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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 004 del 14/05/2008


Discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri (ore 16,04)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri».

Ha chiesto di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Silvio Berlusconi. Ne ha facoltà.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, nel chiedere al Senato la fiducia per il definitivo atto fondante del Governo che ho l'onore di presiedere, desidero ribadire, e dare quindi per lette, tutte le dichiarazioni programmatiche già pronunciate ieri alla Camera. Non ripeterò dunque quell'intervento, ma non per questo ritengo di dover rinunciare ad un saluto di riguardo nei vostri confronti e, se permettete, anche ad alcune considerazioni introduttive del nostro dibattito.

Mi preme innanzitutto ribadire e sottolineare che la ricerca del dialogo sarà il nostro metodo di lavoro. Nel dibattito che si è svolto alla Camera ho constatato con soddisfazione che, salvo poche eccezioni,ancorate ad una visione della politica che avevo definito come lotta antropologica, anziché come confronto di idee, la strada del dialogo è stata da tutti condivisa e apprezzata.

Dopo aperture autorevoli, come quelle degli onorevoli Fassino e Bersani, anche il leader del Partito Democratico, l'onorevole Veltroni, questa mattina ha dichiarato di voler raccogliere il nostro invito al dialogo, fissando, come è giusto che sia in una democrazia, alcuni paletti. Ha infatti aggiunto di volerci mettere subito alla prova su due grandi questioni: la riforma dell'architettura istituzionale (ha detto esattamente: «per dare velocità e trasparenza alla macchina decisionale dello Stato») e i provvedimenti necessari per affrontare i temi sociali più urgenti, a cominciare dalla sicurezza e dall'immigrazione clandestina. Su questi temi l'opposizione ha concordato circa l'urgenza, riservandosi di proporre eventuali soluzioni alternative quando il Governo avrà presentato le proprie.

Siamo di fronte ad una disponibilità al confronto non pregiudiziale tra opposizione e Governo che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Sono atti come questi, di grande responsabilità e di grande misura, che fanno bene al funzionamento della democrazia, fanno bene alle istituzioni e fanno bene al Paese. Sono estremamente grato all'onorevole Veltroni di questa sua disponibilità, della quale garantisco cercheremo di fare tesoro, senza confusione di ruoli.

Proprio con l'onorevole Veltroni, con l'opposizione, abbiamo già deciso di avviare dei confronti continuativi e periodici, che cominceranno già dalla fine di questa settimana. Se riusciremo a dare al dialogo i contenuti più appropriati, se riusciremo a porre in atto una comune assunzione di responsabilità per ricercare le soluzioni quanto più possibile condivise, ciò sarà un bene, non solo per l'Italia e per tutti gli italiani, ma anche - lo credo proprio - per la politica, che potrà così ritrovare quella credibilità che è stata ampiamente compromessa.

Giustamente il leader del Partito Democratico ha anche ricordato che la riforma delle istituzioni dovrà essere bipartisan e comprendere le misure indispensabili per una moderna democrazia, come la riduzione del numero dei parlamentari, una Camera legislativa e una delle Regioni, di tipo federale, e una forte riduzione dei costi della politica. A questo ha aggiunto la richiesta delle necessarie garanzie di autonomia e libertà di informazione, a partire dalla necessaria indipendenza del servizio pubblico televisivo. Anche su questi punti abbiamo garantito la nostra adesione.

Come ho detto questa mattina per altre questioni, anche su questo terreno, in passato fonte di incomprensione e di scontri, si può uscire da quella che è stata una guerra quasi ventennale e anche su questo terreno non c'è altra strada che quella del dialogo e della comune assunzione di responsabilità.

Quanto ai temi sociali e ai ritardi dell'Italia, ai quali dovremo far fronte, abbiamo insieme convenuto che siamo di fronte, davvero, ad una difficile situazione internazionale. In parte essa è condivisa con tutti gli altri Paesi europei. La nostra moneta, rispetto al dollaro, è al doppio della sua quotazione iniziale, cioè ad 1,60 centesimi di dollaro, il che rende difficili le nostre esportazioni. Ogni prodotto realizzato in Europa, se è acquistato con una moneta diversa dall'euro, ha la metà della convenienza che aveva quando l'euro ha cominciato ad esistere. I prezzi delle materie prime sapete a che livello sono arrivati e purtroppo si teme che saliranno ancora.

A questi inconvenienti di base, per i quali non si vede per ora un rimedio davvero efficace, si aggiunge la competizione che ci arriva dall'Estremo Oriente, dai giganti dell'India e della Cina, che esportano da noi i loro prodotti realizzati a costi di manodopera che sono frazione dei nostri, e che quindi rendono estremamente difficile la competizione da parte delle aziende europee.

Inoltre, in Italia la situazione è quella che conosciamo. Per quanto riguarda l'energia, il nostro è l'unico Paese europeo che non ha produzione di energia con il sistema nucleare; ci abbiamo rinunciato alla fine degli anni '70 e '80, con il risultato di avere un costo dell'energia per i cittadini, per le famiglie e anche per le imprese che è del 30-35 per cento superiore a quello degli altri Paesi.

Abbiamo un deficit infrastrutturale che, rispetto ai Paesi con cui siamo in più diretta competizione, la Francia e la Germania, è di circa il 50 per cento. Abbiamo poi il debito pubblico più elevato d'Europa: 105-106 per cento rispetto al nostro fatturato globale, al nostro prodotto interno lordo. Il costo della pubblica amministrazione è circa il 50 per cento più alto rispetto a quello di altri Paesi come la Spagna, l'Irlanda, la Germania, se è vero che ogni cittadino tedesco è chiamato a pagare per il suo Stato 3.000 euro all'anno, mentre noi paghiamo 4.500 euro. Abbiamo un record purtroppo per quanto riguarda l'evasione fiscale: gli ottimisti dicono che il 17 per cento del nostro prodotto interno è in nero e quindi non porta entrate nelle casse dell'erario, per cui calcoliamo che siano addirittura vicini ai 100 miliardi di euro gli introiti in meno del nostro Erario.

Credo che questa sia una situazione di fatto che tutti condividono. Ci sono anche altri dati che ci rendono preoccupati: l'Italia è oggi solo al 46° posto nella classifica dei Paesi più competitivi; siamo scesi dal terzo al dodicesimo posto in Europa per lunghezza della rete autostradale e le cose non vanno meglio per quanto riguarda le ferrovie e i treni ad alta velocità e ancora peggio per le metropolitane. Il nostro commercio internazionale ha perso quote di mercato. Nel turismo alcuni anni fa eravamo primi in Europa; siamo scesi molto giù, addirittura dopo la Francia e dopo la Spagna. La produttività del lavoro è cresciuta molto meno di quanto sia accaduto ai nostri concorrenti europei.

Per la scuola e l'università siamo al 173° posto nella graduatoria dei migliori atenei del mondo con la nostra migliore università. Gli italiani che usano Internet nei rapporti con la pubblica amministrazione sono il 17 per cento dei cittadini, contro il 43 per cento della Germania, il 41 per cento della Francia, il 38 per cento della Gran Bretagna e il 26 per cento della Spagna. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello della Grecia; siamo al 46 per cento, mentre è il 60 per cento l'obiettivo che dovremmo raggiungere (questo è l'obiettivo di tutti i Paesi europei per l'anno prossimo). L'Italia è anche all'ultimo posto nella classifica dei Paesi che attraggono investimenti stranieri.

La spesa pubblica è cresciuta oltre misura e con essa la tassazione, dal punto di vista delle aliquote, è giunta a livelli tali da affossare le possibilità di sviluppo delle imprese e tali da abbattere il potere d'acquisto delle famiglie; un problema che il Governo considera - ma tutti lo considerano così - una priorità tra le priorità.

Quindi abbiamo ben chiare le cause di questa situazione e cerchiamo di impostare dei rimedi, soprattutto quelli che si presentano come urgenti ed indispensabili; alcuni di questi rimedi - lo sappiamo - richiederanno misure difficili, misure impopolari.

Ci sono poi le emergenze sociali più acute: la sicurezza ed il contrasto all'immigrazione clandestina. Il nostro Governo - credo che di questo possiamo dare assicurazione - non adotterà mai svolte repressive, incompatibili con la nostra tradizione liberale, attenta ai diritti civili di ogni essere umano, prima ancora che alle regole alle quali ci vincola la convivenza in Europa. Garantiamo però che nell'ambito di queste tutele agiremo con tutta la durezza e la severità che si impongono per difendere soprattutto i cittadini più deboli e per colpire quella vasta criminalità, che purtroppo constatiamo esistere nel nostro Paese.

Si impone quindi una svolta profonda nelle politiche di sicurezza e noi cercheremo di realizzarla al più presto. Annuncio che abbiamo praticamente ultimato il decreto, fatto di molti punti, che approveremo nel primo Consiglio dei ministri operativo che terremo a Napoli la prossima settimana.

Di fronte alle numerose difficoltà, che sono queste e che tutti conosciamo, a cominciare appunto da quelle economiche che colpiscono milioni di famiglie italiane, il nostro obiettivo, che deve essere, e non può essere diversamente, un obiettivo comune, non può che essere la crescita della nostra economia. Sarà solo con l'aumento della ricchezza nazionale che si potranno trovare le soluzioni ai problemi più acuti. Ricercheremo quindi, nella prospettiva dello sviluppo, la stessa collaborazione costruttiva, non soltanto con le forze politiche, ma anche con le forze sociali che sono l'espressione del lavoro e dell'impresa.

La crescita economica e civile dell'Italia non può che passare attraverso l'impegno straordinario e concorde dei lavoratori e degli imprenditori. Il Governo eviterà sempre lo scontro sociale, al contrario, lavorerà con il concorso di tutti per governare i necessari processi di trasformazione verso una politica sociale più moderna e coerente con gli obiettivi di risanamento economico: con i sindacati dei lavoratori con i quali già abbiamo cominciato ad incontrarci (ed a cui rivolgo un saluto cordiale), così come con le associazioni degli imprenditori. Vogliamo con loro individuare, senza pregiudiziali ideologiche, le strade più utili per far ripartire l'Italia.

Una politica adeguata sulla sicurezza richiederà un forte impegno a coloro che sono chiamati ad applicarla e quindi, in primo luogo, un forte impegno delle forze dell'ordine, un forte impegno dei magistrati; a tutti loro voglio rivolgere un pensiero riconoscente per l'impegno con il quale in silenzio e con sobrietà, con spirito di sacrificio e spesso anche con gravi rischi personali, operano quotidianamente nell'interesse della convivenza civile del nostro Paese. (Generali applausi).

La credibilità e l'autorevolezza della classe politica non rientrano tra i compiti di un Governo, ma non può sfuggire ad alcuno che la classe dirigente è costituita dai rappresentanti del popolo: se vuole mettere mano con successo alle misure necessarie per contrastare la presente crisi deve essere autorevole e credibile. Per questo mi auguro davvero che il nuovo Parlamento voglia mettere fine, con un impegno unanime, ad alcuni privilegi discutibili del ceto politico.

Nella campagna elettorale abbiamo manifestato tutti la volontà di cambiare e molti dei parlamentari sono oggi alla loro prima esperienza; tutti dobbiamo avvertire che sta a questo Parlamento riscattare l'immagine della politica e la sua credibilità, anche riducendo i costi, ma direi soprattutto moltiplicando i ricavi. La politica, il Parlamento, il Governo devono produrre risultati tangibili per gli italiani, perché non ci saranno ulteriori prove d'appello.

Considererò un grande successo del Governo e del Parlamento se la prossima volta, chiunque vincerà le elezioni, nei titoli e negli editoriali dei grandi giornali non si parlerà più di pacificazione e di legittimazione come di eventi straordinari, ma ci si occuperà soltanto delle cose da fare per il bene del Paese. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e dai banchi del Governo). Considererò questo risultato il compimento di un impegno pubblico cominciato nel 1994, proprio per contribuire a trasformare la politica italiana, per realizzare in Italia, partendo da una profonda crisi della politica, un bipolarismo moderno nel quale tutti gli italiani possano davvero sentirsi rappresentati.

Signor Presidente, onorevoli senatori, parlando alla Camera dei deputati ho invocato l'aiuto di Dio per il difficile compito che abbiamo di fronte. Nello stesso spirito e con la consapevolezza dei doveri di chi governa uno Stato laico e democratico, nel quale tutte le scelte religiose, morali e culturali hanno piena dignità, voglio fare mie - concludendo questo brevissimo intervento - le parole recenti del Sommo Pontefice: il nostro compito, quello del Governo, del Parlamento e dell'intera politica, è semplicemente di «non smettere mai di lavorare per il bene comune dell'amata Nazione italiana». (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

È proprio quello che ci impegniamo a fare; con la collaborazione del Senato della Repubblica e dell'intero Parlamento sono certo che potremo riuscirci. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PdL, LNP e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

E' iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.

MORANDO (PD). Signor Presidente, noi del Partito Democratico siamo consapevoli di aver subìto una dura sconfitta nella competizione per il Governo e al tempo stesso siamo consapevoli di aver fornito un contributo determinante per cambiare radicalmente la politica italiana e con essa il Paese intero.

Le ragioni della nostra sconfitta affondano le loro radici in primo luogo in errori e scelte più recenti, come la tragedia dei rifiuti in Campania e l'indulto con le sue drammatiche conseguenze. Sono due errori che io annovero tra quelli decisivi, perché l'una ha incrinato l'orgoglio di essere italiani, mentre l'altro ha convinto i più deboli tra i nostri concittadini del venir meno dello Stato alla principale delle sue obbligazioni: garantire la sicurezza individuale, mettendo i violenti in condizione di non nuocere.

Le ragioni della nostra sconfitta stanno, inoltre, in scelte ed errori più lontani nel tempo, in larga misura riconducibili, questi ultimi, al colpevole ritardo con cui abbiamo proceduto alla ristrutturazione del centrosinistra per superare quei difetti di frammentazione ed esasperata conflittualità interna che hanno per ben due volte impedito di vincere, dopo le elezioni, anche la decisiva prova del Governo.

Per la rimozione delle cause di questa sconfitta dobbiamo ora operare con rigore, con determinazione e - lo dico soprattutto ai miei colleghi - con umiltà; una virtù, quest'ultima, che abbiamo dimostrato di non possedere in quantità adeguata, logorando così il nostro rapporto con gli strati più profondi del popolo italiano.

Quando lei, signor Presidente del Consiglio, ha detto che il voto è stata la prima grande riforma di tante altre che sono necessarie, ha però fornito il più esplicito riconoscimento del successo dell'iniziativa del Partito Democratico. È vero che dal voto esce un sistema politico italiano finalmente europeo, con un grande partito di centrosinistra largamente egemone nel campo progressista e, se voi saprete sviluppare in partito ciò che per ora è stata ed è una federazione di partiti diversi attorno a una leadership comune (la sua), si avrà un grande partito conservatore, a sua volta egemone nel suo campo.

Credo che potrebbe ammetterlo anche lei, signor Presidente, apertamente: senza la nascita del Partito Democratico e senza quella nascita, con quella procedura, cioè con 3 milioni e mezzo di cittadini che si sono recati alle urne per farlo nascere; senza la decisione del Partito Democratico di rompere definitivamente con la logica delle coalizioni politicamente e programmaticamente disomogenee, voi non avreste fatto nascere il PdL e la politica italiana non avrebbe subito la modernizzazione in chiave europea, che non è solo la prima delle grandi riforme, come lei ha detto, ma è addirittura il presupposto di tutte le altre riforme necessarie.

La domanda, signor Presidente, riguarda dunque entrambi, noi e voi. Vogliamo ora - sul terreno politico, sul terreno istituzionale, sul terreno delle regole elettorali - consolidare questa fondamentale e tanto invocata innovazione, oppure ce ne ritraiamo come se fossimo noi stessi spaventati dalla profondità e dalla vastità della rottura di continuità che abbiamo operato?

Noi, per parte nostra, abbiamo cominciato a rispondere a questa domanda, signor Presidente, con la scelta di dar vita, come Partito Democratico, al Governo ombra.

Signor Presidente del Consiglio, io, mi consenta la ripetizione, apprezzo il suo apprezzamento per la scelta che noi abbiamo fatto di costituire il Governo ombra, ma ora tocca alla maggioranza, e quindi anche a lei, dare prova di coerenza: al Senato, signor Presidente, abbiamo un Regolamento nel quale la parola «Opposizione», quella con la «O» maiuscola, letteralmente non compare. Vogliamo introdurvi un organico statuto dell'opposizione che preveda anche l'istituzionalizzazione del Governo ombra e del suo leader?

Se la risposta di PdL e Lega è «sì, facciamolo in fretta», se ne potrà ricavare una prima prova di coerenza nella strategia di stabilizzazione del cambiamento che si è realizzato e che lei, e io lo apprezzo, ha dichiarato di valutare positivamente. E altre, a quel punto, e più impegnative riforme potranno venire, a partire da quelle elettorali cui ci obbliga, se non altro, l'incombere della scadenza referendaria della prossima primavera, una consultazione referendaria significativamente promossa per iniziativa di molte personalità sia del PdL sia del Partito Democratico.

Se invece, signor Presidente, la vostra risposta sarà negativa, sarà la prima prova del diffondersi tra di voi di quella che il grande Duverger chiamò - qualche anno fa e riferendosi alla politica francese - la nostalgia dell'impotenza, cioè la tentazione del ritorno ad una politica debole e subalterna.

Di qui in poi viene la dura e corretta contrapposizione sulle politiche. Il Paese - lo abbiamo detto entrambi in campagna elettorale - deve tornare a crescere, dopo un lungo periodo nel quale abbiamo subito una sorta di europeizzazione passiva: l'ultima occasione di slancio e di riconoscimento in una comune missione fu la corsa verso l'euro. Ma il conseguimento di quel traguardo era solo la premessa - necessaria, sì, ma non sufficiente - della modernizzazione. Invece ci siamo seduti, come un viaggiatore che corre a perdifiato per salire sul treno in partenza e dopo, una volta sedutosi, si rilassa e magari si addormenta. Eravamo invece entrati in un contesto non meno ma più competitivo, dove tutto potevamo fare meno che sederci.

È dunque un bene, signor Presidente del Consiglio, che lei abbia usato per ben 14 volte, nel suo intervento, la parola «crescere». Ma non è un bene che lei non le abbia sistematicamente associato la parola «cambiamento» che invece non compare mai nel suo testo. Perché il Paese, signor Presidente, se non cambia, in tutti i campi e profondamente, non può tornare a crescere.

Lei ha voluto lanciare al Paese un messaggio di rassicurazione. Quel poco che so di economia mi induce a ritenere che lei abbia inteso chiamare la politica - per quel che può, e qualcosa può, la politica - a migliorare il sistema delle aspettative dei fondamentali attori dell'economia e della società italiane. Ma il sistema delle aspettative migliorerà stabilmente solo se tutti gli attori vedranno la politica impegnata in una coerente strategia di cambiamento, di superamento dei nodi che stringono alla gola le potenzialità di crescita. E questa strategia di cambiamento, dal suo discorso, non emerge.

Per dimostrarlo, non mi soffermerò sui temi che lei e il vostro programma avete ignorato, come quello dell'apertura dei mercati chiusi e quello delle liberalizzazioni; prenderò, invece, alcuni esempi, con riferimento a temi cui lei ha dedicato un'attenzione puntuale - ciò di cui la ringrazio, perché rende più chiaro il confronto - presentandoli come oggetto di misure da adottare nel primo Consiglio dei ministri o, in ogni caso (adesso non voglio impiccare lei e nemmeno me a quella data), nei primi cento giorni della sua attività.

In primis, per usare le sue parole, «il reddito di chi lavora», da sostenere da parte della «fiscalità generale»: così lei ha detto. Vorrei essere chiaro: la situazione è tale da indurci a salutare qualsiasi misura di alleggerimento del peso fiscale sui salari come la benvenuta. Ma se ci sono - e lei ci ha implicitamente testimoniato che ci sono, con il suo intervento - tra i 3 e i 4 miliardi di euro da destinare a questo scopo, è saggio destinarli tutti o quasi per detassare gli straordinari o è più saggio - cioè inserito in una strategia coerente di aggressione di quella che chiamiamo comunemente la questione salariale - destinarne parte prevalente a sostenere la quota di salario da contrattazione di secondo livello? Non sembri ai non addetti ai lavori una questione di lana caprina: la questione salariale si può affrontare anche e in modo significativo dal lato fiscale, come lei propone di fare e come anche noi nel nostro programma abbiamo proposto di fare. Ma essa non verrà mai davvero aggredita se i salari non aumenteranno secondo logiche di mercato. E i salari aumentano stabilmente solo se cresce la produttività e se la contrattazione funziona bene. Oggi, però, la contrattazione - signor Presidente, lei lo sa - funziona male, molto male, bloccata com'è attorno ad un modello (quello del 23 luglio 1993) che aveva fatto il suo tempo già alla fine degli anni '90 e che ancora ci ritroviamo come modello di contrattazione di riferimento.

Oggi c'è una grande novità, che è anche un'enorme occasione: CGIL, CISL e UIL finalmente - e sottolineo tre volte l'avverbio - hanno convenuto su un'ipotesi di riforma imperniata sulla contrattazione di secondo livello (aziende, distretto, territorio e così via). Ebbene, signor Presidente, ecco la differenza - me lo consenta - tra una modesta tattica di rassicurazione e una robusta strategia di cambiamento: la prima si limiterebbe ad intervenire sugli straordinari; la seconda favorisce la riforma strutturale del salario, premiando i lavoratori più impegnati, quelli che - come si dice dalle mie parti - «ruscano» più degli altri. Certo, la seconda è più impegnativa, disturba di più le abitudini consolidate, misura oggettivamente rappresentatività oggi in larga misura presunte, danneggia interessi consolidati per favorirne altri; se, però, l'obiettivo è crescere, signor Presidente, non dovrebbero esserci dubbi su quale di queste due strade prescegliere.

Allo stesso modo, se si guarda alle politiche fiscali sulla prima casa di proprietà della famiglia. A giugno, il 40 per cento delle famiglie italiane non pagherà più l'ICI e le altre pagheranno meno di quanto hanno pagato nel 2007. Lei dichiara - in piena legittimità, ci mancherebbe - di voler mantenere l'impegno: abolizione totale. Nessuna contrarietà di principio da parte nostra. Se noi abbiamo già fatto gran parte dell'opera - e l'abbiamo fatto - è perché abbiamo ritenuto e continuiamo a ritenere che fosse un'opera buona; altrimenti, non ci saremmo messi su questo cammino, naturalmente. Ma, anche in questo caso, pongo una questione: se ci sono - e lei, col suo intervento, ci ha detto implicitamente che è così - 2,2 miliardi di euro da destinare alla completa eliminazione dell'ICI, non è più saggio dedicarne solo una parte a questo scopo, per passare, per esempio, quel 40 per cento fino al 50 o al 60, impiegando la parte maggiore per un intervento serio e strutturale sul trattamento fiscale degli affitti?

Venti per cento di aliquota fissa sull'affitto percepito; diciannove per cento di detrazione IRPEF per chi paga l'affitto. Una rivoluzione in un settore - quello degli alloggi in affitto - che con il suo mancato sviluppo è una delle cause - e non l'ultima - sia della scarsa mobilità dei fattori produttivi, sia del crescente disagio sociale. Anche qui una modesta tattica di rassicurazione sceglie di intervenire solo sull'ICI; una strategia di cambiamento investe invece sullo sviluppo del mercato degli affitti, a partire dai giovani e dalle giovani coppie. Se l'obiettivo è la crescita, non ci dovrebbero essere dubbi su quale di queste due strade scegliere.

Infine, la spesa pubblica e più precisamente la spesa corrente primaria. Lei non ne ha parlato nel suo intervento; e qui il riferimento al vostro programma elettorale non vale, perché il tema specifico della spesa corrente primaria non viene affrontato neppure in quella sede. Le condizioni di finanza pubblica sono tali che una strategia per tornare a crescere non può che organizzarsi attorno al seguente caposaldo: tutto quello che viene dalla lotta all'evasione fiscale (lei ne ha parlato nel suo intervento) deve essere usato per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti leali, famiglie o imprese che siano. Mentre le risorse per rispettare il Patto di stabilità ed investire in infrastrutture devono venire dalla riduzione della spesa corrente primaria in rapporto al prodotto interno lordo.

Ora, signor Presidente, noi sappiamo (lo abbiamo appreso con fatica, in ritardo e, come si sarebbe detto biblicamente, con dolore) che è difficile, che costa molto caro politicamente ridurre la spesa corrente primaria, al netto di quella sociale. Sappiamo che, al limite, è più facile combattere l'inflazione che avere successo su questo versante. Ma, signor Presidente, anche per lei, anche per voi hic Rhodus: nessun lavoratore, nessun imprenditore sarà disposto a prendere sul serio misure di riduzione fiscale, compiendo scelte di consumo ed investimento conseguenti, se non vedrà "fisicamente" ridursi - secondo un'azione sistematica, coerente e duratura nel tempo - la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni.

Del resto, immagino che lei ricorderà che esattamente cosi andarono le cose tra il 2001 e il 2006, quando la spesa corrente primaria aumentò di 2,2 punti di PIL e si rivelarono perciò inefficaci le misure fiscali, che pure faceste, volte ad innalzare il ritmo della crescita. Il Partito Democratico, in campagna elettorale (compiendo una scelta che qualcuno, rivolgendosi a me come autore dello stesso, ha chiamato suicida) ha titolato «spendere meglio, spendere meno» la prima delle dodici «azioni di governo» del suo programma.

Se l'obiettivo è la crescita, signor Presidente, prenda oggi a due mani il coraggio che non avete avuto in campagna elettorale e si dia obiettivi credibili e misurabili nel tempo di riduzione della spesa corrente primaria: obiettivi soprattutto verificabili. Altrimenti, la rassicurazione che lei oggi rivolge al Paese avrà l'effetto che - a quel che mi raccontavano i più fedeli gregari del grande Fausto Coppi, molti miei concittadini di Novi Ligure - aveva la "bomba" (come veniva chiamato un certo sostegno esterno alle prestazioni sportive) quando era assunta in dosi e in tempi sbagliati: presa per tonificare e rafforzare, deprimeva e indeboliva. Ciò di cui noi, come Paese, proprio non abbiamo bisogno. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e dei senatori Pera, Dini e Bonfrisco. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Toni. Ne ha facoltà.

DE TONI (IdV). Signor Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio, senatrici, senatori, con questo dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del Governo inizia il cammino della XVI legislatura. L'Italia dei Valori confida nell'impegno preso dal Presidente del Senato di svolgere il suo importante e delicato ruolo istituzionale quale garante di tutti.

Un ruolo che dovrà quindi tenere nella giusta considerazione quelle forze di opposizione che hanno già assicurato e dimostrato sul campo di non essere pregiudizialmente orientate, ma che intendono esercitare la loro funzione di controllo in modo intransigente. La nostra sarà un'opposizione chiara, dura se occorre, ma che saprà valutare con obiettività i provvedimenti che verranno proposti nell'interesse dei cittadini italiani, contrastando ogni tendenza alla prevaricazione, ad un uso distorto del potere esecutivo. La nostra opposizione sarà costruttiva sulla politica del fare, ma radicale e intransigente sull'etica e sui valori.

Saremo disponibili a provvedimenti adeguati in materia di sicurezza, di infrastrutture, di sviluppo dell'economia, ma saremo molto attenti quando si tratterà di evitare che i ruoli di governo o di lobby vengano utilizzati in modo strumentale o sfruttati per interessi personali; altrettanto, saremo vigili sugli sprechi e sull'utilizzo parziale e non trasparente dei finanziamenti pubblici. In altre parole, faremo sentire la nostra voce senza pregiudizi e preconcetti, ma non faremo sconti né inciuci, perché i nostri elettori non capirebbero e perché la nostra coscienza ce lo impedirebbe.

Italia dei Valori è pronta, ad esempio, a dialogare con il nuovo Governo sulle misure per garantire la sicurezza. In questa ottica, guardiamo con rispetto a quei cittadini che si mettono a disposizione della comunità per il controllo del territorio, ma non crediamo che si possa risolvere la questione della sicurezza con la ricetta delle ronde, fumo negli occhi per attirare voti, ma pericolosa tentazione di creare polizie territoriali, senza garanzie e senza controlli.

La sicurezza dei cittadini deve passare innanzitutto attraverso lo Stato, a cominciare dalle forze dell'ordine che hanno titolo, formazione, strumenti e conoscenza per affrontare situazioni pericolose. Ciò che serve è dotare proprio le forze dell'ordine delle risorse necessarie a garantire l'ordine pubblico, così come occorrerebbe garantire la certezza della pena, a cominciare con il rendere esecutive già dal primo grado di giudizio le sentenze penali nel caso di reati particolarmente gravi o di arresto in flagranza.

Siamo stati i primi a sollevare la questione della legalità e della sicurezza. Se il Governo vorrà ragionare con noi su questi temi, troverà la nostra disponibilità e il nostro atteggiamento sarà propositivo nell'interesse primario dei cittadini, che è l'unico punto di riferimento per noi dell'Italia dei Valori: sono cittadini, non clienti dello Stato.

Da sempre, siamo impegnati per il buon funzionamento della giustizia, perché per noi la giustizia è la base della democrazia. Affinché la giustizia possa ben funzionare, occorre aumentare le risorse finanziarie e - come detto - procedere ad una riqualificazione delle forze di polizia, che possono sostare meno in determinati uffici per essere sempre più presenti sul territorio. Occorre altresì aumentare gli addetti nelle cancellerie e negli uffici giudiziari.

La certezza della pena è un altro aspetto che riteniamo fondamentale, in quanto i cittadini devono sapere che il delitto non paga e che i furbi hanno il destino segnato.

Legalità significa anche esigere che i concorsi pubblici vengano fatti in modo pulito e trasparente, che i partiti politici non controllino la sanità, che i giovani possono trovare il posto di lavoro per i loro meriti, non per le raccomandazioni. Significa proseguire nella lotta all'evasione, perché il fisco non può essere forte con gli onesti e ignorare gli evasori o consentire i condoni che ella, signor Presidente, ha promosso con i suoi precedenti Governi. Riducendo l'evasione, si potrà sensibilmente diminuire il debito pubblico e conseguentemente, voi mi insegnate, abbassare la pressione fiscale.

Ma legalità e sicurezza non riguardano soltanto l'immigrazione comunitaria ed extracomunitaria, che peraltro va affrontata in modo serio e deciso, prevedendo ad esempio il rimpatrio immediato ed effettivo dei clandestini e l'obbligo, per quelli condannati, di scontare le pene nei Paesi d'origine. La legalità riguarda anche la sicurezza nei luoghi di lavoro: 1.400 caduti sul lavoro solo nel 2007. Si tratta di una cifra che non può essere sopportata. Occorre interrogarsi anche qui, in Senato. Servono immediatamente soluzioni legislative adeguate e pene più severe per i trasgressori, controlli effettivi sui luoghi di lavoro e il massimo rigore nell'applicazione delle sanzioni. È necessario che gli imprenditori perseguano il giusto profitto, ma non l'arricchimento senza scrupoli sfruttando anche il lavoro nero.

La pubblica amministrazione non risponde di queste morti, impropriamente chiamate morti bianche, ma di fatto ne è responsabile per i pochi e spesso superficiali controlli. Se siamo dotati di un minimo di onestà intellettuale, illustri colleghi, non possiamo far finta di non sapere che i lavoratori precari sono più facilmente ricattabili e costretti ad assumersi rischi nella propria vita, pur di preservare il posto di lavoro. Troppo spesso la legge 30 del 2003 è stata usata per aumentare gli utili delle imprese a discapito del futuro dei nostri giovani. Il lavoro non deve essere un'elemosina. Siamo d'accordo sul lavoro flessibile, ma non sulla precarietà permanente.

Concludo. Il compito istituzionale che gli elettori hanno concesso all'Italia dei Valori è fare opposizione. Chi vince le elezioni ha il dovere di governare, chi va all'opposizione ha il dovere morale di svolgere una funzione di controllo seria, corretta ma inflessibile. È questo il ruolo che l'Italia dei Valori dovrà svolgere nei prossimi anni nell'interesse del Paese. Saremo costruttivi sulla politica del fare, ma attenti alla trasparenza amministrativa, ma senza barriere ideologiche, con la chiarezza e la coerenza che da sempre ci contraddistinguono. (Applausi dai Gruppi IdV, PD e della senatrice Rizzotti).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Maraventano. Ne ha facoltà.

MARAVENTANO (LNP). La ringrazio, signor Presidente, ma, con il suo permesso, vorrei consegnare agli atti il testo del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo. Ne ha facoltà.

FRANCO Paolo (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, intervengo nella discussione sulla fiducia al suo Governo con rinnovata certezza sugli obiettivi che insieme vogliamo raggiungere. Oggi abbiamo occasione di scrivere un libro nuovo, non il capitolo di un testo da lungo tempo in corso d'opera. La chiarezza delle scelte politiche operate dalle parti oggi rappresentate in Parlamento e il consenso elettorale attribuito a queste scelte da parte dei cittadini sono il prologo di un'incisiva e riformatrice azione del Governo.

Signor Presidente del Consiglio, domenica scorsa ha avuto luogo a Bassano del Grappa l'annuale, oceanica, adunata nazionale degli alpini, i quali rappresentano storicamente i valori e le tradizioni su cui sono fondate le nostre comunità. In mezzo a loro, nelle sfilate, nei crocicchi e negli assembramenti ho avuto modo di discorrere con moltissimi amici alpini e di ricevere unanimemente l'invito, che riporto a lei, Presidente del Consiglio, e a tutto il Governo, a non perdere l'occasione di intervenire fattivamente e rapidamente sui temi più urgenti e sentiti.

