Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 005 del 15/05/2008


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente MAURO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9).

Si dia lettura del processo verbale.

 

MONGIELLO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 13 maggio.

 

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri (ore 9,02)

Approvazione di mozione di fiducia

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri».

È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ho letto con molta attenzione il discorso che il Presidente del Consiglio ci ha consegnato due giorni fa. Ho letto molte promesse già scritte sette anni fa e tante buone intenzioni che, se applicate, potrebbero portare il Paese, il nostro Paese, a riprendere quella fiducia persa nel corso degli anni. Credo però si tratti dell'ennesima illusione perché il discorso si basa su promesse - ripeto: le solite promesse - e non sulla certezza di una politica del fare, che è quella politica che l'Italia dei Valori sta dimostrando da circa due anni.

Serva come esempio, signor Presidente del Consiglio - parlo anche in sua assenza, ma sicuramente i suoi amici le riferiranno - la politica non di parte che l'ex ministro Di Pietro ha dimostrato nel corso del suo mandato. Lo stesso ministro Matteoli, ma anche alcuni governatori e sindaci della sua coalizione, hanno elogiato una politica non di parte fatta dal nostro rappresentante al Governo e ora Presidente del nostro partito: favorire il cittadino e il suo bisogno, senza guardare l'appartenenza politica né il colore è la forza che un partito giovane e attento come il nostro ha dimostrato.

Una politica nuova: una politica nuova si può fare e questo messaggio volevo indirizzarlo a lei, signor Presidente del Consiglio. Lo dico perché leggendo il suo discorso non si notano elementi di novità. L'Italia dei Valori farà un'opposizione costruttiva, critica, attenta a tutelare il più debole, a far capire che abolire integralmente l'ICI non vuol dire tutelare le fasce deboli, bensì non far pagare di più quelle fasce di ricchi che resteranno sempre più ricchi. In più, così facendo, questo Governo regalerà loro dei soldi, abolendo a loro vantaggio una tassa che dovrebbe e potrebbe magari essere utilizzata per la sicurezza dei più deboli o per la sanità. Signora Presidente, se ho un appartamento in una zona periferica comprato dopo anni di sacrifici le dico grazie se dimostra di non mettermi sullo stesso piano di chi ha una prima casa nel centro storico. Non so se intuisce la differenza sociale tra chi compra in periferia e chi nel centro storico. Ecco perché chiediamo l'abolizione dell'ICI a seconda della fascia di reddito.

Nel suo discorso ha detto che gli elettori hanno respinto campagne insidiose di sfiducia o di protesta. Se così fosse stato sareste stati respinti voi, perché durante la passata legislatura non avete fatto altro che ostruzionismo non votando leggi come quelle sulla sicurezza del lavoro o sulla pedofilia. Vi siete concentrati solamente a trovare un accordo per votare l'indulto e salvare così qualche colletto bianco a discapito di quelle persone (che sono tante e sono gli extracomunitari) che una legge incompleta ha fatto rientrare immediatamente nelle carceri.

Abbiamo sostenuto delle battaglie. Noi dell'Italia dei Valori non abbiamo visto una sua riga sui condannati in Parlamento. Lei stesso ha dichiarato di non voler candidare persone condannate, distinguendo anche quelle per reati politici. A me sembra che tutto ciò non sia avvenuto, ma sta a lei dare una risposta al Parlamento e ai cittadini su questo tema.

Signor Presidente del Consiglio, l'Italia dei Valori e l'Italia che crede ancora nei valori le chiedono una soluzione sui tempi della giustizia. Sui tempi e sui costi della politica non c'è alcun cenno nel suo discorso. Non ci sono soluzioni ma solo promesse. Lo scrive lei e concordo con lei su una frase: «L'Italia non ha più tempo da perdere». Io aggiungo che l'Italia che crede ancora nei valori non ha più tempo. Vuole i fatti. Non vuole una passerella di finti buonisti. Attuate una politica del fare e noi vi aiuteremo a portarla avanti perché noi, signor Presidente, a differenza vostra, sappiamo fare quella politica.

Lei dice di ascoltare tutte le forze politiche e poi elogia un Governo ombra, di parte. A me sembra un elogio ad un'ombra del suo Governo. Noi vogliamo essere considerati una forza di opposizione per migliorare un dialogo e non per aggiustare qualche cosa. Noi ci sentiamo opposizione per migliorare i tempi della giustizia, per dirvi di fare presto a risolvere il caso Alitalia, per far uscire la politica dalla RAI, per far crescere un giovane libero dalla partitocrazia e per credere nella meritocrazia. L'Italia dei Valori non sarà mai e non si sentirà mai un'ombra, ma una forza di idee che rappresentino il malessere del quotidiano, quel quotidiano - signor Presidente - che, leggendo il suo discorso, lei sembra non conoscere.

Tenere il primo Consiglio dei ministri a Napoli non è la soluzione del problema, ma un gesto simbolico che alla gente sommersa dai rifiuti non importa. Gli italiani vogliono le ruspe, vogliono le discariche, vogliono vivere in un modo civile. Quella gente non vuole il gesto simbolico: vuole un lavoro, vuole una sanità, vuole la verità.

Signor Presidente, lei scrive che il nostro Paese vuole ricominciare a crescere, deve ricominciare a crescere - e lo sottolinea - dopo un lungo periodo di delusioni. Ebbene, se intende per lungo periodo, per lunga fase, anche il periodo da lei governato fino a due anni fa, questo le fa onore. Ma credo non sia così. A mio avviso, lei usa una parola - lo ripeto - "crescere", errata. La parola che doveva usare per dare un segnale di novità è cambiare. Bisogna cambiare sistema per far crescere una nuova classe dirigente, per non accontentarsi di una legge Biagi che crea una occupazione a tempo; cambiare sistema per dare più risorse alla ricerca e non per far scappare i nostri ricercatori; cambiare sistema per non far crescere la burocrazia, quella burocrazia che fa aumentare il numero di autorizzazioni per aprire una azienda; cambiare inoltre il sistema che ha portato le compagnie di assicurazioni a fare un cartello tra di loro e ad innalzare le tariffe in modo incontrollato; cambiare per crescere, signor Presidente.

Sulla politica estera ci sono cenni ma sul Tibet e sulle Olimpiadi in Cina che cosa risponde? Sulla politica repressiva e sulla mancata libertà di stampa in Russia che cosa risponde? Sul Libano, sulla Libia e sull'Iraq che cosa risponde? Signor Presidente del Consiglio, non ho letto nulla di tutto questo e la gente, la gente che crede in una Italia con ancora i valori vuole il cambiamento e presto.

Lei ha avuto un mandato preciso dagli elettori, quello di cambiare un sistema. Noi dell'Italia dei Valori saremo attenti a ciò che si realizza, ma dove noteremo un ritorno al passato, al vostro passato fatto di conflitti di interessi o leggi ad personam, saremo pronti a combattere, non con i fucili ma nelle sedi parlamentari, nelle piazze, tra la gente.

Signor Presidente, sulle morti bianche non si applica la legge votata pochi mesi fa.

 

PRESIDENTE. Senatore Pedica, la prego di avviarsi alla conclusione.

 

PEDICA (IdV). Non si applica questa legge e la gente continua a morire. Utilizzate come ispettori i disoccupati del Terzo millennio che sono gli over 45, quelli che, se perdono il posto di lavoro, non vengono più considerati. Quelli sono i veri ispettori che possono controllare chi non rispetta una legge votata per non far morire più. Questi disoccupati provengono dal settore edile, agricolo, tessile, quei settori dove la mortalità sul lavoro è la più alta. Se vuole cambiare, ascolti e legga quello che l'Italia dei Valori le suggerisce.

Il mercato del ferro è alle stelle, non so se i suoi collaboratori gliene hanno parlato. L'Italia dei Valori vuole trasferire a lei il silenzio che traspare su questo argomento. Migliaia di piccole e medie imprese soffrono di questo aumento senza controllo. Lei parla di attenzione alle forme sleali di concorrenza attuate anche dai Paesi esteri. Questo è un problema da risolvere subito altrimenti le imprese chiudono.

Lei, signor Presidente, parla - e concludo - del suo Governo come di una scommessa, una sfida, un azzardo. Spero di aver letto male ma, se parte con queste considerazioni, parte veramente male.

Noi, signor Presidente del Consiglio, non abbiamo perso né l'orgoglio di sentirci italiani né la fiducia di questa Nazione. Saremo attenti alla sua politica per continuare a difendere questo orgoglio e questa fiducia al Paese che rappresentiamo, l'Italia unita. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e della senatrice Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Torri. Ne ha facoltà.

TORRI (LNP). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, gli elettori hanno premiato e scelto con chiarezza la nostra coalizione per rendere più efficace e chiaro il Governo del nostro Paese e ci hanno consegnato la responsabilità e l'orgoglio di governare. Ci chiedono di mettere in atto il processo di cambiamento e di rinnovamento di cui il nostro Paese oggi ha bisogno.

Mi rendo conto che il lavoro che attende il suo Governo, presidente Berlusconi, sarà ed è complesso. Occorre fare scelte coraggiose. Il Paese ha urgente necessità di invertire la rotta in campo economico. Il Nord, essendo la locomotiva del Paese, ha bisogno di infrastrutture per competere con i Paesi più importanti del mondo.

Signor Presidente del Consiglio, la gente del Nord si aspetta molto dal suo Governo. Realizzare il programma presentato agli elettori per rimettere in piedi il Paese e rilanciarne lo sviluppo sarà un'impresa dura e difficile. La sicurezza, la famiglia, l'immigrazione, sono a mio avviso i temi che vanno affrontati immediatamente e ai quali bisogna dare risposte chiare e veloci.

Parlare di sicurezza oggi è, a mio avviso, paradossale. Un delinquente è quasi più tutelato di un cittadino onesto ed ossequioso delle leggi. In questi giorni abbiamo assistito alle scarcerazioni di stupratori di minorenni, di responsabili di assalti violenti avvenuti in villa, scarcerazioni a mio avviso avvenute a causa di negligenze di certi tribunali. Lunedì sera, partecipando ad una fiaccolata organizzata a Savignano sul Panaro in provincia di Modena per dare solidarietà ad una donna stuprata da un cittadino di nazionalità marocchina, avvenuto in pieno giorno mentre la donna effettuava jogging e dunque in un suo momento di riposo, mi sono reso conto di come la gente sia esasperata e chieda la sicurezza per le proprie comunità. Vuole riappropriarsi dei propri spazi e non vuole più subire abusi o angherie che mettano in serio pericolo la propria vita e quella dei propri cari. Ritengo che la certezza della pena, la velocizzazione dei processi e il decreto sicurezza proposto dal nostro ministro Maroni, siano una giusta risposta al bisogno di sicurezza chiesto dai cittadini.

Sul tema della famiglia, signor Presidente, bisogna procedere con decisione. Il reddito di chi lavora è scarso e va sostenuto anche dalla fiscalità, come leiaveva proposto nel discorso di insediamento alla Camera. La casa, ricordiamocelotutti, è un bene primario intorno al quale vi sono le radici dell'identità familiare. Il Paese, dopo due anni di Governo Prodi costituito soprattutto da vecchi politici, ha passato più tempo a discutere dei bisogni degli ex onorevoli Luxuria e Caruso, con riferimento ai DICO e alla spesa proletaria, che non dei veri problemi riguardanti la povera gente.

Signor Presidente, è indispensabile dare fiducia ai giovani valorizzando la loro vitalità e il loro entusiasmo. Le do merito di avere messo in campo un Governo giovane, forse il più giovane dello scenario europeo. Per noi della Lega Nord Padania l'immigrazione è un problema che va affrontato con coraggio e fermezza. Non deve ripetersi, come già le è stato comunicato dal mio collega della Camera, onorevole Dussin, ciò che è accaduto in passato. Mentre in Parlamento si discuteva del provvedimento Bossi-Fini, alcuni giudici e alcuni membri della Corte costituzionale, tramite agenzie di stampa, davano notizia della loro contrarietà a quel provvedimento e addirittura il Consiglio superiore della magistratura non esercitò quasi mai il controllo sulle responsabilità di alcuni giudici che boicottarono sistematicamente lo stesso provvedimento.

Di fronte ad uno scenario come questo, presidente Berlusconi, si è chiamati a governare con coraggio, onestà e determinazione. La Lega Nord Padania, con suoi Ministri e parlamentari, con grande lealtà e abnegazione le accorda la fiducia. Lavorerà in piena sintonia con lei e con il Popolo della libertà, ma come sempre prenda atto che noi leghisti chiediamo con forza ai nostri alleati di battersi senza alcuna riserva per realizzare il federalismo fiscale, tanto richiesto dalla gente e dal nostro territorio.

In conclusione, Presidente, lei che è un uomo di spirito, mi consenta una battuta, che vuole anche essere un consiglio. Chi bene inizia è a metà dell'opera. Buon lavoro. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazione).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Colombo. Ne ha facoltà.

COLOMBO (UDC-SVP-Aut). Signora Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli membri del Governo, il discorso con cui il Presidente del Consiglio ha inaugurato la stagione operativa del suo Governo, ha inteso spaziare sui grandi temi della vita italiana e sulle problematiche che incidono nelle aree di crisi, sugli equilibri mondiali.

La sua principale preoccupazione, tuttavia, mi è sembrata orientata a scandire gli auspici per un pieno dispiegamento di una democrazia compiuta, nel senso della piena e permanente valorizzazione del dialogo fra le grandi forze che agiscono nel Paese, alle quali si chiede lo sforzo di convergere sulle grandi irrisolte questioni di fondo che hanno finora impedito il funzionamento delle istituzioni.

La mia lunga esperienza nelle istituzioni della Repubblica suggerisce che quando un autentico e leale spirito repubblicano trova i modi per manifestarsi, ciò indubbiamente giova al Paese. Ma su due punti, onorevole Presidente del Consiglio, mi consenta di tornare: innanzitutto, sul richiamo che lei ha rivolto al Nord, al suo grido di dolore e alla prospettiva dell'autogoverno federalista, pur dentro le coordinate di un federalismo fiscale solidale e, in pari tempo, sul richiamo al Sud, che lei considera una formidabile risorsa per lo sviluppo, purché sappia liberarsi dal peso delle cattive abitudini della criminalità organizzata.

Lei inserisce questi due riferimenti al Nord e al Sud nel paradigma della crescita, che diviene così l'imperativo dell'azione di Governo, chiamando a concorrervi due realtà che, per la diversa velocità con cui si esprimono, possono solo inegualmente giovare alla capacità competitiva dell'economia italiana. Ciò mi consente di osservare che vi è una pagina bianca alla quale sarebbe urgente porre mano, la pagina della coesione sociale in un Paese ad economia dualistica, che vive un clima nel quale circolano diffuse riserve in ordine alla più corretta declinazione del federalismo fiscale e che soffre l'emergere di diffusi egoismi territoriali ed evidenti incrinature del tessuto etico-civile. So di toccare uno dei nervi scoperti del dibattito politico; tuttavia è sull'assoluta chiarezza intorno al valore unificante ed equitativo del processo federativo che può fondarsi una prospettiva di crescita finalmente umana nel nostro Paese.

Il secondo argomento che mi preme toccare, non fosse altro perché esso ha segnato gran parte della mia vita dal '46 ad oggi, è l'Europa. Lei sottolinea l'importanza del ruolo dell'Italia in Europa, ma manca qualsiasi riferimento ad un rinnovato impegno europeista e cioè alla scelta di contribuire efficacemente nel processo di globalizzazione - argomento che è stato in primo piano in questi giorni - al consolidamento del ruolo dell'Europa come soggetto globale in grado di operare nell'ambito delle storiche alleanze per la costruzione di stabili prospettive di pace. L'europeismo appare così collocato sullo sfondo, una petizione debole, temo o mi sembra, subordinata ad una opzione multilaterale del nostro Paese. E una simile opzione talvolta non potrebbe non apparire tanto generosa quanto velleitaria.

Concludendo, mi riferisco al richiamo finale che ella ha voluto rivolgere agli illustri Padri costituenti, che sapevano temperare le asprezze della guerrafredda con quel reciproco riconoscimento di valore senza il quale - sono le sue parole - «non esiste una vera classe dirigente».

Ricordo quei tempi di forti contrapposizioni, di passioni vere, di pensieri mai banali, maturati in un tempo segnato da divisioni ideologiche e da antagonismi continentali, ma ricordo anche che le contese erano aspre ma leali. Si aveva la forza, definite le rispettive posizioni, di guardarsi negli occhi sapendo che l'unità del Paese, il valore della Repubblica, il primato della libertà e della democrazia erano il fondamento di una legittima quanto necessaria azione e, al tempo stesso, la garanzia che l'ordinamento e la vita civile non sarebbero mai stati posti in discussione.

Con questo spirito di attesa vigilante e critica, signor Presidente, le auguro buon lavoro, in un tempo difficile, nell'interesse degli italiani. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, PD e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Procacci. Ne ha facoltà.

PROCACCI (PD). Signora Presidente, onorevoli membri del Governo, onorevoli senatori, è difficile per un esponente della minoranza porgere auguri sinceri ad un nuovo Governo: intimamente si spera che esso, ben presto, compia passi sbagliati ed esca dalla cosiddetta luna di miele con il Paese. Voglio provare a sottrarmi a questo pur comprensibile sentimento ed augurare davvero buon lavoro, perché penso che un parlamentare degno del suo ruolo debba sempre mettere al primo posto l'interesse del Paese e poi quello della propria parte. Se noi dell'opposizione saremo autentici in questo sentire saremo ancora più autentici ed efficaci nel ruolo dell'opposizione, che il Paese ci ha attribuito, e saremo più credibili quando dovessimo opporci con determinazione alle scelte del Governo.

Del discorso del Presidente del Consiglio ho apprezzato il tono pacato e dialogante ed ho anche apprezzato il riconoscimento del ruolo dell'opposizione e dello strumento che il Partito Democratico si è dato, il Governo di minoranza (a me non piace chiamarlo Governo ombra, ma la sostanza è la stessa), che mira ad un'ulteriore semplificazione della vita politica e parlamentare. Colgo l'occasione per dire al collega dell'Italia dei Valori che attaccare il Partito Democratico per questa scelta è estremamente singolare; si dimentica che si è fatto parte della stessa coalizione, cosa che ha consentito all'Italia dei Valori di essere presente in questa Aula, e che si era addirittura detto al Paese che si sarebbe fatto un unico Gruppo parlamentare. Non biasimo nessuno, ma la memoria non può essere smarrita con tanta celerità.

Si deve anche riconoscere che questo clima si sta sviluppando nel solco di un nuovo corso che il Partito Democratico ed il suo leader Walter Veltroni hanno avuto il merito di inaugurare nella vita politica italiana. Si deve altresì riconoscere però che nei precedenti due anni l'opposizione guidata dall'onorevole Berlusconi si è espressa in modo diametralmente opposto a quanto da lui stesso invocato sul ruolo della minoranza.

Non ho invece apprezzato alcuni silenzi nel discorso del Presidente del Consiglio, il silenzio su una piaga terribile del nostro tempo quale la disoccupazione, in particolar modo quella giovanile. Il Governo pone tra le priorità la detassazione degli straordinari, e fa bene, ma la crescita del Paese non può avvenire soltanto attraverso incentivi a chi già lavora. Occorre un progetto complessivo di crescita, che punti, sia pure nella necessaria flessibilità, ad allargare il più possibile il numero degli occupati nel Paese, non solo perché il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione (Calamandrei ci ricordava che non l'avremo realizzato fin quando avremo disoccupati) ma perché rappresenta un fattore determinante per lo sviluppo e la sicurezza del Paese.

Non ho compreso, inoltre, il silenzio sulla scuola e sulla formazione, che sono il vero volano di ogni crescita e sviluppo di una comunità civile.

Non ho poi apprezzato, nella relazione del Presidente del Consiglio, l'assoluto silenzio su come si intendano perseguire gli obiettivi enunciati (che è poi la sostanza della politica), e ciò non mette il Parlamento nelle condizioni di poter esprimere un giudizio compiuto.

