Discussione congiunta dei disegni di legge:
(1818) Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2008 e bilancio pluriennale per il triennio 2008-2010 (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)
(1817) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 17,21)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta dei disegni di legge nn. 1818 e 1817.
Ricordo che, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, le votazioni finali su entrambi i provvedimenti avranno luogo con votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
La relazione sul disegno di legge n. 1818 è stata già stampata e distribuita.
Ha chiesto di parlare per integrarla il senatore Albonetti. Ne ha facoltà.
ALBONETTI, relatore sul disegno di legge n. 1818. Signor Presidente, prima di svolgere la relazione, intenderei aggiungere il mio voto tra coloro che hanno votato per garantire il numero legale anche da un punto di vista formale.
Onorevoli colleghi, il disegno di legge n. 1818 certifica la situazione dei conti pubblici a legislazione vigente. Quest'anno, esso recepisce indicazioni di lavoro e impegni scaturiti dal lavoro congiunto svolto dalle Commissioni bilancio di Camera e Senato con la fattiva collaborazione del Governo.
Come ho fatto in Commissione, voglio richiamare l'intervento svolto in quest'Aula lo scorso 3 ottobre dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa che con soddisfazione dichiarava: «Il bilancio finalmente parla in lingua italiana e diventa leggibile per tutti» e si augurava che non fosse «lontano il giorno in cui il disegno di legge di bilancio (...) non abbia bisogno di una legge finanziaria che lo modifichi. Quel giorno indicherebbe che la legislazione implicante entrate o spese si è evoluta ordinatamente ed efficacemente nel corso dell'annata parlamentare, sicché la sessione di bilancio possa limitarsi a registrarne le implicazioni contabili».
Su queste parole del Ministro in Commissione, e spero anche questa sera in Aula, ho trovato larga condivisione. Ciò nonostante, è chiaro a tutti come la riforma della sessione di bilancio è tutt'altro che compiuta.
Il bilancio pubblico nel corso degli anni ha accumulato rigidità, incrostazioni, sedimenti che possono essere rimossi solo da una paziente opera di riordino legislativo, di snellimento delle procedure allocative e da una moderna capacità, allo stesso tempo generale e capillare, di attuare una revisione progressiva delle modalità d'impiego dell'intero ammontare delle risorse del bilancio.
Il presente disegno di legge, che salvaguarda lo schema giuridico previsto dalla legge n. 94 del 1997, riclassifica il bilancio in senso funzionale; al Parlamento offre una maggiore trasparenza sulle modalità con cui vengono impegnate le risorse dello Stato; alle singole Amministrazioni offre l'opportunità di ripensare la propria organizzazione.
Il bilancio per l'anno 2008 recepisce le indicazioni di parte di quel processo di riforma degli strumenti della manovra che riguardano specificamente la riclassificazione del bilancio e gli indicatori di performance. Tale processo è ancora in itinere. (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Albonetti. Colleghi, siamo all'inizio di una riunione impegnativa; vi prego di prestare attenzione e di non disturbare il relatore.
Prego, senatore Albonetti, prosegua.
ALBONETTI, relatore sul disegno di legge n. 1818. Grazie, signor Presidente.
Nella relazione pubblicata - che potete quindi leggere con pazienza - sono elencate le principali tappe di questo itinerario. Da esse emerge un quadro di iniziative orientate verso un medesimo fine: il potenziamento delle istituzioni tecniche e politiche sulla finanza pubblica.
L'avvio del processo è stato segnato da una volontà politica del Parlamento e del Governo. D'altro canto, i fatti mostrano quanto l'obiettivo comune sia stato partecipato e fatto proprio dalle amministrazioni pubbliche. Tenuto conto del breve arco di tempo, meno di otto mesi, si comprende anche il grado di intensità nella diffusione delle innovazioni; ciò fa ben sperare che si tratti di un impianto stabile, ormai innestato nelle amministrazioni pubbliche, e che sia quindi ormai un processo acquisito dalle istituzioni.
