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Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 240 del 05/11/2007


LIVI BACCI (Ulivo). Ricordo che il ministro Padoa-Schioppa, nell'intervento del 3 ottobre di fronte al Senato, presentando la manovra di bilancio - lo ricordava prima il relatore Legnini - menzionò due particolarità del sistema Italia, o meglio due gravi patologie che questo Governo si è impegnato a combattere e che rappresentano un freno alla crescita e all'equità. Non sono patologie da poco, ma due macigni sulla strada del Paese: l'altissimo debito pubblico che non appare negli altri Paesi dell'Unione Europea e l'abnorme evasione fiscale che supera i 5-6 punti di PIL rispetto alla media europea; due macigni che non possono essere spostati rapidamente, ma che devono essere erosi e frantumati in un tempo ragionevole.

È questa una priorità per un Governo veramente democratico. Lo spostamento degli oneri sulle generazioni future, anche quando è deciso seguendo le regole formali della democrazia, può prevaricare gli interessi di quelle generazioni espropriandole delle loro prerogative. È quindi un atto non democratico, nella sostanza, che produce iniquità di chi ci è già ma non ha diritto di voto o di chi ancora non c'è.

L'evasione fiscale è l'altro macigno. Non solo è causa di profonda distorsione del sistema economico, che cresce storto e deforme, ma è fonte primaria di diseguaglianza tra i cittadini e gli attori economici che adempiono regolarmente ai loro doveri e quelli che invece li eludono e li evadono. Va aggiunto poi che l'evasione fiscale si lega a doppio filo con l'economia sommersa (tra un quinto e un sesto del PIL, con un valore superiore al PIL della Polonia) e con il lavoro nero, due piaghe della nostra società.

Durante il primo anno e mezzo di vita il Governo si è mosso con coerenza nella giusta direzione e i provvedimenti di autunno, improntati a contrastare le diseguaglianze, a sostenere gli investimenti e a stabilizzare la pressione fiscale, ne sono la prova concreta.

Mentre rinnovo il pieno apprezzamento per l'operato di questo Governo, voglio allo stesso tempo soffermarmi su alcuni nodi che gli interventi prospettati cominciano ad affrontare, ma che richiederanno crescente impegno man mano che si raccoglieranno i frutti in termini di crescita e di stabilità delle politiche proposte.

Semplifico al massimo. Ricordo che nel 2006 c'erano 19 milioni di giovani tra i quindici e i quarant'anni in Italia e numeri quasi identici in Francia e Gran Bretagna, ma coloro che si dichiaravano attivi erano 12,3 milioni da noi, 13,5 in Francia e 14,6 in Gran Bretagna. Supponiamo che, con politiche adeguate, riuscissimo a colmare, nel giro di un decennio, il distacco che ci separa dalla Gran Bretagna in termini di occupazione giovanile. Ciò significherebbe una spinta in alto al PIL, in ogni anno, compresa tra mezzo punto e un punto percentuale di crescita, rimettendo il nostro sviluppo al passo con l'Europa. Non sarebbe davvero un risultato da poco.

Mac'è di più. Questa massa di giovani che, per il momento, è numericamente pari a quella dei due grandi Paesi citati, non solo esprime meno occupazione, ma mette al mondo un numero di figli assai inferiore: nel 2006 sono nati 560.000 bambini in Italia, 720.000 in Gran Bretagna e 800.000 in Francia. I conti demografici di questi due Paesi sono in ordine, quelli dell'Italia sono in grave deficit.

C'èdunque una questione giovanile sintetizzata dai due dati precedenti: i giovani generano pochi figli e sono occupati in minor proporzione che altrove. Però la questione giovanile è assai più complicata e infatti i giovani italiani, oltre ad entrare in ritardo nel mercato del lavoro, quando lavorano guadagnano assai meno dei loro coetanei europei, finiscono più tardi la loro formazione, escono più tardi dalla famiglia e più tardi ne formano una propria. Entrando al lavoro più tardi ne viene ritardata anche la loro ascesa sociale e professionale e si preclude la loro presenza nelle gerarchie e nelle funzioni decisorie.

Aparità di età al pensionamento, ogni anno di ritardo in entrata al lavoro equivale ad un 3 per cento del trattamento pensionistico in meno. Così i nati in Italia che entreranno nei loro vent'anni, non solo saranno pochi per la bassa natalità che dura ormai da un quarto di secolo, ma diventeranno protagonisti attivi nella società più tardi del loro coetanei europei e più tardi di quanto non avvenisse per i loro genitori. Pochi, poco e tardi utilizzati, meno retribuiti, in minor numero nei ruoli che contano. Restituire loro le prerogative perdute significa, in breve, accelerare la crescita del Paese.

