RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17).
Si dia lettura del processo verbale.
BONFRISCO, segretario dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 18 giugno.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE.Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,07).
Sui lavori del Senato
Commissioni bicamerali e Delegazioni di Assemblee parlamentari, convocazione
PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo, riunitasi questa mattina, ha approvato modifiche al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al prossimo 10 luglio.
Nella seduta antimeridiana di domani sarà avviata la discussione generale sul disegno di legge di conversione del decreto-legge in materia fiscale e di proroga termini. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato prorogato alle ore 19 di giovedì 3 luglio.
Sempre nel corso della seduta antimeridiana di domani avrà luogo la deliberazione dell'Assemblea per la costituzione in giudizio del Senato per resistere in un conflitto di attribuzione relativo a un caso di insindacabilità.
Nella seduta antimeridiana di giovedì 26 sarà discussa la mozione De Castro ed altri sulla salvaguardia e valorizzazione della dieta mediterranea. Dopo l'illustrazione, i Gruppi potranno intervenire per venti minuti ciascuno, comprensivi di interventi in discussione generale e dichiarazione di voto.
Nel pomeriggio di giovedì 26 si svolgeranno, con ripresa diretta televisiva e con le consuete modalità, interrogazioni a risposta immediata al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, sui seguenti temi: conservazione autologa dei cordoni ombelicali e attività ispettiva del Ministero nei settori con presenza di contratti stagionali e a termine.
La prossima settimana l'Assemblea non terrà seduta al fine di consentire alla Commissione bilancio e alle altre Commissioni permanenti di esaminare il Documento di programmazione economico-finanziaria, nonché i decreti-legge di rispettiva competenza non appena trasmessi dalla Camera dei deputati. Le Commissioni dovranno esprimere entro le ore 14 di mercoledì 2 luglio i propri pareri sul DPEF alla 5a Commissione permanente, che ne concluderà l'esame in tempo utile per riferire all'Assemblea nella seduta antimeridiana di martedì 8 luglio.
Pertanto l'Assemblea riprenderà i propri lavori martedì 8 luglio alle ore 11, con due sedute, antimeridiana e pomeridiana, dedicate alla discussione del DPEF, per la quale si è proceduto alla ripartizione dei tempi tra i Gruppi. La seduta pomeridiana potrà proseguire anche oltre il normale orario di chiusura, fino alla votazione della risoluzione accolta dal Governo. Gli emendamenti a quest'ultima dovranno essere presentati entro un'ora dall'espressione del parere favorevole da parte del rappresentante del Governo. Nel frattempo la seduta potrà essere sospesa per un'ora, salvo diverso accordo con i Gruppi.
Nella restante parte della settimana proseguirà la discussione del decreto-legge in materia fiscale e di proroga termini. Saranno quindi esaminati il decreto-legge recante disposizioni urgenti per l'adeguamento delle strutture di Governo, già approvato dal Senato, ove modificato e trasmesso in tempo utile dalla Camera dei deputati, nonché il decreto-legge sull'emergenza rifiuti in Campania, al momento in corso di discussione presso la Camera dei deputati.
Nella seduta antimeridiana di mercoledì 9 luglio, alle ore 12, si effettuerà la votazione per l'elezione dei nove componenti effettivi e nove supplenti della delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa-UEO, mediante votazione elettronica a scrutinio segreto su liste formate su designazione dei Gruppi.
Nel pomeriggio di giovedì 10 luglio saranno poste all'ordine del giorno - sempre con diretta televisiva - interrogazioni a risposta immediata al Ministro dello sviluppo economico su due argomenti che verranno segnalati dai Gruppi.
Avverto infine che domani, alle ore 14,30, sono convocate per la propria costituzione la Commissione di vigilanza RAI e la Commissione bicamerale infanzia, nella sede di Palazzo San Macuto. Inoltre, giovedì 26 si procederà alla costituzione delle delegazioni OSCE, NATO e INCE, secondo i seguenti orari: delegazione Assemblea parlamentare OSCE, alle ore 14,15, presso il Senato della Repubblica; delegazione Assemblea parlamentare NATO, alle ore 14,45, presso il Senato della Repubblica; delegazione Assemblea parlamentare INCE, alle ore 15,15, presso la sede di Vicolo Valdina.
Calendario dei lavori dell'Assemblea
PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi questa mattina, con la presenza dei Vice Presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - modifiche al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori dell'Assemblea fino al 10 luglio 2008:
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Martedì |
24 |
giugno |
pom. |
h. 17-20,30 |
- Doc. XXII, n. 6, Tofani ed altri - Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro - Informativa del Ministro del lavoro sul tema della sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento al tragico incidente verificatosi a Mineo
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Mercoledì |
25 |
giugno |
ant. |
h. 9,30-13,30 |
- Avvio discussione generale disegno di legge n. 735 - Decreto-legge n. 97, in materia fiscale e di proroga termini (Presentato al Senato; voto finale entro il 4 luglio - scade il 2 agosto) - Deliberazione per la costituzione in giudizio del Senato per resistere in un conflitto di attribuzione (mercoledì 25, ant.) - Mozione n. 9, De Castro ed altri, per la salvaguardia e la valorizzazione della dieta mediterranea (Procedimento abbreviato, ex articolo 157 del Regolamento) (Nel corso della seduta di giovedì 26, ant.) |
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pom. |
h. 16,30-20,30 |
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Giovedì |
26 |
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ant. |
h. 9,30-14 |
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Giovedì |
26 |
giugno |
pom. |
h. 16 |
- Interrogazioni a risposta immediata ex articolo 151-bis del Regolamento, al Ministro del lavoro, salute e politiche sociali su:
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Il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl n. 735 (Decreto-legge in materia fiscale e di proroga termini) è prorogato alle ore 19 di giovedì 3 luglio.
Nel periodo 1°-3 luglio, l'Assemblea non terrà seduta, al fine di consentire alla 5a Commissione e alle altre Commissioni permanenti di esaminare il DPEF, nonché i decreti-legge di propria competenza trasmessi dalla Camera dei deputati.
Le Commissioni dovranno esprimere i propri pareri sul DPEF entro le ore 14 di mercoledì 2 luglio. La 5a Commissione permanente dovrà concluderne l'esame in tempo utile per riferire all'Assemblea nella seduta antimeridiana di martedì 8 luglio.
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Martedì |
8 |
luglio |
ant. |
h. 11-14 |
- Doc. LVII, n. 1 - Documento di programmazione economico-finanziaria (martedì 8, ant. e pom.) - Seguito disegno di legge n. 735 - Decreto-legge n. 97, in materia fiscale e di proroga termini (Presentato al Senato - scade il 2 agosto) - Votazione per l'elezione dei nove componenti effettivi e nove supplenti della delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa - UEO (Votazione elettronica a scrutinio segreto) (mercoledì 9, ore 12) - Disegno di legge n. 585-B - Decreto-legge n. 85, su adeguamento strutture di Governo (Approvato dal Senato, ove modificato e trasmesso in tempo utile dalla Camera dei deputati) (Scade il 15 luglio) - Disegno dio legge n. ... - Decreto-legge n. 90, sull'emergenza rifiuti Campania (Ove trasmesso dalla Camera dei deputati) (Scade il 22 luglio) |
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pom. |
h. 16 |
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Mercoledì |
9 |
" |
ant. |
h. 9,30-13,30 |
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" |
" |
pom. |
h. 16,30-20,30 |
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Giovedì |
10 |
" |
ant. |
h. 9,30-14 |
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Giovedì |
10 |
luglio |
pom. |
h. 16 |
- Interrogazioni a risposta immediata ex articolo 151-bis del Regolamento al Ministro dello sviluppo economico - Interpellanze e interrogazioni |
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Gli emendamenti alla risoluzione accolta dal Governo sul DPEF potranno essere presentati entro un'ora dall'espressione del parere favorevole da parte del rappresentante del Governo.
Il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge n. 585-B (decreto-legge adeguamento strutture di Governo) sarà stabilito dal Presidente in relazione ai tempi di trasmissione dalla Camera dei deputati.
Gli emendamenti al disegno di legge di conversione del decreto-legge sull'emergenza rifiuti in Campania dovranno essere presentati entro le ore 19 di giovedì 3 luglio.
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 735
(Decreto-legge in materia fiscale e di proroga termini)
(6 ore, escluse dichiarazioni di voto)
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Relatore |
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30' |
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Governo |
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30' |
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Votazioni |
1 h. |
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Gruppi 4 ore, di cui: |
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PdL |
1 h. |
14' |
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PD |
1 h. |
04' |
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LNP |
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30' |
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IdV |
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25' |
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UDC-SVP-Aut |
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24' |
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Misto |
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22' |
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Dissenzienti |
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5' |
Ripartizione dei tempi per la discussione della mozione n. 9
sulla salvaguardia e la valorizzazione della dieta mediterranea
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Illustratore |
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20' |
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Governo |
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20' |
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Gruppi 20' ciascuno, comprensivi di interventi in discussione e dichiarazione di voto |
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Ripartizione dei tempi per la discussione del Doc. LVII, n. 1
(DPEF)
(6 ore e 30 minuti,
escluse
dichiarazioni di voto)
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Relatore di maggioranza |
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20' |
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Relatore di minoranza |
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20' |
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Governo |
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20' |
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Votazioni |
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30' |
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Gruppi 5 ore, di cui: |
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PdL |
1 h. |
33' |
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PD |
1 h. |
20' |
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LNP |
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37' |
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IdV |
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31' |
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UDC-SVP-Aut |
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30' |
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Misto |
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27' |
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Dissenzienti |
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5' |
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. ...
(Decreto-legge emergenza rifiuti in Campania)
(7 ore, escluse dichiarazioni di voto)
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Relatore |
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30' |
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Governo |
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30' |
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Votazioni |
1 h. |
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Gruppi 5 ore, di cui: |
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PdL |
1 h. |
33' |
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PD |
1 h. |
20' |
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LNP |
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37' |
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IdV |
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31' |
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UDC-SVP-Aut |
|
30' |
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Misto |
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27' |
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Dissenzienti |
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5' |
Inversione dell'ordine del giorno
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, in relazione alla presenza in Aula del ministro Sacconi, propongo l'inversione dell'ordine del giorno, nel senso di passare immediatamente all'informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali sul tema della sicurezza sul lavoro.
I Gruppi parlamentari sono stati già avvisati.
Poiché non si fanno osservazioni, così rimane stabilito.
Informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali sul tema della sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento al tragico incidente verificatosi a Mineo e conseguente discussione (ore 17,13)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali sul tema della sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento al tragico incidente verificatosi a Mineo».
Dopo l'intervento del Ministro, ciascun Gruppo avrà a disposizione cinque minuti.
Ha facoltà di parlare il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, senatore Sacconi.
SACCONI, ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli senatori, mi è stata richiesta un'informativa sulle politiche che intendiamo adottare per promuovere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, avendo innanzitutto a riferimento il tragico infortunio di Mineo, in provincia di Catania.
Ricordo che a Mineo, durante i lavori di pulitura di alcune vasche attinenti ad un depuratore fognario, decedevano sei prestatori d'opera, dei quali quattro dipendenti comunali e due dipendenti della Carfì Servizi ecologici. Come ci hanno riferito i Vigili del fuoco ed i funzionari dell'Azienda sanitaria locale di Catania, questi lavoratori erano tutti impegnati nelle operazioni di spurgo di una tubazione di collegamento tra la vasca di decantazione e quella di raccolta dei liquami e presumibilmente sono deceduti in seguito ad un improvviso getto di liquame e fango immesso ad alta pressione, circa 150 litri al secondo, all'interno della vasca di decantazione. Questa azione meccanica, accompagnata dalla formazione di gas pesanti, quali acido solfidrico e metano, avrebbe causato la perdita di coscienza e quindi l'asfissia da annegamento dei lavoratori.
In questo caso, ci sarebbe una sostanziale sottovalutazione del livello di rischio a cui quei lavoratori erano effettivamente esposti, probabilmente però determinata, per la maggior parte di essi, da un impulso di generosità.
Il mancato impiego dei dispositivi di protezione individuale, come la mancata adozione di modalità di intervento in situazioni di emergenza, si ritrovano in molti degli infortuni del nostro Paese che potremmo definire di natura comportamentale. Anzi, secondo un'attività di sorveglianza sugli infortuni mortali o gravi che realizza l'ISPESL, addirittura il 60 per cento degli infortuni si ricondurrebbe ad errori di procedura. Ciò non significa, ovviamente, una colpa del lavoratore: al contrario, evidenzia quanto importante sia l'investimento dell'impresa, e delle funzioni pubbliche in generale, nella formazione, nell'informazione e in tutte quelle attività che consentono di prevenire il determinarsi di una condizione di rischio, e soprattutto di un rischio tale che può condurre ad un danno grave per la salute o per la vita del lavoratore.
Ricordo che noi abbiamo una dimensione degli infortuni nel lavoro, soprattutto di quelli di tipo mortale, che nel corso del dopoguerra ha registrato un andamento variegato. Questa dimensione è salita rapidamente dopo il conflitto, fino al 1963, quando ha raggiunto il suo apice con oltre 4.000 decessi, in relazione all'intensiva industrializzazione che ha portato molte persone dalle campagne all'industria, senza adeguata preparazione e formazione e in ambienti produttivi che non erano dotati di tutte le opportune tecnologie utili a prevenire il danno per il lavoratore. Successivamente, l'aggiornamento della legislazione, gli obblighi che questa prevedeva e anche l'intensificarsi delle forme di controllo sociale hanno determinato una caduta anche verticale degli infortuni più gravi, che dai quasi 4.500 di allora si sono stabilizzati negli ultimi anni, con tendenza a scendere (con l'unica eccezione del 2006), attorno agli attuali 1.200. Se consideriamo i dati Eurostat e se guardiamo alla cosiddetta frequenza infortunistica, questi numeri si collocano sostanzialmente nella media dell'Unione europea.
Deve tuttavia indurci a riflessione il fatto che, dopo quella fase positiva di significativa riduzione degli infortuni mortali e più gravi, sembra esserci uno zoccolo duro da aggredire, il quale - come ho detto - segnala anche un andamento discendente: segnala infatti, nonostante tutto e al di là degli eventi che ci hanno anche recentemente doverosamente emozionato, un incremento evidentemente delle attività positive che intervengono per la sicurezza dei luoghi di lavoro, ma, allo stesso tempo, una insufficienza degli strumenti sin qui impiegati. Non dimentichiamo qual è la caratteristica della nostra struttura produttiva: l'alta dimensione dell'economia sommersa, la presenza di diffuse micro e piccole attività di impresa, l'incidenza significativa dell'edilizia e la presenza ancora di adeguati livelli occupazionali in agricoltura. Non dimentichiamo, infine, che circa il 50 per cento degli infortuni mortali avviene su strada o perché sono in itinere o perché sono riferiti ad attività lavorativa sulla strada.
Tutte queste caratteristiche richiedono un adeguamento dei modi con i quali contrastare questo odioso fenomeno. È per questa ragione che, immediatamente dopo l'infortunio di Mineo, mi sono permesso di accelerare un percorso che avevamo già individuato, convocando le parti sociali per ipotizzare con esse e con le Regioni un piano straordinario di interventi rivolto proprio ad andare oltre quella che è stata la caratteristica principale della nostra strumentazione rivolta alla salute e alla sicurezza nel lavoro.