Il Governo fa riferimento esplicito al programma presentato agli elettori, e lo può fare, perché la sua maggioranza coincide con la coalizione che si è presentata agli elettori. Dunque, si deve ritenere quel programma come di fatto allegato alla relazione del Presidente del Consiglio. Ma anche in quel testo, che ho qui con me, si possono leggere essenzialmente obiettivi più che scelte concrete per perseguirli e raggiungerli. Solo la parte che riguarda il federalismo fiscale, esplicitamente citato dal presidente Berlusconi nella sua relazione, trova nel programma un indiretto approfondimento, attraverso il chiaro riferimento al disegno di legge che la Regione Lombardia ha presentato al Parlamento e che è oggettivamente collegato con la delibera dello stesso organo avente per oggetto l'attuazione dall'articolo 116 della Costituzione.

Personalmente, non sono tra coloro che ritengono il federalismo fiscale una sciagura per il Mezzogiorno. Resto altresì convinto che l'autonomia fiscale sia un bene, non solo perché prevista dall'articolo 119 della Costituzione, ma perché gli amministratori locali normalmente sono più attenti e responsabili quando spendono risorse proprie rispetto a quando impegnano fondi dello Stato ed anche perché (ed è un bene per la democrazia) i cittadini riescono più agevolmente a controllare il rapporto tra spese ed entrate e conoscono più facilmente come vengono spesi i soldi dei contribuenti. Ritengo, dunque, che il puntare sulla responsabilità della classe dirigente e delle comunità locali sia una scelta giusta. Ma attenti a non chiedere agli amministratori del Sud di raggiungere traguardi impossibili.

In questa circostanza non è possibile né opportuno entrare troppo nel merito, ma quando leggo nella proposta di legge del Consiglio regionale lombardo, alla lettera f) dell'articolo 3 (cito testualmente), che «la ripartizione delle quote del Fondo riduce di non oltre il 50 per cento le differenze di capacità fiscale per abitante», mi preoccupo, perché ho l'impressione che si vogliano abbandonare a se stesse le Regioni più fragili. Perché il 50 per cento? Da dove viene fuori questo vincolo? Non possiamo accettare lo schema: prima i soldi, poi le funzioni.

Le norme previste in quel disegno di legge impongono alle Regioni di coprire la spesa corrente per almeno il 45 per cento con tributi propri, cosa che vedrebbe aumentare enormemente il divario tra le Regioni del Sud e quelle del Nord. Dunque, sì al federalismo fiscale...

 

PRESIDENTE. Senatore Procacci, la prego di concludere.

 

PROCACCI (PD). Ma la proposta della Lombardia e quindi del Popolo della Libertà è destinata a suscitare il rifiuto delle Regioni meridionali.

Questo è un piccolo saggio del modo in cui, per quanto mi riguarda, vogliamo impostare la nostra opposizione: fortemente dialogante, ma intransigente nei contenuti. Questo lo stile e la fermezza dolce con cui ci accingiamo ad affrontare, dal ruolo dell'opposizione, i lavori che il Governo porterà in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.

TOFANI (PdL). La ringrazio, signora Presidente. Signor Presidente del Consiglio, desidero esprimerle l'apprezzamento, la condivisione e la totale adesione alle comunicazioni del Governo da lei rappresentate.

Tra i vari temi esposti, ve ne è stato uno in particolare, più volte richiamato, relativo alla crescita come partecipazione. Su questo vorrei soffermarmi per fare una riflessione che ritengo molto importante. L'Italia potrà riprendere a crescere a condizione che tutti i soggetti collaborino, partecipino, escano da quelle riserve, spesso mentali, che condizionano la ripartenza e quindi lo sviluppo e il benessere della Nazione.

Se dovessimo fare una sia pur breve analisi storica degli ultimi anni potremmo affermare che ve ne sono stati alcuni difficili, duri, anni di conflittualità permanente tra il 1970 e il 1980. All'inizio degli anni Novanta è stato poi avviato un processo di riavvicinamento che va sotto il nome di concertazione. Credo che oggi si debba compiere un passo che vada oltre, puntando ad una stagione della partecipazione in cui tutte le forze concorrono e partecipano ai processi di sviluppo e all'equilibrio sociale di ciò che potremmo definire un nuova socialità. Il momento centrale della crescita deve essere incarnato in questo concetto, che non deve essere solamente un'enunciazione ma deve essere supportato e sostenuto da politiche che lo rendano credibile e, soprattutto, che producano effetti positivi.

L'auspicata fine degli scontri ideologici deve portarci all'armonia intesa come bisogno. Non è sufficiente, anche se molto importante, avviare la stagione del dialogo. Il dialogo non deve avere riserve mentali e il processo deve essere armonico: l'Italia ha bisogno di questo. La situazione politica, economica, congiunturale, le problematiche che vivono le piccole e le grandi aziende, i cittadini e le famiglie debbono far invocare un processo armonico nei rapporti e nelle relazioni.

Ella, signor Presidente, nel suo intervento ha affermato che crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è indispensabile; crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci nella logica del posto fisso e mal pagato, nell'immobilità sociale, nella pigrizia educativa, nella tolleranza verso forme abusive di mercato; ci vuole impegno nella realizzazione del lavoro come vocazione. Credo che questi passaggi, questi punti richiamino la necessità di lavorare e collaborare insieme per realizzare una politica sociale moderna.

Ho molto apprezzato, signor Presidente, il fatto che lei non abbia mai aggettivato la parola "crescita" con quel termine che nel politicamente corretto la configura come "sostenibile" (espressione generica e difficilmente definibile che spesso serve a chiudere una frase ma non a dare contenuti). Ella ha giustamente deciso di significare i percorsi della crescita.

Ritengo che a supporto di tale processo sia indispensabile un più diretto richiamo al Titolo III della Costituzione e, in modo particolare, agli articoli 36, 37, 38, 39, 40 e 46. Il dialogo costante e fruttuoso da lei invocato con le parti sociali rappresenta un momento fondamentale per quel processo di coesione, propedeutico al rilancio della nostra economia. Ritengo che sia maturo il tempo per dare piena attuazione all'articolo 39 della Costituzione al fine di fornire personalità giuridica ai sindacati e all'articolo 40 che, nel riconfermare il diritto allo sciopero, prevede che lo stesso si eserciti nell'ambito delle leggi che lo regolano.

È sacrosanto tutelare il diritto di sciopero di natura contrattuale e vertenziale; non debbono trovare albergo quelli strumentali, estranei alle dinamiche sindacali.

Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato sull'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati, che prevede anche l'istituzione della Commissione di garanzia dell'attuazione della legge. Su questo tema dobbiamo fare in modo che ci sia un confronto sereno e serio anche con i sindacati e con le parti sociali. Il sindacato - e lo dico anche per la cultura sindacale che ho e per l'attività sindacale che ho svolto - deve essere parte primaria in questo percorso ed in questo processo, perché sono convinto che l'obiettivo del sindacato non è lo scontro, ma la risoluzione dei problemi. Bisogna, allora, che questa cultura venga esaltata, tanto più quando essa può produrre l'attuazione dell'articolo 39 della Costituzione. Oggi su questo tema abbiamo solo il testo coordinato, come ho detto prima.

Per quanto riguarda, infine, l'attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, in riferimento a quanto ho detto sulla necessità di avviare l'epoca della partecipazione, si riconosca il diritto dei lavoratori, nei modi e nei limiti che si stabiliranno con le leggi necessarie, alla collaborazione e alla gestione delle aziende. Non dobbiamo più immaginare che un conflitto possa essere visto sempre e comunque all'interno di un mondo che deve essere armonico. Il lavoratore non è la controparte del datore di lavoro, il datore di lavoro non è la controparte del lavoratore; essi debbono operare un processo armonico di crescita e di rispetto dei diritti delle parti, quello che potremmo definire l'armonia tra capitale e lavoro.

Credo che per parlare di crescita bisogna soffermarsi molto su questi principi, onde evitare che la stessa possa essere vanificata. C'è bisogno di valori e regole certe; c'è bisogno di coniugare diritti e doveri.

Desidero richiamare in proposito un passo del discorso del Presidente della Camera dei deputati, onorevole Gianfranco Fini, nel giorno del suo insediamento, lì dove ha affermato che «l'insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è».

Credo che questo elemento debba farci riflettere profondamente perché è difficile immaginare che sia sempre valido tutto e il contrario di tutto. Il politicamente corretto deve dare spazio al politicamente concreto, a quel percorso di crescita che lei, signor Presidente, ha continuamente richiamato nelle sue comunicazioni, che vogliono certamente significare una volontà sua, del Governo e - mi consenta - dell'intera maggioranza che la sostiene a fare in modo che questo percorso si configuri realisticamente.

Signor presidente Berlusconi, la ringrazio per quello che lei, congiuntamente al Governo e alla maggioranza che la sostiene, riuscirà a fare per l'Italia e per tutti gli italiani. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Thaler Ausserhofer. Ne ha facoltà.

THALER AUSSERHOFER (UDC-SVP-Aut). Onorevole Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, intervengo come rappresentante della Südtiroler Volkspartei, quindi come rappresentante della minoranza linguistica tedesca e ladina del Sudtirolo e come rappresentante di una Provincia a statuto speciale.

Dalle elezioni politiche, che si sono appena concluse, il signor presidente Berlusconi è uscito vincitore: può contare su una consistente maggioranza parlamentare, che dovrebbe consentirgli di poter condurre un'azione politica chiara e lineare senza il rischio di cedimenti e, soprattutto, senza la necessità della costante ricerca di compromessi.

Ho molto gradito, nonostante la sua ampia maggioranza parlamentare, che lei, Presidente, abbia annunciato la sua disponibilità al dialogo con tutti i Gruppi parlamentari e, quindi, anche con quelli dell'opposizione. Il dialogo con tutte le forze politiche, il confronto costruttivo servono ora più che mai per fare le riforme necessarie e per dare finalmente risposte ai problemi più impellenti dei cittadini.

Il Paese sta attraversando un periodo molto difficile: l'economia non decolla, la pressione fiscale è altissima, gli obblighi burocratici sono insopportabili specialmente per le piccole e medie imprese ed è in pericolo la sicurezza dei cittadini.

Faccio delle brevi considerazioni su alcuni di questi temi importanti.

Pressione fiscale e potere d'acquisto. La pressione fiscale insostenibile unita alla crescita dei prezzi al consumo stanno, da una parte, indebolendo il potere d'acquisto delle famiglie, dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, riducendo molti di loro alla soglia della povertà e, contestualmente, i minori consumi, gli obblighi burocratici, il carico fiscale e l'aumento dei costi stanno mettendo in crisi le piccole e medie imprese, alcune delle quali sono costrette a cessare o ad abbandonare la propria attività. Solo attraverso l'alleggerimento fiscale, che deve rispettare il principio fondamentale stabilito dalla Carta costituzionale, secondo cui ognuno paga le tasse in ragione della capacità contributiva, il suo Governo potrà dare respiro ai cittadini e tamponare l'attuale situazione di emergenza.

Obblighi burocratici. Da anni si parla di semplificazioni, di snellimento delle procedure burocratiche. Solo parole, perché di fatto gli obblighi burocratici di anno in anno sono aumentati. La lotta all'evasione fiscale è importantissima, non si combatte però con l'aumento insopportabile degli obblighi burocratici o con controlli a tappeto, che vengono percepiti dalla gente come una oppressione, ma servono interventi specifici e controlli mirati.

Riduzione dei costi dell'amministrazione finanziaria. È urgente procedere ad una decisa azione di revisione della macchina amministrativa pubblica, rendendola più snella, più efficiente e meno costosa. Il suo Governo deve iniziare subito con la realizzazione del suo programma di riduzione dei costi, iniziando con l'accorpamento degli enti che svolgono funzioni simili (ad esempio, gli enti previdenziali) ed eliminando gli enti inutili.

La famiglia. Quelli della sicurezza e della famiglia sono i temi centrali del suo intervento e sono d'accordo con lei sull'esigenza di interventi a favore delle famiglie, non solo per le difficoltà economiche di cui ho già detto, ma anche per dare loro certezza e sicurezza per il futuro. Ben vengano, quindi, provvedimenti che aiutano le famiglie numerose, i genitori a gestire i primi importanti e fondamentali anni dei propri figli e quelli volti ad aiutare economicamente gli anziani. Ben vengano provvedimenti a favore della donna lavoratrice, per consentirle di conciliare al meglio i tempi della famiglia con quelli del lavoro.

Sicurezza. Il problema della sicurezza è molto complesso e ha bisogno di essere definito politicamente con chiarezza. È giusto assumere provvedimenti di maggiore controllo sugli immigrati per garantire maggiore sicurezza ai cittadini; tali provvedimenti devono contrastare efficacemente l'immigrazione clandestina, senza però penalizzare gli stranieri che giungono nel nostro Paese per lavorare onestamente.

Signora Presidente, noi della Südtiroler Volkspartei siamo una piccolissima componente di questo Parlamento, ma rappresentiamo una Provincia importante nel contesto europeo che funge da collante tra la cultura mitteleuropea e quella mediterranea. Come ho già annunciato siamo i rappresentanti della minoranza linguistica tedesca e ladina, che certamente rappresenta una ricchezza per il Paese, e siamo i rappresentanti di una Regione a statuto speciale.

Ho notato con molto dispiacere che nel suo intervento, signor Presidente, non ha fatto alcun riferimento né alle minoranze linguistiche, né alle Regioni e alle Province a statuto speciale.

Signor Presidente, il nostro partito si è presentato a queste elezioni politiche senza stringere in campo nazionale patti o alleanze elettorali o politiche. Ci siamo presentati autonomi ed indipendenti, come era tradizione del nostro partito, per essere liberi di valutare l'operato del Governo appoggiando con il nostro voto i provvedimenti meritevoli, utili alla collettività e in linea con la nostra politica e per contrastare i provvedimenti che ci sembrano iniqui e le misure ad personam. Vogliamo contribuire, per quanto possibile, alla soluzione dei problemi del Paese e dei cittadini che rappresentiamo.

Per essere coerenti con la campagna elettorale che noi della Südtiroler Volkspartei abbiamo portato avanti in questi mesi oggi dovremmo astenerci dal votare la fiducia per valutare senza pregiudizi l'operato del suo Governo e della sua maggioranza, e questa era la nostra intenzione. Ieri, purtroppo, nella seduta del direttivo del nostro partito, dove erano presenti soltanto 16 membri su 35, è stato deciso a maggioranza di imporre ai propri parlamentari di votare contro la fiducia al suo Governo.

Francamente, io personalmente e il mio collega senatore Pinzger, che non eravamo presenti a quella seduta, siamo sconcertati e non condividiamo la scelta fatta perché contrasta con la linea decisa e sostenuta in campagna elettorale. Sono consapevole che le decisioni del partito, alquanto discutibili, devono essere rispettate e fino adesso ho sempre votato per disciplina di partito. Questa volta, però, per una questione di coscienza e di lealtà verso il mio elettorato non posso seguire l'indirizzo del direttivo e, dunque, non parteciperò al voto. (Applausi dei senatori Fosson, Di Giovan Paolo, Divina e Biondelli).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pisanu. Ne ha facoltà.

PISANU (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, penso che solo interlocutori prevenuti o del tutto sfiduciati possano respingere l'invito al dialogo che il presidente Berlusconi ha rivolto a tutti i settori del Parlamento, un invito ampio e persuasivo, senza precedenti negli ultimi 15 anni della vita politica nazionale, gli anni della cosiddetta seconda Repubblica. Fino a martedì scorso, infatti, il dialogo veniva prospettato come una risorsa eccezionale a cui ricorrere solo in occasioni particolarmente difficili, quasi fosse la nottola di Minerva che si alza in volo soltanto quando si fa buio.

E invece, in una democrazia matura, o che voglia maturare, il dialogo è strumento ordinario di confronto politico. Sue uniche alternative sono lo scontro tra maggioranza e opposizione, muro contro muro, o l'imposizione brutale della ragione del maggior numero.

Troppe volte, colleghi della maggioranza e dell'opposizione, nelle due precedenti legislature, anche in occasioni particolarmente delicate come quelle delle riforme istituzionali, noi abbiamo ceduto a questa ultima tentazione. E non potendo fare in modo che ciò che appariva giusto fosse anche forte, abbiamo fatto in modo che ciò che era forte fosse giusto. E così abbiamo offeso le istituzioni e la nostra stessa dignità di classe politica dirigente.

Il presidente Berlusconi ha giustamente sostenuto che l'Italia deve cominciare a rialzarsi sulle gambe della sicurezza e della crescita economica, ma l'una e l'altra hanno bisogno dell'energia che solo può dare la buona politica.

E in un sistema politico ormai bipolarizzato come il nostro, in un Paese alla deriva come il nostro, la buona politica si produce se Parlamento e Governo, dialogando tra loro, riescono a mobilitare le energie migliori intorno ai grandi problemi dell'economia, della società, delle istituzioni e dell'etica pubblica. Non è dunque necessario che, ripetendo gli errori della precedente legislatura, la maggioranza si incateni al suo programma e che l'opposizione pretenda di sovvertirlo.

Ciò vale anche per la sicurezza. A differenza dei Paesi del Nord Europa, che sono molto più insicuri e violenti del nostro, in Italia la delittuosità complessiva tende a stabilizzarsi e anzi a diminuire. E tuttavia, il senso di insicurezza e di paura dei cittadini cresce in maniera preoccupante. Allora, c'è bisogno non solo di prevenire e contrastare il crimine in maniera più efficace, ma anche di sviluppare azioni collaterali e a più vasto raggio, per ridurre il disagio sociale, lo spaesamento, la paura e per dare più sicurezza ai cittadini. Sull'argomento esiste ormai una vasta letteratura. Si conoscono notevoli esperienze e vi sono anche i risultati, onorevoli rappresentanti del Governo, di una acuta indagine condotta dalla I Commissione della Camera dei deputati, sui quali varrebbe la pena riflettere.

Non servono le risposte emotive, le misure occasionali o gli slogan fortunati come "tolleranza zero", che poi lasciano il tempo che trovano. Servono, invece, decisioni commisurate alla complessità dei fatti e alla sensibilità dei cittadini, decisioni conformi ai diritti di libertà che siano largamente condivise e gestite con sobrietà. La gestione accorta della politica per la sicurezza, infatti, genera sicurezza.

Il presidente Berlusconi ha fatto bene a raccogliere il grido di dolore che si leva dall'Italia del Nord e, ben sapendo che il Sud non ha più neppure la forza di gridare, ha opportunamente accostato la moderna questione settentrionale alla storica questione meridionale, la "storica umiliazione del Mezzogiorno", come la chiamava Aldo Moro. Si tratta di due questioni radicalmente diverse, ma che oggi si pongono insieme ed insieme vanno affrontate, con una strategia unitaria di sviluppo generale del nostro Paese.

Similmente, le riforme istituzionali ed in particolare il federalismo fiscale e solidale dovranno muoversi in direzione dell'unità morale e politica dell'Italia, proprio nel momento in cui la Nazione cede sovranità alla più grande patria europea.

Studi diversi e lo stesso Governatore della Banca d'Italia sostengono oggi, con forti argomentazioni, che il nostro Paese non cresce se non cresce al Sud, ribadendo così quella celebre affermazione di Giuseppe Mazzini secondo cui l'Italia sarà quello che sarà il Mezzogiorno.

Intanto, mentre il divario economico e sociale si allarga implacabilmente, il Sud rischia di sprofondare nell'arretratezza: il suo ritmo di sviluppo è quattro volte inferiore a quello dei Paesi europei definiti «interamente deboli», e non a caso l'emigrazione dal Sud al Nord è tornata ai livelli degli anni Sessanta, solo che ora non emigrano più braccianti e manovali, emigrano diplomati e laureati. E così il Mezzogiorno si dissangua, perde capitale umano e speranza civile.

Noi dobbiamo fermare questo doppio declino rispetto al resto d'Italia e all'Europa più debole. Dal Mezzogiorno - colleghi della maggioranza, non dimentichiamolo mai - abbiamo ricevuto un contributo decisivo per la nostra affermazione elettorale. Quel voto contiene una domanda di sviluppo che si è rivolta a noi con un atto di fiducia e alla maggioranza uscente con un giudizio di temporanea condanna. Questo impone a tutti un impegno più fattivo per far crescere il Sud facendo crescere l'Italia intera.

