo, che chiede tutta la gente, a partire da chi piange le persone che sono morte per una disattenzione e di cui oggi non ci si ricorda. La mia prima attenzione sarà dunque per la composizione della Commissione.

Noi abbiamo chiesto (anche la collega Carlino tra poco lo dirà) un'aggiunta all'articolo 3, comma 1. Noi chiediamo che dopo la lettera c) venga inserita la lettera c-bis) secondo la quale la Commissione dovrebbe indagare su «la dimensione del fenomeno degli infortuni lavoro, con particolare riferimento all'impiego di lavoratori senza regolare permesso di soggiorno, avendo riguardo alla loro maggiore esposizione al rischio ed alla loro minor tutela legislativa». Anche qui, cari colleghi, parliamo ormai da anni di caporalato e di tante altre cose. Pensiamo anche alla discussione di oggi, al fatto di creare una Commissione: noi continuiamo a vedere, come ad esempio nel caso del Lazio (anche la trasmissione "Report" lo ha riportato un po' di tempo fa ma non troppo, alcuni mesi fa), che esistono ancora i caporalati, che esiste ancora questa «merce umana» che è messa a disposizione, rappresentata dai disperati, dagli immigrati che vengono presi e mandati senza una regola nei cantieri; ecco, noi dobbiamo concentrarci su questo perché la carne da macello è carne umana ed è da rispettare. Su questo aspetto occorre compiere delle riflessioni. Che cosa vogliamo fare?

L'articolo 3 del provvedimento fa riferimento all'incidenza complessiva del costo degli infortuni sulla finanza pubblica, nonché sul Servizio sanitario nazionale. Già nel corso della precedente legislatura avevo proposto l'istituzione di un fondo di solidarietà, cari colleghi, che comportava una spesa a carico nostro, corrispondente allo 0,75 per cento, in favore delle vittime di gravi infortuni sul lavoro, della strada e del dovere. Ho ripresentato questo disegno di legge per un senso di responsabilità verso quelle famiglie che piangono i loro morti e che purtroppo in quel mese, in quei due mesi, sono disperate e non hanno ancora ben capito che mancherà nel futuro un sostegno economico. La proposta dell'istituzione di questo Fondo di solidarietà deve essere letta con attenzione perché potrebbe riguardare anche uno di noi, ad esempio, un lontano parente che svolge quel lavoro e che si trova coinvolto in una tragedia simile.

Ai sensi dell'articolo 3, lettera g), la Commissione è tenuta ad accertare quali nuovi strumenti legislativi ed amministrativi siano da proporre al fine della prevenzione e della repressione degli infortuni sul lavoro. Sono anni che parliamo degli ispettori: gli ispettori non ci sono, si devono fare i concorsi. Noi abbiamo lavoratori over 40 e over 45 nel settore dell'edilizia, ma anche negli altri settori, che sono stati licenziati a causa di crisi societarie. E quelli? Si tratta di persone che devono essere utilizzate proprio per questo scopo: devono fare gli ispettori, perché sanno come intervenire dal momento che hanno visto come non si interviene in queste società. Occorre riflettere su questi articoli: ragioniamo sul da farsi e non limitiamoci alle chiacchiere o alla costituzione di una Commissione, composta da 20 persone, a tutela forse dell'impresa e non del lavoratore.

L'articolo 3, lettera h), demanda alla Commissione l'accertamento dell'incidenza sul fenomeno della presenza di imprese controllate direttamente o indirettamente dalla criminalità organizzata. Signor Presidente, signor Ministro, vi invito a leggere con attenzione il sito dell'INAIL, dove è presente una piccola frase che è importantissima: si legge che l'INAIL gode di ottima salute, avendo un corposo attivo, cioè un tesoretto annuo. I soldi di questo tesoretto - lo dice l'INAIL, non lo dico io - possono essere utilizzati per il sostegno e per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Questi fondi sono stati utilizzati? Voi l'avete letto? In Commissione ne avete discusso? Se non sono stati utilizzati, chiedo che vengano utilizzati. Chiedo al Governo di rispondere su questo argomento, poiché si tratta di un quesito importante. Se il Governo non l'ha letto, deve leggere cosa dice l'INAIL. Ci sono dei fondi, li abbiamo messi a disposizione oppure no? Il Governo e le Commissioni devono rispondere su questo tema.

