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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 005 del 15/05/2008


È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho letto con molta attenzione il discorso che il Presidente del Consiglio ci ha consegnato due giorni fa. Ho letto molte promesse già scritte sette anni fa e tante buone intenzioni che, se applicate, potrebbero portare il Paese, il nostro Paese, a riprendere quella fiducia persa nel corso degli anni. Credo però si tratti dell'ennesima illusione perché il discorso si basa su promesse - ripeto: le solite promesse - e non sulla certezza di una politica del fare, che è quella politica che l'Italia dei Valori sta dimostrando da circa due anni.

Serva come esempio, signor Presidente del Consiglio - parlo anche in sua assenza, ma sicuramente i suoi amici le riferiranno - la politica non di parte che l'ex ministro Di Pietro ha dimostrato nel corso del suo mandato. Lo stesso ministro Matteoli, ma anche alcuni governatori e sindaci della sua coalizione, hanno elogiato una politica non di parte fatta dal nostro rappresentante al Governo e ora Presidente del nostro partito: favorire il cittadino e il suo bisogno, senza guardare l'appartenenza politica né il colore è la forza che un partito giovane e attento come il nostro ha dimostrato.

Una politica nuova: una politica nuova si può fare e questo messaggio volevo indirizzarlo a lei, signor Presidente del Consiglio. Lo dico perché leggendo il suo discorso non si notano elementi di novità. L'Italia dei Valori farà un'opposizione costruttiva, critica, attenta a tutelare il più debole, a far capire che abolire integralmente l'ICI non vuol dire tutelare le fasce deboli, bensì non far pagare di più quelle fasce di ricchi che resteranno sempre più ricchi. In più, così facendo, questo Governo regalerà loro dei soldi, abolendo a loro vantaggio una tassa che dovrebbe e potrebbe magari essere utilizzata per la sicurezza dei più deboli o per la sanità. Signora Presidente, se ho un appartamento in una zona periferica comprato dopo anni di sacrifici le dico grazie se dimostra di non mettermi sullo stesso piano di chi ha una prima casa nel centro storico. Non so se intuisce la differenza sociale tra chi compra in periferia e chi nel centro storico. Ecco perché chiediamo l'abolizione dell'ICI a seconda della fascia di reddito.

Nel suo discorso ha detto che gli elettori hanno respinto campagne insidiose di sfiducia o di protesta. Se così fosse stato sareste stati respinti voi, perché durante la passata legislatura non avete fatto altro che ostruzionismo non votando leggi come quelle sulla sicurezza del lavoro o sulla pedofilia. Vi siete concentrati solamente a trovare un accordo per votare l'indulto e salvare così qualche colletto bianco a discapito di quelle persone (che sono tante e sono gli extracomunitari) che una legge incompleta ha fatto rientrare immediatamente nelle carceri.

Abbiamo sostenuto delle battaglie. Noi dell'Italia dei Valori non abbiamo visto una sua riga sui condannati in Parlamento. Lei stesso ha dichiarato di non voler candidare persone condannate, distinguendo anche quelle per reati politici. A me sembra che tutto ciò non sia avvenuto, ma sta a lei dare una risposta al Parlamento e ai cittadini su questo tema.

Signor Presidente del Consiglio, l'Italia dei Valori e l'Italia che crede ancora nei valori le chiedono una soluzione sui tempi della giustizia. Sui tempi e sui costi della politica non c'è alcun cenno nel suo discorso. Non ci sono soluzioni ma solo promesse. Lo scrive lei e concordo con lei su una frase: «L'Italia non ha più tempo da perdere». Io aggiungo che l'Italia che crede ancora nei valori non ha più tempo. Vuole i fatti. Non vuole una passerella di finti buonisti. Attuate una politica del fare e noi vi aiuteremo a portarla avanti perché noi, signor Presidente, a differenza vostra, sappiamo fare quella politica.

Lei dice di ascoltare tutte le forze politiche e poi elogia un Governo ombra, di parte. A me sembra un elogio ad un'ombra del suo Governo. Noi vogliamo essere considerati una forza di opposizione per migliorare un dialogo e non per aggiustare qualche cosa. Noi ci sentiamo opposizione per migliorare i tempi della giustizia, per dirvi di fare presto a risolvere il caso Alitalia, per far uscire la politica dalla RAI, per far crescere un giovane libero dalla partitocrazia e per credere nella meritocrazia. L'Italia dei Valori non sarà mai e non si sentirà mai un'ombra, ma una forza di idee che rappresentino il malessere del quotidiano, quel quotidiano - signor Presidente - che, leggendo il suo discorso, lei sembra non conoscere.

Tenere il primo Consiglio dei ministri a Napoli non è la soluzione del problema, ma un gesto simbolico che alla gente sommersa dai rifiuti non importa. Gli italiani vogliono le ruspe, vogliono le discariche, vogliono vivere in un modo civile. Quella gente non vuole il gesto simbolico: vuole un lavoro, vuole una sanità, vuole la verità.

Signor Presidente, lei scrive che il nostro Paese vuole ricominciare a crescere, deve ricominciare a crescere - e lo sottolinea - dopo un lungo periodo di delusioni. Ebbene, se intende per lungo periodo, per lunga fase, anche il periodo da lei governato fino a due anni fa, questo le fa onore. Ma credo non sia così. A mio avviso, lei usa una parola - lo ripeto - "crescere", errata. La parola che doveva usare per dare un segnale di novità è cambiare. Bisogna cambiare sistema per far crescere una nuova classe dirigente, per non accontentarsi di una legge Biagi che crea una occupazione a tempo; cambiare sistema per dare più risorse alla ricerca e non per far scappare i nostri ricercatori; cambiare sistema per non far crescere la burocrazia, quella burocrazia che fa aumentare il numero di autorizzazioni per aprire una azienda; cambiare inoltre il sistema che ha portato le compagnie di assicurazioni a fare un cartello tra di loro e ad innalzare le tariffe in modo incontrollato; cambiare per crescere, signor Presidente.

Sulla politica estera ci sono cenni ma sul Tibet e sulle Olimpiadi in Cina che cosa risponde? Sulla politica repressiva e sulla mancata libertà di stampa in Russia che cosa risponde? Sul Libano, sulla Libia e sull'Iraq che cosa risponde? Signor Presidente del Consiglio, non ho letto nulla di tutto questo e la gente, la gente che crede in una Italia con ancora i valori vuole il cambiamento e presto.

Lei ha avuto un mandato preciso dagli elettori, quello di cambiare un sistema. Noi dell'Italia dei Valori saremo attenti a ciò che si realizza, ma dove noteremo un ritorno al passato, al vostro passato fatto di conflitti di interessi o leggi ad personam, saremo pronti a combattere, non con i fucili ma nelle sedi parlamentari, nelle piazze, tra la gente.

Signor Presidente, sulle morti bianche non si applica la legge votata pochi mesi fa.

 

PRESIDENTE. Senatore Pedica, la prego di avviarsi alla conclusione.

 

PEDICA (IdV). Non si applica questa legge e la gente continua a morire. Utilizzate come ispettori i disoccupati del Terzo millennio che sono gli over 45, quelli che, se perdono il posto di lavoro, non vengono più considerati. Quelli sono i veri ispettori che possono controllare chi non rispetta una legge votata per non far morire più. Questi disoccupati provengono dal settore edile, agricolo, tessile, quei settori dove la mortalità sul lavoro è la più alta. Se vuole cambiare, ascolti e legga quello che l'Italia dei Valori le suggerisce.

Il mercato del ferro è alle stelle, non so se i suoi collaboratori gliene hanno parlato. L'Italia dei Valori vuole trasferire a lei il silenzio che traspare su questo argomento. Migliaia di piccole e medie imprese soffrono di questo aumento senza controllo. Lei parla di attenzione alle forme sleali di concorrenza attuate anche dai Paesi esteri. Questo è un problema da risolvere subito altrimenti le imprese chiudono.

Lei, signor Presidente, parla - e concludo - del suo Governo come di una scommessa, una sfida, un azzardo. Spero di aver letto male ma, se parte con queste considerazioni, parte veramente male.

Noi, signor Presidente del Consiglio, non abbiamo perso né l'orgoglio di sentirci italiani né la fiducia di questa Nazione. Saremo attenti alla sua politica per continuare a difendere questo orgoglio e questa fiducia al Paese che rappresentiamo, l'Italia unita. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e della senatrice Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Torri. Ne ha facoltà.

TORRI (LNP). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, gli elettori hanno premiato e scelto con chiarezza la nostra coalizione per rendere più efficace e chiaro il Governo del nostro Paese e ci hanno consegnato la responsabilità e l'orgoglio di governare. Ci chiedono di mettere in atto il processo di cambiamento e di rinnovamento di cui il nostro Paese oggi ha bisogno.