Ecco, colleghi e amici del Governo, il dialogo per la crescita di cui ha parlato il presidente Berlusconi deve partire simultaneamente dal Nord e dal Sud, combinando sicurezza e sviluppo, ovvero libertà dalla paura e libertà dal bisogno. Faccia in modo il presidente Berlusconi che questo dialogo non aspetti il buio per spiccare il volo e invece parta subito.

 

PRESIDENTE. Senatore Pisanu, la prego di concludere.

 

PISANU (PdL). Ho concluso, signora Presidente.

Parta subito, all'alba di questa legislatura, per farne davvero una legislatura costituente.

Con questa convinzione, noi saremo al fianco del Presidente e sosterremo il suo Governo. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Torri. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.

LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, ho letto con attenzione il discorso programmatico depositato in quest'Aula e condivido il giudizio che da più parti è stato dato: il suo è stato un discorso straordinariamente ecumenico, dominato dal verbo «crescere» e dal sostantivo «dialogo»; abbiamo però colto, nel suo discorso programmatico, una grande assenza di concretezza e diffusissime omissioni.

Lei si è giustificato affermando: «Non vi annoierò con lunghi e pomposi discorsi di carattere settoriale». Lei non ci avrebbe annoiato, anzi ci avrebbe consentito di comprendere le reali intenzioni del suo Governo senza la maschera ecumenica, perché sino a due anni fa lei, onorevole Berlusconi, era alla guida del Governo di questo Paese. Ci è stato rammentato che per la terza volta dal 1994 lei ha vinto le elezioni, avendole i cittadini dato la fiducia; dovrebbe però chiedersi perché, dopo averle dato la fiducia, il popolo italiano sistematicamente, per due volte gliel'abbia tolta e dovrebbe chiedersi perché nel 2006 perse le elezioni pur sfiorando il 50 per cento dei consensi ed oggi, nel 2008, abbia vinto con il 47 per cento dei consensi sull'80 per cento degli italiani che si sono espressi.

Il suo è un Governo di minoranza nel Paese, con una corposa maggioranza parlamentare non corrispondente al consenso effettivo dei cittadini. L'opposizione, minoritaria in Parlamento, è maggioranza nel Paese. Ed è un mero artifizio intellettuale la sua affermazione secondo cui gli elettori hanno scelto con nettezza una maggioranza di Governo e una di opposizione. Lei sa che non è vero perché i numeri della maggioranza sono solo il risultato di una legge elettorale non coincidente con il consenso. Rispettiamo, ovviamente e totalmente, le regole democratiche, ma politicamente noi dobbiamo valutarla avendo la memoria viva della sua arte di governo praticata sino a due anni fa e per un'intera legislatura.

Mi sottraggo allora alla genericità ecumenica del suo intervento, perché è un argomento che non mi appassiona. Dico soltanto che il leader della nostra coalizione, Walter Veltroni, ieri ha affermato: pronti al dialogo, ma disposti a dire no. Io direi: siamo opposizione, disposti a dire anche sì quando occorre.

La sfido però su due argomenti di estrema concretezza e di interesse per il nostro Paese.

Apprendiamo che nei prossimi giorni il Governo delibererà i provvedimenti molto attesi sul grave problema dell'immigrazione clandestina e sulla sicurezza. Anzitutto sgombriamo il campo da un messaggio che è solo mediatico: il problema dell'immigrazione clandestina riguarda gli extracomunitari, e quindi non c'entra affatto con i cittadini appartenenti all'Europa comunitaria. Sappiamo che la gran parte dei provvedimenti sono mutuati dal lavoro compiuto dal precedente Governo, ma proviamo un grande sconcerto per ciò che di nuovo voi stareste per decidere di qui a pochi giorni, perché il ministro Maroni e il ministro Ronchi hanno annunciato che ci si muove nella direzione dell'introduzione del reato di immigrazione clandestina. Ciò significa che il clandestino passerà dallo status di irregolare allo status di reo; il che significa ancora che, trattandosi di reato permanente ed essendo obbligatorio l'esercizio dell'azione penale del nostro Paese, dovrà procedersi all'arresto, alla detenzione e al processo dei clandestini irregolari presenti in Italia.

Sappiamo che, secondo stime prudenziali, i clandestini irregolari presenti nel nostro Paese sono 650.000 e il 60 per cento è composto da colf e da badanti, sicché il Governo si appresterebbe a far arrestare e a processare 650.000 clandestini, alla ricerca dei quali non potrà sottrarsi perché quei clandestini da irregolari diventano permanentemente soggetti rei. Ma lei, Presidente del Consiglio, ha previsto dove custodire queste centinaia di migliaia di clandestini? Ha previsto che l'indagine e il processo devono anche riguardare i datori di lavoro, che diventerebbero concorrenti o favoreggiatori nel reato permanente di immigrazione clandestina? Ha previsto il costo del gratuito patrocinio che inevitabilmente si abbatterà nella gestione dei processi che si prevede abbiano tre fasi di giudizio, come stabilito dal nostro codice? Ha stimato il costo di questa operazione, che è oscillante tra i 40 e i 50 miliardi di euro? Ma si rende conto? Si rende conto di ciò che sta preparando e di quale strada avete tracciato?

Il problema è quello di come studiare la complessa vicenda delle espulsioni. Voi invece ci state proponendo l'introduzione di un nuovo reato e la necessità di svolgere processi con un meccanismo, introdotto con un tratto di penna di qui a qualche giorno, che ci porterà ad affrontare costi enormi, pari a diverse leggi finanziarie.

In merito al secondo elemento di concretezza, lei ha detto che crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti e significa dare una frustata vitale alla ricerca. Ebbene, lei è lo stesso Presidente del Consiglio che meno di tre anni fa licenziò il premio Nobel Carlo Rubbia, che lavorava al sistema dell'energia alternativa e in particolare al sistema termodinamico. Il premio Nobel Carlo Rubbia, cacciato da lei con un decreto, venne chiamato dal Governo spagnolo per realizzare il suo progetto e nel 2012 Siviglia, 600.000 abitanti, sarà la prima città in Europa che, grazie al talento di un italiano, avrà energia solare al cento per cento. Oggi, grazie al progetto di un talento italiano che lei cacciò tre anni fa, si sta realizzando negli USA, e precisamente nel Nevada, una centrale termodinamica. Lo scorso dicembre il Governo tedesco ha stipulato un accordo con i Paesi nordafricani per la realizzazione del progetto di un talento italiano che lei cacciò tre anni fa.

E allora che cosa farà il Governo? Ancora una volta sbatterà la porta in faccia a Rubbia, rinunciando a ciò che la Spagna, gli Stati Uniti e la Germania vogliono realizzare soltanto per l'opzione del nucleare che ancora lei ieri ha rivendicato? Quali interessi si nascondono dietro questa opzione che l'Europa e gli Stati Uniti hanno abbandonato? Quali interessi si nascondono nel momento in cui un talento italiano viene cacciato dal suo precedente Governo? Perché la Spagna, la Germania e gli Stati Uniti possono realizzare ciò che all'Italia è negato?

Lanci una sfida allora. Ritorni ad essere Masaniello. Annunci in quest'Aula che il primo talento al quale l'Italia non può rinunciare è il talento di chi consente il ricorso all'energia alternativa nell'interesse del Paese. Così si ama il proprio Paese, con fatti concreti e non con le parole.

Noi il nostro Paese lo amiamo fortissimamente e nel nome del nostro Paese faremo un'opposizione integerrima ma ottimista, perché non consentiremo sfregi alla legalità, alla giustizia, all'etica e alla moralità, ma saremo pronti a votare ciò che di positivo ci sarà per il nostro Paese.

Noi dell'Italia dei Valori ciò faremo e sono convintissimo che, insieme a noi, lo faranno i nostri alleati del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pera. Ne ha facoltà.

PERA (PdL). Signora Presidente, in primo luogo, con il suo permesso, desidero farle personalmente i miei auguri di buon lavoro ed esprimerle la mia soddisfazione di vederla presiedere i nostri lavori. Complimenti.

Signor Presidente del Consiglio, all'inizio del suo discorso lei ha detto che il lavoro che aspetta questo Governo richiede ottimismo e spirito di missione. Ed ha anche aggiunto che occorre sconfiggere il pessimismo paralizzante che circola oggi in Italia, come pure - sono parole sue - il pessimismo rumoroso di chi non ama l'Italia e non crede nel suo futuro. Tutti i punti del programma che lei poi ha sinteticamente ricordato hanno precisamente questa finalità.

Ora non mi soffermo su questi punti perché considero le misure da lei indicate rispondenti alle esigenze del nostro Paese e sono convinto che questo Governo, così circondato di fiducia e di aspettative, così netto nelle intenzioni e così determinato, anche perché spesso così invidiabilmente giovanile, corrisponderà alle promesse e realizzerà il suo compito.

Desidero piuttosto soffermarmi sulla necessità che lei ha indicato di battere il pessimismo. Questo significa - secondo me - sconfiggere una crisi che da tempo attraversa il nostro Paese. Di questa crisi noi conosciamo gli aspetti principali: una Costituzione non più adeguata ai tempi moderni; Regolamenti parlamentari adatti ad un'epoca tramontata; un sistema politico che solo adesso dà i primi segni della vera alternanza, non per virtù della legge elettorale, la quale era e resta carente perché premia i partiti, punisce gli elettori e non favorisce la rappresentanza territoriale degli eletti, ma a causa di due fattori. Il primo è la lungimirante decisione dell'onorevole Veltroni di dare vocazione maggioritaria al Partito Democratico e il secondo è l'altrettanto lungimirante decisione sua, signor Presidente, di seguire questa stessa strada. E se il clima nuovo, che è mancato in altre legislature, davvero si realizzerà, senza che ne venga alterato o edulcorato il rapporto dialettico tra maggioranza ed opposizione, penso che questi aspetti della crisi italiana saranno finalmente corretti.

Ma c'è un'altra crisi su cui desidero soffermare la sua e la nostra attenzione, e si tratta di quella che io considero una crisi morale o etico-civile. Il pessimismo paralizzante di cui lei ha parlato riguarda una questione apparentemente ineffabile e impalpabile, ma invece ben presente ai nostri cittadini: l'identità, chi siamo noi, in che cosa crediamo noi. Abbiamo noi principi o valori che riteniamo sacri, fondamentali, inviolabili oppure, per usare l'espressione cara al Papa Benedetto XVI, non negoziabili?

Queste domande, le cui risposte noi pensavamo da tempo acquisite, sono rinate quasi improvvisamente in varie occasioni recenti: quando siamo stati minacciati dal terrorismo islamico, quando ci siamo posti il problema di come meglio integrare coloro che vengono da noi, quando abbiamo inseguito vanamente (perché vanamente e vacuamente l'avevamo perseguito) l'obiettivo di scrivere una Costituzione europea e quando siamo stati investiti dalle richieste, anche in quest'Aula, di cosiddetti nuovi diritti in tema di matrimonio, famiglia, procreazione, vita e morte.

Ora, desidero osservare che la questione dell'identità non è una raffinata specialità intellettuale: è una questione che tocca la vita degli italiani ogni giorno e dalla sua risposta dipendono molte cose. Dipende la nostra collocazione internazionale, perché se stiamo con gli Stati Uniti d'America e con Israele è perché intendiamo mantenere una certa nostra identità; dipende la nostra relazione con gli altri Paesi, perché se chiediamo, come dovremmo sempre più chiedere, reciprocità di diritti, in particolare in tema di religione, è perché consideriamo la nostra identità un bene da salvaguardare; dipende la nostra politica dell'integrazione, perché se chiediamo che gli immigrati rispettino i nostri valori è proprio perché li consideriamo come identitari; e dipende la nostra politica dell'educazione, perché se decidiamo che occorre insegnare la nostra storia, i nostri classici, la nostra tradizione è perché siamo convinti che non dobbiamo perdere la nostra identità.

Oggi sulla questione dell'identità l'Italia è divisa. Da un lato c'è una cultura dominante, anche se più per inerzia che per forza intellettuale, dall'altro c'è una maggioranza di italiani che non la accetta, ma che è costretta a subirla sui giornali e sulle televisioni anche pubbliche, nelle scuole, nelle università, nelle case editrici e negli istituti di formazione. Questa cultura, come è noto, predica il relativismo dei valori e, mentre considera i sistemi di valori, le culture o le civiltà tutte ugualmente rispettabili, nega valore proprio ai nostri stessi valori. E il laicismo è l'altra faccia di questo relativismo.

Noi abbiamo sì buoni principi umanistici, scritti anche nella nostra Costituzione, ammette il laicista, però, aggiunge, non dovremmo esserne fieri, non dovremmo esaltarli e ancor meno dovremmo esportarli, perché non dobbiamo essere arroganti e dogmatici. E intanto, proprio il laicismo è arrogante e dogmatico fino al punto di accusare la Chiesa di interferire con lo Stato, perché parla da Chiesa, o fino al punto di impedire al Papa Benedetto XVI di tenere una lezione in una università italiana perché pubblica e laica. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e della senatrice Baio).

Ora, qui credo che stiano le fonti della crisi morale o etico-civile dell'Italia e non solo di essa, perché l'Europa intera è investita dallo stesso clima e sulla questione dell'identità stiamo rischiando che si avveri, se già non si è avverata, la profezia di un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, il quale ci mise in guardia dai rischi della alleanza tra relativismo e democrazia. Infatti, mettendo ai voti, come accade nei Parlamenti europei e anche nel nostro, gli assi portanti della nostra tradizione, considerando, come anche in quest'Aula si è sentito dire, conquiste civili l'aborto, l'eugenetica, l'eutanasia e la sperimentazione sugli embrioni, chiudendo gli occhi, come già accade in Europa, sulla poligamia e sulla pedofilia, noi ci sentiamo onnipotenti - votiamo! - e padroni di noi stessi ed invece seppelliamo il nostro futuro perché nascondiamo i valori del nostro passato.

Questa crisi morale provoca disagio, incertezza, insicurezza, ansia e anche paura e trasforma persino l'impostazione dei problemi, come avviene quando tanta gente ritiene che le questioni dell'integrazione e della sicurezza possano essere trasferite soltanto nelle mani dell'agente di polizia o del magistrato.

La crisi morale genera un bisogno di punti di riferimento a cui oggi la Chiesa cattolica dà una risposta. E non dovremmo lasciarla sola, signor Presidente, con l'argomento che la religione è separata dalla politica, perché se così davvero fosse tutta la nostra politica si ridurrebbe ad una cieca amministrazione di interessi senza coordinate morali.

Concludo. Signor Presidente, so bene che per questa crisi morale non ci sono misure specifiche che lei possa proporre, ma ci sono interventi indiretti nel campo dell'educazione, dei programmi scolastici, della famiglia, dell'integrazione, delle relazioni sociali, della legislazione bioetica e della cultura che possono aiutarci a superarla e che sono nella sua disponibilità.

Sono certo, signor Presidente, che questa è anche la sua preoccupazione ed è una ragione in più per dare a lei la mia fiducia e augurare buon lavoro al suo Governo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP, del senatore Colombo e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni. Ne ha facoltà.

LEONI (LNP). Signora Presidente, Presidente del Consiglio, Ministri, colleghi, dirò subito che il mio sarà un voto di fiducia a questo Governo. Faccio parte dello schieramento di maggioranza, sono un leghista ed ho il vizio, per molti, di essere cattolico e come tale troppe volte sono invitato ad essere sileant cattolici in munere alieno, ma le posso garantire che il mio dire sarà solo in modo costruttivo, come fanno gli architetti, praticando la nota formula benedettina ora et labora, accompagnato dall'obbedienza e dall'umiltà.

Da sempre mi sono reso conto che guidare gli altri implica la necessità di lavorare innanzi tutto su noi stessi, in un'ottica di continuo e incessante miglioramento del nostro modo di fare e di essere. Soltanto così è possibile gestire le persone che ci sono affidate. Chi vuol parlare alla mente ed al cuore degli altri deve avere prima ascoltato e parlato con la propria mente ed il proprio cuore e da oggi sono molte le menti ed i cuori che l'ascolteranno, caro Presidente.

Dall'esposizione delle sue linee programmatiche ho appreso molte proposte condivisibili e, considerata l'opportunità di poterle parlare direttamente, approfitto dell'occasione.

Per quanto riguarda l'immigrazione, abbiamo nel nostro Paese quattro milioni di immigrati. Io la vorrei invitare a venire con me in Congo tutti gli anni, quando vado a fare volontariato; sono pienamente convinto che se il Padreterno avesse fatto nascere me o lei in Congo saremmo venuti qui, perché uno spirito costruttivo non può rimanere in un Paese del Terzo mondo. Dunque, dobbiamo porre in essere un impegno a livello di banca mondiale; se vogliamo fermare l'immigrazione dobbiamo aiutare questa gente a casa propria, cosa che continuiamo a non fare.

L'aborto: da quando c'è la legge sull'aborto cinque milioni e mezzo di bambini non sono stati fatti nascere, uccisi nel grembo delle proprie madri. Abbiamo quattro milioni di immigrati; ecco perché abbiamo bisogno di immigrati, la nostra società così consumistica va a comprare anche i bambini. Noi li uccidiamo e poi li dobbiamo importare e importiamo ragazzi già di venti anni. Anche questo ci deve portare a grandi riflessioni.

L'eutanasia. Per me è molto facile: la vita è un dono di Dio e va rispettata dal suo concepimento fino alla morte.

Il problema della casa. Ho sentito nel suo programma, Presidente, che vuole attuare un piano Fanfani: le dico che in questo modo finirà la legislatura e non avremo ancora iniziato a costruire le case. Dia lavoro al catasto, agli uffici erariali; ci sono tante case invendute nel nostro Paese; sicuramente si possono fare delle stime, dando poi l'opportunità alle giovani famiglie di comprarsi una casa già esistente sul territorio. Se aspettiamo un piano Fanfani sicuramente non riusciremo ad accontentare nessuno.

La terza settimana. Si parla di terza settimana nel senso che la gente non riesce ad arrivare a fine mese. Benissimo, la gente vive di affitti, di mutui, di alimenti, di benzina, di energia, di spese per i figli: faccia costare meno questi beni primari, ad esempio, riducendo l'IVA sugli stessi; è una cosa fattibile da subito. Invece di aumentare gli stipendi, in questo modo la gente troverà nel proprio portafoglio le risorse per poter affrontare la terza settimana.

Il federalismo. Si parla solo di federalismo fiscale. La sussidiarietà, e non la solidarietà, è un nobile valore intrinseco del federalismo e pertanto il pensiero federalista va portato avanti in tutta la sua interezza. Sono in troppi a pensare che il federalismo sia sinonimo di egoismo, di particolarismo. Non c'è cosa più sbagliata. Metà del Paese Italia vive con preoccupazione l'inizio di tali riforme, che obbligatoriamente dobbiamo affrontare per salvare il Paese; non possiamo far altro che lavorare per trasformare questo Stato centralizzato in un moderno Stato federale.

Vado a concludere, Presidente, anche se avevo tanti argomenti da affrontare. Per ultimo, le raccomando di non tradire le aspettative del mio popolo, altrimenti sarò il primo di molti a togliere la fiducia. Patti chiari e, come si dice a casa nostra, l'amicizia rimarrà lunga. La ringrazio, le auguro buon lavoro e che Iddio ci aiuti e ci assista. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 10,25)

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiti. Ne ha facoltà.

CHITI (PD). Signor Presidente, onorevoli membri del Governo, onorevoli colleghi, questa legislatura si apre con una speranza che anche l'impostazione del discorso del Presidente del Consiglio conferma come possibile, quella cioè che in Italia ad un quindicennio di democrazia dell'alternanza, fondata però sulla contrapposizione continua, segua non come una parentesi dettata per voi dalla felicità per i recenti risultati elettorali, ma come una fase irreversibile un bipolarismo maturo, basato su di un confronto tra maggioranza ed opposizione forte, trasparente, rispettoso. Un confronto capace di individuare, e non di temere, motivi d'intesa, ad esempio sulla riforma delle istituzioni o sugli interessi e doveri dell'Italia in campo internazionale; un confronto in cui l'opposizione, come in ogni Paese dell'Europa, svolgerà pienamente il suo compito di controllo, condurrà le sue battaglie, sfiderà la maggioranza ed il Governo su un progetto alternativo.