Lavorare per missioni (ne potrete riconoscere 34) articolate in programmi (sono 168) facilita la costruzione di chiari contesti di riferimento su cui misurare l'efficacia dell'azione politica e della spesa e quindi il monitoraggio di quest'ultima, almeno in una prospettiva di medio periodo.
Nella formazione del nostro bilancio e nella sua gestione il peso del formalismo legislativo appare oggi ancora eccessivamente vincolante rispetto alla presentazione e articolazione degli obiettivi politici, cioè al contenuto sostanziale. Anche semplici raffronti visivo-sinottici con gli strumenti di bilancio di uno Stato a noi comparabile, come la Francia, evidenziano nella scrittura dei documenti la prevalenza della forma sul contenuto, ciò a discapito in Italia di un più ampio coinvolgimento dei cittadini.
Per offrire alle colleghe senatrici e ai colleghi senatori interessati un primo e generale esempio di come può cambiare in positivo la lettura del bilancio, ricorrendo anche a semplici innovazioni grafiche, ho fatto predisporre due fogli riepilogativi delle entrate e delle spese delle amministrazioni centrali dello Stato, che rendono più semplice un primo raffronto sulle scelte operate e offrono un quadro riassuntivo dei compiti e degli impegni dello Stato. Questi fogli sono stati fotocopiati a parte a colori perché l'attuale organizzazione della documentazione del bilancio non consente, anche per motivi tecnici, di stampare e riprodurre tabelle allorché si presenta il bilancio in Parlamento. Anche i particolari ci raccontano quindi della strada da percorrere nell'ammodernamento delle procedure di costruzione e approvazione del bilancio.
Passare da un bilancio che ha per oggetto chi spende a uno che spiega soprattutto per quali politiche si spende significa introdurre sostanziali cambiamenti. Attualmente la riclassificazione del bilancio sembra essere potenzialmente in grado di conferire nuovamente sostanza al documento di bilancio, spostando la consueta attenzione rivolta alla finanziaria (che reca risorse incrementali al margine) verso lo stock complessivo della spesa.
Non mancano, come si è discusso anche in Commissione con il contributo fattivo dell'opposizione, ostacoli che minacciano di interrompere o far deragliare il processo. Il principale rischio, non possiamo nascondercelo, è di natura politica: la paternità (o maternità) della riforma. Infatti, se nelle precedenti riforme l'innovazione è stata condivisa da un ampio arco di forze parlamentari, l'elemento distintivo del processo in atto è la difficoltà a pervenire ad una tale unità di intenti, questo anche se si tratta di temi che hanno contenuto prevalentemente istituzionale, temi centrali per il buon funzionamento della democrazia, indipendentemente da chi governa. Si tratta di una riprova della difficile fase che attraversa la mai finita transizione italiana.
Un secondo ostacolo sulla strada della riforma riguarda i rapporti tra Parlamento e Governo. Le regole che guidano la formazione e l'approvazione del bilancio riflettono infatti l'equilibrio di potere che storicamente si realizza in materia di politica fiscale tra Parlamento ed Esecutivo.
La prima direttrice di riforma che data 1997 è stata attuata mediante una riorganizzazione del bilancio, che ha ridotto in modo significativo il livello di dettaglio della decisione parlamentare; si passò da circa 6.000 capitoli alle circa 1.500 unità previsionali di base di oggi, introducendo, al contempo, la distinzione tra bilancio politico e bilancio gestionale. Successivamente, l'attuazione della riforma non ha portato ad un equilibrio istituzionale stabile tra Parlamento e Governo.
L'emersione di un binomio flessibilità-riduzione di spesa e la concessione ai Ministeri di spesa di una maggiore flessibilità nella gestione delle risorse hanno costituito la contropartita delle iniziative di contenimento generalizzato della spesa.