Mi rendo conto che il lavoro che attende il suo Governo, presidente Berlusconi, sarà ed è complesso. Occorre fare scelte coraggiose. Il Paese ha urgente necessità di invertire la rotta in campo economico. Il Nord, essendo la locomotiva del Paese, ha bisogno di infrastrutture per competere con i Paesi più importanti del mondo.

Signor Presidente del Consiglio, la gente del Nord si aspetta molto dal suo Governo. Realizzare il programma presentato agli elettori per rimettere in piedi il Paese e rilanciarne lo sviluppo sarà un'impresa dura e difficile. La sicurezza, la famiglia, l'immigrazione, sono a mio avviso i temi che vanno affrontati immediatamente e ai quali bisogna dare risposte chiare e veloci.

Parlare di sicurezza oggi è, a mio avviso, paradossale. Un delinquente è quasi più tutelato di un cittadino onesto ed ossequioso delle leggi. In questi giorni abbiamo assistito alle scarcerazioni di stupratori di minorenni, di responsabili di assalti violenti avvenuti in villa, scarcerazioni a mio avviso avvenute a causa di negligenze di certi tribunali. Lunedì sera, partecipando ad una fiaccolata organizzata a Savignano sul Panaro in provincia di Modena per dare solidarietà ad una donna stuprata da un cittadino di nazionalità marocchina, avvenuto in pieno giorno mentre la donna effettuava jogging e dunque in un suo momento di riposo, mi sono reso conto di come la gente sia esasperata e chieda la sicurezza per le proprie comunità. Vuole riappropriarsi dei propri spazi e non vuole più subire abusi o angherie che mettano in serio pericolo la propria vita e quella dei propri cari. Ritengo che la certezza della pena, la velocizzazione dei processi e il decreto sicurezza proposto dal nostro ministro Maroni, siano una giusta risposta al bisogno di sicurezza chiesto dai cittadini.

Sul tema della famiglia, signor Presidente, bisogna procedere con decisione. Il reddito di chi lavora è scarso e va sostenuto anche dalla fiscalità, come leiaveva proposto nel discorso di insediamento alla Camera. La casa, ricordiamocelotutti, è un bene primario intorno al quale vi sono le radici dell'identità familiare. Il Paese, dopo due anni di Governo Prodi costituito soprattutto da vecchi politici, ha passato più tempo a discutere dei bisogni degli ex onorevoli Luxuria e Caruso, con riferimento ai DICO e alla spesa proletaria, che non dei veri problemi riguardanti la povera gente.

Signor Presidente, è indispensabile dare fiducia ai giovani valorizzando la loro vitalità e il loro entusiasmo. Le do merito di avere messo in campo un Governo giovane, forse il più giovane dello scenario europeo. Per noi della Lega Nord Padania l'immigrazione è un problema che va affrontato con coraggio e fermezza. Non deve ripetersi, come già le è stato comunicato dal mio collega della Camera, onorevole Dussin, ciò che è accaduto in passato. Mentre in Parlamento si discuteva del provvedimento Bossi-Fini, alcuni giudici e alcuni membri della Corte costituzionale, tramite agenzie di stampa, davano notizia della loro contrarietà a quel provvedimento e addirittura il Consiglio superiore della magistratura non esercitò quasi mai il controllo sulle responsabilità di alcuni giudici che boicottarono sistematicamente lo stesso provvedimento.

Di fronte ad uno scenario come questo, presidente Berlusconi, si è chiamati a governare con coraggio, onestà e determinazione. La Lega Nord Padania, con suoi Ministri e parlamentari, con grande lealtà e abnegazione le accorda la fiducia. Lavorerà in piena sintonia con lei e con il Popolo della libertà, ma come sempre prenda atto che noi leghisti chiediamo con forza ai nostri alleati di battersi senza alcuna riserva per realizzare il federalismo fiscale, tanto richiesto dalla gente e dal nostro territorio.

In conclusione, Presidente, lei che è un uomo di spirito, mi consenta una battuta, che vuole anche essere un consiglio. Chi bene inizia è a metà dell'opera. Buon lavoro. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazione).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Colombo. Ne ha facoltà.

COLOMBO (UDC-SVP-Aut). Signora Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli membri del Governo, il discorso con cui il Presidente del Consiglio ha inaugurato la stagione operativa del suo Governo, ha inteso spaziare sui grandi temi della vita italiana e sulle problematiche che incidono nelle aree di crisi, sugli equilibri mondiali.

La sua principale preoccupazione, tuttavia, mi è sembrata orientata a scandire gli auspici per un pieno dispiegamento di una democrazia compiuta, nel senso della piena e permanente valorizzazione del dialogo fra le grandi forze che agiscono nel Paese, alle quali si chiede lo sforzo di convergere sulle grandi irrisolte questioni di fondo che hanno finora impedito il funzionamento delle istituzioni.

La mia lunga esperienza nelle istituzioni della Repubblica suggerisce che quando un autentico e leale spirito repubblicano trova i modi per manifestarsi, ciò indubbiamente giova al Paese. Ma su due punti, onorevole Presidente del Consiglio, mi consenta di tornare: innanzitutto, sul richiamo che lei ha rivolto al Nord, al suo grido di dolore e alla prospettiva dell'autogoverno federalista, pur dentro le coordinate di un federalismo fiscale solidale e, in pari tempo, sul richiamo al Sud, che lei considera una formidabile risorsa per lo sviluppo, purché sappia liberarsi dal peso delle cattive abitudini della criminalità organizzata.

Lei inserisce questi due riferimenti al Nord e al Sud nel paradigma della crescita, che diviene così l'imperativo dell'azione di Governo, chiamando a concorrervi due realtà che, per la diversa velocità con cui si esprimono, possono solo inegualmente giovare alla capacità competitiva dell'economia italiana. Ciò mi consente di osservare che vi è una pagina bianca alla quale sarebbe urgente porre mano, la pagina della coesione sociale in un Paese ad economia dualistica, che vive un clima nel quale circolano diffuse riserve in ordine alla più corretta declinazione del federalismo fiscale e che soffre l'emergere di diffusi egoismi territoriali ed evidenti incrinature del tessuto etico-civile. So di toccare uno dei nervi scoperti del dibattito politico; tuttavia è sull'assoluta chiarezza intorno al valore unificante ed equitativo del processo federativo che può fondarsi una prospettiva di crescita finalmente umana nel nostro Paese.

Il secondo argomento che mi preme toccare, non fosse altro perché esso ha segnato gran parte della mia vita dal '46 ad oggi, è l'Europa. Lei sottolinea l'importanza del ruolo dell'Italia in Europa, ma manca qualsiasi riferimento ad un rinnovato impegno europeista e cioè alla scelta di contribuire efficacemente nel processo di globalizzazione - argomento che è stato in primo piano in questi giorni - al consolidamento del ruolo dell'Europa come soggetto globale in grado di operare nell'ambito delle storiche alleanze per la costruzione di stabili prospettive di pace. L'europeismo appare così collocato sullo sfondo, una petizione debole, temo o mi sembra, subordinata ad una opzione multilaterale del nostro Paese. E una simile opzione talvolta non potrebbe non apparire tanto generosa quanto velleitaria.

Concludendo, mi riferisco al richiamo finale che ella ha voluto rivolgere agli illustri Padri costituenti, che sapevano temperare le asprezze della guerrafredda con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale - sono le sue parole - «non esiste una vera classe dirigente».

Ricordo quei tempi di forti contrapposizioni, di passioni vere, di pensieri mai banali, maturati in un tempo segnato da divisioni ideologiche e da antagonismi continentali, ma ricordo anche che le contese erano aspre ma leali. Si aveva la forza, definite le rispettive posizioni, di guardarsi negli occhi sapendo che l'unità del Paese, il valore della Repubblica, il primato della libertà e della democrazia erano il fondamento di una legittima quanto necessaria azione e, al tempo stesso, la garanzia che l'ordinamento e la vita civile non sarebbero mai stati posti in discussione.

Con questo spirito di attesa vigilante e critica, signor Presidente, le auguro buon lavoro, in un tempo difficile, nell'interesse degli italiani. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, PD e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Procacci. Ne ha facoltà.

PROCACCI (PD). Signora Presidente, onorevoli membri del Governo, onorevoli senatori, è difficile per un esponente della minoranza porgere auguri sinceri ad un nuovo Governo: intimamente si spera che esso, ben presto, compia passi sbagliati ed esca dalla cosiddetta luna di miele con il Paese. Voglio provare a sottrarmi a questo pur comprensibile sentimento ed augurare davvero buon lavoro, perché penso che un parlamentare degno del suo ruolo debba sempre mettere al primo posto l'interesse del Paese e poi quello della propria parte. Se noi dell'opposizione saremo autentici in questo sentire saremo ancora più autentici ed efficaci nel ruolo dell'opposizione, che il Paese ci ha attribuito, e saremo più credibili quando dovessimo opporci con determinazione alle scelte del Governo.