Saranno i fatti a dirci se questa fase è davvero iniziata; e i fatti chiamano, come sempre, in causa per prima la responsabilità di chi governa. Non è stato così per la nomina del nuovo Commissario dell'Unione Europea: in tutti i Paesi ciò avviene attraverso un dialogo. Valuteremo a partire dalle altre scadenze di fronte a noi se così sarà: le istituzioni da cambiare, lo statuto delle opposizioni, la RAI, le emergenze sociali.

Noi saremo un'opposizione che non si lascerà trascinare sul terreno delle contrapposizioni pregiudiziali: questi terreni danno forse qualche rendita di posizione minoritaria, ma non rappresentano l'orizzonte di chi si candidi a governare l'Italia. Noi non abbiamo lasciato le nostre case di appartenenza ed affrontato una difficile sfida di innovazione politica, costruendo il Partito Democratico con l'ambizione di farne un protagonista di questo secolo, per confinarci poi in un ruolo di testimonianza. E a quanti temono e vedono ovunque trappole diciamo con pacatezza: il Partito Democratico, con la sua nascita, con le sue scelte, ha contribuito a superare la frammentazione politica, ha determinato una svolta perché il bipolarismo non viva come contrapposizione continua. Non abbiamo dunque fatto questa scelta per compiacere il Presidente del Consiglio, ma perché è ciò di cui il nostro Paese ha bisogno.

Il discorso del presidente Berlusconi muove da un'esigenza giusta: quella di dare serenità al nostro Paese. Questa serenità deve servire però a dare all'Italia fiducia nei suoi mezzi per un grande progetto di cambiamento.

L'Italia ha bisogno di innovazione, non di conservazione. Non ha bisogno di vivacchiare. Questa necessità, del resto, emerge dalla diagnosi dei gravi problemi del Paese che ieri qui ha fatto il Presidente del Consiglio; sono le risposte complessive che a me non sembrano all'altezza.

Nonostante un rientro del deficit nei parametri europei ed il riformarsi di un avanzo primario da noi realizzato e di cui vorremmo ci fosse semplicemente dato atto, non ricominciando con il balletto delle cifre che non tornano, siamo il Paese in Europa con il più grande debito strutturale: ogni anno circa 70 miliardi di euro sono destinati non a politiche per l'istruzione, per la formazione, per l'occupazione, per uno sviluppo moderno, ma per gli interessi sul debito pubblico. È un dovere uscirne. Dobbiamo liberare risorse per dare priorità alla competitività del sistema produttivo, ai redditi dei lavoratori dipendenti e di quel ceto medio, persone e famiglie in carne ed ossa, colpite dalla fase della globalizzazione.

L'Italia ha bisogno di superare i corporativismi ed una situazione di blocco sociale che dà alle ragazze e ai ragazzi di questo Paese un futuro condizionato dalle famiglie nelle quali nascono, un destino spesso già scritto. Occorrono allora liberalizzazioni, a partire dai servizi pubblici locali, un progetto per coinvolgere i lavoratori e i tecnici nella vita produttiva delle aziende, semplificazione ed efficienza nella pubblica amministrazione, risorse per la formazione. Ancora una volta giudicheremo dai fatti: in passato non vi sono stati, lo ha riconosciuto anche l'onorevole Berlusconi, vedremo ora.

L'Italia ha anche bisogno dell'Europa: lo hanno tutte le nazioni del continente, destinate altrimenti all'irrilevanza. Non ha speso molte parole il Presidente del Consiglio attorno a questo tema, eppure è una questione centrale.

La costruzione della dimensione politica e sociale dell'Europa è decisiva per dotarci di politiche e regole nuove di fronte ai processi di globalizzazione per affrontare le sfide dell'immigrazione, per dare coerenza ad un impegno, non certo armato, ma civile, culturale, collegato alla cooperazione e che però sia forte e intransigente sul tema dei diritti umani.

È urgente che il Parlamento affronti la ratifica del Trattato di Lisbona e io chiedo che il Governo dia priorità a questa scelta e che questo adempimento sia vissuto non in chiave burocratica, ma come momento alto di confronto tra noi attorno all'Unione europea e alle sue prospettive.

Sul tema della sicurezza, il Presidente del Consiglio ha detto di accettare un confronto con quanti sollevino obiezioni di merito. Contano anche gli strumenti, signori membri del Governo: se procedete con un decreto-legge sarà assai difficile; se date vita ad un disegno di legge possiamo assumerci la responsabilità, non certo a priori del tipo di voto ma in ordine ad una scadenza concordata per il suo approdo finale. La sicurezza è un diritto di ogni cittadino che viva in questo Paese e le istituzioni della democrazia devono saperla assicurare. È sbagliato fare della sicurezza però, come è stato fatto, tema da campagne elettorali perché dovrebbe essere un terreno di confronto responsabile, di ricerca di soluzioni condivise. Nessuno può, senza grandi rischi, presumere l'autosufficienza. Al riguardo potrei saltare il mio intervento e dire che condivido tutte le parole del senatore Pisanu: occorre serietà, occorre competenza, non improvvisazione, non propaganda. Così come per l'immigrazione.

In proposito, abbiamo ascoltato di tutto in questi giorni: da interventi nelle acque internazionali a deportazioni di rom e di rumeni, dalla sospensione del Trattato di Schengen al reato di immigrazione clandestina. Ci è stato risparmiato - per ora - solo l'arresto per complicità di anziani assistiti da badanti senza regolare permesso di soggiorno. Occorrono misure forti, di contrasto alle organizzazioni di trafficanti di persone e all'immigrazione clandestina, accordi bilaterali più efficaci con i Paesi di origine e di transito, misure severe per chi commette reati e certezza della pena; noi ci saremo, ma occorrono anche politiche di integrazione degli immigrati regolari e vi chiediamo: voi ci sarete e ci sa sarete tutti?

Non dimentichiamo, lo ha ricordato ieri con la sua competenza il collega Livi Bacci, che l'immigrazione è una delle condizioni per la crescita e la responsabilità penale è per tutti individuale, non chiama in causa popoli o etnie. Guai a suscitare odi e divisioni perché la storia del Novecento ci parla di conseguenze tragiche di queste campagne di razzismo. Per tutti valgono e devono valere i diritti e i doveri sanciti dalla Costituzione, per tutti deve valere anche l'esercizio di una cittadinanza attiva, a partire dal voto nelle elezioni amministrative. Che cosa farà il vostro Governo? Al riguardo abbiamo sentito pareri opposti, ma il successo di un indirizzo politico è legato alla capacità di tenere insieme legalità, rigore, integrazione.

Infine un'ultima questione: le istituzioni. Nella passata legislatura si erano registrate importanti convergenze sulla differenziazione dei compiti tra Camera e Senato, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio, la revisione dei Regolamenti parlamentari, il cosiddetto federalismo fiscale che se vuole essere davvero solidale, come pure è stato detto, non può prescindere né dal debito pubblico, né da una gradualità di attuazione, né da un equilibrio che, né oggi né domani, potrà far restare sul territorio il 90 per cento delle risorse dal momento che in nessun Paese federale (neppure nella Confederazione elvetica) ne restano più del 40-45 per cento; certo, neanche il 16 per cento che resta per ora in Italia.

Si era anche trovata un' intesa sulla nuova legge elettorale. Voi allora avete scelto di non procedere preferendo la via delle elezioni subito. Questa legislatura sarà dunque attraversata dal percorso di riforme alcune delle quali già oggi avrebbero potuto esercitare un'influenza positiva: si apra allora il cantiere, ma perché il cantiere funzioni occorre chiarezza di impostazione. Si riparta dal lavoro svolto e non da zero.

Il Governo si impegni e partecipi, ma lasci l'iniziativa nelle mani del Parlamento, altrimenti non ci può essere vera intesa. Il Senato - e questo riguarda tutti noi, colleghi - si faccia protagonista in prima persona di una proposta di autoriforma, mostrando con i fatti che qui non c'è una casta, ma donne e uomini in grado di pensare all'Italia. Le preposte hanno naturalmente tempi e priorità differenti, ma l'accordo deve riguardare in modo esplicito un progetto complessivo.

Noi non voteremo la fiducia al Governo, ma non saremo neppure un'opposizione chiusa in un fortino; vogliamo essere - questo è il nostro impegno - capaci di rappresentare rispetto a voi un'alternativa di Governo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice Spadoni Urbani).

 

Sull'attentato ad un mezzo militare italiano nei pressi di Kabul

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Quagliariello, volevo informare l'Aula che è giunta poco fa la notizia di un attentato a un mezzo militare italiano nei pressi di Kabul. Il primo caporale maggiore Andrea Tomasello, del 2° Reggimento Alpini di Cuneo è rimasto ferito in maniera non grave. Altri due militari hanno riportato alcune contusioni.

Rivolgo in primo luogo ai nostri soldati coinvolti l'augurio più affettuoso di un pronto ristabilimento. (L'Assemblea si leva in piedi. Generali applausi).

Ma non posso non ringraziare ancora una volta, certo di interpretare i sentimenti di tutta l'Assemblea, i nostri militari che in Afghanistan e in altre zone in conflitto svolgono con dignità, professionalità e sacrificio il loro compito delicato a difesa della pace.

 

Ripresa della discussione sulle comunicazioni
del Presidente del Consiglio dei ministri
(ore 10,48)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.

QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signori del Governo, signor Presidente del Consiglio, il discorso con il quale lei ci chiede la fiducia per il suo Governo segna una svolta nella vita politica e, insieme, fissa l'ambizione di una sfida: non soltanto quella di chiudere una transizione durata quattordici anni, ma quella, assai più ambiziosa, di lasciarsi finalmente alle spalle il Novecento.

È impossibile non riconnettere il discorso che abbiamo letto con la sua biografia politica. Esso, infatti, rimanda al 1994, quando la sua scelta di fondare Forza Italia inaugurò nel nostro Paese la stagione del bipolarismo, per quanto incerto. Lei allora scendeva in campo tra le macerie di un sistema politico minato nelle sue basi dalla fine della Guerra fredda e devastato dall'azione di alcuni magistrati troppo spesso indotti ad agire sulla base del giudizio e, ancora più, del pregiudizio politico.

Da allora il percorso democratico si è fatto più immediato; gli elettori bene o male - e più bene che male - hanno sempre avuto la possibilità di scegliere chi li dovesse governare: una grande novità rispetto al tempo in cui, invece, i Governi erano determinati dai partiti. Ma a fronte di tutto ciò i partiti stessi, che erano stati il fulcro della prima lunga stagione repubblicana, hanno trovato il modo e i tempi per rimontare la china, facendo valere - per dirla con le sue parole, signor Presidente - i diritti della loro visibilità e della loro vanità all'interno delle due coalizioni che, infine, si erano imposte.

È accaduto nel centrosinistra e, sebbene con maggior moderazione, anche nel centrodestra. Non saremmo buoni giudici di noi stessi se dimenticassimo oggi il freno che tale dinamica ha imposto all'azione riformatrice nel periodo 2001-2006 e gli sforzi di responsabilità che furono allora necessari per condurre in porto con un segno positivo quella stagione. Il fenomeno si è fatto addirittura devastante nel biennio appena concluso: non solo un'esperienza di Governo entrata in crisi, com'è nella fisiologia dei sistemi parlamentari, ma addirittura un accordo di schieramento è andato in frantumi.

Di fronte a questa realtà c'erano solo due strade possibili: o si tornava indietro, al tempo in cui gli elettori consegnavano la mediazione politica e i Governi direttamente nelle mani dei partiti oppure si trovava il coraggio di andare avanti, salvando quanto di buono con il 1994 si era conseguito, ma trovando anche la forza per edificare un'efficiente democrazia degli elettori. C'era, insomma, da separare il bambino dell'acqua sporca e, quindi, scegliere se salvare il primo o continuare a sguazzare nella seconda.

Verrà il tempo in cui l'ultimo periodo della scorsa legislatura sarà letto come il decisivo braccio di ferro tra queste due possibilità. Ciò accadrà quando verranno abbandonate le polemiche sterili e la ricerca del sistema elettorale "perfetto", che il voto del mese scorso ha dimostrato non esistere.

Sin da subito, però, noi vogliamo e dobbiamo rivendicare la parte che abbiamo avuto - e che lei, signor Presidente, ha avuto - nell'evoluzione della nostra realtà politica. Essa non è il frutto dell'azzardo, del caso e tanto meno della fortuna. Quando nel mese di gennaio lei decretò il superamento dell'esperienza di Forza Italia in favore di un nuovo grande partito di coalizione che, almeno nelle aspirazioni, vorrebbe essere di tutti i liberali e di tutti i moderati italiani; e quando subito dopo fu tenacemente ricercato il confronto e la collaborazione sulle regole, già allora si mise in moto il processo che ha portato a oggi.

Si invertì in quel momento la logica intrinseca del sistema. Si cessò di assecondare e privilegiare la rendita di posizione delle forze estreme - e non dimentichiamo che è esistito anche un "estremismo di centro" che ha operato in questi anni - a favore di una nuova logica per la quale al centro non vi sono i partiti ma gli elettori. In particolare gli elettori moderati, pragmatici, non pregiudizialmente schierati; quegli elettori che attribuendo il loro voto in base alla credibilità delle proposte, all'affidabilità delle classi dirigenti, alla forza dei leader carismatici, determinano l'esito della competizione elettorale.

Le opzioni di schieramento compiute al momento delle ultime elezioni si pongono in continuità con quelle scelte. Dagli amici dell'UDC, insomma, non ci hanno diviso i programmi e tanto meno i princìpi. Ci ha diviso, piuttosto, l'idea dello sviluppo del nostro sistema politico: rispetto allo spartiacque del 1994, noi vogliamo andare avanti salvando il bambino. Loro sarebbero voluti tornare indietro, continuando a restare ancorati ad antiche abitudini. (Applausi dal Gruppo PdL).

Ora è necessario che le premesse del risultato elettorale del 13 e 14 aprile siano condotte fino alle loro logiche conseguenze. Il suo discorso, signor Presidente del Consiglio, è impregnato di tale consapevolezza. E quanto lei ha detto sulla necessità di regole condivise - iniziando dai Regolamenti parlamentari, dall'apprezzamento per la costituzione del governo ombra, fino al proposito di rivedere la normativa per le elezioni europee - lo dimostra. È una sfida tutt'altro che agevole: in questo Senato, dai tempi della destra storica, e poi tante e tante volte, sono risuonate invano parole che indicavano la via di una democrazia decidente che guardasse al modello inglese.

In questo momento storico, però, non si tratta di rincorrere modelli astratti. Si tratta, piuttosto, di prendere atto di una evoluzione spontanea della società; che la presenza di molteplici, forti e radicate identità politiche, protagoniste dei primi quarant'anni della Repubblica, oggi non c'è più.

Ma nel suo discorso, signor Presidente, noi scorgiamo un'ambizione anche maggiore. L'ambizione di condurre l'Italia a guardare in faccia e ad affrontare senza timore le sfide del nuovo secolo. Chiedere in un'Aula parlamentare - come lei ha fatto - di non aver paura significa innanzi tutto questo. Una grande intelligenza italiana, quella di Guglielmo Ferrero, ci ha insegnato che la paura è stata la cifra essenziale di quel sentimento rivoluzionario che ha impregnato di sé il secolo delle tirannie. Del residuo di tale sentimento si è in fondo nutrita la propensione alla delegittimazione che si è proiettata ben oltre la fine ufficiale del secolo breve. Lei, signor Presidente, ne sa qualcosa.

Ora, costruire una democrazia nuova, una democrazia delle riforme, impone di liberarci da quei residui. Lo impone a tutti. Chi riuscirà a farlo, potrà apprezzare fino in fondo il passaggio consacrato alla crescita, che è il vero cuore pulsante del suo discorso.

Lei ha parlato di crescita evitando il termine più à la page - ma anche molto più ambiguo - di modernizzazione. La scelta semantica rimanda a qualcosa di meno definito e più pragmatico di ciò che il liberalismo degli anni Ottanta - quello della Thatcher e di Reagan - chiedeva con sfrontatezza e sana irriverenza. Nelle sue parole vi è la consapevolezza di un tempo differente, nel quale non è solo necessario rompere ma anche tenere, nel quale è necessario governare le grandi opportunità della globalizzazione che, se lasciate a se stesse, potrebbero invece produrre arretramento e declino.

In quelle parole vi è la consapevolezza che, per crescere veramente, è necessario saper guardare con fiducia verso il futuro, ma anche, e senza complessi, sapersi voltare indietro verso quella civiltà europea millenaria che il secolo delle rivoluzioni ha provato a distruggere e che, invece, è ricchezza dalla quale attingere, soprattutto nel momento presente, quando i contesti geopolitici ci impongono sfide fino a qualche anno fa impensabili.

Per questo noi non ci vergogniamo di indicare, come fonte d'ispirazione attiva, la tradizione cristiana con i suoi portati, a cominciare dalla famiglia. Per questo, pur consapevoli dell'importanza di regolamenti, leggi e persino costituzioni, siamo con lei, signor Presidente, quando rintraccia la prova della riuscita o meno del suo nuovo Governo nel tentativo di riportare la sfida politica, troppo a lungo fondata su una presunta diversità antropologica - dalla quale sono derivati lutti, discriminazioni, razzismi - alla consapevolezza che l'umanità è una, fatta di uomini buoni e cattivi e, nella maggior parte dei casi, buoni e cattivi allo stesso tempo.

Signor Presidente, lei da liberale autentico, sapendo che anche il successo del miglior progetto non sta solo su questa terra e tanto meno può ricondursi esclusivamente alle intenzioni, con Erasmo ha chiesto l'aiuto di Dio e subito dopo, più laicamente, con Machiavelli ha ricordato il nesso che esiste tra la virtù e la fortuna. Noi, infine, potremmo risponderle augurandole buon lavoro, o più prosaicamente, con affetto e familiarità, potremmo augurare a lei e ai suoi Ministri, che sono anche i nostri amici, in bocca al lupo.

Non sarebbe sufficiente. Da quanto lei ha detto si arguisce che sempre di più la classica distinzione tra i poteri fissata da Locke e Montesquieu appartiene a un altro tempo. Quanto sta accadendo in Italia dà sempre più ragione a Bagehot, grande studioso della costituzione inglese; per lui, in una democrazia efficiente la vera distinzione risiede nel binomio tra il Governo e la sua maggioranza da un lato e l'opposizione che legittimamente aspira a succederle dall'altro. Per questo, signor Presidente, la sua sfida è anche la nostra sfida e, almeno in parte, è la sfida dell'intero Parlamento in questa legislatura.

Il voto del 13 e 14 aprile ha segnato una nuova libertà e una nuova responsabilità per tutti. La stessa Presidenza della Repubblica, definita in un contesto istituzionale squilibrato, costretta fino a questo momento a far conto innanzitutto sulla saggezza personale del presidente Napolitano, si trova oggi in una posizione di maggior equilibrio istituzionale che si è riflettuta positivamente negli interventi che abbiamo udito in questi giorni.

Dal canto nostro, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, faremo tutto quello che è nelle nostre capacità e possibilità affinché la sua sfida sia vinta, perché così, ancora una volta, anche noi vinceremo con lei. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Ricordo che, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, la replica del Presidente del Consiglio e le dichiarazioni di voto avranno luogo con trasmissione diretta televisiva.

Sospendo la seduta, che riprenderà con la replica del Presidente del Consiglio dei ministri, alle ore 11,30.

 

(La seduta, sospesa alle ore 10,50, è ripresa alle ore 11,32).

 

La seduta è ripresa.

Ha facoltà di intervenire in replica il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Berlusconi.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, desidero associarmi anch'io all'augurio che il Presidente ha appena rivolto, a nome del Senato, ai soldati che sono stati colpiti questa mattina in Afghanistan. Vi porto la notizia che il sottufficiale Andrea Tomasello, che è sotto operazione, viene definitivamente confermato fuori pericolo. Credo che, nella notizia cattiva, si tratti di una notizia buona. (Generali applausi).