Il Paese deve cambiare rotta: sicurezza, fiscalità, autonomia, lavoro sono argomenti inderogabili e impellenti e per questo apprezzo in modo particolare le dichiarazioni del Presidente del Consiglio che su questi temi ha fissato le linee guida del suo intervento. Ma valori e tradizioni non sono sufficienti per comprendere l'essenza profonda dei valori che gli alpini, volendo citare l'Armata alpina, incarnano. Altrettanto forti sono, infatti, la dedizione e il senso di responsabilità, senza i quali non si sarebbe sostenuta una storia secolare e l'amore per la propria terra che tanti sacrifici ha richiesto. Quando, nelle riforme che andremo a compiere, lavoreremo per concretizzare forme di autonomia che consentano - come il presidente Berlusconi ha scritto - un autogoverno federalista o un federalismo fiscale solidale, dovremo senza indugio riconoscere, valorizzare e pretendere la responsabilità di tutti i soggetti. Non potrà esserci alcuna equità sociale o federalismo istituzionale o fiscale se i cittadini e le istituzioni locali non saranno posti sullo stesso piano: niente più privilegi legati alla spesa storica, all'assistenzialismo, al lassismo o, peggio, alla corruzione o all'evasione; o privilegi di casta, di burocrazia, di rendite di posizione paralizzanti ed inefficienti.

Nel risultato elettorale che ha premiato la maggioranza di Governo, la forte adesione al progetto politico della Lega Nord significa proprio questo: un Paese moderno, innovatore e federale, che rompa le antiche catene che bloccano lo sviluppo, la crescita, il rispetto e la valorizzazione delle diversità e delle differenti aspettative dei cittadini, soprattutto dei più giovani, nei confronti dei quali abbiamo la grande occasione, ma - direi di più - abbiamo il dovere di lavorare per garantire loro le condizioni (così come i nostri padri fecero con noi) per poter vivere liberi e progettare il proprio futuro in autonomia.

Non dovremo mancare, signor Presidente, a questi appuntamenti. Perseguendo questa strada, avrà sempre al suo fianco la Lega Nord. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL e dei senatori Veronesi e Anna Maria Serafini).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fosson. Ne ha facoltà.

FOSSON (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio dei ministri, onorevoli senatori, vorrei sottolineare in partenza, come parlamentare valdostano, la realtà che noi viviamo e che ho l'onore di rappresentare, cioè quella di una Regione a Statuto speciale che ha una storia di autonomia, sessanta anni di autonomia, signor Presidente: la prima Regione in Italia che ha avuto un'autonomia speciale. Quindi, siamo i rappresentanti di una grande cultura federalista. Altri federalismi più giovani hanno attinto da noi e soprattutto dai nostri politici, come Bruno Salvatori, l'ideologia e le idee che sono alla base del loro federalismo. Con piacere, quindi, constatiamo dopo decenni come argomenti di nicchia e considerati a lungo eretici o addirittura eversivi siano in cima all'agenda del suo Governo.

Il modello della piccola Valle d'Aosta, coniato appena all'indomani della Liberazione e ben prima della fondazione della Repubblica, si rivela quindi oggi attraente e fecondo. Sarebbe pertanto stupefacente e contraddittorio che il seme, che a sessanta anni di distanza ha fatto crescere la pianta di una visione moderna e democratica della Repubblica, proprio oggi che ha dato il meglio di sé e può essere di maggiore utilità ad un sistema la cui costruzione è appena faticosamente iniziata, non solo non venga più alimentato, ma venga assolutamente soppresso o, peggio ancora, misconosciuto e denigrato.

Certo, signor Presidente, la nostra autonomia, il nostro particolarismo devono affrontare nuove sfide: la globalizzazione, le regole di mercato, i costi di servizio sempre in aumento per una piccola popolazione che vive in montagna. Per cui si impongono nuovi rapporti con lo Stato, nuove regole. Per questo chiediamo l'approvazione dell'intesa fra Stato e Regioni ed una rapida attuazione della commissione paritetica, che per noi è molto importante, per discutere in quella sede norme in materia di energia e di parco nazionale. Non può essere più differita la promulgazione di una legge sulla montagna, che riconosca la specificità della gente che vive in montagna, così come l'attribuzione di un parlamentare europeo alla Valle d'Aosta.

In questo quadro collochiamo l'incoraggiante impegno assunto dal Presidente del Consiglio a rispettare le minoranze. Tale impegno per i valdostani, minoranza numerica e linguistica nella Repubblica, è denso di significato, poiché costituisce la garanzia che l'esercizio del potere, pur fondato sulla maggioranza, si qualifichi come democratico proprio per la non assolutezza della forza dei numeri, che deve contemperarsi con la salvaguardia e la promozione delle differenze in quanto portatrici di un valore aggiunto per l'intera comunità e per il regime democratico stesso.

Chiediamo in conclusione, prima di invocare grandi riforme, che venga finalmente assunto un corretto atteggiamento nei confronti delle autonomie differenziate. Guarderemo a questo Governo senza pregiudizi e ci aspettiamo che esso e la maggioranza che lo sostiene, composta da alcune forze che si richiamano all'autonomia anche nel loro stesso nome, facciano altrettanto nei confronti delle autonomie speciali, e di quella della Valle d'Aosta in particolare. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bornacin. Ne ha facoltà.

BORNACIN (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, colleghi senatori, ho avuto la fortuna nel 2001 di intervenire alla Camera dei deputati sulla fiducia al Governo Berlusconi. Nel 2005, signor Presidente del Consiglio, ebbi l'onore di fare nuovamente un discorso su un voto di fiducia al suo secondo Governo. Mi ricordo che fui l'ultimo ad intervenire e conclusi sostenendo che i nostri elettori erano più avanti di noi, ormai non distinguevano più tra Forza Italia e AN (dissi anche l'UDC, allora) e volevano essere una cosa sola.

Sono estremamente emozionato di essere il primo a svolgere in quest'Aula l'intervento per il Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo). Lo considero davvero un onore e un punto di arrivo. Ho apprezzato quanto ha affermato prima l'amico e collega Morando, con cui vi è vicinanza territoriale, poiché lui è di Novi Ligure ed io sono di Genova, quindi vicinanza tra la Liguria ed il Piemonte. Vorrei però sottolineare che se la nascita del PD ha dato davvero una spinta alla riforma del sistema politico italiano, molto di più l'ha data la nascita del Popolo della Libertà, perché i nostri valori e le nostre azioni sono comuni: sono anni che insieme abbiamo affrontato queste battaglie.

Ciò che apprezzo, signor Presidente, colleghi, è il clima, che è cambiato non soltanto in campagna elettorale (che ha avuto anche le sue cadute). Mi sono stupito il primo giorno in quest'Aula, in occasione dell'elezione del presidente Schifani, quando tutta l'Aula si è alzata ad applaudire. Quando, nell'intervento di insediamento, il presidente Schifani ha ricordato i caduti di Nasiriya ed i soldati italiani impegnati nelle missioni, tutta l'Aula ha applaudito.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 16,57)

 

(Segue BORNACIN). Ricordo i distinguo, i silenzi e qualcuno che rimaneva seduto nella scorsa legislatura. Credo che ci sia davvero un clima completamente diverso, un clima nel quale, pur rimanendo ognuno nei propri ruoli di maggioranza e opposizione, pur non rinunciando nessuno alle proprie tradizioni, alla propria storia, al proprio programma, ci si parla da avversari e non da nemici, ci si confronta sulle cose da fare e da dire per risolvere i problemi di questo Paese.

La riforma elettorale l'hanno davvero fatta gli elettori, facendo delle scelte precise: dando a noi, Popolo della Libertà, la maggioranza e mandando il Partito Democratico all'opposizione, in una logica di alternanza che deve essere la logica delle democrazie avanzate. Speravamo che questa logica dell'alternanza senza demonizzazione dell'avversario si realizzasse prima, nel 1996, invece alcuni pasdaran della rivoluzione hanno continuato nella politica intesa come insulto e come aggressione.

Il nuovo clima è stato sancito anche negli interventi dei senatori Morando e De Toni. Purtroppo, però, me lo consenta signor Presidente, devo dire che c'è sempre l'ultimo giapponese che pensa di continuare la guerra: mi riferisco all'intervento svolto questa mattina alla Camera (ma anche al Senato c'è il suo Gruppo) dall'onorevole Di Pietro, che sinceramente credo nessun italiano perbene abbia potuto apprezzare.

L'onorevole Di Pietro, rivolgendosi al Presidente del Consiglio, ha dichiarato testualmente: "Noi conosciamo la sua storia politica e conosciamo bene anche la sua storia personale". Onorevole Di Pietro, anche noi conosciamo la sua storia molto bene e purtroppo la conoscono anche tanti italiani perbene che hanno incrociato la loro storia con la sua, che sono stati rinviati a giudizio e sbattuti sui giornali, poi magari assolti e hanno pagato davvero sulla loro pelle. (Applausi del senatore Compagna).

Mi consenta di concludere, signor Presidente, dal momento che cinque minuti sono pochi e avrei tante cose da dire, riferendo che qualche giorno fa, camminando per la mia città un elettore mi ha fermato per dirmi che ci ha votati per la prima volta e ha chiesto di non deluderlo. Credo che questo sia il nostro e il suo impegno, quello di non deludere non solo chi ci ha votato perché credeva nel Popolo della Libertà, ma anche tutti coloro che ci hanno votato per la prima volta e credono che possiamo far risorgere e ripartire l'Italia. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bianco. Ne ha facoltà.

BIANCO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio dei ministri, le affermazioni in materia di sicurezza contenute nelle dichiarazioni programmatiche da lei esposte sono asciutte e ovviamente generiche. Si limitano a prospettare la necessità ampiamente condivisa di fornire risposte alle domande di sicurezza dei cittadini.

Il bisogno di sicurezza è un bisogno vero e reale. Si può disquisire a lungo se esso corrisponda ad un incremento effettivo dei dati sulla criminalità. Dieci anni è un orizzonte temporale in cui si può considerare quali siano le tendenze criminali in un Paese e nei passati dieci anni avete governato voi, onorevole Presidente, e abbiamo governato noi: alcuni reati sono diminuiti, altri sono aumentati. Sicuramente ci sono stati successi importanti, soprattutto nell'ambito della lotta alla criminalità organizzata e il sistema Paese è riuscito a crescere anche in termini di credibilità nella lotta contro la mafia e contro le criminalità organizzate.

Nel contempo è certamente vero che c'è molto allarme tra i nostri cittadini soprattutto per alcune nuove forme di criminalità: mi riferisco alle organizzazioni criminali, alle cosiddette mafie straniere che naturalmente negli ultimi anni, per via dell'aumento della presenza dei cittadini stranieri nel territorio nazionale, hanno fatto crescere la loro pericolosità. Vi sono nuove forme di reato soprattutto in alcune zone del territorio: mi riferisco, ad esempio, al Nord-Est e al Veneto, aree in cui la popolazione non era abituata a subire reati gravi nelle ville e nelle abitazioni e ciò sicuramente suscita un grande allarme. Una questione così seria, signor Presidente, necessita ovviamente di una risposta seria.

In questi primi giorni di formazione del suo Governo, per la verità, abbiamo assistito ad un vocìo disordinato di esternazioni un po' improvvisate. Abbiamo sentito parlare di tutto: di respingere i clandestini in mare, di introdurre il reato di immigrazione clandestina, di sospendere il Trattato di Schengen a tempo indeterminato e di prolungare fino a sei mesi il trattenimento nei centri di permanenza temporanea. Signor Presidente, è ovvio che auspichiamo che lei rimetta un po' d'ordine nella sua squadra.

Lo stesso invito ci veniva rivolto qualche tempo fa e non è con esternazioni mirabolanti e improvvisate che si affronta un tema serio come quello della sicurezza di cui il Paese ha bisogno. Per garantire più sicurezza ai cittadini suggeriamo di prendere la strada maestra e, innanzitutto, di aumentare le capacità di prevenzione dei reati con una migliore organizzazione nel territorio delle forze di polizia. È possibile incrementare la qualità di tale azione? Sicuramente. Innanzitutto, signor Presidente, si continui nell'azione che abbiamo avviato di destinare più uomini al controllo del territorio sottraendoli a mansioni amministrativi o a funzioni improprie. Si paghino meglio gli uomini che stanno per strada, che svolgono compiti delicati. Anche in occasione del rinnovo del contratto sarà possibile alzare la retribuzione di chi è impegnato in mansioni operative.

Si usi la tecnologia ma, soprattutto, signor Presidente, è forse utile e necessario pensare a riformare, dopo oltre 25 anni, l'ordinamento della pubblica sicurezza in Italia. Il nostro comparto sicurezza conta complessivamente 350-400.000 uomini ed il modello organizzativo che tuttora abbiamo è probabilmente superato. Si tratta di affidare una responsabilità propria al Ministro dell'interno, come autentico responsabile nazionale della pubblica sicurezza; si tratta di trasformare il dipartimento della pubblica sicurezza in un organismo vero e reale di direzione e non di coordinamento, prevedendo l'istituzione di un segretario generale; si tratta di realizzare una migliore organizzazione delle forze di polizia.

Signor Presidente, le faccio un esempio: in mare, per il controllo delle nostre coste, ci sono mezzi di sette od otto forze di polizia, compreso il Corpo forestale che svolge questo compito nella sua Sardegna. Per arrivare ad un modello meglio organizzato è assolutamente necessario uno spirito di collaborazione bipartisan, quello stesso spirito che, nella precedente legislatura, in quest'Aula e presso la Camera dei deputati, abbiamo ritrovato per riformare l'ordinamento dei servizi di informazione e di sicurezza. Ricordo che quella riforma è stata votata all'unanimità in questa Aula, superando le resistente di quelle lobby e di quelle corporazioni che impediscono al Paese qualunque seria riforma. Se si intraprenderà questa strada, e non si potrà che farlo a livello parlamentare, sicuramente si farà qualcosa di utile per il nostro Paese.

C'è poi la questione dell'immigrazione, cui accenno rapidamente, sulla quale non è opportuno andare avanti con equazioni del tipo: immigrazione uguale clandestinità; clandestinità uguale criminalità. L'immigrazione è un problema di un paese moderno, di un paese come il nostro che vedrà crescere inevitabilmente nel tempo la presenza di cittadini stranieri. Il fenomeno però, se gestito in modo adeguato, può diventare una ricchezza e una risorsa per l'Italia. Ciò significa politiche di integrazione, significa contrastare la clandestinità, che non fa bene a nessuno; innanzitutto non fa bene agli immigrati clandestini, che vivono spesso in condizioni subumane o addirittura di schiavitù e che possono diventare oggetto di quelle organizzazioni criminali che poi ne decidono, in modo drammatico, il loro futuro. Una politica dura e ferma contro l'immigrazione clandestina è possibile rispettando rigorosamente le norme dei Trattati internazionali, come quello di Schengen, e quelle delle direttive comunitarie.

Questa via vedrà la nostra seria collaborazione. Ma non si può pensare a normative che, al contrario, prevedano la sospensione a tempo indeterminato del Trattato di Schengen o implichino la rottura delle relazioni con altri Paesi: le improvvisazioni sono francamente pericolose e non danno credibilità all'Italia. Vogliamo andare nella direzione della collaborazione piena in questo ambito, con un atteggiamento serio, sapendo che qui si gioca una partita importante per l'Italia.

Concludo accennando telegraficamente ad un altro grande capitolo che vedrà il Parlamento protagonista ed al quale lei ha fatto riferimento nelle dichiarazioni rese oralmente poco fa. Mi riferisco alla riforma elettorale e alle riforme costituzionali. Sulla riforma elettorale ricorderà che nella passata legislatura un tentativo serio di lavorare era stato fatto. In qualche misura gli intendimenti di quelle riforme sono stati già anticipati per scelte politiche anziché legislative; occorre andare su quella strada, a partire dalla legge per l'elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo, che non può non essere nella stessa tendenza. Non possiamo avere un atteggiamento schizoide, per cui si va verso una semplificazione del quadro politico nazionale e una frammentazione sul versante europeo. Una soglia è indispensabile; non necessariamente una soglia così alta come quella cui avevamo pensato, ma certamente nel senso della semplificazione.

Concludo, signor Presidente, con il tema delle riforme costituzionali. Anche su questo punto, con la modifica del Titolo V e con la crescita dei poteri del Presidente del Consiglio, con il superamento del bicameralismo perfetto, con le soluzioni avviate nella precedente legislatura alla Camera nella Commissione presieduta dall'onorevole Violante, c'è già un lavoro che è stato predisposto e che certamente sarà utile riprendere. Se su tale argomento ci sarà da parte del Governo che lei presiede una disponibilità al dialogo e alla collaborazione, il nostro atteggiamento sarà costruttivo; se invece non ci saranno comportamenti coerenti, senza pregiudizi ma con la fermezza che è necessaria, il nostro atteggiamento sarà ovviamente rigorosamente severo. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Colombo e Li Gotti).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.

PASTORE (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, l'alto profilo del suo intervento di ieri, presidente Berlusconi, della replica oggi svolta alla Camera dei deputati e del breve intervento in quest'Aula di poco fa, mi induce a non sfiorare le tematiche più strettamente politiche, quanto piuttosto a sottolineare alcuni punti del programma di Governo che, con grande stringatezza ma con pari efficacia, lei ha enunciato in questi giorni.

Emergenza e crescita, emergenza e sicurezza; anzi, emergenza crescita, emergenza sicurezza: questi sono i temi iscritti nell'agenda politica di questa legislatura. Sicurezza e crescita sono divenute vere e proprie emergenze a causa di due anni di sciagurato governo del centrosinistra, che ha fatto della discontinuità il tema centrale della sua azione di governo, per fortuna abortita, non senza aver prodotto danni gravissimi, non ultimo quello causato dall'interruzione del virtuoso cammino delle riforme avviato dal precedente Governo, quello da lei presieduto, onorevole Berlusconi, del quale siamo tutti noi del centrodestra profondamente orgogliosi. (Applausi dal Gruppo PdL).

I temi istituzionali, non da oggi ma soprattutto oggi, sono al centro del dibattito politico che coinvolge l'intero schieramento parlamentare; ma oggi sono anche compresi, capiti e considerati come primari da settori sempre più vasti dell'opinione pubblica. Senza riformare le istituzioni, partendo dalla Carta costituzionale per arrivare alle leggi elettorali e ai Regolamenti parlamentari, nessun programma di governo può avere concreta e tempestiva attuazione.

La confusa ripartizione di competenze fra Stato e Regioni, il paralizzante bicameralismo paritario, la forma di governo, che per quanto evolutasi in questi anni richiede una profonda trasformazione anche formale per tabulas, sono tutti temi che dovranno essere oggetto di interventi legislativi, facendo tesoro del lavoro parlamentare svolto prevalentemente negli ultimi dieci anni: l'attuazione di un federalismo che sia nel contempo competitivo e solidale, come pure la riscrittura dell'ordinamento degli enti locali per disciplinare le nuove funzioni, le città metropolitane, l'ordinamento di Roma Capitale, la trasformazione delle Province quantomeno in enti consortili, in attesa della loro soppressione che richiede una legge costituzionale, il completamento del percorso taglia leggi, per il quale mi compiaccio ci sia stata la nomina di un Ministro ad hoc, che era qui presente e che dovrà dotarsi non solo di un robusto machete ma di un bulldozer tipo quello utilizzato per disboscare le foreste amazzoniche e che ci troverà sempre vicini in questa impresa titanica di semplificare il sistema legislativo.

Vi è poi, signor Presidente, il tema dei diritti di libertà, che mi sembra sia stato leggermente messo in ombra, a partire dal diritto alla riservatezza, per la cui completa tutela non mi sento di escludere la necessità di un intervento di livello costituzionale.

Ma vi è un altro diritto di libertà che è stato fortemente compromesso ed indebolito dall'oppressione fiscale e burocratica. Mi riferisco al diritto di proprietà in tutte le sue forme, in particolare alla proprietà immobiliare, della casa in primo luogo, che è stata presa di mira dal Governo Prodi come mai avvenuto in quarant'anni di storia repubblicana. Un grande lavoro questo, che vede in prima linea il Governo e che vedrà, accanto ad esso, il Parlamento in tutte le sue componenti, nelle loro diverse funzioni. Ma la riduzione della compagine di Governo, signor Presidente, richiede un coordinamento e una sinergia tra Parlamento ed Esecutivo più forti che mai. Ci auguriamo che ciò avvenga ed auguriamo, Presidente, a lei e al suo Governo buon lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rizzi. Ne ha facoltà.

RIZZI (LNP). Illustre Presidente, onorevoli colleghi, pregiatissimo Presidente del Consiglio dei ministri, la fiducia che ci accingiamo ad esprimere è densa di significati per il movimento politico e per il territorio insubre che mi pregio di rappresentare in quest'Aula.

Il programma di Governo è straripante degli argomenti espressi dalla Lega Nord nell'ultimo ventennio. I passaggi salienti del programma sono il nostro programma, per il quale il consenso ottenuto dagli elettori e dalle elettrici del Nord è stato chiaro, cristallino ed incontrovertibile, espresso con la consapevolezza che quanto predetto da Umberto Bossi nel corso degli anni si è sempre prontamente avverato, con tutta la drammaticità degli eventi.

Partiamo dalla necessità, ormai improcrastinabile, della completa revisione dell'ordinamento dello Stato in senso federale, compresa l'irrinunciabile componente fiscale, che avoca a sé la consapevolezza, intimamente condivisa dall'imprenditoria, dalla classe dirigente e dalla componente operaia, che la parte trainante del Paese, la locomotiva produttiva, impastoiata tra burocrazia e gabelle insostenibili, non è più in grado di reggere il confronto con un mercato internazionale competitivo e facilitato dalle corrispettive normative interne.

È antistorico ed autolesionista il comportamento di un Governo che, anziché favorire lo sviluppo economico, intraprende la strada del freno normativo e dell'esasperazione del prelievo fiscale, tanto per la componente imprenditoriale, quanto per quella operaia, ormai assolutamente impossibilitata a tirare la fine del mese!

In quest'ottica non posso non ricordare al Governo la necessità di intraprendere un'azione decisa e mirata nei confronti della problematica di Malpensa. Malpensa, per l'appunto, non certo Alitalia, che continua a rappresentare una voragine alimentata dai contribuenti e, ironia della sorte, prevalentemente dai contribuenti lombardi. La prossima settimana andremo ad approvare il prestito ponte per Alitalia, ma poi andrà affrontato compiutamente il problema di una grande parte di questa Nazione.

Egregio signor Presidente del Consiglio, non è fondamentale il tipo di cordata imprenditoriale che rileverà Alitalia, né è vitale che questo accada; è irrinunciabile che vengano lasciati liberi gli spazi aerei di Malpensa, semplicemente per permettere che sia la più elementare delle regole, la legge di mercato, ad occuparli, quel mercato che fa sì che Malpensa sia il principale aeroporto nazionale, l'insostituibile finestra del nostro territorio sul mondo, di quel territorio che per poter proseguire nel proprio ruolo di regione trainante non può prescindere da un aeroporto intercontinentale di serie A.

La fiducia viene poi riposta in materia di sicurezza e di regolamentazione dell'immigrazione, attraverso un'incisiva lotta alla clandestinità: da regole irreprensibili sugli ingressi nel territorio nazionale ad un costante e pregnante controllo sulla permanenza, sino alla garanzia assoluta dell'espletamento delle espulsioni, a maggior ragione se sostenute dalla commissione di reati.

I sindaci del Nord, dell'Insubria che mi onoro di rappresentare, non vedono l'ora di ricevere le incombenze annunciate dal ministro Maroni, operativi e radicati come sono sul territorio e non certo rinchiusi in torri d'avorio! La nostra gente, con il consenso alla Lega Nord, ha chiaramente espresso uno stato d'animo di profondo disagio ed un urlo da ultima occasione.

Mi avvio a concludere, signor Presidente, con una considerazione. La storia dell'umanità concede ai popoli le grandi occasioni, le finestre per l'autodeterminazione, dalla Catalogna all'Irlanda, dalla Scozia alle Fiandre ed altre ancora. È giunta l'ora della Padania, con la conquista della libertà, non certo ottenuta con la violenza o la sopraffazione, senza necessità di ricorrere né alla forza né alle armi, ma nel modo più civile, gandhiano e democratico possibile: il voto e la fiducia della nostra gente nella Lega Nord, fiducia che ora noi riversiamo nei confronti di questo Governo, profondamente intriso del nostro DNA! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.

CASSON (PD). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, signori del Governo, è mia intenzione svolgere alcune considerazioni in ordine a una tematica fortemente sentita nell'intero Paese ed in particolare, di recente, nel Nord dell'Italia, quella della sicurezza, collegata ma non coincidente, con la questione giustizia.

È stato questo uno dei temi forti della recente campagna elettorale e anche in queste prime settimane di nuova legislatura la grancassa della sicurezza è stata battuta senza freni e senza limiti da esponenti del nuovo Governo. Tuttavia, a ben leggere il discorso del Presidente del Consiglio dei ministri, consegnatoci ieri in un testo scritto, e sentito quanto detto oggi in quest'Aula dallo stesso Presidente del Consiglio, non sembra proprio che il tema sicurezza-giustizia sia considerato una priorità per questo Governo; non sembra proprio che questo primo intervento dell'Esecutivo in un'Aula parlamentare venga incontro alle esigenze e alle richieste pressanti del Paese.

Nel testo scritto c'è un vuoto pressoché assoluto e le rarissime citazioni fatte sul tema sono di una disarmante banalità, raggiungendo il culmine lì dove viene scritto che la sicurezza «deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto». Ci mancherebbe altro! Ma non si dice né quali norme, né come. Oppure dove viene scritto, in materia di sicurezza sul lavoro, che bisogna «fare subito e bene tutto ciò che è necessario per mettere alla fine» così definita «teoria delle morti bianche».

Ma che significa tutto ciò? Qual è il modello di sicurezza che si vuole adottare? Il modello Scajola, il modello Pisanu, il modello Maroni o il modello "celodurista"? Qual è il modello di giustizia che si vuole seguire? Non si sa e fino ad ora nessuno lo ha detto.

Non vorremmo che questo tacere possa significare e confermare l'esistenza di forti contrasti all'interno dell'attuale maggioranza o nascondere idee confuse, improvvisazioni, come denunciato dallo stesso ex ministro dell'interno Pisanu, o peggio ancora, quanto alla macchina giustizia, al sistema giustizia, celare intenzioni al momento non ancora dicibili, visto il nuovo spirito di apertura che ha animato l'intero discorso del Presidente del Consiglio.

Peraltro, quella che emerge - non da quanto finora detto in Parlamento, ma da quanto riportato da stampa e televisioni in materia e riferito a Ministri dell'attuale Governo - è una visione distorta del concetto di sicurezza, come è una visione confusa quella che l'Esecutivo ha in tema di giustizia. Tutto ciò è molto preoccupante.

Attendiamo nei prossimi giorni o nelle prossime ore proposte concrete della maggioranza per analizzarle, per valutarle, per una critica (in positivo o in negativo) e, se necessario, per combatterle. Tuttavia, vorremmo prima sapere quali sono, perché nel discorso programmatico del Presidente del Consiglio non se ne parla.

E allora vorremmo essere noi a cominciare a ricordare alcuni aspetti imprescindibili, alcuni capisaldi di ogni intervento in tema di sicurezza e in tema di giustizia, temi che tra loro non vanno confusi, ma che presentano certamente configurazioni comuni.

Fondamentale, innanzitutto, è il reperimento e l'investimento in risorse, finanziarie e umane, per le nostre forze di polizia e per la magistratura, per l'organizzazione del loro lavoro e per le strutture che le supportano. E se per le forze di polizia sarebbe davvero giunta l'ora di un loro deciso riordino, di una loro razionalizzazione, proprio per evitare contrasti, sovrapposizioni e dispersioni di risorse ed energie, per il lavoro della magistratura non si può più prescindere dalla creazione di norme sostanziali e processuali che incidano davvero e in profondità sulla durata dei processi (penali, civili, del lavoro) sulla tutela delle vittime del reato, sull'efficienza degli uffici giudiziari, sulla detenzione per i criminali, sulla certezza della pena.

Noi avevamo e abbiamo nuovamente presentato, con i colleghi senatori, disegni di legge specifici su tali materie e non mancheremo di seguirne l'iter e di pressare la maggioranza. Vedremo se le annunciate aperture da parte del Governo si concretizzeranno anche in un settore particolarmente sensibile come quello della giustizia.

Ci sono però alcune idee del Governo in tema di sicurezza, preannunciate peraltro soltanto attraverso organi di stampa, che mi lasciano molto perplesso, come l'introduzione del reato di immigrazione clandestina o la creazione di un commissario ad hoc per una speciale etnia di persone, idea che mi fa storicamente e culturalmente quasi rabbrividire. Ma avete pensato davvero bene a cosa significhi e comporti tutto ciò, in particolare la nuova fattispecie di reato prospettata, in ottica giuridica, in ottica di efficacia e di efficienza, mentre sono facilmente ravvisabili, fin d'ora, per il nuovo reato effetti contraddittori rispetto alle intenzioni, se non addirittura effetti deleteri?

Il controllo del territorio e il governo dell'immigrazione sono ben altra cosa e non possiamo trattarli con faciloneria, pressappochismo o grida di manzoniana memoria.

In questo settore, prima di concludere, voglio ricordare due altri aspetti. Il primo è quello concernente la considerazione che ci troviamo, come Stato italiano, all'interno di una comunità di Stati che ha le sue regole e i suoi obiettivi. Non partiamo da zero o dal nulla. Quelle europee sono regole comuni all'interno di un'altra comunità più ampia, quella internazionale, che non può accettare inconsulti andirivieni, stop and go, da parte dell'uno o dell'altro membro.

Concludo davvero con un ultimo riferimento alla nostra Carta costituzionale. Mi ha sorpreso che nel discorso del Presidente del Consiglio, per materie quali quelle ricordate, non siano contenuti riferimenti specifici ai principi fondamentali della nostra Costituzione, ai principi che attengono alla libertà, alla sicurezza e alla dignità della persona. Il nostro lavoro come opposizione sarà proprio quello di trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di sicurezza e le esigenze di rispetto della persona, di tutte le persone secondo le norme della nostra Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Attendiamo che anche il Governo e la nuova maggioranza ci dicano qualcosa in proposito, ci dicano qualcosa di concreto, qualcosa di credibile, che finora non abbiamo avuto modo di sentire. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e del senatore Colombo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bevilaqua. Ne ha facoltà.

BEVILACQUA (PdL). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, prima di dichiarare il voto di fiducia al Governo da lei presieduto, mi consenta - e non è una battuta, signor Presidente - di svolgere alcune riflessioni.

Ieri lei ha detto: «L'Italia non ha più tempo da perdere». È proprio questo, a mio avviso, l'assunto da cui partire per comprendere il senso della straordinaria vittoria che gli elettori italiani hanno tributato al Popolo della Libertà e al centrodestra tutto. Siamo drammaticamente indietro. Per recuperare il tempo perso servono un Governo in grado di decidere, una maggioranza chiara e un'opposizione che abbia la possibilità di svolgere con serenità il proprio compito.

La scorsa legislatura è stata caratterizzata dalla sindrome dell'autosufficienza della maggioranza: è stato un errore per la maggioranza stessa, ma lo è stato ancora di più per il Paese. Questa legislatura, al contrario, si apre sotto nuovi e buoni auspici.

Signor Presidente, ho apprezzato il nuovo clima, avviato con il discorso di ieri, in cui, seppur con la chiarezza di un percorso che il Governo ha il dovere di tracciare, si è dato grande risalto al dialogo con le forze di opposizione, quel dialogo che in particolare sul tema delle riforme istituzionali, non può e non deve mancare.

Tutto ciò, però, non può prescindere dal mandato che gli elettori ci hanno affidato: quello di fare, fare ciò che per anni o si è solo annunciato o si è solo avviato. E fare significa soprattutto lasciare un segno tangibile alle giovani generazioni, a coloro che devono costruire il loro avvenire e a cui una classe dirigente seria e responsabile ha il dovere di dare risposte e di disegnare prospettive.

Questa attenzione si concretizza come ha giustamente ricordato, nel garantire il sacrosanto diritto alla casa, attraverso l'abolizione totale dell'ICI sulla prima abitazione e l'attuazione del piano casa per le giovani coppie. Si concretizza anche in un sistema educativo efficiente e selettivo, che riparta dalla parola «merito», una parola che non può essere una semplice enunciazione, ma, al contrario, deve essere la spina dorsale dell'intero sistema. Si concretizza, infine, nella garanzia di un lavoro che può trovare slancio in una flessibilità limitata nel tempo e non può trasformarsi in un precariato senza fine.

In tale contesto come non sottolineare che il lavoro, oltre ad essere certo, deve essere sicuro? Il Governo non può non affrontare con immediatezza tale tematica, senza tentennamenti e senza indulgenze nei confronti di coloro che non garantiscono ai lavoratori adeguati strumenti di tutela.

Ma fare significa anche dare, nell'immediato, garanzie di sicurezza civica. Sono troppi i fatti che negli ultimi tempi hanno dimostrato come le nostre città siano insicure. Abbiamo il dovere, sin da subito, di affrontare quest'emergenza, a cominciare dalla certezza della pena e dalla lotta all'immigrazione clandestina. Da questi temi non si può sfuggire: quest'avvertita sensibilità del Paese è stata senza dubbio uno degli elementi determinanti per il trionfo dell'onorevole Gianni Alemanno nella capitale.

Signor Presidente, è certo che l'esigenza di crescita dell'Italia non potrà trovare piena attuazione se non si partirà dallo sviluppo del Mezzogiorno, da quelle realtà rimaste indietro, nonostante esprimano straordinarie potenzialità. Bisogna partire da quella che troppe volte è stata definita questione meridionale, ma che finalmente sembra cominciare ad assumere i connotati di una questione nazionale.

Condivido l'idea di tenere il primo Consiglio dei ministri a Napoli, non soltanto per dimostrare la dovuta attenzione al drammatico problema dei rifiuti, ma anche e più in generale per dimostrare l'attenzione che il Governo ha nei confronti del Sud dell'Italia e dei suoi tanti, irrisolti problemi, che difficilmente potranno trovare soluzione senza una serrata lotta alla criminalità organizzata. Ci vuole, su questo punto, un impegno forte e concreto: non basta dire strumentalmente - com'è stato fatto in campagna elettorale - che non si vogliono i voti della criminalità: bisogna dire, anzi, si ha il dovere di dire cosa si deve fare per sconfiggerla.