Del discorso del Presidente del Consiglio ho apprezzato il tono pacato e dialogante ed ho anche apprezzato il riconoscimento del ruolo dell'opposizione e dello strumento che il Partito Democratico si è dato, il Governo di minoranza (a me non piace chiamarlo Governo ombra, ma la sostanza è la stessa), che mira ad un'ulteriore semplificazione della vita politica e parlamentare. Colgo l'occasione per dire al collega dell'Italia dei Valori che attaccare il Partito Democratico per questa scelta è estremamente singolare; si dimentica che si è fatto parte della stessa coalizione, cosa che ha consentito all'Italia dei Valori di essere presente in questa Aula, e che si era addirittura detto al Paese che si sarebbe fatto un unico Gruppo parlamentare. Non biasimo nessuno, ma la memoria non può essere smarrita con tanta celerità.

Si deve anche riconoscere che questo clima si sta sviluppando nel solco di un nuovo corso che il Partito Democratico ed il suo leader Walter Veltroni hanno avuto il merito di inaugurare nella vita politica italiana. Si deve altresì riconoscere però che nei precedenti due anni l'opposizione guidata dall'onorevole Berlusconi si è espressa in modo diametralmente opposto a quanto da lui stesso invocato sul ruolo della minoranza.

Non ho invece apprezzato alcuni silenzi nel discorso del Presidente del Consiglio, il silenzio su una piaga terribile del nostro tempo quale la disoccupazione, in particolar modo quella giovanile. Il Governo pone tra le priorità la detassazione degli straordinari, e fa bene, ma la crescita del Paese non può avvenire soltanto attraverso incentivi a chi già lavora. Occorre un progetto complessivo di crescita, che punti, sia pure nella necessaria flessibilità, ad allargare il più possibile il numero degli occupati nel Paese, non solo perché il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione (Calamandrei ci ricordava che non l'avremo realizzato fin quando avremo disoccupati) ma perché rappresenta un fattore determinante per lo sviluppo e la sicurezza del Paese.

Non ho compreso, inoltre, il silenzio sulla scuola e sulla formazione, che sono il vero volano di ogni crescita e sviluppo di una comunità civile.

Non ho poi apprezzato, nella relazione del Presidente del Consiglio, l'assoluto silenzio su come si intendano perseguire gli obiettivi enunciati (che è poi la sostanza della politica), e ciò non mette il Parlamento nelle condizioni di poter esprimere un giudizio compiuto.

Il Governo fa riferimento esplicito al programma presentato agli elettori, e lo può fare, perché la sua maggioranza coincide con la coalizione che si è presentata agli elettori. Dunque, si deve ritenere quel programma come di fatto allegato alla relazione del Presidente del Consiglio. Ma anche in quel testo, che ho qui con me, si possono leggere essenzialmente obiettivi più che scelte concrete per perseguirli e raggiungerli. Solo la parte che riguarda il federalismo fiscale, esplicitamente citato dal presidente Berlusconi nella sua relazione, trova nel programma un indiretto approfondimento, attraverso il chiaro riferimento al disegno di legge che la Regione Lombardia ha presentato al Parlamento e che è oggettivamente collegato con la delibera dello stesso organo avente per oggetto l'attuazione dall'articolo 116 della Costituzione.

Personalmente, non sono tra coloro che ritengono il federalismo fiscale una sciagura per il Mezzogiorno. Resto altresì convinto che l'autonomia fiscale sia un bene, non solo perché prevista dall'articolo 119 della Costituzione, ma perché gli amministratori locali normalmente sono più attenti e responsabili quando spendono risorse proprie rispetto a quando impegnano fondi dello Stato ed anche perché (ed è un bene per la democrazia) i cittadini riescono più agevolmente a controllare il rapporto tra spese ed entrate e conoscono più facilmente come vengono spesi i soldi dei contribuenti. Ritengo, dunque, che il puntare sulla responsabilità della classe dirigente e delle comunità locali sia una scelta giusta. Ma attenti a non chiedere agli amministratori del Sud di raggiungere traguardi impossibili.

In questa circostanza non è possibile né opportuno entrare troppo nel merito, ma quando leggo nella proposta di legge del Consiglio regionale lombardo, alla lettera f) dell'articolo 3 (cito testualmente), che «la ripartizione delle quote del Fondo riduce di non oltre il 50 per cento le differenze di capacità fiscale per abitante», mi preoccupo, perché ho l'impressione che si vogliano abbandonare a se stesse le Regioni più fragili. Perché il 50 per cento? Da dove viene fuori questo vincolo? Non possiamo accettare lo schema: prima i soldi, poi le funzioni.

Le norme previste in quel disegno di legge impongono alle Regioni di coprire la spesa corrente per almeno il 45 per cento con tributi propri, cosa che vedrebbe aumentare enormemente il divario tra le Regioni del Sud e quelle del Nord. Dunque, sì al federalismo fiscale...

 

PRESIDENTE. Senatore Procacci, la prego di concludere.

 

PROCACCI (PD). Ma la proposta della Lombardia e quindi del Popolo della Libertà è destinata a suscitare il rifiuto delle Regioni meridionali.

Questo è un piccolo saggio del modo in cui, per quanto mi riguarda, vogliamo impostare la nostra opposizione: fortemente dialogante, ma intransigente nei contenuti. Questo lo stile e la fermezza dolce con cui ci accingiamo ad affrontare, dal ruolo dell'opposizione, i lavori che il Governo porterà in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.

TOFANI (PdL). La ringrazio, signora Presidente. Signor Presidente del Consiglio, desidero esprimerle l'apprezzamento, la condivisione e la totale adesione alle comunicazioni del Governo da lei rappresentate.

Tra i vari temi esposti, ve ne è stato uno in particolare, più volte richiamato, relativo alla crescita come partecipazione. Su questo vorrei soffermarmi per fare una riflessione che ritengo molto importante. L'Italia potrà riprendere a crescere a condizione che tutti i soggetti collaborino, partecipino, escano da quelle riserve, spesso mentali, che condizionano la ripartenza e quindi lo sviluppo e il benessere della Nazione.

Se dovessimo fare una sia pur breve analisi storica degli ultimi anni potremmo affermare che ve ne sono stati alcuni difficili, duri, anni di conflittualità permanente tra il 1970 e il 1980. All'inizio degli anni Novanta è stato poi avviato un processo di riavvicinamento che va sotto il nome di concertazione. Credo che oggi si debba compiere un passo che vada oltre, puntando ad una stagione della partecipazione in cui tutte le forze concorrono e partecipano ai processi di sviluppo e all'equilibrio sociale di ciò che potremmo definire un nuova socialità. Il momento centrale della crescita deve essere incarnato in questo concetto, che non deve essere solamente un'enunciazione ma deve essere supportato e sostenuto da politiche che lo rendano credibile e, soprattutto, che producano effetti positivi.

L'auspicata fine degli scontri ideologici deve portarci all'armonia intesa come bisogno. Non è sufficiente, anche se molto importante, avviare la stagione del dialogo. Il dialogo non deve avere riserve mentali e il processo deve essere armonico: l'Italia ha bisogno di questo. La situazione politica, economica, congiunturale, le problematiche che vivono le piccole e le grandi aziende, i cittadini e le famiglie debbono far invocare un processo armonico nei rapporti e nelle relazioni.

Ella, signor Presidente, nel suo intervento ha affermato che crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è indispensabile; crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, nell'immobilità sociale, nella pigrizia educativa, nella tolleranza verso forme abusive di mercato; ci vuole impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione. Credo che questi passaggi, questi punti richiamino la necessità di lavorare e collaborare insieme per realizzare una politica sociale moderna.

Ho molto apprezzato, signor Presidente, il fatto che lei non abbia mai aggettivato la parola "crescita" con quel termine che nel politicamente corretto la configura come "sostenibile" (espressione generica e difficilmente definibile che spesso serve a chiudere una frase ma non a dare contenuti). Ella ha giustamente deciso di significare i percorsi della crescita.

Ritengo che a supporto di tale processo sia indispensabile un più diretto richiamo al Titolo III della Costituzione e, in modo particolare, agli articoli 36, 37, 38, 39, 40 e 46. Il dialogo costante e fruttuoso da lei invocato con le parti sociali rappresenta un momento fondamentale per quel processo di coesione, propedeutico al rilancio della nostra economia. Ritengo che sia maturo il tempo per dare piena attuazione all'articolo 39 della Costituzione al fine di fornire personalità giuridica ai sindacati e all'articolo 40 che, nel riconfermare il diritto allo sciopero, prevede che lo stesso si eserciti nell'ambito delle leggi che lo regolano.