Signor Presidente, signori senatori, ieri ho assistito fin quasi alla fine al dibattito sulla fiducia. Questa mattina ho continuato a seguirlo dal mio ufficio attraverso la televisione e ho molto apprezzato, tra gli altri, l'intervento del presidente Marcello Pera, i suoi interrogativi sull'identità, sul relativismo e sulla democrazia e la sua accurata denuncia sul male morale che affligge l'Occidente e l'Italia e dal quale derivano tanti pericoli per la nostra vita pubblica e per le prospettive di ripresa del nostro Paese. Allo stesso modo, ho apprezzato anche il richiamo del senatore Pisanu alla sostanza e al metodo del dialogo e la sua analisi preoccupata e propositiva sui problemi e sul dramma del Mezzogiorno, convinto anch'io, come lui ha detto, che l'Italia sarà quello che il Sud sarà. Complimenti quindi al senatore Pera, al senatore Pisanu e ai tanti senatori che sono intervenuti in questo dibattito. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Debbo però confessare che la soddisfazione, il compiacimento e - lasciatemelo dire - la gioia più grande è stata quella di constatare che tutti - dico tutti - gli interventi dell'opposizione sono andati al contenuto, alla sostanza dei problemi. Nessuno, proprio nessuno, si è indirizzato con attacchi personalistici contro la maggioranza, i suoi esponenti e il suo leader. Questo dibattito mi ha fatto sentire come possibile la concretizzazione di un sogno a lungo inseguito: quello di una democrazia finalmente bipolare, con una destra definitivamente liberale, democratica, occidentale e una sinistra non più subalterna all'ideologia, all'estremismo, al giustizialismo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

A differenza del passato si è discusso di contenuti, di cose da fare, di cose da non fare, ci si è distinti, come è giusto, su progetti alternativi, ma senza contrapposizioni ideologiche o pregiudiziali personalistiche. Discutere sulle cose serve per mettere insieme idee e capacità e le critiche servono a riflettere e a migliorare le proprie scelte. Così funziona, così deve funzionare una democrazia davvero matura e compiuta.

Con una gioia e una soddisfazione che - io lo sento dentro - sono condivise da tutte le parti politiche, sia alla Camera che al Senato, possiamo finalmente dire che, anche grazie alla semplificazione del quadro politico decisa dagli elettori, si sta avviando un clima parlamentare nuovo, all'insegna del dialogo e del rispetto reciproco senza confusione di ruoli.

Come ho già detto - ieri mi sono soffermato su questo punto qui da voi - la situazione che ci troviamo ad affrontare è estremamente difficile. Per uscirne non possiamo perdere tempo in contrapposizioni sterili e pregiudiziali. Anche in questo modo la politica potrà tornare alla sua dimensione più alta e più nobile, quella di cambiare le cose, di saper migliorare le cose; quella di essere artefice del cambiamento che si impone. Così possiamo poi passare ai fatti. Possiamo metterci a lavorare sodo. Possiamo tirarci su le maniche.

Fra pochi giorni, nel primo Consiglio dei ministri operativo che terremo a Napoli, vareremo per decreto le prime misure annunciate in campagna elettorale, per far fronte a due grandi priorità: la sicurezza dei cittadini, soprattutto dei più deboli, e il sostegno alle famiglie penalizzate dal carovita nel loro potere d'acquisto. Attueremo questo primo sostegno con il rinforzo dei redditi dei lavoratori pronti ad impegnarsi di più per sostenere la produttività delle imprese e con l'abolizione dell'ICI sulla prima casa. Si tratta di una misura mirata non solo ad alleviare il carico fiscale, ma anche a riconoscere un principio sociale: la prima casa è normalmente il frutto dei risparmi di una vita, l'investimento che garantisce il futuro della famiglia, che è il nucleo fondante della nostra società. Avere un tetto ritengo sia uno dei diritti naturali ed è quindi giusto salvaguardarlo al massimo, anche dalle pretese del fisco.

Questi provvedimenti saranno l'inizio della nostra politica per la crescita a tutto campo. In proposito il senatore Morando, nel suo interessante intervento, ci ha fatto notare che alla Camera ho citato 14 volte la parola crescere. Forse è un termine che ho dentro dal momento che mi dicono che sono un nano. Quindi, è un qualcosa che ho nel cuore. (Ilarità. Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Al contrario, non ho mai pronunciato la parola cambiamento. Voglio rassicurare il senatore Morando. Nella realtà il cambiamento è per noi un vero e proprio sinonimo di quella che intendiamo come la nostra missione politica, e non da ora. Un nostro motto - l'avrà certamente sentito - quello più diffuso diceva: «La forza di un sogno: cambiare l'Italia». Condanno quindi il senatore Morando a risentire, a proposito della nostra voglia di cambiamento, quanto dissi in quest'Aula sette anni fa, nel giugno 2001, all'inizio dell'azione del nostro Governo di legislatura. Dissi allora: «Noi siamo qui con uno scopo preciso: vogliamo cambiare l'Italia».

Lo faremo pacificamente, nell'ordine, nel libero dibattito democratico, guardando ai valori fondamentali della persona scolpiti nella Costituzione della nostra Repubblica, nel rispetto intransigente dei diritti civili di ciascuno, ma lo faremo. Lo faremo nella legalità, in piena integrazione del sistema istituzionale vigente e nel rispetto di tutti i poteri costituzionali dello Stato. Ma lo faremo. Lo faremo nell'ottimismo che non c'è mai mancato, nello spirito di fiducia e di collaborazione con tutti coloro che mostrano buona volontà e anche in un clima sereno. Ma lo faremo perché il Paese che noi tutti amiamo ha il diritto di compiere e completare al meglio la lunga e difficile transizione che ha investito il suo sistema politico e istituzionale. Fine della condanna, senatore.

In quei nostri cinque anni di Governo, a causa dei dissensi con i nostri alleati - si tratta, d'altronde, della stessa ragione che mi ha portato ad impedire, nei due anni del vostro Governo, ciò che vi sembrava giusto fare - non siamo riusciti a fare tutti i cambiamenti che c'eravamo proposti. Ma il mio personale bilancio di quella esperienza è comunque positivo. Di cambiamenti ne abbiamo fatti tanti: 36 riforme strutturali, 12 codici su materie importanti hanno costituito l'inizio di un processo riformatore che dobbiamo ora riprendere. E vogliamo farlo questa volta quanto è più possibile, con una assunzione comune di responsabilità, a partire dalle grandi innovazioni della nostra architettura istituzionale.

Il senatore Morando nel suo intervento ha anche fatto un'altra osservazione interessante. Nel vigente Regolamento del Senato la parola opposizione non è neppure citata. Per questo ci ha sollecitato ad un lavoro bipartisan volto ad introdurre uno statuto dell'opposizione che riconosca anche il governo ombra come strumento della minoranza. Condivido in pieno la sua proposta, senatore. La consideriamo utile per il buon funzionamento delle istituzioni e, poiché mi considero tra gli artefici di questa nostra - spero - consolidata democrazia dell'alternanza, so molto bene che chi è oggi al Governo domani potrebbe ritrovarsi all'opposizione.

Questo statuto sarà tanto più efficace se provvederemo, quanto prima, anche alla riforma dei Regolamenti parlamentari, come premessa della più ampia riforma bipartisan dell'architettura istituzionale e delle leggi elettorali. A questo proposito, ieri alla Camera ho annunciato di aver già fissato per questa stessa settimana il primo appuntamento con il leader dell'opposizione, l'onorevole Veltroni, e vorrei che si stabilisse una pratica di incontri continuativi.

Il senatore Della Seta nel suo intervento ha posto l'accento sui problemi ambientali, che abbiamo ben presenti. L'Italia, con il suo straordinario patrimonio naturale-paesaggistico, ha grandi risorse, che sono da tutelare e anzi da valorizzare, ma siamo da sempre convinti che non ci sia contrapposizione tra sviluppo e salvaguardia ambientale ed è anche per questo che pensiamo che la politica dei no non sia quella giusta.

La tutela dell'ambiente richiede molta attenzione, più progresso, più scienza e più tecnologia e l'esperienza ci dice che chi si oppone all'innovazione finisce fatalmente con il provocare un danno non soltanto economico ma anche all'ambiente. A questo proposito sono tantissimi gli esempi: il fermo ai trafori alpini porta sempre più merci a passare sui TIR negli ormai congesti trafori esistenti, con una caduta verticale della sicurezza delle nostre strade e con un incremento dell'inquinamento dell'ambiente.

In tema di energia, per fare un esempio, nel nostro programma abbiamo indicato chiaramente le priorità, che sono gli incentivi alla diversificazione, alla cogenerazione, all'uso efficiente di energia, alle fonti rinnovabili, dal solare al geotermico, dall'eolico alle biomasse e ai rifiuti urbani, pur sapendo tuttavia che nel mondo non possono che arrivare a produrre, come massimo, intorno al 5 per cento dell'energia necessaria. Abbiamo inoltre parlato anche del nucleare, oggi una scelta indispensabile, con tutte le cautele dovute, non soltanto per garantire l'energia necessaria al nostro futuro, ma anche per tutelare meglio l'ambiente in cui viviamo, e quello dell'ambiente è solo un esempio. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Avevo messo di fila tante risposte a tanti interventi, ma alla fine ho ritenuto che non fosse corretto chiedervi la pazienza di ascoltare tutte le risposte e quindi per me di rispondere a tutte le osservazioni che sono state utilmente avanzate in questo dibattito e di cui ho preso nota. Queste risposte sono già contenute nel programma presentato agli elettori, un programma che credo vi sia noto, per cui non ho voluto e non voglio annoiarvi con la riproposizione di tutti i suoi capitoli. Tengo però a ribadire che questo programma lo rispetteremo integralmente, così come si rispetta un contratto nella vita civile, perché questa è la nuova moralità della politica, che abbiamo voluto e alla quale ci sentiamo obbligati, vale a dire quella di mantenere gli impegni, tutti gli impegni, assunti con gli elettori. (Applausi dal Gruppo PdL).

Infine, so bene che il dialogo non può e non deve cancellare - ci mancherebbe altro - la diversità di vedute tra la maggioranza e l'opposizione. Auspico soltanto - voglio ripeterlo ancora una volta - che il dialogo e il confronto possano continuare a svolgersi, come in questi giorni, in un clima di serenità e di correttezza istituzionali, senza ambiguità, alla luce del sole, senza confusione di ruoli, senza sospetti e senza intrighi consociativi.

Signor Presidente, signori senatori, è con questo spirito, con questa speranza e con quell'ottimismo che, visto il difficile momento della crisi internazionale e nazionale in cui siamo e saremo chiamati ad operare, non sarebbe forsefuori luogo accostare a quella lungimirante e visionaria follia di cui Erasmo da Rotterdam ha tessuto l'elogio, con questa disposizione d'animo chiedo al Senato la fiducia per il Governo che ho l'onore di rappresentare. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Ringrazio il Presidente del Consiglio dei ministri.

Passiamo alle dichiarazioni di voto sulla mozione di fiducia, presentata dai senatori Gasparri, Bricolo e Pistorio.

È iscritto a parlare il senatore Ciampi. Ne ha facoltà.

CIAMPI (Misto). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, svolgerò una breve dichiarazione. Ho letto, ho ascoltato con molta attenzione gli interventi svolti dal presidente del Consiglio dei ministri onorevole Silvio Berlusconi alla Camera e al Senato, ieri e oggi, e ne ho apprezzato i toni pacati, l'esplicito proposito di favorire un confronto costruttivo tra la maggioranza di Governo e l'opposizione, la volontà di dialogare al fine, innanzitutto, di raggiungere il più largo consenso possibile per l'approvazione delle indispensabili riforme istituzionali e, infine, la consapevolezza della gravità dei problemi da affrontare e da risolvere in materia economica, finanziaria e sociale.

Il mio augurio al Governo, che da oggi, una volta che avrà acquisito la fiducia anche del Senato, sarà in grado di operare nella pienezza della sua legittimità costituzionale, è quello che i provvedimenti che saranno adottati corrispondano ai propositi manifestati e ciò nell'interesse dell'intero popolo italiano.

Con questa mia dichiarazione di voto intendo rendere esplicita la mia posizione nei confronti del nuovo Esecutivo: mi riservo di valutare di volta in volta i provvedimenti che saranno adottati dal Governo e dal Parlamento.

Sulla mozione di fiducia, dichiaro lamia astensione e poiché il nostro Regolamento equipara nella sostanza gli astenuti ai contrari, essa si tradurrà nella non partecipazione al voto. (Applausi dal Gruppo PD e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Pistorio. Ne ha facoltà.

PISTORIO (Misto). Signor Presidente, colleghi del Senato, signor Presidente del Consiglio, le dichiarazioni da lei rese al Parlamento sono pienamente all'altezza dell'ampio mandato che le è stato conferito dagli elettori e che dà, a lei e al Governo da lei presieduto, una investitura politica che ha rari precedenti nella storia repubblicana e che è certamente unica in quel periodo tormentato che amiamo definire seconda Repubblica.

L'Italia attraversa un momento di particolare difficoltà dovuto senza ombra di dubbio non solo agli errori politici del precedente Esecutivo, ma anche ad una congiuntura economica internazionale di grave crisi.

Un consenso così forte attribuito alla nostra coalizione ci impegna in una politica seria e coraggiosa finalizzata, nel breve periodo, a dare risposte alle problematiche più urgenti e, nel lungo periodo, a dar vita a riforme importanti capaci di mettere in moto un cambiamento reale del Paese.

L'Italia del Sud, ed in particolare la Sicilia, che sconta in maniera esponenziale gli errori del precedente Governo, nonché le proprie carenze endogene e storico- culturali, le ha riservato un consenso senza precedenti. Quindi, Presidente, il suo, il nostro Governo porta su di sé un'enorme responsabilità: non può permettersi di deludere le aspettative dei cittadini del Sud, che pretendono interventi di straordinaria incisività per far ripartire lo sviluppo di quest'area del Paese.

In questi anni il Mezzogiorno è stato vittima di una politica disattenta sino alla scelleratezza. Soltanto a titolo esemplificativo è necessario evidenziare come non sono stati attuati gli obiettivi di destinazione al Mezzogiorno del 41 per cento delle risorse destinate alla legge obiettivo e come siano state destinate altrove parti importanti delle risorse del FAS (Fondo per le aree sottoutilizzate), oltre ad un uso sostitutivo e non aggiuntivo delle risorse derivanti dai fondi strutturali europei, con una prassi più volte contestata dalla stessa Unione Europea.

La sua attività deve quindi anzitutto partire da un'attribuzione piena al Sud del Paese di tutti i fondi accantonati per interventi in conto capitale e ad oggi ancora inutilizzati. Noi eletti del Movimento per l'Autonomia saremo molto vigili perché questo obiettivo si realizzi in pieno insieme con tutti gli altri punti indicati nel capitolo 5 del programma della coalizione, che hanno motivato la nostra Alleanza per il Sud.

Il Mezzogiorno rappresenta, infatti, un'opportunità di sviluppo per l'intero Paese, perché possiede maggiori potenzialità di crescita produttiva, spazi fisici ed economici, risorse materiali ed immateriali per accrescere il livello di competitività nazionale. Perché il Mezzogiorno possa svolgere il proprio ruolo propulsore nei confronti dello sviluppo economico italiano è tuttavia necessario promuovere un radicale mutamento nelle politiche per il Sud, passando dal tradizionale approccio assistenzialista ad una nuova strategia di intervento fondata contemporaneamente sul riconoscimento di straordinari elementi di autonomia e sulla corrispondente attribuzione di grandi responsabilità.

Nel corso degli anni, infatti, le politiche per il Mezzogiorno hanno oscillato tra due paradigmi, uno compensativo, orientato cioè alla diminuzione più o meno graduale del gap, attraverso trasferimenti ai cittadini e incentivi alle imprese, e uno cosiddetto di crescita, fondato cioè su azioni strutturali per accrescere occupazione e produttività e, più in generale, per stimolare la competitività dei territori. Entrambi questi approcci, non del tutto fuori luogo, sono stati tuttavia inquadrati in una logica generale di intervento fondata sull'emergenza, ovvero su azioni e misure di sostegno al capitale ed al lavoro dipendente piuttosto che di aggressione ai fattori interni ed esterni che penalizzano il sistema economico meridionale.

Al contempo, l'evoluzione dei mercati tradizionali nell'economia globale della conoscenza impone definitivamente che lo sviluppo industriale e produttivo delle Regioni meridionali parta dal rafforzamento dei nodi strutturali che storicamente condizionano gran parte dei territori del Sud, analizzando ed esaltando l'insieme più ampio delle risorse e delle opportunità già presenti in ciascun contesto territoriale. Non si tratta quindi di preconfezionare ricette o modelli di sviluppo, ma di consegnare le corrette opportunità ai protagonisti dell'economia meridionale per individuare insieme le soluzioni ai loro problemi.

Per tradurre in concrete azioni tali obiettivi generali di intervento, è necessario promuovere un ripensamento complessivo del sistema Paese che, attraverso la chiave dell'autonomia dei territori, consenta di modernizzare sia il Settentrione che il Mezzogiorno, in un'ottica tuttavia di differenziazione delle rispettive prerogative e regole di funzionamento, al fine di valorizzare le specifiche potenzialità.

Un intervento strategico essenziale per il Sud, da attuare immediatamente, avviando le procedure anche presso l'Unione europea è certamente l'introduzione di una fiscalità compensativa per promuovere l'insediamento, lo sviluppo e l'aggregazione tra le imprese operanti nel Mezzogiorno, come già indicato da Confindustria; fiscalità compensativa e non di vantaggio, perché deve servire a colmare le condizioni di ritardo infrastrutturale e i gap ambientali che condizionano il sistema delle imprese nel Mezzogiorno per un tempo ragionevole, che consenta l'insediamento ed il consolidamento delle imprese e accompagni questa fase con la certezza che, anche per l'azione di questo Governo, i ritardi ambientali ed infrastrutturali saranno colmati in un congruo periodo.

Questione fortemente condizionante l'attività economica e civile delle nostre aree è certamente la presenza invasiva della grande criminalità organizzata. Ma finalmente l'attività di contrasto alle organizzazioni mafiose registra importanti successi non solo dal punto di vista prettamente giudiziario ma anche dal lato della rinascita civile e sociale; questo impegno deve proseguire senza tregua, fino alla definitiva eradicazione del fenomeno della criminalità organizzata, e si deve estendere a tutte le aree del Paese interessate a questi fenomeni, aumentando ulteriormente la forza dell'intervento repressivo per garantire questa rigenerazione della società meridionale.

Voglio aggiungere un altro suggerimento che dovrebbe rappresentare, secondo il nostro Movimento, un pilastro fondamentale per l'azione di Governo per il Sud. Il sistema delle autonomie locali va sostenuto in una interpretazione del federalismo volta da un lato a promuovere le potenzialità dei territori e dall'altro a realizzare quella perequazione delle risorse connaturata al principio solidaristico che informa tutto il nostro ordinamento. In questa prospettiva di riforma costituzionale in senso federalista assume particolare valore l'esperienza dello Statuto speciale siciliano, parte integrante del nostro ordinamento costituzionale ma troppo spesso violato dall'invasività del potere centrale e non sufficientemente difeso dall'azione dei rappresentanti politici del popolo siciliano.

Noi del Movimento per l'Autonomia, che abbiamo come ragione fondativa la piena attuazione della nostra Carta statutaria, sappiamo di poter contare appieno sulla sua lealtà per il mantenimento dell'impegno politico da lei assunto in questo senso.

Per tutte queste ragioni, votiamo con piena convinzione la fiducia al suo Governo, certi che il ponte che ci accingiamo a costruire sarà il simbolo non solo della riunificazione fisica, ma anche civile ed economica del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Cossiga. Ne ha facoltà.

COSSIGA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, è la prima volta che partecipo ad una seduta del Senato da lei presieduta e, pur non essendo dalla sua parte, avendo avuto per lei sempre stima, mi permetto di rinnovarle le mie congratulazioni e di farle i miei auguri.