Sin qui, infatti, noi abbiamo fatto prevalere un approccio formalistico, caratterizzato cioè da una sedimentazione progressiva di norme che richiedono adempimenti formali sostenuti da sanzioni. Lo stesso recente Testo unico, che ha svolto un lodevole lavoro compilativo (riunendo cioè tutte le disposizioni che nel tempo si sono aggiunte), è tuttavia apparso poco innovativo e ha semmai incrementato questo approccio formalistico. Eppure, proprio le caratteristiche dei nostri infortuni, l'articolazione che ho sommariamente ricordato, gli ambiti produttivi nei quali più si manifestano, l'origine compartimentale della gran parte degli infortuni ci dicono, come scriveva Marco Biagi nel suo Libro bianco, che occorre sostituire a un approccio prevalentemente formalistico, incentrato su regole ed adempimenti, un approccio più sostanziale, che proceda per obiettivi.
Mi sono permesso di chiedere alle parti sociali - e lo chiedo anche a voi - se non esista una soglia oltre la quale la richiesta di adempimenti formali, sostenuti da robuste sanzioni, non finisca col produrre l'effetto opposto di distogliere l'attenzione dall'approccio sostanzialista, da tutto ciò che crea sicurezza nei luoghi di lavoro, perché prevale nell'impresa la preoccupazione del rispetto degli adempimenti formali, soprattutto quando questi sono collegati a fortissime sanzioni. In tal modo, ci si mette la coscienza a posto conformandosi a tali adempimenti, ma non si realizzano quelle attività eminenti, tra cui quelle rivolte alla formazione, che consentono di irrobustire la capacità della persona di proteggersi dai rischi nel luogo di lavoro.
È doveroso porci questo tipo di quesito, posto che disponiamo di una legislazione robusta con riferimento alle regole e agli adempimenti formali, e posto che gli infortuni più gravi (dalla ThyssenKrupp al caso di Mineo) sono intervenuti in presenza e in costanza di tale legislazione. A nostro avviso, si tratta invece di andare oltre essa e di riflettere sull'approccio che dobbiamo avere.
È per questo motivo che ho proposto e propongo a voi innanzitutto di dotare le politiche pubbliche a ciò dedicate di un robusto sistema di monitoraggio, che già il Testo unico prevede nella forma di un sistema informativo nazionale, ma che Stato, Regioni e parti sociali devono condividere affinché offra quell'utile benchmarking, quell'utile misuratore articolato per territori, per dimensioni d'impresa, per merceologia, per caratteristiche degli infortuni e, soprattutto, a seconda della loro origine. Ciò al fine di mirare le azioni di contrasto e di prevenzione e, in particolare, di verificare se lungo la strada ci si muova nella direzione giusta per questa o quella patologia, in questo o in quel territorio, in questa o in quella dimensione d'impresa, in questo o in quella merceologia. Infatti, proprio un approccio sostanzialista ha bisogno di un adeguato sistema di monitoraggio.
Inoltre, ho proposto alle Regioni, che pure sono incaricate di coordinare le attività ispettive, di rafforzare l'integrazione tra le funzioni ispettive centrali, che - come sapete - in materia di salute e sicurezza si limitano all'edilizia, con le capacità molto più deboli (probabilmente non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente) in capo alle aziende sanitarie locali, impegnate peraltro in tutte le attività produttive con l'unica eccezione dell'edilizia stessa.
Penso che una riflessione più profonda debba essere effettuata anche con riferimento all'ipotesi di ricondurre alle funzioni centrali le capacità ispettive, in modo che si crei un corpo omogeneo (come la cosiddetta legge Biagi ha consentito di realizzare, riunendo cioè le funzioni interne all'INPS, all'INAIL e al Ministero del lavoro), e che tali funzioni siano quanto più esperte, come un tempo lo erano quelle poste in capo agli enti che poi sono stati oggetto di devoluzione verso le aziende sanitarie e territoriali.
Ancora, stiamo cercando di integrare la capacità formativa che deriva dallo stesso Testo unico, dalle altre fonti dell'amministrazione del Ministero del lavoro e della salute, dalle stesse parti sociali (che hanno già annunciato programmi propri), o dai loro enti bilaterali come il fondo interprofessionale per la formazione continua, in modo da concentrare una fortissima azione formativa e informativa tale da avere una massa critica e far convergere, nella rimanente parte dell'anno, tale forte attività di prevenzione, che si realizza - lo ripeto - con la formazione e l'informazione, soprattutto a combattere quegli errori di procedura e comportamentali che sembrano all'origine di molti infortuni.
Ho chiesto infine alle parti sociali di superare la lacerazione che tra di loro si è prodotta in occasione della discussione del Testo unico e che ha visto contrapporsi le organizzazioni sindacali da un lato e tutte e 15 le organizzazioni del lavoro autonomo e dell'impresa dall'altro, cioè non solo le organizzazioni degli industriali, ma anche le organizzazioni del commercio, dell'artigianato, dell'edilizia, della cooperazione (insomma, dalla Lega delle cooperative alla Confindustria), affinché le parti ritrovino quella necessaria condivisione delle regole, che è condizione perché esse possano condividerne l'applicazione.
Troppe regole rimangono sulla carta e sono ineffettive e noi abbiamo bisogno della collaborazione delle parti come un valore in sé, ai fini del drastico ridimensionamento del fenomeno infortunistico. In modo particolare, abbiamo chiesto alle parti sociali di esercitarsi in un avviso comune sulla base del seguente presupposto, ossia che ove esse diano luogo a forme collaborative, quali si realizzano già in settori come l'edilizia o l'artigianato, attraverso comitati paritetici o enti bilaterali, individuino le parti stesse quali norme del Testo unico possano essere ritenute cedevoli di fronte alla collaborazione stessa tra parti, cioè quali adempimenti, quali relativi controlli possano essere in sussidiarietà rimessi alle parti sociali e alle loro forme collaborative, nella convinzione che l'approccio sostanziale, per obiettivi, che naturalmente le parti (quando collaborano) sono portate ad assumere, possa produrre risultati molto più efficaci rispetto all'approccio formalistico che è proprio delle funzioni pubbliche, che a distanza chiedono documenti cartacei per poi effettuare attività di controllo sugli stessi.
Immaginiamo se lo stesso documento di valutazione del rischio non possa essere affidato ad un'autonoma definizione di organismi bilaterali di tipo territoriale o di tipo aziendale e, in questo caso, immaginiamo se questo documento non possa forse essere redatto in forme molto più concrete, molto più utili di quanto siano le definizioni realizzate seconde griglie astratte e rivolte alla generalità delle imprese. In questo caso, lo stesso controllo sociale, quale si produce per effetto della bilateralità, può essere molto più efficace del controllo amministrativo, che potrebbe prioritariamente rivolgersi a quella parte del sistema produttivo sottratto alle forme di controllo sociale, sottratto alle forme della collaborazione bilaterale tra le parti.
Questo, allora, non significa deregolazione della disciplina in materia di salute e sicurezza nel lavoro; ciò significa, al contrario, uscire da un freddo impianto normativo, forse esasperatamente complesso, e consentire alle parti sociali di autorganizzarsi incentivandone la collaborazione attraverso proprio la cedevolezza della norma, anche perché lo sviluppo delle forme bilaterali può essere incoraggiato più che dagli incentivi finanziari, proprio da quegli incentivi normativi che ne riconoscono l'utilità.
Anche in questo caso, allora, vi chiedo se qualcuno possa pensare che non sia utile una politica di condivisione tra le parti sociali o se sia al contrario più utile, difendendo la sacralità di quel testo e degli esasperati adempimenti che prevede, incoraggiare la lacerazione che si è prodotta tra parti sociali: io penso, ovviamente, alla prima ipotesi.
Il Governo vuole operare per un più generale modello di relazioni industriali di tipo cooperativo, che si eserciti in primo luogo con riferimento al primario diritto fondamentale nel lavoro, quello alla salute e alla sicurezza, e che proprio per questo primario diritto, troppo ineffettivo nonostante le troppe norme, oggi le parti, sempre di più, si rivelino capaci di costruire un modello sociale della effettività che non si limita quindi al formalismo giuridico. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali.
È iscritto a parlare il senatore Fosson. Ne ha facoltà.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, mi dichiaro soddisfatto delle spiegazioni fornite dal Ministro, soprattutto dell'analisi e dei provvedimenti che ha messo in atto e dei ragionamenti effettuati: la sicurezza sul lavoro è un grande problema da affrontare con logiche razionali e non emotive.
Quanto al dramma di Mineo, voglio sottolineare la superficialità con cui è stato affrontato il rischio di entrare in quella cisterna e la mancanza di formazione di chi, appena assunto, è stato mandato a lavorare senza conoscere il rischio che ciò comportava. Infine, voglio sottolineare la mancanza di vigilanza da parte di chi, conoscendo il problema, doveva informare chi non lo conosceva.
Ha ragione, signor Ministro: probabilmente, il Testo unico va attuato e integrato. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giambrone. Ne ha facoltà.
GIAMBRONE (IdV). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, con proposte e misure allarmistiche assolutamente sproporzionate e inappropriate il Governo sta contribuendo a dare un'immagine errata e distorta dei problemi del Paese.
Quando si discute di mobilitare l'Esercito nelle grandi città per mantenere l'ordine pubblico, non solo si paragona la situazione italiana a quella della Bolivia - come è stato giustamente detto - ma, soprattutto, si distoglie l'attenzione dai veri fenomeni di violenza che quotidianamente hanno luogo nel nostro territorio. Il riferimento non è soltanto alla criminalità organizzata, che spetta alla magistratura e alle forze di polizia contrastare, ma anche a quella forma di stillicidio, che ormai ha assunto le dimensioni di una vera e propria strage, che è il fenomeno delle morti sul lavoro. Non passa quasi giorno che non giunga la notizia di una disgrazia ferale in una fabbrica, in un cantiere, in un'autocisterna, in un depuratore, in una qualunque struttura produttiva. Ultimo, in ordine di tempo, l'orribile eccidio di Mineo, in Sicilia, dove sei operai hanno trovato la morte per asfissia in una vasca collegata a un impianto fognario.
Una violenza continua e feroce si consuma sui lavoratori, dal Nord al Sud, senza che le autorità competenti prendano un provvedimento per fermare questa straziante emorragia. Di lavoro si dovrebbe vivere, e invece si muore ormai con una frequenza sconcertante. Il numero delle vittime è tale che da alcuni osservatori è stato assimilato a quelle di una guerra. Morti bianche sono dette quelle sul lavoro. Sarebbe più esatto definirle nere, perché il lavoro che uccide è quasi sempre un lavoro nero, che non ubbidisce a regole, a norme di tutela: il lavoro precario, sommerso, sfruttato.
La Repubblica democratica fondata sul lavoro, di cui recita l'articolo 1 della nostra Costituzione, rischia di sprofondare in una sorta di fossa comune in cui il lavoratore ignoto, al quale per un attimo i mass media hanno prestato attenzione, verrà tumulato e dimenticato in nome della produttività.
Sulle morti bianche si stende usualmente un velario di silenzio, che solo la terribile sequenza degli ultimi infortuni, così serrata ed efferata, è riuscita a squarciare, ponendo finalmente la questione all'ordine del giorno. Ma è giusto ricordare che non si muore solo di infortuni. Nei luoghi di lavoro troppo spesso si contraggono malattie gravissime che insidiano anche l'ambiente circostante e non di rado il suicidio appare ad alcuni come l'unica via di fuga da un lavoro alienante. Un lavoro malato, ammala chi lo svolge e spesso, troppo spesso, finisce per ucciderlo. Una disumana e deregolata cultura del profitto sta degradando la dignità del lavoro e del lavoratore.
Che un lavoro mortificante sia potenzialmente mortifero, portatore di morte, non è soltanto un'evidenza filologica, ma un dato di fatto che la cronaca, con la sua crudezza, conferma puntualmente.
Le esigenze della produttività, per quanto importanti per la ripresa del Paese, non possono essere anteposte a quelle della sicurezza. In tal senso va ribadito che un aumento indiscriminato delle ore di lavoro non può che coincidere con un aumento del pericolo da parte dei lavoratori.
Non vi sono costi o guadagni che possano giustificare un tale disprezzo per la vita umana; né è ammissibile che il ricatto del mantenimento del posto, ovvero lo spettro della disoccupazione, possa essere usato come strumento per imporre l'accettazione di condizioni di lavoro pericolose e nocive alla salute.
Il rischio non può essere considerato una variabile ineludibile dell'economia, bensì un fattore da eliminare o ridurre al minimo con misure e controlli efficaci, a partire da un potenziamento e una maggiore responsabilizzazione degli ispettori del lavoro, da una loro più concreta e affidabile azione di contenimento delle violazioni delle norme di sicurezza. È auspicabile, in questa direzione, che la Confindustria preveda l'espulsione dei suoi associati che non adempiano alle norme di sicurezza del lavoro.
D'altronde, un'economia «a rischio», funestata da lutti in un modo così ricorrente e barbaro, non può essere un'economia competitiva, cioè in grado di rispondere alle domande di innovazione e professionalità che oggi pone il mercato internazionale.
La passata legislatura, proprio in conclusione del suo mandato, aveva risposto all'emergenza sicurezza e alle sollecitazioni che venivano dal mondo del lavoro e dallo stesso presidente Napolitano con un decreto attuativo della legge n. 123 del 2007 sull'infortunistica. Forse non era una misura sufficiente, ma il nuovo Governo Berlusconi sembra del tutto sordo al problema, benché esso diventi sempre più drammatico e richieda urgenti e adeguati provvedimenti. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mauro. Ne ha facoltà.
MAURO (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, innanzitutto voglio esprimere, a nome mio e di tutto il Gruppo Lega Nord Padania, la massima vicinanza ai familiari delle vittime, a tutte le famiglie colpite da lutti dovuti ad incidenti sul lavoro.
È diventata, infatti, ormai una tragica e insopportabile realtà l'avvicendarsi di notizie riguardanti lavoratori che perdono la vita o rimangono feriti gravemente mentre svolgono il loro lavoro. Ciò è l'inequivocabile riprova del fatto che il decreto legislativo n. 626 del 1994 (recentemente sostituito dal testo unico delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo n. 81 del 2008, ed appena entrato in vigore), non viene mai applicato nella sua interezza. I rapporti dell'INAIL, riguardanti gli infortuni sul lavoro, indicano che ogni anno vi è almeno un milione di casi. Fra questi appare in incremento la percentuale delle donne, man mano che la loro presenza aumenta anche negli ambienti di lavoro in cui vi è un rischio più alto.
Il ripetersi di questi incidenti sta determinando una vera e propria emergenza sociale, una guerra silenziosa, non dichiarata, ma altrettanto orrenda, che richiama le istituzioni a intervenire per regolare, con maggiore e assiduo impegno, un mercato del lavoro non sempre rispettoso delle regole e spesso indifferente alla tutela fisica dei lavoratori. Occorrerebbe, quindi, essere più inflessibili applicando la normativa con rigore, perché già facendo questo (e sarebbe stato meglio se si fosse fatto già da tanto tempo) si sarebbero potuti evitare tanti incidenti e tante morti.
Un dato eclatante, che si rileva dall'esame della documentazione prodotta in seguito agli incidenti, è che spesso i lavoratori deceduti risultano assunti regolarmente e non si evidenziano sostanziali violazioni della normativa lavoristica o assicurativo-previdenziale. Ciò fa emergere uno degli elementi essenziali alla focalizzazione del problema, cioè la scarsa conoscenza che i lavoratori stessi hanno dei loro diritti e delle loro garanzie. Ci sono responsabilità ben chiare: da parte dei datori di lavoro, un'informazione frettolosa vista come un mero adempimento burocratico; da parte dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), un mancato controllo sul rispetto delle condizioni di lavoro previste dalla normativa.