È sacrosanto tutelare il diritto di sciopero di natura contrattuale e vertenziale; non debbono trovare albergo quelli strumentali, estranei alle dinamiche sindacali.

Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato sull'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati, che prevede anche l'istituzione della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge. Su questo tema dobbiamo fare in modo che ci sia un confronto sereno e serio anche con i sindacati e con le parti sociali. Il sindacato - e lo dico anche per la cultura sindacale che ho e per l'attività sindacale che ho svolto - deve essere parte primaria in questo percorso ed in questo processo, perché sono convinto che l'obiettivo del sindacato non è lo scontro, ma la risoluzione dei problemi. Bisogna, allora, che questa cultura venga esaltata, tanto più quando essa può produrre l'attuazione dell'articolo 39 della Costituzione. Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato, come ho detto prima.

Per quanto riguarda, infine, l'attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, in riferimento a quanto ho detto sulla necessità di avviare l'epoca della partecipazione, si riconosca il diritto dei lavoratori, nei modi e nei limiti che si stabiliranno con le leggi necessarie, alla collaborazione e alla gestione delle aziende. Non dobbiamo più immaginare che un conflitto possa essere visto sempre e comunque all'interno di un mondo che deve essere armonico. Il lavoratore non è la controparte del datore di lavoro, il datore di lavoro non è la controparte del lavoratore; essi debbono operare un processo armonico di crescita e di rispetto dei diritti delle parti, quello che potremmo definire l'armonia tra capitale e lavoro.

Credo che per parlare di crescita bisogna soffermarsi molto su questi principi, onde evitare che la stessa possa essere vanificata. C'è bisogno di valori e regole certe; c'è bisogno di coniugare diritti e doveri.

Desidero richiamare in proposito un passo del discorso del Presidente della Camera dei deputati, onorevole Gianfranco Fini, nel giorno del suo insediamento, lì dove ha affermato che «l'insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è».

Credo che questo elemento debba farci riflettere profondamente perché è difficile immaginare che sia sempre valido tutto e il contrario di tutto. Il politicamente corretto deve dare spazio al politicamente concreto, a quel percorso di crescita che lei, signor Presidente, ha continuamente richiamato nelle sue comunicazioni, che vogliono certamente significare una volontà sua, del Governo e - mi consenta - dell'intera maggioranza che la sostiene a fare in modo che questo percorso si configuri realisticamente.

Signor presidente Berlusconi, la ringrazio per quello che lei, congiuntamente al Governo e alla maggioranza che la sostiene, riuscirà a fare per l'Italia e per tutti gli italiani. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Thaler Ausserhofer. Ne ha facoltà.

THALER AUSSERHOFER (UDC-SVP-Aut). Onorevole Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, intervengo come rappresentante della Südtiroler Volkspartei, quindi come rappresentante della minoranza linguistica tedesca e ladina del Sudtirolo e come rappresentante di una Provincia a statuto speciale.

Dalle elezioni politiche, che si sono appena concluse, il signor presidente Berlusconi è uscito vincitore: può contare su una consistente maggioranza parlamentare, che dovrebbe consentirgli di poter condurre un'azione politica chiara e lineare senza il rischio di cedimenti e, soprattutto, senza la necessità della costante ricerca di compromessi.

Ho molto gradito, nonostante la sua ampia maggioranza parlamentare, che lei, Presidente, abbia annunciato la sua disponibilità al dialogo con tutti i Gruppi parlamentari e, quindi, anche con quelli dell'opposizione. Il dialogo con tutte le forze politiche, il confronto costruttivo servono ora più che mai per fare le riforme necessarie e per dare finalmente risposte ai problemi più impellenti dei cittadini.

Il Paese sta attraversando un periodo molto difficile: l'economia non decolla, la pressione fiscale è altissima, gli obblighi burocratici sono insopportabili specialmente per le piccole e medie imprese ed è in pericolo la sicurezza dei cittadini.

Faccio delle brevi considerazioni su alcuni di questi temi importanti.

Pressione fiscale e potere d'acquisto. La pressione fiscale insostenibile unita alla crescita dei prezzi al consumo stanno, da una parte, indebolendo il potere d'acquisto delle famiglie, dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, riducendo molti di loro alla soglia della povertà e, contestualmente, i minori consumi, gli obblighi burocratici, il carico fiscale e l'aumento dei costi stanno mettendo in crisi le piccole e medie imprese, alcune delle quali sono costrette a cessare o ad abbandonare la propria attività. Solo attraverso l'alleggerimento fiscale, che deve rispettare il principio fondamentale stabilito dalla Carta costituzionale, secondo cui ognuno paga le tasse in ragione della capacità contributiva, il suo Governo potrà dare respiro ai cittadini e tamponare l'attuale situazione di emergenza.

Obblighi burocratici. Da anni si parla di semplificazioni, di snellimento delle procedure burocratiche. Solo parole, perché di fatto gli obblighi burocratici di anno in anno sono aumentati. La lotta all'evasione fiscale è importantissima, non si combatte però con l'aumento insopportabile degli obblighi burocratici o con controlli a tappeto, che vengono percepiti dalla gente come una oppressione, ma servono interventi specifici e controlli mirati.

Riduzione dei costi dell'amministrazione finanziaria. È urgente procedere ad una decisa azione di revisione della macchina amministrativa pubblica, rendendola più snella, più efficiente e meno costosa. Il suo Governo deve iniziare subito con la realizzazione del suo programma di riduzione dei costi, iniziando con l'accorpamento degli enti che svolgono funzioni simili (ad esempio, gli enti previdenziali) ed eliminando gli enti inutili.

La famiglia. Quelli della sicurezza e della famiglia sono i temi centrali del suo intervento e sono d'accordo con lei sull'esigenza di interventi a favore delle famiglie, non solo per le difficoltà economiche di cui ho già detto, ma anche per dare loro certezza e sicurezza per il futuro. Ben vengano, quindi, provvedimenti che aiutano le famiglie numerose, i genitori a gestire i primi importanti e fondamentali anni dei propri figli e quelli volti ad aiutare economicamente gli anziani. Ben vengano provvedimenti a favore della donna lavoratrice, per consentirle di conciliare al meglio i tempi della famiglia con quelli del lavoro.

Sicurezza. Il problema della sicurezza è molto complesso e ha bisogno di essere definito politicamente con chiarezza. È giusto assumere provvedimenti di maggiore controllo sugli immigrati per garantire maggiore sicurezza ai cittadini; tali provvedimenti devono contrastare efficacemente l'immigrazione clandestina, senza però penalizzare gli stranieri che giungono nel nostro Paese per lavorare onestamente.

Signora Presidente, noi della Südtiroler Volkspartei siamo una piccolissima componente di questo Parlamento, ma rappresentiamo una Provincia importante nel contesto europeo che funge da collante tra la cultura mitteleuropea e quella mediterranea. Come ho già annunciato siamo i rappresentanti della minoranza linguistica tedesca e ladina, che certamente rappresenta una ricchezza per il Paese, e siamo i rappresentanti di una Regione a statuto speciale.

Ho notato con molto dispiacere che nel suo intervento, signor Presidente, non ha fatto alcun riferimento né alle minoranze linguistiche, né alle Regioni e alle Province a statuto speciale.

Signor Presidente, il nostro partito si è presentato a queste elezioni politiche senza stringere in campo nazionale patti o alleanze elettorali o politiche. Ci siamo presentati autonomi ed indipendenti, come era tradizione del nostro partito, per essere liberi di valutare l'operato del Governo appoggiando con il nostro voto i provvedimenti meritevoli, utili alla collettività e in linea con la nostra politica e per contrastare i provvedimenti che ci sembrano iniqui e le misure ad personam. Vogliamo contribuire, per quanto possibile, alla soluzione dei problemi del Paese e dei cittadini che rappresentiamo.

Per essere coerenti con la campagna elettorale che noi della Südtiroler Volkspartei abbiamo portato avanti in questi mesi oggi dovremmo astenerci dal votare la fiducia per valutare senza pregiudizi l'operato del suo Governo e della sua maggioranza, e questa era la nostra intenzione. Ieri, purtroppo, nella seduta del direttivo del nostro partito, dove erano presenti soltanto 16 membri su 35, è stato deciso a maggioranza di imporre ai propri parlamentari di votare contro la fiducia al suo Governo.

