MORANDO (PD). Signor Presidente, noi del Partito Democratico siamo consapevoli di aver subìto una dura sconfitta nella competizione per il Governo e al tempo stesso siamo consapevoli di aver fornito un contributo determinante per cambiare radicalmente la politica italiana e con essa il Paese intero.
Le ragioni della nostra sconfitta affondano le loro radici in primo luogo in errori e scelte più recenti, come la tragedia dei rifiuti in Campania e l'indulto con le sue drammatiche conseguenze. Sono due errori che io annovero tra quelli decisivi, perché l'una ha incrinato l'orgoglio di essere italiani, mentre l'altro ha convinto i più deboli tra i nostri concittadini del venir meno dello Stato alla principale delle sue obbligazioni: garantire la sicurezza individuale, mettendo i violenti in condizione di non nuocere.
Le ragioni della nostra sconfitta stanno, inoltre, in scelte ed errori più lontani nel tempo, in larga misura riconducibili, questi ultimi, al colpevole ritardo con cui abbiamo proceduto alla ristrutturazione del centrosinistra per superare quei difetti di frammentazione ed esasperata conflittualità interna che hanno per ben due volte impedito di vincere, dopo le elezioni, anche la decisiva prova del Governo.
Per la rimozione delle cause di questa sconfitta dobbiamo ora operare con rigore, con determinazione e - lo dico soprattutto ai miei colleghi - con umiltà; una virtù, quest'ultima, che abbiamo dimostrato di non possedere in quantità adeguata, logorando così il nostro rapporto con gli strati più profondi del popolo italiano.
Quando lei, signor Presidente del Consiglio, ha detto che il voto è stata la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie, ha però fornito il più esplicito riconoscimento del successo dell'iniziativa del Partito Democratico. È vero che dal voto esce un sistema politico italiano finalmente europeo, con un grande partito di centrosinistra largamente egemone nel campo progressista e, se voi saprete sviluppare in partito ciò che per ora è stata ed è una federazione di partiti diversi attorno a una leadership comune (la sua), si avrà un grande partito conservatore, a sua volta egemone nel suo campo.
Credo che potrebbe ammetterlo anche lei, signor Presidente, apertamente: senza la nascita del Partito Democratico e senza quella nascita, con quella procedura, cioè con 3 milioni e mezzo di cittadini che si sono recati alle urne per farlo nascere; senza la decisione del Partito Democratico di rompere definitivamente con la logica delle coalizioni politicamente e programmaticamente disomogenee, voi non avreste fatto nascere il PdL e la politica italiana non avrebbe subito la modernizzazione in chiave europea, che non è solo la prima delle grandi riforme, come lei ha detto, ma è addirittura il presupposto di tutte le altre riforme necessarie.
La domanda, signor Presidente, riguarda dunque entrambi, noi e voi. Vogliamo ora - sul terreno politico, sul terreno istituzionale, sul terreno delle regole elettorali - consolidare questa fondamentale e tanto invocata innovazione, oppure ce ne ritraiamo come se fossimo noi stessi spaventati dalla profondità e dalla vastità della rottura di continuità che abbiamo operato?
Noi, per parte nostra, abbiamo cominciato a rispondere a questa domanda, signor Presidente, con la scelta di dar vita, come Partito Democratico, al Governo ombra.
Signor Presidente del Consiglio, io, mi consenta la ripetizione, apprezzo il suo apprezzamento per la scelta che noi abbiamo fatto di costituire il Governo ombra, ma ora tocca alla maggioranza, e quindi anche a lei, dare prova di coerenza: al Senato, signor Presidente, abbiamo un Regolamento nel quale la parola «Opposizione», quella con la «O» maiuscola, letteralmente non compare. Vogliamo introdurvi un organico statuto dell'opposizione che preveda anche l'istituzionalizzazione del Governo ombra e del suo leader?
Se la risposta di PdL e Lega è «sì, facciamolo in fretta», se ne potrà ricavare una prima prova di coerenza nella strategia di stabilizzazione del cambiamento che si è realizzato e che lei, e io lo apprezzo, ha dichiarato di valutare positivamente. E altre, a quel punto, e più impegnative riforme potranno venire, a partire da quelle elettorali cui ci obbliga, se non altro, l'incombere della scadenza referendaria della prossima primavera, una consultazione referendaria significativamente promossa per iniziativa di molte personalità sia del PdL sia del Partito Democratico.
Se invece, signor Presidente, la vostra risposta sarà negativa, sarà la prima prova del diffondersi tra di voi di quella che il grande Duverger chiamò - qualche anno fa e riferendosi alla politica francese - la nostalgia dell'impotenza, cioè la tentazione del ritorno ad una politica debole e subalterna.