Come è noto, io sono, forse a cagione dell'età, un po' logorroico. Siccome però mi considero un senatore uguale agli altri, quando eccederò il tempo che mi è assegnato lei mi toglierà la parola: vuol dire che il resto del mio intervento lo depositerò. Quando lei riterrà che io dica cose sconvenienti (e mi accade molto spesso), mi richiami pure e se vi sono gli estremi mi espella pure dall'Aula. Si ricordi che il primo consiglio che le ho dato, e che quando fui eletto senatore misi in pratica, è il seguente: mi raccomando, per affermare subito la sua autorità cacci fuori dall'Aula uno, specialmente se non ha nessuna colpa. Perché così io feci e mi andò benissimo.

Mi scuso con il Presidente del Consiglio dei ministri se non ero presente al suo discorso e anche alla sua replica, ma gli armamentari che ho indosso ne indicano il motivo.

Appartengo ad un'altra stagione della storia politica del nostro Paese, avendo militato nella Democrazia Cristiana dal 1944 ed essendo membro del Parlamento nazionale, ahimè, dal 26 maggio 1958 (presto saranno ben cinquanta anni; credo di essere battuto solo dal maestro Andreotti e dai colleghi Emilio Colombo e Scalfaro)...

 

IZZO (PdL). Auguri di lunga vita! (Applausi dal Gruppo PdL).

 

COSSIGA (UDC-SVP-Aut). ...salvo il non certo fausto e per me tormentato intervallo della mia presenza al Palazzo del Quirinale. Tra poco sarà pubblicato un libro che contiene tutti gli articoli di insulti e tutti gli attacchi che mi sono stati fatti da una certa stampa italiana durante i sette anni.

A lungo ho occupato, con una certa dignità - lo spero - posizioni di responsabilità istituzionale anche in momenti drammatici e per me assai dolorosi. Io uomo della gloriosa Prima Repubblica dei grandi partiti di massa: dal Partito Comunista cui - lo riconosco nel fermo dissenso dalla sua per me affascinante ideologia e della sua politica - tanto deve l'Italia per il contributo che ha dato non solo per la liberazione della nostra Patria dal fascismo e dalla crudele occupazione della Germania nazista, ma anche per l'edificazione in pace della sua Repubblica democratica, alla gloriosa Democrazia Cristiana, ai partiti che si richiamavano a grandi tradizioni e culture ideali e anche a coloro che provenienti da altre sponde, contro i cui ideali io sono stato educato nella mia famiglia di rigide tradizioni antifasciste e repubblicane, debbo dare atto di avere con onestà cercato e alla fine essere riusciti a ricollocarsi con dignità nel quadro dello Stato democratico. Debbo quindi confessare che non riesco più a orientarmi in questo panorama politico.

Lei sa, signor Presidente, che sono legato a lei da una reciproca amicizia che risale soltanto al 1974. Ho votato per i suoi Governi una sola volta per salvare le istituzioni che erano state stremate dallo tsunami provocato da un gruppo di avventurosi magistrati i cui cosiddetti ideali, purtroppo, vedo rappresentati anche in questo Parlamento da un gruppo che più che Italia dei Valori dovrebbe essere chiamato Italia dei Disvalori. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Ben altra cosa il glorioso Partito Comunista Italiano, o il glorioso Partito Socialista rispetto a questi senatori e deputati da accatto che sono, essi sì, i veri eredi della reazione, dell'inquisizione e del codice di Alfredo Rocco. (Applausi dal Gruppo PdL).

Io non ho mai votato per lei. Anche nelle ultime elezioni - è noto - ho votato, come molto spesso mi è accaduto, prima per l'Ulivo, poi per l'Unione poi, nelle ultime elezioni, per il Partito Democratico anche se, detto onestamente, non ho ben capito ancora cosa sia il Partito Democratico e non mi sarà chiaro finché non avrà il coraggio di essere fedele alla sua vera ispirazione aderendo con coraggio al Partito Socialista Europeo e all'Internazionale socialista.

Ho ascoltato in televisione - purtroppo, me ne scuso, le mie condizioni di salute non mi hanno concesso di più - quello che lei ha detto. Le sono grato per la sua volontà (analoga a quella dell'amico onorevole Veltroni) di porre termine alla reciproca delegittimazione che ha contrassegnato gli ultimi anni della Repubblica, ma non so se i Flores, i Fazio e quell'autentico (il termine è di uno dei più prestigiosi leader dei Democratici di Sinistra) "mascalzone" di Travaglio ve lo permetteranno. Il termine non è mio. Il termine "quell'autentico mascalzone" non è mio(Applausi dal Gruppo PdL),è di uno dei più autorevoli leader dei Democratici di Sinistra, già giovane leader del Partito Comunista Italiano.

Ritengo però che in democrazia e nel Parlamento sia essenziale la dialettica tra maggioranza e opposizione e che la ricerca delle larghe convergenze o, peggio, dell'unanimismo porti spesso all'immobilismo perché io non conosco come legittime altre maggioranze nella nostra democrazia che non quelle previste dalla Costituzione. La nostra è una democrazia di numeri e sono legittime le leggi, anche quelle costituzionali - a dire il vero non mi sono scandalizzato che le abbiate fatte voi, come non mi sono scandalizzato che le abbia fatte il centro‑sinistra - approvate contro di voi o che voi avete approvato contro di loro purché secondo le maggioranze previste dalla Costituzione.

Io voterò per lei e per il suo Governo. È la seconda volta che succede; voterò in questo senso almeno per questa volta perché sul nostro Paese, sull'Europa e sul mondo incombono problemi gravissimi come la fame, il terrorismo islamico fondamentalista e la crescente povertà della nostra gente. Non credo, quindi, che possiamo permetterci il lusso di aspettare altri e migliori governi.

Voglio chiarire che io voterò per lei e per tutto il suo Governo, tra i cui membri ho molti amici anche personali, che non sto a nominare perché l'inclusione di alcuni e la non inclusione di altri per dimenticanza - dopo tutto compirò fra poco 80 anni - sarebbe ingiusta. Voglio che lei, signor Presidente, sappia peraltro che, non essendo istituzionalmente possibile votare un intero governo e non votare un membro dello stesso Governo, non intendo concedere la mia fiducia né politica né morale nei confronti del suo Ministro dell'interno, che forse per far dimenticare di aver appartenuto (quando io combattevo il terrorismo di sinistra) ad un'area di movimentismo non lontana dalla lotta armata, fa oggi il reazionario e dice cose intollerabili per me (cristiano, antirazzista e democratico) nei confronti dell'immigrazione e dell'accoglienza.

Mi auguro soltanto che lei non gli dia retta, anche perché le cose che ha dichiarato sono impossibili da attuare e oggi stesso ho presentato un disegno di legge in materia. (Applausi dal Gruppo PdL, del senatore Galperti e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. Senatore Cossiga, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo integrale del suo intervento.

È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, com'è noto, l'UDC non voterà la fiducia al suo Governo.

Anche noi, come lei, abbiamo rispetto degli elettori e, in particolare, dei due milioni e passa di italiani che ci hanno votato. La nostra lealtà verso il corpo elettorale sta proprio nel rappresentare tutti gli italiani e le italiane che ci hanno votato sostenendo l'idea che senza valori non ci può essere buona politica e che, pertanto, le istituzioni devono occuparsi della tutela del diritto alla vita, della libertà religiosa, della nostra identità cristiana, della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, della libertà di educazione, della valorizzazione delle comunità intermedie tra Stato e cittadino, composte non solo dal sistema delle autonomie locali, ma anche dal cosiddetto privato sociale, spina dorsale e morale della nostra Nazione.

I temi cosiddetti eticamente sensibili sono stati esclusi dalla campagna elettorale, per non imbarazzare una certa cultura laicista che attraversa ormai gli schieramenti politici con pericolosa disinvoltura. L'UDC li ha messi al centro della sua campagna elettorale e per questi valori ha con coerenza pagato il costo della solitudine elettorale. Siamo orgogliosi di averlo fatto, lo rifaremmo e siamo qui, signor Presidente, a esercitare con le nostre iniziative politiche e parlamentari il mandato conferito dagli elettori.

A costo di stupirla, le dirò che sono pronto a sottoscrivere la gran parte delle sue dichiarazioni programmatiche. Credo, inoltre, che la stessa cosa possano fare non solo gli italiani che l'hanno votata, ma anche coloro i quali non l'hanno votata. Non credo che vi sia alcun uomo di buon senso che si possa dire contrario ad un dialogo concreto e trasparente tra maggioranza ed opposizioni.

Uso il plurale, signor Presidente, non solo per un atto di riguardo nei confronti del Gruppo parlamentare che ho l'onore di presiedere, ma anche e soprattutto per rispetto degli altri Gruppi parlamentari, di maggioranza, come la Lega Nord, e di opposizione, come l'Italia dei Valori, di cui non condividiamo nulla.

Con buona pace degli iscritti al club della semplificazione, infatti, la teoria, da lei abilmente inventata, della coabitazione tra una maggioranza di Governo ed una maggioranza di opposizione si scontra - ahinoi! - col risultato elettorale, che merita un'attenta lettura. Queste elezioni hanno consumato infatti un ulteriore passaggio nella difficile fase di transizione politica che attraversa il nostro Paese. Capisco il fascino del bipartitismo di stampo anglosassone, che pare aver contagiato, con il governo ombra, anche il Partito Democratico, ma le elezioni hanno dimostrato che le vere riforme le fanno la politica e il corpo elettorale e che le alchimie istituzionali, il più delle volte, rischiano di essere solo delle camicie di forza strumentalmente preordinate ad acquisire posizioni di monopolio o di vantaggio in danno del libero confronto democratico. Una cosa è la semplificazione operata dagli elettori, una cosa è la costruzione di partiti omogenei che si sostituiscano agli attuali cartelli elettorali, ancorché semplificati. Questa nuova fase politica è tutta da costruire, se vogliamo realmente assecondare - e noi vogliamo farlo - la domanda di chiarezza che viene dai cittadini italiani.

Signor Presidente, come si può non concordare con lei sulla necessità di passare dal pessimismo paralizzante all'ottimismo vitale e come non apprezzare l'omaggio ai nostri militari impegnati nelle missioni di pace, a cominciare da quelli in Afghanistan, alle forze dell'ordine e a quei magistrati che compiono in silenzio il loro dovere? Tutto giusto. Anche se abbiamo avuto l'impressione di leggere, nelle dichiarazioni programmatiche, una sorta di sunto del suo programma elettorale: dichiarazioni tanto sintetiche quanto generiche e quindi, per definizione, condivisibili.

Signor Presidente, noi non vogliamo polemizzare con lei e se siamo stati noi la causa dei suoi fallimenti passati, oggi gli italiani le hanno consegnato una vittoria chiara e netta. Il Gabinetto da lei presieduto è composto a sua immagine e somiglianza. Si tratta di un vero e proprio Governo del Primo Ministro (anche qui, senza la necessità di una riforma costituzionale) e pertanto il potere assoluto che le è stato conferito la sottrae ad ogni condizionamento da parte del cosiddetto teatrino della politica. Ci aspettiamo che lei affronti e risolva oggi, uomo solo al comando, tutti i problemi che ha il Paese: le liberalizzazioni, il nucleare, l'Alitalia, i rifiuti campani, il risanamento dei conti pubblici e la riduzione della pressione fiscale. Non può deludere gli italiani. E per questo la nostra sarà un'opposizione tesa a ricordarle le promesse fatte in campagna elettorale.

Per questo le diciamo, pacatamente e serenamente, che non è sufficiente l'elenco dei buoni propositi a fare rialzare l'Italia. Bisogna dire e fare di più. Nelle sue dichiarazioni mancano alcune voci importanti ed alcune priorità. Ad esempio, il taglio della spesa pubblica. Senza una indicazione precisa di misure funzionali a bloccare la crescita delle spesi correnti dello Stato, diventa impossibile o comunque incerto promuovere il lavoro e la famiglia con la fiscalità generale, oppure abolire l'ICI senza costringere i Comuni ad aumentare il gettito della fiscalità locale.

Signor Presidente, la nostra opposizione sarà una opposizione repubblicana. Una opposizione senza sentimenti e senza risentimenti, tesa solo alla tutela dell'interesse generale del Paese, alla valutazione del merito dei singoli provvedimenti, al voto favorevole o contrario senza pregiudiziali o riserve mentali. A tale riguardo, la vorrei mettere in guardia su due questioni fondamentali e di particolare attualità: la sicurezza e il federalismo fiscale. Sulla sicurezza condivido quanto detto dal collega senatore Giuseppe Pisanu: prudenza e concretezza sono le cose di cui c'è bisogno in questa materia.

Gli strumenti di contrasto all'immigrazione clandestina e al traffico di migranti ci sono e sono forniti della legge Bossi-Fini integrata dalla normativa comunitaria e dalle convenzioni internazionali. Bisogna dare attuazione e migliorare tale normativa, inasprendo le pene per chi sfrutta illegalmente il lavoro degli immigrati e per chi organizza e favorisce la tratta di migranti, favorendo invece l'immigrazione regolare e di qualità. Bisogna dare più risorse alle forze di polizia; bisogna unificare gli strumenti di contrasto, ad esempio istituendo un'unica procura nazionale antimafia ed antiterrorismo, con compiti di coordinamento e di contrasto anche alla immigrazione clandestina.

Occorre introdurre la banca dati del DNA e dare attuazione piena alla disciplina europea che contiene in sé elementi rigorosissimi per i neocomunitari, senza estenuanti ed inutili trattative comunitarie o, peggio ancora, la singolare sospensione degli Accordi di Schengen. In questa materia, signor Presidente, è bene evitare gli annunci ed i supercommissari e lavorare alacremente e silenziosamente per garantire strumenti e risorse adeguate e razionali per il contrasto ad ogni forma di criminalità. Sarebbe bene, signor Presidente, occuparsi anche dei nostri connazionali residenti all'estero: capiremmo di più anche di immigrazione.

La seconda questione riguarda il federalismo fiscale. Ho letto con piacere che è suo intendimento rivisitare il Titolo V della Costituzione. Se fosse così, le diciamo che siamo d'accordo con lei. In questi anni abbiamo assistito, più che alla contrazione della sfera pubblica e al decentramento di poteri e funzioni dallo Stato centrale alle Regioni, all'espansione della pubblica amministrazione centrale e locale, con conseguente proliferazione dei costi. Se si vuole fare una legge buona e giusta sul federalismo fiscale è necessario riscrivere prima il sistema delle funzioni legislative ed amministrative dello Stato e delle Regioni, salvaguardando il sistema delle autonomie speciali, come i colleghi del mio Gruppo hanno in precedenza evidenziato. Anche in questo caso gli annunci ed i manifesti ideologici sono sconsigliati perché rischiano di spaccare il Paese.

Signor Presidente, il suo desiderio di una opposizione dialogante, morbida, rassicurante, anche sotto forma di governo ombra, è comprensibile ma non condivisibile. Come lei non ha potuto forgiare tutti i suoi alleati a sua immagine e somiglianza nella passata legislatura, così oggi non può pensare di forgiare le opposizioni riducendole ad una sola, quella che le si contrappone nell'ombra di un governo che esprime la parte più rilevante dei suoi avversari politici. Prendiamo quindi atto con favore della sua disponibilità alla collaborazione istituzionale e aspettiamo di vederla all'opera, soprattutto per toccare con mano risultati concreti per il bene del Paese.

Signor Presidente del Consiglio, concordo con l'onorevole Casini quando dice che non di soli diritti vive l'uomo. Eppure l'Italia di oggi è un Paese nel quale ognuno sa di poter rivendicare un diritto ma pochi sanno di dover rispettare un dovere. Una democrazia è sana, invece, solo se vive un grande equilibrio tra diritti e doveri. Tra i nostri doveri di oggi c'è quello di essere avversari leali, responsabili, ma fermi e critici, comunque mai nemici, perché anche noi - come lei - amiamo questo Paese e lo vogliamo migliore. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut e PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Belisario. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio, senatrici e senatori, su un dato concordiamo in modo inequivocabile: le elezioni del 13 e 14 aprile hanno consegnato un quadro parlamentare che i cittadini hanno inteso semplificare riducendo della metà i Gruppi politici presenti in Parlamento. La maggioranza relativa degli italiani si è riconosciuta nella coalizione da lei guidata e nel suo progetto, signor Presidente del Consiglio, di «sistema Italia», dandole la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

L'Italia dei Valori non può che rispettare la volontà popolare; non parla di brogli, evocati, invece a sproposito da chi oggi tende il ramoscello d'ulivo dopo due anni di mirata demonizzazione dell'avversario politico; né ci nascondiamo dietro ad alchimie politiciste. L'Italia dei Valori, alla luce dei risultati, ha ricevuto il mandato di fare opposizione e la farà con determinazione, perché ha una diversa visione di come si amministra una democrazia moderna. Non soffriamo di nostalgie. Non guardiamo al passato, né tampoco agli inizi degli anni '90 per intenderci, un periodo, peraltro, signor Presidente, che lei ha cavalcato e che le ha consentito di occupare spazi importanti ed insperati dello scenario politico. Il mio partito in quegli anni non c'era, ma è nato perché frutto della passione civile che da allora in avanti ha coinvolto tanti cittadini onesti che nel nostro partito si sono riconosciuti in modo sempre maggiore, dandogli un successo elettorale assoluto, perché essere paladini della legalità è un concetto che non è astratto e che interessa ancora i nostri connazionali.

Respingo con fermezza al mittente le affermazioni del presidente emerito, senatore Cossiga (Applausi dal Gruppo IdV) e gli ricordo che egli ha scritto persino la prefazione al commentario della Costituzione italiana di Antonio di Pietro.

 

COSSIGA (UDC-SVP-Aut). Colpe nella vita le abbiamo tutti e questa è una mia colpa.

 

BELISARIO (IdV). E nella nostre fila non ci sono parlamentari d'accatto perché dicendo questo, signor Presidente emerito, lei offende gli elettori che hanno dato il consenso al nostro partito (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti del senatore Cossiga). Ed è per questi cittadini che l'Italia dei Valori farà opposizione. Un'opposizione né consociativa né pregiudiziale, bensì un'opposizione parlamentare, così come ci hanno insegnato i Padri costituenti presenti ancora in quest'Aula, nonostante la più brutta legge elettorale che la sua maggioranza ci ha lasciato in eredità e che il centrosinistra non ha voluto e saputo cambiare. La nostra è una democrazia parlamentare e non una «telecrazia salottiera». Mi piace citare le parole di un liberale vicino a lei, onorevole Berlusconi. Antonio Martino ha dichiarato che un Paese è democratico non se ha un governo, perché quello lo hanno anche le dittature, ma se vi è un'opposizione. E quanto più vigorosa e credibile è quest'ultima, tanto più democratico è il Paese.

Sempre su questo tema e dopo quanto accaduto ieri alla Camera dei deputati nel corso dell'intervento del Presidente del mio partito, mi permetto di precisare al Presidente del Senato, con il rispetto che porto per la carica che ricopre ma con la fermezza che sento doverosa, che i diritti dell'opposizione sono scolpiti in leggi e Regolamenti e non sono nella disponibilità dei Presidenti delle Assemblee legislative. Persino l'ostruzionismo parlamentare, su cui egli recentemente in un'intervista ha espresso disapprovazione, è un diritto primario dell'opposizione che valuta se, come e quando esercitarlo; è evidente, solo e sempre in presenza di valutazioni politiche. È un diritto assoluto, come recita Roberto Zaccaria, che lo definisce estremo e non rimesso a valutazioni discrezionali o a puntuali concessioni di alcuno, tanto meno di chi deve esserne il legittimo garante. È un principio di libertà, sacrosanto e intangibile. Don Sturzo affermava che la libertà è come l'aria. Si vive nell'aria: se l'aria è viziata si soffre, se è insufficiente si soffoca, se manca si muore. Per questo non accetteremo mai la compressione del diritto di rappresentare tesi diverse e contrastanti con quelle della maggioranza. E lo faremo a costo di sembrare gli unici a fare un'opposizione visibile, che terrà sempre conto di quanto il Paese reale ci chiede e di cui l'Italia dei Valori si farà interprete senza tentennamenti, ammiccamenti o blandizie.