Deficit di buona occupazione e deficit di nascite sono tra loro strettamente collegati e riguardano particolarmente le giovani donne tra i trenta e i quarant'anni, età nelle quali si concentrano le nascite e più intense sono le funzioni di allevamento e di cura. Restituire prerogative ai giovani vuol dire dunque, in primo luogo, favorire l'entrata e la permanenza delle donne al lavoro. Più lavoro significa anche più figli. In tutto il mondo sviluppato le famiglie hanno bisogno di una stabilità di prospettive, assicurata solo da una doppia fonte di reddito, per prendere le decisioni riproduttive. Così avviene che i Paesi dove è maggiore l'occupazione femminile sono anche quelli che hanno natalità più elevata, mentre quelli nei quali l'occupazione è più bassa, come l'Italia, hanno meno figli.

In futuro, contrariamente al passato, saranno le donne con scarse qualifiche e senza lavoro, e perciò costrette ad attività casalinghe, quelle a rischio di non avere figli che, nelle loro aspettative, volevano avere.

Rafforzare le prerogative dei giovani e, in particolar modo, delle donne significa accelerare lo sviluppo, sostenere la natalità, far dipendere meno il Paese, non oggi, ma nel lungo periodo, da flussi migratori troppo cospicui, e contrastare il processo di invecchiamento della popolazione, che in Italia è più veloce che altrove.

Non si tratta tanto di trasferire reddito ai giovani, quanto di assicurare loro una formazione efficiente ed in tempi conformi ai ritmi europei, di favorirne l'entrata nel lavoro, eliminando le dannose barriere all'esercizio delle professioni o dell'imprenditoria, di sostenere e sviluppare la capacità di guadagnare reddito senza lacune temporali involontarie, di assicurare una continuità contributiva, di rendere compatibile allevamento dei figli e lavoro, di intervenire nei casi di crisi. In definitiva, occorre promuovere la rapida transizione da un welfare risarcitorio (peraltro parecchio avaro verso i giovani) ad un welfare di investimento e di sviluppo.

Molte delle misure stabilite nei provvedimenti di autunno vanno nella giusta direzione; così è per l'integrazione del finanziamento del piano straordinario dei servizi socio-educativi per la prima infanzia; per la conferma delle detrazioni d'imposta per gli asili nido; per l'equiparazione dei figli adottati ai figli biologici, per i congedi parentali; per le disposizioni in materia di edilizia residenziale pubblica; per la detrazione IRPEF per i giovani titolari di contratti di locazione; per le disposizioni contenute nel protocollo del welfare che mirano al rafforzamento delle tutele per i giovani.

Misure significative, ma alle quali deve essere conferita quella massa d'urto capace di rafforzare le prerogative dei giovani e delle giovani coppie, intensificando la loro presenza nel mercato del lavoro e nella società e sostenendone aspirazioni e responsabilità genitoriali. Massa d'urto che potrebbe essere raggiunta con un robusto rafforzamento dei congedi parentali; con l'estensione in senso universalistico di un assegno per i bambini; con l'istituzione di un fondo per i giovani per sostenere la difficile transizione all'autonomia, tutte proposte che sono sul tappeto in progetti di legge giacenti nel nostro Senato.

Un ultimo accenno, prima di concludere, alla previsione (articolo 68 della legge finanziaria) di raddoppio del fondo per l'inclusione degli immigrati, integrato di 50 milioni per il 2008. Questo fondo, cancellato dal precedente Governo e ricostituito con la finanziaria 2007, è essenziale per una società che per la propria debolezza demografica, per la domanda di lavoro espressa dalle imprese, per le necessità di allevamento e di cura generata dalle famiglie, è bisognosa di immigrazione.

I cento milioni previsti sono significativi, ma ancora del tutto insufficienti, commisurandosi a poco più di 25 euro per ogni immigrato regolare; occorre che all'alimentazione del Fondo - oltre alle risorse pubbliche - siano chiamate altre istanze: gli stessi datori di lavoro in primo luogo e, in certe situazioni, gli immigrati stessi (ad esempio, gli autonomi e gli imprenditori). I processi di inclusione non possono essere affidati alla spontaneità; vanno vigorosamente sostenuti con idee e risorse; agli immigrati deve essere insegnata la lingua; vanno rese note e accessibili regole, leggi e cultura; vanno sorretti i processi formativi in specie delle seconde generazioni; debbono favorirsi insediamenti residenziali dignitosi e non segregati.

Voglio, in chiusura, riaffermare - in piena sintonia col Gruppo dell'Ulivo, oggi, e spero a breve termine con il Gruppo dei Democratici - il mio convinto voto favorevole alla legge in discussione. (Applausi dal Gruppo Ulivo e delle senatrici Brisca Menapace e Pellegatta. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Brisca Menapace. Ne ha facoltà.