Anche lo sviluppo deve necessariamente partire da qui e deve passare attraverso un diverso utilizzo delle risorse: non più investimenti a pioggia, ma obiettivi chiari e strutturali, che consentano di far emergere le grandi vocazioni del Sud del Paese, a partire dal turismo e dall'agricoltura. Per fare un esempio, credo sia arrivato il momento di sostituire il sistema di incentivi a fondo perduto con un più razionale sistema di supporto alle imprese, quale può essere il credito d'imposta.

Signor Presidente, le difficoltà del Mezzogiorno si evidenziano soprattutto nella mia Calabria: troppi ritardi, troppe omissioni. Come non ricordare, ad esempio, le drammatiche vicende di malasanità degli ultimi tempi o l'alluvione che ha colpito il territorio di Vibo Valentia circa due anni or sono, provocando vittime innocenti e determinando ingenti danni all'economia del territorio, senza che il precedente Governo fosse capace di individuare adeguate soluzioni?

Credo che questa terra meriti una più puntuale attenzione. Non le nascondo che mi sarei aspettato uno sguardo più attento alla Calabria, anche nelle fase di composizione del Governo; sono certo, però, che la sua sia stata una scelta meditata. Vuol essere lei, signor Presidente, il Ministro della Calabria e per la Calabria, una Regione che, invertendo precedenti scelte, ha votato in maniera convinta e compatta per il Popolo della Libertà? Del resto, nella passata legislatura, si è dimostrato come non sempre i risultati siano direttamente proporzionali alla rappresentanza al Governo, se è vero che, nonostante una qualificata presenza di parlamentari calabresi in quell'Esecutivo, la Calabria non ha tratto beneficio alcuno e non ha trovato risposta a nessuno dei suoi tanti problemi.

Signor Presidente, il compito che assume oggi il suo Governo è insieme gravoso ed esaltante. Il Paese ha enormi aspettative che sono certo riusciremo a soddisfare. Parte da oggi la sua e la nostra scommessa: quella di una nuova Italia. Il suo giovanile entusiasmo, le sue riconosciute e indiscusse capacità e la qualificata squadra che la affianca sono le premesse di una vittoria annunciata per il Popolo della Libertà, ma soprattutto per l'Italia. Con questo spirito e con queste certezze le voteremo, le voterò la fiducia. Auguri e buon lavoro, Presidente. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mascitelli. Ne ha facoltà.

MASCITELLI (IdV). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, il discorso presentato dal Presidente del Consiglio per chiedere la fiducia alle Camere di certo per la sua evanescenza e genericità non ha i caratteri che dovrebbe avere un programma serio, credibile e utile a governare un Paese in cui la povertà è aumentata nell'ultimo decennio, toccando fasce sociali diffuse e trascinate alla soglia dell'indigenza, e al tempo stesso un Paese in cui le inefficienze e gli sprechi della spesa pubblica hanno raggiunto stime dell'ordine di 5 punti di PIL all'anno, un costo di 70 miliardi di euro all'anno, in linea con le stime anche delle mancate entrate da evasione ed elusione fiscale, e con il costo del debito pubblico che determina un pagamento di interessi di 2 punti di PIL in più all'anno rispetto agli altri Paesi.

E così, misurando l'accortezza delle parole, al Presidente del Consiglio sono riusciti tre straordinari capolavori di trasformismo, difficilmente eguagliabili.

Il primo, il programma, ha saputo combinare una voluta e non casuale genericità di proposte con un insieme di luoghi comuni e di considerazioni accattivanti, che hanno permesso di liquidare problemi, complessità e contraddizioni, con una visione futuribile di un Paese dove regni un vitale ottimismo di cui ella, signor Presidente, dovrebbe essere artefice e garante. Non offre però alcun argomento, alcuna prova, alcun credibile quadro finanziario a supporto della realizzabilità degli impegni presi. Slogan e propositi mal definiti nei contenuti, nei mezzi, nei modi.

Le enunciazioni programmatiche, che siano il sostegno alle famiglie, la competitività alle imprese, il Mezzogiorno, possono quindi essere condivisibili per la loro genericità, ma resta il problema di fondo di fronte al quale si trova il Paese, ed è come raggiungere questi obiettivi, considerate le condizioni della nostra finanza pubblica.

Signor Presidente, non possiamo allora tacere la preoccupazione che ci troviamo di fronte ad una sperimentazione governativa già conosciuta. Così, in passato, la tanto propagandata riduzione dell'imposizione fiscale somigliò ad un gioco di prestigio dove la riduzione della imposizione diretta fu ampiamente annullata dall'aumento ben superiore della tassazione indiretta, che tutti sanno colpire le fasce sociali più deboli.

Il Presidente annuncia nel suo programma nuovi tagli agli sprechi e non possiamo non ricordare che il bilancio dello Stato del 2005 ha portato tagli del 30 per cento alle politiche sociali, del 25 per cento nelle spese per le forze di sicurezza, del 10 per cento nell'informatizzazione dei servizi. È questa la politica che vuole perseguire ancora la maggioranza?

Il secondo capolavoro, la composizione del IV Governo Berlusconi, con la riproposizione di otto Ministri già sperimentati e il reingresso del ministro dell'economia Tremonti, che in passato fu sfiduciato dalla sua stessa maggioranza per i danni arrecati al Paese per la finanza creativa, viene presentata come un cambiamento epocale. In realtà, questa composizione modesta fa chiarezza sulla linea politica che viene riproposta al Paese; malgrado le innovazioni di facciata, dà la mesta immagine di un ritorno al passato, dove a nulla sono servite le strategie politiche preelettorali di semplificazione e di unificazione dei partiti, quando gli stessi, sotto mascherate spoglie, si sono comportati sulla base di un ben identificato e noto manuale Cencelli.

Il terzo ed ultimo capolavoro del Presidente del Consiglio è la misura dialogante delle sue dichiarazioni, sottolineata positivamente da molti, la inusuale sobrietà rispetto alla nota virulenza e torrenzialità verbale a cui eravamo abituati, salutata quasi come una importante virtù, che dovrebbe rappresentare il cambio di passo rispetto alle contrapposizioni e alle conflittualità di un tempo. In realtà, non si ha il tempo di compiacersi di tutto questo, quando poi si assiste a due linguaggi: uno istituzionale e uno di partito, uno ufficiale e formale e l'altro, ci auguriamo per il bene del Paese, non reale.

Sulla lotta alla mafia, sulla nuova moralità pubblica, come è stata definita nel suo programma, si deve avere una sola voce. Non si può proclamare alcun santo eroe in modo estemporaneo, improvvido e a dir poco offensivo. E sulla difesa dell'autonomia della magistratura, sulla ricerca di una giustizia giusta in tempi ragionevoli, non si possono invocare o evocare al contempo richieste di perizie psichiatriche.

Noi dell'Italia dei Valori ci auguriamo che non abbia ragione George Orwell, quando in un testo poco noto scrisse: «Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona».

Per questo, noi dell'Italia dei Valori non voteremo la fiducia al suo Governo e la nostra attenzione sarà alta e forte per il bene del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Biondelli e Fioroni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.

MUSSO (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatrici e senatori, credo che una possibile interpretazione delle recenti elezioni sia che gli elettori ascoltano e premiano chi interpreta la politica partendo dai problemi del Paese, più che da una mera costruzione filosofica e ideale. Se quest'ultima può essere più facilmente ricondotta ai tradizionali riferimenti di destra o sinistra, la capacità di interpretare e governare i problemi appare assai meno come il frutto di una collocazione ideologica, il che tra l'altro può forse spiegare certi flussi di voti che hanno stupito i commentatori.

Così, la terapia giudicata vincente dagli elettori ha delineato problemi che quasi tutti avvertono, senza minimizzarli perché male si inserivano in una qualche visione del mondo, indicando strategie fino ad oggi eluse: restituire il territorio alla comunità, a partire dalla sicurezza e vivibilità dello spazio pubblico, fino alla capacità di pianificarlo e gestirlo con efficienza, con scelte e tempi certi per infrastrutture e investimenti; rimettere le imprese in condizione di creare ricchezza e occupazione, liberandole non solo e non tanto da eccessive tasse, quanto da procedure complesse e ambigue dai tempi imprevedibili; alleggerire un cuneo fiscale tra i più alti del mondo, aumentando così, a parità di costo del lavoro, il potere di acquisto dei lavoratori; e ancora, migliore antidoto contro precariato e licenziamenti (lo dico da docente sottratto all'insegnamento per l'altissimo onore di essere qui), restituire a scuola e università, massacrate da riforme buoniste ed egualitariste, la capacità di creare vera qualificazione culturale, professionale e scientifica, premiando il merito come criterio di ascesa sociale e reddituale; ricostruire, infine, un rapporto di fiducia del cittadino con l'amministrazione pubblica, a partire da un rapporto fiscale fatto di tasse e di servizi corrispondenti, inteso finalmente come un contratto, dove anche il soggetto pubblico ha precisi obblighi di prestazione.

Il Governo che oggi chiede la fiducia del Parlamento e la maggioranza che lo ha espresso hanno proposto terapie e strategie che gli elettori hanno giudicato più precise ed efficaci ed essi stessi sono stati giudicati più affidabili per perseguirle. Il risultato è un segno di modernità per il Paese: una coalizione ha vinto con un preciso programma di governo ed è attesa alla prova dei fatti, sulla quale sarà giudicata senza attenuanti, vista l'ampia maggioranza ottenuta e la giusta esasperazione dei cittadini verso la politica.

Personalmente, eletto in una delle liste che formano questa maggioranza, mi riconosco pienamente nelle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio, ma permettetemi di andare un poco oltre.

Poiché molti dei punti appena evocati dalle dichiarazioni programmatiche consegnateci ieri appaiono condivisi da gran parte degli elettori e da gran parte dei rappresentanti eletti in Parlamento, dobbiamo cogliere l'opportunità straordinaria di questa condivisione per realizzare imprese straordinarie. Intendiamoci, sarà già un'impresa straordinaria realizzare le grandi modernizzazioni di cui questo Paese ha disperato e urgente bisogno e per le quali non c'è più tempo da perdere: l'istruzione, la fiscalità, le infrastrutture, la legalità e la sicurezza, la riforma delle istituzioni e della macchina pubblica.

Ma vi è un'altra impresa, ancora più straordinaria. Siamo realisti, chiediamo l'impossibile, si sarebbe detto quarant'anni fa in un'altra grande capitale europea. La mia età mi colloca nella mediana statistica della popolazione italiana. E quella metà del Paese che ha meno della mia età non ha memoria, né esempio di una politica capace di interpretare e risolvere i suoi problemi, tanto meno di una politica capace di interpretare i suoi sogni. Da anni ormai ragazzi e ragazze delle nostre città, scuole e università non si aspettano risposte dalla politica. Le cercano (lo dico dopo 24 anni di lavoro con i ragazzi) quando va molto bene, negli altri giovani del mondo intero, nell'amicizia, nell'amore, nella musica, nella religione e, quando va molto male, le cercano nella droga, nella violenza, nei miti di un successo effimero e ignorante.

Ecco dunque l'impresa straordinaria: attraverso risposte moderne ai problemi del Paese offrire risposte alle speranze dei giovani sui temi dell'ambiente, dell'equità fra generazioni e fra continenti, del rapporto fra impegno, studio, merito, da un lato, e opportunità di lavoro, di famiglia e di felicità, dall'altro.

Auguri, signor Presidente del Consiglio, di realizzare, in questo Paese e per questo Paese, un'impresa davvero straordinaria. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.

BODEGA (LNP). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, si è aperta oggi una nuova stagione per il nostro Paese, segnata dall'orizzonte tracciato dal Governo Berlusconi che, sulla scia del largo consenso ottenuto e correntemente tradotto in una nitida e larga maggioranza parlamentare, ha tutte le carte in regola per rispondere ad una domanda sempre più articolata e complessa. Per inciso, mi piace ricordare come, numeri alla mano (l'ha già ricordato qualcuno in quest'Aula), la tanto deprecata legge elettorale ha permesso la formazione di un Governo in tempi brevissimi e di un Parlamento non impiccato al raffreddore di qualcuno. Infatti, se è vero che basta la salute, in quest'Aula, nel recente passato, la febbre era diventata una categoria politica. Così si può voltare pagina e scrivere un lustro di storia nazionale caratterizzato dalle riforme e da un profondo cambiamento della società italiana.

Conosciamo le difficoltà della sfida legata alla congiuntura economica internazionale e alle incrostazioni che hanno incancrenito i problemi, i disagi e le ingiustizie sociali. Ma sappiamo anche che le forze politiche della maggioranza, ora più libere di muoversi in sintonia di obiettivi e di metodi, possono assicurare oggi quei traguardi che nei primi anni del 2000 ci furono impediti da forze che, non a caso, oggi non condividono con noi l'onore e la responsabilità di guidare il Paese.

Le difficoltà che ci sono, evidenti, così come le resistenze che incontreremo non dovranno essere un alibi per non fare, perché il potere altro non è che poter fare, cioè governare, risolvere i problemi.

La Lega Nord Padania è forte del consenso straordinario che ha premiato la sua coerenza, la sua identità, la sua credibilità tra i cittadini che l'hanno vissuta, in questa primavera più che mai, come un movimento nel quale riconoscersi. Siamo qui in Parlamento e in questa maggioranza per portare le istanze del Nord, consapevoli che, rispondendo a quelle, si fa il bene dell'intero Paese. Non c'è solo il Nord del benessere, perché a furia di pescare nel serbatoio della terra più produttiva stanno venendo a galla situazioni di estrema gravità e preoccupazione. Ad esempio, a Lecco, tanto per essere pratico, nella mia città, che sino a vent'anni fa era tra le più industriali del mondo, la ditta Riello lascerà a casa 140 operai in cassa integrazione dal 1° giugno.

Ecco quindi un fronte - com'è già stato più volte ricordato - sul quale occorre intervenire perché, se cede la spinta del Nord, allora sì che il paventato declino diventa più di uno spauracchio agitato.

Non parliamo di ricette, dunque, ma di riforme profonde. Parliamo di federalismo fiscale, che deve uscire dalle enunciazioni di principio per diventare la «riforma delle riforme», convinto come sono che sia questa la strada maestra per sciogliere i tanti nodi che sono stati i cavalli di battaglia della campagna elettorale. Perché dico che il federalismo è la madre di tutte le riforme? Perché temi come la sicurezza, la giustizia sociale, l'occupazione, la fiscalità, le tasse non si risolvono dalle stanze della capitale, ma calando le linee generali in quei presidi e motori che sono gli enti locali, dalle Regioni ai Comuni.

Quindi, bisogna lavorare in profondità e la cultura del lavoro è un altro carattere del Nord, che qualcuno ha già richiamato in questi giorni chiamando in causa il concetto di merito.

Non voglio parlare in questa occasione del clima politico necessario per dare luogo alle riforme istituzionali, perché sono convinto che occorra innanzi tutto una maggioranza autonoma che governi, che faccia capire ad un Paese demoralizzato e depresso che c'è voglia di cambiare.

Concludo, signor Presidente, ringraziando il presidente Berlusconi per la forza che sa trasmettere e per l'impegno al quale ci chiama: sappia che ciascuno di noi è qui per fare fino in fondo e lealmente la sua parte. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceccanti. Ne ha facoltà.

*CECCANTI (PD). Signor Presidente, è per me un grande onore parlare per la prima volta in quest'Aula dove hanno seduto maestri come Roberto Ruffilli e Pietro Scoppola.

Il mio tema è come chiudere la transizione istituzionale. Questo traguardo sembra potersi ora avvicinare per due ragioni. La prima è il meccanismo di reazioni a catena originato dalla scelta del Partito Democratico di andare libero alle elezioni. Per questo il panorama dei Gruppi si è semplificato e, con due formazioni chiaramente prevalenti, è stata possibile la costituzione del cosiddetto Governo ombra. Non si tratta di inserire nel sistema una razionalità esterna, ma solo di seguire il principio ex facto oritur ius, il diritto nasce dal fatto. Come hanno scritto recentemente i colleghi di diversa area politica Giovanni Pitruzzella e Vincenzo Lippolis, «le riforme servono e sono praticamente realizzabili se sono vivificate dal vento della politica».

Questo vento, per restare al Governo ombra, ha soffiato già nel nostro ordinamento: l'articolo 10 dello Statuto della Regione Toscana (in vigore dal 2005) dà una puntuale definizione di "opposizione", qualificandola come la minoranza numericamente più consistente, e prevede la possibilità di istituire un «portavoce dell'opposizione». Ciò rispecchia quell'ampia parte della dottrina che distingue l'opposizione dalle altre minoranze, prendendo atto della regolarità dei grandi sistemi parlamentari dove più soggetti e non solo due hanno rappresentanza parlamentare, ma dove, al tempo stesso, l'opposizione, il partito a vocazione maggioritaria che ha perso le elezioni, non è equiparato alle altre minoranze perché ha di fatto, prima che di diritto, un ruolo diverso da esse.

La seconda ragione, connessa alla prima, è il superamento di due speculari tentazioni: da un lato quella della riforma come azzeramento del passato, quasi che coloro che ci hanno preceduto fossero stati sprovveduti; dall'altro la sacralizzazione del passato, la mancata comprensione del fatto che la fedeltà è anche il coraggio di salire come nani sulle spalle dei giganti, di coloro che hanno scritto quel testo e di coloro che con il loro sacrificio hanno reso possibile che quel testo si scrivesse. Lo aveva detto benissimo il presidente Napolitano, poco prima di essere eletto, alla facoltà di Scienze politiche dell'università "La Sapienza", la facoltà di Aldo Moro, Vittorio Bachelet e Massimo D'Antona: «I costituenti videro tutti i problemi, ma non potevano dare soluzioni adeguate a tutti».

Con questa consapevolezza possiamo oggi avere la forza di non ripetere quanto accadde nella legislatura 2001-2006, così ricostruito da Lippolis e Pitruzzella. Cito: «II centrodestra vuol fare della grande riforma costituzionale il simbolo ed il coronamento del proprio programma di rinnovamento, non solo istituzionale ma della società italiana. Il centrosinistra si oppone pregiudizialmente perché non vuole concedere nulla agli avversari». Tutto ciò può essere superato definitivamente.

I livelli di intervento possibili sono quattro. Ci sono anzitutto le potenzialità inesplorate offerte dalle norme vigenti. Mi limito a fare due esempi. Quasi tutti i Ministri ombra sono parlamentari ma, a differenza dei loro omologhi, possono intervenire solo nella Camera di appartenenza.

Cosa impedisce che a partire dalle audizioni dei nuovi Ministri (che sono in programma) si cerchi di utilizzare al massimo le sedi congiunte tra le Commissioni omologhe dei due rami del Parlamento, con un confronto immediato col Ministro ombra? La platea si amplierebbe, ma la drastica riduzione del numero dei Gruppi permetterebbe lo stesso un dibattito ordinato e asciutto senza duplicazioni.

Più in generale, sui grandi temi, iniziando dalla ratifica del Trattato di Lisbona, si potrebbe utilizzare in modo congiunto lo strumento dell'indagine conoscitiva. Così congiuntamente si potrebbe esaurire tutta la fase istruttoria. Resterebbe poi alle due Commissioni, e quindi alle due Aule, votare ed approvare l'articolo unico in cui consiste il Trattato.

Il secondo livello è quello dei Regolamenti parlamentari. Già nella scorsa legislatura, alcune proposte, tra cui quella dell'onorevole Franceschini alla Camera e della senatrice Negri al Senato, avevano posto l'obiettivo di ridurre la frammentazione, con una tendenziale corrispondenza tra i soggetti politico-elettorali e i Gruppi parlamentari. Il fatto che la frammentazione sia ora minore deve comunque indurci a varare quel tipo di modifiche per rendere stabile questa situazione.

Altre proposte, come quella dei senatori Morando e Legnini, si erano prefisse di regolare in modo più razionale la sessione di bilancio, con chiare prerogative alternative del Governo e della maggioranza, da un lato, dell'opposizione e delle altre minoranze, dall'altro.

A quelle modifiche possono aggiungersene altre ispirate allo stesso principio di questo duplice e simultaneo rafforzamento, come la garanzia della certezza dei tempi di discussione e di votazione dei disegni di legge governativi urgenti e la possibilità per l'opposizione di portare in Aula come testo base alcuni dei propri progetti.

Il terzo livello è quello della legislazione elettorale. I referendum elettorali sono solo congelati e ci richiamano al dovere di modificare un sistema che polarizza male, attraverso lo strumento rozzo del premio di coalizione, non attraverso i collegi uninominali o i piccoli collegi plurinominali delle democrazie europee, che sarebbero peraltro utili, integrati con una legislazione sulle primarie, anche per riavvicinare elettori ed eletti.

Il nostro programma su questi aspetti è chiaro: il sistema elettorale francese, vi si dice, «ben si presterebbe a stabilizzare un bipolarismo fondato su grandi partiti a vocazione maggioritaria». Inoltre: «Il PD è disponibile anche ad esaminare ipotesi di sistemi elettorali diversi, a condizione che possano corrispondere alla medesima finalità».

Problemi analoghi si pongono anche per la legge elettorale europea che in tutte le ultime legislature, compresa quella breve da poco conclusa, si è cercato di modificare senza successo: sono da perseguire rapidamente le finalità di ridurre l'ampiezza delle circoscrizioni, nonché la riduzione della frammentazione. È vero che il Parlamento di Strasburgo non ha bisogno di un sistema fortemente selettivo perché non deve esprimere un Governo, ma è altresì vero che nessuna grande democrazia ha comunque rinunciato a significativi sbarramenti per non polverizzare in una miriade di gruppetti la propria rappresentanza nazionale.

Il quarto e ultimo livello è quello costituzionale. La cosiddetta bozza Violante della scorsa legislatura costituisce su vari aspetti un valido punto di partenza. Ad essa va aggiunto il completamento della copertura del Governo ombra, riprendendo il testo predisposto dall'ISLE (Istituto per la documentazione e gli studi legislativi) nel febbraio 2004. Si tratterebbe, ad esempio, di consentire a tutti vari membri del Governo ombra di accedere ad entrambe le Camere e al Premier ombra di poter richiedere, tra l'altro, la convocazione straordinaria delle Camere.

Vorrei però concludere fugando un dubbio che può essere sorto perché, per spiegare come il diritto nasca dal fatto, mi sono concentrato sull'ultimo fatto rilevante, l'istituzione del Governo ombra del PD. Siamo non di meno interessati noi al rafforzamento del Governo, superando l'aggiramento dell'ordine del giorno Perassi all'Assemblea costituente. Lo siamo perché, cari colleghi della maggioranza, i ruoli non sono certo fissi e noi speriamo, nel superare i limiti giuridici odierni che si potrebbero frapporre a un lavoro proficuo del Governo ombra, di eliminarli perché siate voi nella prossima legislatura a far bene il Governo ombra, ad utilizzare bene quello strumento. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alì. Ne ha facoltà.

D'ALI' (PdL). Signor Presidente, al termine di questo dibattito potrò dire di essere uno dei pochissimi privilegiati per avere potuto esprimere in quest'Aula, per la quarta volta dal 1994 ad oggi, la fiducia al Governo da lei presieduto, signor Presidente del Consiglio. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18)

(Segue D'ALI'). Le confermo la fiducia dal 1994, così come ella ha ricordato poco fa, non solamente con entusiasmo e carica, ma oggi ancor più con la solidale convinzione di un vastissimo consenso popolare che, soprattutto in queste elezioni, ha mostrato come il Sud Italia abbia decisamente affidato ancora una volta a lei le sorti del Paese e sottolineando, con una piccola punta di immodestia, il raggiungimento nella mia città del massimo dei consensi per il partito da lei rappresentato.

Mi permetterò di soffermarmi, nell'enorme vastità delle problematiche che ella ci ha illustrato e che con assoluta competenza ci ha detto come intende affrontare, su due punti: le riforme e la questione meridionale. Sulla questione delle riforme, su cui, durante la campagna elettorale si è anche in parte registrato l'invito - non dico demagogico, ma certamente deciso - alla riduzione dei costi della politica, credo che bisogna fare una riflessione molto serena e ampia. Abbiamo una legislatura davanti a noi e abbiamo il dovere di consegnare al nostro Paese una riforma copernicana, perché passare dal centralismo al federalismo non è certamente una questione che si può affrontare con superficialità. Abbiamo l'occasione di onorare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia proprio dando al nostro Paese un nuovo e completo assetto della sua architettura istituzionale. Infatti, i costi della politica non vanno ridotti solamente diminuendo il numero degli eletti o tagliando alcuni livelli di governo intermedi, ma vanno ridotti nell'ottica del nuovo federalismo anche attraverso un esame orizzontale dell'assetto istituzionale del nostro Paese.

In Italia, signor Presidente, vi sono 8.200 Comuni, dei quali 2.000 con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti e 6.000 con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti. Occorre avere il coraggio, seguendo l'esempio di altri Paesi come la Francia, di imporre un numero minimo di abitanti per Comune per poter ridurre veramente i costi istituzionali.

Occorre, a mio giudizio, anche esplorare un terreno certamente delicato e pericoloso quale il nuovo assetto istituzionale regionale. Nel momento in cui andremo a conferire nuovi e fondanti poteri legislativi alle Regioni, dovremo riflettere se l'assetto in venti Regioni non sia il frutto di un posizionamento dello Stato centrale sul territorio maturato in centocinquant'anni anni di storia unitaria centralista e se non debba essere rivisto. Esplorare il terreno della costituzione delle macroregioni non credo sia un esercizio accademico inutile nel corso di questa legislatura. Inoltre, le aree metropolitane debbono avere autonomia e dignità dello stesso livello delle Regioni se vogliono veramente entrare nel vivo dei problemi dei servizi che offrono ai cittadini che le abitano.

Quindi, spero che il Governo e il Parlamento vogliano anche immaginare un luogo di discussione. Ricordo, signor Presidente del Consiglio, quando nel 1996 durante la campagna elettorale delle regionali in Sicilia lanciò l'idea di un'Assemblea costituente. Certamente Governo e Parlamento troveranno nuovi momenti e nuovi argomenti di dibattito, ma l'assetto istituzionale del Paese va ripensato nella sua interezza, senza se e senza ma, nell'interesse della riduzione vera dei costi della politica, dell'interfaccia del cittadino con le istituzioni, della certezza che il cittadino deve avere nei suoi riferimenti istituzionali, della semplicità dei processi necessari per le sue esigenze e soprattutto della certezza dell'erogazione dei servizi.

Per quanto concerne la questione meridionale, credo che si debba porre maggiore attenzione all'esigenza che il nostro Paese trovi nel Mezzogiorno la leva e il fulcro della sua rinascita e della sua crescita. Credo che la centralità mediterranea, signor Presidente, sia uno degli obiettivi essenziali che dobbiamo porci per riaffermare la presenza italiana nel panorama mondiale, ma soprattutto nel Mediterraneo. Le infrastrutture che al Mezzogiorno occorrono sono quelle necessarie per affrontare la sfida della competitività mediterranea con altri Paesi dove sappiamo che, al di là di quelli che possono essere gli inciampi della storia più prossima, sicuramente si svolgerà... (Il microfono si disattiva automaticamente).

 

PRESIDENTE. Senatore D'Alì, il tempo a sua disposizione è esaurito.

 

D'ALI' (PdL). Ho terminato, signora Presidente, perché sono certo che il presidente Berlusconi abbia ben chiari non solo i concetti che ho espresso, ma soprattutto i modi per affrontare la soluzione. Pertanto, con convinzione e con entusiasmo, voteremo ancora la fiducia al suo Governo. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signora Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio e Ministri del Governo, colleghe senatrici, colleghi senatori, il presidente del Consiglio, onorevole Berlusconi, nel suo discorso programmatico ha usato toni di moderazione e di apertura all'opposizione che non posso non apprezzare: le parole hanno un valore di per sé, specie se pronunciate in un'Aula parlamentare. Esse avranno un peso tanto maggiore quanto più si concretizzeranno in comportamenti e fatti coerenti e non ho ragione di dubitare che questi non seguano. Debbo tuttavia esprimere il profondo disagio per le molte dichiarazioni che importanti esponenti del nuovo Governo hanno fatto, negli ultimi giorni, sul tema della sicurezza e su quello dell'immigrazione, che lei ha giustamente e prudentemente evitato di associare nel suo discorso.

La prima, e più devastante, è l'ipotesi di configurare come reato penale l'immigrazione irregolare sul nostro territorio: una brutalità giuridica che trova esempi solo in regimi di polizia, socialmente insostenibile, moralmente inaccettabile per un popolo come il nostro, che sull'emigrazione ha costruito buona parte del suo sviluppo; che costringerebbe rifugiati e richiedenti asilo a cadere dalla padella delle persecuzioni nel proprio Paese nella brace delle carceri di casa nostra; che intaserebbe le aule della giustizia; che, se applicata alla lettera, costringerebbe le forze dell'ordine all'arresto di centinaia di migliaia di bambinaie da processare per il reato di avere aiutato centinaia di migliaia di coppie ad organizzare la loro vita familiare e di lavoro; che obbligherebbe le carceri - già sovraffollate ad appena due anni di distanza dall'indulto - ad ospitare (mi si perdoni il termine) 100.000 stranieri e più all'anno, perché tanti sono gli irregolari intercettati, ogni anno, dalle forze dell'ordine.

Altre dichiarazioni irresponsabili hanno ipotizzato l'uscita dal Trattato di Schengen - una pietra miliare della costruzione europea - ed il ripristino dei controlli di frontiera nel relativo spazio. Sono state ventilate inoltre limitazioni alla libera circolazione dei cittadini comunitari sottoponendoli a test di reddito poco praticabili e dannosi (test arduo, per esempio, per qualsiasi studente italiano che voglia vivere per un po' in un altro Paese europeo). E poiché queste misure sono state invocate avendo nella mira i cittadini rumeni, che in almeno 800.000 vivono e lavorano in Italia e la cui devianza è in forte diminuzione (c'erano 10 detenuti rumeni ogni 1000 residenti della stessa nazionalità nel 1998-2001, appena 4 nel 2006-07), si sono già creati pericolosi allarmi, non solo in Romania, ma anche nelle comunità italiane che con la Romania hanno stretti rapporti. Occorre ricordare le decine di migliaia di imprenditori che operano in quel Paese e le centinaia di migliaia di datori di lavoro che in Italia occupano cittadini rumeni?

Non parlo infine dell'idea di radere sistematicamente al suolo le baraccopoli dei Rom e della loro deportazione nel Paese di origine: una truce soluzione, anche questa da Stato di polizia, che non contribuisce certo alla soluzione di quel problema - l'inserimento dei nomadi che preoccupa tutta l'Europa e che incoraggia criminali iniziative come i raid che hanno devastato baraccopoli nomadi a Napoli la scorsa notte.

Infine, per chiudere questa galleria di dichiarazioni provenienti, non da cittadini della strada in estemporanei sfoghi, ma da personaggi con responsabilità politiche e di governo, si è parlato di interventi e dirottamenti di navi sospette fuori dalle acque territoriali, una pratica condannata dal diritto internazionale da mezzo millennio. Confido che il nuovo Governo voglia riflettere a fondo su questi temi prima di prendere affrettate e inaccettabili decisioni; non mancano alle destre le esperienze e le conoscenze in materia.

Certamente l'Italia, come molti altri Paesi, ha il grave problema della gestione dei flussi migratori e della irregolarità e sarebbe opportuno che il Governo tenesse ben presenti i quattro punti seguenti.

Primo: nessuna crescita è praticabile, nei prossimi anni, senza consistenti flussi di immigrazione. La popolazione autoctona giovane, in età attiva diminuisce ogni anno di un quarto di milione: senza ulteriore immigrazione dalle dimensioni numeriche analoghe a quelle dell'ultimo decennio, ci sarebbe una contrazione dell'economia e un impoverimento del Paese. Il Governo lo sa bene, ma sarebbe atto responsabile se ne informasse autorevolmente l'opinione pubblica.

Secondo: la legge Bossi-Fini ha contribuito alla generazione di irregolarità, impedendo l'incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro: questo divieto viene però aggirato dalla forza delle cose e dalle astuzie del mercato. Al termine del precedente Governo Berlusconi, il numero degli irregolari raggiunse il massimo di 750.000 unità (secondo le valutazione di un serio istituto di ricerca, l'ISMU). In ogni anno, tra il 2002 e il 2006, lo stock degli irregolari si era accresciuto di un numero ben superiore alle 100.000 unità. L'opera di contrasto era fallita.

Terzo: la combinazione tra accorciamento dei permessi di soggiorno voluti dalla legge Bossi-Fini, mobilità del mercato del lavoro, lungaggini burocratiche e inadeguatezza degli uffici ha innalzato il rischio, per il normale lavoratore straniero, di cadere in stato di irregolarità. Si è così messa in moto una perversa moltiplicazione di situazioni di irregolarità per persone che fanno parte della "buona" immigrazione, attiva e propensa ad integrarsi, con sofferenza di queste persone e danno al buon funzionamento del mercato del lavoro.

Quarto: senza lotta all'economia sommersa, che genera una quota di PIL - come lei, signor Presidente, ha prima ricordato - spropositata rispetto all'Europa, non si elimina una delle più potenti calamite dell'irregolarità. L'economia al nero genera, e si nutre, di lavoro nero, e il lavoro nero è potente attrattore di immigrazione irregolare.

Non chiediamo certo al nuovo Governo - che ha dichiarato di confermare la legge esistente - di sposare le tesi dell'opposizione, ma chiediamo al capo del Governo - e sarebbe bene che ciò avvenisse in sede di replica - di rassicurarci in merito alle dichiarazioni pericolose, antiliberali e antidemocratiche che alcuni esponenti del suo Esecutivo hanno avanzato e che vogliamo sperare di avere frainteso. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Collino. Ne ha facoltà.

COLLINO (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori membri del Governo, colleghi senatori, gli elettori italiani, attraverso le scelte fatte alle urne, hanno determinato la prima importante riforma strutturale per il nostro Paese, ossia la semplificazione del numero dei Gruppi parlamentari, aprendo di fatto quello che il presidente Berlusconi ha richiamato come un nuovo tempo per la Repubblica.