Francamente, io personalmente e il mio collega senatore Pinzger, che non eravamo presenti a quella seduta, siamo sconcertati e non condividiamo la scelta fatta perché contrasta con la linea decisa e sostenuta in campagna elettorale. Sono consapevole che le decisioni del partito, alquanto discutibili, devono essere rispettate e fino adesso ho sempre votato per disciplina di partito. Questa volta, però, per una questione di coscienza e di lealtà verso il mio elettorato non posso seguire l'indirizzo del direttivo e, dunque, non parteciperò al voto. (Applausi dei senatori Fosson, Di Giovan Paolo, Divina e Biondelli).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pisanu. Ne ha facoltà.

PISANU (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, penso che solo interlocutori prevenuti o del tutto sfiduciati possano respingere l'invito al dialogo che il presidente Berlusconi ha rivolto a tutti i settori del Parlamento, un invito ampio e persuasivo, senza precedenti negli ultimi 15 anni della vita politica nazionale, gli anni della cosiddetta seconda Repubblica. Fino a martedì scorso, infatti, il dialogo veniva prospettato come una risorsa eccezionale a cui ricorrere solo in occasioni particolarmente difficili, quasi fosse la nottola di Minerva che si alza in volo soltanto quando si fa buio.

E invece, in una democrazia matura, o che voglia maturare, il dialogo è strumento ordinario di confronto politico. Sue uniche alternative sono lo scontro tra maggioranza e opposizione, muro contro muro, o l'imposizione brutale della ragione del maggior numero.

Troppe volte, colleghi della maggioranza e dell'opposizione, nelle due precedenti legislature, anche in occasioni particolarmente delicate come quelle delle riforme istituzionali, noi abbiamo ceduto a questa ultima tentazione. E non potendo fare in modo che ciò che appariva giusto fosse anche forte, abbiamo fatto in modo che ciò che era forte fosse giusto. E così abbiamo offeso le istituzioni e la nostra stessa dignità di classe politica dirigente.

Il presidente Berlusconi ha giustamente sostenuto che l'Italia deve cominciare a rialzarsi sulle gambe della sicurezza e della crescita economica, ma l'una e l'altra hanno bisogno dell'energia che solo può dare la buona politica.

E in un sistema politico ormai bipolarizzato come il nostro, in un Paese alla deriva come il nostro, la buona politica si produce se Parlamento e Governo, dialogando tra loro, riescono a mobilitare le energie migliori intorno ai grandi problemi dell'economia, della società, delle istituzioni e dell'etica pubblica. Non è dunque necessario che, ripetendo gli errori della precedente legislatura, la maggioranza si incateni al suo programma e che l'opposizione pretenda di sovvertirlo.

Ciò vale anche per la sicurezza. A differenza dei Paesi del Nord Europa, che sono molto più insicuri e violenti del nostro, in Italia la delittuosità complessiva tende a stabilizzarsi e anzi a diminuire. E tuttavia, il senso di insicurezza e di paura dei cittadini cresce in maniera preoccupante. Allora, c'è bisogno non solo di prevenire e contrastare il crimine in maniera più efficace, ma anche di sviluppare azioni collaterali e a più vasto raggio, per ridurre il disagio sociale, lo spaesamento, la paura e per dare più sicurezza ai cittadini. Sull'argomento esiste ormai una vasta letteratura. Si conoscono notevoli esperienze e vi sono anche i risultati, onorevoli rappresentanti del Governo, di una acuta indagine condotta dalla I Commissione della Camera dei deputati, sui quali varrebbe la pena riflettere.

Non servono le risposte emotive, le misure occasionali o gli slogan fortunati come "tolleranza zero", che poi lasciano il tempo che trovano. Servono, invece, decisioni commisurate alla complessità dei fatti e alla sensibilità dei cittadini, decisioni conformi ai diritti di libertà che siano largamente condivise e gestite con sobrietà. La gestione accorta della politica per la sicurezza, infatti, genera sicurezza.

Il presidente Berlusconi ha fatto bene a raccogliere il grido di dolore che si leva dall'Italia del Nord e, ben sapendo che il Sud non ha più neppure la forza di gridare, ha opportunamente accostato la moderna questione settentrionale alla storica questione meridionale, la "storica umiliazione del Mezzogiorno", come la chiamava Aldo Moro. Si tratta di due questioni radicalmente diverse, ma che oggi si pongono insieme ed insieme vanno affrontate, con una strategia unitaria di sviluppo generale del nostro Paese.

Similmente, le riforme istituzionali ed in particolare il federalismo fiscale e solidale dovranno muoversi in direzione dell'unità morale e politica dell'Italia, proprio nel momento in cui la Nazione cede sovranità alla più grande patria europea.

Studi diversi e lo stesso Governatore della Banca d'Italia sostengono oggi, con forti argomentazioni, che il nostro Paese non cresce se non cresce al Sud, ribadendo così quella celebre affermazione di Giuseppe Mazzini secondo cui l'Italia sarà quello che sarà il Mezzogiorno.

Intanto, mentre il divario economico e sociale si allarga implacabilmente, il Sud rischia di sprofondare nell'arretratezza: il suo ritmo di sviluppo è quattro volte inferiore a quello dei Paesi europei definiti «interamente deboli», e non a caso l'emigrazione dal Sud al Nord è tornata ai livelli degli anni Sessanta, solo che ora non emigrano più braccianti e manovali, emigrano diplomati e laureati. E così il Mezzogiorno si dissangua, perde capitale umano e speranza civile.

Noi dobbiamo fermare questo doppio declino rispetto al resto d'Italia e all'Europa più debole. Dal Mezzogiorno - colleghi della maggioranza, non dimentichiamolo mai - abbiamo ricevuto un contributo decisivo per la nostra affermazione elettorale. Quel voto contiene una domanda di sviluppo che si è rivolta a noi con un atto di fiducia e alla maggioranza uscente con un giudizio di temporanea condanna. Questo impone a tutti un impegno più fattivo per far crescere il Sud facendo crescere l'Italia intera.

Ecco, colleghi e amici del Governo, il dialogo per la crescita di cui ha parlato il presidente Berlusconi deve partire simultaneamente dal Nord e dal Sud, combinando sicurezza e sviluppo, ovvero libertà dalla paura e libertà dal bisogno. Faccia in modo il presidente Berlusconi che questo dialogo non aspetti il buio per spiccare il volo e invece parta subito.

 

PRESIDENTE. Senatore Pisanu, la prego di concludere.

 

PISANU (PdL). Ho concluso, signora Presidente.

Parta subito, all'alba di questa legislatura, per farne davvero una legislatura costituente.

Con questa convinzione, noi saremo al fianco del Presidente e sosterremo il suo Governo. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Torri. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.

LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, ho letto con attenzione il discorso programmatico depositato in quest'Aula e condivido il giudizio che da più parti è stato dato: il suo è stato un discorso straordinariamente ecumenico, dominato dal verbo «crescere» e dal sostantivo «dialogo»; abbiamo però colto, nel suo discorso programmatico, una grande assenza di concretezza e diffusissime omissioni.

Lei si è giustificato affermando: «Non vi annoierò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale». Lei non ci avrebbe annoiato, anzi ci avrebbe consentito di comprendere le reali intenzioni del suo Governo senza la maschera ecumenica, perché sino a due anni fa lei, onorevole Berlusconi, era alla guida del Governo di questo Paese. Ci è stato rammentato che per la terza volta dal 1994 lei ha vinto le elezioni, avendole i cittadini dato la fiducia; dovrebbe però chiedersi perché, dopo averle dato la fiducia, il popolo italiano sistematicamente, per due volte gliel'abbia tolta e dovrebbe chiedersi perché nel 2006 perse le elezioni pur sfiorando il 50 per cento dei consensi ed oggi, nel 2008, abbia vinto con il 47 per cento dei consensi sull'80 per cento degli italiani che si sono espressi.

Il suo è un Governo di minoranza nel Paese, con una corposa maggioranza parlamentare non corrispondente al consenso effettivo dei cittadini. L'opposizione, minoritaria in Parlamento, è maggioranza nel Paese. Ed è un mero artifizio intellettuale la sua affermazione secondo cui gli elettori hanno scelto con nettezza una maggioranza di Governo e una di opposizione. Lei sa che non è vero perché i numeri della maggioranza sono solo il risultato di una legge elettorale non coincidente con il consenso. Rispettiamo, ovviamente e totalmente, le regole democratiche, ma politicamente noi dobbiamo valutarla avendo la memoria viva della sua arte di governo praticata sino a due anni fa e per un'intera legislatura.

Mi sottraggo allora alla genericità ecumenica del suo intervento, perché è un argomento che non mi appassiona. Dico soltanto che il leader della nostra coalizione, Walter Veltroni, ieri ha affermato: pronti al dialogo, ma disposti a dire no. Io direi: siamo opposizione, disposti a dire anche sì quando occorre.