Tutto ciò potrebbe essere almeno in parte ovviato attraverso la pianificazione di corsi di formazione, supporto e informazione ai lavoratori. Non può essere, dunque, un fenomeno circoscrivibile soltanto al lavoro sommerso, ma collocabile nella sfera molto più ampia anche del lavoro regolare e che quindi è sottoposto al controllo delle autorità competenti.
Tuttavia, non si può prescindere dal fatto che il maggior numero di infortuni appare concentrato nell'economia sommersa, fuori da ogni regola, basata sull'utilizzo e lo sfruttamento della manodopera extracomunitaria irregolare, tanto che sarebbe opportuno fare coincidere le politiche di contrasto al lavoro cosiddetto in nero e all'immigrazione clandestina con quelle mirate a realizzare condizioni di maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro.
All'interno di questo quadro, già complesso, della condizione del lavoro in Italia, si aggiunge sfortunatamente anche il basso potere d'acquisto degli stipendi e dei salari della nostra gente che, nel momento economico attuale, non riesce ad arrivare con tranquillità alla fine del mese e che cerca di fare fronte alle cresciute difficoltà economiche ricorrendo al cosiddetto doppio lavoro.
Purtroppo, ogni volta che accadono tragici episodi tutti parlano di norme in materia di sicurezza da applicare in tempi rapidissimi, ma in questo Paese di parole se ne sono dette tante, soprattutto sull'onda emotiva delle tragedie come quelle a cui abbiamo assistito in tempi recenti. Nonostante i molti dibattiti, dunque, il problema è di difficile soluzione. Adesso, senza alcun ulteriore ritardo, ci deve essere un forte impegno di tutti a far rispettare le norme già esistenti, potenziando e coordinando le attività ispettive ed incrementando le necessarie risorse economiche.
È opportuno sottolineare come, per iniziativa delle Commissioni affari costituzionali, della Commissione giustizia e dell'Esecutivo, nell'ambito del decreto-legge sulla sicurezza, dal provvedimento relativo alla sospensione dei processi siano stati esclusi i procedimenti relativi ai reati commessi in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; ciò al fine di assicurare rapidità nell'accertamento dei fatti e certezza nell'applicazione delle pene. Un segnale, questo, di come l'attuale maggioranza abbia un'intenzione specifica nella risoluzione definitiva di questo grave problema che, comunque, non ha e non può avere un colore politico.
Inoltre, credo che sia un'iniziativa apprezzabile quella di ricostituire nell'attuale legislatura la Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, ma ritengo anche che essa dovrebbe essere maggiormente operativa assumendo un ruolo più incentrato sul sostegno alla formazione. Gli adempimenti, le sanzioni e il potenziamento della struttura ispettiva previsti dalla nuova normativa potranno essere efficaci se supportati dall'impegno e dalla sensibilità dei soggetti destinatari di questi strumenti. Pertanto, appare chiaro che l'applicazione della disciplina regolatoria è subordinata anche all'acquisizione di specifici obiettivi di formazione e di informazione.
Soltanto applicando capillarmente una politica della prevenzione si potranno evitare altre morti, altre stragi, preservando così quei valori e quei princìpi per noi fondanti, tra cui quello della tutela del lavoratore e della qualità del lavoro stesso. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.
NEROZZI (PD). Signor Presidente, la tragedia di Mineo è solo l'ultima delle tragedie del lavoro che hanno sconvolto il nostro Paese. Prima si è consumato il dramma di Molfetta, prima ancora quello alla Thyssen di Torino e poi quello di tanti e tanti lavoratrici e lavoratori che muoiono in silenzio. Molti di questi sono immigrati e tanti di questi sono stati assunti il giorno in cui muoiono.
Mi sembra, ministro Sacconi, che non stiamo migliorando. Non c'è una riduzione di questo fenomeno; c'è, invece, un suo aggravamento. E allora, se ad un dato così drammatico e sconvolgente non segue uno scatto politico adeguato da parte di chi ha o dovrebbe avere la responsabilità di porre un limite a questo stillicidio, le cose non miglioreranno. Anche i richiami del Capo dello Stato quotidiani fin dalla sua elezione ci invitano a fare in fretta, ma la sua comunicazione, signor Ministro, non va in questo senso.
Dalla tragedia di Mineo sono passati quindici giorni. Giuseppe Zaccaria, Giovanni Natale Sofia, Giuseppe Palermo, Salvatore Pulici, Salvatore Tumino, Salvatore Smecca, sposati e con figli, adesso sono dei numeri e non più delle persone. I primi quattro lavoratori erano pubblici dipendenti. Appartengono a quella stragrande maggioranza di lavoratori che fanno quotidianamente il proprio dovere e che vengono troppo spesso denigrati. Lo ricordi al ministro Brunetta.
Naturalmente, è compito dei magistrati, degli inquirenti accertare le cause e le dinamiche della tragedia, anche se già all'indomani del drammatico incidente era evidente la mancanza delle minime misure di sicurezza, in particolare quelle relative agli impianti di respirazione. Compito nostro, però, non meno decisivo, è quello di assumere le decisioni legislative capaci di mettere in campo una rete di garanzie e di tutela per far sì che in Italia non si muoia più.
Come il Governo sa bene, nel corso della scorsa legislatura il Governo Prodi e, in particolare, il ministro Damiano licenziarono il Testo unico sulla sicurezza del lavoro. Purtroppo, a seguito di tale approvazione vi fu un susseguirsi di prese di posizione e di distinguo che certo non diedero un segno di forte unità su questo soggetto. Il testo parlava di un problema che lei, come Sottosegretario al Ministero del lavoro, non risolse nelle passate legislature. Mi riferisco al fatto che il diritto alla salute delle persone è un diritto che vale per tutti; non vale solo nella grande impresa e vale in maniera diversa nella piccola e media impresa. Per questo fu creato un fondo per la piccola e media impresa e lei oggi, con le sue parole un po' bizantine, ritorna a mettere in discussione questo concetto.
Quando lei parla di rimettere in discussione i formalismi, faccio presente che chi è responsabile non è un formalismo. Avere un responsabile per il rischio è una cosa che accerta le responsabilità; non la si può diluire in una commissione mista di cui non si sa chi è responsabile e che funzioni ha.
Non è possibile non ricordare le critiche di parte confindustriali. Non erano le parti a non essere d'accordo, ma la Confindustria. Condivido in pieno l'idea degli enti bilaterali e mi affascina anche la codeterminazione. C'è una cosa però che mi fa spavento e mi fa inorridire: la codeterminazione e la cogestione sulle vittime e sui morti. Lei questo oggi ha proposto in quest'Aula e questo per me è inaccettabile. (Applausi dal Gruppo PD).
Non si devono sopportare più deroghe, non si devono lanciare segnali contraddittori; non si deve in qualche modo mettere in contraddizione la sicurezza sul lavoro e i livelli occupazionali. Mettere oggi in discussione le regole significa mandare messaggi contradditori. Ci sarà sempre un imprenditore che penserà: «Ma tanto poi la legge cambia». È questo l'atteggiamento che non possiamo tollerare. Anche sul tema della deregulation dobbiamo stare attenti perchè certe riforme rischiano di incidere anche sui livelli di sicurezza. Contratti fai da te, subappalti, minori garanzie sindacali, la ricerca del lavoro straordinario, la scarsa formazione professionale rappresentano scelte che vanno in questo senso.
Le norme, quindi, esistono, e per fortuna, ma vanno applicate fino in fondo; semmai, c'è da unificare le strutture dello Stato che si occupano di questo problema e sono troppo divise tra loro; l'unificazione di tutti i settori che intervengono su questo sistema sarebbe opportuna.
Per queste ragioni siamo fortemente insoddisfatti della sua comunicazione, signor Ministro.
Termino ringraziando il presidente Napolitano per i suoi continui appelli, anche subito dopo la tragedia di Mineo. A questi appelli, però, credo non si risponda con le proposte che lei ha fatto in questa sede. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stancanelli. Ne ha facoltà.
STANCANELLI (PdL). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, siamo concordi sul fatto che le cosiddette morti bianche siano ormai un'emergenza nel nostro Paese e la sollecitudine con la quale è stata convocata una seduta appositamente dedicata al tema della sicurezza sul lavoro e con cui il Governo ha posto mano a un piano straordinario convocando le Regioni dimostrano con quanta serietà si stia affrontando la questione.
Si tratta di una questione urgente: soltanto in Sicilia, la mia Regione, dall'inizio dell'anno si contano già 43 morti, le ultime pochi giorni fa a Mineo e a Termini Imerese: 43 persone che hanno perso la vita per garantire alle loro famiglie di andare avanti. Riprendo le parole del Presidente della Repubblica: «Ora basta».
Dobbiamo avere tutti la consapevolezza che gli incidenti, mortali o meno, che si registrano ogni giorno sono soltanto la punta di un iceberg, perché potrebbero essere molti di più, considerato come vengono attuate le norme sulla tutela della sicurezza.
Condivido quanto ha avuto modo di dire il ministro Sacconi: le norme ci sono e non è detto che le troppe regole siano sufficienti a garantire la sicurezza. Lo stesso vale per le sanzioni, che però non bastano a fungere da deterrente nei confronti delle imprese, le quali, spesso, si mettono formalmente in regola con un «copia e incolla» dei piani di sicurezza che poi restano carta straccia, lettera morta, e non vengono applicati.
Allora, occorre fare un salto di qualità: rafforzare l'attività ispettiva e repressiva va bene - è ovvio - laddove è possibile. In realtà, come in Sicilia, bisogna fare i conti con lo scarso numero di ispettori (150 in tutto) ai quali si aggiungono i carabinieri dei nuclei degli ispettorati del lavoro che sono circa 80. La Regione ha annunciato di voler aumentare il numero degli ispettori di altre 200 unità: anche qui, però, i vincoli di tipo giuridico e regolamentare rischiano di far saltare anche i migliori propositi. Ma quale repressione può servire, quando, non tanto e non soltanto tra gli imprenditori, ma tra gli stessi lavoratori, la sicurezza è un concetto vago, sconosciuto, addirittura «fastidioso» perché complica i gesti e allunga i tempi delle attività lavorative?
Condividiamo, quindi, l'impostazione che il Governo vuole dare all'annunciato Piano straordinario per la salute e la sicurezza sul lavoro. Occorre puntare sulla sensibilizzazione di imprenditori e lavoratori, sull'informazione e sulla formazione. Molti progetti di formazione professionale oggi affrontano la questione della sicurezza, ma il paradosso è che la formazione riguarda spesso i disoccupati e non chi lavora già e certi codici comportamentali li ignora del tutto. Allora, bisogna intervenire sulla formazione continua e sull'informazione che raggiunga i lavoratori anche a domicilio, nei cantieri e nelle fabbriche, e che cominci a raggiungere anche i giovani, nelle scuole. Perché non introdurre il tema della sicurezza come materia scolastica almeno negli istituti tecnici?
Quanto alle imprese, l'attività di persuasione può essere vincente rispetto alla repressione: offro come spunto di riflessione al Governo l'ipotesi di misure premiali nei confronti delle imprese che applichino in maniera puntuale le norme sulla sicurezza e che convincano i dipendenti a utilizzare i presìdi individuali di sicurezza.
Deve passare il messaggio che il lavoro è importante per la promozione della dignità, della libertà economica e della realizzazione sociale della persona e per il progresso della comunità nazionale. Ma deve passare anche il messaggio più importante che si lavora per vivere e non si può morire per il lavoro. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali.
Discussione e approvazione, con modificazioni, del documento:
(Doc. XXII, n. 6) TOFANI ed altri. - Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette «morti bianche» (ore 17,54)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Documento XXII, n. 6.
La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo al relatore se intende integrarla.
CASTRO, relatore. Signor Presidente, signor Ministro, signori del Governo, onorevoli colleghi, probabilmente basterebbe ricordare con quanta intensità, qualità, determinazione e dedizione la Commissione d'inchiesta parlamentare sulle cosiddette morti bianche abbia lavorato nelle ultime due legislature per poter dire: «Sì pienamente, ricostituiamola »; e ancor più basterebbe ricordare quanto alta e quanto densa sia oggi la dimensione della gradienza sociale intorno agli infortuni e la condivisa inaccettabilità di un prezzo umano legato a 913.500 infortuni sul lavoro nel 2007 che - secondo il recentissimo aggiornamento dei dati dell'INAIL - hanno generato 1.210 morti. È un'inaccettabilità alla quale ha dato voce alta ed accorata il Capo dello Stato per approvare la piena ricostituzione di questa Commissione.
Onorevoli colleghi, credo che davanti al Senato si squaderni un'occasione straordinaria per poter dare più senso, più intensità, più autenticità all'attività di questa Commissione, per trasformare, insomma, la doverosa indignazione civile e morale in azione concreta, compiuta, dispiegata, capace di generare successo.
Ritengo che un orizzonte che preveda nel triennio una riduzione degli infortuni sul lavoro del 20 per cento sia assolutamente raggiungibile. Infatti, se leggiamo i dati con attenzione, se li leggiamo liberati da questo grumo di indignazione, ci accorgiamo che vi sono delle grandissime opportunità di intervento operativo. E lo dico, signor Presidente, onorevoli colleghi, con una sorta di deliberato e consapevole cinismo. Si tratta di una materia che genera costi al sistema per oltre 45 miliardi di euro all'anno e quindi, in qualche modo provocatoriamente, ricordo che la trasformazione in obiettivo di quella riduzione del 20 per cento significa anche un recupero di risorse per 9 miliardi di euro.
Ebbene, dicevo, quali sono le opportunità? La prima. Se leggiamo i numeri, ci accorgiamo che soltanto nel 7,6 per cento delle imprese si registra un infortunio all'anno e che soltanto nello 0,48 per cento delle aziende se ne registrano più di cinque. Questo significa che vi è una perimetrazione, una sorta di mira necessariamente destinata a raggiungere l'obiettivo, che può illuminare le nostre politiche di intervento. E se ulteriormente leggiamo i dati (elaborazioni INAIL, su dati ESAV), ci rendiamo consapevoli di come soltanto il 15 per cento degli infortuni sia determinato da un oggettivo deficit impiantistico, come tale arduo e costoso da ovviare e da rimediare, e di come invece il rimanente 85 per cento (913.500 infortuni) sia generato da inadeguata condotta soggettiva del datore di lavoro e del lavoratore.
Ma se è la perimetrazione la prima arma a nostra disposizione, la seconda è la focalizzazione sull'area così perimetrata, è la segmentazione. È ormai acquisito a livello internazionale che soltanto una segmentazione dell'intervento può garantire a questo forte efficacia. Segmentazione oggettiva e segmentazione soggettiva, colleghi. Quest'ultima è facile: le donne, i minori, i giovani a forte tasso e vocazione di mobilità, le fasce etnicamente e culturalmente connotate, le fasce contrattualmente collegate a prestazioni atipiche, da un lato, ma dall'altro le imprese nell'oggettività e nell'inquadramento merceologico della loro prestazione, della loro forma organizzativa, dei loro contenuti di processo.
Queste sono indagini che vanno assolutamente fatte e sulle quali allo stato - lo ricordava limpidamente il ministro Sacconi prima - non vi è ancora una piattaforma condivisa. Ci sono dati che vengono ancora "strattonati" tra le parti sociali. Questo accentua la densità dell'opportunità dell'intervento della Commissione parlamentare di inchiesta perché consente che essa produca un lavoro ad altissima utilità, cioè generi una piattaforma cognitiva e valutativa condivisa e accettata dalle parti per la sua autorevolezza e che possa diventare propulsore di interventi, di azioni, di piani, di programmi concreti, mirati, perimetrati, segmentati.