Da più parti si è rimarcato come questa XVI legislatura muova i suoi primi passi in un clima diverso e si possa caratterizzare per una sua discontinuità rispetto alle politiche del passato, come già richiamato dal presidente del Senato, senatore Renato Schifani, e dal presidente della Camera, onorevole Gianfranco Fini. Un clima di distensione che può legittimare reciprocamente maggioranza e opposizione e che rafforza in forma definitiva il valore della democrazia dell'alternanza basato sul rispetto, sul confronto al netto dei condizionamenti ideologici e sul merito per determinare la crescita del nostro Paese. Così come è stato positivo il percorso che ha caratterizzato i rapporti fra la maggioranza e il Presidente della Repubblica durante tutta la fase delle consultazioni. Un nuovo tempo, quindi, per la Repubblica.

Gli italiani ci hanno affidato la guida del Paese, chiedendoci a gran voce coraggio e determinazione per far sì che questa XVI legislatura sia costituente, per attuare le riforme costituzionali, il federalismo fiscale contestualmente a nuove regole per gli enti locali che necessitano di una forte semplificazione che chiarisca compiti e competenze, stabilendo chi fa che cosa. I sindaci delle grandi città e dei piccoli Comuni troppo spesso non riescono a sviluppare importanti progetti per i centri che loro rappresentano a causa di una burocrazia troppo pressante, capace di frenare addirittura i buoni propositi.

Sviluppo e crescita richiedono una forte modernizzazione dello Stato, in termini strutturali e nella sua ossatura, dove vanno definitivamente chiusi gli enti inutili che rappresentano un peso economico per la società. Va creato un nuovo modello di governo degli enti locali che possa mettere in rete le buone prassi e porre invece un freno a quelle azioni che non sono né efficaci né efficienti per i cittadini.

Il nostro Paese deve ripartire da qui: alleggerimento del prelievo per i nuclei monoreddito, attuazione della riforma fiscale con l'introduzione del quoziente famigliare, detassazione degli straordinari, riduzione dell'ICI per la prima casa, tutela delle famiglie e delle fasce più deboli, lotta all'evasione, facendo pagare il dovuto - come già sottolineato dal ministro Tremonti - anche ai petrolieri e alle banche. Ognuno deve esercitare al meglio il proprio compito affinché il nostro Paese possa cambiare per davvero.

La crescita di una Nazione non è solamente un fattore di PIL, ma di valori, di civiltà che trovano riscontro nei comportamenti dei cittadini. Il Parlamento deve legiferare con efficacia nel rispetto della dialettica parlamentare, consapevole che gli italiani, oggi più che mai, chiedono al Governo una forte determinazione per l'applicazione delle leggi e per il loro rispetto.

Le morti bianche, le stragi sulle strade, i morti ammazzati nei territori dove forse è venuta meno l'autorità reale, gli insediamenti abusivi da parte di clandestini richiedono che le autorità preposte ai controlli esercitino ad ogni livello le loro funzioni, con coerenza e determinazione, nel rispetto delle leggi. Il vero valore della democrazia trova la sua massima espressione nelle regole condivise da un popolo, che da quelle stesse norme deve essere tutelato nei diritti e nei doveri.

Le disuguaglianze e le ingiustizie conseguenti ad uno Stato debole e permissivo, signor Presidente del Consiglio, non fanno altro che generare nuove ingiustizie a carico dei più deboli. (Richiami del Presidente).

Avviandomi alla conclusione, vorrei ricordare al Governo che il Friuli-Venezia Giulia (rappresentato nel Governo dal ministro Franco Frattini e dal sottosegretario Roberto Menia) rappresenta nel contesto nazionale l'anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova Europa, un'area dalla valenza strategica che nell'interesse nazionale del Paese necessita di una piattaforma logistica efficace. I collegamenti della portualità dell'Alto Adriatico, anche con la vicina Capodistria, la realizzazione della terza corsia della Venezia-Trieste, che rappresenta il completamento dell'opera del Passante di Mestre, il completamento della A28 e della Villesse-Gorizia, il Corridoio 5, la linea dell'Alta capacità: il carattere urgente di queste opere d'interesse nazionale richiede un forte patto istituzionale fra la Regione Friuli-Venezia Giulia e lo Stato che preveda a favore della Regione poteri straordinari per la loro realizzazione. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Signora Presidente, le chiedo di poter lasciare agli atti la restante parte del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signor Presidente del Consiglio, Presidente dell'Assemblea, egregi Ministri, il 26 aprile 1945 le persone, tutte di un colpo, diventarono felici e sorridenti. Non era cambiato un granché: avevano fame come il giorno prima, erano poveri come il giorno prima, però erano felici, non avevano più aerei e bombe sulle loro teste.

All'indomani di queste elezioni si è verificato un clima paradossalmente simile a quello del 1945. Non era cambiato ancora nulla, non c'era nulla di sostanziale o palpabile di nuovo, però le persone iniziavano di nuovo a sorridere; iniziarono a sperare ed, oserei dire, anche a sognare. Dopo anni bui, dove abbiamo conosciuto ministri come Padoa-Schioppa, che ci voleva far capire che le tasse erano bellissime, ed il suo vice Visco, che assieme sono stati paragonati a delle zanzare (con tutto il rispetto per le zanzara, le quali almeno quando succhiano il sangue non dicono che lo fanno per il tuo bene); dopo anni di caccia alle streghe in cui ogni lavoratore autonomo, commerciante, artigiano, libero professionista, titolare di partita IVA, era visto con diffidenza e sospetto, oggi finalmente c'è una speranza per gli italiani di passare ad un fisco almeno più umano, quasi collaborativo, che sappia valorizzare e non deprimere il proprio sistema produttivo, basato, ricordiamolo bene, su medie, piccole e microaziende, che sono l'ossatura del nostro sistema produttivo.

Gli italiani sperano in un fisco che restituisca alle famiglie quelle imposte che non possono più permettersi il lusso di pagare. Chi guadagna meno di 1.200 euro al mese non può permettersi il lusso di contribuire alle spese dello Stato: a queste famiglie venga almeno consentito un tenore adeguato, dignitoso, di vita. È poi interesse del Paese che le famiglie stiano bene e rilancino i consumi: rilanciare i consumi vuol dire uscire da quella fase di rischio di recessione. I settori in crisi verranno alimentati, il commercio prenderà respiro, a loro volta le commesse all'artigianato aumenteranno. Così si rimetterà in moto il circolo virtuoso di cui ha bisogno il nostro Paese.

In sostanza, si tratta di una politica keynesiana, intesa non con il classico sistema dell'aumento della spesa, ma con la rinuncia a un prelievo ingiusto come quello che c'è stato fino ad oggi. Ciò verrà compensato con dei tagli, come lei ha già preannunciato: ogni spesa improduttiva, ogni spreco non potrà più essere tollerato.

Presidente Berlusconi, dal confronto con gli altri Paesi europei possiamo rilevare innanzitutto che negli anni abbiamo visto un eccesso di produzione normativa e ciò ha generato inefficienza, ha aumentato i costi, ha alimentato un parassitismo della burocrazia. Si ha la necessità di una deforestazione legislativa e noi la ringraziamo per aver scelto il ministro Calderoli che conosciamo per la sua determinazione e siamo sicuri che avrà il polso fermo nel portare a temine questo suo lavoro. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

Ciò che serve all'Italia - e con il voto gli italiani lo hanno dimostrato - è un Paese moderno ed efficiente e questo lo otterremo soltanto con un'organizzazione federalista dello Stato, che valorizzi, senza frustrare, tutte le sue realtà, così diverse e così bisognose di risposte diverse ed appropriate.

Allo scopo, signor Presidente, le ricordo una partita importantissima ancora aperta di comunità, popolazioni, Comuni che, ai sensi dell'articolo 132 della Costituzione, hanno espresso la loro volontà di appartenere ad altre comunità, diverse per ragioni storiche, amministrative e per ragioni di libertà. Tali soggetti hanno scelto la via del referendum - che hanno operato - e adesso attendono dallo Stato la legge che chiuda quel percorso, che coroni le loro aspirazioni di libertà. Signor Presidente, non deludiamoli, non ci costa assolutamente nulla. I confini non devono essere degli steccati, ma dei fili di seta perché gli steccati non fanno che comprimere le aspettative dei nostri popoli.

Il Paese, in sostanza, ha risposto al nostro appello e ha detto esattamente cosa pensa e cosa vuole: sicurezza, un fisco giusto e maggiore libertà. Il Nord saprà fare ancora questa volta la sua parte e sarà una parte importante, fatta di sacrifici, di opera e di lavoro, ma aspetta altrettanti segnali chiari e tempi estremamente celeri. Auspicando tutto questo, ci accingiamo a rinnovarle la nostra fiducia. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bosone. Ne ha facoltà.

BOSONE (PD). Presidente, colleghi, Presidente del Consiglio, il discorso che lei ci ha rassegnato, presidente Berlusconi, è rassicurante, direi quasi suadente; ha fatto riferimento ad un'aria nuova che il Paese respira, quasi che il momento parlamentare che stiamo vivendo sia frutto di un'elaborazione psicologica di tutto il passato che abbiamo alle spalle e ci si proietti diritti verso il futuro. È come se la politica fosse una pagina completamente nuova su cui cominciare a scrivere e in parte davvero lo è, perché è sicuramente vero che i cittadini votando ci hanno consegnato un quadro politico inedito e che la responsabilità di chiudere la lunga fase di transizione politica e sociale che ci accompagna da circa 15 anni, in questo momento, è sia della maggioranza sia dell'opposizione.

Tuttavia, a lei, presidente Berlusconi, in primis è caricata la grande responsabilità di dare risposte precise alle attese del Paese e da lei in gran parte dipende l'esito di questo nuovo processo politico che gli italiani hanno innescato con il voto, anche sull'onda della grande sfida innovativa lanciata dal Partito Democratico, cui spetterà il compito di fare un'opposizione propositiva e responsabile, ma netta e decisa. Gli italiani tutti si aspettano molto, perché tanta è la preoccupazione e l'ansia nel Paese e proporzionale è il desiderio di una speranza nuova.

Il suo discorso però tratta più del metodo politico che del merito delle questioni. Si fa fatica a intravedere quel disegno complessivo di società, quel disegno di bene comune nel quale dovrebbe iscriversi l'azione del suo Governo. È vero anche che dopo anni di risse e di comportamenti scomposti anche nelle Aule istituzionali, anche qui in Senato, cose normali quali l'apertura di un dialogo civile appaiono quasi straordinarie, e sono particolarmente contento che lo stile politico di alto livello istituzionale che il Partito Democratico ha inaugurato e portato avanti con ostinata coerenza per tutta la campagna elettorale sia diventato anche lo stile del presidente Berlusconi, del suo Governo e della sua maggioranza. Ciò mi rallegra e faciliterà sicuramente il lavoro per il bene del Paese. Tuttavia, non si possono esaurire in una confusa nebulosa di buone intenzioni e di appelli alla responsabilità comune i problemi del Paese.

Voglio qui mettere l'accento su alcuni temi specifici: il Paese deve crescere, siamo tutti d'accordo, ma la crescita del Paese non può essere squilibrata e non ci sono certo soldi per fare tutto. Privilegiamo quindi le famiglie, soprattutto quelle numerose, soprattutto quelle che appartengono a quella classe sociale medio bassa che oggi si trova in particolare difficoltà. Mi chiedo che senso ha togliere l'ICI al proprietario di un palazzo, magari single e pluripropretario, alla stessa stregua di una famiglia monoreddito con più figli. E chi ha la casa in affitto? Non è meglio aiutare maggiormente queste famiglie che sono il tessuto portante dalla nostra società?

Io dico che aver cancellato, almeno al momento, il Ministero della famiglia, probabilmente non è stata una grande idea, data la complessità dei temi che la famiglia interseca nella società.

Da lombardo, poi, fatemi dire che far crescere il Paese, tutto il Paese, anche il Sud, significa liberare le energie del Nord. Ce ne sono tante, ma sono soffocate da troppa complicazione, da troppi pesi, prima di tutto fiscali, ma anche dall'insufficienza delle infrastrutture e dal senso di insicurezza diffuso per le aziende e per i cittadini. Non serve a nulla detassare gli straordinari se non si creano le condizioni per una vera riforma fiscale in senso federale e non serve a nulla detassare gli straordinari se non riduciamo sempre maggiormente l'evasione fiscale dentro un ritrovato rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Quali idee abbia in merito il Governo ancora non è chiaro, così come attendiamo risposte chiare sul tema delle infrastrutture. Ci attendiamo risorse e attenzioni almeno pari a quelle messe a disposizione dalle nostre leggi finanziarie per iniziare e chiudere velocemente opere viabilistiche e ferroviarie necessarie non solo allo sviluppo economico ma anche per lo svolgersi della normale quotidianità per milioni di lavoratori lombardi. Quali risposte diamo ai pendolari ogni giorno bloccati sui treni che se partono non si sa quando arrivano? Su questo attendiamo risposte, disposti anche a collaborare.

Inoltre, Expo 2015 non può e non deve essere solo un'occasione per Milano. Deve diventare momento trainante dello sviluppo socioeconomico di tutta la Lombardia e, se mi consentite, vetrina di tutto il Paese. Il tema trainante sarà l'agroalimentare. Il comparto agricolo è una delle più grandi risorse dell'Italia, è sottoposto oggi a marcatissime pressioni del mercato ed è forse quello che più fortemente interseca la globalizzazione, se è vera la notizia che anche i mercanti di oppio in Afghanistan stanno convertendo le loro coltivazioni in grano, il che è molto significativo.

La scommessa che il Governo deve affrontare è quella di coniugare lo sviluppo della nostra agricoltura, dei nostri prodotti tipici, legati anche ad una forte identità territoriale, con le sfide di un mercato sempre più internazionale. In questo ci sarà un difficile confronto con la politica agricola comunitaria. Siccome l'agricoltura è poco presente nei suoi discorsi attendiamo anche su questo di capire quali saranno i futuri orientamenti.

Chiudo parlando di sicurezza: va bene più polizia, vanno bene più poteri ai sindaci. Se riuscirete a bloccare l'ingresso dei clandestini, pur nel rispetto dei diritti umani fondamentali e la dignità della persona sarà una buona cosa, ma sicurezza è anche integrazione dei tanti immigrati extracomunitari e comunitari che sono già presenti, che lavorano e che comunque ci saranno ancora in futuro. Già le nostre città stanno cambiando. Ci piacerebbe sapere qual è la vostra idea di integrazione per cambiare la paura in sicurezza, come avete detto. Perché qui sta il dilemma e qui stanno anche le difficoltà.

Su questi temi noi attendiamo risposte; su questi temi noi diremo anche la nostra; su questi temi, se saremo d'accordo, collaboreremo. L'apertura al dialogo è già un'ottima cosa ma la vera volontà si verifica attraverso i fatti e noi, sui fatti, ci saremo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.

FIRRARELLO (PdL). Onorevole Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio, in questi primi giorni di inizio legislatura, per merito vostro ma anche di tutte le forze politiche presenti in Parlamento si respira un'aria diversa rispetto a quanto avveniva negli anni precedenti.

Il dialogo è la via maestra per affrontare - e, possibilmente, risolvere - i tanti problemi spinosi che assillano gli Italiani. Sono convinto che lei, signor Presidente del Consiglio, troverà ogni giorno le motivazioni giuste per rassicurare i cittadini italiani rispetto alle loro molteplici aspettative.

In questo contesto di collaborazione e di attuazione del programma da lei presentato al corpo elettorale, vi è l'introduzione del federalismo fiscale. Penso sia arrivato il momento di ridisegnare una diversa organizzazione dello Stato, compito tutt'altro che facile: probabilmente l'unità d'Italia doveva nascere con questo spirito.

In questo contesto, penso che un primo, importante segnale possa essere la piena attuazione dello Statuto della Regione siciliana, di fatto in gran parte disatteso, da oltre 60 anni, a causa della poca attenzione dei precedenti Governi repubblicani, unitamente alla scarsa fermezza del ceto politico siciliano nel rivendicarne l'applicazione.

Il 28 dicembre 1944, con un decreto-legge, lo Stato istituì la Consulta regionale, composta da 36 siciliani illustri, la quale, assieme all'Alto commissario per la Sicilia, ebbe il compito di elaborare la bozza dello Statuto siciliano. La Consulta approvò il 13 maggio 1945 tale bozza, che diventò, senza subire alcuna modifica, lo Statuto siciliano, con regio decreto del 15 maggio 1946. Lo Statuto, quindi, fu scritto dai siciliani e costituì una sorta di Statuto albertino per l'isola, anche con il fine di contrastare le spinte secessionistiche che emergevano in Sicilia.

Quando fu istituita la Costituente, il 2 giugno 1946, si discusse molto se lo Statuto siciliano dovesse essere modificato. Dopo un ampio dibattito, che alla fine trovò concordi tutte le forze politiche più rappresentative, se ne stabilì l'approvazione senza modifiche, proprio con il preciso scopo di ribadire l'autonomia della Sicilia, con conseguente approvazione del testo originario (così come avvenne il 26 febbraio 1948). In tal modo, lo Statuto siciliano divenne parte integrante della Costituzione italiana.

Nei decenni successivi, è tuttavia iniziato il processo di svuotamento di questo riconoscimento formale, anche perché tale strumento autonomistico mal si conciliava con l'instaurarsi di uno Stato centralistico. Alcune norme dello Statuto siciliano, quindi, sono sostanzialmente rimaste lettera morta. Peraltro, la Commissione paritetica (secondo l'articolo 43 dello Statuto composta da quattro membri, indicati equamente dallo Stato e dalla Regione), che si sarebbe dovuta occupare del trasferimento del personale dallo Stato alla Regione e delle norme di attuazione dello Statuto, ha operato con ritmi farraginosi e lenti, tanto che si può affermare che oggi la Regione siciliana goda di minore autonomia rispetto alle altre Regioni a statuto speciale e anche nei confronti delle Regioni a statuto ordinario.

Lo Statuto prevede (agli articoli 36, 37 e 38) gli strumenti finanziari attraverso cui si dovrebbe finanziare l'autonomia siciliana, ma anche in questo caso vi è stata una forte divergenza tra le sue previsioni e la realtà. Se è vero, infatti, che alla Regione siciliana è attribuito il gettito dei tributi erariali (all'articolo 36), è anche vero che lo Stato, a partire dalla fine degli anni '90, ha riservato a se stesso le addizionali sui suddetti tributi.

Inoltre, è indubbio che l'entità del gettito sia ben diversa in alcune aree forti del Paese, data la diversa struttura produttiva di un'area marginale come la Sicilia. È bene ricordare che essa sconta, in primo luogo, la lontananza dai più significativi mercati europei: ad esempio, un prodotto dell'agricoltura siciliana per raggiungere i mercati internazionali presenta costi di trasporto che lo rendono meno competitivo.

In tal senso, è bene chiedersi se sia stata attuata una politica dei trasporti differenziata per coprire questo handicap naturale dell'isola, nonostante lo Statuto, all'articolo 22, lo preveda espressamente. Basta, ad esempio, verificare i collegamenti aerei verso aree forti del Paese e verso la Sicilia per rendersi conto che le differenze non sono state diminuite, ma, al contrario, incrementate.

Altra nota dolente è il trasporto ferroviario: certamente non è una novità che in Sicilia il doppio binario per gran parte del territorio costituisca un sogno!

PRESIDENTE. Collega, scusi, la invito a rispettare i tempi: lei ha già esaurito il suo, quindi la prego di concludere.

 

FIRRARELLO (PdL). Un minuto, la prego. Al fine di far sì che la tassazione sulle imprese industriali e commerciali che hanno impianti sull'Isola rimanesse in Sicilia, dove si produce il reddito, lo Statuto, all'articolo 37, prevede che un'imposta di reddito prodotto in Sicilia debba rimanere nella stessa. Tale norma, per lunghissimi anni è stata inapplicata, nonostante...

 

PRESIDENTE. Collega, mi scusi se insisto, ma il tempo a sua disposizione è esaurito. Grazie.

È iscritto a parlare il senatore Della Seta. Ne ha facoltà.

DELLA SETA (PD). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghe senatrici e colleghi senatori, presentando davanti alle Camere il suo Governo lei, onorevole Berlusconi, ha usato toni di responsabilità politica e istituzionale che hanno riscosso un generale apprezzamento, come apprezzato e largamente condiviso è stato il suo appello perché l'Italia, gli italiani, si uniscano per ritrovare fiducia nel futuro. Solo così, lei ha detto, solo credendo in noi stessi e nelle nostre possibilità, potremo crescere in economia e in benessere e svolgere un ruolo da protagonisti in Europa e nel mondo.

Per crescere, per essere un Paese rispettato e considerato, dobbiamo però sapere bene quali sono i problemi più urgenti nel mondo d'oggi, e fare la nostra parte per affrontarli. Tra questi problemi ce n'è uno, signor Presidente del Consiglio, che lei nel suo discorso ha completamente ignorato: è il tema dei mutamenti climatici, della necessità - per fronteggiarli - di cambiare drasticamente i modi di produrre e di consumare energia. Questa assenza ci preoccupa e dovrebbe, credo, preoccupare tutti gli italiani. La questione dei mutamenti climatici non è né di sinistra né di destra. In Europa tutti i Capi di Governo - da Sarkozy a Zapatero, da Angela Merkel a Tony Blair e Gordon Brown - ne hanno fatto una delle priorità di azione dei loro Governi. Il clima che cambia non è nemmeno un problema solamente ambientale. Come ha documentato l'ormai celebre rapporto Stern, comporta già oggi danni sociali ed economici rilevanti: se la spirale del riscaldamento globale non verrà interrotta, l'economia mondiale rischia il collasso.

D'altra parte, fare le cose necessarie a ridurre le emissioni che alimentano i mutamenti climatici - cioè prima di tutto investire in efficienza energetica, in risparmio e in fonti rinnovabili, così da ridurre l'uso di petrolio e carbone che sono la causa principale dei mutamenti climatici - favorisce anche lo sviluppo: perché come dimostra l'esempio dei Paesi più virtuosi in questo campo, dalla Germania al Giappone, promuove l'innovazione tecnologica, fa crescere la competitività delle imprese, fa nascere nuovi posti di lavoro.

L'Europa sta camminando con coraggio su questa strada; l'Italia, malgrado qualche recente passo avanti, è in gravissimo ritardo. Siamo lontanissimi dagli obiettivi fissati dall'Unione europea entro il 2020, siamo lontanissimi dai target assegnatici dal Protocollo di Kyoto. Fra 18 mesi a Copenaghen verrà firmato il nuovo Trattato sul clima: il rischio concreto è di arrivare a questo appuntamento indossando la maglia nera d'Europa.

Il Partito Democratico ha messo questi temi - la lotta ai mutamenti climatici, una radicale riconversione delle politiche energetiche - al centro del proprio programma. L'obiettivo dell'Italia abbiamo detto e pensiamo debba essere quello di rottamare il petrolio, puntando su efficienza e fonti rinnovabili a cominciare dal solare: un obiettivo reso tanto più urgente dal continuo rialzo dei prezzi del greggio, un obiettivo quanto mai strategico per un Paese come il nostro che importa tutto il petrolio che consuma. L'importanza che assegniamo a questa prospettiva è anche una delle ragioni che ci ha spinto ad andare liberi alle elezioni, non più alleati di forze che in nome di un falso ambientalismo dicono no anche ad opere e a infrastrutture - dagli impianti eolici ai rigassificatori - utili, spesso indispensabili proprio per difendere l'ambiente e l'uomo dall'impazzimento del clima. Io spero, presidente Berlusconi, che a queste grandi questioni il suo Governo dedicherà più cura, più attenzione del nulla che lei ne ha detto nel suo discorso e anche del nulla che fece in materia tra il 2001 e il 2006 il suo precedente Governo.

Noi faremo il possibile a questo scopo. Faremo il possibile perché sul punto della lotta ai mutamenti climatici lei e il suo Governo finiate per assomigliare più alla destra francese di Sarkozy, a quella tedesca di Angela Merkel, che non alla destra di un altro Presidente del Consiglio italiano (si chiamava anche lui Silvio Berlusconi), che davanti alle Camere, quattordici anni fa, disse testualmente che "il riscaldamento globale è una bugia inventata dagli ambientalisti". (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Gentile Presidente, caro Presidente del Consiglio dei ministri, nei pochi minuti che mi sono stati assegnati posso solo dirle, innanzitutto, che il voto di fiducia che la maggior parte dei miei colleghi ed io stiamo per attribuire al Governo non è altro che la fedele esecuzione di un voto di fiducia ben più importante, quello che è stato espresso dai cittadini italiani.

L'ampiezza del consenso riscosso, caro Presidente, contrariamente alle pessimistiche e propagandistiche previsioni altrui, ha sortito due effetti di certo molto positivi: quello di raffinare il nostro senso di responsabilità come maggioranza e quello di rendere più pacata e collaborativa un'opposizione che poteva rischiare di non esserlo. Penso che ciò sia gradito alla stragrande maggioranza del popolo italiano.

I punti programmatici, le priorità, le emergenze che lei ha illustrato sono condivisibili e ciò giustifica il nostro voto favorevole. È condivisibile anche la riassuntiva formula della crescita, nel senso che tutti i modi di affrontare i problemi devono essere visti, al di là di un formale ottimismo, nella logica del crescere, del creare più spazio, più respiro, più libertà, più ricchezza, per poterla distribuire e fare anche giustizia.

Nel poco tempo che ho a disposizione per esporre un intervento poco più che testimoniale, non mi avventuro in considerazioni politiche, ma le affido solo qualche spunto di carattere sociologico o metapolitico.

Nella sua esposizione, lei ha ricordato i vari ordini - si è espresso così, democraticamente ed efficacemente - che ci hanno dato gli elettori. Uno di questi ordini, ha detto, è quello di ridurre l'area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei partiti. Bravo, ha messo il dito su una piaga terribile. Con l'esperienza che ho maturato nel corso di cinque legislature, posso testimoniare che le cose sono andate sempre peggio. La fatuità, l'immagine che trionfa sulla sostanza della politica sta diventando la regola e sta creando una vite negativa nei mezzi di informazione, nei cittadini e in noi rappresentanti politici. E non so chi possa dirsi, a destra e a sinistra, in questo Governo e nei precedenti, immune da colpe a tale riguardo.

L'augurio che le formulo, come cittadino, prima che come parlamentare, è di tenere fede a questo ordine che lei stesso, con la sua sensibilità, ha captato dalla gente: meno immagine, più sostanza. La scatola televisiva, rispettabilissima in una democrazia moderna, non è l'unica regola per la selezione del personale, per la scelta delle priorità, degli stili e dei linguaggi. (Applausi dei senatori Bevilacqua, Baldini ed Esposito).

Passo alla seconda considerazione. Ci sono questioni su cui lei ha giustamente ricordato che il Paese non vuole che perdiamo tempo. Questo è sacrosanto: penso ad esempio al costo della vita, ma non sto adesso a ripetere le varie emergenze, che lei conosce meglio di me.

Ci sono però riforme sulle quali mi piego meno alla logica dei cento giorni o dell'avere fretta. Anche sulle riforme di impianto, quelle costituzionali, sulle quali sembra essere dato per scontato (ma lo darei un po' meno per scontato) un assenso totale e quasi apodittico, dico che ci vuole il tempo della meditazione, con particolare riferimento a due temi, oltre ad altri che non sono secondari.

Mi riferisco, in primo luogo, al superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto. C'è molto da riflettere, signor Presidente, c'è molto da lavorare. È necessario che si incontrino le nostre culture e che il Governo si confronti con i parlamentari, per approfondire. Anche il federalismo, pur necessario, richiede un forte reimpianto delle autonomie, delle realtà locali e della stessa consistenza delle Regioni.

Mi perdonerà la gentile Presidente se mi dilungo un po' oltre il tempo concessomi, ma mi avvio alla conclusione. Lei ci ha raccomandato amore per le cento città. Mi consenta un emendamento: amore per le mille città, signor Presidente. C'è un'Italia profonda, dicono le statistiche, che lei ama molto, che per il 63,6 per cento ha votato per il centrodestra nelle piccole e medie città italiane e reclama che si eliminino, all'insegna del risparmio, gli enti politici inutili, ma non i poli erogatori dei servizi: non meno tribunali, non meno ospedali, non meno istituti medi superiori. Occorre riflettere fortemente su questo tema, che tocca la qualità della vita, che è la grande sfida di un Governo veramente rinnovatore.

Altro vorrei dirle, ma spero di avere ulteriori occasioni durante questo quinquennio, che vivremo tutto intero operosamente. In bocca al lupo! (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Trattandosi del dibattito sulla fiducia, la Presidenza non intende essere troppo fiscale; tuttavia, vorrei richiamare i colleghi al rispetto dei tempi.

E' iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.

LUMIA (PD). Signora Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, questa legislatura può finalmente fare chiarezza su come la politica e le istituzioni intendano rapportarsi con il Paese.

Il Partito Democratico un contributo prezioso l'ha già dato. Con la sua nascita e con alcune scelte coraggiose ha dato un contributo determinante alla semplificazione del quadro politico tanto sognato e atteso dagli italiani. Così è stato possibile creare un solido bipolarismo, chiaro nei ruoli tra maggioranza e opposizione, costruttivo nei rapporti e capace di superare il quindicennio della Seconda Repubblica caratterizzato dal bipolarismo dello scontro.

Attenzione, il Paese ha bisogno di una moderna cultura del confronto politico che eviti però il male antico del consociativismo, sempre in agguato e pronto a far rivivere l'antica tradizione italiana del trasformismo. Se il confronto deve essere chiaro e trasparente, pronto a profonde innovazioni istituzionali ed elettorali, deve essere forte e coerente il riferimento ai valori e alle regole della nostra Costituzione.

Rimane una profonda differenza tra l'approccio riformista del Partito Democratico e la proposta avanzata dalle destre oggi al Governo.

Il presidente Berlusconi, nel rassicurare gli italiani con toni più concilianti e miti, vola però basso sul piano delle riforme. È importante rassicurare il Paese, ma non basta. Dobbiamo coinvolgere la società italiana in un grande processo di cambiamento. Non si può assolutamente pensare, ad esempio, di essere protagonisti in Europa senza una moderna politica di cooperazione che faccia del Mediterraneo il nostro principale punto di riferimento politico ed economico, senza prepararci alla sfida del libero scambio, della crescita dei flussi nei trasporti e nella logistica, che rischiano di svanire e trasformarsi da opportunità a grande occasione mancata per l'Italia, la Sicilia e le altre Regioni meridionali.

Come costruire un federalismo fiscale che non danneggi, ad esempio, la mia Regione, la Sicilia, ed il Mezzogiorno, e che mantenga nel nostro Paese livelli omogenei di diritti, come quelli allo studio, alla salute e ad una pari dotazione di infrastrutture?

Noi del Partito Democratico riteniamo che sulla sicurezza si possa fare un passo in avanti, ma all'interno del principio di responsabilità. Su questi temi siamo cresciuti, finalmente il confronto può essere libero da demagogie e da slogan. Siete pronti ad accettare la regola chiave di una moderna sicurezza? «Chi sbaglia paga», soprattutto a partire da chi è classe dirigente nella politica, nel sistema delle imprese e nella pubblica amministrazione. Più potere comporta più responsabilità. Intorno a questo binomio sono cresciute e maturate le moderne democrazie. Siete pronti a lasciare alle vostre spalle il disastroso binomio più potere più impunità? Siamo pronti a leggi più rigorose e più severe verso chi compie reati, ma questo è possibile farlo se parte da un esempio di maggior rigore che le classi dirigenti dovrebbero avere.

Per il Partito Democratico la sicurezza va considerata un diritto di nuova generazione, a mio avviso addirittura di rango costituzionale. Da qui si impongono al Governo scelte chiare e nette: più risorse, almeno due miliardi di euro l'anno da destinare alle forze dell'ordine, ai mezzi e ad un moderno sistema organizzativo che punta al controllo del territorio.

Deve essere anche chiaro, signor Presidente, che è necessario dotarsi di una maggiore cultura progettuale e di un rigore maggiore nelle proposte che non abbiamo sentito nella maggioranza, soprattutto riguardo agli immigrati.

In queste ore è diffusa la preoccupazione che il Governo Berlusconi possa agire solo nei confronti della criminalità diffusa, a discapito della lotta alla mafia. A nostro avviso, un moderno ed efficiente sistema di sicurezza deve essere in grado di ottenere risultati cospicui su entrambi i fronti. Il Partito Democratico propone una moderna e avanzata lotta alla mafia capace di coniugare legalità e sviluppo. Legalità e sviluppo significa ad esempio portare l'antimafia nel mondo dell'agricoltura per liberare il reddito agricolo che in vasti territori uccide la possibilità di tenere in vita aziende agricole sane e moderne.

Così come va portata l'antimafia nel campo dello smaltimento dei rifiuti, della gestione delle risorse idriche e della sanità e nella giungla degli incentivi che hanno fatto della legge n. 488 del 1992 e di altre leggi simili un'occasione di arricchimento per la maledetta intermediazione burocratica, clientelare, affaristica e mafiosa. Siete pronti ad abolire la funzione di intermediazione della politica e a creare investimenti automatici sul modello del credito d'imposta?

Un'antimafia mirata solo alla legalità è destinata ad essere residuale; un'antimafia attenta solo allo sviluppo rischia di impantanarsi nel vecchio meridionalismo che ha sprecato tante risorse ed alla fine, piuttosto che promuovere la modernità, ha favorito gli interessi mafiosi. Separare queste due dimensioni sarebbe un tragico errore.

Ci sono tre domande di innovazione dalle quali partire: quella degli imprenditori e degli operatori economici organizzati nella Confindustria di Lo Bello e nelle tante organizzazioni di categoria, nelle associazioni antiracket e in "Addio Pizzo" che per la prima volta nella storia, hanno avviato una rottura che deve essere raccolta ed amplificata in tutte le sue potenzialità; quella dei giovani che grazie all'impegno nelle scuole, nelle università e nel vasto mondo dell'associazionismo e del volontariato organizzato da "Libera" hanno maturato un'idea avanzata di cittadinanza; quella delle nuove professioni che chiedono un moderno rapporto con il mercato e la pubblica amministrazione.