La sfido però su due argomenti di estrema concretezza e di interesse per il nostro Paese.

Apprendiamo che nei prossimi giorni il Governo delibererà i provvedimenti molto attesi sul grave problema dell'immigrazione clandestina e sulla sicurezza. Anzitutto sgombriamo il campo da un messaggio che è solo mediatico: il problema dell'immigrazione clandestina riguarda gli extracomunitari, e quindi non c'entra affatto con i cittadini appartenenti all'Europa comunitaria. Sappiamo che la gran parte dei provvedimenti sono mutuati dal lavoro compiuto dal precedente Governo, ma proviamo un grande sconcerto per ciò che di nuovo voi stareste per decidere di qui a pochi giorni, perché il ministro Maroni e il ministro Ronchi hanno annunciato che ci si muove nella direzione dell'introduzione del reato di immigrazione clandestina. Ciò significa che il clandestino passerà dallo status di irregolare allo status di reo; il che significa ancora che, trattandosi di reato permanente ed essendo obbligatorio l'esercizio dell'azione penale del nostro Paese, dovrà procedersi all'arresto, alla detenzione e al processo dei clandestini irregolari presenti in Italia.

Sappiamo che, secondo stime prudenziali, i clandestini irregolari presenti nel nostro Paese sono 650.000 e il 60 per cento è composto da colf e da badanti, sicché il Governo si appresterebbe a far arrestare e a processare 650.000 clandestini, alla ricerca dei quali non potrà sottrarsi perché quei clandestini da irregolari diventano permanentemente soggetti rei. Ma lei, Presidente del Consiglio, ha previsto dove custodire queste centinaia di migliaia di clandestini? Ha previsto che l'indagine e il processo devono anche riguardare i datori di lavoro, che diventerebbero concorrenti o favoreggiatori nel reato permanente di immigrazione clandestina? Ha previsto il costo del gratuito patrocinio che inevitabilmente si abbatterà nella gestione dei processi che si prevede abbiano tre fasi di giudizio, come stabilito dal nostro codice? Ha stimato il costo di questa operazione, che è oscillante tra i 40 e i 50 miliardi di euro? Ma si rende conto? Si rende conto di ciò che sta preparando e di quale strada avete tracciato?

Il problema è quello di come studiare la complessa vicenda delle espulsioni. Voi invece ci state proponendo l'introduzione di un nuovo reato e la necessità di svolgere processi con un meccanismo, introdotto con un tratto di penna di qui a qualche giorno, che ci porterà ad affrontare costi enormi, pari a diverse leggi finanziarie.

In merito al secondo elemento di concretezza, lei ha detto che crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti e significa dare una frustata vitale alla ricerca. Ebbene, lei è lo stesso Presidente del Consiglio che meno di tre anni fa licenziò il premio Nobel Carlo Rubbia, che lavorava al sistema dell'energia alternativa e in particolare al sistema termodinamico. Il premio Nobel Carlo Rubbia, cacciato da lei con un decreto, venne chiamato dal Governo spagnolo per realizzare il suo progetto e nel 2012 Siviglia, 600.000 abitanti, sarà la prima città in Europa che, grazie al talento di un italiano, avrà energia solare al cento per cento. Oggi, grazie al progetto di un talento italiano che lei cacciò tre anni fa, si sta realizzando negli USA, e precisamente nel Nevada, una centrale termodinamica. Lo scorso dicembre il Governo tedesco ha stipulato un accordo con i Paesi nordafricani per la realizzazione del progetto di un talento italiano che lei cacciò tre anni fa.

E allora che cosa farà il Governo? Ancora una volta sbatterà la porta in faccia a Rubbia, rinunciando a ciò che la Spagna, gli Stati Uniti e la Germania vogliono realizzare soltanto per l'opzione del nucleare che ancora lei ieri ha rivendicato? Quali interessi si nascondono dietro questa opzione che l'Europa e gli Stati Uniti hanno abbandonato? Quali interessi si nascondono nel momento in cui un talento italiano viene cacciato dal suo precedente Governo? Perché la Spagna, la Germania e gli Stati Uniti possono realizzare ciò che all'Italia è negato?

Lanci una sfida allora. Ritorni ad essere Masaniello. Annunci in quest'Aula che il primo talento al quale l'Italia non può rinunciare è il talento di chi consente il ricorso all'energia alternativa nell'interesse del Paese. Così si ama il proprio Paese, con fatti concreti e non con le parole.

Noi il nostro Paese lo amiamo fortissimamente e nel nome del nostro Paese faremo un'opposizione integerrima ma ottimista, perché non consentiremo sfregi alla legalità, alla giustizia, all'etica e alla moralità, ma saremo pronti a votare ciò che di positivo ci sarà per il nostro Paese.

Noi dell'Italia dei Valori ciò faremo e sono convintissimo che, insieme a noi, lo faranno i nostri alleati del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pera. Ne ha facoltà.

PERA (PdL). Signora Presidente, in primo luogo, con il suo permesso, desidero farle personalmente i miei auguri di buon lavoro ed esprimerle la mia soddisfazione di vederla presiedere i nostri lavori. Complimenti.

Signor Presidente del Consiglio, all'inizio del suo discorso lei ha detto che il lavoro che aspetta questo Governo richiede ottimismo e spirito di missione. Ed ha anche aggiunto che occorre sconfiggere il pessimismo paralizzante che circola oggi in Italia, come pure - sono parole sue - il pessimismo rumoroso di chi non ama l'Italia e non crede nel suo futuro. Tutti i punti del programma che lei poi ha sinteticamente ricordato hanno precisamente questa finalità.

Ora non mi soffermo su questi punti perché considero le misure da lei indicate rispondenti alle esigenze del nostro Paese e sono convinto che questo Governo, così circondato di fiducia e di aspettative, così netto nelle intenzioni e così determinato, anche perché spesso così invidiabilmente giovanile, corrisponderà alle promesse e realizzerà il suo compito.

Desidero piuttosto soffermarmi sulla necessità che lei ha indicato di battere il pessimismo. Questo significa - secondo me - sconfiggere una crisi che da tempo attraversa il nostro Paese. Di questa crisi noi conosciamo gli aspetti principali: una Costituzione non più adeguata ai tempi moderni; Regolamenti parlamentari adatti ad un'epoca tramontata; un sistema politico che solo adesso dà i primi segni della vera alternanza, non per virtù della legge elettorale, la quale era e resta carente perché premia i partiti, punisce gli elettori e non favorisce la rappresentanza territoriale degli eletti, ma a causa di due fattori. Il primo è la lungimirante decisione dell'onorevole Veltroni di dare vocazione maggioritaria al Partito Democratico e il secondo è l'altrettanto lungimirante decisione sua, signor Presidente, di seguire questa stessa strada. E se il clima nuovo, che è mancato in altre legislature, davvero si realizzerà, senza che ne venga alterato o edulcorato il rapporto dialettico tra maggioranza ed opposizione, penso che questi aspetti della crisi italiana saranno finalmente corretti.

Ma c'è un'altra crisi su cui desidero soffermare la sua e la nostra attenzione, e si tratta di quella che io considero una crisi morale o etico-civile. Il pessimismo paralizzante di cui lei ha parlato riguarda una questione apparentemente ineffabile e impalpabile, ma invece ben presente ai nostri cittadini: l'identità, chi siamo noi, in che cosa crediamo noi. Abbiamo noi principi o valori che riteniamo sacri, fondamentali, inviolabili oppure, per usare l'espressione cara al Papa Benedetto XVI, non negoziabili?

Queste domande, le cui risposte noi pensavamo da tempo acquisite, sono rinate quasi improvvisamente in varie occasioni recenti: quando siamo stati minacciati dal terrorismo islamico, quando ci siamo posti il problema di come meglio integrare coloro che vengono da noi, quando abbiamo inseguito vanamente (perché vanamente e vacuamente l'avevamo perseguito) l'obiettivo di scrivere una Costituzione europea e quando siamo stati investiti dalle richieste, anche in quest'Aula, di cosiddetti nuovi diritti in tema di matrimonio, famiglia, procreazione, vita e morte.

Ora, desidero osservare che la questione dell'identità non è una raffinata specialità intellettuale: è una questione che tocca la vita degli italiani ogni giorno e dalla sua risposta dipendono molte cose. Dipende la nostra collocazione internazionale, perché se stiamo con gli Stati Uniti d'America e con Israele è perché intendiamo mantenere una certa nostra identità; dipende la nostra relazione con gli altri Paesi, perché se chiediamo, come dovremmo sempre più chiedere, reciprocità di diritti, in particolare in tema di religione, è perché consideriamo la nostra identità un bene da salvaguardare; dipende la nostra politica dell'integrazione, perché se chiediamo che gli immigrati rispettino i nostri valori è proprio perché li consideriamo come identitari; e dipende la nostra politica dell'educazione, perché se decidiamo che occorre insegnare la nostra storia, i nostri classici, la nostra tradizione è perché siamo convinti che non dobbiamo perdere la nostra identità.