Un'osservazione non marginale, colleghi: oggi il sistema produttivo italiano dei beni e dei servizi è impegnato in una colossale operazione di riposizionamento competitivo nei segmenti più alti dei mercati internazionali, quelli nei quali la qualità è più immediatamente riconosciuta, apprezzata, remunerata. Orbene, questo riposizionamento necessario è possibile solo se si fonda sulla capacità di liberare un quid pluris da quel sistema integrato di intelligenza, esperienza e competenza che chiamiamo la risorsa umana. Ma, se questo è vero, come può essere vero sino in fondo se quella risorsa umana, che è il presupposto costitutivo e fondativo della capacità competitiva del nostro sistema, non è garantita, tutelata, difesa nella sua stessa incolumità ed integrità fisica? Ecco allora che il tema della lotta contro gli infortuni, contro le malattie professionali, per la sicurezza, diventa un tema di limpidezza, di schiettezza competitiva indispensabile al nostro sistema.
Una conoscenza autorevolmente determinata e quindi condivisa intorno ai dati consente anche di mirare le azioni di politica legislativa che spettano al Parlamento in collaborazione con il Governo. Pensate a quanto possa derivare da una lettura intelligente dei dati intorno alla distribuzione razionale delle competenze in ordine all'attività di prevenzione e repressione in materia di infortuni. Oggi vi sono dodici enti che convergono in modo affastellato e confuso nella gestione della medesima materia.
Pensiamo a quante politiche tariffarie potrebbero essere utilizzate sotto forma di incentivi per valorizzare i comportamenti orientati ed ispirati alla responsabilità sociale.
Pensiamo a quanto potrebbe essere razionalizzato su un tema ancora legislativamente confuso come quello delle azioni di regresso; quanto un rapporto più attivo tra durezza della sanzione verso le imprese fellone e qualità della capacità di premio del sistema potrebbe essere esplorato e portato a compimento.
Pensiamo a quanto sul terreno delle malattie professionali ancora si deve fare in materia della loro individuazione e determinazione di trattamenti più opportuni nei confronti delle malattie professionali stesse.
Pensiamo, infine, a quanto si possa fare con una politica olistica di prevenzione. Non si possono avere comportamenti sicuri in fabbrica quando si hanno comportamenti altamente insicuri a casa, quando ci si è levati, quando ci si fa il caffè, quando si è in strada per raggiungere il posto di lavoro come automobilisti. È un approccio compiuto e generale quello che va seguito.
Quindi, una grande campagna di formazione e prevenzione deve essere assolutamente attivata e può esserlo solo sulla base di quegli elementi che saranno conseguiti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta.
Riproponiamo, onorevoli colleghi, con il consenso unanime della Commissione lavoro, lo stesso impianto che ha accompagnato con successo le ultime due edizioni di questa Commissione. Ne rafforziamo la dotazione finanziaria per consentire uno svolgimento più adeguato delle sue attività; introduciamo una nuova voce che meglio consenta di mirare attraverso il processo di segmentazione le sue attività. Ma vi chiedo sinceramente che la stessa convergenza unanime, corale che si è avuta in Commissione si abbia anche in Aula perché credo che tutto il Senato, il Parlamento non possa non condividere, da un lato l'intenzione di dare un contributo alla rinascenza italiana, ma nella consapevolezza, dall'altro lato, che questa rinascenza italiana non possa essere se stessa, fedelmente e compiutamente, se non si fonda sulla civiltà del lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
PRESIDENTE. Prima di avviare la discussione generale, poiché non ha avuto luogo l'organizzazione della discussione ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento, la Presidenza, ai sensi dell'articolo 84, comma 1, del Regolamento, dispone, per consentire il rispetto del calendario, l'armonizzazione della discussione generale del provvedimento nel senso di assegnare a ciascun oratore il tempo di dieci minuti.
Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Fosson. Ne ha facoltà.
FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi, Gruppo delle autonomie e dell'UDC, siamo chiaramente d'accordo sull'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro; infortuni che nel tempo non sono diminuiti, come abbiamo appena discusso ed ascoltato su un fatto molto tragico successo recentemente.
La battaglia per il progresso è anche una battaglia di civiltà e la sicurezza nei posti di lavoro è uno dei cardini del nostro progredire e procedere. Una Commissione di inchiesta non porta certo alla soluzione definitiva del problema. Non vogliamo rispondere in modo emotivo, del momento ad un problema così grave. Vogliamo rispondere in modo razionale. E per fare questo, per risolvere un problema bisogna conoscerlo; bisogna conoscere in modo preciso le cause, i diversi risvolti del fenomeno; in quali settori avvengono gli infortuni; quanti gli infortuni in itinere; quanti dovuti a mancanza di formazione in neoassunti; quanti infortuni sono a carico dei minori, quanti dovuti a carenza di misure di sicurezza e quanti ad atteggiamenti superficiali di lavoratori che hanno trascurato di assumere quelle protezioni che erano a loro disposizione. Disporre di dati disaggregati sugli infortuni è necessario per comprendere meglio il fenomeno.
Per tutti questi motivi è quindi per noi ragionevole istituire una Commissione, per non arrivare solo ad inasprire delle sanzioni che penalizzano solo chi vuole lavorare e dare lavoro, ma soprattutto per conoscere quali informazioni dare, quale cultura della sicurezza promuovere, e questo in collaborazione tra imprese e lavoratori. Forse è necessario aumentare le ispezioni degli enti preposti, rendendole più precise e frequenti; forse occorre studiare forme di maggiore responsabilizzazione dei lavoratori; forse è possibile prevedere dei premi per chi nel tempo non ha subìto infortuni.
Siamo quindi d'accordo per iniziare un cammino di indagine serio e necessario per porre rimedio ad un dramma che non può più continuare. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signor Presidente del Senato, onorevoli senatori, signori del Governo, intervengo brevemente in questa sede che deve valutare ed approvare l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddetti morti bianche. Sono ormai due legislature - questa sarebbe la terza - che il Senato istituisce tale Commissione, la quale ha fino ad ora acquisito e fornito all'esame del Senato una serie consistente di dati, elementi di fatto, considerazioni e proposte.
La particolare delicatezza e importanza del fenomeno ha fatto in modo che in sede di Commissione di inchiesta si sia sempre proceduto con il massimo senso di responsabilità. Purtroppo, il ripetersi di gravi e gravissimi episodi nei luoghi di lavoro impone ora al Parlamento un'attenzione ancora maggiore, proprio perché è diventato intollerabile il livello oggettivo di rilevante gravità del fenomeno in questione.
Ciò che desta particolare perplessità e apprensione è il fatto che in Europa, tra tutti gli Stati dell'Unione Europea comparabili all'Italia quanto a sistema economico, sociale e produttivo, il nostro Stato è ancora quello in cui si verifica percentualmente il maggior numero di infortuni sul lavoro. Nell'ultimo triennio comparabile abbiamo in Italia un dato percentuale che si avvicina al 10 per cento in più rispetto alla media europea. Se poi teniamo in considerazione i dati statistici forniti dall'Organizzazione internazionale del lavoro o da Eurostat ci rendiamo conto di una situazione ancor più preoccupante.
Ora, se è vero che non sempre e non dappertutto i sistemi e gli organismi di controllo funzionano a dovere, è anche vero che il Parlamento non si può limitare ad esprimere il proprio, peraltro doveroso, cordoglio dopo ogni grave episodio e dopo ogni strage sul lavoro. Se preliminare è creare e aggiornare costantemente la nostra piattaforma di cognizione, fondamentale diviene giungere ad una riduzione chiara e netta degli indici di frequenza e gravità degli infortuni sul lavoro.
In questo vasto ambito non può essere dimenticato l'aspetto particolare delle malattie e delle morti cagionate dal contatto con sostanze tossiche, nocive e cancerogene trattate negli ambienti di lavoro. Ogni giorno ci vengono fornite notizie su quella che è una vera e propria piaga del nostro tempo, quella delle patologie e delle morti da amianto. Sono migliaia in Italia i lavoratori morti a causa dell'amianto. Sono decine di migliaia i lavoratori in Italia colpiti da malattie asbestocorrelate. Secondo i dati forniti dall'Organizzazione internazionale del lavoro, a causa dell'amianto muore nel mondo una persona ogni cinque minuti. Troppo spesso gli enti pubblici italiani di assistenza e previdenziali rispondono in maniera negativa o comunque non soddisfacente alle legittime richieste di equità e giustizia che provengono dai lavoratori. Troppo spesso, con rare eccezioni, nemmeno i tribunali sono in grado di dare giustizia ai lavoratori ammalati o ai parenti delle vittime da amianto.
Anche di queste morti si deve occupare la costituenda Commissione d'inchiesta, tenendo sempre ben presente che la stessa amministrazione pubblica statale ha un debito incommensurabile nei confronti dei lavoratori, spesso vittime sacrificali di un modo alle volte dissennato di produrre, senza rispetto per l'uomo, per la dignità della persona umana e per una delle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, l'articolo 41, comma secondo, secondo il quale l'iniziativa economica «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Russo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli senatori, tutti noi sappiamo che il fenomeno delle morti bianche parte da molto lontano e che, nonostante gli interventi legislativi finora posti in atto, il problema non solo non è stato risolto, ma presenta percentuali davvero allarmanti. Purtroppo all'Italia resta il primato delle vittime sul lavoro in Europa: in altri Paesi si registra un calo sensibile delle percentuali di infortuni, nel nostro Paese non siamo riusciti a raggiungerle. Ecco perché siamo favorevoli all'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni, ma di una Commissione di inchiesta vera, attenta.
Prima di approfondire più da vicino la proposta di inchiesta, è opportuno ricordare a noi stessi alcuni dati imprescindibili che attengono alla problematica in esame. In Germania, ad esempio, il numero delle vittime è quasi dimezzato, riducendosi del 48,3 per cento ed anche in Spagna si è registrata una diminuzione del 33,64 per cento, mentre in Italia il decremento si attesta intorno al 25 per cento. Purtroppo, complessivamente, noi raggiungiamo la cifra di un milione l'anno di incidenti sul lavoro con migliaia di vittime, senza considerare i lavoratori in nero. Quindi, si tratta di una vera e propria strage che ogni giorno riempie le prime pagine dei giornali più autorevoli lasciando un vuoto incolmabile nelle famiglie delle vittime e nelle nostre coscienze.
A questo punto una domanda dovrebbe nascere spontanea in ognuno di noi: che cos'è un incidente? Normalmente si considerano tali gli eventi che sfuggono al dominio dell'uomo. In questo caso, accettare tale definizione sarebbe falso, e lo sarebbe per tutto quello che abbiamo cercato di fare anche nella precedente legislatura. Io ero alla Camera, e votammo prima di luglio una legge che doveva dare tanta attenzione e tanti benefici a chi doveva controllare e vigilare su quello che invece oggi purtroppo accade quotidianamente, proprio perché non c'è il rispetto di una legge.
Venendo all'articolato, non voglio entrare adesso in una discussione sul merito, ma ho letto delle cose che in questo momento mi fanno riflettere, così come fanno riflettere noi dell'Italia dei Valori e i cittadini che ascoltano questo dibattito.
Si prevede che la Commissione sia composta da venti senatori: ebbene, io sarò attento a queste nomine, a verificare quante di queste persone saranno rappresentanti di alcune categorie che magari non sono lì per porre quell'attenzione che noi chiediamo, che chiede tutta la gente, a partire da chi piange le persone che sono morte per una disattenzione e di cui oggi non ci si ricorda. La mia prima attenzione sarà dunque per la composizione della Commissione.
Noi abbiamo chiesto (anche la collega Carlino tra poco lo dirà) un'aggiunta all'articolo 3, comma 1. Noi chiediamo che dopo la lettera c) venga inserita la lettera c-bis) secondo la quale la Commissione dovrebbe indagare su «la dimensione del fenomeno degli infortuni lavoro, con particolare riferimento all'impiego di lavoratori senza regolare permesso di soggiorno, avendo riguardo alla loro maggiore esposizione al rischio ed alla loro minor tutela legislativa». Anche qui, cari colleghi, parliamo ormai da anni di caporalato e di tante altre cose. Pensiamo anche alla discussione di oggi, al fatto di creare una Commissione: noi continuiamo a vedere, come ad esempio nel caso del Lazio (anche la trasmissione "Report" lo ha riportato un po' di tempo fa ma non troppo, alcuni mesi fa), che esistono ancora i caporalati, che esiste ancora questa «merce umana» che è messa a disposizione, rappresentata dai disperati, dagli immigrati che vengono presi e mandati senza una regola nei cantieri; ecco, noi dobbiamo concentrarci su questo perché la carne da macello è carne umana ed è da rispettare. Su questo aspetto occorre compiere delle riflessioni. Che cosa vogliamo fare?
L'articolo 3 del provvedimento fa riferimento all'incidenza complessiva del costo degli infortuni sulla finanza pubblica, nonché sul Servizio sanitario nazionale. Già nel corso della precedente legislatura avevo proposto l'istituzione di un fondo di solidarietà, cari colleghi, che comportava una spesa a carico nostro, corrispondente allo 0,75 per cento, in favore delle vittime di gravi infortuni sul lavoro, della strada e del dovere. Ho ripresentato questo disegno di legge per un senso di responsabilità verso quelle famiglie che piangono i loro morti e che purtroppo in quel mese, in quei due mesi, sono disperate e non hanno ancora ben capito che mancherà nel futuro un sostegno economico. La proposta dell'istituzione di questo Fondo di solidarietà deve essere letta con attenzione perché potrebbe riguardare anche uno di noi, ad esempio, un lontano parente che svolge quel lavoro e che si trova coinvolto in una tragedia simile.
Ai sensi dell'articolo 3, lettera g), la Commissione è tenuta ad accertare quali nuovi strumenti legislativi ed amministrativi siano da proporre al fine della prevenzione e della repressione degli infortuni sul lavoro. Sono anni che parliamo degli ispettori: gli ispettori non ci sono, si devono fare i concorsi. Noi abbiamo lavoratori over 40 e over 45 nel settore dell'edilizia, ma anche negli altri settori, che sono stati licenziati a causa di crisi societarie. E quelli? Si tratta di persone che devono essere utilizzate proprio per questo scopo: devono fare gli ispettori, perché sanno come intervenire dal momento che hanno visto come non si interviene in queste società. Occorre riflettere su questi articoli: ragioniamo sul da farsi e non limitiamoci alle chiacchiere o alla costituzione di una Commissione, composta da 20 persone, a tutela forse dell'impresa e non del lavoratore.
L'articolo 3, lettera h), demanda alla Commissione l'accertamento dell'incidenza sul fenomeno della presenza di imprese controllate direttamente o indirettamente dalla criminalità organizzata. Signor Presidente, signor Ministro, vi invito a leggere con attenzione il sito dell'INAIL, dove è presente una piccola frase che è importantissima: si legge che l'INAIL gode di ottima salute, avendo un corposo attivo, cioè un tesoretto annuo. I soldi di questo tesoretto - lo dice l'INAIL, non lo dico io - possono essere utilizzati per il sostegno e per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Questi fondi sono stati utilizzati? Voi l'avete letto? In Commissione ne avete discusso? Se non sono stati utilizzati, chiedo che vengano utilizzati. Chiedo al Governo di rispondere su questo argomento, poiché si tratta di un quesito importante. Se il Governo non l'ha letto, deve leggere cosa dice l'INAIL. Ci sono dei fondi, li abbiamo messi a disposizione oppure no? Il Governo e le Commissioni devono rispondere su questo tema.
