Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 282 del 27/02/2008


MANZIONE (Misto-UD-Consum). Signor Presidente, come i colleghi avranno verificato, poco fa mi sono rivolto all'Assemblea chiedendo che qualcuno mi desse la possibilità di continuare a parlare, visto che Unione Democratica per i consumatori all'interno del Gruppo Misto è l'unica componente che ha ultimato il tempo. Ringrazio i tanti amici e colleghi e i Capigruppo dei Gruppi del centro-sinistra per la grande disponibilità che non è arrivata. Ringrazio invece, senza ironia, il Gruppo di Forza Italia che mi ha messo a disposizione parte del suo tempo.

La democrazia è un esercizio difficile da mettere in pratica, perché non bisogna soltanto declamarlo appropriandosi di certe attribuzioni, ma bisogna essere capaci di praticarlo, a volte in silenzio, ed io ho l'obbligo di specificare che il silenzio in alcuni casi va rotto.

Signor Presidente, con questo emendamento sottopongo al Senato una serie di questioni significative. Mi rivolgo a tutti i colleghi della Commissione giustizia, a cominciare dal presidente Salvi e dai colleghi Caruso, Buccico, Di Lello Finuoli, Casson, Legnini e D'Ambrosio che vedo qui presenti. Quando abbiamo iniziato l'esame della finanziaria in Commissione giustizia su un punto siamo stati tutti d'accordo, maggioranza ed opposizione: eliminare una norma che vietava l'estensione del giudicato nella pubblica amministrazione. È stato votato all'unanimità dalla Commissione un documento pubblico; il Governo è andato avanti e non ha recepito nella prima lettura in Commissione della finanziaria l'emendamento da me presentato ed in Aula ha invitato i colleghi della Commissione giustizia a fare memoria di un percorso condiviso; alla fine il Senato, dopo una discussione ampia e attenta, ha cancellato quella norma.

Vi sembra mai possibile che, dopo un percorso democratico e partecipato iniziato in Commissione e che ha visto tutte le componenti della Commissione giustizia, e poi tutte le componenti dell'Aula, interessate ad un accordo unanime volto a stabilire che una norma come quella non può avere diritto di cittadinanza, adesso, con un decreto "marchetta" come questo, venga di nuovo cancellata quella volontà espressa in maniera consapevole dal Senato con una discussione vera? Ho pertanto ritenuto di dover presentare un emendamento soppressivo di una norma che suona come un cazzotto negli occhi che il Governo dà al Parlamento, nel momento in cui non recepisce un'indicazione ed una volontà precisa. Il Governo crede davvero che con i decreti‑legge può tentare di turlupinare la legittima volontà espressa dalle Aule parlamentari? È mai possibile non prendere atto di quanto liberamente il Parlamento ha deciso? (Applausi dal Gruppo FI).

È un affronto gravissimo (e mi dispiace che sia qui presente il sottosegretario Lettieri, che probabilmente non conosce la vicenda), perché poi è facile gestire annullando i risultati di un confronto democratico come quello che si è svolto.

Colleghi, vi chiedo di votare questo emendamento che di nuovo sopprime tale norma, in primo luogo perché nel ragionamento che abbiamo svolto in Commissione ci siamo resi conto di come nel comparto pubblico non rendere possibile l'estensione del giudicato significa, innanzi tutto, determinare un aggravio di spese. È infatti chiaro che, se un dipendente pubblico va davanti al TAR, chiede una decisione e questa diventa esecutiva, l'ente pubblico ha interesse ad applicarla a tutti coloro che si trovano nella stessa condizione, per evitare di affrontare altri cento giudizi. Quindi, c'è un risparmio evidente. C'è poi un atteggiamento illegittimo, perché così facendo, vietandosi all'amministrazione pubblica l'estensione del giudicato, in effetti si fa in modo che qualcuno possa essere favorito, magari mettendo in condizione l'ente pubblico di non costituirsi al momento opportuno in giudizio, sapendo che quel giudicato favorevole nei confronti di qualcuno non potrà essere esteso. È allora una questione di palmare evidenza.

In secondo luogo, e scusatemi, evitiamoci la schizofrenia di aver fatto una norma discutibile quanto vogliamo, condivisibile o no, sulla class action, che cerca di estendere gli effetti di un giudicato favorevole a tutti coloro che si trovano nella stessa situazione per poi invece impedire alla pubblica amministrazione di estendere in maniera precisa un giudicato favorevole.

Se c'è qualcuno che vuole convincermi del contrario sono pronto a condividere le sue tesi e a modificare la mia idea. Penso però che non si tratti di dire sì o no ad un emendamento presentato dal senatore Manzione, ma di dire sì o no ad un'Aula che rivendica la sua dignità, ad un Parlamento che, pur se alla fine di un percorso, ha il dovere di ritenersi unico interprete di quel potere legislativo (nella specie, quello del Senato) che solo eccezionalmente viene affidato al Governo e che, con un escamotage come quello contenuto nella finanziaria, non può essere limitato.

Signor Presidente, le preannunzio infine la mia volontà di richiedere la votazione a scrutinio simultaneo per l'emendamento 25.100.