BENEDETTI VALENTINI (PdL). Gentile Presidente, caro Presidente del Consiglio dei ministri, nei pochi minuti che mi sono stati assegnati posso solo dirle, innanzitutto, che il voto di fiducia che la maggior parte dei miei colleghi ed io stiamo per attribuire al Governo non è altro che la fedele esecuzione di un voto di fiducia ben più importante, quello che è stato espresso dai cittadini italiani.
L'ampiezza del consenso riscosso, caro Presidente, contrariamente alle pessimistiche e propagandistiche previsioni altrui, ha sortito due effetti di certo molto positivi: quello di raffinare il nostro senso di responsabilità come maggioranza e quello di rendere più pacata e collaborativa un'opposizione che poteva rischiare di non esserlo. Penso che ciò sia gradito alla stragrande maggioranza del popolo italiano.
I punti programmatici, le priorità, le emergenze che lei ha illustrato sono condivisibili e ciò giustifica il nostro voto favorevole. È condivisibile anche la riassuntiva formula della crescita, nel senso che tutti i modi di affrontare i problemi devono essere visti, al di là di un formale ottimismo, nella logica del crescere, del creare più spazio, più respiro, più libertà, più ricchezza, per poterla distribuire e fare anche giustizia.
Nel poco tempo che ho a disposizione per esporre un intervento poco più che testimoniale, non mi avventuro in considerazioni politiche, ma le affido solo qualche spunto di carattere sociologico o metapolitico.
Nella sua esposizione, lei ha ricordato i vari ordini - si è espresso così, democraticamente ed efficacemente - che ci hanno dato gli elettori. Uno di questi ordini, ha detto, è quello di ridurre l'area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti. Bravo, ha messo il dito su una piaga terribile. Con l'esperienza che ho maturato nel corso di cinque legislature, posso testimoniare che le cose sono andate sempre peggio. La fatuità, l'immagine che trionfa sulla sostanza della politica sta diventando la regola e sta creando una vite negativa nei mezzi di informazione, nei cittadini e in noi rappresentanti politici. E non so chi possa dirsi, a destra e a sinistra, in questo Governo e nei precedenti, immune da colpe a tale riguardo.
L'augurio che le formulo, come cittadino, prima che come parlamentare, è di tenere fede a questo ordine che lei stesso, con la sua sensibilità, ha captato dalla gente: meno immagine, più sostanza. La scatola televisiva, rispettabilissima in una democrazia moderna, non è l'unica regola per la selezione del personale, per la scelta delle priorità, degli stili e dei linguaggi. (Applausi dei senatori Bevilacqua, Baldini ed Esposito).
Passo alla seconda considerazione. Ci sono questioni su cui lei ha giustamente ricordato che il Paese non vuole che perdiamo tempo. Questo è sacrosanto: penso ad esempio al costo della vita, ma non sto adesso a ripetere le varie emergenze, che lei conosce meglio di me.
Ci sono però riforme sulle quali mi piego meno alla logica dei cento giorni o dell'avere fretta. Anche sulle riforme di impianto, quelle costituzionali, sulle quali sembra essere dato per scontato (ma lo darei un po' meno per scontato) un assenso totale e quasi apodittico, dico che ci vuole il tempo della meditazione, con particolare riferimento a due temi, oltre ad altri che non sono secondari.
Mi riferisco, in primo luogo, al superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto. C'è molto da riflettere, signor Presidente, c'è molto da lavorare. È necessario che si incontrino le nostre culture e che il Governo si confronti con i parlamentari, per approfondire. Anche il federalismo, pur necessario, richiede un forte reimpianto delle autonomie, delle realtà locali e della stessa consistenza delle Regioni.
Mi perdonerà la gentile Presidente se mi dilungo un po' oltre il tempo concessomi, ma mi avvio alla conclusione. Lei ci ha raccomandato amore per le cento città. Mi consenta un emendamento: amore per le mille città, signor Presidente. C'è un'Italia profonda, dicono le statistiche, che lei ama molto, che per il 63,6 per cento ha votato per il centrodestra nelle piccole e medie città italiane e reclama che si eliminino, all'insegna del risparmio, gli enti politici inutili, ma non i poli erogatori dei servizi: non meno tribunali, non meno ospedali, non meno istituti medi superiori. Occorre riflettere fortemente su questo tema, che tocca la qualità della vita, che è la grande sfida di un Governo veramente rinnovatore.
Altro vorrei dirle, ma spero di avere ulteriori occasioni durante questo quinquennio, che vivremo tutto intero operosamente. In bocca al lupo! (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).