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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 005 del 15/05/2008


QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signori del Governo, signor Presidente del Consiglio, il discorso con il quale lei ci chiede la fiducia per il suo Governo segna una svolta nella vita politica e, insieme, fissa l'ambizione di una sfida: non soltanto quella di chiudere una transizione durata quattordici anni, ma quella, assai più ambiziosa, di lasciarsi finalmente alle spalle il Novecento.

È impossibile non riconnettere il discorso che abbiamo letto con la sua biografia politica. Esso, infatti, rimanda al 1994, quando la sua scelta di fondare Forza Italia inaugurò nel nostro Paese la stagione del bipolarismo, per quanto incerto. Lei allora scendeva in campo tra le macerie di un sistema politico minato nelle sue basi dalla fine della Guerra fredda e devastato dall'azione di alcuni magistrati troppo spesso indotti ad agire sulla base del giudizio e, ancora più, del pregiudizio politico.

Da allora il percorso democratico si è fatto più immediato; gli elettori bene o male - e più bene che male - hanno sempre avuto la possibilità di scegliere chi li dovesse governare: una grande novità rispetto al tempo in cui, invece, i Governi erano determinati dai partiti. Ma a fronte di tutto ciò i partiti stessi, che erano stati il fulcro della prima lunga stagione repubblicana, hanno trovato il modo e i tempi per rimontare la china, facendo valere - per dirla con le sue parole, signor Presidente - i diritti della loro visibilità e della loro vanità all'interno delle due coalizioni che, infine, si erano imposte.

È accaduto nel centrosinistra e, sebbene con maggior moderazione, anche nel centrodestra. Non saremmo buoni giudici di noi stessi se dimenticassimo oggi il freno che tale dinamica ha imposto all'azione riformatrice nel periodo 2001-2006 e gli sforzi di responsabilità che furono allora necessari per condurre in porto con un segno positivo quella stagione. Il fenomeno si è fatto addirittura devastante nel biennio appena concluso: non solo un'esperienza di Governo entrata in crisi, com'è nella fisiologia dei sistemi parlamentari, ma addirittura un accordo di schieramento è andato in frantumi.

Di fronte a questa realtà c'erano solo due strade possibili: o si tornava indietro, al tempo in cui gli elettori consegnavano la mediazione politica e i Governi direttamente nelle mani dei partiti oppure si trovava il coraggio di andare avanti, salvando quanto di buono con il 1994 si era conseguito, ma trovando anche la forza per edificare un'efficiente democrazia degli elettori. C'era, insomma, da separare il bambino dell'acqua sporca e, quindi, scegliere se salvare il primo o continuare a sguazzare nella seconda.

Verrà il tempo in cui l'ultimo periodo della scorsa legislatura sarà letto come il decisivo braccio di ferro tra queste due possibilità. Ciò accadrà quando verranno abbandonate le polemiche sterili e la ricerca del sistema elettorale "perfetto", che il voto del mese scorso ha dimostrato non esistere.

Sin da subito, però, noi vogliamo e dobbiamo rivendicare la parte che abbiamo avuto - e che lei, signor Presidente, ha avuto - nell'evoluzione della nostra realtà politica. Essa non è il frutto dell'azzardo, del caso e tanto meno della fortuna. Quando nel mese di gennaio lei decretò il superamento dell'esperienza di Forza Italia in favore di un nuovo grande partito di coalizione che, almeno nelle aspirazioni, vorrebbe essere di tutti i liberali e di tutti i moderati italiani; e quando subito dopo fu tenacemente ricercato il confronto e la collaborazione sulle regole, già allora si mise in moto il processo che ha portato a oggi.

Si invertì in quel momento la logica intrinseca del sistema. Si cessò di assecondare e privilegiare la rendita di posizione delle forze estreme - e non dimentichiamo che è esistito anche un "estremismo di centro" che ha operato in questi anni - a favore di una nuova logica per la quale al centro non vi sono i partiti ma gli elettori. In particolare gli elettori moderati, pragmatici, non pregiudizialmente schierati; quegli elettori che attribuendo il loro voto in base alla credibilità delle proposte, all'affidabilità delle classi dirigenti, alla forza dei leader carismatici, determinano l'esito della competizione elettorale.

Le opzioni di schieramento compiute al momento delle ultime elezioni si pongono in continuità con quelle scelte. Dagli amici dell'UDC, insomma, non ci hanno diviso i programmi e tanto meno i princìpi. Ci ha diviso, piuttosto, l'idea dello sviluppo del nostro sistema politico: rispetto allo spartiacque del 1994, noi vogliamo andare avanti salvando il bambino. Loro sarebbero voluti tornare indietro, continuando a restare ancorati ad antiche abitudini. (Applausi dal Gruppo PdL).

Ora è necessario che le premesse del risultato elettorale del 13 e 14 aprile siano condotte fino alle loro logiche conseguenze. Il suo discorso, signor Presidente del Consiglio, è impregnato di tale consapevolezza. E quanto lei ha detto sulla necessità di regole condivise - iniziando dai Regolamenti parlamentari, dall'apprezzamento per la costituzione del governo ombra, fino al proposito di rivedere la normativa per le elezioni europee - lo dimostra. È una sfida tutt'altro che agevole: in questo Senato, dai tempi della destra storica, e poi tante e tante volte, sono risuonate invano parole che indicavano la via di una democrazia decidente che guardasse al modello inglese.