Ci sono alcuni spazi moderni ed innovativi da cui partire, ad esempio da quelli degli imprenditori, dei giovani e dei professionisti, ma ci sono altri spazi dai quali l'antimafia rischia di essere addirittura espulsa: quelli dei quartieri popolari delle grandi città e dei piccoli paesi delle aree interne, del mondo dell'emarginazione e dei disoccupati. Rimane un lavoro intenso che richiede un'antimafia operosa e radicata capillarmente.

Resta poi il nocciolo duro dell'azione repressiva su cui bisogna avere il coraggio di dire parole più chiare e più nette. Sull'articolo 41-bis non possiamo limitarci ad un confronto su chi ha avuto la primogenitura. Attenzione, i boss mafiosi oggi attendono un segnale di attenuazione. A nostro avviso, invece, occorre renderlo ancora più severo ed efficiente, pronti anche a riaprire, se necessario, carceri come l'Asinara e Pianosa.

Alle richieste dei boss mafiosi sulla revisione dei processi e sull'abolizione dell'ergastolo si deve rispondere in modo netto e compatto evitando ogni ipotesi di apertura, non lasciando alcun dubbio sulla severità delle pene e sulla loro applicazione. Per tale motivo, è necessario un sistema compiuto di doppio binario. Si può abolire subito il patteggiamento allargato che in secondo grado ha consentito a boss e grandi trafficanti internazionali di droga di usufruire di sconti di pena vergognosi. Si deve abolire il gratuito patrocinio che pone a carico dello Stato l'onorario dei difensori, anche per boss mafiosi che non collaborano e che rimangono capimafia operativi come Provenzano.

Dobbiamo finalmente dare una risposta concreta e chiara ai testimoni di giustizia riconoscendo i loro diritti. Allo stesso modo, la Procura nazionale antimafia deve essere dotata di maggiore potere nell'aggressione ai patrimoni e nella lotta al riciclaggio internazionale. I patrimoni mafiosi vanno colpiti con più rapidità ed efficienza e trasformati in attività produttive e sociali, i cantieri devono essere controllati e le attività delle risorse pubbliche devono essere gestite in modo coerente e chiaro.

Concludo, Presidente, sottolineando che c'è una sfida, quella di liberarci tutti della classe dirigente collusa o incapace di coniugare legalità e sviluppo. Oggi questa sfida va rilanciata per assicurare al confronto politico e alle possibili convergenze da realizzare in questo campo un limpido e trasparente profilo di impegno e di unità. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e dei senatori Peterlini, Benedetti Valentini e Giai).

Signora Presidente,chiedo di poter allegare il testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

È iscritto a parlare il senatore D'Ambrosio Lettieri. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, le espressioni di apprezzamento suscitate anche in larghi settori dell'opposizione sono la più chiara dimostrazione di come il discorso del Capo del Governo rappresenti per impianto, contenuti e toni un autentico spartiacque nella recente e controversa storia politica del nostro Paese.

Le parole del presidente Berlusconi ed il suo richiamo convinto, sincero e ripetuto a riportare il confronto politico nell'alveo di una dialettica anche aspra, quando occorra, ma rispettosa della dignità e del ruolo di ognuno, costituiscono infatti la pietra d'angolo per una nuova stagione del confronto politico-istituzionale.

Si è molto parlato e molto scritto, nelle ultime settimane, della necessità che questa XVI possa essere una legislatura costituente, in grado di produrre le riforme che, ridisegnando un quadro di regole condivise, consentano all'Italia di intraprendere il necessario cammino di modernizzazione e di ricominciare finalmente il processo di ripresa.

Alla luce del discorso rivolto al Parlamento dal Presidente del Consiglio, quello che ieri poteva essere considerato solo un auspicio oggi è diventato una prospettiva concreta e perseguibile.

Questo è un fatto, ed è un fatto straordinario perché restituisce alla politica la sua dimensione e la sua funzione più autentica, liberando il campo da polemiche e contrapposizioni troppo spesso autoreferenziali, per concentrarsi invece sulla necessità di ascoltare, interpretare e rispondere presto e bene alle istanze dei cittadini italiani.

Certo, è necessario che lo spirito dialogante non si limiti ad essere solo e semplicemente un antidoto contro le faziosità degli opposti schieramenti, ma diventi anche metodo e prassi per far fronte alle molte ed urgenti questioni ancora aperte nel Paese. Il presidente Berlusconi nel suo discorso ha voluto ricordarle tutte, in perfetta coerenza con il programma di Governo presentato agli elettori e scritto con mano chiara, decisa e prudente.

Tuttavia, vorrei spendere qualche parola per almeno una delle grandi questioni enunciate dal capo del Governo, quella che riguarda il Mezzogiorno del Paese, una questione ancora aperta e che attende un segno innovativo rispetto a politiche fin qui rivelatesi insoddisfacenti.

Il Presidente del Consiglio ha fornito al riguardo una precisa indicazione programmatica, affermando che il nostro Sud è una risorsa formidabile per lo sviluppo, ma aggiungendo anche che le Regioni meridionali debbano liberarsi dal peso delle cattive abitudini e dalla criminalità organizzata per dispiegare in pieno il loro straordinario potenziale di creatività, di intelligenze, di voglia di fare e di crescere. Si tratta di un approccio convincente e condivisibile perché non v'è dubbio alcuno che la soluzione dei problemi del Mezzogiorno debba partire dal Sud stesso, dalla gente, dalle sue risorse e, necessariamente, dalle istituzioni e dai suoi rappresentanti.

In questo senso, l'attuazione del federalismo, declinato in una logica solidale, può rappresentare una preziosa opportunità se si sarà capaci di rompere circuiti spesso pigri e poco virtuosi e di accendere un percorso di emancipazione in grado di muovere verso la modernità e un maggiore dinamismo economico. Anche qui però serve all'interno del Governo una logica di reciprocità e di dialogo se si vuole perseguire l'interesse nazionale ed abbandonare le logiche che hanno come unico orizzonte la rivendicazione esclusiva a tutela dei singoli territori. (Richiami del Presidente).

In questo inedito ed incoraggiante scenario di aperture e di confronto nuovo e positivo, bisognerà guardarsi dagli irriducibili alfieri del muro contro muro, che, non trovando più spazi nelle istituzioni, potrebbero essere tentati di tracimare altrove, magari anche nelle sedi della pubblica informazione, dove non è pensabile né possibile che possano essere consentite - e poco rileva se consapevolmente o meno - vere e proprie aggressioni che non risparmiano nessun presunto nemico, neanche quando questo occupa le più alte cariche dello Stato. (Il microfono si disattiva automaticamente).

 

PRESIDENTE. Senatore D'Ambrosio Lettieri, le avevo segnalato la scadenza del tempo. La prego di concludere.

 

D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Concludo con un ricordo. Era il 2 luglio 1948 quando Alcide De Gasperi presentò proprio in quest'Aula un suo discorso, facendo riferimento a una necessità, quella dell'etica della responsabilità, che costituisce il vero elemento di progresso di una democrazia e di una Repubblica. Questo concetto è stato ripreso dal presidente Berlusconi con pari dignità ed autorevolezza. Credo che essa rappresenti il migliore auspicio per augurare a lei, signor Presidente, ed a tutti noi buon lavoro per il bene del Paese. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Garavaglia Massimo. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signora Presidente, vorrei formulare gli auguri di buon lavoro al presidente Berlusconi e a tutti i membri del Governo. Vi è bisogno di ottimismo perché la situazione non è delle migliori; lo sappiamo e lei, Presidente del Consiglio, lo ha espresso bene nel suo discorso iniziale.

Desidero aggiungere qualche nota sui conti pubblici, perché purtroppo la frenata dell'IVA del mese di marzo, inchiodata a una crescita dello 0,4 per cento, significa che, se si andrà avanti così, le entrate avranno un buco di 10-12 miliardi di euro.

Vorrei esprimere un'altra notazione sull'evasione fiscale. Sul fatto che sia doverosa la lotta all'evasione fiscale siamo d'accordo tutti: è importante l'entità di tale fenomeno, ma occorre considerarne anche la distribuzione territoriale. A fronte di una Lombardia in cui l'evasione fiscale è al 13 per cento, vi sono realtà dove la situazione è patologica, con tassi superiori al 60 per cento in Campania e in Puglia, al 65 per cento in Sicilia e al 94 per cento in Calabria. Sembra incredibile ma chi non ci crede può digitare su Internet, su un qualsiasi motore di ricerca, «evasione IRAP» e trovare un ottimo dossier pubblicato a luglio dell'anno scorso contenente a pagina 22 questa tabella. I dati sono impressionanti e indicano che c'è tanto da fare.

Veniamo al punto: la Lega Nord ha ottenuto un risultato molto importante, soprattutto perché ha puntato - come sempre - sul sempreverde federalismo. Evidenziamo in questa sede l'aspetto più economico della questione rimandando ad altre occasioni la questione più politica di federalismo inteso come nuovo patto per tenere unito e coeso l'intero Paese. Ci vogliamo soffermare in particolare sullo stretto legame che c'è tra la lotta alla burocrazia e, quindi, la riduzione della spesa pubblica, e il federalismo come mezzo per arrivare a tale obiettivo. Il messaggio di Stato snello e modernamente organizzato ha fatto breccia e la gente lo vuole davvero. È una lotta contro la burocrazia che incrementa la spesa pubblica, frena lo sviluppo e, per questa via, anche le entrate, condotta attraverso il federalismo come strumento di sviluppo e di controllo della spesa pubblica.

Vorrei fornirvi alcuni esempi degli effetti negativi di questa burocrazia intesa nella doppia accezione di pubblica amministrazione e in quanto alla base di complicazione di processi amministrativi. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione la situazione del nostro Paese è caratterizzata non solo dal numero imponente dei dipendenti del settore che ammonta a 3.600.000 unità (come negli Stati Uniti d'America che sono un po' più grandi dell'Italia), ma anche e soprattutto da una bassa qualità del servizio prestato.

Cito due esempi per spiegare la bassa produttività del servizio della pubblica amministrazione. In primo luogo, vi è la disorganizzazione che costa allo Stato 26 miliardi di euro l'anno: il 56 per cento del personale della pubblica amministrazione è concentrato nei Ministeri centrali ed è cinque volte quello della Germania in cui tale percentuale non supera l'11 per cento. Non ci possiamo permettere questi 26 miliardi di euro di extracosto. Un altro esempio è la scarsa produttività, di cui un indice è l'assenteismo. Senza arrivare agli eccessi del Comune di Roma in cui, durante l'amministrazione di Veltroni, si è arrivati a registrare in media 39 giornate di assenze l'anno (senza considerare i giorni di ferie), guardiamo il dato nazionale: nella pubblica amministrazione i giorni di assenza sono in media 19, nel settore privato 4. C'è qualcosa che non quadra. Ha ragione il professore Ichino a sostenere che basterebbe reintrodurre la franchigia dei tre giorni. Proviamo a fare questo.

Un altro aspetto che ho citato è quello della burocrazia intesa come complicazione della vita di tutti i cittadini, in particolare delle imprese. Su questo versante si può veramente fare molto e puntiamo sul Ministero della semplificazione legislativa. La burocrazia intesa come complicazione costa un punto di PIL l'anno: sono altri 16 miliardi di euro che si aggiungono ai 26 miliardi già citati. Anche questo non ce lo possiamo più permettere. Ci sono 170.000 leggi: solo per arrotondare all'euro tutti i riferimenti numerici in esse presenti occorrerebbero mesi se non addirittura anni. È un compito veramente imponente.

Auguro quindi buon lavoro a lei, signor Presidente del Consiglio, e a tutto il Governo, con la piena fiducia del Gruppo della Lega Nord che spinge con coraggio sul federalismo, l'unico vero modo per ottenere controllo della spesa pubblica e sviluppo ed equità per tutto il Paese. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, è un grande onore per me parlare in quest'Aula come rappresentante dei consumatori.

I continui rincari di prezzi e tariffe hanno messo in ginocchio milioni di famiglie che, dal 1° gennaio 2002, non riescono più a far quadrare i magri bilanci e devono indebitarsi per sopravvivere. Secondo Bankitalia, i debiti finanziari delle famiglie italiane, pari a 493 miliardi di euro, continuano ad aumentare, con un incremento dell' 11 per cento rispetto all'anno precedente. In un solo anno il rapporto tra debito e reddito disponibile, pari al 48 per cento, è aumentato di tre punti. Invece, sempre secondo l'ultima indagine della Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie italiane, il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è rimasto sostanzialmente stabile (+ 0,3 per cento) dal 2000 al 2006, considerando l'aumento del costo della vita, mentre il reddito delle famiglie dei lavoratori autonomi è cresciuto del 13,1 per cento.

È stato calcolato che, con il pretesto dell'euro e i mancati controlli, in 7 anni siano stati sfilati dalle tasche dei consumatori a reddito fisso che subiscono i rincari, ben 137 miliardi di euro, il 10 per cento del PIL, intascati da coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, come monopoli elettrici e del gas, oligopoli bancari, cartelli assicurativi, municipalizzate e ben note corporazioni di interessi, che predicano il liberalismo ma, nei fatti, difendono con le unghie e con i denti le loro rendite di posizione.

Alcune norme approvate dal suo precedente Governo, signor Presidente, come il decreto-legge 8 febbraio 2003, n. 18, recante "Disposizioni urgenti in materia di giudizio necessario secondo equità", per salvare il cartello di imprese assicurative sanzionate dall'Antitrust per comportamenti abusivi del mercato, non hanno certamente aiutato i consumatori ... (Applausi dal Gruppo LNP) ...ma, al contrario, hanno generato un messaggio devastante di diffusa impunità: se le imprese si mettono d'accordo per determinare prezzi o tariffe RC-Auto più elevate rispetto a quelle di una corretta concorrenza e vengono sanzionate dall'Antitrust, il Governo vota una sanatoria come incentivo a trasgredire le corrette regole del mercato basate sulla competizione.

Gli ultimi aumenti dei prezzi dei carburanti, signor Presidente, oltre ad incidere sulle tasche degli automobilisti, comportano una notevole ricaduta sui beni di largo consumo. Riteniamo urgente un intervento per la riduzione delle accise.

In questi anni, signor Presidente, sono cresciute le disuguaglianze direttamente proporzionali agli utili di alcune imprese al riparo dalla concorrenza, come le banche, che hanno raddoppiato gli utili e pagato meno tasse. Qualche giorno fa lo stesso Governatore di Bankitalia ha inviato una lettera per stigmatizzare il comportamento di banche che non applicano la legge sulla portabilità dei mutui e la surroga, senza peraltro comminare doverose sanzioni. Oggi l'Antitrust ha aperto dieci istruttorie su altrettante banche.

Signor Presidente, nelle sue dichiarazioni non abbiamo sentito parlare di rilancio della lotta all'evasione fiscale, di funzionalità della giustizia, di trasparenza dei mercati, di pluralismo dell'informazione, di lotta alla casta ed agli sprechi, di lentezza e farraginosità della burocrazia, della questione Rai come servizio pubblico.

In un recente studio, che la CGIL ha affidato ad un gruppo di esperti, sui bilanci RAI dal 2002 al 2006, emerge un grave situazione di criticità: con 11.436 dipendenti, 1.872 contratti a tempo determinato, 43.000 collaboratori, la RAI, che senza interventi potrebbe fare la fine dell'Alitalia, è costretta ad esternalizzare la maggior parte della programmazione a società esterne ed invece di svolgere un ruolo proprio del servizio pubblico, diffonde la dottrina dei pacchi, come il programma appaltato "Affari tuoi", invece di una cultura basata sui valori e sull'educazione, specie delle giovani generazioni, all'impegno ed all'etica della responsabilità.

Etica ed economia, quell'etica protestante e lo spirito del capitalismo teorizzato da Max Weber, sono due facce della stessa medaglia. L'economia non può prescindere dall'etica dei comportamenti. Ci sono troppi intrecci tra politica ed affari, troppi conflitti di interessi in tanti settori e chiedo scusa se mi permetto di ricordare in quest'Aula la questione morale di Enrico Berlinguer.

Bisogna dare risposte urgenti, signor Presidente, a 3,2 milioni di famiglie indebitate a tasso variabile per precise responsabilità delle banche, con rate impossibili cresciute di 180-200 euro al mese e che rischiano di perdere la casa costata sudore e sacrifici; ad 8 milioni di uomini e donne che vivono sotto la soglia di povertà e che hanno perso qualsiasi speranza; a milioni di precari ad 800 euro al mese, spesso ricattati alla scadenza dei contratti, un esercito di giovani che invecchiano senza prospettive per il futuro, anche a carico dei genitori, e che non possono formarsi una famiglia; alle forze dell'ordine, che svolgono con abnegazione un lavoro difficile e pericoloso e che a volte non hanno neppure i soldi per la benzina; bisogna restituire la certezza della pena rifuggendo dai colpi di spugna come l'indulto, che non è servito per i piccoli delinquenti ed i ladri di polli ritornati per la maggior parte in galera, ma per i colletti bianchi ed i tanti furbetti del quartierino.

Noi, signor Presidente ed onorevoli colleghi, non faremo un'opposizione pregiudiziale; distingueremo i fatti dalla propaganda. Sulla sicurezza, sinonimo di libertà e di tutela individuale dei diritti dei cittadini; sulla legalità ed il rispetto delle regole; sulla possibilità di riduzione delle tasse che passa tramite la lotta all'evasione fiscale che è l'esatto contrario della politica dei condoni, dei perdoni tombali ed ambientali e dello scudo fiscale promosso dal suo precedente Governo; sulla riduzione dei costi della politica; sulla regolamentazione dei flussi migratori ed il reato di immigrazione clandestina; sui progetti e sulle infrastrutture per modernizzare il Paese; sulle morti bianche, sui troppi caduti sul lavoro; sulla tutela dei consumatori, che hanno bisogno dell'azione collettiva come deterrente ai comportamenti scorretti e fraudolenti.

Sappiamo che la congiuntura internazionale scatenata dal tentativo di Alan Greenspan di rilanciare l'economia sui debiti è difficile.

Concludo, signor Presidente, ricordando Robert Kennedy. Nel 1968 a Dallas, poco prima di essere ammazzato, fece un celebre discorso sul prodotto interno lordo, che misura l'economia reale, ma non misura le emozioni di un Paese. I prodotti derivati, quella carta straccia delle grandi banche d'affari, hanno raggiunto 600.000 miliardi di dollari; il PIL mondiale 40.000 miliardi di dollari.

Signor Presidente e signor Ministro dell'economia, al prossimo G8 che si terrà alla Maddalena fissiamo nell'agenda almeno la riforma di un nuovo ordine monetario per impedire agli oligarchi di attentare alla sovranità degli Stati e alla sicurezza della Nazione. (Applausi dai Gruppi IdV e PD e dei senatori Peterlini e Giai).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (PdL). Signora Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, colleghi, per la quarta volta nell'arco di quattro distinte legislature si presenta a chiedere la fiducia del Senato un Governo presieduto da Silvio Berlusconi, il quale non può più ritenersi, come a qualcuno tendenziosamente parve, un ospite indesiderato, un personaggio di transizione nella storia della democrazia italiana. Non può proprio dirsi così da sinistra e ho l'impressione che il dibattito anche nell'altra Aula del Parlamento ci consenta di rilevare come, quanto e perché le cose siano cambiate.

Ci fu anche chi, signor Presidente, nell'ambito della stessa tradizione liberale e degasperiana quanto la sua, ahimè, come il sottoscritto, quando nel gennaio 1994 ascoltò qui in Senato il suo discorso di cosiddetta scesa in campo, pensò: le ragioni sono nobili, le intenzioni ancora più nobili, speriamo che non indebolisca la tradizione degasperiana, speriamo che non sia "laurismo" da presidente del Milan.

La vicenda ha dissipato tutte quelle incaute perplessità. Con il pieno rispetto per la figura lontana di Achille Lauro, con il pieno rispetto dei tifosi del Napoli e dei tifosi del Milan (ieri abbiamo avuto modo di registrare diversità di sentimenti sull'argomento), Berlusconi ha resuscitato la tradizione liberale e degasperiana che invece si era arresa senza combattere in quest'Aula tra il 1992 e il 1994 ad uno schieramento politico fatto da quelli che scesero in campo con lo slogan: per continuare l'opera dei giudici nel 1994 votate il progressista.

Quindi, se mi è consentito un altro volgare riferimento di biografia personale, nonostante quella battutaccia sul Napoli e sul Milan mi trovai fuori del Parlamento, ma contento che avesse prevalso il Polo della Libertà e del Buon Governo, rispetto allo schieramento che voleva continuare l'opera dei giudici (e uso quest'ultima parola senza neanche le virgolette).

Ecco perché i partiti, le coalizioni, i poli costituiti, presidiati e guidati da Silvio Berlusconi sono una realtà della nostra democrazia rappresentativa cui oggi va il rispetto dell'opposizione. Ecco perché sbaglieremmo noi di maggioranza a ritenere che questo clima sia dovuto. No, non è dovuto: la maggioranza ha i suoi diritti e in questa Aula spero che riusciremo a farli valere, ma fra essi non c'è quello di pretendere che l'opposizione si faccia in un modo invece di un altro. Ma, per venire al concreto, se nelle prossime settimane sul pacchetto sicurezza venisse chiesta ogni venti secondi la verifica del numero legale e l'Aula fosse trasformata in una facoltà universitaria interrogandosi su quanto della condizione di clandestinità rientri nelle competenze della procedura penale e quanto no, si commetterebbe un errore imperdonabile.

Visto che sono alla conclusione, proprio a questo proposito, signor Presidente del Consiglio, mi piacerebbe che l'applauso alle forze dell'ordine che lei ha chiesto ed ottenuto oggi pomeriggio in quest'Aula valga soprattutto per l'onore con il quale le stesse, ieri, fra Napoli e Salerno, fra Ponticelli e Pontecagnano, hanno difeso quelle tradizioni di umanità e di civiltà, anche nel caso della rivolta nazional-popolare contro le comunità dei rom. Onore alle forze dell'ordine e ci auguriamo, e siamo certi, che il suo Governo, al quale va certamente la mia fiducia, sia degno di questa tradizione negli impegni che lo attendono. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ignazio Marino. Ne ha facoltà.

MARINO Ignazio (PD). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, signore e signori del Governo, onorevoli senatrici e senatori, abbiamo ascoltato con attenzione il discorso di oggi e di ieri e, personalmente, mi rammarico che l'unico riferimento ai temi della salute dei cittadini sia stato un vago accenno al fatto che, cito letteralmente, si debba modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della salute e del benessere.

Mi chiedo, signor Presidente del Consiglio, quale sia in concreto questo cambio di mentalità che lei auspica, se significhi puntare su migliori ospedali o maggiore medicina sul territorio, se significhi un servizio pubblico più efficiente oppure un maggiore peso della sanità privata. Non abbiamo avuto dettagli da lei e, purtroppo, mi sembra che l'impostazione del nuovo Governo rispetto ai temi della sanità sia molto chiara: la salute dei cittadini non sembra rientrare nelle priorità del IV Governo Berlusconi.

Signor Presidente del Consiglio, lei poteva istituire il Ministero della salute ma ha scelto di non farlo e, per la prima volta nella storia della Repubblica, l'Italia non avrà un coordinamento centrale ed una figura di riferimento autorevole per i problemi dei pazienti, dei medici, degli infermieri. È vero che da alcuni anni molte competenze sono state trasferite alle Regioni, che amministrano direttamente il complesso mondo della sanità, ma è altrettanto vero che un coordinamento nazionale è sempre stato considerato essenziale per salvaguardare i princìpi dì omogeneità su tutto il territorio nazionale e di equità nell'assistenza ai nostri cittadini.

Ma partiamo dagli aspetti pratici, che certamente non sfuggono a chi come lei ha il compito gravoso di governare il Paese. Il Ministro della salute, come tutti voi sapete, partecipa - o meglio partecipava - al Consiglio dei ministri e quindi a tutte le decisioni più importanti; i Sottosegretari no, dato che non possono prendere parte alla riunione del Consiglio dei ministri e, soprattutto, non hanno diritto di voto. Ciò significa che quando si discuterà, per esempio, dei finanziamenti da destinare alla sanità, non ci sarà nessuno a difendere gli interessi di questo importantissimo settore. Ci si dovrà accontentare della mediazione del Ministro del Welfare che, però, allo stesso tempo e allo stesso tavolo, dovrà preoccuparsi anche di finanziare adeguatamente le politiche per il lavoro e quelle sociali. Inoltre, verrà meno una funzione di regia autorevole, riconosciuta a livello internazionale dagli altri ministri della salute europei ed extraeuropei, nel compito della prevenzione di malattie che pongono problemi planetari, basti pensare alla SARS o al bioterrorismo.

Tuttavia, i compiti del Ministro sono anche altri e vanno dalla definizione dei livelli essenziali di assistenza, al piano nazionale per le vaccinazioni, alle emergenze sanitarie come quella dei rifiuti in Campania, alla negoziazione dei contratti del comparto sanitario, e potrei continuare.

Sebbene dal punto di vista strettamente giuridico tutte queste funzioni saranno assunte da un Sottosegretario, e quindi in apparenza tutto rimarrà uguale, in realtà, politicamente parlando, è solo con la presenza di un ministro che si riconosce ad un determinato settore un'importanza strategica, cruciale per la vita dei cittadini e per il buon funzionamento dello Stato. Probabilmente - non vorrei sembrare sarcastico perché non è questo il mio obiettivo - è proprio per questo che tutti i Paesi del mondo hanno un ministro della salute.

Mi chiedo, inoltre, quale sia il piano per affrontare ì problemi più urgenti che riguardano il Servizio sanitario nazionale, in particolare la sicurezza degli ospedali, il controllo e la valutazione delle prestazioni e dei professionisti, il contratto dei medici. Credo siamo tutti d'accordo sul fatto che sia necessario introdurre la cultura della valutazione, ma non basta la mentalità a cui lei ha fatto riferimento, servono anche gli strumenti per valutare: in sanità servirebbe un organismo snello - uno solo - con ampi poteri di intervento, che valuti periodicamente l'operato di manager e dirigenti sanitari, come avviene in molti altri Paesi europei ed extraeuropei.

Per rendere efficiente il nostro sistema sanitario vanno controllate e valutate la qualità dei servizi, la sicurezza, gli sprechi dal punto di vista clinico, ma anche gestionale. Inoltre, seguendo criteri identici, dovrebbero essere valutati sia il servizio pubblico che le strutture private. Purtroppo, nel suo discorso non vi è traccia di questi principi fortemente innovativi e moderni, né di alcuno strumento concreto per il mondo delle sanità.

Infine, vale la pena ricordare che la nostra Costituzione, all'articolo 32, indica che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite. Non è un principio scontato: negli Stati Uniti, per fare un esempio, la salute non è considerata un diritto, ma piuttosto un servizio per cui è necessario pagare e, infatti, la Costituzione americana non se ne occupa.

Su questo punto, a mio avviso, è stato fatto un grave errore. Il Governo per cui il presidente Berlusconi chiede la fiducia ha deciso di cambiare rotta: la logica che si è scelta è quella di una spinta ulteriore nella direzione del federalismo sanitario. Non nascondiamoci però dietro a un dito: in sanità questo significa che alcuni cittadini potranno continuare a curarsi in maniera ottimale, mentre altri dovranno accontentarsi di pregare di non ammalarsi mai. L'annullamento di un punto di riferimento nazionale non è casuale: dimostra la volontà di indebolire uno dei cardini dell'unità del nostro Paese e di aumentare il divario tra le Regioni, già enorme e molto difficile da colmare. Io non trovo accettabile che i diritti e la salute dei cittadini delle regioni più efficienti siano protetti, mentre quelli delle regioni più deboli affondino.

Per tutti questi motivi mi auguro che il Presidente del Consiglio vorrà porre rimedio ad una grave mancanza che, se non corretta, creerà grandi disagi e ingiustizie per gli abitanti del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

CARRARA (PdL). Signora Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli senatrici e senatori, in questa occasione così solenne vorrei aprire il mio intervento ispirandomi a un grande liberale, un insigne Presidente del Consiglio del passato che ha contributo a far crescere il nostro Paese in un periodo difficile come quello che stiamo attraversando noi ora: si tratta di Giovanni Giolitti. Lo statista piemontese, prendendo la parola in un comizio di 110 anni fa, rivolgendosi ai suoi elettori così si espresse: «Il popolo italiano ha un'immensa tolleranza, una grande abnegazione e sarebbe disposto ai più duri sacrifici». E continua: «ma non si può pretendere da esso che sopporti con eguale eroismo le conseguenze di cattive leggi e di cattivi metodi di governo, che da anni e anni i ministeri promettono di mutare, e che ogni anno peggiorano. È urgente che il governo e i partiti costituzionali si persuadano che il Paese non presta più fede alcuna alle promesse e che solamente con un'energica azione, con un radicale mutamento di indirizzo si può riconquistare la fiducia delle popolazioni». Sembra scritto oggi.

Onorevole Presidente del Consiglio, dobbiamo fare nostre queste parole affinché cessino le cattive leggi e le cattive pratiche di Governo, affinché il popolo italiano, respingendo le sirene dell'antipolitica possa ristabilire piena sintonia con le sue istituzioni, oggi da tutti noi rappresentate.

Nel suo meritorio intervento, per chiedere la fiducia a questo Parlamento, lei lo ha detto bene: l'Italia non può più permettersi di perdere tempo, le sfide che ci attendono richiedono un'azione immediata ed efficace e le altissime aspettative che i cittadini ripongono in noi non possono andare ancora una volta deluse. Ne va del nostro presente, ne va del nostro futuro, ne va della nostra credibilità. Ed è proprio con quello spirito di missione per il nostro Paese, che ella ha invocato durante il suo discorso alle Camere, che mi accingo a confermare al suo Governo, al mio Governo, la fiducia, condividendo con gli altri colleghi questa sua nuova svolta epocale.

Ribadisco: è una svolta epocale perché siamo in presenza di una maggioranza chiara e forte che ha trionfato alle recenti elezioni, la cui forza non sta solo e semplicemente nei numeri ma soprattutto nelle idee, nella determinazione, nella buona volontà, nel dialogo costruttivo e nella sua classe dirigente altamente qualificata. L'entusiasmo della vittoria è stato grande, ma non ci siamo fatti inebriare dal richiamo della soddisfazione fine a se stessa. Abbiamo mantenuto un comportamento improntato alla sobrietà, consapevoli di quanto lavoro ci attende, un lavoro che, sono certo, consegnerà agli annali della Repubblica uno dei migliori e più determinanti Governi dell'Italia moderna.

Noi non partiamo da zero: il suo precedente lavoro, signor Presidente, è testata d'angolo per i futuri successi. Abbiamo infatti alle spalle il lavoro prodotto quando siamo stati, fra mille resistenze esterne ed anche interne, alla guida del Paese, dal 2001 al 2006. Tutta la nostra compagine di Governo saprà far tesoro di questa passata ed importante esperienza.

Signor Presidente, occorre innanzi tutto adoperarsi per un miglior funzionamento delle istituzioni e del sistema politico e costituzionale in generale. In questo, siamo certi che, pur nel ripristino dei ruoli diversi, anche l'opposizione vorrà contribuire ad un proficuo confronto di idee, ad uno scambio schietto e trasparente di vedute, all'occorrenza magari anche aspro, ma senza scadere mai in confusa e futile rissa, in contrapposizione ideologica fine a se stessa che guarda più agli interessi di parte che a quelli generali della nazione italiana.

Lo sappiamo e lo abbiamo detto: le sfide che ci attendono sono enormi, ma questo Governo e questo Parlamento devono avere la consapevolezza che l'Italia e gli italiani hanno tutte le carte in regola per potersi rivolgere al futuro con uno sguardo di fiducia e di speranza, quella fiducia che noi siamo orgogliosi di darle domani in quest'Aula, signor Presidente del Consiglio, e quella speranza che milioni di italiani hanno riposto in lei e che, sono certo, ella saprà ripagare nel migliore dei modi. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ramponi. Ne ha facoltà.

RAMPONI (PdL). Signora Presidente, signor presidente Berlusconi, le idee, i concetti gli intendimenti espressi nel suo discorso si identificano con quelli che albergano nella mia mente e nella mente dei cittadini che ci hanno dato il voto. Nel discorso, considerato il poco tempo che ho a disposizione, toccherò due punti: gli argomenti della difesa e della sicurezza.

Lei ha affermato che solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel mondo, di cui siamo orgogliosi. Molto bella, signor Presidente, questa visione nuova e pragmatica della connessione tra la crescita del Paese, il sostegno e - se mi permette - la valorizzazione dell'impegno dei nostri soldati, a cui lei e noi tutti tributiamo un forte attestato di stima e gratitudine. Al di là di questo attestato, che puntualmente si manifesta (l'ho sentito anche poco fa, qui in Aula), è tempo che, proprio in occasioni come queste, si assuma la decisione di definire - come lei dice - anche rispetto alla loro opera un chiaro e adeguato sostegno, degno di uno Stato del nostro livello, che intende affermare la sua presenza sulla scena mondiale.

Tale sostegno deve essere basato su un'ipotesi finanziaria precisa e non oscillante: si dia quello che si può per il livello del nostro Paese, ma non si oscilli, per consentire una programmazione seria (come tutti i precedenti della sua vita insegnano si debba fare). In patria, tra l'altro, i nostri uomini percepiscono un trattamento sempre inferiore, più o meno, a quello che percepiscono i loro colleghi francesi, inglesi, tedeschi e spagnoli. Non mi risulta, signor Presidente, che tale differenza si riproponga, ad esempio, per noi parlamentari (non mi risulta, cioè, che noi parlamentari si percepisca meno dei parlamentari degli Stati omologhi) e ciò vale anche per tanti altri incarichi della pubblica amministrazione: è opportuno operare - e le sarò tanto grato se lo farà - per riequilibrare questa situazione.