Di qui in poi viene la dura e corretta contrapposizione sulle politiche. Il Paese - lo abbiamo detto entrambi in campagna elettorale - deve tornare a crescere, dopo un lungo periodo nel quale abbiamo subito una sorta di europeizzazione passiva: l'ultima occasione di slancio e di riconoscimento in una comune missione fu la corsa verso l'euro. Ma il conseguimento di quel traguardo era solo la premessa - necessaria, sì, ma non sufficiente - della modernizzazione. Invece ci siamo seduti, come un viaggiatore che corre a perdifiato per salire sul treno in partenza e dopo, una volta sedutosi, si rilassa e magari si addormenta. Eravamo invece entrati in un contesto non meno ma più competitivo, dove tutto potevamo fare meno che sederci.
È dunque un bene, signor Presidente del Consiglio, che lei abbia usato per ben 14 volte, nel suo intervento, la parola «crescere». Ma non è un bene che lei non le abbia sistematicamente associato la parola «cambiamento» che invece non compare mai nel suo testo. Perché il Paese, signor Presidente, se non cambia, in tutti i campi e profondamente, non può tornare a crescere.
Lei ha voluto lanciare al Paese un messaggio di rassicurazione. Quel poco che so di economia mi induce a ritenere che lei abbia inteso chiamare la politica - per quel che può, e qualcosa può, la politica - a migliorare il sistema delle aspettative dei fondamentali attori dell'economia e della società italiane. Ma il sistema delle aspettative migliorerà stabilmente solo se tutti gli attori vedranno la politica impegnata in una coerente strategia di cambiamento, di superamento dei nodi che stringono alla gola le potenzialità di crescita. E questa strategia di cambiamento, dal suo discorso, non emerge.
Per dimostrarlo, non mi soffermerò sui temi che lei e il vostro programma avete ignorato, come quello dell'apertura dei mercati chiusi e quello delle liberalizzazioni; prenderò, invece, alcuni esempi, con riferimento a temi cui lei ha dedicato un'attenzione puntuale - ciò di cui la ringrazio, perché rende più chiaro il confronto - presentandoli come oggetto di misure da adottare nel primo Consiglio dei ministri o, in ogni caso (adesso non voglio impiccare lei e nemmeno me a quella data), nei primi cento giorni della sua attività.
In primis, per usare le sue parole, «il reddito di chi lavora», da sostenere da parte della «fiscalità generale»: così lei ha detto. Vorrei essere chiaro: la situazione è tale da indurci a salutare qualsiasi misura di alleggerimento del peso fiscale sui salari come la benvenuta. Ma se ci sono - e lei ci ha implicitamente testimoniato che ci sono, con il suo intervento - tra i 3 e i 4 miliardi di euro da destinare a questo scopo, è saggio destinarli tutti o quasi per detassare gli straordinari o è più saggio - cioè inserito in una strategia coerente di aggressione di quella che chiamiamo comunemente la questione salariale - destinarne parte prevalente a sostenere la quota di salario da contrattazione di secondo livello? Non sembri ai non addetti ai lavori una questione di lana caprina: la questione salariale si può affrontare anche e in modo significativo dal lato fiscale, come lei propone di fare e come anche noi nel nostro programma abbiamo proposto di fare. Ma essa non verrà mai davvero aggredita se i salari non aumenteranno secondo logiche di mercato. E i salari aumentano stabilmente solo se cresce la produttività e se la contrattazione funziona bene. Oggi, però, la contrattazione - signor Presidente, lei lo sa - funziona male, molto male, bloccata com'è attorno ad un modello (quello del 23 luglio 1993) che aveva fatto il suo tempo già alla fine degli anni '90 e che ancora ci ritroviamo come modello di contrattazione di riferimento.
Oggi c'è una grande novità, che è anche un'enorme occasione: CGIL, CISL e UIL finalmente - e sottolineo tre volte l'avverbio - hanno convenuto su un'ipotesi di riforma imperniata sulla contrattazione di secondo livello (aziende, distretto, territorio e così via). Ebbene, signor Presidente, ecco la differenza - me lo consenta - tra una modesta tattica di rassicurazione e una robusta strategia di cambiamento: la prima si limiterebbe ad intervenire sugli straordinari; la seconda favorisce la riforma strutturale del salario, premiando i lavoratori più impegnati, quelli che - come si dice dalle mie parti - «ruscano» più degli altri. Certo, la seconda è più impegnativa, disturba di più le abitudini consolidate, misura oggettivamente rappresentatività oggi in larga misura presunte, danneggia interessi consolidati per favorirne altri; se, però, l'obiettivo è crescere, signor Presidente, non dovrebbero esserci dubbi su quale di queste due strade prescegliere.