Senatrici e senatori, le istituzioni democratiche del nostro Paese sono nate e si sono rafforzate per la presenza di due blocchi contrapposti, che facevano capo alla Democrazia cristiana e al Partito comunista. Queste due grandi forze politiche anche quando nell'interesse dell'Italia hanno collaborato - penso alla lotta al terrorismo - lo hanno fatto mantenendo piena la loro identità e le loro differenze, senza arrecare sbandamento nei loro elettorati di riferimento, favorendo così la crescita complessiva, sociale, economica e culturale del nostro Paese.

Signor Presidente del Consiglio, abbiamo compreso che le piace un'opposizione in stile anglosassone, a partire dal governo ombra. Noi dell'Italia dei Valori riteniamo che questo possa essere un punto finale, un approdo e non un punto di partenza, perché dobbiamo portare la nostra democrazia a quei livelli: penso all'informazione, alla giustizia, al conflitto di interessi, al sistema di produttività.

Le sue dichiarazioni programmatiche le abbiamo ascoltate ed abbiamo ascoltato anche le sue precisazioni prima dell'avvio del dibattito in quest'Aula. Dopo una campagna elettorale che anche ella ha condotto con toni aspri, affermando persino, unitamente a chi oggi è Ministro del suo Governo, che provava orrore verso chi si contrapponeva con durezza alle sue diverse argomentazioni, oggi chiede unilateralmente di avere fiducia nelle sue promesse e nei suoi toni morbidi. Signor Presidente del Consiglio, non ci ha convinti. Avremmo preferito che avesse parlato chiaro per avviare un confronto e verificare se le sue buone intenzioni sono o meno effimere.

Ieri ha affermato che ha fiducia nei giudici. Quindi, non ritiene più, finalmente, che il problema dei problemi sia la separazione delle carriere per mettere la mordacchia all'ufficio del pubblico ministero. Se è venuto su quelle che da sempre sono le nostre posizioni, ci sentiamo rassicurati, perché anche lei comincia ad essere convinto che l'azione penale non possa essere controllata dal potere esecutivo senza che la Costituzione ne rimanga irrimediabilmente vulnerata. Il nocciolo dei problemi della giustizia è la riduzione dei tempi processuali attraverso la revisione dei codici, la semplificazione delle procedure, l'aumento delle risorse umane e finanziarie, la costruzione di nuovi istituti di pena. (Commenti del senatore Cossiga). Le modifiche dell'ordinamento giudiziario hanno sempre esternato volontà revansciste, ma non hanno mai evidenziato la determinazione di innovare.

Sulla comunicazione, al momento degradata a delega subministeriale, il suo silenzio ci preoccupa, perché nulla ci dice sulla regolamentazione, per noi inesistente, dei conflitti di interesse che certamente non riguardano solo la sua persona. In un Paese moderno si cerca invece di favorire la libera concorrenza obbedendo alla legislazione, alla giurisprudenza italiana ed europea. Ci deve dire se ritiene ancora giusto che con la depenalizzazione del falso in bilancio i bancarottieri di regime, con l'aiuto delle banche e dell'indulto (a cui ella ha concorso in modo determinante nella passata legislatura) abbiano potuto derubare centinaia di migliaia di risparmiatori senza finire in galera e senza neppure risarcire il danno arrecato. Sarebbe buona cosa se la maggioranza, e in genere tutta quest'Aula, approvasse in questa materia la proposta di legge che l'Italia dei Valori presenterà in uno con quella che impedisce ai condannati di sedere in Parlamento.

 

PRESIDENTE. Il tempo a sua disposizione è terminato; quindi, la invito a concludere, senatore Belisario.

 

BELISARIO (IdV). Dichiaro la non fiducia al Governo presieduto dal presidente del Consiglio, onorevole Berlusconi, a nome del Gruppo che presiedo. (Applausi dal Gruppo IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Bricolo. Ne ha facoltà.

BRICOLO (LNP). Signor Presidente, presidente Berlusconi, colleghi senatori, è con grande entusiasmo che noi parlamentari della Lega Nord ci apprestiamo ad iniziare questa nuova legislatura, un entusiasmo dovuto alla voglia di mettersi subito al lavoro per realizzare nel più breve tempo possibile quelle riforme che abbiamo presentato in campagna elettorale e così tanto attese dalla gente che vive sul nostro territorio; un entusiasmo dovuto anche al grande successo elettorale ottenuto dal nostro movimento. Voglio dunque innanzitutto ringraziare, anche a nome di tutti i senatori del mio Gruppo, i milioni di elettori che con il loro voto ci hanno dato fiducia e i tanti militanti della Lega Nord che da anni si battono sul territorio per portare avanti le nostre idee. (Applausi dal Gruppo LNP).

Voglio anche rivolgere un ringraziamento particolare all'uomo che dopo quattro anni è tornato a ricoprire il suo ruolo di Ministro delle riforme all'interno del Governo, il nostro segretario federale Umberto Bossi (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

Questo entusiasmo, però, non ci fa dimenticare anche la grande responsabilità che abbiamo nei confronti di quei cittadini che con il loro voto ci hanno dato fiducia. La gente ci chiede fatti e non più parole, subito nuove riforme. Ci chiede in tempi brevi di realizzare le proposte che abbiamo loro presentato in campagna elettorale. Tutti noi, senatori sia della maggioranza che dell'opposizione, ci siamo impegnati ad approvare riforme istituzionali per cambiare e rendere più moderno e più efficiente questo Paese. Abbiamo dunque un'occasione storica, non sprechiamola. Superare il bicameralismo perfetto, istituire il Senato federale, garantire la governabilità e l'azione di governo, trasferire competenze dallo Stato centrale alle Regioni e agli enti locali, ridurre il numero dei parlamentari: su questi temi possiamo e dobbiamo lavorare tutti assieme in Parlamento, maggioranza e opposizione. Bene ha fatto, presidente Berlusconi, a parlare di dialogo. È questa la strada da percorrere: un dialogo che non deve più portare, come sempre è avvenuto in passato, ad uno scontro muro contro muro, ma che deve essere costruttivo nell'interesse generale dei cittadini e del Paese. Su questo noi fin d'ora garantiamo la nostra massima disponibilità.

Detto questo, come Lega Nord Padania ci muoveremo in questa legislatura per realizzare al più presto il federalismo fiscale. La gente al Nord non è più disposta a pagare tutte le tasse allo Stato centrale e a vedere che questi soldi molto spesso vengono spesi da Roma male o addirittura sprecati da burocrati incapaci. Parte di questi soldi devono rimanere sul territorio per aiutare le famiglie, i lavoratori che non arrivano a fine mese con il loro stipendio, ma anche per razionalizzare e contenere la spesa pubblica. È solo grazie al federalismo che potremo cambiare questo Paese: un federalismo che non vuol dire dividere, ma far crescere un Paese che adesso è fermo, ingessato, ingolfato da una burocrazia che non ha eguali in Europa, senza prospettive di crescita e con un'impostazione centralista e assistenzialista penalizzante e a dir poco anacronistica.

Tutte le grandi democrazie occidentali che sono in questi anni cresciute sia dal punto di vista economico che sociale lo hanno fatto puntando tutto sul decentramento, sulla razionalizzazione dei servizi e sul federalismo. Penso agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Spagna. La Spagna è un Paese che è uscito dal franchismo come uno dei più poveri ed arretrati d'Europa e che ora ci ha di gran lunga superato in termini di crescita economica, di incremento di prodotto interno lordo e di efficienza amministrativa. La Spagna è tornata ad essere un grande Paese quando ha deciso di abbracciare il federalismo: il Nord, più produttivo, si autogestisce e i Paesi baschi e la Catalogna hanno un loro Parlamento; questo non ha però penalizzato il Sud, che può ora vantare un comparto agricolo, turistico e anche industriale in continua crescita. Questa è la strada, l'unica strada che potrà far crescere e rendere più moderno ed efficiente tutto questo Paese, sia il Nord che il Sud.

Un altro tema estremamente importante è la lotta e il contrasto alla criminalità e all'immigrazione clandestina. Tanto per essere chiari: la gente ci ferma per strada e ci dice che sono già troppi gli extracomunitari presenti nel nostro Paese, sono troppi e in continuo aumento. Su questo bisogna intervenire subito con nuove leggi, responsabilizzando anche la magistratura nell'applicarle. In poche parole, la gente ci chiede di togliere dalle strade delle nostre città tutti quegli extracomunitari clandestini che vivono di spaccio di droga e di sfruttamento della prostituzione e che si sono specializzati nelle rapine e nei furti negli appartamenti. Espulsioni, dunque, certe per chi è entrato illegalmente e contrasto ai flussi di extracomunitari clandestini in entrata.

L'allargamento accelerato dei confini dell'Unione Europea e la mancanza assoluta negli ultimi anni di contrasto dei flussi hanno fatto sì che questo Paese diventasse nell'immaginario collettivo degli stranieri la meta più ambita da raggiungere: chi parte dall'altra sponda del Mediterraneo o dall'Europa centrale è convinto che da noi troverà assistenza immeditata, con un po' di pazienza una regolarizzazione, diritti, nessun dovere, nessun obbligo e, se commetterà qualche reato, troverà una giustizia clemente e superficiale. Questo deve finire.

Nessuno chiede rappresaglie contro i boat people, ma semplice buon senso suggerisce che non possiamo continuare ad essere l'unico Paese - perché lo siamo -che recupera le imbarcazioni dei clandestini anche molto lontano dalle nostre coste, in acque internazionali o praticamente di fronte all'altra sponda del Mediterraneo. I clandestini in attesa di partire sanno che le nostre navi recuperano tutti, sfamano tutti, curano tutti, soccorrono tutti. Per loro, questo è solo un grande incentivo a partire comunque. Altri Paesi del Mediterraneo, come la Spagna - sebbene governi Zapatero che è di centrosinistra - e Malta, da tempo non lo fanno più e di conseguenza il numero di clandestini che fa rotta verso le loro coste è sensibilmente diminuito. Vengono tutti da noi. È dunque importante il pacchetto sicurezza che ha presentato il nostro ministro Maroni, che sarà approvato nel prossimo Consiglio dei ministri e di questo siamo sicuramente felici.

Per parlare sempre dei problemi del Paese, è evidente a tutti la necessità di procedere in tempi ristrettissimi alla realizzazione di nuove infrastrutture. Il Nord, e non solo, ha fame di infrastrutture, necessarie non solo per la crescita economica del Paese ma anche per migliorare la qualità della vita della gente sul nostro territorio: milioni di cittadini sono costretti ogni giorno a subire code interminabili. Per quanto ci riguarda, diventa dunque prioritario e necessario realizzare - ne cito solo alcune come esempio - nuove grandi infrastrutture, quali la Pedemontana lombarda, quella veneta, i trafori del Brennero e del Frejus, l'alta velocità, l'alta capacità e sfruttare al meglio le vie fluviali. Costruire nuove grandi infrastrutture non vuol dire però dimenticarsi dell'ambiente; anzi, sulla tutela ambientale noi del Gruppo della Lega Nord Padania faremo sentire la nostra voce in questa Aula. Troppo cemento, troppe lottizzazioni sono state fatte negli ultimi decenni senza una reale programmazione in grado di tutelare le nostre città, le nostre valli, il nostro territorio. Per quanto ci riguarda, dobbiamo riuscire, compatibilmente con le esigenze di sviluppo territoriale, a lasciare ai nostri figli quelle bellezze architettoniche e paesaggistiche lasciateci dai nostri padri.

Nel concludere il mio intervento, per essere chiaro fino in fondo con chi ci ascolta in quest'Aula ed anche con chi ci ascolta di fuori di essa, voglio annunciare i provvedimenti che come Gruppo della Lega Nord Padania non voteremo mai in questa sede, quei provvedimenti ai quali non daremo mai il nostro appoggio. Dico ciò per evitare da subito incomprensioni o strumentalizzazioni. Noi non voteremo mai provvedimenti che mettono in discussione la famiglia tradizionale la quale, per noi, è composta da un uomo, una donna e dai propri figli. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

Noi non voteremo mai un nuovo indulto per i carcerati. (Applausi dal Gruppo LNP e dei senatori De Eccher e Gamba). I delinquenti devono scontare la loro pena fino all'ultimo giorno. L'unico deterrente per chi vuole entrare nel mondo della criminalità è senz'altro la certezza della pena.

Noi non voteremo mai a favore del voto agli extracomunitari. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore De Eccher). Il voto in questo Paese deve essere collegato - come del resto è - alla cittadinanza, all'effettiva integrazione. L'ultimo arrivato, che in molti casi non conosce nemmeno la nostra lingua, che non condivide i nostri valori, che non conosce o peggio ancora non accetta la nostra cultura, la nostra storia e le nostre tradizioni non può pensare di poter decidere del nostro futuro, del futuro di chi è nato, vive e vuole continuare a vivere in questo Paese. E bene ha fatto il presidente Berlusconi a ricordare, nel suo intervento alla Camera, il concetto di padroni a casa nostra. Noi vogliamo rimanere padroni a casa nostra. (Applausi dal Gruppo LNP).

Concludo, presidente Berlusconi, dicendo che noi voteremo convintamente la fiducia, consapevoli che questo sarà il Governo delle riforme, del cambiamento, del federalismo, del rilancio del Paese, un Governo che durerà tutta la legislatura e, dunque, lunga vita a questo Governo. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Finocchiaro. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, visto che ci stiamo inoltrando - e direi finalmente, pensando ai due anni precedenti e alla mia esperienza di Capogruppo di maggioranza - nell'era dialogante del bipolarismo italiano, mi sembra utile fissare innanzitutto quel perimetro di condivisione che è presupposto perché ogni dialogo possa esistere per davvero.

Lei ieri, qui in Senato, hatracciato nel suo intervento una fotografia dell'Italia cruda, realistica e condivisa. Ritardi, difficoltà, arretratezze e disuguaglianze. Io vorrei arricchire questo quadro, ma non per smentirlo e neanche per edulcorarlo, di un altro dato oggettivo, un dato incoraggiante per voi, per noi e per gli italiani. Chiunque - e tocca al Governo che lei presiede - si mettesse all'opera oggi per sovvenire a questo stato di difficoltà - chiamiamolo così - troverebbe ciòche il Governo Prodi ci ha lasciato: un deficit che nel 2006 era al 4,2 per cento e oggi è al 2,3 per cento, un avanzo primario al 3 per cento mentre nel 2006 era pari a zero, un debito pubblico decrescente, una procedura di infrazione comunitaria revocata. (Applausi dal Gruppo PD).

Inoltre, un sistema politico semplificato - direi un bipolarismo attuale - un'opposizione civile e aperta al dialogo e mi lasci dire un tratto - lei lo definirebbe una gentilezza, un garbo - nelle relazioni istituzionali e politiche che abbiamo praticato già in campagna elettorale, non solo perché siamo persone bene educate, ma proprio per una scelta politica, squisitamente politica. Lo abbiamo ritenuto il passo giusto, obbligato, per inoltrarci nel bipolarismo maturo; il ministro Bondi riconoscerà sicuramente la citazione, ma insomma la buona educazione ti può permettere di stare educatamente a tavola, ma se vuoi volare le ali o si hanno o non si hanno. Una scelta politica, dunque, analoga alla sua che apprezziamo, ma precedente e più costosa, presidente Berlusconi, visto che mentre l'onorevole Veltroni la faceva e la praticava piombavano le agenzie sui brogli elettorali e sulla parzialità del Capo dello Stato, il presidente Napolitano, cui va il rispetto e la riconoscenza del mio Gruppo per il lavoro compiuto in questi primi due anni di settennato e al quale tutti formuliamo i nostri auguri di buon lavoro. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e dai banchi del Governo).

Tutto ciò premesso - lo ripeto - nell'apprezzamento per il modo e per i toni con cui lei si è rivolto all'opposizione, vorrei aggiungere che il dialogo vive di tesi, di antitesi e della loro possibile sintesi; e siccome l'oggetto del dialogo non è metafisico ma è rappresentato dall'Italia e dagli italiani e visto che sulla descrizione dei mali del Paese conveniamo, vorrei provare a sottoporle alcuni elementi di riflessione che valgano a mostrare l'esistenza di una tesi e di una antitesi su alcune questioni cruciali per l'Italia e per il suo bene, nella ricerca di una sintesi.

In primo luogo, lei ha fatto spesso riferimento alla necessità della crescita e ha citato alcune buone prassi che nascono - è bene aggiungerlo - dal genio privato di alcuni imprenditori italiani. Bene, ma non ritiene lei, come noi riteniamo, che per la crescita dell'Italia occorra intervenire sul mercato, liberandolo dai condizionamenti, dalle rendite parassitarie, da oligopoli, da rapporti privilegiati con le élite politiche e di governo e dalla presenza della mafia, che in tante parti del territorio italiano marginalizza le imprese sane? E non ritiene che bisogna stimolare la competizione piuttosto che alludere a politiche protezionistiche?

Glielo dico perché so bene quanto sia difficile e so bene quanto determinata sia la vostra scelta di imprimere una cifra di rassicurazione non solo ai vostri atteggiamenti ma anche alle vostre politiche. Noi temiamo che fuori da una forte impronta liberalizzatrice e fuori da una regolazione del mercato in grado di garantire per davvero pari opportunità a tutti i soggetti economici l'Italia sarà sconfitta, perché la sfida c'è, è in atto e non c'è verso di eluderla. Ecco, su questo punto già c'è una tesi ed un'antitesi. Riusciremo a portarla a sintesi nell'interesse dell'Italia? A questo si collegano due importanti questioni; voi avete la forza di governo e parlamentare per realizzare il cambiamento e credo ne abbiate anche la responsabilità, alla quale aggiungiamo la nostra. Su questo terreno vi sfidiamo sapendo che non è rassicurante, certo, ma sapendo anche che è sulle scelte difficili che si misurano le classi dirigenti. E noi ci saremo.

Ancora, lei ha posto la questione del federalismo fiscale solidale: è una formula troppo imprecisa. Noi le chiediamo, per approssimare un po' l'oggetto del dialogo, a quale modello di federalismo vuole fare riferimento, signor Presidente? Glielo chiedo perché ogni idea di federalismo fiscale evoca due enormi questioni: quella della solidarietà nazionale e della sussidiarietà, doveri inderogabili secondo la Costituzione, e quella della qualità della spesa pubblica regionale e anche della qualità dei diritti. Per intenderci, Presidente, a quale modello guarda lei? Guarda alla Lombardia o guarda alla Sicilia?

E ancora. Lei ci ha parlato di controllo dell'immigrazione per la relazione stretta che essa ha - lei ha detto - con le questioni della illegalità e della sicurezza. Le pongo una sola questione, una sola tra le mille, che per me è di fondo perché può segnare una differenza culturale vera tra di noi. So bene che nella versione politicamente colta che noi pratichiamo è chiara la differenza tra immigrazione comunitaria ed extracomunitaria, clandestina e non, traffico di esseri umani ridotti in schiavitù e immigrati regolarizzati e integrati, ma le viene mai il timore che in una versione non colta, alimentata dalla paura e sorretta da intimi, inesplorati e antichissimi timori e che non può per sua natura essere gestita con le armi della politica raziocinante tutto questo rischia di trasformarsi in una cieca forma di paura del diverso e scagliarsi senza distinguersi contro ciascun diverso? Il mito del vaso di Eolo, che Ulisse incautamente scoperchiò.

Glielo dico da donna del Sud, che conosce l'animo della sua gente, anche quell'umanesimo di razza contadina di cui parla Quasimodo e che non avrebbe mai voluto vedere le molotov e le spranghe contro un campo rom. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Sia chiarissimo, dentro e fuori quest'Aula: non dico che non occorra far niente (e quando arriverà il vostro decreto lo studieremo con attenzione e senza accanimenti), ma vorrei che quella preoccupazione fosse comune, perché riguarda l'anima dell'Italia e la sua sicurezza, certo, ma anche l'esigenza, moderna quanto è moderno il fenomeno migratorio, di tante realtà produttive del Nord e di tante famiglie che hanno bisogno di avere con loro quei diversi e che ce li hanno, anche clandestini.