Per quanto attiene alla sicurezza dei cittadini all'interno dello Stato, la problematica chiaramente è ancora più ampia e vari fattori, tra loro strettamente interconnessi, concorrono a questa situazione: il contesto normativo; l'atteggiamento di chi amministra la giustizia ed il funzionamento della struttura; la certezza della pena, che poi è fortemente condizionata dalla disponibilità nell'ambito delle carceri; l'opera delle forze dell'ordine e la partecipazione della società. Non posso trattare tutto, perché mi rimangono un paio di minuti: mi limiterò, pertanto, al discorso relativo alle forze dell'ordine. Al di là del puntuale e ripetuto attestato di stima, degli applausi e dei riconoscimenti, anche loro vanno adeguatamente sostenute. Il discorso è identico a quello fatto per il settore della difesa, per il personale, per l'esercizio e per l'ammodernamento.

Si dice che la politica, signor Presidente, sia l'arte del compromesso: può darsi che sia così, ma a mio parere, per chi la interpreta come dedizione e servizio per il bene della società, la politica è l'arte della definizione delle priorità quantitative delle risorse da assegnare in modo da garantire nel modo migliore i servizi ai cittadini. In questo quadro, il sostegno che garantisca efficienza alle forze dell'ordine è politicamente prioritario rispetto a tante altre spese che drenano le risorse dello Stato e non arrecano alla nostra società alcun vantaggio.

Grazie, signor Presidente del Consiglio, anche per la pazienza che oggi dimostra: le faccio tanti auguri di cuore e le garantisco tutta la mia collaborazione. Rivolgo i miei auguri anche al popolo italiano. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Franco Vittoria. Ne ha facoltà.

FRANCO Vittoria (PD). Signora Presidente, colleghe e colleghi, signor Presidente del Consiglio, nel suo discorso ha posto fra le priorità della politica, in questo momento, la crescita e lo sviluppo del Paese. Ed è vero che questo è diventato il problema dei problemi per chiunque governi: crescita e, vorrei aggiungere, modernizzazione del Paese.

Che cosa fare e come farlo, però? Questo è l'altro problema che lei ha affrontato semplicemente per titoli, sul quale ha fornito semplicemente qualche linea generale e dunque il suo discorso ci consente di fare valutazioni soltanto parziali. Dovremmo sospendere il giudizio e aspettare i fatti, gli atti concreti. Anche il rinvio che al programma elettorale del suo schieramento non aiuta; alcuni temi, lì, non vengono neanche menzionati. Per esempio, non si fa cenno ad una questione a nostro avviso centrale per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese: il lavoro femminile. Nel suo discorso dice che crescere significa dare alle donne, nel lavoro e negli altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia. Autonomia, signor Presidente, per noi è una parola molto preziosa.

L'autonomia femminile è una cosa molto seria: significa poter realizzare i propri progetti di vita e non sopporta toni - mi consenta - talvolta poco rispettosi, come quelli da lei usati in campagna elettorale, quando alla giovane precaria che le chiedeva come riuscire a formare una famiglia senza un lavoro stabile, rispose che le consigliava di sposare suo figlio o qualcosa del genere. Non possiamo sapere quale sia il suo pensiero autentico, ma prendiamo atto che ha cambiato registro e ci aspettiamo coerenza. Per le giovani donne conquistare l'autonomia significa anche non dover continuare a rinviare il futuro, il lavoro, la maternità, la famiglia. Le giovani si aspettano atti concreti e non petizioni di principio.

Mi fa piacere che sia qui presente il ministro Mara Carfagna, alla quale auguro davvero di cuore buon lavoro. Lei, come noi, sa molto bene che le donne italiane sono molto esigenti, esigono rispetto; lei sa che vogliono essere protagoniste nella società, nel lavoro, nelle professioni, nelle istituzioni e nella politica: rivendicano diritti e pari opportunità. Tutti i dati confermano che le donne sono più istruite, oggi, si laureano in maggior numero, ma sul mercato del lavoro restano indietro agli uomini. Non raggiungono, se non raramente, le posizioni più elevate nelle carriere. La maternità è ancora un ostacolo per la loro realizzazione, per la loro affermazione.

Un Paese moderno, che vuole crescere e svilupparsi, non può più rinunciare ai loro talenti, ai loro saperi, alle loro capacità e non c'è crescita possibile della società e del Paese se non c'è investimento sul lavoro e sui talenti femminili: le donne sono la vera risorsa dello sviluppo del nostro Paese. L'esperienza di altri Paesi dimostra che le società che più investono sulle donne e sul lavoro femminile sono anche quelle più sviluppate, più coese, più ricche, sono quelle nelle quali cresce il tasso di natalità, perché la coppia si sente più sicura e più capace di investire sul futuro e sulla crescita della famiglia. Soprattutto, vi sono meno bambini in condizioni di povertà. Siamo ancora molto indietro su questa strada, lo sappiamo bene, nonostante alcuni provvedimenti positivi del precedente Governo, che noi abbiamo apprezzato.

Siamo 11 punti sotto la media europea. Nel Sud le donne rinunciano persino a cercarlo, un lavoro. Una donna su cinque è costretta a lasciare il lavoro quando nasce il primo figlio e difficilmente riesce a rientrare. Sono ancora troppo grandi le differenze salariali tra uomini e donne a parità di prestazioni lavorative. Allora vi chiedo: cosa intendete fare per rimediare a questa arretratezza? Quali misure per l'imprenditoria femminile, per premiare le imprese che assumano donne e favoriscano la flessibilità sul lavoro, per sostenere la formazione? E quanto, signor Presidente, il suo Governo intende investire per creare servizi, per consentire alle donne di conciliare maternità, lavoro e carriera, e per contribuire a creare una cultura più moderna della maternità, che tenga conto della nuova condizione culturale e sociale delle donne, come ha autorevolmente, anche di recente, auspicato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?

Intendete continuare solo con gli asili nido aziendali, scelta che avete compiuto in passato e che non ha portato a risultati rilevanti, oppure pensate di realizzare servizi educativi per l'infanzia, per avvicinarci anche noi a quel 33 per cento che l'Europa ci chiede? Confermate, vi chiedo ancora (magari anche accrescendoli), i 370 milioni di euro del Governo Prodi per costruire asili nido su tutto il territorio nei prossimi due anni? Finanzierete in misura rilevante e significativa il fondo per le persone non autosufficienti?

Noi, per esempio, abbiamo proposte chiare anche sul miglioramento della legge sui congedi parentali, sulla dote per i figli, sui vantaggi fiscali per la donna che lavora e che non vuole rinunciare alla maternità. Staremo attenti a non far passare provvedimenti che mortifichino questa duplice aspirazione della donna. Su tutto questo incalzeremo il Governo e la sua maggioranza e non accetteremo l'immobilismo.

Faremo lo stesso, signor Presidente, su tutte le questioni che attengono ai diritti di libertà e alle questioni eticamente sensibili. Ci batteremo per una legge efficace contro la violenza sessuale, che è diventata ormai un fenomeno drammatico e allarmante, che si consuma per più del 70 per cento all'interno della famiglia. Mi auguro che Governo e maggioranza vogliano favorire un iter veloce del disegno di legge sulle molestie ripetute, il cosiddetto stalking, già approvato in Commissione alla Camera. Ci batteremo per l'approvazione di una legge giusta ed equilibrata sulle unioni civili, che garantisca diritti primari a chi sceglie di non sancire col matrimonio la convivenza, magari perché non può farlo.

Prendiamo atto positivamente delle dichiarazioni sue e del ministro Mara Carfagna sull'impegno a non mettere in discussione la legge n. 194, che si è rivelata saggia e lungimirante, poiché ha fatto più che dimezzare gli aborti. Il problema è, caso mai, come farla funzionare meglio sotto l'aspetto della prevenzione, dell'informazione, dell'educazione. Su questo siamo disponibili ad un confronto serio e costruttivo.

Personalmente, mi impegnerò anche affinché venga modificata la legge n. 40 sulla procreazione medicalmente assistita, perché diventi una legge a favore della maternità e della genitorialità, a tutela della salute della donna, che consenta di avere figli anche a coppie portatrici di malattie ereditarie.

E, infine, Presidente, desidero rivolgerle un'ultima domanda sulla rappresentanza di genere: sosterrete, chiedo a lei e al ministro Carfagna, una legge in attuazione del nuovo articolo 51 della Costituzione, per favorire le pari opportunità fra uomini e donne nella rappresentanza? Certo, il primo atto che lei ha compiuto, nominando Ministro solo quattro donne su 21 e Sottosegretario soltanto cinque donne su 38, per noi è piuttosto deludente.

Ma anche su questo mi auguro che, in occasione delle proposte di riforma della legge elettorale o in un altro contesto, si crei una forza trasversale delle donne in Parlamento e che - nel nome dell'esercizio della loro autonomia - si riesca a fare questo ulteriore passo verso le pari opportunità fra uomini e donne. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e della senatrice Mauro).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldini. Ne ha facoltà.

BALDINI (PdL). Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, con l'esito elettorale, la cappa sinistra che in questi due anni ha soffocato il Paese, che lo ha reso incerto, piegato, confuso e senza prospettive si è finalmente dissolta. Anche in Italia è finalmente crollato un muro e con esso sono crollati i falsi miti ed i loro interpreti.

Il tentativo di costruire la nuova casa del Partito democratico sulle fondamenta del nostro programma e della nostra cultura politica è miseramente fallito, perché (lei si è riferito a Guido Cavalcanti, a me, da toscano, piace riferirmi a Cecco Angiolieri) «chi de l'altrui farina fa lasagne, il su' castel non ha muro né fosso».

Chi faceva pronostici catastrofici sull'esito elettorale, chi sognava di giocare un ruolo su un risultato di parità al Senato è stato clamorosamente smentito. Il risultato elettorale ha infatti spazzato via la frammentazione e le vecchie ideologie, ha favorito la costituzione di un sistema bipartitico, che potrà determinare finalmente quella necessaria alternanza inseguita inutilmente per tanti decenni.

Abbiamo archiviato un'esperienza negativa, la peggiore nella storia dei Governi repubblicani. Possiamo finalmente dare inizio ad una fase dove le preoccupazioni, le incertezze e le paure debbono lasciare il passo alle grandi speranze e soprattutto alla volontà di cambiare concretamente il nostro Paese. Il Governo che si appresta a ricevere la fiducia apre all'Italia una prospettiva nuova in termini di libertà, di sicurezza, di fiducia nelle istituzioni, di sviluppo e di occupazione.

Un periodo grigio, denso di una cupa oppressione, uno Stato di censura e di controllo, ostile al lavoro, nemico dell'impresa, sordo alla modernizzazione del Paese lascerà finalmente spazio ad un nuovo corso politico.

Oggi abbiamo una grande opportunità: garantire alle future generazioni una vita in cui ogni soggetto potrà liberamente esplicare tutte le proprie potenzialità; la sua voglia di intraprendere, il suo desiderio di migliorare le proprie condizioni sul piano del lavoro e delle opportunità. Chi avrà successo, chi avrà sviluppato ricchezza e lavoro, chi avrà costruito imprese ed occupazione sarà protagonista nella nuova società che andremo a costruire.

Il consenso che la sinistra fondava sulla povertà, sulle condizioni di disagio, non è il consenso che vogliamo perseguire. Un Paese povero, costretto a piangere, non è il Paese che vogliamo. Vogliamo un Paese forte, dinamico, moderno, ricco e solidale. Ereditiamo una realtà pesante, piena di incognite e di difficoltà, ma siamo determinati a raccogliere la sfida.

La nostra volontà di dare una più forte dignità ai meriti, alla determinazione, al sacrificio e al lavoro non può essere disgiunta dall'impegno a costruire, per chi non ne ha avuto la possibilità, una condizione in cui la sua dignità ed il suo ruolo nella società vengano garantiti. Siamo consapevoli di avere un compito storico, difficile ma possibile, complesso ma chiaro: archiviare definitivamente un mondo guidato da conflitti e forti contrapposizioni ideologiche dove gli avversari sono nemici, dove la società è divisa per classi contrapposte.

Il nostro Governo dovrà invece rendere protagonisti il confronto e il dialogo, dovrà guardare all'opposizione in termini di ricchezza e di apporto costruttivo alla soluzione dei grandi problemi. Dobbiamo essere consapevoli di essere il Governo non di una parte ma di tutti i cittadini, che vuole rappresentare tutta la società italiana, nessuno escluso, nella consapevolezza di avere la grande responsabilità di guidare il Paese verso un grande cambiamento che lo porti ad essere uno dei Paesi più avanzati e moderni.

La nostra speranza è di essere all'altezza dei compiti che ci attendono, di poter affrontare con onestà, trasparenza ed incisività le grandi questioni nazionali e di poter affermare, al termine del mandato, di aver fatto il nostro dovere e di consegnare un Paese più giusto, più libero e più moderno. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Pittoni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vaccari. Ne ha facoltà.

VACCARI (LNP). Signora Presidente, colleghi senatrici e senatori, signor Presidente del Consiglio dei ministri, prendo la parola con un'emozione che deriva non solo dal fatto che per la prima volta intervengo in quest'Aula, ma soprattutto dalla consapevolezza delle aspettative dei popoli del Nord - e vorrei credere e sperare di tutto il Paese - sull'urgente e inderogabile riforma federale e sull'attuazione del federalismo fiscale. Richieste giuste e sacrosante. Abbiamo ricevuto un voto di fiducia dal nostro popolo per portare a compimento fatti concreti ed è la stessa prerogativa che trasferisco su questo Governo.

Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, sono ingegnere, persona pragmatica e abituata a risolvere i problemi. Sono un uomo del territorio, un sindaco che vive i problemi di tutti i giorni e convive con la realtà quotidiana della gente. In un'amministrazione locale, quando si arriva in municipio la mattina, i problemi che ci si trova ad affrontare toccano direttamente i cittadini e purtroppo si sono aggravati per effetto dell'azione del Governo che ha preceduto quello in carica. Questo è più evidente per chi vive ed opera in montagna, territorio che ho l'onore e l'orgoglio di rappresentare e nel quale vivo.

Vorrei evidenziare tre temi. In primo luogo la sicurezza, che costituisce un vero e proprio bene della società, un diritto primario dei cittadini da garantire non soltanto in relazione ai fenomeni di criminalità organizzata, di criminalità diffusa e di illegalità presenti nelle realtà urbane di grandi, medie e piccole dimensioni, ma anche sotto forma di degrado e disordine urbano.

Sicurezza e legalità sono un binomio imprescindibile, che può essere garantito solo tramite un'azione congiunta e sinergica di tutte le componenti, istituzionali e non, che già operano per assicurare ai cittadini condizioni di pace e di sereno e tranquillo svolgimento delle attività personali e lavorative.

Per realizzare una sicurezza partecipata ed una sicurezza preventiva e percepita, occorre che vi siano un'integrazione delle forze in campo ed una collaborazione tra tutti gli attori della sicurezza e della difesa, tramite un'azione coordinata e convergente, tale da porsi non solo come risposta alle istanze di sicurezza emergenti ma ancor più come strumento di rafforzamento dei diritti e degli interessi della collettività.

Il Patto di stabilità è sicuramente un argomento complesso ed articolato; sono d'accordo sulla volontà di escludere le spese per la sicurezza. Qui voglio solo porre alla vostra attenzione le difficoltà esistenti per l'erogazione dei servizi sociali ed i troppi fondi bloccati, specialmente nelle Regioni; è da studiare l'esclusione dal patto di queste voci di bilancio per garantire le persone più deboli.

Per quanto riguarda il taglio dei trasferimenti ai Comuni, sottolineo che ovviamente la grande rivoluzione ed il capovolgimento saranno rappresentati dal federalismo fiscale, ma ora devo qui ricordare il furto - sottolineo tale termine - fatto dal precedente Governo con il decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, con il quale sono stati tolti indebitamente i già pochi denari a disposizioni, obbligando i Comuni - questa è veramente una beffa! - a pagare avvocati per difendersi. Chiedo sia immediatamente restituito il maltolto.

Desidero, infine, ricordare la risposta attesa dai Comuni referendari sulle volontà espresse secondo il principio di autodeterminazione.

Voto con convinzione la fiducia al Governo, in funzione del mandato che ci hanno assegnato i cittadini ed abbiamo un solo imperativo, un solo dovere morale e politico: impegnarci a fondo per soddisfare il desiderio di cambiamento, perché il popolo per il quale la Lega combatte e lotta da anni in tutte le sedi istituzionali si attende di vedersi finalmente riconosciuti i propri diritti di autonomia, rivendicati da noi da sempre ed ora speriamo non solo sbandierati da tutti.

Signor presidente Berlusconi - saluto anche il mio segretario Umberto Bossi - ho giurato questo a Pontida e a San Marco. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, parlo a nome della delegazione radicale nel Gruppo del Partito Democratico, della quale fanno parte le senatrici Emma Bonino e Donatella Poretti, da questi banchi della sinistra estrema, eredi del radicalismo ottocentesco, ma eredi anche della destra storica, che nel Risorgimento ha guadagnato l'unità di questo Paese fino alla breccia di Porta Pia. Noi saremo parte della sinistra liberale, ma saremo anche una sinistra socialista, una sinistra laica e quindi finalmente - contrariamente a quanto ci è stato bombardato per due anni dalla stampa - la vera sinistra radicale.

È per me anche un onore parlare per la prima volta in questo Senato finalmente e legalmente costituito, a differenza di quello della XV legislatura quando otto senatori furono tenuti fuori dall'interpretazione di una legge, e anche per questo siamo arrivati alla fine anticipata di quella legislatura. Da sempre, per la XV legislatura, i radicali, per bocca di Marco Pannella, si sono dichiarati gli «ultimi giapponesi di Prodi», perché riconoscevano in quel Governo un'alternanza rispetto al suo Governo che per cinque anni, dopo grandi promesse, non aveva portato a casa una riforma liberale, una riforma liberista e non voglio dire una riforma libertaria.

Siamo stati anche gli ultimi giapponesi della legislatura perché avevamo capito che soltanto una durata piena di cinque anni avrebbe potuto consentire di portare a casa quelle riforme necessarie al Paese, che il Governo Prodi aveva iniziato a fare: aveva iniziato a mettere a posto i conti dello Stato, sicuramente con misure impopolari per non essere antipopolari nella sua politica; aveva avviato un lavoro di liberalizzazione, grazie al ministro Bersani, e con il ministro Emma Bonino (che oggi presiede quest'Assemblea) ha portato, come mai era accaduto nel mondo, il prodotto italiano in giro per i cinque continenti. Tutto questo non è stato portato a casa appieno perché è stato posto fine alla legislatura.

Siamo stati chiamati alle elezioni anticipate con molte parole d'ordine da persone che avevano fatto calcoli partitocratici ed avevano anteposto la propria convenienza a quella del Paese. Ebbene, osservando come sono disegnate questa ed anche l'altra Camera, si nota come alcuni abbiano sicuramente fatto male i propri conti. Non hanno, invece, fatto male i conti - e questo, signor Presidente del Consiglio, non c'è nel suo discorso malgrado abbia accennato ancora oggi ai costi della politica - i tesorieri di tutti i partiti politici, quelli che non hanno partecipato alle elezioni perché sapevano che comunque avrebbero goduto di altri tre anni dei cosiddetti rimborsi elettorali e tutti quelli che, pur avendo partecipato, non sono riusciti a portare in Parlamento i propri membri, ma hanno almeno raggiunto l'1 per cento tanto alla Camera quanto al Senato.

Questa è una truffa di Stato, questo è il problema principale dei costi della politica italiana, che garantisce la presenza di decine e decine di partiti politici trasformatisi in vere e proprie imprese economiche e finanziarie.

Se le sue, Presidente del Consiglio, non sono solo delle vaghe e vacue dichiarazioni contro i costi della politica, perché non iniziamo proprio da qui, rinominando innanzitutto quello che oggi viene definito un rimborso, mentre si tratta di un vero e proprio finanziamento elettorale? Noi sappiamo che i soldi non vengono dati in base a quanto è stato speso per la propaganda elettorale, bensì in base ai voti ottenuti. Ebbene, lo si chiami finanziamento elettorale. In questo modo ci si renderà conto di essere andati contro il referendum radicale del 1993 che oltre il 90 per cento degli italiani aveva sostenuto. Come prima misura, si abolisca il finanziamento pubblico dei partiti.

Il Paese è in ginocchio, ma il suo slogan di campagna elettorale, Presidente del Consiglio, era «Rialzati, Italia!». Ci era stato anche detto che eravamo all'interno di una vera e propria emergenza democratica. Ebbene, lei non ha fatto il minimo cenno al controllo della spesa pubblica; anzi, strade, case e ponti ci sono stati promessi, tra l'altro andando a recuperare un sistema di produzione energetica, il nucleare, che quando potrà entrare in funzione, tra una decina d'anni, avrà a che fare con la finitezza dell'uranio in questo mondo. Si tratta quindi di politiche miopi, che non possono assolutamente permettere a questo Paese di rimettersi in piedi.

L'emergenza democratica in effetti esiste. Noi siamo stati nominati e l'80 per cento dei membri di questo Parlamento era già noto al momento in cui sono state chiuse le liste elettorali. I cittadini sono stati chiamati a ratificare le scelte dei capi di partito. Questo è uno dei tanti aspetti minori di vera e propria emergenza democratica, emergenza democratica che risiede nell'emergenza sociale derivante dalla qualità della giustizia di questo Paese, che, con le sue misure di sicurezza su tutto e per tutto, consegnando qualsiasi fenomeno o espressione di interazione umana (che sia l'immigrazione o l'assunzione di sostanze stupefacenti), al diritto penale sicuramente non viene aiutata. Il nostro Paese ha oltre 10 milioni di processi in corso, tra civili e penali, la cui durata media è di sette anni e viene definito dalla Corte europea dei diritti umani un delinquente abituale. Questa è la vera emergenza democratica di questo Paese.

Tutto ciò è assente dal suo discorso, signor presidente Berlusconi, e per questo motivo non possiamo darle la fiducia.

In quest'Aula e nel dibattito svoltosi alla Camera è stato ripreso più volte il tema della nuova aria di dialogo che spirerebbe, dei toni che non costituiscono una contrapposizione ideologica, ma qualcos'altro. Bene, lei sa sicuramente molto meglio di tanti altri, fin dal 1994, quando entrò in politica, che i radicali non oppongono le proprie ideologie (che non hanno), ma si battono cercando alleanze laiche su obiettivi precisi e puntuali, ossia riforme liberali di recupero della democrazia, che quotidianamente viene erosa e distrutta non soltanto da tutto ciò che ho sottolineato in precedenza, ma anche perché le istituzioni che dovrebbero garantirla si mettono quotidianamente al di fuori della legge.

Ebbene, questo dialogo sembrerebbe iniziare sul federalismo. Anche oggi abbiamo sentito parlare spesso dagli amici della Lega della necessità di arrivare a un federalismo fiscale. Ma la vera questione della riforma relativa al federalismo consiste nell'avvicinare l'elettorato passivo all'elettorato attivo. Prima ancora di controllare i conti dello Stato, dei Comuni, delle Regioni e delle Province, bisogna che renda conto chi viene eletto, tanto alla Camera quanto al Senato, e, per noi che siamo federalisti all'americana, anche il Governo. Questo è lo spazio che va recuperato. Oggi, lo abbiamo già detto prima, si ratificano soltanto le nomine dei parlamentari grazie al sistema elettorale che voi avete approvato. Un recupero dello spazio tra elettorato attivo ed elettorato passivo è ciò che deve ottenersi con il vero e proprio federalismo, quello all'americana.

Un federalismo in Italia naturalmente non può esistere se non esiste un federalismo in Europa e nel suo discorso niente di tutto questo si rintraccia, ma soltanto un vago accenno alla necessità di essere più forti all'interno del continente europeo.

Ebbene, il suo Governo non si candida assolutamente a recuperare quelli che sarebbero i princìpi fondamentali di un'Europa pienamente politica e non della socialburocrazia che è oggi: i princìpi del Manifesto di Ventotene, quelli per cui alla sovranità assoluta nazionale si contrappone il diritto internazionale, le norme che negli ultimi sessant'anni sono state adottate dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni regionali.

Il suo Governo non ha detto una parola relativamente all'ampliamento dell'Unione Europea, che deve sicuramente includere i Balcani, ma deve guardare anche alla sponda orientale del Mediterraneo; ciò significa Turchia e Israele immediatamente nell'Unione Europea. Un federalismo, quindi, come portatore di pace in una zona che, invece, continua a essere al centro di conflitti interni e internazionali. Le uniche parole che lei ha voluto spendere su Israele, signor Presidente del Consiglio, sono state relative alla necessità di difendere quello Stato - e su questo siamo tutti pienamente d'accordo - ma di riconoscere al contempo una sovranità nazionale assoluta ai palestinesi. Non è così che si può governare quel conflitto.

Signor Presidente, quello che è necessario è quindi una vera e propria rivoluzione liberale che lei nel 1994 portò avanti nella sua prima campagna elettorale. Di tutto quello, anche di un minimo afflato retorico relativamente al liberalismo, nel suo discorso di ieri e di oggi non è rimasta assolutamente traccia. Noi da questi banchi della sinistra estrema vigileremo sistematicamente e quotidianamente affinché un minimo di riforme liberali, di Stato di diritto, di giustizia e di democrazia possano essere portate a casa nei prossimi cinque anni. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Possa. Ne ha facoltà.

POSSA (PdL). Grazie, signora Presidente. Presidente Berlusconi, desidero innanzitutto unirmi al vivo, generale apprezzamento per le sue dichiarazioni programmatiche con la loro lucida analisi dei problemi prioritari del Paese, la chiara consapevolezza delle linee d'intervento, la volontà di assunzione delle pesanti responsabilità e decisioni che la difficile situazione richiede, il vigoroso ed equilibrato spirito ottimista, nonché l'appello alla volontà comune perché si proceda alle indilazionabili modifiche istituzionali.

Dedicherò questo breve intervento al settore dell'energia, un settore che, pur prestandosi poco, per sua natura, alla divulgazione mediatica, è di grande importanza nella vita di tutti noi. Anche qui, come in tanti altri settori, il Governo è chiamato ad operare in netta discontinuità con il recente passato.

Lo scorso Governo ha attuato una radicale ridefinizione della politica energetica del nostro Paese.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 20,02)

 

(Segue POSSA). La linea di pensiero a cui questa ridefinizione si è ispirata attribuisce il riscaldamento del clima della Terra osservato da qualche decennio alla immissione di anidride carbonica dovuta alla combustione di petrolio, carbone e gas naturale e prevede a medio e lungo termine catastrofiche conseguenze di questo riscaldamento antropogenico (siccità, uragani, inondazioni e sensibile aumento del livello del mare), considerando perciò assolutamente necessari drastici e rapidi interventi di riduzione del consumo di combustibili fossili e la loro sostituzione con fonti rinnovabili da incentivare senza preoccupazione di costo. Nonostante questa linea di pensiero sia attualmente prevalente nell'Unione Europea, va ribadito con forza che la scienza, quella vera, non ha ancora chiarito a sufficienza la dinamica fisica del clima terrestre. Rifugge perciò da affrettate attribuzioni di colpevolezza e non ritiene fondate le suddette previsioni di catastrofi climatiche.

Le azioni principali che sarebbe assai opportuno sviluppare con urgenza nel settore dell'energia sono in sintesi le seguenti. Va promossa a Bruxelles una decisa azione per ottenere una cospicua riduzione dei drastici obiettivi energetici vincolanti da conseguire entro l'anno 2020, approvati nel Consiglio europeo della primavera del 2007, e cioè gli obiettivi di una diminuzione del 20 per cento dei consumi energetici, di una diminuzione del 20 per cento dell'emissione di anidride carbonica (rispetto alla emissione del 1990) e di un aumento della percentuale di fonti rinnovabili nel mix energetico fino a raggiungere il valore del 20 per cento (17 per cento per l'Italia), obiettivi estremamente difficili da raggiungere se non addirittura impossibili. Al riguardo, va tenuta sempre ben presente l'esperienza molto negativa subita dall'Italia nella vicenda del Protocollo di Kyoto.

Va introdotta una modifica legislativa che porti ad una congrua riduzione a valori ragionevoli della fortissima incentivazione delle fonti rinnovabili decisa dalla legge finanziaria 2008 (con i commi da 143 a 157 dell'articolo 2), attualmente di gran lunga la massima in Europa; a legislazione vigente i costi di questa incentivazione (svariati miliardi di euro all'anno) saranno sostenuti dagli utenti della bolletta elettrica e determineranno un cospicuo incremento del già elevatissimo (in Italia) costo dell'energia elettrica, deprimendo notevolmente la competitività del Paese.

Va contestualmente ridotto, per via legislativa, l'enorme incremento annuale (0,75 per cento per anno) della quota obbligatoria di energia elettrica da fonti rinnovabili stabilito nell'ultima legge finanziaria (comma 146 dell'articolo 2).

Va eliminata la norma dirigistica di cui al comma 189 dell'articolo 1 della legge finanziaria 2008, in base alla quale, a partire dal 1° gennaio 2009, tutti i regolamenti edilizi del nostro Paese dovranno prevedere per il rilascio del permesso di costruzione di nuovi edifici l'installazione di impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che garantiscano una produzione energetica non inferiore ad un kilowatt per ciascuna unità abitativa.

Sarebbe infine oltremodo opportuno che il nuovo Governo affrontasse con coraggio il complesso problema del ritorno nel nostro Paese alla produzione dì energia elettrica per via nucleare. Stiamo parlando non di una o due centrali nucleari, ma di un complesso di centrali per un totale di almeno 10.000 megawatt da installare per il 2030-2035. È paradossale che l'Italia, che deve ricorrere all'estero per oltre l'85 per cento del proprio fabbisogno energetico, continui a rinunciare all'utilizzazione di questa formidabile risorsa, al contrario di quanto fanno tutti gli altri maggiori Paesi europei.

Gli ostacoli da superare per consentire questo ritorno al nucleare sono rilevanti. Va prima di tutto disintossicata l'opinione pubblica, dopo vent'anni di propaganda antinucleare senza contraddittorio, chiarendo ai cittadini in termini semplici, ma seri, tutti i principali aspetti di questa tecnologia (sicurezza, economicità, sistemazione delle scorie radioattive, eccetera), e vanno sviluppate, al limite, reperite all'estero, lo sottolineo - le capacità di analisi tecnica e di sorveglianza indispensabili per garantire ai cittadini che i nuovi impianti nucleari installati nel nostro Paese abbiano un adeguato livello di sicurezza. L'azione del Governo in entrambe queste incombenze contribuirebbe a rendere l'opzione nucleare concretamente esercitabile da parte dei decisori ultimi, i produttori di energia elettrica.

Signor Presidente, come già questi pochi cenni fanno intuire, nel settore energetico c'è veramente tanto lavoro da fare per il bene del Paese. Anche in questa direzione, buon lavoro, quindi, presidente Berlusconi, a lei e al suo Governo. Il Senato non mancherà di offrire, con generosità, il proprio contributo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Peterlini. Ne ha facoltà.

PETERLINI (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, innanzitutto vorrei complimentarmi con lei, signor presidente Berlusconi, per l'autorevole discorso di insediamento, di alta espressione istituzionale, nel quale ha saputo dimostrare, usando toni molto concilianti, di voler essere interprete di una nuova stagione nei rapporti tra maggioranza e opposizione.

La coalizione da lei guidata è uscita nettamente vincitrice dalle ultime elezioni politiche. L'esito parla molto chiaro: gran parte del Paese ha voluto nuovamente affidare a lei il timone ed è giusto che lei, insieme alla sua squadra di Governo, se ne assuma la responsabilità per onorare le promesse fatte agli elettori in campagna elettorale e non deludere le speranze di chi, per la terza volta, ha riposto la fiducia in lei.

Questo mio augurio è fondato sul riconoscimento democratico dell'espressione popolare e della maggioranza che ne risulta, anche se, per quanto riguarda me e il mio partito, la Südtiroler Volkspartei-Insieme per le Autonomie, per i motivi che in seguito andrò ad esporre, non potremo esprimerle la fiducia.

La sua maggioranza, il suo Governo e le priorità programmatiche che ha saputo esporre con enfasi e convinzione meritano tutto il rispetto e il riconoscimento che si deve al mandato conferitole da una larga maggioranza del popolo italiano. Questo stesso rispetto del voto popolare lo rivendichiamo per noi, per quelle forze politiche di cui mi sono fatto interprete, e per l'ottimo e per nulla scontato successo elettorale, anche mio personale, che mi ha conferito un mandato forte da parte degli abitanti di Bolzano, dell'Oltradige e della Bassa Atesina, collegio maggioritario di stile antecedente.

La lista SVP-Insieme per le Autonomie, che ho l'onore di rappresentare oltre al mio stesso partito SVP, in questo ramo del Parlamento è espressione di un'alleanza di tutte quelle forze autonomiste, del gruppo linguistico tedesco, italiano e ladino, che credono nella pacifica convivenza nella nostra terra tra le diverse etnie della nostra Provincia e che, anche se in diverse forme, portano avanti dal 2001 questo progetto politico. Sono dunque stato eletto quale rappresentante non solo, com'è uso per la Südtiroler Volkspartei, del gruppo linguistico tedesco, ma anche della popolazione di lingua italiana che nel mio collegio di Bolzano rappresenta la stragrande maggioranza. Ciò mi dà diritto di parlare a nome di tutti i gruppi linguistici e di continuare il mio impegno in Parlamento per tutelare e sviluppare il nostro modello autonomistico per un Alto Adige-Südtirol ancora più aperto, ancora più moderno, che dia ai nostri giovani una visione duratura di pace sociale e di sviluppo a vantaggio di tutte le popolazioni residenti nella nostra terra.