L'articolo 4 contiene poi una disposizione che mi fa riflettere e fa riflettere i cittadini e l'Italia dei Valori. Nel nostro DNA ci sono i costi della politica e tale articolo, al comma 2, recita: «Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite nel limite massimo di 150.000 euro per ciascun anno di durata della Commissione di inchiesta». Dal momento che ci sono imprese che fino a oggi sono state sanzionate per mancato rispetto delle regole e che, per i soliti cavilli, non hanno ancora pagato, perché quei 150.000 euro devono essere a carico dello Stato e non a carico di queste imprese o di quelle che invitano attraverso l'istituto del caporalato a prendere delle persone? Tutte queste imprese non vengono penalizzate ma tutelate. Si piangono ancora i morti. Su questo bisogna riflettere.

Noi dobbiamo riflettere: ci sono i finanziamenti? Ci sono i fondi, signori rappresentanti del Governo? Utilizziamoli. Riflettete sui fondi dell'INAIL e ragionate sulla possibilità di far pagare, non allo Stato, ma a chi delinque. Chi dobbiamo tutelare - lo abbiamo detto e forse anche Confindustria lo pensa ma non lo dice - sono le persone che vanno a lavorare, mentre le imprese sono da penalizzare. Quei soldi servono anche per far capire loro cosa non devono fare: non devono bypassare una legge o, come è stato in luglio, non applicarla. Approvare una legge e non applicarla, infatti, provoca migliaia di vittime e di incidenti e lo Stato nazionale deve pagare chi finisce su una sedia a rotelle e chi rimane senza lavoro.

Ecco, signor Presidente, vorrei un'attenta riflessione su questo punto, perché stiamo parlando della vita di esseri umani, di persone che piangono ogni giorno e vogliono ascoltare questo da noi, non vogliono una Commissione di venti persone che riempiono le poltrone magari a tempo illimitato, come avete previsto nel provvedimento. La risposta va data con gli esempi e dobbiamo essere noi per primi a darli, perciò dobbiamo tutelare e non ingrandire una Commissione prolungando il suo mandato all'infinito. La risposta va data non a noi, bensì a quelle persone che oggi stanno piangendo. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.

SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, signori del Governo, signore senatrici e signori senatori, anch'io ho scorso i dati pubblicati dall'INAIL nel suo sito Internet: i morti sul lavoro nel 2007 sono stati 1.260 e gli infortuni 913.500. Questo ci dicono i dati ufficiali, come già annunciato da coloro che sono intervenuti prima di me.

Il costo sociale degli infortuni sul lavoro in Italia, calcolato dall'INAIL per l'anno 2005, ammonta a quasi 45,5 miliardi di euro (senza contare il costo delle vite perdute), pari a circa il 3,21 per cento del prodotto interno lordo. Nello specifico, i costi assicurativi sono stati solo 11.760.000.000 di euro, a fronte di 14.377.000.000 di euro per gli interventi e i dispositivi di prevenzione. Infine, per le altre spese legate ai danni da lavoro, che vanno, ad esempio, dal tempo impiegato dai colleghi delle vittime per il loro soccorso all'addestramento dei sostituti, dai guasti alle macchine alla perdita d'immagine da parte dell'azienda, si sono bruciati complessivamente oltre 19 miliardi di euro. Sappiamo che sette imprese su cento registrano ogni anno almeno un incidente e ci sono lavoratori, come nel settore dei metalli, delle costruzioni e dell'agricoltura, che sono particolarmente esposti.