L'articolo 4 contiene poi una disposizione che mi fa riflettere e fa riflettere i cittadini e l'Italia dei Valori. Nel nostro DNA ci sono i costi della politica e tale articolo, al comma 2, recita: «Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite nel limite massimo di 150.000 euro per ciascun anno di durata della Commissione di inchiesta». Dal momento che ci sono imprese che fino a oggi sono state sanzionate per mancato rispetto delle regole e che, per i soliti cavilli, non hanno ancora pagato, perché quei 150.000 euro devono essere a carico dello Stato e non a carico di queste imprese o di quelle che invitano attraverso l'istituto del caporalato a prendere delle persone? Tutte queste imprese non vengono penalizzate ma tutelate. Si piangono ancora i morti. Su questo bisogna riflettere.
Noi dobbiamo riflettere: ci sono i finanziamenti? Ci sono i fondi, signori rappresentanti del Governo? Utilizziamoli. Riflettete sui fondi dell'INAIL e ragionate sulla possibilità di far pagare, non allo Stato, ma a chi delinque. Chi dobbiamo tutelare - lo abbiamo detto e forse anche Confindustria lo pensa ma non lo dice - sono le persone che vanno a lavorare, mentre le imprese sono da penalizzare. Quei soldi servono anche per far capire loro cosa non devono fare: non devono bypassare una legge o, come è stato in luglio, non applicarla. Approvare una legge e non applicarla, infatti, provoca migliaia di vittime e di incidenti e lo Stato nazionale deve pagare chi finisce su una sedia a rotelle e chi rimane senza lavoro.
Ecco, signor Presidente, vorrei un'attenta riflessione su questo punto, perché stiamo parlando della vita di esseri umani, di persone che piangono ogni giorno e vogliono ascoltare questo da noi, non vogliono una Commissione di venti persone che riempiono le poltrone magari a tempo illimitato, come avete previsto nel provvedimento. La risposta va data con gli esempi e dobbiamo essere noi per primi a darli, perciò dobbiamo tutelare e non ingrandire una Commissione prolungando il suo mandato all'infinito. La risposta va data non a noi, bensì a quelle persone che oggi stanno piangendo. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.
SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, signori del Governo, signore senatrici e signori senatori, anch'io ho scorso i dati pubblicati dall'INAIL nel suo sito Internet: i morti sul lavoro nel 2007 sono stati 1.260 e gli infortuni 913.500. Questo ci dicono i dati ufficiali, come già annunciato da coloro che sono intervenuti prima di me.
Il costo sociale degli infortuni sul lavoro in Italia, calcolato dall'INAIL per l'anno 2005, ammonta a quasi 45,5 miliardi di euro (senza contare il costo delle vite perdute), pari a circa il 3,21 per cento del prodotto interno lordo. Nello specifico, i costi assicurativi sono stati solo 11.760.000.000 di euro, a fronte di 14.377.000.000 di euro per gli interventi e i dispositivi di prevenzione. Infine, per le altre spese legate ai danni da lavoro, che vanno, ad esempio, dal tempo impiegato dai colleghi delle vittime per il loro soccorso all'addestramento dei sostituti, dai guasti alle macchine alla perdita d'immagine da parte dell'azienda, si sono bruciati complessivamente oltre 19 miliardi di euro. Sappiamo che sette imprese su cento registrano ogni anno almeno un incidente e ci sono lavoratori, come nel settore dei metalli, delle costruzioni e dell'agricoltura, che sono particolarmente esposti.
Negli ultimi cinquant'anni le morti bianche in Italia sono comunque notevolmente e contestualmente diminuite; anche rispetto al 2006 si riscontra, per quanto riguarda i decessi, un calo: il trend è in questo senso. Ciò va sicuramente attribuito, più che a una legislazione efficace ed attenta, a una mentalità che si è fatta largo in tutti i soggetti che hanno responsabilità: lo Stato per i controlli, le aziende per l'applicazione di comportamenti un po' più virtuosi, i sindacati per la maggiore attenzione che viene posta in materia di sicurezza nella gestione quotidiana dei contratti di lavoro. Certo, siamo ancora lontani dall'autosufficienza e ci sono zone grigie nel lavoro nero e sommerso dove non si denunciano gli infortuni: ciò rende le statistiche assolutamente meno attendibili.
Provengo da una Regione piccola, agricola, composta da un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese e qualche multinazionale dove, purtroppo, gli incidenti avvengono. So quanti infortuni non vengono denunciati nelle aziende familiari che operano in questo settore. La mia Regione, l'Umbria, in proporzione al numero dei suoi abitanti ha il numero più alto di morti sul lavoro. È per questo che mi sento particolarmente attirata, attratta, motivata da questo problema ed è per questo che ho chiesto di far parte della Commissione lavoro, perché mi pare importante capire (come ha detto prima il Ministro), approfondire, comprendere per prevenire e far cessare l'equazione: «morire per lavorare» che penso - da imprenditore quale sono - sia indispensabile perseguire.
Credo di poter dire che la Commissione d'inchiesta che sarà istituita non debba andare a puntare il dito; chi mi ha preceduto puntava il dito, ma non serve a niente, caro collega. Tutti i soggetti sanno che il costo sociale degli incidenti o delle morti bianche non vale il risparmio che il singolo può ottenere diminuendo gli standard di sicurezza. Il Testo unico recentemente approvato dovrà essere migliorato, a mio avviso, approfondito, puntualizzato, limato e reso attuabile secondo criteri di efficienza e di efficacia e privi delle demagogie di cui è intriso. A mio avviso così deve essere, prima di essere messo alla prova, essere inserito nella contrattazione collettiva, applicato dalle imprese, controllato dallo Stato, secondo un ritrovato spirito di collaborazione tra i soggetti nell'ottica del prevenire anziché del reprimere, perché il fine da perseguire è la scomparsa (appunto, come ho già detto prima) dell'equazione "morire per lavorare".
Noi abbiamo l'obbligo di capire, infatti, quali sono i meccanismi che determinano gli incidenti e proporre interventi mirati. Condivido pienamente quanto ha detto poc'anzi il ministro Sacconi. Bisogna infatti che tutte le parti sociali lavorino insieme concordemente per realizzare il massimo contrasto al fenomeno. È importante proporre interventi mirati, chiedere l'educazione e la formazione dei lavoratori per evitare le stragi ripetute che hanno colpito il mondo del lavoro ed il Paese. Anche le modalità di soccorso reciproco sono sicuramente mirevoli, distinte; hanno fatto parte di una forma di solidarietà che però in certi casi ha prodotto tragedie, ha determinato altri dolori, ha ampliato l'effetto dell'incidente.
Dobbiamo capire perché i due terzi degli infortuni mortali si verificano nelle imprese fino a 15 addetti. Credo che molto si potrà fare anche con una azione finanziaria a favore della sicurezza, sostenendo le imprese nel supportare i costi aggiuntivi necessari perché entrino a regime nel prevenire e nel controllare per impedire: dico "impedire".
Come dicevo, puntare il dito non serve. Bisogna veicolare l'idea che la sicurezza dei lavoratori non è terreno di scontro tra le parti ma argomento di azione comune e sinergia, nella ricerca della tutela del bene, di un bene, la vita e la salute delle persone che stanno al centro anche dell'attività produttiva. Questo è quello che conta: saggiare la situazione del Paese, fornire indicazioni ulteriori per aumentare le garanzie e incamminarci verso un modello di sviluppo che non metta più in conto la morte o l'infortunio per chi lavora.
Grazie al supporto dei dati, che la Commissione saprà fornire, che spero tutti insieme con il nostro lavoro sapremo dare come apporto a chi poi puntualizzerà con l'azione legislativa il problema, porgo l'augurio che possa svilupparsi un messaggio culturale nuovo che coinvolga con il mondo del lavoro e delle imprese anche e soprattutto tutta la società nazionale. Credo che gli incidenti sul lavoro siano un fenomeno da affrontare anche da un punto di vista culturale e collettivo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e del senatore Astore).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valli. Ne ha facoltà.
VALLI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, l'ultimo rapporto INAIL sugli infortuni sul lavoro ci dice che gli infortuni annualmente denunciati sono poco meno di un milione, di cui mortali tra i 1.200 e i 1.300. Si è, dunque, registrato un decremento, ma irrisorio rispetto all'entità del fenomeno. Nel periodo 2004-2006 si è passati da un totale di infortuni pari a 966.729 a 927.998 e da un totale di 1.328 casi mortali nel 2004 a 1.302 nel 2006. A questi dati devono aggiungersi gli infortuni che si verificano nel lavoro nero che l'INAIL stima in circa 200.000 l'anno.
I dati, pertanto, sono tutt'altro che confortanti. Dagli stessi, peraltro, emerge che l'85 per cento degli infortuni sul lavoro deriva prevalentemente da condotte soggettivamente inadeguate nei luoghi di lavoro, più che da carenze strutturali, il che conferma quanto da noi della Lega è sempre stato sostenuto, soprattutto nella scorsa legislatura in occasione della discussione ed approvazione della legge n. 123 del 2007, concernente l'adozione di un testo unico in materia di sicurezza del lavoro.
Meno demagogia e più prevenzione, meno vessazione e più formazione! Crediamo, infatti, che il problema principale non sia tanto da ricercare nella mancanza di norme garantiste, bensì nella difficoltà di tradurre il complesso normativo in concrete e reali tutele sui luoghi di lavoro.
Il recente decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, attuativo per l'appunto della legge n. 123 del 2007, può considerarsi come un'occasione mancata: avrebbe dovuto significare un passo in avanti nella tutela dei lavoratori sui luoghi di lavoro attraverso certezze, semplificazioni burocratiche, ispirandosi a logiche innovative di prevenzione e formazione continua, informazione, consulenza e integrazione fra i veri organismi preposti alla vigilanza (ASL, INAIL, ispettori del lavoro). Invero l'unico carattere innovativo che può riscontrarsi nel testo di certo non contribuisce a diminuire il numero degli incidenti e a migliorare le condizioni di sicurezza sui luoghi di lavori: è un eccessivo inasprimento dell'apparato sanzionatorio che non tiene conto del criterio di proporzionalità tra adempimenti formali e sostanziali. Basti pensare che se il datore di lavoro nomina il medico competente, ma dimentica di indicarne il nominativo nel documento di valutazione rischia di incorrere in una sanzione penale fino a 15.000 euro o ancora che l'elaborazione del documento di valutazione dei rischi senza la preventiva consultazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza comporta una sanzione penale fino a 15.000 euro.
È un provvedimento pieno di adempimenti burocratici, comunicazioni preventive, trasmissioni di documenti, convocazioni di incontri, percorsi che nulla hanno a che vedere con la formazione sul campo e a tavolino, strada obbligatoria per una concreta conoscenza dei rischi e una reale tutela del lavoratore.
Per questi motivi, cari colleghi senatori, siamo d'accordo sulla necessità di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e con particolare riguardo alle cosiddette morti bianche, con l'auspicio che la medesima non si limiti a svolgere un ruolo puramente notarile, bensì di monitoraggio rispetto all'applicazione della normativa vigente e alla sua incisività e che sia propositiva nel colmare le lacune e l'inefficacia della legislazione stessa. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).
Commissioni permanenti, autorizzazione alla convocazione
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, acquisito per le vie brevi l'assenso dei Gruppi parlamentari, la 6a Commissione permanente è autorizzata a convocarsi immediatamente, anche contestualmente ai lavori dell'Assemblea, per il prosieguo dell'esame del decreto-legge in materia fiscale sul quale dovrà riferire all'Aula nella seduta antimeridiana di domani.
Ripresa della discussione del Documento XXII, n. 6 (ore 18,35)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Amoruso. Ne ha facoltà.
AMORUSO (PdL). Signor Presidente, intervengo essenzialmente per sottolineare alcuni dati importanti relativi al drammatico fenomeno delle morti bianche.
La relazione che ha svolto il senatore Castro nel presentare la proposta di istituire una Commissione di inchiesta parlamentare è stata esemplare ed è certamente esaustiva delle questioni che con questa Commissione si intendono affrontare. Ma non dobbiamo dimenticare che questo fenomeno si presenta con dimensioni inaudite, riguardando oltre 900.000 persone. Ciò è certamente sconvolgente, anche se dai dati forniti dall'INAIL emerge che negli ultimi anni si è registrata una lenta riduzione del numero degli infortuni e degli infortuni mortali. In effetti, si registra una lenta diminuzione, ma certamente non è né sufficiente né utile per poter dire oggi che tale problema in Italia è secondario. Anzi, resta un problema importantissimo a cui anche nella precedente legislatura forse non si è saputo dare una risposta oggettivamente soddisfacente.
È stata approvata la legge n. 123 del 2007 negli ultimi giorni di legislatura, ben otto mesi dopo la delega che era stata data al Governo. Quindi, se si trattava di un provvedimento necessario ed urgente, non si capisce per quale motivo si è dovuto aspettare otto mesi, che sono stati il termine per cui si è provveduto al varo di quella legge perché c'è stato un fatto drammatico, ossia l'incidente di Molfetta con la morte di numerosi lavoratori, che ha determinato la necessità di provvedere anche a Camere sciolte ad approvare un provvedimento che potesse dare maggiori garanzie ai lavoratori.
Come sottolineato dal Ministro nel suo intervento odierno, bisogna andare oltre quella legge; essa puntava essenzialmente ad un piano sanzionatorio verso le aziende pensando che solo attraverso l'inasprimento delle sanzioni si potesse affrontare il problema delle morti bianche. Si è invece dimenticato un aspetto fondamentale importante, quello dell'informazione e della formazione sia dei lavoratori sul posto di lavoro che degli stessi datori di lavoro. Il dramma di Molfetta, che ha determinato l'approvazione di quella legge, ci ha dimostrato come si muore per mancanza di conoscenza e di esperienza e muoiono non soltanto i lavoratori, ma anche i datori di lavoro: in quel caso, infatti, c'è stata una sorta di catena umana in cui uno ha cercato di salvare l'altro non sapendo a cosa andava incontro, e sono morti tutti quanti, compreso il titolare dell'azienda.
Quindi, è necessario puntare ad una formazione forte che - come ha detto il Ministro - vada oltre la legge n. 123, verso una forma di monitoraggio concreto, guardando quali sono le aziende, le loro dimensioni, di quale natura merceologica si parla. Ecco allora una politica attenta che deve utilizzare le risorse necessarie.
È vero, com'è stato detto quest'oggi, che l'INAIL ha oltre 12 miliardi di euro di attivo patrimoniale depositato nella Tesoreria dello Stato in maniera infruttifera, ma - dopo alcuni incidenti come quello di Molfetta, ma anche prima - in un documento ufficiale del CIV dell'INAIL, il Consiglio di indirizzo e vigilanza, formato dai rappresentanti delle parti sociali, si invitava l'allora Governo Prodi ad attivarsi per poter spendere una parte di quelle risorse per la sicurezza sul lavoro. Non è stato fatto; non è stato fatto per otto mesi perché non si era presa in considerazione la delega e, dopo l'approvazione della legge, nella stessa non è stato inserito, nonostante che in quell'occasione l'abbiamo sollecitato e indicato e nonostante che l'atteggiamento dell'opposizione in quell'occasione sia stato discreto e attento, perché non volevamo impedire l'approvazione della legge stessa.
Accanto alla necessità di procedere su questo percorso, è anche importante intervenire sui controlli; lo ha ricordato il relatore. Oggi forse abbiamo troppi enti preposti ai controlli, dodici, dal Ministero alle ASL, che devono provvedere agli stessi; ma abbiamo una realtà che accomuna tutti questi controlli, ossia che essi sono inefficienti e insufficienti perché ci sono stati casi, come nella scorsa legislatura, di denunzie da parte di uffici dell'ispettorato del lavoro, i cui dipendenti non potevano uscire a svolgere le loro mansioni ed erano costretti a rimanere in ufficio a leggere il giornale perché non c'erano i soldi neanche per comprare la benzina delle macchine per poter andare a fare i controlli. Ed il dato statistico in base al quale risulta che nelle aziende viene effettuata in media un'ispezione ogni 12 anni, la dice lunga su questo tipo di carenze. Interveniamo allora su questo.
