TOFANI (PdL). La ringrazio, signora Presidente. Signor Presidente del Consiglio, desidero esprimerle l'apprezzamento, la condivisione e la totale adesione alle comunicazioni del Governo da lei rappresentate.
Tra i vari temi esposti, ve ne è stato uno in particolare, più volte richiamato, relativo alla crescita come partecipazione. Su questo vorrei soffermarmi per fare una riflessione che ritengo molto importante. L'Italia potrà riprendere a crescere a condizione che tutti i soggetti collaborino, partecipino, escano da quelle riserve, spesso mentali, che condizionano la ripartenza e quindi lo sviluppo e il benessere della Nazione.
Se dovessimo fare una sia pur breve analisi storica degli ultimi anni potremmo affermare che ve ne sono stati alcuni difficili, duri, anni di conflittualità permanente tra il 1970 e il 1980. All'inizio degli anni Novanta è stato poi avviato un processo di riavvicinamento che va sotto il nome di concertazione. Credo che oggi si debba compiere un passo che vada oltre, puntando ad una stagione della partecipazione in cui tutte le forze concorrono e partecipano ai processi di sviluppo e all'equilibrio sociale di ciò che potremmo definire un nuova socialità. Il momento centrale della crescita deve essere incarnato in questo concetto, che non deve essere solamente un'enunciazione ma deve essere supportato e sostenuto da politiche che lo rendano credibile e, soprattutto, che producano effetti positivi.
L'auspicata fine degli scontri ideologici deve portarci all'armonia intesa come bisogno. Non è sufficiente, anche se molto importante, avviare la stagione del dialogo. Il dialogo non deve avere riserve mentali e il processo deve essere armonico: l'Italia ha bisogno di questo. La situazione politica, economica, congiunturale, le problematiche che vivono le piccole e le grandi aziende, i cittadini e le famiglie debbono far invocare un processo armonico nei rapporti e nelle relazioni.
Ella, signor Presidente, nel suo intervento ha affermato che crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è indispensabile; crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, nell'immobilità sociale, nella pigrizia educativa, nella tolleranza verso forme abusive di mercato; ci vuole impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione. Credo che questi passaggi, questi punti richiamino la necessità di lavorare e collaborare insieme per realizzare una politica sociale moderna.
Ho molto apprezzato, signor Presidente, il fatto che lei non abbia mai aggettivato la parola "crescita" con quel termine che nel politicamente corretto la configura come "sostenibile" (espressione generica e difficilmente definibile che spesso serve a chiudere una frase ma non a dare contenuti). Ella ha giustamente deciso di significare i percorsi della crescita.
Ritengo che a supporto di tale processo sia indispensabile un più diretto richiamo al Titolo III della Costituzione e, in modo particolare, agli articoli 36, 37, 38, 39, 40 e 46. Il dialogo costante e fruttuoso da lei invocato con le parti sociali rappresenta un momento fondamentale per quel processo di coesione, propedeutico al rilancio della nostra economia. Ritengo che sia maturo il tempo per dare piena attuazione all'articolo 39 della Costituzione al fine di fornire personalità giuridica ai sindacati e all'articolo 40 che, nel riconfermare il diritto allo sciopero, prevede che lo stesso si eserciti nell'ambito delle leggi che lo regolano.
È sacrosanto tutelare il diritto di sciopero di natura contrattuale e vertenziale; non debbono trovare albergo quelli strumentali, estranei alle dinamiche sindacali.
Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato sull'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati, che prevede anche l'istituzione della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge. Su questo tema dobbiamo fare in modo che ci sia un confronto sereno e serio anche con i sindacati e con le parti sociali. Il sindacato - e lo dico anche per la cultura sindacale che ho e per l'attività sindacale che ho svolto - deve essere parte primaria in questo percorso ed in questo processo, perché sono convinto che l'obiettivo del sindacato non è lo scontro, ma la risoluzione dei problemi. Bisogna, allora, che questa cultura venga esaltata, tanto più quando essa può produrre l'attuazione dell'articolo 39 della Costituzione. Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato, come ho detto prima.
Per quanto riguarda, infine, l'attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, in riferimento a quanto ho detto sulla necessità di avviare l'epoca della partecipazione, si riconosca il diritto dei lavoratori, nei modi e nei limiti che si stabiliranno con le leggi necessarie, alla collaborazione e alla gestione delle aziende. Non dobbiamo più immaginare che un conflitto possa essere visto sempre e comunque all'interno di un mondo che deve essere armonico. Il lavoratore non è la controparte del datore di lavoro, il datore di lavoro non è la controparte del lavoratore; essi debbono operare un processo armonico di crescita e di rispetto dei diritti delle parti, quello che potremmo definire l'armonia tra capitale e lavoro.
Credo che per parlare di crescita bisogna soffermarsi molto su questi principi, onde evitare che la stessa possa essere vanificata. C'è bisogno di valori e regole certe; c'è bisogno di coniugare diritti e doveri.
Desidero richiamare in proposito un passo del discorso del Presidente della Camera dei deputati, onorevole Gianfranco Fini, nel giorno del suo insediamento, lì dove ha affermato che «l'insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è».
Credo che questo elemento debba farci riflettere profondamente perché è difficile immaginare che sia sempre valido tutto e il contrario di tutto. Il politicamente corretto deve dare spazio al politicamente concreto, a quel percorso di crescita che lei, signor Presidente, ha continuamente richiamato nelle sue comunicazioni, che vogliono certamente significare una volontà sua, del Governo e - mi consenta - dell'intera maggioranza che la sostiene a fare in modo che questo percorso si configuri realisticamente.
Signor presidente Berlusconi, la ringrazio per quello che lei, congiuntamente al Governo e alla maggioranza che la sostiene, riuscirà a fare per l'Italia e per tutti gli italiani. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Thaler Ausserhofer. Ne ha facoltà.