Sono state poi introdotte gradualmente nell'articolato dei disegni di legge di bilancio e nella legge finanziaria norme di cosiddetta flessibilità volte ad istituire fondi speciali (fondi unici di investimenti, trasferimenti alle imprese, consumi intermedi, eccetera) che consentono altresì trasferimenti di risorse tra unità previsionali di base afferenti allo stesso stato di previsione. Tale flessibilità è stata presentata come condizione per la realizzazione e il consolidamento stesso dei conti pubblici in quanto strumento diretto a rendere più sostenibili le riduzioni di spesa operate. Tuttavia, la flessibilità non sembra avere incentivato le organizzazioni amministrative per ricondurre le amministrazioni pubbliche verso un uso migliore delle risorse, in linea con le priorità della maggioranza al Governo.
Oggi, la riclassificazione del bilancio riduce il grado di dettaglio della decisione parlamentare, ma consente contemporaneamente una maggiore trasparenza e consapevolezza delle scelte di spesa operate.
Ma la trasparenza in un bilancio non è tutto. Il bilancio alla nostra attenzione presenta ancora un alto livello di rigidità nelle scelte allocative che non consente una vera revisione della spesa e solo una minima politica redistributiva. Ne sono testimonianza diretta gli emendamenti presentati, soprattutto dall'opposizione, che si sono configurati più come un esercizio economico, per usare le parole del senatore e collega Vegas, che non una proposta politica alternativa, scontando, bisogna dirlo, una difficoltà oggettiva che ha frenato del tutto l'azione emendativa della maggioranza.
Nell'audizione del 9 ottobre la Commissione tecnica per la finanza pubblica riassumeva così i suoi rilievi critici: insufficiente coerenza tra strutture del bilancio, (programmi) ed organizzazione amministrativa; eccessiva frammentazione dei programmi tra più centri di responsabilità; eccessiva eterogeneità delle dimensioni dei programmi; impossibilità di rapportare direttamente alle missioni alcune norme di carattere trasversale (pubblico impiego, consumi intermedi).
Passando ad un'azione di scandaglio del documento (invito i colleghi che stanno ascoltando a seguire l'esposizione anche attraverso le tabelle), il primo risultato interessante emerge dalla ripartizione percentuale delle missioni sul totale della spesa. Si evidenzia così la percentuale delle spese totali destinate alle diverse politiche pubbliche dell'amministrazione centrale, con la doverosa considerazione che si tratta soltanto delle amministrazioni centrali e non di quelle locali.
Si sottolinea come il 17,28 per cento della spesa sia destinato al servizio del debito; il 22,09 per cento alle relazioni finanziarie con le autonomie locali; il 14,77 per cento ai trasferimenti agli enti previdenziali per la previdenza obbligatoria e complementare, mentre all'istruzione è destinato il 9,19 per cento. Ancora, il 5,31 per cento è destinato ai diritti sociali, la solidarietà sociale e la famiglia, solo lo 0,88 per cento alla ricerca e all'innovazione e solo lo 0,60 per cento alle politiche del lavoro. Un misero 0,01 per cento, infine, per la diversificazione delle fonti energetiche, che dice molto sullo stato delle nostre dipendenze estere per ciò che concerne l'approvvigionamento di energia.
Per quanto riguarda le entrate, anche queste presentate graficamente nelle due fotocopie che vi ho presentato, appare assolutamente apprezzabile la riclassificazione e le tecniche di costruzione del bilancio a legislazione vigente. Il bilancio fornisce in modo più trasparente gli strumenti conoscitivi per individuare, nell'ambito degli emendamenti complessivi del comparto delle entrate tributarie, la quota strutturale destinata ad avere effetti permanenti sul bilancio pubblico e quella riferibile invece ad andamenti positivi di natura puramente congiunturale, nonché, infine, la componente di entrata una tantum ovvero non ripetibile negli esercizi successivi.
Emerge, in sostanza, l'esigenza di rafforzare il raccordo tra la decisione di spesa delle amministrazioni centrali e quelle degli altri settori della finanza pubblica per grandi comparti di spesa. Con la riclassificazione del bilancio diventa, infatti, più evidente «l'asimmetria dei documenti di bilancio per la decisione di spesa» dovuta al fatto che il Governo ed il Parlamento fissano i confini dell'azione di un sottoinsieme di enti pubblici con il bilancio, mentre con la finanziaria, agiscono normativamente sul complesso più ampio delle pubbliche amministrazioni, al fine di rispettare gli accordi europei ed al di là delle norme aventi effetto sul complesso della pubblica amministrazione, concorrendo con le autonomie locali al risultato finale di saldo di finanza pubblica.