Negli ultimi cinquant'anni le morti bianche in Italia sono comunque notevolmente e contestualmente diminuite; anche rispetto al 2006 si riscontra, per quanto riguarda i decessi, un calo: il trend è in questo senso. Ciò va sicuramente attribuito, più che a una legislazione efficace ed attenta, a una mentalità che si è fatta largo in tutti i soggetti che hanno responsabilità: lo Stato per i controlli, le aziende per l'applicazione di comportamenti un po' più virtuosi, i sindacati per la maggiore attenzione che viene posta in materia di sicurezza nella gestione quotidiana dei contratti di lavoro. Certo, siamo ancora lontani dall'autosufficienza e ci sono zone grigie nel lavoro nero e sommerso dove non si denunciano gli infortuni: ciò rende le statistiche assolutamente meno attendibili.

Provengo da una Regione piccola, agricola, composta da un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese e qualche multinazionale dove, purtroppo, gli incidenti avvengono. So quanti infortuni non vengono denunciati nelle aziende familiari che operano in questo settore. La mia Regione, l'Umbria, in proporzione al numero dei suoi abitanti ha il numero più alto di morti sul lavoro. È per questo che mi sento particolarmente attirata, attratta, motivata da questo problema ed è per questo che ho chiesto di far parte della Commissione lavoro, perché mi pare importante capire (come ha detto prima il Ministro), approfondire, comprendere per prevenire e far cessare l'equazione: «morire per lavorare» che penso - da imprenditore quale sono - sia indispensabile perseguire.

Credo di poter dire che la Commissione d'inchiesta che sarà istituita non debba andare a puntare il dito; chi mi ha preceduto puntava il dito, ma non serve a niente, caro collega. Tutti i soggetti sanno che il costo sociale degli incidenti o delle morti bianche non vale il risparmio che il singolo può ottenere diminuendo gli standard di sicurezza. Il Testo unico recentemente approvato dovrà essere migliorato, a mio avviso, approfondito, puntualizzato, limato e reso attuabile secondo criteri di efficienza e di efficacia e privi delle demagogie di cui è intriso. A mio avviso così deve essere, prima di essere messo alla prova, essere inserito nella contrattazione collettiva, applicato dalle imprese, controllato dallo Stato, secondo un ritrovato spirito di collaborazione tra i soggetti nell'ottica del prevenire anziché del reprimere, perché il fine da perseguire è la scomparsa (appunto, come ho già detto prima) dell'equazione "morire per lavorare".

Noi abbiamo l'obbligo di capire, infatti, quali sono i meccanismi che determinano gli incidenti e proporre interventi mirati. Condivido pienamente quanto ha detto poc'anzi il ministro Sacconi. Bisogna infatti che tutte le parti sociali lavorino insieme concordemente per realizzare il massimo contrasto al fenomeno. È importante proporre interventi mirati, chiedere l'educazione e la formazione dei lavoratori per evitare le stragi ripetute che hanno colpito il mondo del lavoro ed il Paese. Anche le modalità di soccorso reciproco sono sicuramente mirevoli, distinte; hanno fatto parte di una forma di solidarietà che però in certi casi ha prodotto tragedie, ha determinato altri dolori, ha ampliato l'effetto dell'incidente.

Dobbiamo capire perché i due terzi degli infortuni mortali si verificano nelle imprese fino a 15 addetti. Credo che molto si potrà fare anche con una azione finanziaria a favore della sicurezza, sostenendo le imprese nel supportare i costi aggiuntivi necessari perché entrino a regime nel prevenire e nel controllare per impedire: dico "impedire".

Come dicevo, puntare il dito non serve. Bisogna veicolare l'idea che la sicurezza dei lavoratori non è terreno di scontro tra le parti ma argomento di azione comune e sinergia, nella ricerca della tutela del bene, di un bene, la vita e la salute delle persone che stanno al centro anche dell'attività produttiva. Questo è quello che conta: saggiare la situazione del Paese, fornire indicazioni ulteriori per aumentare le garanzie e incamminarci verso un modello di sviluppo che non metta più in conto la morte o l'infortunio per chi lavora.