Non dimentichiamo inoltre - lo sottolineiamo al Governo - che è in atto lo scorrimento di una graduatoria per l'assunzione di ispettori del lavoro l'utilizzo della quale è previsto fino al 2010 dal decreto milleproroghe e dalla quale è possibile attingere ancora 300 unità. Già questo sarebbe un segnale importante e positivo nei confronti di una realtà come quella delle morti bianche che noi vogliamo realmente combattere - come hanno detto il relatore, il Ministro ed il Governo in generale - per cercare di fare in modo che la diminuzione del numero degli infortuni non si limiti a poche migliaia di casi all'anno ma sia veramente consistente.
Non bisogna dimenticare che i controlli sono necessari perché una delle cause importanti che determina gli incidenti sul lavoro, specialmente in determinati settori come quelli dell'edilizia e dell'agricoltura, è rappresentata proprio dal lavoro sommerso. Bisogna intervenire anche su questo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che un'alta percentuale di incidenti viene dichiarata nel primo giorno di lavoro. Questo la dice lunga ed è lo specchio di una realtà di lavoro sommerso che non ha e non dà tutele e che bisogna eliminare attraverso un'efficiente azione di controllo.
Pertanto, attraverso un'attività di formazione e di informazione e mediante un maggiore controllo penso che sarà realmente possibile diminuire sempre più il numero degli incidenti sul lavoro in Italia. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Roilo. Ne ha facoltà.
ROILO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'istituzione della Commissione d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette morti bianche, risponde innanzitutto alla necessità di proseguire l'attività della Commissione monocamerale svolta sia nella XIV che nella XV legislatura. Si è trattato di un'attività estesa ed approfondita, come si evince dalla lettura delle relazioni finali, ma non completa in quanto i tempi a disposizione delle Commissioni, per ragioni diverse e per motivi non dipendenti dalle medesime, non hanno consentito di concludere il lavoro.
Inoltre, il susseguirsi dei gravissimi incidenti mortali e l'elevato numero di infortuni e di malattie professionali ripropongono la necessità di un forte impegno delle istituzioni oltre che di quello delle forze politiche e sociali sul tema della sicurezza sul lavoro, fenomeno - come è stato ricordato a più riprese anche in questa discussione - che continua ad interessare sia il Sud che il Nord del Paese. Infatti, i recenti e gravissimi incidenti mortali verificatisi a Mineo e a Molfetta, così come quelli avvenuti nei giorni scorsi nel cantiere edile di Settimo Milanese e, ancora prima, alla ThyssenKrupp di Torino, dimostrano, e lo fanno drammaticamente, quali sono le condizioni di lavoro in cui sono costretti ad operare in Italia tantissimi lavoratori. Sono condizioni di rischio permanente presente soprattutto nei settori della produzione agricola, delle costruzioni e dei trasporti.
D'altro canto, se confrontiamo i dati relativi al 2006, al 2007 ed ai primi sei mesi del 2008 (rispettivamente circa 1.300, più di 1.200 e quasi 500 infortuni mortali) con quelli del 2001 (circa 1.400 incidenti mortali) possiamo constatare che il fenomeno degli infortuni sul lavoro in Italia non solo non tende ad un suo esaurimento o ad una sua riduzione e contenimento significativi ma, al contrario, tende a stabilizzarsi a livelli quantitativi assolutamente inaccettabili.
Ecco, quindi, la necessità di reiterare la Commissione nella presente legislatura, una necessità che riguarda l'attività di completamento del lavoro svolto nelle precedenti legislature e, inoltre, di monitoraggio costante e puntuale della dimensione, delle caratteristiche del fenomeno e, infine, di accertamento delle cause di tanti, tantissimi infortuni sul lavoro.
A questo ultimo riguardo, sulle cause di tanti e tantissimi infortuni sul lavoro, voglio solamente sottolineare che, se da un lato è vero che nel nostro Paese manca un'adeguata cultura della sicurezza e spesso, appunto, la consapevolezza dei rischi lavorativi presenti soprattutto in alcune attività produttive, è altrettanto vero, d'altro canto, che sovente gli incidenti sul lavoro compresi quelli mortali derivano innanzitutto da inosservanze delle più elementari norme di sicurezza che le imprese devono attuare e che devono costantemente verificare nella loro attuazione.
Infine, penso che l'attività della Commissione può essere davvero utile anche per il suo ruolo di ispezione e per suggerire gli strumenti per combattere e limitare questo fenomeno. Nel suo ruolo di ispezione la Commissione può essere sicuramente uno strumento importante per accertare soprattutto le condizioni in cui possono avvenire incidenti drammatici come quello accaduto alla ThyssenKrupp di Torino.
Per quanto riguarda gli strumenti, voglio solamente ricordare il ruolo positivo della Commissione nella precedente legislatura nella definizione della legge n. 123 del 2007, oggi diventata testo unico.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo davvero - io ne sono fermamente convinto - di fronte ad una proposta non formale, non burocratica, non routinaria, ma che impegna il Parlamento affinché anche da parte delle istituzioni e dello Stato non venga meno l'attenzione per combattere questa piaga sociale. (Applausi dal Gruppo PD).
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 18,50)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morra. Ne ha facoltà.
MORRA (PdL). Signor Presidente, vorrei ricordare a me stesso e all'Aula che stiamo discutendo di un fenomeno che conta un milione di infortuni sul lavoro per anno, di cui 1.300 mortali. Si tratta di una media di quattro infortuni mortali al giorno. Questi sono i dati che ci rassegna l'INAIL, che non fanno riferimento a un anno particolarmente critico sotto il profilo degli infortuni sul lavori, ma che riflettono una media spalmata su un numero di anni significativi. Sempre l'INAIL, relativamente al periodo 2000-2006, parla di 1.376 infortuni mortali. I dati sopra citati - vorrei ricordarlo agli onorevoli colleghi - non tengono conto degli infortuni sul lavoro relativi al lavoro sommerso, così come non tengono conto delle morti per malattie professionali. Ancora l'INAIL, nel periodo 2001-2006, ha riconosciuto circa 850 morti per malattie professionali, ossia per malattie contratte nei luoghi di lavoro. È, tra l'altro, un numero sottostimato, stante le difficoltà che si registrano ancora oggi nell'ottenere il riconoscimento delle malattie professionali.
Così come nei numeri forniti dall'INAIL - che, vorrei ricordarlo, è un istituto assicurativo - non rientrano gli infortuni relativi ai lavoratori autonomi e precari, per i quali non vige ancora l'obbligo di assicurazione infortunistica: non rientrano né gli incidenti sul lavoro, fatti passare per incidenti stradali, e neppure gli infortuni domestici. Di fronte ad un fenomeno così drammaticamente presente ed esteso, diciamo «sì» ad una Commissione parlamentare d'inchiesta che indaghi sui tanti perché e lo faccia con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria.
La Commissione di inchiesta di cui si chiede l'istituzione e per cui è necessaria l'approvazione dell'Aula si pone in continuità con il lavoro svolto da analoghe Commissioni nella XIV legislatura, nonché con il lavoro svolto nella XV legislatura dalla precedente Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro che, tra l'altro, non è stato portato a compimento per la fine anticipata dalla legislatura. Pur tralasciando questo aspetto di continuità, nell'attuale fase storica la istituenda Commissione può assolvere ad un compito estremamente importante: il 9 aprile 2008, infatti, è stato approvato il decreto legislativo n. 81 che, in materia di sicurezza e infortuni sul lavoro, assume la veste di testo unico e chiude un lavoro lungo e complesso che ha visto impegnati Governi di varie legislature e di diverso colore politico, ma necessita di una puntuale verifica sul campo che può essere effettuata anche con il contributo della istituenda Commissione di inchiesta.
Sono verifiche necessarie che riguardano numerosi profili del decreto legislativo e testo unico a partire dal capitolo della formazione e informazione. Occorre verificare se le innovazioni introdotte colgono l'obiettivo primario di potenziare il controllo sociale e sviluppare e radicare la cultura della prevenzione.
Occorre verificare se il nuovo ruolo attribuito alle parti sociali dal succitato decreto legislativo centri l'obiettivo di superare la fase conflittuale tra le parti per far emergere una partecipazione condivisa, premessa e garanzia di una maggiore sicurezza sui luoghi del lavoro. Ad una verifica di efficacia e di efficienza deve essere sottoposto il nuovo impianto sanzionatorio previsto nel decreto legislativo n. 81 che, a parere del mondo delle imprese e a parere nostro, è sbilanciato a favore di un'impostazione inutilmente repressiva che enfatizza gli illeciti penali rispetto a quelli amministrativi e rispetto ai profili promozionali e prevenzionistici.
Occorre sottoporre il decreto legislativo n. 81 del 2008 ad una verifica sul campo per ciò che attiene l'impianto del provvedimento con le nuove tipologie contrattuali atipiche, atteso l'elevato livello di criticità che tali lavori fanno registrare relativamente agli infortuni. Tali verifiche vanno eseguite anche sul nuovo impianto dell'attività di vigilanza disegnato dal decreto legislativo n. 81 su cui si appuntano le maggiori perplessità.
Si ritiene infatti che, relativamente a questo capitolo, il legislatore delegato abbia operato una scelta conservatrice, una scelta tanto più conservatrice se rapportata al criterio di delega, che indicava quale obiettivo del sistema di vigilanza la razionalizzazione e il coordinamento delle strutture centrali e delle strutture territoriali di vigilanza. Quel che ne viene fuori, invece, pur con qualche novità, è il permanere di un sistema duale, centrato su una distribuzione di competenza tra il sistema regionale delle ASL e il sistema nazionale della direzione provinciale del lavoro, che non eviterà - riteniamo - la criticità del passato in materia di vigilanza, costituita da sovrapposizione, duplicazione e da carenza di interventi. Si poteva, al fine di una piena razionalizzazione delle forze in campo, attribuire al sistema delle ASL tutto il residuo personale ispettivo della direzione provinciale del lavoro.
Anche per il contributo, e non solo per questo, che l'istituenda Commissione potrà fornire al legislatore per le integrazioni e le correzioni da apportare al decreto legislativo n. 81 del 2008, noi ne abbiamo riproposto l'istituzione e ne voteremo l'approvazione in Aula. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
CASTRO, relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche per dare semplicità ed efficacia ai lavori dell'Aula, credo si debbano distinguere due questioni diverse, afferenti a piani diversi.
Mi sembra siano emerse due complessive filosofie di intervento sulla materia degli infortuni sul lavoro, che evidentemente non possono trovare in questa specifica sede il momento più opportuno per confrontarsi nel tentativo di trovare una sintesi che consenta di addivenire ad un risultato significativo in termini di riduzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali.
Credo piuttosto che al dibattito parlamentare, al medesimo Governo e alle medesime parti sociali sia indispensabile la qualità dell'apporto che potrebbe venire dai lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulle cosiddette morti bianche nella costituzione di un patrimonio informativo e valutativo condiviso. In questa fase mi limiterei a concentrare la nostra attenzione in questa direzione.
In particolare, a quanti hanno sollevato osservazioni sull'alimentazione finanziaria dell'attività della Commissione, credo di non poter ribadire altrimenti se non la necessità che un provvedimento normativo ne modifichi la fonte di finanziamento, soprattutto se si vuole attribuire tale alimentazione alla sanzione a carico delle imprese che abbiano violato le norme antinfortunistiche. Si potrebbe così pensare, ma evidentemente solo de iure condendo, alla destinazione di una percentuale, che potrebbe essere dell'1 per cento, di quei fondi che l'INAIL recupera esercitando l'azione di regresso (si tratta di una dimensione annuale stimabile mediamente in 300 milioni di euro) nei confronti di quelle che chiamiamo, con una qualche densità simbolica, le "imprese fellone", per alimentare le attività di riparazione sotto forma di prevenzione. Credo che un provvedimento di questo tipo potrebbe essere messo in cantiere.
Quanto invece alla destinazione immediata di fondi INAIL, già il senatore Amoruso aveva fatto perspicue osservazioni sul punto. Credo vada tecnicamente distinta la quota dell'avanzo di gestione che l'INAIL accantona ogni anno per destinarla alla costituzione delle riserve tecniche (ed è qui la dimensione più cospicua di quei famosi 12 miliardi oggetto già di attente valutazioni) dai fondi immediatamente spendibili per attività di prevenzione, che sono di un ammontare assolutamente più modesto e che io stimerei tra i 20 e i 30 milioni di euro l'anno. Sotto questo profilo è già nell'autonomia organizzativa dell'istituto la disponibilità della destinazione di queste somme.
Approfitto della presenza del sottosegretario Viespoli per avere conferma di quelle che credo siano le intenzioni sue e del Governo, cioè di accelerare fortemente la concreta messa a disposizione di certe somme per attività di prevenzione concordate o concertate tra le parti sociali che l'INAIL, nell'esercizio della propria istituzionale e fisiologica autonomia, può fare.
Sotto questo profilo, quindi, credo che vengano confermate nitidamente l'urgenza e la necessità dell'attivazione della Commissione di inchiesta. Credo che la mappatura delle sue attività disegnata dai lavori delle precedenti Commissioni e ribadita dalle osservazioni presentate qui in Aula confermi l'ampiezza del lavoro, ma anche la possibilità che quel medesimo lavoro sia canalizzato e veicolato, secondo quella strategia di concentrazione, focalizzazione, intensificazione delle azioni di programmazione, prevenzione e repressione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, condiviso desiderio e condivisa valutazione dell'Assemblea. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Signor Presidente, più che replicare intendo fare brevissime considerazioni alla luce delle riflessioni che ho ascoltato sia durante il dibattito sia nella replica del relatore. In particolare, vorrei sottolineare un dato anche per raccogliere la comune sensibilità che tutti i Gruppi hanno espresso su una questione di tanta rilevanza, significato e importanza, cioè di come sia necessario affrontare soprattutto il nodo dell'informazione e della formazione.
A volte si rincorrono risorse, si ricercano supporti finanziari perché manca un dato che ancora non entra nel dibattito e nella riflessione tra le forze politiche. Lo dico telegraficamente: negli ultimi anni è accaduto che uno degli esercizi più importanti e significativi di bilateralità sia stata la costituzione dei cosiddetti fondi paritetici interprofessionali; è stato attribuito l'utilizzo dello 0,30 per cento del monte salario alle parti sociali attraverso la gestione bilaterale di una serie di fondi che hanno, quindi, la possibilità di esercitare una enorme leva finanziaria da finalizzare, per esempio, alla formazione per la sicurezza.
Il Governo in questi giorni, per dare corpo e significato al Patto per la salute e la sicurezza sul lavoro, sta costruendo le condizioni per recuperare coesione sociale e coesione istituzionale e per mettere insieme in maniera collaborativa e sinergica le risorse dei fondi, delle Regioni e quelle nazionali, ad iniziare dalle risorse previste dal decreto legislativo n. 81 del 2008, per cercare di costruire un pacchetto di iniziative comuni tali da dare il segno della concreta mobilitazione del sistema Paese rispetto alla concretezza di una risposta in tema di sicurezza, soprattutto sul versante - lo ribadisco - dell'informazione e della formazione.
È evidente che il Governo non può che valutare positivamente quello che sta accadendo in quest'Aula. È un elemento che dimostra la sensibilità e la tempestività del Parlamento, e in questo caso del Senato, nel dare un segnale della volontà di proseguire un lavoro positivamente avviato nelle precedenti legislature, in particolare nell'ultima, per continuare ad alimentare, attraverso la Commissione di inchiesta, un motore di attenzione costante sia sul piano dell'inchiesta sia sul piano del supporto all'iniziativa parlamentare e di Governo.