Nelle intenzioni del Governo la nuova struttura di bilancio dello Stato ha come obiettivo primario quello di rendere più diretto il legame tra le risorse stanziate e le azioni perseguite. L'obiettivo politico dichiarato è quello di far emergere «un quadro, ancorché articolato, volto ad una politica di risanamento finanziario e di crescita economica e sociale del Paese». Non mi sembra difficile concordare sul fatto che la chiarezza informativa sia migliorata, mentre sulla trasparenza dei contenuti occorre lavorare ancora.
Come detto, le funzioni informativa, allocativa ed esecutiva sono rese più chiare dalla nuova classificazione in missioni e programmi. Le missioni, che possono coinvolgere uno o più Ministeri, consentono di confrontare risorse di settore considerate sotto forma di macroaggregati (le 714 unità di voto) e profilano una rappresentazione sintetica della spesa pubblica. I programmi sono il punto focale della nuova riclassificazione del bilancio. Pur trovando fondamento normativo nell'attuale legislazione, riescono a rappresentare in modo più univoco, sintetico e trasparente le finalità dello Stato e consentono una più chiara rendicontazione delle attività realizzate con le risorse allocate. Essi dovrebbero consentire anche una più semplice ed efficace attività emendativa al Parlamento e, se consideriamo il numero totale degli emendamenti presentati, quasi 200, ciò è risultato sicuramente vero.
Sarà una rinnovata collaborazione istituzionale a fare sì che il percorso della riforma proceda. Se il quadro politico dovesse stabilizzarsi dopo l'approvazione dei documenti di bilancio, anche in questa legislatura si potrebbero produrre ulteriori e concreti risultati, in particolare migliorando ulteriormente la trasparenza del bilancio, prima garanzia per un maggior coinvolgimento democratico dei cittadini, sempre auspicabile e da perseguire come riconosciuto da tutti i Ministri nelle audizioni.
Voglio riconoscere all'opposizione un ruolo positivo: in tutti questi mesi e anche nelle ultime settimane, durante la discussione e l'approvazione in Commissione bilancio non ha fatto mancare il proprio contributo costruttivo al dibattito. In particolare il senatore Vegas, nel suo intervento - per il quale rimando al resoconto stenografico - ha riassunto la propria proposta di riforma e quella dell'opposizione. È un dialogo istituzionale, quello che prosegue, promosso con grande forza dal presidente della Commissione bilancio Morando e che ha trovato nel Ministero dell'economia e delle finanze ascolto, attenzione e proficua collaborazione.
Il Governatore della Banca d'Italia, nella sua testimonianza del 10 ottobre scorso, riconosceva come «la riforma del bilancio e l'avvio dell'attività di revisione della spesa, spending review, applicata presso alcuni Dicasteri (giustizia, infrastrutture, interni, istruzione e trasporti) vadano nella direzione di migliorare la qualità della spesa pubblica e di contenere il livello nel medio termine».
La Commissione tecnica per la finanza pubblica osservava: «Tali obiettivi richiedono un orizzonte temporale di alcuni anni. Va infatti considerato che un ciclo completo di analisi e di revisione della spesa pubblica non può che essere su base pluriennale».
Così, signor Presidente, colleghi senatori e colleghe senatrici, è con in mente questo orizzonte temporale che il disegno di legge n. 1818 può essere affidato formalmente all'attenzione e al giudizio del Parlamento non solo in quanto specchio dei nostri conti pubblici ma anche come aggiornato e sempre più efficace strumento di politica economica. (Applausi dai Gruppi RC-SE, Ulivo, IU-Verdi-Com e SDSE).