Nel mio collegio senatoriale, che la sua forza politica non ha saputo conquistare, ha vinto - e adesso le spiego anche per quale motivo - per la terza volta la volontà di collaborazione fra i gruppi linguistici, la convivenza tra le diverse culture e tradizioni, la volontà di autonomia condivisa a beneficio di tutti. Anziché cavalcare le esasperazioni ed i problemi che possono nascere naturalmente dalla presenza di vari gruppi linguistici, abbiamo saputo valorizzare la ricchezza ed il patrimonio culturale, sociale ed economico che ne risulta, l'orgoglio di vivere in una terra plurilingue che ha saputo - nonostante i difficili e sofferti passaggi storici - confermarsi, salvare la propria identità, senza fermarsi alle differenze, ma guardando al futuro.

Parte - sottolineo parte - della destra locale, invece, continua ad alimentare i nazionalismi, ad esasperare i disagi della popolazione, ad attaccare l'equilibrio raggiunto grazie al nostro statuto di autonomia, lodato e difeso dallo stesso Presidente della Repubblica e anche dai suoi predecessori e preso ad esempio in tutto il mondo come modello di convivenza vincente.

Il motivo per cui non potremo esprimere la fiducia al suo Governo non è solo il pesante bagaglio storico di cui parte della destra nel nostro territorio deve ancora liberarsi, ma la politica di scontro che tuttora una parte della destra locale continua a perseguire.

 

SANTINI (PdL). Non è vero!

 

BONFRISCO (PdL). Bravo!

 

PETERLINI (UDC-SVP-Aut). Carissimo Santini, tu non conosci Bolzano, sei di Trento.

 

SANTINI (PdL). Non puoi venire qui regolarmente a raccontare bugie! (Applausi dei senatori Bonfrisco, Ferrara e Giuliano).

 

PRESIDENTE. La prego, collega, non disturbi l'intervento del senatore Peterlini.

 

PETERLINI (UDC-SVP-Aut). Carissimo Santini, apprezzo molto il dibattito parlamentare, ma vorrei invitarti a venire con me nei quartieri di Bolzano e vivere l'atmosfera sapendo che noi e il nostro progetto abbiamo convinto (per quello ho vinto anche nel collegio) portando tanti italiani in questa convinzione di autonomia. Ma c'è purtroppo ancora un odio insediato nella destra e non nei partiti di sinistra, e questo lo devi sapere. (Commenti dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. Vi prego, colleghi, lasciamo portare avanti il discorso al senatore Peterlini.

PETERLINI (UDC-SVP-Aut). Inoltre, nei suoi precedenti Governi, signor Presidente, il suo Esecutivo non si è purtroppo mostrato sensibile alle istanze delle minoranze linguistiche. Lo sviluppo e l'ampliamento dell'autonomia si erano sostanzialmente fermati; tutt'altra cosa è accaduto sotto lo scorso Governo guidato da Romano Prodi.

Signor Presidente, ho apprezzato - e lo sottolineo - il suo richiamo a forme di autogoverno federalista, a cominciare dal federalismo fiscale. Tuttavia non posso non rilevare l'assenza, nel suo discorso, di ogni riferimento alle autonomie speciali ed alle minoranze linguistiche. Ciò ci rincresce anche perché solo dopo decenni di riparazioni di quanto le due dittature, sia quella fascista che quella nazionalsocialista, hanno inflitto alla nostra popolazione, dopo un difficile cammino caratterizzato da tensioni diplomatiche e scontri talvolta violenti, si è riusciti a tessere con grande pazienza un assetto istituzionale autonomistico che dà speranza e - ribadisco - un futuro ai nostri giovani e a tutti i gruppi linguistici.

Con rammarico abbiamo appreso la candidatura nelle liste del Popolo della Libertà di esponenti che si dicono nostalgici di quegli anni bui e tristi e lei, signor Presidente, non ha posto alcun veto. Mi auguro poi che gli attacchi, fortunatamente solo verbali, fatti in passato da alcuni esponenti della sua forza politica restino soltanto brutti ricordi, anche perché metterebbero a repentaglio la credibilità internazionale del Governo che lei si accinge a presiedere.

Sono e siamo fiduciosi che lei, presidente Berlusconi, ed i rappresentanti autorevoli del suo Governo e della sua maggioranza si facciano garanti degli equilibri raggiunti e degli statuti speciali delle Regioni e delle Province autonome, anche perché abbiamo saputo gestire questa nostra autonomia ottenendo considerevoli risultati, visibili nell'economia, nella sicurezza sociale e nella politica del lavoro. Vorremmo portare le nostre esperienze anche nelle sedi parlamentari e contribuire allo sviluppo ed alla crescita di tutto il Paese, e ciò soprattutto in vista di una migliore decentralizzazione dello Stato, un vero federalismo, dimagrendo l'apparato burocratico centrale, condicio sine qua non, per liberare le risorse necessarie per aiutare le famiglie, soprattutto quelle numerose, e le piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia.

Signor Presidente, la nostra non sarà pertanto un'opposizione pregiudiziale, ma critica, di osservazione, pronta a rivalutare di volta in volta i provvedimenti posti all'attenzione del Parlamento. Siamo dunque disponibili a condividere e anche a votare progetti di legge che riterremo opportuni, necessari ed utili per il Paese.

Le nostre richieste principali riguardano la difesa e l'ampliamento dell'autonomia, le politiche a sostegno delle famiglie (che anche lei ha sottolineato), al fine di aiutarle ad arrivare a fine mese, favorendo le nascite e sostenendo le madri lavoratrici, affinché possano conciliare meglio la vita familiare con quella professionale. Vi sono poi le politiche sociali e previdenziali per garantire sia agli anziani, ma anche alle future generazioni una pensione dignitosa; le politiche ambientali, incluso il problema del traffico, che va trasferito dalla strada alla rotaia (ci aspettiamo anche la ratifica della Convenzione delle Alpi); le politiche della pace e non della guerra e dunque contro quegli interventi militari denominati impropriamente missioni di pace e in difesa (lo dico anche più apertamente, sperando di trovare amici trasversalmente tra gli schieramenti) dei valori cristiani e cattolici.

Onorevole signor Presidente del Consiglio, auguriamo a lei e a tutto l'Esecutivo che possa onorare il suo programma facendo chiarezza sulle riserve espresse. Ribadiamo perciò un atteggiamento costruttivo, anche se esso in questo momento non può portare ad un voto di fiducia. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sanciu. Ne ha facoltà.

SANCIU (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, il risultato elettorale del 13 e 14 aprile ci consegna l'orgoglio e la responsabilità di governare il Paese. Quella che ci attende è sicuramente una legislatura di grande rilievo ed importanza, una legislatura necessaria per dare gambe e corpo a quel processo di cambiamento di cui oggi l'Italia ha assoluto bisogno.

Presidente Berlusconi, gli italiani le hanno rinnovato la loro fiducia con una maggioranza parlamentare ampia e coesa che le consente oggi di riprendere quel cammino di riforme che ha accompagnato la sua precedente esperienza di Governo e quel processo di trasformazione iniziato nel 1994 con la sua discesa in campo.

Tra il 2001 ed il 2006 io non sedevo in questi banchi, ma, da imprenditore e uomo del sistema economico prima e da consigliere regionale poi, ho potuto apprezzare il grande lavoro fatto per l'Italia durante quegli anni, in un momento in cui la congiuntura economica internazionale non era certo favorevole e in una fase in cui bisognava mediare tra le esigenze dei vari partiti che formavano l'allora compagine di Governo. Oggi torniamo con il Governo Berlusconi, più motivato, più energico, più giovane e più legittimato, con più esperienza, pronto a riprendere con nuova linfa e con nuovo slancio le redini del Paese.

Il lavoro che ci attende, Presidente, è certamente complesso, ma questo gli italiani lo sanno bene; lei infatti non ha mai nascosto, anche nei momenti più delicati della campagna elettorale, di non avere, purtroppo per noi, la bacchetta magica. Lei ha parlato in faccia al Paese e oggi più che in passato è stata premiata la sua sincerità, il non aver detto bugie, ma soprattutto il fatto di non aver mai imbrogliato gli italiani.

Oggi ci attendono grandi sacrifici e certamente non sarà facile invertire quel processo degenerativo che ci ha visto soffrire due anni di disagi e di sofferenze, di marginalizzazione del nostro ruolo in campo internazionale, di emergenza nella sicurezza, di degrado ambientale; due anni di blocco delle infrastrutture spesso solo per soddisfare i veti di qualche falso ambientalista pronto solo a dire incondizionatamente no: no ai termovalorizzatori, no all'alta velocità, no ad una rete viaria moderna ed efficiente.

Presidente, gli italiani conoscono il suo o, per meglio dire, il nostro programma di Governo, che è stato condiviso ed apprezzato. Bisogna quindi da subito rimboccarsi le maniche e lei certamente questo, da uomo abituato a lavorare instancabilmente, non mancherà di farlo, per garantire il rilancio della nostra economia, per una nuova politica infrastrutturale, per una pubblica amministrazione più moderna, per restituire potere d'acquisto a salari e stipendi, per l'attuazione di politiche sociali, economiche e fiscali a sostegno delle famiglie.

Colgo anche l'occasione per richiamare la sua attenzione sul settore agricolo, che mi sta molto a cuore. Si tratta di uno dei settori primari e strategici dell'economia italiana, non dobbiamo commettere l'errore di lasciarlo indietro. Bisogna puntare su un sistema in cui gli agricoltori e gli allevatori possano essere protagonisti del proprio territorio coniugando attività agricole, sviluppo economico e tutela ambientale e dove i prodotti italiani siano sinonimo di qualità, tipicità, genuinità, affidabilità e concorrano in maniera determinante a rafforzare l'economia e l'immagine del nostro Paese all'estero.

In conclusione di questo mio intervento, presidente Berlusconi, da sardo mi sento in dovere di chiederle anche di profondere da subito l'impegno suo e del Governo verso quei punti programmatici necessari per il rilancio di tutto il Mezzogiorno e della Sardegna in particolare, una parte del Paese e un'isola che, come ben sa, da troppo tempo necessitano di grande attenzione, di importanti investimenti infrastrutturali e di politiche economiche in grado di farli unire e competere con il resto del Paese e dell'Europa più evoluta.

Signor Presidente, da un uomo come lei, che ama l'Italia, il Mezzogiorno e, ritengo, anche la Sardegna in modo particolare, tutti si aspettano grandi cose. Sono certo che le aspettative degli italiani sono ben riposte. Buon lavoro a tutti noi e buon lavoro a lei, Presidente. (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vitali. Ne ha facoltà.

VITALI (PD). Signor Presidente, il Presidente del Consiglio, nel suo discorso d'insediamento, parlando dell'obiettivo cruciale di far crescere il Paese, ha detto che occorre un federalismo fiscale solidale. Sappia il Presidente che sul federalismo fiscale solidale noi siamo d'accordo. Lo dice la Costituzione che, all'articolo 5, definisce la Repubblica una e indivisibile e, all'articolo 119, prevede che la legge dello Stato istituisca un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.

Viceversa, non so quanto siano effettivamente d'accordo sul concetto di federalismo solidale tutte le componenti della maggioranza di Governo. Il programma elettorale del Popolo della Libertà si richiama, infatti, alla proposta di legge approvata dal Consiglio regionale della Lombardia il 19 luglio 2007.

La Lega, nella risoluzione del cosiddetto Parlamento del Nord del 2 marzo 2008, sostiene «che il processo di disgregazione e dissoluzione dello Stato nazionale (...) procede a ritmi sempre più rapidi ed è ormai giunto al capolinea»; vede nel federalismo «il grimaldello per far saltare il sistema centralista» e propone la costituzione di tre euroregioni, corrispondenti al Nord, al Centro e al Sud, con «sovranità esclusiva in termini di potere legislativo, amministrativo, giudiziario» (sono sempre citazioni letterali). In queste proposte non mi pare ci sia alcuna traccia di federalismo fiscale solidale.

Il leader dell'altra componente della maggioranza, il nuovo Presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, nel suo discorso di insediamento si è detto invece preoccupato di «uno spirito secessionistico, che di fatto già c'è» e ha dichiarato di voler difendere «le ragioni del Mezzogiorno» nei confronti «degli egoismi e dei meccanismi di un federalismo fiscale tout court».

Noi non ci limiteremo a denunciare le profonde contraddizioni che esistono nel Governo su questo tema cruciale. Avanzeremo presto una proposta di legge in materia di federalismo fiscale e ci impegneremo a confrontarla con quello che il Governo proporrà. Ma il presupposto di questa discussione deve essere assolutamente chiaro, perché per crescere l'Italia deve unirsi e non dividersi e i diritti sociali e civili, come prescrive la Costituzione, devono essere garantiti allo stesso modo in tutte le parti del Paese, siano esse Regioni forti o Regioni deboli. Per questo invito il Governo a valutare con più attenzione la proposta della Regione Lombardia, che presenta lacune e pericoli evidenti che invito l'Esecutivo a non sottovalutare.

Come il Governo sa, infatti, in base alla proposta lombarda, ogni Regione tratterrebbe presso di sé il gettito dell'80 per cento dell'IVA riscossa, di un'aliquota regionale uniforme dell'IRPEF al 15 per cento, il gettito delle accise, dell'imposta sui tabacchi e di quella sui giochi riferibili al suo territorio. La perequazione verrebbe effettuata dalle Regioni con capacità fiscale superiore alla media nei confronti delle altre, riducendo di non oltre il 50 per cento le differenze tra di esse.

«Il Sole-24 ORE» ha recentemente calcolato che con quella proposta solo la Lombardia, il Veneto, l'Emilia-Romagna, il Piemonte, la Campania e la Puglia (quindi sei Regioni su venti) riceverebbero più risorse rispetto ad oggi, mentre tutte le altre Regioni, che sono prevalentemente collocate al Centro e al Sud, ne riceverebbero di meno in misura anche molto significativa.

In alternativa noi suggeriamo al Governo di partire dal disegno di legge che il precedente Esecutivo ha presentato alle Camere nel settembre 2007, dopo un lungo confronto con Regioni ed enti locali. È stata la prima volta che un Governo ha approvato una proposta di attuazione del federalismo fiscale e di questo occorre dare atto al presidente Prodi e al ministro Padoa-Schioppa. Prendiamo atto con piacere, inoltre, che, dopo la sconfitta del tentativo di devolution al referendum del 2006, la nuova maggioranza si propone anch'essa di attuare il dettato costituzionale. La Conferenza delle Regioni aveva giudicato quel testo una buona base di discussione.

La nostra proposta partirà dal nostro programma elettorale. In esso abbiamo sostenuto che lo Stato centrale deve intervenire per perequare i territori con più basso reddito pro capite e quelli svantaggiati nella distribuzione delle risorse pubbliche.

Ma al Governo non deve sfuggire che c'è è un'altra contraddizione in materia di federalismo fiscale: abolire l'ICI sulle prime case vuol dire togliere 2 miliardi e mezzo di entrate autonome ai Comuni. Se non si vuole tornare, quindi, ad un sistema di finanza completamente derivata, occorrerà introdurre nuovi tributi autonomi per i Comuni e vere compartecipazioni dinamiche al gettito dei grandi tributi erariali.

Vi è poi un altro aspetto, che è di fondamentale importanza: federalismo fiscale e attuazione del Titolo V della Costituzione, per quanto riguarda le autonomie locali, debbono procedere di pari passo. Come ha detto il collega Enrico Morando, semplificando, ad esempio, le istituzioni sarebbe possibile ottenere grandi risparmi in termini di spesa pubblica e renderle più efficienti per i cittadini. Pensiamo cosa potrebbe significare in un Paese che ha 8.100 Comuni la creazione di unioni obbligatorie tra essi che nei territori montani assorbissero le funzioni delle Comunità montane e superassero tutti i livelli intermedi di governo; cosa potrebbe accadere se nelle aree metropolitane le Province fossero sostituite dalle Città metropolitane e se gli uffici territoriali di Governo unificassero tutti gli uffici periferici dello Stato, consentendo anche di produrre economie e un nuovo trasferimento di funzioni agli enti locali.

Come vedete, abbiamo proposte anche in questa materia cruciale per il vostro Governo. Le avanzeremo e saranno i fatti a dimostrare se davvero si sta aprendo una stagione nuova o se stiamo ascoltando solo buone intenzioni nel giorno di insediamento del IV Governo Berlusconi. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scarpa Bonazza Buora. Ne ha facoltà.

SCARPA BONAZZA BUORA (PdL). Signor Presidente, onorevoli Ministri, colleghi, i temi dell'agricoltura e dell'alimentazione sono improvvisamente tornati al centro dell'agenda politica. Le notevoli tensioni nei mercati internazionali dei prezzi delle materie prime, comprese quelle agricole, determinano uno scenario molto diverso rispetto al passato.

Anche di ciò e delle ricadute di tale fenomeno planetario sugli assetti economici, produttivi e sociali del nostro Paese si dovrà occupare il nuovo Governo. Sono certo che l'autorevolezza e la chiara visione del presidente Berlusconi ci permetteranno di agire a livello comunitario e multilaterale con successo. Sono altrettanto fiducioso che il ministro delle politiche agricole Zaia saprà muoversi con la capacità già dimostrata ricoprendo altri importanti incarichi.

Non esagero se affermo che il futuro della nostra agricoltura e del comparto agroalimentare, che nel loro complesso rappresentano il secondo settore economico italiano, si giocherà nei prossimi mesi. Tra pochi giorni si terrà in Slovenia il Consiglio informale dei Ministri dell'agricoltura dell'Unione, con all'ordine del giorno la riforma di medio periodo della Politica agricola comune. In quella sede saranno discusse le linee guida dell'aggiornamento della PAC, che dovranno tener conto dei mutati scenari. È del tutto evidente che la forte diminuzione delle scorte delle materie prime agricole dovrà portare l'Europa a valutare l'opportunità di correggere in qualche misura la propria politica agricola, al fine di favorire la produttività, anche per garantire adeguati livelli di autoapprovvigionamento.

Il Governo è a conoscenza che tale processo riformatore, con ogni probabilità, si concluderà durante il semestre di Presidenza francese. Pertanto, già da subito dovrà essere individuata e perseguita un'efficace linea atta a costruire l'alleanza più profittevole per gli interessi delle imprese e dei consumatori italiani.

Poche settimane dopo, si terrà a Ginevra la Conferenza ministeriale del WTO; all'ordine del giorno il tentativo di rilanciare un negoziato multilaterale che si era arenato ad Hong Kong. In tale contesto, il mutato scenario non potrà non determinare riposizionamenti da parte delle principali potenze agricole mondiali, compresa l'Europa.

Il fatto che la tensione dei prezzi delle materie prime agricole - oltre ad essere influenzata da marginali fenomeni speculativi ed ancor più marginalmente dall'avvio da parte di alcuni Paesi di forti investimenti nel settore agroenergetico - derivi innanzi tutto da un sostanziale, strutturale squilibrio tra domanda e offerta e il fatto che due Paesi come Cina e India siano diventati forti importatori di commodities andranno evidentemente ad influenzare l'andamento del negoziato multilaterale. In quella sede come in passato, dovremo essere attenti a salvaguardare gli interessi italiani nel mondo, anche attraverso la difesa e la valorizzazione del prodotto italiano, con l'indicazione obbligatoria dell'origine geografica.

L'Unione Europea dovrà intensificare l'impegno contro la contraffazione alimentare per garantire la sicurezza dei cittadini e le nostre specialità produttive. A mio avviso, dovranno essere approntati criteri più restrittivi sull'importazione e sulla circolazione nel territorio comunitario di alimenti e materie prime, soprattutto nelle aree sensibili e di confine, quali il territorio italiano. Come nel modello statunitense, occorre spostare sugli operatori stranieri l'onere di provare la conformità delle loro derrate agricole rispetto agli standard europei. Delle politiche agricole e dell'alimentazione si parlerà, inoltre, su richiesta britannica, al prossimo G8, che si terrà a Tokyo.

Vede, signor Presidente, è dunque chiaro che sono finiti i tempi in cui l'agricoltura rivendicava dignità: il fatto è che l'agricoltura oggi è diventata assolutamente centrale nella politica dei Governi, nelle politiche sovranazionali, nei negoziati multilaterali, negli assetti geopolitici, nelle prospettive dello sviluppo globale.

È chiaro che dal quadro descritto deriveranno gli interventi da attuare sul piano nazionale con la regia del Ministero delle politiche agricole, in pieno coordinamento con le nostre Regioni. Dovremo sostenere i programmi di integrazione tra gli attori della filiera, in maniera da garantire remunerazione della fase agricola e tutela del consumatore.

Mi avvio a concludere. Due le strade: filiera corta e farmers' markets. Ancora: dovranno svilupparsi gli strumenti pubblici che consentano alle piccole e medie imprese di superare una cronica sottocapitalizzazione. Dovremmo inoltre superare l'ormai rituale proroga delle agevolazioni fiscali, riprendendo un credibile percorso di stabilizzazione delle misure. Dovremo sburocratizzare la nostra agricoltura, che oggi è oberata da adempimenti al limite della vessazione.

Concludo, signor Presidente, osservando semplicemente che il vostro, il nostro Governo ha di fronte a sé una sfida straordinaria, da un lato affascinante e difficilissima. Però sono assolutamente convinto che la capacità, la determinazione e la forza, la credibilità internazionale del presidente Berlusconi e la capacità di un nuovo giovane bravissimo Ministro dell'agricoltura, unitamente ad una compagine di Governo coesa come non mai, ci porteranno sicuramente al successo e faranno sperare alla nostra agricoltura, all'agricoltura italiana, alla prima agricoltura di Europa di poter non sopravvivere, ma vivere con successo. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi del Senato, membri del Governo, noi dell'Italia dei valori non ci facciamo suggestionare dall'atmosfera dolciastra che la maggioranza vuole posare sui rapporti con l'opposizione. La vittoria del centrodestra dal punto di vista quantitativo è indiscutibile, ma in realtà è stata esaltata da una legge elettorale con larghi profili di incostituzionalità, che ha creato una distorsione profonda tra voto popolare e rappresentanza politica.

Milioni di elettori sono stati privati della loro rappresentanza naturale, molti hanno dovuto adattarsi a votare per partiti diversi da quelli preferiti. Anche chi ha beneficiato di questa espropriazione deve meditare sulle insidie che potrebbero nascerne. Oggi tutti tendono a insistere sull'efficacia della semplificazione, ma non si dovrebbe sottovalutarne la brutalità. Converrà ragionarne quando si affronterà la necessità di una nuova legge elettorale: non si può immaginare come progresso l'idea che quote crescenti di elettori vengano non ammessi ma esclusi dalla rappresentanza. La democrazia è reale se poggiata sul voto libero, non sul voto coatto o peggio sulla rinuncia al voto.

Non possiamo quindi farci impressionare troppo dalla dimensione quantitativa del successo del centrodestra. Va preso sul serio ma non deve incuterci soggezione. Nel Parlamento ancora una volta si registra la presenza imbarazzante di decine di condannati, imputati, inquisiti e rinviati a giudizio.

Questo Governo non ci piace e aggiungo alle critiche già avanzate dai colleghi del mio partito una breve nota amara: aver attribuito il Sottosegretariato all'istruzione al titolare dello Scudocrociato, il cui merito essenziale pare sia stato solo la rinuncia a far slittare le elezioni, umilia la scuola, l'università e la ricerca.

Il successo elettorale (anche se è il terzo) non sana in alcun modo l'anomalia italiana. In tutti gli altri Paesi democratici si applica con estremo rigore un principio essenziale anche se in vari casi non fissato nella legge: chi ha la proprietà o il controllo effettivo di mezzi di comunicazione di massa viene considerato ineleggibile, incompatibile con l'esercizio del potere politico e con la titolarità di cariche di alto rilievo istituzionale. È curioso che uno schieramento politico che vuole poggiarsi per propria vocazione sul rifiuto del relativismo culturale lo adotti qui con disinvoltura per dare legittimità a un'anomalia rifiutata da tutte le democrazie.

Il danno principale è di pura natura istituzionale, ma altre conseguenze secondarie ne sono derivate nel recente passato e hanno contribuito a inquinare in profondità la vita pubblica: impossibilità di separare interessi privati e interesse pubblico, leggi ad personam per estinguere e prescrivere reati, per rafforzare il monopolio privato a danno dei competitori economici, come quando Europa 7 è stata privata delle frequenze che Corte costituzionale italiana e Corte di giustizia europea le avevano riconosciuto.

Oggi l'opposizione non ha alcuna convenienza a farsi narcotizzare dalla retorica del dialogo con la maggioranza. È facile per il Governo di centrodestra presentarsi oggi con il volto più mansueto. Non ha più bisogno di imporre prepotenze e forzature; queste sono state svolte in abbondanza nelle legislature precedenti. Il premio di maggioranza ha prodotto una vittoria così schiacciante da rendere possibile l'esibizione di magnanimità.

Ma si sbaglierebbe ad immaginare motivazioni generose. Una motivazione è tattica. La maggioranza ha preciso interesse a coinvolgere l'opposizione: mira a legarla e, se essa non saprà distinguersi con la massima evidenza, rischia di perdere la sua stessa natura. Se la maggioranza avrà avuto successo nelle sue intraprese, l'opposizione avrà avuto solo un ruolo ancillare. Se avverrà il contrario, l'opposizione sarà trascinata nei suoi insuccessi. E come potrà allora vantare un progetto alternativo?

Un'altra motivazione è di prospettiva, ma come al solito personale. La mitezza è l'atteggiamento più opportuno per rendere possibile l'ultima definitiva scalata dell'anomalia italiana, che ormai anche grandi testate giornalistiche indipendenti sembrano rassegnate a considerare inevitabile: l'ascesa al Quirinale. Dopo aver criticato spesso i suoi caratteri eversivi, oggi si sbracciano a riconoscergli un ruolo pacificatore.

Ma chi ha provato a scardinare la Costituzione non può diventarne il custode. Chi si è tratto da processi per corruzione della magistratura modificando le leggi in merito non può diventare Presidente del Consiglio superiore della magistratura, chi si è sempre vantato di non celebrare nel 25 aprile la vittoria della Resistenza non può salire alla massima carica della Repubblica che da quella ha avuto origine.

Tuttavia, l'offerta di dialogo va verificata. Non è difficile, ci sono alcuni passaggi elementari: Europa 7 riceva subito le sue frequenze e sia messa in grado di trasmettere; il Governo rinunci al ritorno dal duopolio al monopolio televisivo; la RAI possa lavorare in modo indipendente dal comando privato e dalla lottizzazione dei partiti; si modifichi la legge elettorale in un modo che permetta agli elettori di esprimere il loro libero intendimento.

Si affronti anche il tema delle riforme costituzionali, ma secondo il criterio degli emendamenti puntuali, previsto dall'articolo 138, senza alcuna pretesa di imporre profonde modifiche di sistema. Ricordiamo con forza che queste sono già state sonoramente bocciate da una larga maggioranza degli italiani. Quando il popolo parla attraverso la consultazione referendaria, va accolta la sua decisione con il massimo rispetto.

Si vuole correggere il bicameralismo perfetto? Si vuole ridurre il numero dei parlamentari? Si discuta a fondo, ma senza approfittare della situazione per introdurre rafforzamenti incostituzionali del potere esecutivo, dando ad esso quella prevalenza sui poteri legislativo e giudiziario che è rifiutata alla radice dal carattere parlamentare della Repubblica. Né premierato forte né presidenzialismo, né alcuna indulgenza al pressappochismo che vuole disegnarli senza la separazione più netta tra il voto per il Premier e il voto per l'Assemblea elettiva.

C'è poi un altro dialogo importante da svolgere, quello all'interno dell'opposizione. Se larghi settori popolari hanno abbandonato il centro-sinistra, ciò dipende assai più dai suoi limiti che dai meriti della maggioranza. Se il protagonismo civile più impegnato rifugge dal dare credito ai nostri partiti, questo è un problema nostro, che non si risolve né con la presunzione, né con l'esclusione.

Abbiamo davvero molto da fare per migliorare la nostra azione politica, perciò non voteremo la fiducia al Governo e ci impegneremo nel compimento dei nostri doveri. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (PdL). Signor Presidente, signori Ministri e Sottosegretari, colleghi senatori, nelle prime parole dell'intervento consegnato ieri al Senato, il Presidente del Consiglio ha citato i due elementi portanti del primo articolo della Costituzione: il lavoro, quello che spetta al Governo per ridare fiducia e slancio all'Italia, e il popolo sovrano, che - come il Presidente ha detto - ha preso la parola attraverso le elezioni.

Questo è certamente il migliore omaggio alla Carta fondamentale della nostra Repubblica, più autentico e forte di tante celebrazioni retoriche alle quali siamo abituati. Ed è segno del più autentico assenso democratico l'aver dedicato le prime tre delle 15 pagine dell'intervento a dare voce alla volontà degli elettori, che un mese fa hanno dato il 47 per cento dei voti alla coalizione guidata dal Presidente del Consiglio e che ora, secondo i sondaggi, al 56 per cento danno fiducia al nuovo Governo.

Gli elettori, ha detto il Presidente del Consiglio, hanno messo a tacere chi non ama l'Italia e non crede nel suo futuro, hanno chiesto di abbandonare le vecchie contrapposizioni ideologiche, di avere stabilità e impegno nell'azione di Governo. Hanno chiesto che Governo e Parlamento facciano ciascuno il proprio mestiere.

Hanno chiesto meno vanità di partito e più fatti concreti e rapidità nel realizzarli. Hanno chiesto infine - cito sempre le parole del Presidente del Consiglio - di sostituire la demagogia, il teatrino e l'inganno con la bellezza della politica capace di cambiare le cose e di migliorarle.

Gli elettori hanno chiesto, in sostanza, che il Governo e il Parlamento usino, nel loro agire quotidiano, lo stesso buonsenso, lo stesso impegno, la stessa lealtà che consente alle decine di milioni di famiglie e ai milioni di imprese che ci sono nel nostro Paese di andare avanti, di non soccombere alle difficoltà che ogni giorno incontrano, di far quadrare il bilancio e di continuare a ricercare un futuro migliore.

Troppo spesso invece lo Stato, le istituzioni, la pubblica amministrazione hanno dato l'impressione di seguire logiche diverse. Troppo spesso nelle istituzioni è accaduto che nel valutare un'idea si sia data più importanza al nome della parte politica di chi la proponeva, anziché guardare alla validità di ciò che veniva proposto. Troppo spesso il veto interessato dei pochi ha pesato più della volontà dei molti che hanno a cuore il bene comune. Troppo spesso quando si ha a che fare con un ufficio pubblico o con una burocrazia il buonsenso sembra smarrito, come fosse rimasto fuori dalla porta. Troppo spesso si è dedicata grande attenzione a risparmi irrisori o apparenti, lasciando indisturbati sprechi milionari. Troppo spesso accade, nei tanti settori della pubblica amministrazione, che chi fa bene il proprio lavoro sia trattato allo stesso modo, se non peggio, dei famigerati fannulloni che gravano sulle spalle di coloro che fanno ciò che sarebbe compito loro. Tutte cose che mai un normale cittadino si sognerebbe di fare nella propria casa o nella propria impresa e che dunque non sopporta di vedere nella cosa pubblica.

A tutto questo gli italiani hanno perciò detto basta e hanno visto nel presidente Berlusconi la persona che meglio di chiunque altro può fare del buonsenso il principio guida nel Governo della nostra Repubblica, e hanno fatto la scelta giusta.

Il grande poeta Ralph Waldo Emerson ha scritto che il buonsenso è la genialità vestita in abiti di lavoro. Di genialità il presidente Berlusconi ha dato grandi prove nei successi raccolti in tanti campi. Quanto al vestire gli abiti di lavoro e a scendere in campo personalmente la sua determinazione è ormai proverbiale. Noi parlamentari del Popolo della Libertà siamo a fianco del Governo con entusiasmo ed esprimeremo la fiducia in quest'Aula, onorati di farlo, come rappresentanti dei milioni di italiani che credono nel nostro progetto.

Ieri il Presidente del Consiglio ha detto che tutte le condizioni sono presenti affinché il Parlamento recuperi per intero la fiducia dei cittadini lavorando seriamente e a pieno ritmo. Questo è precisamente ciò che i senatori della maggioranza desiderano fare e, nel rispettivo ruolo, credo che lo desiderino anche i colleghi dell'opposizione.

Al Presidente del Consiglio, al Governo, e a noi che costituiamo il Senato, auguri di buon lavoro e in questo lavoro al servizio dell'Italia confidiamo nell'aiuto di Dio. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vallardi. Ne ha facoltà.

VALLARDI (LNP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori senatori, un sincero augurio di buon lavoro a tutto il Governo è quanto mai doveroso, vista l'attuale situazione in cui versa il nostro Paese, caratterizzata da stagnazione economica, criminalità dilagante e, non ultima, una profonda disattenzione di una certa politica che negli ultimi anni si è dimenticata delle reali esigenze dei cittadini.

La sicurezza dei cittadini, non solo fisica ma nelle sue componenti sociali ed economiche, costituisce tema di vitale importanza per il nostro futuro. Non si può non affrontare tale tema se si vuole garantire uno sviluppo armonico del Paese, riconducendolo così a protagonista in Europa.

Dobbiamo ripristinare la certezza della pena, se si vuole garantire uno sviluppo armonico del Paese. Dobbiamo ripristinare quella fiducia, nelle istituzioni in genere e nella giustizia in particolare, che purtroppo oggi inizia a vacillare. Dobbiamo stabilire regole giuridiche non influenzabili dalle dimenticanze o dalle smemoratezze di qualche giudice, che ci fanno etichettare come il Paese della giustizia distratta, dove ci si appiglia a cavilli formali dimenticando invece la sostanza.

Poche cose, ma coraggiose, per riportare nel nostro territorio quella tranquillità e sicurezza che negli ultimi anni è stata solo nella fantasia e nella irresponsabilità del Governo che ci ha preceduto. Fatti sanguinari ed atroci, come quelli subiti dai coniugi Pellicciardi, accaduti a Gorgo al Monticano, comune trevigiano nel quale risiedo e dove ho fatto il sindaco, rappresentano un grido di allarme e ci impediscono di essere ciechi e sordi nei confronti di una criminalità dilagante che affonda le proprie radici nell'immigrazione clandestina, purtroppo più che raddoppiata nell'ultimo anno. Immigrazione che sta facendo tremare le fondamenta del concetto, tanto caro alla Lega Nord, di essere padroni a casa nostra.