Un'ultima considerazione e valutazione, signor Presidente. Il clima in cui si svolge tale confronto a volte può essere caratterizzato, come è giusto che sia su temi di così rilevante significato ed importanza ed anche di forte componente emotiva (lo dico in senso positivo), dall'asprezza della contrapposizione. D'altra parte, è giusto che vi sia una dialettica anche forte su tale tema e non solo su di esso. Mi permetta però, Presidente, per la stima che ho nei confronti del senatore Nerozzi, di sottolineare un elemento che non entra nel dibattito e nelle valutazioni sulla Commissione, ma che attiene al linguaggio che in simili situazioni credo sia un aspetto significativo e importante.
Non posso credere che il senatore Nerozzi volesse davvero accusare il ministro Sacconi di codeterminazione nella morte, come lui stesso ha detto, e di cogestione delle vittime e dei morti. È evidente che non è così. È evidente che il senatore Nerozzi non poteva che riferirsi, come legittimamente deve fare, ad una critica delle scelte del Governo. Mi sono permesso, conoscendone la sensibilità seppure nella diversità, di sottolineare tale dato, che sicuramente non appartiene alla cultura della dialettica e dell'antagonismo, ma che sicuramente è stato un elemento di emotività che non può non essere evidenziato.
Mi sono permesso di sottolinearlo non per contestarlo o contrastarlo, ma per consentire che si recuperasse tra noi quel linguaggio tipico di un clima di confronto e di dibattito, anche aspro, e che tuttavia non può mai degenerare nella demonizzazione e nella contrapposizione, al di là delle posizioni che giustamente possono essere contestate e criticate.
Sulla morte di un cittadino italiano di origine irachena
in un attentato a Baghdad
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, prima di continuare nel prosieguo dei lavori, mi duole comunicare all'Assemblea che è stato commesso un attentato in Iraq in cui è rimasto vittima un italiano di origine irachena.
Certo di interpretare i sentimenti di tutti, esprimo il cordoglio personale e di tutta l'Assemblea.
Ripresa della discussione del Documento XXII, n. 6 (ore 19,09)
PRESIDENTE. Ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 100, comma 7, del Regolamento, comunico il parere espresso dalla 5a Commissione permanente sull'emendamento 4.1: «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato l'emendamento 4.1 al documento in titolo, esprime, per quanto di propria competenza, parere di nulla osta».
Passiamo all'esame degli articoli, nel testo proposto dalla Commissione.
Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Passiamo all'esame dell'articolo 3, sul quale sono stati presentati emendamenti che si intendono illustrati e su cui invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
CASTRO, relatore. Signor Presidente, credo che la formulazione dell'emendamento 3.1 sia già assorbita nella previsione dell'attuale lettera c) dell'articolo 3. Inoltre, riteniamo che il riferimento alla minore tutela legislativa nei confronti dei lavoratori senza regolare permesso di soggiorno possa risultare ambiguo, in quanto non vi è una minore tutela legislativa dal punto di vista assicurativo. Com'è noto, proprio su questo punto insiste la pronuncia della Corte di giustizia europea del 2001, nella quale è stata ribadita la possibilità di mantenere pubblica la natura dell'INAIL proprio in riferimento al carattere universale del suo intervento assicurativo, indipendentemente dalla regolarità del contratto di lavoro della vittima dell'infortunio e dalla quantità della contribuzione assicurativa dalla medesima per suo conto o dall'impresa versata.
Quindi, vi è una minore tutela di fatto anziché una minore tutela legislativa.
In questa prospettiva la valutazione del relatore è che, essendo già compreso il tema del lavoro nero nell'esplicita previsione della lettera c) del comma 1, l'emendamento 3.1 possa essere considerato assorbito. Invito pertanto i presentatori a ritirarlo.
PRESIDENTE. Senatrice Carlino, accoglie l'invito testé formulato dal relatore?
CARLINO (IdV). Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE. L'emendamento 3.1 è pertanto ritirato.
CASTRO, relatore. Per quanto riguarda l'emendamento 3.2, riteniamo che possa essere accolto, anche se abbiamo alcune perplessità che sottopongo al presentatore. In primo luogo, più che di risorse finanziarie riterremmo appropriato parlare di risorse organizzative. Inoltre, vorremmo che risultasse chiaro come quelli preposti siano sostanzialmente gli uffici delle articolazioni regionali delle ASL. Dalla formulazione dell'emendamento, invece, sembrerebbe che la dotazione finanziaria e quella organizzativa siano riferite ad uffici centrali.
Se quindi l'emendamento potesse essere meglio precisato, lo riterremmo senz'altro accettabile. Una formulazione del seguente tenore: «l'adeguatezza delle risorse organizzative e del personale assegnato agli uffici preposti anche a livello territoriale alla verifica del rispetto delle norme antinfortunistiche» potrebbe essere per noi una soluzione di mediazione ragionevole.
PRESIDENTE. Stante l'assenza del presentatore, l'emendamento 3.2 si intende decaduto, così come il successivo emendamento 3.3.
CASSON (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASSON (PD). Signor Presidente, vorrei chiedere di fare mio l'emendamento 3.3 perché credo sia opportuno verificare, come esso recita, la congruità dei benefici previsti dalla normativa. Ci sono tanti lavoratori esposti ad amianto che sono colpiti da patologie che portano anche alla morte e spesso si verificano contrasti con gli enti previdenziali. A mio avviso è opportuno verificare tale congruità.
PRESIDENTE. Invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi sull'emendamento in esame.
CASTRO, relatore. Per quanto riguarda l'emendamento 3.3, presentato dal senatore Oliva e testé fatto proprio dal senatore Casson, il parere in linea di massima è favorevole. Chiederei solo, convinto di trovare l'adesione del senatore Casson, la sostituzione dell'espressione "benefìci" con l'altra "provvidenze", che mi sembra stilisticamente più elegante.
Anticipo, infine, il parere sull'emendamento 6.1, che prevede la riduzione della durata dell'attività della Commissione a tre anni. Se non abbiamo inteso male, vi è la disponibilità da parte dei proponenti a consentire la prosecuzione dell'attività della Commissione sulla base dell'utilità sociale dei suoi lavori. Chiederei pertanto al Presidente pochissimi minuti di sospensione dei lavori, per poter addivenire ad una migliore formulazione dell'emendamento.
PRESIDENTE. Senatore Casson, accoglie la proposta del relatore in merito all'emendamento 3.3?
CASSON (PD). Sì, signor Presidente.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Il Governo condivide la proposta del relatore sull'emendamento 3.3.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 3.3 (testo 2), presentato dal senatore Casson.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 3, nel testo emendato.
E' approvato.
Passiamo all'esame dell'articolo 4, sul quale è stato presentato un emendamento che si intende illustrato e su ci invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
CASTRO, relatore. Esprimo parere favorevole sull'emendamento 4.1, riferito alla riduzione della dotazione finanziaria.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Esprimo parere conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 4.1, presentato dal senatore Garavaglia Massimo.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 4, nel testo emendato.
E' approvato.
Passiamo all'esame dell'articolo 5.
Lo metto ai voti.
E' approvato.
Con riferimento all'attentato in Iraq, di cui prima è stata data notizia, comunico che la Presidenza è in contatto con il Governo affinché possa al più presto venire in Aula a riferire sui fatti.
Passiamo all'esame dell'articolo 6, sul quale è stato presentato un emendamento che si intende illustrato.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Signor Presidente, mi pare vi siano gli elementi per una proposta condivisa, che potrebbe prevedere che la Commissione riferisca al Senato annualmente, con singole relazioni o con relazioni generali, e ogniqualvolta ne ravvisi la necessità, e comunque al termine dei suoi lavori. Si potrebbe aggiungere, in fine, che in occasione della terza Relazione annuale, il Senato verifichi l'esigenza o meno di un'ulteriore prosecuzione della Commissione.
PRESIDENTE. A questo punto, come richiesto dal relatore, sospendo la seduta per cinque minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 19,18, è ripresa alle ore 19,23).
Riprendiamo i nostri lavori.
CASTRO, relatore. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTRO, relatore. Signor Presidente, è stata raggiunta un'intesa sulla formulazione dell'articolo 6. Al comma 1 vengono soppresse le parole: «, la cui durata è fissata per l'intera legislatura», mentre viene aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In occasione della III Relazione annuale il Senato verifica l'esigenza o meno di una ulteriore prosecuzione della Commissione».
PRESIDENTE. Invito il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tale emendamento.
VIESPOLI, sottosegretario di Stato per il lavoro, la salute e le politiche sociali. Signor Presidente, esprimo parere favorevole.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 6.2, presentato dal relatore.
È approvato.
Risulta pertanto assorbito l'emendamento 6.1.
Metto ai voti l'articolo 6, nel testo emendato.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
CARLINO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro trova il parere favorevole dell'Italia dei Valori, partito che fa della sicurezza sui luoghi di lavoro un tema centrale delle proprie battaglie.
Il fenomeno delle cosiddette morti bianche ha assunto negli ultimi tempi proporzioni devastanti. Ogni anno in Italia, da Nord a Sud, migliaia di persone perdono la vita per incidenti causati dalla mancata messa in sicurezza dei luoghi e degli strumenti su cui stanno esercitando il proprio lavoro.
È purtroppo di oggi l'ennesimo incidente mortale sui luoghi di lavoro: abbiamo appena appreso da una notizia Ansa che in un cantiere dell'ENEL a Civitavecchia è precipitato e deceduto sul colpo un giovane slovacco di 24 anni. Desideriamo esprimere la nostra più sentita solidarietà alla famiglia.
Secondo le stime ufficiali dell'INAIL, nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007 sono stati registrati 1.382 decessi sul lavoro. È vero che complessivamente il computo totale è sceso di circa 300 unità in sei anni, ma è altrettanto vero che ad oggi permane una media insopportabile e insostenibile di 3,5 infortuni mortali al giorno.
Pensate che negli ultimi quattro anni i morti sul lavoro nel nostro Paese sono stati ben 5.252, un numero di gran lunga superiore ai 3.520 militari della coalizione caduti durante la guerra in Iraq nello stesso periodo. Esistono, quindi, più possibilità di morire nell'adempiere al proprio diritto-dovere di cittadino lavoratore di quanto accade in contesti bellici.
La drammaticità di questi numeri è rafforzata da una tendenza preoccupante che riguarda le condizioni "di genere": sono infatti ormai più di cento all'anno le donne vittime di decessi sui luoghi di lavoro, pari a circa l'8 per cento del totale, percentuale che sale poi al 25,75 per quanto riguarda gli infortuni, con evidenti ripercussioni sulla gestione dei tempi e dei bisogni familiari.
Quello dell'edilizia e delle costruzioni è considerato il settore più a rischio. Nel 2006 solo in questo ambito sono stati registrati 280 decessi, pari a circa il 20 per cento del totale. È anche, quello dell'edilizia, il settore dove vi è la più alta presenza di lavoratori extracomunitari, molti dei quali clandestini, con rischi concreti e documentati di presenza di lavoro nero sottopagato, sfruttamento e caporalato. Nel periodo compreso tra il 2002 ed il 2006, complice la dilatazione dei flussi migratori, la percentuale di cittadini extracomunitari coinvolti in decessi sul lavoro, è infatti aumentata del 14,2 per cento.
Esiste un filo conduttore che tiene insieme ed è in grado di dare una prima spiegazione a questi dati allarmanti? Noi crediamo di sì: e quel filo conduttore si chiama «logica del profitto». Fino a quando questa logica prevarrà, le richieste di una maggior tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro e le conseguenti misure che la politica deciderà di adottare resteranno pure bandiere retoriche, sterili battaglie di retroguardia che non risolveranno il dramma delle morti sul lavoro, dal momento che non lo affronteranno alla radice.
Di fronte ad un così drammatico contesto è necessario tornare a parlare, senza paura, di etica e di cultura del lavoro; è arrivato il momento di aprire una discussione che riporti l'uomo, inteso come soggetto dotato di doveri, diritti e soprattutto dignità al centro del processo produttivo. A questo dobbiamo cercare di arrivare, insieme, ognuno con il proprio ruolo: istituzioni, imprese, organizzazioni sindacali. Occorre ripristinare una cultura della sicurezza nei lavoratori e nei dirigenti, in grado, se necessario, di andare oltre la cultura del profitto; occorre mettere le imprese di fronte alla cosiddetta responsabilità sociale, diffondendo lo sviluppo dell'etica imprenditoriale ed aiutandole attraverso politiche di formazione ed informazione.
Nel frattempo, tuttavia, non possiamo negarci la necessità di dare un primo duro colpo a questa catena di decessi che scuote il mondo del lavoro. In attesa che il mondo del lavoro torni ad essere luogo non solo di profitto, ma anche di regole e legalità, è importante agire con le sanzioni a disposizione: inasprire le pene, intensificare i controlli, mettere a punto strumenti legislativi che permettano di accertare i colpevoli e punirli. Pensare di ridurre le sanzioni, come ha recentemente paventato il ministro onorevole Sacconi riferendosi al testo unico varato dal precedente Governo, significa dire addio alla sicurezza.
Noi vogliamo pene giuste e certe, vogliamo estendere le responsabilità e andare a fondo, vogliamo eliminare il circolo vizioso delle categorie parafulmine, quelle iniziative, cioè, per cui si assegna la responsabilità della sicurezza di un'azienda a persone anziane, ben sapendo che oltre una certa età scompare la possibilità di finire in carcere.
Pene certe, come dicevo, ma anche sanzioni amministrative che sappiano colpire le imprese disoneste e salvaguardare quelle oneste e in regola, attraverso l'espulsione dalle associazioni di categoria, ma soprattutto, nei casi più gravi, attraverso la possibilità di non iscrizione all'albo delle imprese.
La problematica della sicurezza sui luoghi di lavoro è poi strettamente correlata alla pratica ancora attuale e purtroppo diffusa del lavoro nero, che per ovvie ragioni si sviluppa soprattutto in contesti produttivi di piccole dimensioni e che investe, per altrettanti ovvi motivi, la manodopera straniera e clandestina.
Riprendendo i dati dell'INAIL si scopre, infatti, come nelle aziende con meno di 15 dipendenti si verifichino il 31,7 per cento degli infortuni denunciati nel settore dell'industria, mentre la percentuale raddoppia quando si passa ad esaminare i casi mortali, passando al 61,4 per cento. C'è tra questi numeri una forte discrepanza che sembra suggerire l'esistenza di un lavoro nero sommerso che viene alla luce solamente nel momento della tragedia, dell'incidente che non può essere minimizzato o nascosto.
C'è un lavoro nero che s'intreccia drammaticamente con la realtà dell'immigrazione, soprattutto clandestina, come ha riportato in maniera puntuale Paolo Berizzi nel suo libro-inchiesta «Morte a 3 euro. Nuovi schiavi nell'Italia del lavoro». L'autore dell'inchiesta si è calato nella realtà dei cantieri edili di Milano e della Lombardia riportando un quadro terribile del lavoro nero in quella che è la zona più produttiva del Paese. Un quadro fatto di immigrati clandestini, caporalato, datori di lavoro senza scrupoli che cambiano manodopera di giorno in giorno, in una gara al ribasso che arriva fino a pagare uno stipendio di 3 euro l'ora in condizioni di rischio elevatissime per la propria incolumità. Quanto descritto in questo libro avviene ogni giorno nella Milano capitale del lavoro e nel suo hinterland, nella Milano che si appresta ad avviare i lavori per l'organizzazione dell'Expo 2015.