Quello che voglio dirle, Presidente, è che noi siamo certo pronti a fare la nostra parte, ma senza ambiguità: lei lo ha detto, io lo ripeto. Per questo, per dare forza a questo modo inedito per l'Italia di stare sulla scena pubblica, abbiamo dato vita al governo ombra.

Lei ha insistito sul fatto che ora che sono cadute le pregiudiziali ideologiche è aperto il luogo del confronto. Forse potrei sorridere con garbo e ricordare che fino a qualche settimana fa ci appellava "comunisti" oscurando qualche decennio di storia politica, ma non è questo il punto, mi permetta la confidenza. Il punto è che se cadono le pregiudiziali e le barriere ideologiche, non cadono le differenze: lei lo ha detto e lo condivido.

Noi abbiamo una idea dell'Italia che dovrebbe farsi diversa dalla vostra, meno rassicurante, a mio giudizio più moderna, più utile. Lei oggi ha arricchito il lessico politico, che pure avete adoperato dalla campagna elettorale in poi, con la parola «cambiamento» e si è rifatto a sue dichiarazioni del passato, credo del 1994. Ma se dovessimo valutare come è cambiato lo scenario politico in questo ultimo decennio, forse la prima delle cose che osserveremmo è che oggi il Popolo della Libertà non ha la forza dell'innovazione. Non ha e non è la forza di innovazione che fu con lei nel 1994 Forza Italia. È una forza più conservatrice, tradizionale e, dunque, rassicurante: più soldi in busta paga, via gli immigrati, più sicurezza. Ma, mi lasci dire, nessuna domanda strutturale, nessuna risposta strutturale. Comunque vedremo. Niente è dato definitivamente.

Lei stesso ha colto positivamente molti degli interventi. Noi le offriamo un'opposizione laica e asciutta, Presidente, senza svolazzi, senza eccessi, ma - mi lasci adoperare una parola di origine araba - anche senza giulebbi, pur sempre un'opposizione.

Abbiamo un dovere di rappresentanza, abbiamo un dovere nei confronti della nostra identità, ma sappiamo che la nostra prima responsabilità è nei confronti del Paese.

Il mio Gruppo è composto da 118 senatori e senatrici, 118 dirigenti politici: un giacimento di competenze, di intelligenze, di lungimiranza, di passione civile e politica. I loro contributo non verrà meno: sta a lei considerarlo un valore per la ricerca delle soluzioni per il bene dell'Italia. Sta a noi assumercene per nostra parte responsabilità piena. (Vivi applausi dai Gruppi PD e IdV. Applausi dal Gruppo PdL. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

*GASPARRI (PdL). Onorevole Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, all'indomani delle elezioni Paolo Mieli sul «Corriere della Sera» ha scritto un editoriale dal titolo «La nuova partenza», che, con un efficace sintesi giornalistica, ha indicato un nuovo inizio per la politica e la società italiana. Il risultato elettorale è stato chiaro, come anche il Capo dello Stato ha osservato, ed è stato un risultato che ha espresso una profonda voglia di cambiamento. Siamo ad uno spartiacque storico.

Gli italiani hanno chiamato ad un grande compito il Popolo della Libertà ed il nuovo Governo, al quale oggi con convinzione e con grandi speranze esprimiamo la nostra fiducia. Il quadro politico si presenta più semplificato e questo potrà favorire l'azione del Governo, ma anche una corretta dialettica tra maggioranza e minoranze. Sarà possibile realizzare quel disegno di riforme del quale ha parlato nel suo intervento il Presidente del Consiglio. Il quale Presidente del Consiglio ha formato il Governo senza indugi, per la prima volta riuscendo ad annunciare la lista dei Ministri appena convocato dal Capo dello Stato. Un Governo, vogliamo ricordarlo, che ha sostanzialmente dimezzato il numero dei suoi membri, rispetto alle oltre 100 unità, tra Ministri e Sottosegretari, del precedente Esecutivo. Un Governo dove, accanto a consolidate ed apprezzate esperienze, vi sono presenze giovani e forti segnali di novità, che salutiamo con grande fiducia.

Gli italiani hanno condiviso, signor Presidente, le scelte che lei e tutti noi abbiamo proposto in materia di sicurezza, sviluppo ed efficienza dello Stato. Quei punti che lei, nel suo intervento alla Camera e negli interventi qui al Senato, ha con precisione richiamato, ricordando i primi passi dell'azione che ella guiderà per risolvere lo scandalo dei rifiuti, ridurre con immediatezza la tassazione sulla prima casa, sostenere il reddito di chi lavora, garantire più sicurezza e - sì, cari colleghi anche delle minoranze - più contrasto all'immigrazione clandestina, con un'azione di ampio respiro europeo, nel rispetto di ogni regola, della Costituzione e dell'Europa, ma anche con quella iniziativa che gli italiani richiedono e che gli amministratori locali, di ogni ordine e grado e di ogni colore, invocano con grande forza.

Signor Presidente del Consiglio, è oggi per me un grande onore parlare a nome del Popolo della Libertà, una nuova grande formazione politica che, insieme a lei, al presidente Fini e a tanti altri, abbiamo voluto con grande forza e nella quale le esperienze della destra e del centro, di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dei Liberaldemocratici, degli Italiani nel mondo, di tanti Gruppi cattolici e socialisti e repubblicani e laici sono confluite, per creare una grande casa comune dei moderati che vogliono essere il polo della modernizzazione e dell'innovazione della nostra Nazione. (Applausi dal Gruppo PdL).

Si tratta, signor Presidente, di storie diverse, di provenienze diverse, che ci uniscono però in un cammino che è stato lungo e che sarà ancora lungo e proficuo per costruire il futuro della nostra Italia. Ne siamo orgogliosi e saremo tutti insieme all'altezza di questa grande sfida a cui gli italiani ci hanno chiamato. È il più grande Gruppo parlamentare della storia del Senato, ma non lo sarà solo per i numeri, lo sarà anche per qualità, impegno ed assiduità. (Applausi dal Gruppo PdL).

L'Italia è entrata a passi spediti in una nuova fase della sua storia repubblicana: una stagione che ci avvicina alle grandi democrazie occidentali, dove la logica dell'alternanza consente a grandi forze popolari radicate di realizzare i propri programmi. Ciò ci aiuterà in una stagione di grandi riforme che dovranno rafforzare l'Esecutivo, ridurre il numero dei parlamentari, trasformare la macchina dello Stato per servire meglio i cittadini della Repubblica. Dobbiamo affrontare tutto ciò consapevoli della nostra storia e delle nostre tradizioni, orgogliosi della nostra identità culturale e delle nostre radici cristiane, che il presidente della Camera Fini ha richiamato nel suo discorso, ma convinti di un forte impegno per la legalità e per la lotta a tutte le mafie, richiamato con grande forza dal presidente Schifani nel suo discorso di insediamento. (Applausi dal Gruppo PdL). Un Presidente che voglio ringraziare per la coerenza e la forza con cui da sempre si batte contro ogni illegalità e per i valori della legalità: grazie, Presidente! (Applausi dal Gruppo PdL).

Si è giustamente biasimato un clima di eccessivo scontro tra le forze politiche negli anni passati; oggi qualcuno a volte sembra ironizzare (lo ha fatto anche il Presidente del Consiglio, con qualche espressione sdrammatizzante) sul clima positivo in cui si è avviata, pur nella diversità delle posizioni e dei ruoli, questa legislatura. Le grandi scelte, senza confusioni di ruoli, in tutte le democrazie mature, è bene che avvengano con il concorso di idee delle opposizioni perché le grandi riforme devono poggiare sulla più larga base possibile. Il confronto tra le diverse posizioni e la ricerca dove possibile di soluzioni condivise non sono una concessione della maggioranza, bensì un dovere della democrazia.

Tuttavia, abbiamo il diritto di dare seguito al mandato affidatoci dalla maggioranza degli elettori e di realizzare quel programma per le famiglie, la sicurezza, l'impresa, il lavoro, la riduzione delle tasse, il rafforzamento delle istituzioni, un federalismo rispettoso delle autonomie speciali e di quelle minoranze linguistiche che rappresentano una ricchezza per la Nazione: dunque, il programma con il quale ci siamo presentati agli italiani.

Il voto che i cittadini hanno espresso con convinzione indica una voglia di tornare a crescere, di essere una Nazione protagonista. Il centrodestra vuole adempiere prima di ogni altra cosa alla sua missione: dare fiducia al Paese, riportare l'Italia alla dimensione che ad essa compete.

Nei giorni scorsi, onorevoli colleghi, in occasione della cerimonia che si è svolta al Quirinale nel giorno del trentesimo anniversario dell'uccisione di Aldo Moro (Applausi dai Gruppi PdL, PD e IdV e dai banchi del Governo), la cui scorta fu trucidata nei giorni precedenti a quell'omicidio, il presidente Napolitano ha pronunciato parole di condanna del terrorismo, di ogni terrorismo, che resteranno scolpite negli annali della Repubblica. Voglio anch'io a nome del nostro Gruppo ringraziare il presidente Napolitano per quelle parole e per la sua azione in questi due anni (Applausi dai Gruppi PdL, PD e IdV, del senatore Pistorio e dai banchi del Governo), con la sincera gratitudine di chi ha avuto percorsi diversi da quelli del Presidente, che ha condannato tutte le ideologie, proprio tutte, che hanno alimentato follie terroristiche.

In tale occasione il Quirinale ha pubblicato un volume con le immagini e le biografie di tutte le vittime del terrorismo dal dopoguerra ad oggi. A me è capitato, nel corso della mia militanza politica, di conoscere alcune di quelle vittime che per me non sono solo delle foto su un libro: sono volti, storie, tragedie che abbiamo vissuto e patito. Ebbene, l'intervento del presidente Napolitano del 9 maggio ha dato un contributo eccezionale alla ricostruzione di una memoria condivisa e ha simbolicamente chiuso un periodo della nostra storia repubblicana.

Noi ci auguriamo che mai più la violenza ed il terrore si possano riappropriare delle nostro città e a tal fine vogliamo assicurare fin d'ora che il Gruppo del Popolo delle libertà assicurerà ogni sostegno morale e materiale alle nostre Forze dell'ordine e alle nostre Forze armate ovunque impegnate, in Italia e nel mondo (Applausi dal Gruppo PdL, del senatore Pistorio e dai banchi del Governo). Ad esse voglio esprimere anch'io, ovviamente, a nome del nostro Gruppo, una rafforzata solidarietà oggi che altri colpi sono stati loro inferti in Afghanistan.

Siamo, insomma, consapevoli del nostro ruolo, ma attenti alle ragioni degli altri, alle ragioni di chi non la pensa come noi in quest'Aula e fuori di qui sapendo che chi la pensa come noi e ci ha dato il suo voto ci giudicherà per quello che faremo ogni giorno. Nessuna vittoria e nessuna sconfitta sono eterne, dovremo conquistare la nostra vittoria con l'azione del Governo nel quale abbiamo totale fiducia e con il contributo che daranno le forze politiche e i Gruppi parlamentari: la difesa del diritto alla vita, la lotta alla droga, signor Presidente del Consiglio, in merito alla quale esortiamo il Governo per un impegno che sappiamo essere stato scandito nella composizione dell'Esecutivo, sono tra i tanti temi richiamati, insieme agli altri, dai colleghi che sono intervenuti nel dibattito per questa azione che sosterremo con grande passione.

Siamo consapevoli, signor Presidente del Consiglio, delle fatiche che dovrà affrontare con la squadra di Governo: saremo al suo fianco. Le voglio dire in conclusione, signor Presidente, che qui non ci sono più senatori di Alleanza Nazionale, di Forza Italia, degli Italiani nel mondo, dei Liberaldemocratici, della DC per le autonomie, dei Socialisti, dei Repubblicani o di altri Gruppi: le votano con convinzione la fiducia i rappresentanti del Popolo della Libertà uniti e coesi come non mai in questa nuova fase di democrazia e di libertà. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Aggiungo infine che noi svolgeremo con passione il nostro ruolo assicurando il pieno sostegno al Governo al servizio della nostra amata Italia. (Vivi applausi dai Gruppi PdL e LNP e dei senatori Mauro Marino e Giai. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Prima di passare alla votazione, vorrei ringraziare i colleghi che nella giornata di ieri e di oggi sono intervenuti nel dibattito sulla fiducia e anche i Capigruppo per le ultime dichiarazioni illustrate. Sono stati interventi composti e di contenuto politico contraddistinti da un tono misurato ma nello stesso tempo impegnato, secondo me, utile affinché in questa fase politica del Paese in Senato si possa realizzare un confronto diverso rispetto al passato e foriero di possibili scelte condivise.

Questo è il mio auspicio. Gli interventi di ieri e di oggi ci incoraggiano e ci rassicurano sulla possibilità che questo disegno possa davvero diventare realtà nell'interesse del nostro Paese.

Vi ringrazio di cuore.

Procediamo dunque alla votazione nominale con appello della mozione di fiducia al Governo, presentata dai senatori Gasparri, Bricolo e Pistorio.

 

Votazione nominale con appello

PRESIDENTE. Indìco, ai sensi dell'articolo 94, secondo comma, della Costituzione e ai sensi dell'articolo 161, primo comma, del Regolamento, la votazione nominale con appello sulla mozione di fiducia al Governo, presentata dai senatori Gasparri, Bricolo e Pistorio.

Ricordo che ciascun senatore chiamato dal senatore Segretario dovrà esprimere il proprio voto passando sotto il banco della Presidenza.

I senatori favorevoli alla mozione di fiducia risponderanno sì; i senatori contrari risponderanno no; i senatori che intendono astenersi risponderanno di conseguenza.

Voteranno per primi i senatori a vita e un limitatissimo numero di colleghi che per ragioni oggettive lo hanno richiesto; dopo l'estrazione a sorte del nome del senatore dal quale avrà inizio l'appello nominale si procederà in ordine alfabetico.

Invito il senatore segretario a registrarne il voto.

(I predetti senatori rispondono all'appello).

 

Estraggo ora a sorte il nome del senatore dal quale avrà inizio la chiama.

(È estratto a sorte il nome del senatore Amato).

 

Invito il senatore segretario a procedere all'appello iniziando dal senatore Amato.

 

MALAN, segretario, fa l'appello.

 

(Nel corso delle operazioni di voto assume la Presidenza la vice presidente MAURO - ore 13,07 - e nuovamente il presidente SCHIFANI - ore 13,30 -).

 

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione.

 

Rispondonoi senatori:

Aderenti, Alberti Casellati, Alicata, Allegrini, Amato, Amoruso, Andreotti, Asciutti, Augello, Azzollini

Baldassarri, Baldini, Barelli, Battaglia, Benedetti Valentini, Berselli, Bettamio, Bevilacqua, Bianconi, Bodega, Boldi, Bondi, Bonfrisco, Bornacin, Boscetto, Bricolo, Butti

Cagnin, Calabrò, Calderoli, Caliendo, Caligiuri, Camber, Cantoni, Carrara, Caruso, Caselli, Casoli, Castelli, Castro, Centaro, Ciarrapico, Cicolani, Colli, Collino, Comincioli, Compagna, Contini, Coronella, Cossiga, Costa, Cursi, Cutrufo

D'Alì, D'Ambrosio Lettieri, Davico, De Angelis, De Eccher, De Feo, De Gregorio, De Lillo, Dell'Utri, Delogu, Di Giacomo, Di Girolamo Nicola, Di Stefano, Digilio, Dini, Divina

Esposito

Fasano, Fazzone, Ferrara, Filippi Alberto, Firrarello, Fleres, Fluttero, Formigoni, Franco Paolo

Galioto, Gallo, Gamba, Garavaglia Massimo, Gasparri, Gentile, Germontani, Ghigo, Giordano, Giovanardi, Giuliano, Gramazio, Grillo

Izzo

Latronico, Lauro, Leoni, Licastro Scardino, Longo

Malan, Mantica, Mantovani, Maraventano, Martinat, Massidda, Matteoli, Mauro, Mazzaracchio, Mazzatorta, Menardi, Messina, Montani, Monti, Morra, Mugnai, Mura, Musso

Nania, Nespoli, Nessa

Oliva, Orsi

Palma, Palmizio, Paravia, Pastore, Pera, Piccioni, Piccone, Pichetto Fratin, Piscitelli, Pistorio, Pittoni, Poli Bortone, Pontone, Possa

Quagliariello

Ramponi, Rizzi, Rizzotti

Saccomanno, Sacconi, Saia, Saltamartini, Sanciu, Santini, Saro, Sarro, Scarabosio, Scarpa Bonazza Buora, Sciascia, Scotti, Serafini Giancarlo, Sibilia, Spadoni Urbani, Speziali, Stancanelli, Stiffoni

Tancredi, Tofani, Tomassini, Torri, Totaro

Vaccari, Valditara, Valentino, Vallardi, Valli, Vetrella, Vicari, Viceconte, Viespoli, Vizzini

Zanetta.

 

Rispondono no i senatori:

Adamo, Adragna, Agostini, Amati, Andria, Antezza, Antinoro, Armato, Astore

Baio, Barbolini, Bassoli, Bastico, Belisario, Bertuzzi, Bianchi, Bianco, Biondelli, Blazina, Bosone, Bruno, Bubbico, Bugnano

Cabras, Caforio, Carlino, Carloni, Carofiglio, Casson, Ceccanti, Ceruti, Chiaromonte, Chiti, Chiurazzi, Cosentino, Crisafulli, Cuffaro

D'Alia, D'Ambrosio, De Castro, De Luca, De Sena, De Toni, Del Vecchio, Della Monica, Della Seta, Di Giovan Paolo, Di Girolamo Leopoldo, Di Nardo, Donaggio, D'Ubaldo

Filippi Marco, Finocchiaro, Fioroni, Fistarol, Follini, Fontana, Fosson, Franco Vittoria

Galperti, Garavaglia Mariapia, Garraffa, Gasbarri, Ghedini, Giambrone, Giaretta, Granaiola, Gustavino

Ichino, Incostante

Lannutti, Latorre, Leddi, Legnini, Li Gotti, Livi Bacci, Lumia, Lusi

Magistrelli, Marcenaro, Marcucci, Marinaro, Marini, Marino Ignazio, Marino Mauro, Maritati, Mascitelli, Mazzuconi, Mercatali, Micheloni, Milana, Molinari, Mongiello, Morando, Morri, Musi

Negri, Nerozzi

Papania, Pardi, Passoni, Pedica, Pegorer, Perduca, Pertoldi, Peterlini, Pignedoli, Pinotti, Poretti, Procacci

Randazzo, Ranucci, Roilo, Rossi Nicola, Rossi Paolo, Rusconi, Russo, Rutelli

Sangalli, Sanna, Sbarbati, Scanu, Serafini Anna, Serra, Sircana, Soliani, Stradiotto

Tomaselli, Tonini, Treu

Veronesi, Villari, Vimercati, Vita, Vitali

Zanda, Zavoli.

 

Si astengono i senatori:

Colombo, Giai.

 

Invito i senatori Segretari a procedere al computo dei voti.

(I senatori Segretari procedono al computo dei voti).

 

Risultato di votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione nominale con appello sulla mozione di fiducia al Governo, presentata dai senatori Gasparri, Bricolo e Pistorio:

 

Senatori presenti

313

Senatori votanti

312

Maggioranza

157

Favorevoli

173

Contrari

137

Astenuti

2

 

Il Senato approva. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per fatto personale il senatore Pisanu. Ne ha facoltà.

PISANU (PdL). Signor Presidente, per un fatto puramente accidentale non ho potuto partecipare alla votazione; me ne dolgo sinceramente. Ovviamente, il mio voto sarebbe stato favorevole al Governo, come avevo preannunziato nel mio intervento. Chiedo con profondo rincrescimento che questa dichiarazione risulti agli atti. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Senz'altro, senatore Pisanu, ne prendiamo atto.

 

Interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 21 maggio 2008

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi mercoledì 21 maggio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 10,30 e la seconda alle ore 16, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

 

La seduta è tolta (ore 13,53).