Allo stesso modo, se si guarda alle politiche fiscali sulla prima casa di proprietà della famiglia. A giugno, il 40 per cento delle famiglie italiane non pagherà più l'ICI e le altre pagheranno meno di quanto hanno pagato nel 2007. Lei dichiara - in piena legittimità, ci mancherebbe - di voler mantenere l'impegno: abolizione totale. Nessuna contrarietà di principio da parte nostra. Se noi abbiamo già fatto gran parte dell'opera - e l'abbiamo fatto - è perché abbiamo ritenuto e continuiamo a ritenere che fosse un'opera buona; altrimenti, non ci saremmo messi su questo cammino, naturalmente. Ma, anche in questo caso, pongo una questione: se ci sono - e lei, col suo intervento, ci ha detto implicitamente che è così - 2,2 miliardi di euro da destinare alla completa eliminazione dell'ICI, non è più saggio dedicarne solo una parte a questo scopo, per passare, per esempio, quel 40 per cento fino al 50 o al 60, impiegando la parte maggiore per un intervento serio e strutturale sul trattamento fiscale degli affitti?
Venti per cento di aliquota fissa sull'affitto percepito; diciannove per cento di detrazione IRPEF per chi paga l'affitto. Una rivoluzione in un settore - quello degli alloggi in affitto - che con il suo mancato sviluppo è una delle cause - e non l'ultima - sia della scarsa mobilità dei fattori produttivi, sia del crescente disagio sociale. Anche qui una modesta tattica di rassicurazione sceglie di intervenire solo sull'ICI; una strategia di cambiamento investe invece sullo sviluppo del mercato degli affitti, a partire dai giovani e dalle giovani coppie. Se l'obiettivo è la crescita, non ci dovrebbero essere dubbi su quale di queste due strade scegliere.
Infine, la spesa pubblica e più precisamente la spesa corrente primaria. Lei non ne ha parlato nel suo intervento; e qui il riferimento al vostro programma elettorale non vale, perché il tema specifico della spesa corrente primaria non viene affrontato neppure in quella sede. Le condizioni di finanza pubblica sono tali che una strategia per tornare a crescere non può che organizzarsi attorno al seguente caposaldo: tutto quello che viene dalla lotta all'evasione fiscale (lei ne ha parlato nel suo intervento) deve essere usato per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti leali, famiglie o imprese che siano. Mentre le risorse per rispettare il Patto di stabilità ed investire in infrastrutture devono venire dalla riduzione della spesa corrente primaria in rapporto al prodotto interno lordo.
Ora, signor Presidente, noi sappiamo (lo abbiamo appreso con fatica, in ritardo e, come si sarebbe detto biblicamente, con dolore) che è difficile, che costa molto caro politicamente ridurre la spesa corrente primaria, al netto di quella sociale. Sappiamo che, al limite, è più facile combattere l'inflazione che avere successo su questo versante. Ma, signor Presidente, anche per lei, anche per voi hic Rhodus: nessun lavoratore, nessun imprenditore sarà disposto a prendere sul serio misure di riduzione fiscale, compiendo scelte di consumo ed investimento conseguenti, se non vedrà "fisicamente" ridursi - secondo un'azione sistematica, coerente e duratura nel tempo - la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni.
Del resto, immagino che lei ricorderà che esattamente cosi andarono le cose tra il 2001 e il 2006, quando la spesa corrente primaria aumentò di 2,2 punti di PIL e si rivelarono perciò inefficaci le misure fiscali, che pure faceste, volte ad innalzare il ritmo della crescita. Il Partito Democratico, in campagna elettorale (compiendo una scelta che qualcuno, rivolgendosi a me come autore dello stesso, ha chiamato suicida) ha titolato «spendere meglio, spendere meno» la prima delle dodici «azioni di governo» del suo programma.
Se l'obiettivo è la crescita, signor Presidente, prenda oggi a due mani il coraggio che non avete avuto in campagna elettorale e si dia obiettivi credibili e misurabili nel tempo di riduzione della spesa corrente primaria: obiettivi soprattutto verificabili. Altrimenti, la rassicurazione che lei oggi rivolge al Paese avrà l'effetto che - a quel che mi raccontavano i più fedeli gregari del grande Fausto Coppi, molti miei concittadini di Novi Ligure - aveva la "bomba" (come veniva chiamato un certo sostegno esterno alle prestazioni sportive) quando era assunta in dosi e in tempi sbagliati: presa per tonificare e rafforzare, deprimeva e indeboliva. Ciò di cui noi, come Paese, proprio non abbiamo bisogno. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Pera, Dini e Bonfrisco. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Toni. Ne ha facoltà.