Questa grande manifestazione rappresenta, una straordinaria opportunità per cominciare ad affrontare seriamente la questione della sicurezza sul lavoro e dell'occupazione sommersa, ma presenta anche forti rischi, a cominciare dalla persistenza di quella catena di appalti e subappalti che svilisce il lavoro, gli toglie dignità e senso e ce lo restituisce in tutta la sua precarietà.
I cantieri edili sono luoghi di enorme complessità, dove il lavoro si è frammentato, specializzato, dove occorre adeguata formazione e preparazione tecnica per evitare i rischi sempre presenti di un infortunio, non da ultimi quelli che si presentano a lunga scadenza, come i tumori causati dall'esposizione all'amianto o all'eternit, che si manifestano anche a distanza di 20 anni.
Noi crediamo che si debba vigilare con attenzione su questo punto e che sia compito della stessa Confindustria garantire la fuoriuscita dal lavoro nero, anche attraverso sanzioni pesanti come l'espulsione dalla Confederazione per le aziende non regolari.
Come Italia dei Valori non siamo mai stati entusiasti di fronte all'istituzione di Commissioni d'inchiesta parlamentari, che hanno costi elevati e tempi lunghi. Tuttavia, di fronte ad un'emergenza di tali dimensioni, riteniamo che questo sia l'unico strumento percorribile per delineare un quadro completo e stabilire gli interventi legislativi necessari.
Considerato l'ottimo lavoro avviato da un'apposita Commissione istituita nella precedente legislatura, accogliamo pertanto con favore la proposta dei colleghi senatori di dare vita ad una Commissione che accerti la dimensione del fenomeno, le cause, il livello di applicazione delle normative esistenti, l'efficacia dei controlli, la presenza di imprese collegate alla criminalità organizzata. (Applausi dai Gruppi IdV, PD e PdL).
VALLI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALLI (LNP). Signor Presidente, nel ribadire le considerazioni espresse in discussione generale, dichiaro il voto favorevole del Gruppo Lega Nord Padania. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. La ringrazio per la dichiarazione chiara e sintetica, senatore Valli.
TREU (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TREU (PD). Signor Presidente, il mio intervento sarà leggermente più lungo di quello del collega perché ritengo importante fare qualche sottolineatura.
Il Gruppo del Partito Democratico voterà a favore dell'istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro; non solo, vuole anche sostenerne il lavoro, perché non si tratta di una commissione notarile ed è anche molto diversa da quelle precedenti che lavoravano - per così dire - in una situazione di normativa incerta, per migliorarla, per costruire il futuro. Adesso la normativa è stata approvata con largo consenso e lo sottolineo perché ogni tanto qualcuno sembra dimenticarsene: quindi, è necessario che questa Commissione lavori nella direzione giusta.
Concordo con alcune affermazioni, ossia che deve svolgersi un lavoro di monitoraggio attento sui dati critici. Quella del monitoraggio a fini di miglioramento è una cultura poco diffusa nel nostro sistema; si dovrebbe fare per tutte le leggi difficili e quindi è bene che si faccia anche in questo caso. Però, attenzione, quando si fa un monitoraggio bisogna sapere cosa si va a guardare e non essere traviati da false rappresentazioni. Invece, da quello che ho sentito dal ministro Sacconi (mi dispiace che non ci sia, ma è presente il sottosegretario Viespoli che capisce bene tali questioni), alcune affermazioni mi sembrano preoccupanti.
Innanzitutto, verifichiamo quali sono i fatti critici. Si dice che c'è una larga parte di violazioni comportamentali; benissimo, andiamo a guardare quali sono i comportamenti che hanno creato problemi, andiamo a vedere meglio dove si concentrano gli infortuni, miglioriamo anche i dati (nel nostro Paese la cultura dei dati è ancora approssimativa), perché è importante sapere dove si concentrano; guardiamo anche quali sono i tipi di violazioni.
Si è parlato di violazioni formali e ignoranza: non ho pregiudizi in proposito, però non vorrei che ci fossero i pregiudizi secondo cui siamo di fronte ad una inefficacia della normativa per eccesso di formalismo. Secondo voi l'infortunio di Mineo, di cui da ultimo abbiamo parlato, era dovuto a violazioni di formalismi o non c'era una plateale e gravissima violazione di regole fondamentali? Oppure - sempre per rimanere sull'attualità - per quanto riguarda la norma che stabilisce la responsabilità del subappaltatore per la catena degli appalti, dove avvengono cose purtroppo gravissime e molto concentrate, come sanno bene i colleghi, è un formalismo imporre la responsabilità solidale? L'avete abolita ed è molto grave. È un formalismo il documento di valutazione del rischio? Possiamo certamente migliorarlo; anzi, se adesso la Commissione sarà attenta, raccoglierà delle informazioni per migliorarlo. Ma siccome tra l'altro c'è una sanzione nel caso in cui si ometta la valutazione del rischio in lavorazioni particolarmente pericolose, ed è l'unica sanzione un po' dura perché prevede l'arresto, è un formalismo non avere una valutazione del rischio, che è un caposaldo in tutto il mondo della prevenzione, a cui giustamente tutti teniamo, e dell'informazione? Tali aspetti devono essere controllati, altrimenti la Commissione sarebbe vana.
Una seconda questione, a mio avviso, è stata chiaramente indicata in modo preoccupante dal ministro Sacconi; noi siamo convinti che occorra migliorare l'informazione, infatti per la prima volta dopo tanti anni abbiamo previsto un po' di soldi per l'informazione scolastica e l'informazione professionale: pochi, mi auguro che ne metterete di più. Siccome in trent'anni nessuno ci aveva provato, abbiamo cominciato e aumentiamo; così come noi abbiamo rafforzato l'idea che si premiano i comportamenti virtuosi, quella specie di bonus-malus che abbiamo inserito nella legge di cui stiamo parlando e mi dicono - lo afferma anche il senatore De Luca - che lo hanno inserito in molte leggi regionali, tra cui quella della Campania; mi congratulo, in Campania evidentemente non ci sono solo i rifiuti!
Tutto ciò va bene, ma attenzione, non elimina i problemi oggettivi. Per esempio, il senatore Castro afferma che la gravità degli infortuni si concentra su un 7 per cento; non so se questi dati siano giusti, ma immagino che lo siano; ci credo. Ma solo quelli sono ignoranti? L'ignoranza diffusa è un discorso generico; può essere un alibi. In quel caso, però, non c'è solo ignoranza (perché magari c'è anche questa) ma ci sono condizioni oggettive particolarmente rischiose. Non è che si può giocare sull'informazione, sulla formazione, sulla prevenzione (pure giusta) per evitare di affrontare i problemi duri.
Allo stesso modo si parla delle sanzioni, di cui abbiamo discusso moltissimo durante i mesi di elaborazione della legge. Noi siamo stati molto equilibrati: abbiamo aggiornato le sanzioni pecuniarie, anche se qualcuno ci ha accusati di essere stati un po' troppo morbidi, ed una sanzione unica di tipo detentivo è prevista per un caso particolarmente grave. Mi limito a tale rilievo, non vorrei usare l'argomento che invece usate voi molto spesso, e cioè che le sanzioni hanno un effetto deterrente, anche quando sono duramente sbandierate, se si tratta di immigrazione ma in materia di sicurezza sul lavoro tale effetto non lo avrebbero e, quindi, lasciamole pure da parte. Non uso questo argomento perché ritengo che le sanzioni vadano usate con equilibrio e mi sembra che l'abbiamo fatto.
Vorrei fare un'ultima osservazione. Sto parlando di questioni di fondo su cui la Commissione deve riflettere, altrimenti non lavorerà bene, come noi pensiamo che debba fare. Si è detto che in materia di sicurezza dobbiamo procedere per obiettivi. Ma stiamo scherzando? Il management by objectives funziona quando si devono raggiungere obiettivi di produzione; se si raggiungono è bene, se non si raggiungono poco male. Oppure si fa ricorso a questo tipo di approccio quando si devono affrontare dati quantitativamente apprezzabili. Quando c'è di mezzo la pelle delle persone lavoriamo per obiettivi? No. Da che mondo è mondo, in questa materia ci saranno pure obiettivi di miglioramento, ma c'è uno zoccolo duro (leggasi hard, e non soft) che non è derogabile.
Si è parlato di enti bilaterali. Io sono un bilateralista, ma se non stiamo attenti rischiamo di fare del male al bilateralismo. Le parti, infatti, possono suggerire delle buone pratiche, migliorative, ma non possono essere chiamate a collaborare con il rischio non dico di cogestire gli infortuni, ma di abbattere delle tutele fondamentali. Il diritto pubblico, in questo caso, le istituzioni non possono sottrarsi al compito di controllare queste situazioni. A parte il fatto che sulla faccenda specifica il consenso auspicato anche da me, oltre che dal ministro Sacconi, su questi aspetti duri manca del tutto. Abbiamo visto, infatti, l'esito di quel confronto tra le parti sulla definizione delle tutele fondamentali e delle sanzioni.
Ho richiamato alcune questioni di fondo. Innanzitutto, quali sono veramente i fatti incriminati (formalismo o non formalismo); cosa è possibile fare con la formazione e con la prevenzione e cosa va fatto, invece, con le regole dure e con le sanzioni, se necessario, come extrema ratio; infine, considero ottimo il miglioramento attraverso gli enti bilaterali ma questo non è un alibi per abbattere le tutele fondamentali.
Auguro quindi buon lavoro alla Commissione. Noi faremo la nostra parte, come abbiamo fatto anche in passato. Abbiamo anche elaborato delle proposte per migliorare alcuni aspetti, ad esempio in materia di coordinamento e di rafforzamento dei controlli. La Commissione di inchiesta ci potrà quindi fornire elementi concreti per introdurre miglioramenti, ma non per smantellare le tutele. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e dei senatori Peterlini e De Feo).
TOFANI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOFANI (PdL). Signor Presidente, svolgerò alcune brevissime riflessioni partendo da un presupposto, quello della soddisfazione per il fatto che questo ramo del Parlamento da tempo si sta impegnando nell'approfondimento di tematiche complesse e drammatiche quali sono quelle relative agli infortuni e alle morti sul lavoro.
Credo sia importante riconoscere l'attività che è stata svolta in questi ultimi anni proprio perché, grazie ad essa ed all'impegno di tutti, un impegno corale, sentito, a conoscere e ad approfondire le problematiche e a proporne anche le soluzioni, siamo riusciti a dare un contributo significativo non solo all'approfondimento dei temi, ma anche all'ampio dibattito che si è svolto quando è stata approvata la legge n. 123 del 2007 e quando è stato varato il decreto sulla base della delega in quella legge contenuta. Grazie a questi precedenti oggi è possibile parlare di una serie di norme che sicuramente vanno monitorate.
Questo è uno dei punti importanti della Commissione. Si tratta di norme che vanno verificate sul campo perché credo che in questo ambito c'è bisogno di tutto tranne che di discussioni in astratto o con prese di posizione che, invece, debbono nascere dalle problematiche che si vivono e che si sentono.
Credo che la Commissione, istituita al Senato dal 2005, sia stata in grado di dare contributi, chiarimenti, ma soprattutto è stata in grado di lavorare con grande serenità e armonia; non a caso le relazioni finali e una relazione intermedia che vi è stata sono state approvate all'unanimità. Questo dimostra che, all'interno di queste tematiche, non vi può essere spazio per distinguo di carattere politico che rientrano nel dibattito più ampio della politica e anche dei posizionamenti delle singole forze.
Allora, sono convinto che anche in questa legislatura noi avremo la possibilità di lavorare in questo senso. Invito i colleghi che non ne hanno avuto la possibilità di leggersi le relazioni finali, che la Commissione ha approvato sia nel 2006 che nel 2008, per comprendere pienamente che non è stato un luogo di parcheggio di tematiche, né di disimpegno, ma è stato un luogo di continua attenzione, di lavoro e di approfondimento. Quante volte per l'attività d'inchiesta che è stata portata avanti abbiamo creato un dialogo costruttivo anche con le autorità inquirenti? Quante volte andando sul luogo e approfondendo le tematiche, che tanti drammi purtroppo verificatisi avevano sollevato, abbiamo dato la possibilità di aprire fatti e situazioni che verosimilmente sfuggivano? Credo che questo ed altro dovrà continuare a fare la Commissione per fare in modo che ci sia non una diminuzione di qualche punto percentuale degli infortuni e dei morti sul lavoro, ma un contrasto vero e determinante che porti a dei risultati.
Constato con soddisfazione, considerati il dibattito e gli interventi, che anche questa sera sono state confermate la sensibilità e la volontà, da tutti comunicate con le proprie riflessione all'Aula, di contrastare il grave fenomeno ancora presente degli infortuni, delle morti bianche e delle malattie professionali per stare vicino nei luoghi di lavoro ai lavoratori, ma anche ai datori di lavoro. È, infatti, un unicum: non è immaginabile sezionare quelle realtà laddove bisogna intervenire e prevenire.
Mi auguro, in conclusione, che si possa anche avere un maggior spazio nelle scuole per formare una cultura della sicurezza, per fare mondo che nella società entri l'esigenza della sicurezza e della prevenzione perché credo di condividere ampiamente anche quanto i colleghi hanno detto a proposito dell'obiettivo da raggiungere, che non è tanto la sanzione quanto la prevenzione. Ovviamente la sanzione deve esistere ed essere aspra laddove necessario perché non possiamo permettere che gravi fatti di omissioni producano gli effetti disastrosi e di morte che conosciamo.
Auguro alla Commissione buon lavoro, sottolineando il fatto che l'intesa riconfermata dimostra che laddove ci sono problemi seri si è tutti d'accordo. (Applausi dai Gruppi PdL e IdV).
PRESIDENTE.Metto ai voti il documento XXII, n. 6 nel suo complesso, nel testo emendato.
È approvato.
Consentitemi di esprimere l'apprezzamento della Presidenza per questa decisione adottata all'unanimità e di augurare buon lavoro alla Commissione d'inchiesta.
GIULIANO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIULIANO (PdL). Signor Presidente, in qualità di Presidente della Commissione lavoro e previdenza sociale, desidero ringraziare tutti i componenti dei Gruppi parlamentari che hanno partecipato alla discussione con grande dedizione civile, pervenendo a questa deliberazione che sicuramente ci trova tutti concordi.
Per fatto personale
NEROZZI (PD). Domando di parlare per fatto personale.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NEROZZI (PD). Signor Presidente, per la stima che mi lega al sottosegretario Viespoli da anni, vorrei precisare che non ho mai pensato che il ministro Sacconi volesse proporre di codeterminare il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro, bensì che, togliendo allo Stato le competenze d'intervento sulla sicurezza dei cittadini e affidandole agli enti bilaterali, quegli enti impropriamente avrebbero il potere sulla vita e sulla morte delle persone, assumendo compiti che invece spettano allo Stato.
Il sottosegretario Viespoli sa bene a cosa mi riferisco: è già successo in alcuni luoghi che le parti sociali si mettessero d'accordo per coprire incidenti e altri fatti gravi, mentre è lo Stato che in questi casi deve intervenire. Questo è quanto ho detto e ripeto ed è anche ciò che nella proposta del Ministro Sacconi non va bene.
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Nerozzi.
Assemblea parlamentare della organizzazione per la sicurezza
e la cooperazione in Europa, nuovo orario di convocazione della delegazione parlamentare italiana
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, a parziale modifica di quanto comunicato in precedenza, la delegazione dell'Assemblea parlamentare OSCE è convocata per la sua costituzione giovedì 26 giugno, alle ore 9, presso il Senato della Repubblica.
Interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 25 giugno 2008
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 25 giugno, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,53).