PRESIDENTE. Il relatore sul disegno di legge n. 1817, senatore Legnini, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore sul disegno di legge n. 1817, senatore Legnini.
LEGNINI, relatore sul disegno di legge n. 1817. Signor Presidente, signor Ministro, signori del Governo, onorevoli colleghi, la manovra finanziaria per il 2008 é stata preceduta da un'approfondita riflessione del Parlamento e del Governo sulle linee di riforma degli strumenti e delle procedure di bilancio che ha condotto ad alcune innovative decisioni, in ordine alla struttura del bilancio e della legge finanziaria, sperimentate in parte già in questa sessione.
Le Commissioni bilancio di Camera e Senato hanno condotto sul tema della riforma degli strumenti di bilancio un'estesa indagine conoscitiva approvata il 16 maggio scorso, mentre il Governo, fin dall'approvazione della finanziaria 2007 ha avviato un percorso pluriennale di riforma basato, per un verso, sulla ristrutturazione del bilancio dello Stato e, peraltro verso, su un programma di revisione della spesa pubblica finalizzato a garantire una maggiore efficienza nell'allocazione delle risorse.
Sulla base delle conclusioni della citata indagine e della circolare del Ministero dell'economia del giugno scorso si è dunque provveduto, in via sperimentale ed a legislazione invariata, ad introdurre importanti innovazioni che hanno inciso in misura significativa sulla trasparenza e leggibilità sia del bilancio - come ha puntualmente illustrato il relatore al bilancio, il senatore Albonetti - che della legge finanziaria che, a partire da questa sessione, è strutturata in 34 missioni corrispondenti ad altrettanti macroobiettivi che a, loro volta, si articolano nei 170 programmi riconducibili al complesso dell'azione di Governo.
A ciò deve aggiungersi la decisione, adottata unanimemente dalla Commissione su proposta del presidente Morando, di fissare un unico termine per la presentazione degli emendamenti per i senatori, per il relatore e per il Governo. Tale disposizione è stata puntualmente rispettata ed ha condotto ad uno svolgimento più ordinato e spedito dei lavori in Commissione, consentendo di evitare quanto accaduto negli anni scorsi e cioè l'introduzione progressiva di temi nuovi durante l'iter di esame dei documenti fino alle ultime fasi della trattazione in Aula.
Tale decisione, che prelude ad una più incisiva riforma degli strumenti e delle procedure di bilancio, ha consentito unitamente la drastica riduzione del numero degli emendamenti (meno di un terzo di quelli mediamente presentati negli anni scorsi) e -per l'atteggiamento responsabile sia della maggioranza che dell'opposizione, che ho già ringraziato e che ringrazio - la positiva conclusione dei lavori in Commissione, licenziando un testo da sottoporre all'Aula e conferendo al relatore il mandato di riferire all'Assemblea, scongiurando con ciò quanto accaduto negli anni passati.
La manovra di bilancio per il 2008 si muove dentro il perimetro quantitativo di princìpi e di indirizzi efficacemente compendiati dal Ministro dell'economia nel suo intervento in quest'Aula del 3 ottobre 2007. Essa si colloca in un contesto macroeconomico che presenta significativi miglioramenti dei conti pubblici rispetto allo scorso anno, ma anche segnali di rallentamento e di rischi per la nostra economia che risente della minore crescita statunitense, puntualmente registrata nella Nota di aggiornamento al DPEF del 2008. La crescita prevista per l'anno in corso é stata rivista, infatti, all'1,9 per cento; quella per il 2008 è prevista all'1,5 per cento.
Il quadro di finanza pubblica è caratterizzato, invece, da obiettivi dati positivi: l'indebitamento netto si riduce, così come il debito pubblico ha ripreso la via della discesa; l'avanzo primario si attesterà al 2,6 per cento nel 2008 con ulteriori progressi negli anni successivi dopo che questa speciale accumulazione è stata azzerata negli anni passati.