Il nostro Paese non ha più tempo da perdere in sterili demagogie o falsi buonismi e non ha più credibilità ed immagine da sperperare.

Parliamo ora di rifiuti. La Provincia di Treviso, da anni la più virtuosa per raccolta differenziata dei rifiuti, plaude fortemente al suo impegno, signor presidente Berlusconi, espresso nelle dichiarazioni programmatiche, finalizzato a porre termine a quello scempio campano che sta fortemente danneggiando la nostra immagine e la nostra credibilità. Non può continuare una situazione come quella attuale di un Nord virtuoso, ecologico ed impegnato con grande senso civico a differenziare, raggiungendo risultati di eccellenza che in alcune zone superano percentuali del 70 per cento; sono necessarie una riorganizzazione del sistema di raccolta dei rifiuti ed una promozione della raccolta differenziata e del rifiuto inteso come risorsa.

L'istituzione della tariffa di igiene ambientale ha consentito di premiare i comportamenti ambientali più virtuosi: chi più inquina più paga è da sempre il nostro motto.

Gli ottimi risultati raggiunti, riconosciuti a livello nazionale ed internazionale, dimostrano che sinora si sono fatte le scelte giuste, acquisendo una professionalità che è doveroso mettere a disposizione di quelle realtà del nostro Paese che oggi si trovano in una situazione di forte difficoltà. Non è infatti ammissibile un Paese a due velocità: un Nord e poche altre aree vedono vanificati i propri risultati dalla sciagurata situazione napoletana, ed è un esempio che purtroppo è sotto gli occhi di tutti.

La sicurezza economica è un altro grande bisogno delle famiglie italiane. È necessario tutelare il potere d'acquisto del reddito familiare e ridurre la tassazione a carico dei nuclei familiari, passando attraverso la riduzione dei costi e degli sperperi della cosa pubblica, rilanciando il concetto dell'ottimismo e quel concetto di meritocrazia da troppo tempo in disuso nel nostro Paese e purtroppo quasi totalmente inesistente nelle pubbliche amministrazioni.

Plaudo fortemente all'invito del presidente Berlusconi ad ascoltare e rispettare il grido di dolore che si leva dal Nord. Il Nord è certamente pronto al federalismo fiscale, anche solidale, ma vuole viabilità ed infrastrutture per continuare ad essere l'eccellenza dell'Europa. Il Nord vuole sicurezza ed affermazione della giustizia attraverso la valorizzazione delle forze dell'ordine, ma anche comprendendo e valorizzando il rilancio ed il riconoscimento di tutte quelle forme di volontariato votate al controllo del territorio, che qualcuno negativamente ha battezzato come ronde, le quali con il loro lavoro in stretta e costante collaborazione con le forze dell'ordine aiutano nel controllo del territorio, rafforzando il concetto che non esiste la democrazia senza la sicurezza, ma anzi ognuna è parte integrante dell'altra.

Certamente non bisogna cadere nell'utopia, ma sostenere con fermezza e decisione i propri ideali politici, cercando di ottenere il possibile, anche se si sa che questo non sarà facile, e cercando di non ritenersi mai soddisfatti.

Concludo ricordando che gli obiettivi e gli ideali nascono certamente dall'immaginazione, ma solitamente d'immaginario purtroppo non conservano nulla perché devono costantemente raccordarsi con l'esperienza maturata negli anni attraverso l'impegno amministrativo e sociale.

Auguro a tutti un buon lavoro. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.

SANTINI (PdL). Signor Presidente, signori membri del Governo, senatrici e senatori, vorrei affidare al Governo due temi che stanno particolarmente a cuore non soltanto a me, ma a tutti coloro che vivono nelle zone di montagna. Non è un motivo nuovo da parte mia, come ben sanno i colleghi, ma non è neanche un margine risicato quello che vi propongo in quanto la montagna in Italia copre il 60 per cento del nostro territorio, comprende il 20 per cento della popolazione (circa 12 milioni di abitanti), ma ha altre connotazioni: ad esempio, importa il 16 per cento del prodotto interno lordo nazionale e in modo particolare nel turismo garantisce il 12 per cento dell'intero fatturato nazionale. Quindi, non è quella zona lontana, piccola, decentrata e sfortunata che a volte molti vogliono dipingere.

Dunque, montagna ed autonomie locali sono i due temi che vorrei affidare al Governo, in modo particolare al ministro Fitto competente per gli affari regionali (è qui presente il ministro Vito, che sicuramente sarà buon ambasciatore). Su questi due temi, montagna ed autonomie regionali, del resto è incentrato il forum della pubblica amministrazione, in corso a Roma alla Fiera di Roma; ieri ho partecipato anch'io ad un grande dibattito organizzato da Legautonomie e da UNCEM proprio su queste due specificità.

Signori del Governo, stiamo parlando di un federalismo che ormai sta mettendo le gambe e la delega al Presidente e ministro Bossi ne è la prova. Mi permetto di suggerire che tale federalismo potrebbe andare a rivisitare, per quanto concerne i suoi primi passi, tutte le forme di autonomia che nelle zone periferiche del nostro Paese sono ormai consolidate: non solo nelle cinque Regioni a Statuto speciale e nelle due Province autonome di Trento e Bolzano, ma anche a livello di piccole microautonomie locali rappresentate dalle comunità montane e dalle unioni tra i Comuni.

Si tratta di esperienze più che politico-amministrative, che denotano anche una grande capacità di autogestione da parte della popolazione; direi che il connotato più importante e più interessante è l'immedesimazione, la capacità della gente di autogestirsi, poi i modelli sono tutti verificabili.

Affermo ciò anche con un accento polemico - se mi si consente - nei confronti di quanto è accaduto in quest'Aula durante la passata legislatura. Ricorderete il dibattito sulla legge finanziaria 2007 e i due tremendi colpi d'accetta che il Governo del centrosinistra diede alla realtà delle comunità montane. Il primo aveva la pretesa, anzi era la minaccia, di cancellare con un colpo solo tutta la realtà delle comunità montane, certo perfettibile, aggiornabile e ridimensionabile finché si vuole, ma non da cancellare immediatamente e tutta insieme.

Il secondo colpo d'accetta fu dato all'interrogativo eterno che circonda le zone di montagne e la loro pretesa, giustificata e legittima specificità. Che cosa è "montagna"? Il dibattito è ancora aperto. Ci sono molti requisiti che possono aiutarci a definire una zona di montagna, ma non è certo solo, come voleva il Governo di centro‑sinistra, l'altitudine tout court. È sufficiente dire che sia montagna una zona che si trova oltre una certa quota rispetto al livello del mare? Ciò è troppo poco. Vi sono dei caratteri antropologici, fisici, sociali, economici, di densità della popolazione, di difficoltà nei trasporti e ce ne sarebbero anche altri che denotano questa definizione.

Quindi, voi, signori del nostro Governo, se così posso dire, dovete correre in soccorso di queste zone, che non sono assolutamente svantaggiate. Ho fornito prima alcune cifre. Si tratta di zone che costituiscono un complesso di potenzialità economiche, sociali e storiche complete. Esse hanno bisogno di qualche regolamentazione in più.

Ciò può accadere con maggiori deleghe per quanto riguarda le Regioni a Statuto ordinario, nel senso di valorizzare le comunità montane, e maggiore fiducia verso le Regioni che già dispongono di un'autonomia territoriale, politica ed amministrativa, come quelle a Statuto speciale e le due Province di Trento e Bolzano, che hanno dato un esempio di come la gente possa essere protagonista di un vero ed autonomo federalismo. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Peterlini).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Soliani. Ne ha facoltà.

SOLIANI (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghe senatrici e colleghi senatori, l'inizio della legislatura evoca l'essenza della democrazia. Oggi affermiamo cose che poi daremo per scontate nei mesi successivi, ma vivono stasera come devono vivere sempre.

Noi siamo qui in rappresentanza del popolo sovrano, che un mese fa ha compiuto la sua scelta per il Governo del Paese: una scelta chiara, senza incertezze, che ha semplificato la politica e il Parlamento ed ha stabilito ruoli e confini della maggioranza e dell'opposizione. La nostra sarà certamente un'opposizione responsabile, coerente ed aperta al confronto, perché questa è la democrazia, e sarà rigorosa.

In queste ore, i riferimenti insistiti alla novità del dialogo tra maggioranza ed opposizione sono anche la prova dell'anomalia di questi anni; sono la prova di buona volontà ma, non dimentichiamo, noi non siamo un Paese senza storia. Il dialogo è doveroso sempre, non secondo la convenienza del momento e non può abdicare alla verità delle cose.

Signor Presidente del Consiglio, il nostro Paese ha bisogno di una grande azione di Governo e di riforme istituzionali condivise. Sulle seconde vedremo, speriamo, vorremmo; per quanto riguarda la grande azione di Governo, francamente non la vedo all'orizzonte. È questa la sfida per voi oggi.

Sulla situazione dell'Italia il nostro Presidente del Consiglio non ci ha dato una chiave interpretativa perché questo infatti dovrebbe fare un Governo: non descrivere un Paese, ma interpretarlo se vuole guidarlo, tanto più che in realtà siamo una classe dirigente che governa il Paese da parecchi anni, alternandosi il centrodestra e il centrosinistra. Mi rivolgo direttamente al Presidente del Consiglio che ci ha ricordato anche oggi che è alla sua quarta esperienza di Governo e per questo non è estraneo alla situazione economica, sociale, culturale e politica dell'Italia. Ha anche guidato il Paese nel passato, ma il risultato - consenta a noi di dirlo - non è stato brillante.

Dal Governo Prodi ha ereditato i conti pubblici in ordine, un'Italia credibile in Europa e nel mondo, una lotta ben avviata all'evasione fiscale: virtù civili in un Paese moderno. Il Presidente del Consiglio non ne ha fatto cenno e questo non è un buon inizio. Per noi queste sono le cifre del buongoverno, di una visione democratica dell'economia, della società e dello Stato e alla base stessa della crescita.

Il Partito Democratico si è dato il compito grande e appassionante di cambiare l'Italia, sapendo che c'è un Italia che fa fatica a cambiare. Pensate anche voi di cambiare il Paese? Come pensate di farlo? Non ce lo avete ancora detto. Citerò un solo esempio: la crescita dell'Italia e il suo cambiamento si giocano essenzialmente sulla scuola, l'università e la ricerca. Lo sostengono tutti, ma il Governo non ci ha detto nulla al riguardo. Di certo non sembrano essere una priorità, dal momento che l'università e la ricerca sono letteralmente scomparse. Diteci se finiscono in modo molto veloce al mercato.

Il Presidente del Consiglio ha detto soltanto che vuole dare - cito testualmente - una frustata vitale alla ricerca e all'istruzione: diteci che cosa ciò significhi. C'è un non detto nella maggioranza di Governo che il Paese ha il diritto di conoscere e che ha a che fare con la scuola: è l'idea dell'unità del Paese, dei ragazzi del Nord e del Sud, degli edifici e delle risorse che hanno a disposizione; se si vuole assegnare alla scuola un ruolo nazionale di costruzione sociale e civile e come si intenda valorizzarne l'autonomia e la libertà.

É evidente a tutti un'emergenza educativa nazionale delle nuove generazioni. C'è un livello del sapere da innalzare per tutto il popolo italiano, dal Lombardo-Veneto al Mezzogiorno. Che si intende fare? Signor Presidente del Consiglio, vuole rafforzare o smantellare un sistema pubblico d'istruzione certamente composto di scuole statali e non statali che offra servizi di qualità a tutti? Anch'io domando - come altri miei colleghi - se si applichi anche qui il federalismo fiscale e solidale. C'è un problema internazionale per noi: la qualità dell'offerta formativa e i suoi risultati. Avete un'idea dell'importanza di questi temi, della necessità di dare fiducia alla scuola e alle famiglie nei confronti della scuola?

Ci preoccupa la debolezza della compagine governativa al riguardo. Mi domando: disattenzione o calcolato abbandono al privato dell'istruzione e della formazione del nostro Paese? Le domande non sono di poco conto, ma sono questioni di Governo, domande costituzionali sul diritto universale all'istruzione. Pensiamo che l'Italia e la scuola abbiano bisogno di una visione che non sia né individualistica, né aziendalistica, ma di comunità e di valori, di società e di cultura, di lavoro e di professionalità. I temi da affrontare sono il come stare insieme, pur essendo diversi, nel mondo di oggi e qual è il mondo in cui crescono i ragazzi, con quale cultura e alfabeti e con quali attitudini vogliamo che si formino.

Il Presidente del Consiglio dice che concerterà. Chiediamo davvero qui il dialogo con la scuola e con le sue espressioni. Viviamo in una società multiculturale. Vogliamo che sia aperta e inclusiva o chiusa e escludente? E qual è la società che ci rende più sicuri: quella che integra o quella che separa? La scuola da almeno trenta anni integra i ragazzi stranieri. Che intende fare il Governo?

Signor Presidente del Consiglio, viviamo in una società televisiva e consumistica che anche lei da imprenditore ha contribuito a costruire. Pensiamo ad una scuola che - come dice la Costituzione - liberi le persone da questi condizionamenti e dia a ciascuno l'opportunità di crescere liberi dentro e di giocarsi poi la vita secondo il merito. Noi pensiamo che la scuola e la cultura siano la più grande infrastruttura dell'Italia. Ho l'impressione che non la pensi così il Presidente del Consiglio.

Dico semplicemente che non basta un discorso, dopo anni che si è sulla scena pubblica di un Paese, per diventare, di colpo, uno statista. Né basta vincere le elezioni per avere automaticamente ragione nella vita del Paese. Io non le darò la fiducia, come ben si comprende, anche in rappresentanza di tanti elettori che hanno questi stessi miei pensieri, e non può dargliela il Partito Democratico, che ha una visione ed un progetto politico per l'Italia diversi da quelli della maggioranza e che ha raccolto attorno a sé tante energie vitali. Ma non preoccupatevi, non vi lasceremo soli. Ci confronteremo ogni giorno, qui e nel Paese, nell'interesse dell'Italia. Diremo dei "sì" e dei "no" e ne spiegheremo il perché.

Signor Presidente del Consiglio, il tema che oggi le è stato consegnato dal popolo italiano ha il seguente titolo: «Come governare l'Italia». Bene, questo tema è ancora tutto da svolgere. Adesso tocca a voi. Davvero, buon lavoro, nell'interesse dell'Italia. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Costa. Ne ha facoltà.

COSTA (PdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, che è stato con noi tutt'oggi, signori del Governo, colleghi carissimi, oggi non siamo chiamati a discutere dell'attuazione del programma, delle modalità tecniche e delle regole del divenire dello stesso, ma ad esprimere la nostra opinione, quindi il nostro voto, sulla relazione programmatica del Governo.

Con attenzione, come si conviene ad un parlamentare, ho studiato la relazione proposta dal presidente Berlusconi e ho trovato quanto occorre per riposizionare l'Italia e riattivare il suo sistema civile e produttivo, così come è nelle istanze e nelle aspettative del popolo italiano.

Nel testo ho trovato la volontà di efficientizzare e semplificare la pubblica amministrazione, vuoi nella direzione di digitalizzare l'apparato burocratico, vuoi nella volontà di rivedere la composizione e il funzionamento degli organi degli enti territoriali, che oggi, nonostante la riforma, pur virtuosa, che si è realizzata con l'elezione diretta del sindaco, soffrono ancora e traslano la loro sofferenza sull'apparato burocratico, che diventa, come è dato leggere nella relazione del Governatore della Banca d'Italia, improduttivo e certamente capace di incenerire il 5 per cento del prodotto interno lordo. Allora, quando ci accapigliamo nel corso delle leggi di impalco del bilancio dello Stato per recuperare un minimo di ricchezza, se è vero che in quell'ambito si perdono cinque punti del prodotto interno lordo, è lì che bisogna agire, è in quella direzione che bisogna operare per poter raggiungere l'obiettivo di recuperare ricchezza.

Nella relazione trovo pure la necessità e la volontà di comprimere e stagnare la spesa corrente, quella spesa improduttiva che, una volta supportata ed erogata, non lascia residui di sorta sul piano del miglioramento delle condizioni di vita della persona, della famiglia, dell'impresa, nonché la necessità di ridurre la pressione fiscale per rimuovere l'habitat del cosiddetto inferno fiscale, che fa fuggire l'imprenditore italiano ed estero dal territorio italiano.

Vi è poi la dichiarata volontà di perseguire e conseguire il riequilibrio territoriale, il problema dei problemi. È bene che il presidente Berlusconi si ponga questo grande problema che ha fatto grande colui che lo affrontò con maggiore impegno e successo, Alcide De Gasperi. È nel riequilibrio territoriale che si misura la capacità del governante ed è per la via di questo obiettivo che ci si riesce a iscrivere sul libro della storia il grande governante. Ebbene, a voi e al presidente Berlusconi, auguri, perché possiate insistere in questa direzione, ben sapendo che la cartina di tornasole per risolvere questo problema è l'indice di disoccupazione. Non stiamo a perderci su quali siano le modalità tecniche per poter rimuovere le difficoltà di questa o di quella plaga d'Italia.

L'indice di disoccupazione di per sé è veramente sintetizzante delle patologie da rimuovere per far sì che il riequilibrio territoriale si possa conseguire.

Vi è poi il grande problema dell'energia e il riordino della Difesa, questo ambito dello Stato, Difesa e Forze armate, che io ritengo, anche per l'esperienza vissuta da Sottosegretario di Stato, essere uno degli ambiti più pregevoli della pubblica amministrazione. Guardiamo in questa direzione e certamente avremo concorso a risolvere i problemi del popolo italiano.

Abbiamo rilevato la grande passione civile del presidente Berlusconi, la superiore competenza proprio del grande governante, la genuina cristiana generosità, la perfetta aderenza del programma alle occorrenze e istanze, le aspettative della persona, della famiglia, dell'impresa, del lavoro, dello Stato, il tutto nella logica di una dottrina sociale cristiana a me molto cara.

Di qui il voto favorevole convinto, determinato e obbligato, con l'auspicio che la provvidenza assecondi la vostra fatica di governante, l'impegno del popolo italiano, che poi è quello che noi dobbiamo assecondare, perché nessuno può governare e pretendere di raggiungere i risultati senza la coralità di questo grande agente che è il popolo italiano tutto intero. Auguri. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.

MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, onorevoli Ministri, abbiamo ascoltato le linee programmatiche e voteremo convintamente la fiducia al Governo. Non è solo una questione di coerenza e di rispetto degli impegni assunti nei confronti degli elettori che ci hanno votato il 13 e 14 aprile, ma è anche una questione di coerenza politica condividendo la visione dei problemi da lei esposta nelle linee programmatiche e le soluzioni da lei proposte al Parlamento.

A lei, signor Presidente, e al suo Governo tutte le cittadine ed i cittadini guardano con grande attesa, certi che saprà realizzare il programma illustrato in campagna elettorale dando risposta immediata alle priorità del Paese.

Voglio soffermarmi su due questioni che noi riteniamo ineludibili. Il federalismo è una priorità nell'agenda del nuovo Governo e la nomina del Ministro delle riforme per il federalismo, onorevole Umberto Bossi, è la garanzia che tale obiettivo verrà tenacemente perseguito e realizzato. Se non modificheremo l'assetto politico-istituzionale di questo Paese in senso federale, se non riporteremo il prelievo fiscale sul territorio garantendo con la vicinanza ai veri interessati che i nostri soldi siano meglio destinati e ben spesi, se non sapremo dare risposta alla ormai improrogabile necessità di attivare la fase costituente in senso federale, sarà impossibile dare risposta a tutti i problemi che il nostro Paese si trova a dover affrontare.

L'esigenza di perequazione, ossia l'esigenza di aiutare le Regioni meno ricche, può trovare risposte immediate stabilendo che una parte delle risorse delle Regioni della Padania confluisca in un fondo di solidarietà dal quale le altre Regioni potranno ricevere risorse aggiuntive. Del resto questo meccanismo è quello già applicato dall'Unione Europea con il fondo di solidarietà.

Si tratta di un progetto di riforma che dobbiamo costruire assieme, peraltro partendo da iniziative legislative già mature e mi riferisco alla proposta di legge del consiglio regionale della Lombardia al Parlamento italiano del 2007, che prevede di trattenere nella Regione - com'è già stato detto - almeno l'80 per cento dell'IVA riscossa e il 15 per cento dell'IRPEF statale. Occorre quindi un nuovo assetto dello Stato e l'attuazione finalmente dell'articolo 119 della Costituzione.

Se mi è consentita una notazione personale, cumulando alla funzione parlamentare anche la funzione di sindaco di una città della Provincia di Brescia, sono sicuro, signor Presidente, che porrete la massima attenzione nell'attuazione dell'obiettivo dell'esenzione generalizzata dell'ICI sull'abitazione principale. Questa misura, promessa agli elettori in campagna elettorale e che quindi va perseguita, deve essere contestualmente accompagnata da paralleli trasferimenti compensativi statali ai nostri Comuni per evitare che venga meno l'equilibrio dei bilanci comunali e che i Comuni siano costretti, per continuare ad erogare servizi indispensabili ai cittadini e alle imprese, a ricorrere supplettivamente, in difetto di questa integrazione statale, ad altre misure impositive o peggio ancora all'innalzamento dell'ICI a coloro che continueranno a pagarla, ossia artigiani, industriali, imprenditori, commercianti. Lei sa, signor Presidente, che i nostri Comuni sono già stati penalizzati pesantemente negli ultimi due anni da consistenti tagli di trasferimenti erariali a fronte di un gettito ICI, poi mai realizzatosi, relativo ai fabbricati rurali.

Aumentare la sicurezza ed il senso di protezione e di sicurezza dei cittadini deve essere il nostro obiettivo. La sicurezza è la precondizione di ogni diritto e di ogni libertà ed è strettamente legata al tema dell'immigrazione, che non va subita passivamente ma va governata. L'equazione stranieri irregolari uguale criminalità, spesso tenacemente negata da una certa sinistra ideologica (e purtroppo oggi in quest'Aula anche dal senatore Bianco), trova sempre più riscontro nei dati e negli studi scientifici condotti seriamente su questi dati. L'ultimo studio è quello condotto dal centro interuniversitario Transcrime dell'Università degli studi di Trento e dell'Università cattolica del Sacro Cuore, ampiamente illustrato in un articolo pubblicato su «Il Sole-24 ORE» del 28 aprile 2008, dal titolo: «E' lo status di irregolare la prima causa di devianza».

In questo studio emerge chiaramente che l'irregolarità produce criminalità: furti, scippi, rapine, spaccio di stupefacenti. Se non agiamo subito nell'azione di contrasto dei clandestini, procedendo a rapide espulsioni, la criminalità aumenterà e le nostre carceri saranno sempre più affollate di immigrati. Basti pensare che quattro detenuti su dieci sono stranieri. Inoltre, il nostro sistema giudiziario non funziona da deterrente, con processi penali che non si svolgono mai e pene incerte; ciò porta ad una percezione di impunità per lo straniero di passaggio nel nostro Paese.

La mia Provincia, quella di Brescia, ha il triste primato della presenza dei clandestini: in base ad un recente studio pubblicato pochi giorni fa, abbiamo 32 clandestini ogni 1.000 abitanti e 23 stranieri su 100 a Brescia non hanno alcun titolo di soggiorno. Da sindaco di una città di quella Provincia, vi assicuro, colleghi, che questa stima è sottodimensionata ed eccessivamente prudenziale.

Il tema del governo dell'immigrazione è dunque ineludibile. Sappiamo che il ministro dell'interno, onorevole Maroni, ha già lavorato e sta tuttora lavorando ad un provvedimento che affronti, in piena collaborazione con le autonomie locali, questa situazione che rischia di esplodere da un giorno all'altro. In un anno, dal 2007 al 2008, i clandestini sono raddoppiati; se nel 2007 i clandestini stimati erano 350.000, oggi sono 650.000. È il risultato di una politica di falsa accoglienza e di lassismo voluta dalle forze della sinistra, che è stata pesantemente sconfìtta dall'esito democratico delle urne.

Auspichiamo anche, magari attraverso un'indagine conoscitiva, come ha fatto la House of Lords nel Regno Unito, che si faccia una seria analisi sui costi-benefici del fenomeno immigrazione, affrontando questo tema non in base a pregiudizi o a luoghi comuni (l'immigrazione è una risorsa positiva). In Inghilterra l'hanno fatto e sono emersi anche dei dati particolarmente interessanti. Auspichiamo una seria analisi, che valuti se l'apporto lavorativo degli immigrati compensi gli enormi costi sociali ed economici del fenomeno immigrazione.

Signor Presidente del Consiglio, è con la piena consapevolezza della sua responsabilità - e della nostra come maggioranza parlamentare - e con la più sentita vicinanza di positivi intenti che formuliamo a lei ed al suo Governo i migliori auguri di buon lavoro, nella certezza che insieme - ognuno per la propria parte e per il proprio ruolo - sapremo condurre ad un esito felice e compiuto il delicato compito che i cittadini ci hanno assegnato. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saccomanno. Ne ha facoltà.

SACCOMANNO (PdL). Onorevole Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli membri del Governo, colleghe e colleghi senatori, il trasferimento rapido dall'aula di un Consiglio regionale al Senato della Repubblica fa sì che i toni del mio intervento conservino il profumo ed il peso dei luoghi di origine. L'Italia intera ha espresso con chiarezza la propria scelta politica, ma ciò nulla toglie alla forza del consenso espresso dal Mezzogiorno in favore di questa maggioranza, che con la fiducia che otterrà il Governo anche in questa Aula, completerà l'iter del contratto elettorale stipulato. Oggi si intraprende il cammino delle concretizzazioni per rialzarsi.

Il clima di condivisione procedurale auspicato, ed oggi percepito e reso pregnante dal comune sentire dei valori fondamentali della nostra democrazia, impegna tutti a cimentarsi con la soluzione dei problemi del Paese, stimolandoci con accresciuta consapevolezza affinché i programmi illustrati divengano progetto esecutivo per tutti, non per alcuni fortunati. Si è un unico treno senza differenze di classe, tutti attori, nelle proprie specificità, di un Paese più efficiente e più solidale.

Signor Presidente del Consiglio, del suo programma che entusiasticamente sposiamo mi consenta tre veloci sottolineature. Lei ha parlato di ridurre la vanità e la visibilità della politica, io aggiungo innanzitutto nel sociale e nella sanità. Nel sociale non vi siano cortesie pelose, regali dalla politica, santini ostentati dai proconsoli, ma uno strutturale atteggiamento di attenzione verso vecchie e nuove povertà, verso emarginati ed ultimi, verso indigenza e precarietà. Ricerchiamo con ansia il mondo del disagio che spesso è chiuso in sé stesso, andiamogli incontro al pari dei privilegiati in cammino verso il successo sociale.

Nella sanità, mondo che tutti condividiamo e che nelle proprie carni apprezziamo, rivediamo gli aspetti infrastrutturali e tecnologici, ma prima e soprattutto interveniamo sugli aspetti qualitativi ed organizzativi dell'offerta sanitaria ad ogni latitudine del Paese; fermiamo gli pseudomanager al servizio del politico di turno più che della politica che ella programma nel suo intervento. Facciamo sì che i concorsi ritornino tali e i primari e i direttori non consumino le stanze del potere prima di accedere nelle corsie o nelle sale operatorie; mai più curricula servili e prebende per vassalli che fanno lievitare solo debiti e tasse sul territorio.

Si chiuda poi l'umiliazione di Stato con i rifiuti a Napoli, come ella lodevolmente si è impegnata a fare; tuttavia, proseguendo in questo impegno, il Governo prevenga situazioni simili, possibili in altre Regioni che non avvertono il peso di chiudere rapidamente, sia pur con nuove e sperimentate tecnologie, il ciclo dei rifiuti. Qualcuno crede che i termovalorizzatori vadano bene, ma a casa di altri: non lo si può consentire. Socializziamo un sentimento orgoglioso di tutela ambientale e superiamo le paure di un inquinamento ad ogni costo collegato ad innovazione e insediamento industriale. La Puglia, la mia Regione, ferita da Manfredonia a Taranto o nella mia Brindisi, torni a un colloquio che superi i no a prescindere ed i sì condizionati dalla spasmodica ricerca del lavoro, trasferendo le certezze di uno Stato che completi rapidamente le bonifiche e infonda certezze che equilibrino sviluppo, progresso e tutela della vita.

In ultimo, il Mezzogiorno non vuole essere periferia, non intendo geografica, ma periferia sociale per essere cuore pulsante delle politiche del e per il Mediterraneo, che tante volte ella ha enunciato. Per non essere periferia la questione meridionale non sia la versione povera della questione settentrionale. Molto ci aspettiamo da questo Governo al Sud; non regali, ma certamente nemmeno vestiti riciclati. Vogliamo misurarci, convinti che l'Italia cresce solo nella sua unitarietà. Per noi, occorrono politiche occupazionali e sostegno familiare per uscire dalle lusinghe della criminalità, dalle prigioni del lavoro nero e dal precariato. Anche tutto ciò, insieme alle forze dell'ordine, trasferirà sentimenti di sicurezza. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.

SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, onorevoli membri del Governo, colleghi senatori, l'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri ha aperto una stagione nuova nella vita politica nazionale e ritengo che questo elemento, che richiama tutti, dentro e fuori di quest'Aula, ad un confronto democratico più alto e civile, sia un dato ormai acquisito. Saranno i problemi concreti che di volta in volta affronteremo ad affidare a ciascuno la ricerca del bene comune.

Prima di proseguire questo mio intervento, mi sembra giusto fare una chiosa di attualità politica da proporre al Governo, così come all'Assemblea: siamo pochi in quest'Aula ovattata, ma dobbiamo cominciare fin da principio a dirci le cose e vi chiedo scusa se sono un po' imbarazzata.

Nel momento in cui a questo Esecutivo si contrappone un Governo ombra che la maggioranza riconosce, accetta e ritiene utile alla dialettica politica, credo debbano prevedersi strumenti analoghi anche per amministrare la cosa pubblica a tutti i livelli a cominciare da quello regionale. Nelle Regioni di sinistra come la mia Umbria mancano strumenti adeguati all'opposizione per un controllo e per questo, forse, vince ancora il potere del più forte, il governo dei no, quello dei divieti, delle attenzioni riferite soprattutto a qualcuno e non a tutti. Ecco, come a Roma, occorre collaborare sul territorio per lavorare nell'interesse collettivo e non di parte. Occorre predisporre le condizioni per accrescere un benessere non solo materiale ma anche in termini di qualità della vita, il che significa sicurezza, conciliazione dei tempi, crescita culturale e quant'altro.

Essere qui a dare il proprio personale apporto al programma proposto e per il quale si chiede la fiducia che, naturalmente, assicuro in maniera convinta, è certamente un privilegio e insieme un impegno nei confronti delle persone che si aspettano dal nuovo Governo il rispetto del patto sottoscritto con gli elettori e comunque una saggezza nuova, che abbiamo letto in quelle parole.

Credo che tutti i parlamentari eletti dal popolo nelle recenti consultazioni siano portatori di valori che almeno in parte possono dirsi universali e condivisi. C'è molto da lavorare, ne siamo consapevoli, ma la volontà popolare ha saputo dare la base politica per un'azione forte e duratura, una volontà della quale sono esponente, alla quale aderisco con convinzione e spirito di servizio. Non c'è il Presidente, ma lo dico a voi che siete così fortunati da stare sempre o spesso con lui, con il nostro capo, il nostro presidente Silvio Berlusconi. Vorrei rivolgermi direttamente al Presidente del Consiglio, così come farei con un collega imprenditore (perdonatemi l'ardire da così piccola cosa che sono io); vorrei rivolgermi a lui come imprenditore, come uomo che conosce bene la vita e le problematiche delle imprese, come uomo del fare, che ha arricchito la politica con il suo indiscutibile piglio imprenditoriale che mi è familiare - essendo anch'io un imprenditore prestato alla politica - con un linguaggio essenziale, pieno di concretezze di cui si avverte ora tanta necessità.

Vorrei ora evidenziare, come altri colleghi hanno già fatto, che il sistema delle piccole e medie imprese italiane in questi ultimi due anni ha tutto sommato tenuto, rappresentando, pur tra tante difficoltà, lo zoccolo duro dell'economia nazionale. Le piccole e medie imprese, l'intero sistema produttivo ha concorso nel mondo globalizzato, investendo in innovazione di prodotto, nonostante le difficoltà, malgrado l'inefficienza dei servizi offerti, la carenza di infrastrutture materiali e immateriali e una pubblica amministrazione male organizzata, lenta e poco efficiente, anche perché, come nel sistema di istruzione, il merito non viene premiato.

Questo sistema non potrà continuare a reggere se il Governo non mette mano al problema fiscale, perché un fisco equo è la chiave essenziale nei rapporti tra Governo e cittadino, tra Governo e impresa, tra Italia e resto del mondo, perché solo con un fisco giusto sarà possibile perseguire un benessere diffuso. Occorrono politiche fiscali, non separate da un impegno indispensabile per il ripristino della legalità, della sicurezza, del legame di solidarietà tra Stato e cittadini. Il nostro Paese potrà diventare, così, un motore economico per la crescita di tutta l'Europa.

Gli italiani ci vogliono al Governo con una maggioranza parlamentare efficiente, efficace e convinta di ben operare. Con serenità e certezza so che possiamo e che potete portare avanti l'impegno per il futuro e il progresso, rispondendo al grido di dolore che si ode da tutte le parti d'Italia, come ha detto anche il Presidente e qualcun altro in passato.

Noi, sono certa, lo faremo: assicuro tutta la mia disponibilità, certa che non verrò delusa da questo Esecutivo, composto di persone capaci e nuove, che daranno una politica nuova ad un Paese in crescita, che vuole essere nuovo ed integrato in un'Europa moderna. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).

PRESIDENTE. Comunico che è stata presentata la seguente mozione a firma dei senatori Gasparri, Bricolo e Pistorio:

«Il Senato,

udite le dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio dei ministri, le approva e passa all'ordine del giorno».

Rinvio il seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri alla seduta di domani mattina.