Oggi sulla questione dell'identità l'Italia è divisa. Da un lato c'è una cultura dominante, anche se più per inerzia che per forza intellettuale, dall'altro c'è una maggioranza di italiani che non la accetta, ma che è costretta a subirla sui giornali e sulle televisioni anche pubbliche, nelle scuole, nelle università, nelle case editrici e negli istituti di formazione. Questa cultura, come è noto, predica il relativismo dei valori e, mentre considera i sistemi di valori, le culture o le civiltà tutte ugualmente rispettabili, nega valore proprio ai nostri stessi valori. E il laicismo è l'altra faccia di questo relativismo.

Noi abbiamo sì buoni principi umanistici, scritti anche nella nostra Costituzione, ammette il laicista, però, aggiunge, non dovremmo esserne fieri, non dovremmo esaltarli e ancor meno dovremmo esportarli, perché non dobbiamo essere arroganti e dogmatici. E intanto, proprio il laicismo è arrogante e dogmatico fino al punto di accusare la Chiesa di interferire con lo Stato, perché parla da Chiesa, o fino al punto di impedire al Papa Benedetto XVI di tenere una lezione in una università italiana perché pubblica e laica. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e della senatrice Baio).

Ora, qui credo che stiano le fonti della crisi morale o etico-civile dell'Italia e non solo di essa, perché l'Europa intera è investita dallo stesso clima e sulla questione dell'identità stiamo rischiando che si avveri, se già non si è avverata, la profezia di un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, il quale ci mise in guardia dai rischi della alleanza tra relativismo e democrazia. Infatti, mettendo ai voti, come accade nei Parlamenti europei e anche nel nostro, gli assi portanti della nostra tradizione, considerando, come anche in quest'Aula si è sentito dire, conquiste civili l'aborto, l'eugenetica, l'eutanasia e la sperimentazione sugli embrioni, chiudendo gli occhi, come già accade in Europa, sulla poligamia e sulla pedofilia, noi ci sentiamo onnipotenti - votiamo! - e padroni di noi stessi ed invece seppelliamo il nostro futuro perché nascondiamo i valori del nostro passato.

Questa crisi morale provoca disagio, incertezza, insicurezza, ansia e anche paura e trasforma persino l'impostazione dei problemi, come avviene quando tanta gente ritiene che le questioni dell'integrazione e della sicurezza possano essere trasferite soltanto nelle mani dell'agente di polizia o del magistrato.

La crisi morale genera un bisogno di punti di riferimento a cui oggi la Chiesa cattolica dà una risposta. E non dovremmo lasciarla sola, signor Presidente, con l'argomento che la religione è separata dalla politica, perché se così davvero fosse tutta la nostra politica si ridurrebbe ad una cieca amministrazione di interessi senza coordinate morali.

Concludo. Signor Presidente, so bene che per questa crisi morale non ci sono misure specifiche che lei possa proporre, ma ci sono interventi indiretti nel campo dell'educazione, dei programmi scolastici, della famiglia, dell'integrazione, delle relazioni sociali, della legislazione bioetica e della cultura che possono aiutarci a superarla e che sono nella sua disponibilità.

Sono certo, signor Presidente, che questa è anche la sua preoccupazione ed è una ragione in più per dare a lei la mia fiducia e augurare buon lavoro al suo Governo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP, del senatore Colombo e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni. Ne ha facoltà.

LEONI (LNP). Signora Presidente, Presidente del Consiglio, Ministri, colleghi, dirò subito che il mio sarà un voto di fiducia a questo Governo. Faccio parte dello schieramento di maggioranza, sono un leghista ed ho il vizio, per molti, di essere cattolico e come tale troppe volte sono invitato ad essere sileant cattolici in munere alieno, ma le posso garantire che il mio dire sarà solo in modo costruttivo, come fanno gli architetti, praticando la nota formula benedettina ora et labora, accompagnato dall'obbedienza e dall'umiltà.

Da sempre mi sono reso conto che guidare gli altri implica la necessità di lavorare innanzi tutto su noi stessi, in un'ottica di continuo e incessante miglioramento del nostro modo di fare e di essere. Soltanto così è possibile gestire le persone che ci sono affidate. Chi vuol parlare alla mente ed al cuore degli altri deve avere prima ascoltato e parlato con la propria mente ed il proprio cuore e da oggi sono molte le menti ed i cuori che l'ascolteranno, caro Presidente.

Dall'esposizione delle sue linee programmatiche ho appreso molte proposte condivisibili e, considerata l'opportunità di poterle parlare direttamente, approfitto dell'occasione.

Per quanto riguarda l'immigrazione, abbiamo nel nostro Paese quattro milioni di immigrati. Io la vorrei invitare a venire con me in Congo tutti gli anni, quando vado a fare volontariato; sono pienamente convinto che se il Padreterno avesse fatto nascere me o lei in Congo saremmo venuti qui, perché uno spirito costruttivo non può rimanere in un Paese del Terzo mondo. Dunque, dobbiamo porre in essere un impegno a livello di banca mondiale; se vogliamo fermare l'immigrazione dobbiamo aiutare questa gente a casa propria, cosa che continuiamo a non fare.

L'aborto: da quando c'è la legge sull'aborto cinque milioni e mezzo di bambini non sono stati fatti nascere, uccisi nel grembo delle proprie madri. Abbiamo quattro milioni di immigrati; ecco perché abbiamo bisogno di immigrati, la nostra società così consumistica va a comprare anche i bambini. Noi li uccidiamo e poi li dobbiamo importare e importiamo ragazzi già di venti anni. Anche questo ci deve portare a grandi riflessioni.

L'eutanasia. Per me è molto facile: la vita è un dono di Dio e va rispettata dal suo concepimento fino alla morte.

Il problema della casa. Ho sentito nel suo programma, Presidente, che vuole attuare un piano Fanfani: le dico che in questo modo finirà la legislatura e non avremo ancora iniziato a costruire le case. Dia lavoro al catasto, agli uffici erariali; ci sono tante case invendute nel nostro Paese; sicuramente si possono fare delle stime, dando poi l'opportunità alle giovani famiglie di comprarsi una casa già esistente sul territorio. Se aspettiamo un piano Fanfani sicuramente non riusciremo ad accontentare nessuno.

La terza settimana. Si parla di terza settimana nel senso che la gente non riesce ad arrivare a fine mese. Benissimo, la gente vive di affitti, di mutui, di alimenti, di benzina, di energia, di spese per i figli: faccia costare meno questi beni primari, ad esempio, riducendo l'IVA sugli stessi; è una cosa fattibile da subito. Invece di aumentare gli stipendi, in questo modo la gente troverà nel proprio portafoglio le risorse per poter affrontare la terza settimana.

Il federalismo. Si parla solo di federalismo fiscale. La sussidiarietà, e non la solidarietà, è un nobile valore intrinseco del federalismo e pertanto il pensiero federalista va portato avanti in tutta la sua interezza. Sono in troppi a pensare che il federalismo sia sinonimo di egoismo, di particolarismo. Non c'è cosa più sbagliata. Metà del Paese Italia vive con preoccupazione l'inizio di tali riforme, che obbligatoriamente dobbiamo affrontare per salvare il Paese; non possiamo far altro che lavorare per trasformare questo Stato centralizzato in un moderno Stato federale.

Vado a concludere, Presidente, anche se avevo tanti argomenti da affrontare. Per ultimo, le raccomando di non tradire le aspettative del mio popolo, altrimenti sarò il primo di molti a togliere la fiducia. Patti chiari e, come si dice a casa nostra, l'amicizia rimarrà lunga. La ringrazio, le auguro buon lavoro e che Iddio ci aiuti e ci assista. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 10,25)

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiti. Ne ha facoltà.

CHITI (PD). Signor Presidente, onorevoli membri del Governo, onorevoli colleghi, questa legislatura si apre con una speranza che anche l'impostazione del discorso del Presidente del Consiglio conferma come possibile, quella cioè che in Italia ad un quindicennio di democrazia dell'alternanza, fondata però sulla contrapposizione continua, segua non come una parentesi dettata per voi dalla felicità per i recenti risultati elettorali, ma come una fase irreversibile un bipolarismo maturo, basato su di un confronto tra maggioranza ed opposizione forte, trasparente, rispettoso. Un confronto capace di individuare, e non di temere, motivi d'intesa, ad esempio sulla riforma delle istituzioni o sugli interessi e doveri dell'Italia in campo internazionale; un confronto in cui l'opposizione, come in ogni Paese dell'Europa, svolgerà pienamente il suo compito di controllo, condurrà le sue battaglie, sfiderà la maggioranza ed il Governo su un progetto alternativo.