Durante le audizioni si è discusso molto anche sull'effettività, sull'entità e sull'andamento del risanamento finanziario in atto. Le obiezioni formulate da più parti ed anche da istituzioni molto autorevoli si sono concentrate sulla ritenuta eccessiva lentezza del risanamento e sul peggioramento dei tendenziali che si sarebbero determinati a seguito delle misure adottate dal Governo in corso d'anno (segnatamente con i noti decreti-legge nn. 81 e 159), che hanno disposto interventi espansivi per lo 0,4 e 0,5 per cento del PIL. Si tratta di critiche legittime, ma che sembrano avulse dalla realtà del Paese e che non tengono conto dei dati di partenza e del percorso di risanamento a cui mi sono riferito prima.
È certo che le condizioni della finanza pubblica consentivano di ulteriormente migliorare i saldi già da quest'anno, ma non si può ragionevolmente sostenere tale tesi e al contempo invocare una drastica riduzione della pressione fiscale e più fondi per la sicurezza, piuttosto che per la scuola e l'università, la ricerca, e così via.
La verità è che l'individuazione di un equilibrio tra percorso di risanamento, misure di impulso allo sviluppo, attenuazione e poi riduzione della pressione fiscale, interventi per ridurre le disuguaglianze sociali costituisce un esercizio molto difficile, largamente influenzato dai vincoli del Patto di stabilità, dal peso del debito, dalla rigidità della spesa pubblica, dalla scarsa competitività della nostra economia, dalla domanda di più giustizia sociale e quindi di politiche redistributive. Se si accelera su un versante, si decelera sugli altri. La coperta è corta, il gap derivante dal peso del debito e degli interessi e la scarsa capacità o possibilità di intervenire sulla spesa pubblica, che - lo ricordo all'attuale opposizione - è continuata a crescere in misura rilevante in rapporto al PIL anche nei cinque anni del loro Governo, hanno vieppiù ridotto gli spazi dentro i quali poter orientare le politiche per lo sviluppo e per l'equità.
La manovra di bilancio per il 2008, unitamente alle due manovre a cui mi sono riferito, ha l'ambizione di collocare il suddetto equilibrio al livello più alto e più accettabile possibile. Si prosegue con il risanamento, senza amputare le già ridotte possibilità di intervento per lo sviluppo e l'equità; si arresta la pressione fiscale orientandola verso la via della discesa (si prevede uno 0,2 per cento del PIL di riduzione) e della semplificazione; si rafforzano gli interventi a sostegno della crescita e della competitività delle imprese; si prosegue e si accentua una politica redistributiva agendo non soltanto sul lato della spesa, ma (ed è questa una novità rilevante) utilizzando la leva fiscale per finalità di giustizia sociale; si avvia una concreta attività di revisione della spesa storica, orientandola ad individuare gradualmente la spesa improduttiva e non più corrispondente alle effettive esigenze del Paese. Per quest'anno la riduzione della spesa contribuisce per 4,6 miliardi alla manovra (40 per cento della sua entità), ma la Commissione ha accentuato e ha accresciuto questo dato, come dirò in prosieguo.
Sì poteva incidere di più sulla spesa pubblica, come dicono i nostri critici? Certamente sì, ma senza strumenti cognitivi adeguati l'operazione, oltre ad essere - come è - di per sé dolorosa rischierebbe di risultare inefficace, come lo è stata al tempo dei tagli orizzontali, rendendo necessaria, in mancanza di puntuale intervento sulla legislazione vigente e sui meccanismi generatori della spesa, interventi ex post di reintegrazione dei capitoli per effetto della concreta dinamica della spesa, in prevalenza di quella obbligatoria.
Venendo al merito, vorrei evidenziare soltanto le misure più rilevanti, rinviando al testo scritto, che chiedo di poter allegare, un'analisi più dettagliata delle singole disposizioni.
La prima grande innovazione contenuta nel testo ed ulteriormente migliorata in Commissione è costituita dalle misure fiscali: la riforma dell'IRES e dell'IRAP e l'introduzione del cosiddetto forfettone per i contribuenti minimi. Nel quadro di un intervento di riorganizzazione del sistema della fiscalità di impresa, senza precedenti per portata e per impatto sistemico sul rapporto tra fisco ed impresa, la nuova disciplina della tassazione dei redditi dell'impresa ha introdotto elementi di modernizzazione e semplificazione idonei a collocare il nostro ordinamento nel novero dei sistemi tributari più evoluti di Europa.