Grazie al supporto dei dati, che la Commissione saprà fornire, che spero tutti insieme con il nostro lavoro sapremo dare come apporto a chi poi puntualizzerà con l'azione legislativa il problema, porgo l'augurio che possa svilupparsi un messaggio culturale nuovo che coinvolga con il mondo del lavoro e delle imprese anche e soprattutto tutta la società nazionale. Credo che gli incidenti sul lavoro siano un fenomeno da affrontare anche da un punto di vista culturale e collettivo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e del senatore Astore).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valli. Ne ha facoltà.

VALLI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, l'ultimo rapporto INAIL sugli infortuni sul lavoro ci dice che gli infortuni annualmente denunciati sono poco meno di un milione, di cui mortali tra i 1.200 e i 1.300. Si è, dunque, registrato un decremento, ma irrisorio rispetto all'entità del fenomeno. Nel periodo 2004-2006 si è passati da un totale di infortuni pari a 966.729 a 927.998 e da un totale di 1.328 casi mortali nel 2004 a 1.302 nel 2006. A questi dati devono aggiungersi gli infortuni che si verificano nel lavoro nero che l'INAIL stima in circa 200.000 l'anno.

I dati, pertanto, sono tutt'altro che confortanti. Dagli stessi, peraltro, emerge che l'85 per cento degli infortuni sul lavoro deriva prevalentemente da condotte soggettivamente inadeguate nei luoghi di lavoro, più che da carenze strutturali, il che conferma quanto da noi della Lega è sempre stato sostenuto, soprattutto nella scorsa legislatura in occasione della discussione ed approvazione della legge n. 123 del 2007, concernente l'adozione di un testo unico in materia di sicurezza del lavoro.

Meno demagogia e più prevenzione, meno vessazione e più formazione! Crediamo, infatti, che il problema principale non sia tanto da ricercare nella mancanza di norme garantiste, bensì nella difficoltà di tradurre il complesso normativo in concrete e reali tutele sui luoghi di lavoro.

Il recente decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, attuativo per l'appunto della legge n. 123 del 2007, può considerarsi come un'occasione mancata: avrebbe dovuto significare un passo in avanti nella tutela dei lavoratori sui luoghi di lavoro attraverso certezze, semplificazioni burocratiche, ispirandosi a logiche innovative di prevenzione e formazione continua, informazione, consulenza e integrazione fra i veri organismi preposti alla vigilanza (ASL, INAIL, ispettori del lavoro). Invero l'unico carattere innovativo che può riscontrarsi nel testo di certo non contribuisce a diminuire il numero degli incidenti e a migliorare le condizioni di sicurezza sui luoghi di lavori: è un eccessivo inasprimento dell'apparato sanzionatorio che non tiene conto del criterio di proporzionalità tra adempimenti formali e sostanziali. Basti pensare che se il datore di lavoro nomina il medico competente, ma dimentica di indicarne il nominativo nel documento di valutazione rischia di incorrere in una sanzione penale fino a 15.000 euro o ancora che l'elaborazione del documento di valutazione dei rischi senza la preventiva consultazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza comporta una sanzione penale fino a 15.000 euro.

È un provvedimento pieno di adempimenti burocratici, comunicazioni preventive, trasmissioni di documenti, convocazioni di incontri, percorsi che nulla hanno a che vedere con la formazione sul campo e a tavolino, strada obbligatoria per una concreta conoscenza dei rischi e una reale tutela del lavoratore.

Per questi motivi, cari colleghi senatori, siamo d'accordo sulla necessità di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e con particolare riguardo alle cosiddette morti bianche, con l'auspicio che la medesima non si limiti a svolgere un ruolo puramente notarile, bensì di monitoraggio rispetto all'applicazione della normativa vigente e alla sua incisività e che sia propositiva nel colmare le lacune e l'inefficacia della legislazione stessa. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).