In questo momento storico, però, non si tratta di rincorrere modelli astratti. Si tratta, piuttosto, di prendere atto di una evoluzione spontanea della società; che la presenza di molteplici, forti e radicate identità politiche, protagoniste dei primi quarant'anni della Repubblica, oggi non c'è più.

Ma nel suo discorso, signor Presidente, noi scorgiamo un'ambizione anche maggiore. L'ambizione di condurre l'Italia a guardare in faccia e ad affrontare senza timore le sfide del nuovo secolo. Chiedere in un'Aula parlamentare - come lei ha fatto - di non aver paura significa innanzi tutto questo. Una grande intelligenza italiana, quella di Guglielmo Ferrero, ci ha insegnato che la paura è stata la cifra essenziale di quel sentimento rivoluzionario che ha impregnato di sé il secolo delle tirannie. Del residuo di tale sentimento si è in fondo nutrita la propensione alla delegittimazione che si è proiettata ben oltre la fine ufficiale del secolo breve. Lei, signor Presidente, ne sa qualcosa.

Ora, costruire una democrazia nuova, una democrazia delle riforme, impone di liberarci da quei residui. Lo impone a tutti. Chi riuscirà a farlo, potrà apprezzare fino in fondo il passaggio consacrato alla crescita, che è il vero cuore pulsante del suo discorso.

Lei ha parlato di crescita evitando il termine più à la page - ma anche molto più ambiguo - di modernizzazione. La scelta semantica rimanda a qualcosa di meno definito e più pragmatico di ciò che il liberalismo degli anni Ottanta - quello della Thatcher e di Reagan - chiedeva con sfrontatezza e sana irriverenza. Nelle sue parole vi è la consapevolezza di un tempo differente, nel quale non è solo necessario rompere ma anche tenere, nel quale è necessario governare le grandi opportunità della globalizzazione che, se lasciate a se stesse, potrebbero invece produrre arretramento e declino.

In quelle parole vi è la consapevolezza che, per crescere veramente, è necessario saper guardare con fiducia verso il futuro, ma anche, e senza complessi, sapersi voltare indietro verso quella civiltà europea millenaria che il secolo delle rivoluzioni ha provato a distruggere e che, invece, è ricchezza dalla quale attingere, soprattutto nel momento presente, quando i contesti geopolitici ci impongono sfide fino a qualche anno fa impensabili.

Per questo noi non ci vergogniamo di indicare, come fonte d'ispirazione attiva, la tradizione cristiana con i suoi portati, a cominciare dalla famiglia. Per questo, pur consapevoli dell'importanza di regolamenti, leggi e persino costituzioni, siamo con lei, signor Presidente, quando rintraccia la prova della riuscita o meno del suo nuovo Governo nel tentativo di riportare la sfida politica, troppo a lungo fondata su una presunta diversità antropologica - dalla quale sono derivati lutti, discriminazioni, razzismi - alla consapevolezza che l'umanità è una, fatta di uomini buoni e cattivi e, nella maggior parte dei casi, buoni e cattivi allo stesso tempo.

Signor Presidente, lei da liberale autentico, sapendo che anche il successo del miglior progetto non sta solo su questa terra e tanto meno può ricondursi esclusivamente alle intenzioni, con Erasmo ha chiesto l'aiuto di Dio e subito dopo, più laicamente, con Machiavelli ha ricordato il nesso che esiste tra la virtù e la fortuna. Noi, infine, potremmo risponderle augurandole buon lavoro, o più prosaicamente, con affetto e familiarità, potremmo augurare a lei e ai suoi Ministri, che sono anche i nostri amici, in bocca al lupo.

Non sarebbe sufficiente. Da quanto lei ha detto si arguisce che sempre di più la classica distinzione tra i poteri fissata da Locke e Montesquieu appartiene a un altro tempo. Quanto sta accadendo in Italia dà sempre più ragione a Bagehot, grande studioso della costituzione inglese; per lui, in una democrazia efficiente la vera distinzione risiede nel binomio tra il Governo e la sua maggioranza da un lato e l'opposizione che legittimamente aspira a succederle dall'altro. Per questo, signor Presidente, la sua sfida è anche la nostra sfida e, almeno in parte, è la sfida dell'intero Parlamento in questa legislatura.

Il voto del 13 e 14 aprile ha segnato una nuova libertà e una nuova responsabilità per tutti. La stessa Presidenza della Repubblica, definita in un contesto istituzionale squilibrato, costretta fino a questo momento a far conto innanzitutto sulla saggezza personale del presidente Napolitano, si trova oggi in una posizione di maggior equilibrio istituzionale che si è riflettuta positivamente negli interventi che abbiamo udito in questi giorni.

Dal canto nostro, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, faremo tutto quello che è nelle nostre capacità e possibilità affinché la sua sfida sia vinta, perché così, ancora una volta, anche noi vinceremo con lei. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).