Saranno i fatti a dirci se questa fase è davvero iniziata; e i fatti chiamano, come sempre, in causa per prima la responsabilità di chi governa. Non è stato così per la nomina del nuovo Commissario dell'Unione Europea: in tutti i Paesi ciò avviene attraverso un dialogo. Valuteremo a partire dalle altre scadenze di fronte a noi se così sarà: le istituzioni da cambiare, lo statuto delle opposizioni, la RAI, le emergenze sociali.

Noi saremo un'opposizione che non si lascerà trascinare sul terreno delle contrapposizioni pregiudiziali: questi terreni danno forse qualche rendita di posizione minoritaria, ma non rappresentano l'orizzonte di chi si candidi a governare l'Italia. Noi non abbiamo lasciato le nostre case di appartenenza ed affrontato una difficile sfida di innovazione politica, costruendo il Partito Democratico con l'ambizione di farne un protagonista di questo secolo, per confinarci poi in un ruolo di testimonianza. E a quanti temono e vedono ovunque trappole diciamo con pacatezza: il Partito Democratico, con la sua nascita, con le sue scelte, ha contribuito a superare la frammentazione politica, ha determinato una svolta perché il bipolarismo non viva come contrapposizione continua. Non abbiamo dunque fatto questa scelta per compiacere il Presidente del Consiglio, ma perché è ciò di cui il nostro Paese ha bisogno.

Il discorso del presidente Berlusconi muove da un'esigenza giusta: quella di dare serenità al nostro Paese. Questa serenità deve servire però a dare all'Italia fiducia nei suoi mezzi per un grande progetto di cambiamento.

L'Italia ha bisogno di innovazione, non di conservazione. Non ha bisogno di vivacchiare. Questa necessità, del resto, emerge dalla diagnosi dei gravi problemi del Paese che ieri qui ha fatto il Presidente del Consiglio; sono le risposte complessive che a me non sembrano all'altezza.

Nonostante un rientro del deficit nei parametri europei ed il riformarsi di un avanzo primario da noi realizzato e di cui vorremmo ci fosse semplicemente dato atto, non ricominciando con il balletto delle cifre che non tornano, siamo il Paese in Europa con il più grande debito strutturale: ogni anno circa 70 miliardi di euro sono destinati non a politiche per l'istruzione, per la formazione, per l'occupazione, per uno sviluppo moderno, ma per gli interessi sul debito pubblico. È un dovere uscirne. Dobbiamo liberare risorse per dare priorità alla competitività del sistema produttivo, ai redditi dei lavoratori dipendenti e di quel ceto medio, persone e famiglie in carne ed ossa, colpite dalla fase della globalizzazione.

L'Italia ha bisogno di superare i corporativismi ed una situazione di blocco sociale che dà alle ragazze e ai ragazzi di questo Paese un futuro condizionato dalle famiglie nelle quali nascono, un destino spesso già scritto. Occorrono allora liberalizzazioni, a partire dai servizi pubblici locali, un progetto per coinvolgere i lavoratori e i tecnici nella vita produttiva delle aziende, semplificazione ed efficienza nella pubblica amministrazione, risorse per la formazione. Ancora una volta giudicheremo dai fatti: in passato non vi sono stati, lo ha riconosciuto anche l'onorevole Berlusconi, vedremo ora.

L'Italia ha anche bisogno dell'Europa: lo hanno tutte le nazioni del continente, destinate altrimenti all'irrilevanza. Non ha speso molte parole il Presidente del Consiglio attorno a questo tema, eppure è una questione centrale.

La costruzione della dimensione politica e sociale dell'Europa è decisiva per dotarci di politiche e regole nuove di fronte ai processi di globalizzazione per affrontare le sfide dell'immigrazione, per dare coerenza ad un impegno, non certo armato, ma civile, culturale, collegato alla cooperazione e che però sia forte e intransigente sul tema dei diritti umani.

È urgente che il Parlamento affronti la ratifica del Trattato di Lisbona e io chiedo che il Governo dia priorità a questa scelta e che questo adempimento sia vissuto non in chiave burocratica, ma come momento alto di confronto tra noi attorno all'Unione europea e alle sue prospettive.

Sul tema della sicurezza, il Presidente del Consiglio ha detto di accettare un confronto con quanti sollevino obiezioni di merito. Contano anche gli strumenti, signori membri del Governo: se procedete con un decreto-legge sarà assai difficile; se date vita ad un disegno di legge possiamo assumerci la responsabilità, non certo a priori del tipo di voto ma in ordine ad una scadenza concordata per il suo approdo finale. La sicurezza è un diritto di ogni cittadino che viva in questo Paese e le istituzioni della democrazia devono saperla assicurare. È sbagliato fare della sicurezza però, come è stato fatto, tema da campagne elettorali perché dovrebbe essere un terreno di confronto responsabile, di ricerca di soluzioni condivise. Nessuno può, senza grandi rischi, presumere l'autosufficienza. Al riguardo potrei saltare il mio intervento e dire che condivido tutte le parole del senatore Pisanu: occorre serietà, occorre competenza, non improvvisazione, non propaganda. Così come per l'immigrazione.

In proposito, abbiamo ascoltato di tutto in questi giorni: da interventi nelle acque internazionali a deportazioni di rom e di rumeni, dalla sospensione del Trattato di Schengen al reato di immigrazione clandestina. Ci è stato risparmiato - per ora - solo l'arresto per complicità di anziani assistiti da badanti senza regolare permesso di soggiorno. Occorrono misure forti, di contrasto alle organizzazioni di trafficanti di persone e all'immigrazione clandestina, accordi bilaterali più efficaci con i Paesi di origine e di transito, misure severe per chi commette reati e certezza della pena; noi ci saremo, ma occorrono anche politiche di integrazione degli immigrati regolari e vi chiediamo: voi ci sarete e ci sa sarete tutti?

Non dimentichiamo, lo ha ricordato ieri con la sua competenza il collega Livi Bacci, che l'immigrazione è una delle condizioni per la crescita e la responsabilità penale è per tutti individuale, non chiama in causa popoli o etnie. Guai a suscitare odi e divisioni perché la storia del Novecento ci parla di conseguenze tragiche di queste campagne di razzismo. Per tutti valgono e devono valere i diritti e i doveri sanciti dalla Costituzione, per tutti deve valere anche l'esercizio di una cittadinanza attiva, a partire dal voto nelle elezioni amministrative. Che cosa farà il vostro Governo? Al riguardo abbiamo sentito pareri opposti, ma il successo di un indirizzo politico è legato alla capacità di tenere insieme legalità, rigore, integrazione.

Infine un'ultima questione: le istituzioni. Nella passata legislatura si erano registrate importanti convergenze sulla differenziazione dei compiti tra Camera e Senato, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio, la revisione dei Regolamenti parlamentari, il cosiddetto federalismo fiscale che se vuole essere davvero solidale, come pure è stato detto, non può prescindere né dal debito pubblico, né da una gradualità di attuazione, né da un equilibrio che, né oggi né domani, potrà far restare sul territorio il 90 per cento delle risorse dal momento che in nessun Paese federale (neppure nella Confederazione elvetica) ne restano più del 40-45 per cento; certo, neanche il 16 per cento che resta per ora in Italia.

Si era anche trovata un' intesa sulla nuova legge elettorale. Voi allora avete scelto di non procedere preferendo la via delle elezioni subito. Questa legislatura sarà dunque attraversata dal percorso di riforme alcune delle quali già oggi avrebbero potuto esercitare un'influenza positiva: si apra allora il cantiere, ma perché il cantiere funzioni occorre chiarezza di impostazione. Si riparta dal lavoro svolto e non da zero.

Il Governo si impegni e partecipi, ma lasci l'iniziativa nelle mani del Parlamento, altrimenti non ci può essere vera intesa. Il Senato - e questo riguarda tutti noi, colleghi - si faccia protagonista in prima persona di una proposta di autoriforma, mostrando con i fatti che qui non c'è una casta, ma donne e uomini in grado di pensare all'Italia. Le preposte hanno naturalmente tempi e priorità differenti, ma l'accordo deve riguardare in modo esplicito un progetto complessivo.

Noi non voteremo la fiducia al Governo, ma non saremo neppure un'opposizione chiusa in un fortino; vogliamo essere - questo è il nostro impegno - capaci di rappresentare rispetto a voi un'alternativa di Governo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice Spadoni Urbani).