Sebbene non incida sul livello complessivo dell'imposizione, che rimane grosso modo invariato, la riforma si connota per almeno tre innovazioni strutturali: la riduzione delle aliquote IRES e IRAP al 27,5 e al 3,9 per cento, con avvicinamento alle aliquote effettive, la semplificazione degli adempimenti e delle procedure, con beneficio tanto per le imprese quanto per l'amministrazione tributaria, l'introduzione di un maggior grado di trasparenza nel prelievo sulle imprese attraverso il recupero della coincidenza tra l'utile risultante dal bilancio civilistico e quello imponibile, al fine di rendere più trasparente il sistema complessivo e meglio leggibile per le imprese l'effettiva convenienza dei singoli strumenti di agevolazione.
In Commissione si è provveduto, su proposta del Governo, a chiarire per alcuni aspetti significativi la nuova disciplina della fiscalità d'impresa, superando qualche dubbio interpretativo emerso presso gli operatori.
In particolare, con riferimento all'IRES, sono stati introdotti alcuni correttivi per chiarire l'ambito di applicazione del nuovo regime di determinazione della base imponibile. Per entrambe le imposte si è previsto un allargamento della base imponibile tale da assicurare l'invarianza complessiva del gettito. In questo contesto, al fine di ampliare la base imponibile e di semplificare gli adempimenti per i contribuenti, la nuova disciplina ha precluso la possibilità di operare deduzioni extra-contabili di determinati costi di natura estimativa: gli ammortamenti, le svalutazioni, gli accantonamenti, le spese di ricerca e sviluppo con l'eliminazione di tutto il carico dei relativi adempimenti.
Il Governo ha provveduto a chiarire espressamente, attraverso una correzione emendativa, che le imprese soggette ad IRPEF in contabilità ordinaria sono comunque escluse dal nuovo regime di deducibilità degli interessi passivi. Si è mantenuta, con una misura importante, la deducibilità nel medesimo esercizio per gli oneri riferibili ai ritardi di pagamento per i contratti stipulati con la pubblica amministrazione.
Più sostanziale, invece, è la modifica introdotta riguardo alla disciplina degli ammortamenti. Si è ritenuto, infatti, di conservare per le imprese soggette ad IRPEF il vecchio regime, limitatamente ai beni entrati in funzione entro il periodo imposte in corso al 31 dicembre 2007.
Per quanto riguarda l'IRAP, ne è stata concretamente avviata la regionalizzazione e, in vista della completa attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, si è espressamente definito l'IRAP quale tributo proprio delle Regioni, da istituire con legge regionale a decorrere dal 1° gennaio 2009.
Inoltre, per i contribuenti minimi, i cosiddetti contribuenti marginali, il Governo ha predisposto un regime fiscale ad hoc, che prevede l'assoggettamento ad un'imposta forfetaria del 20 per cento sulla differenza tra ricavi e costi. Si tratta di un nuovo regime naturale di tassazione, che si applicherà direttamente ai soggetti interessati, a meno che essi non optino espressamente per il regime ordinario. Voglio fornire qualche dato al riguardo, che testimoni la rilevanza e l'incisività di questa misura: sono 930.000 i contribuenti che potranno aderire a tale regime semplificato, e oltre due terzi di questi avranno certamente una forte convenienza ad optare per il nuovo regime di tassazione.
Altre misure fiscali molto significative sono state introdotte ma, per brevità, non mi soffermerò su di esse, rimandando anche in questo caso al testo scritto.
Durante le audizioni e la discussione, è stato posto con forza e autorevolezza il tema della riduzione della pressione fiscale in favore dei lavoratori dipendenti. Posso affermare che l'intera maggioranza condivide tale obiettivo, non soltanto in funzione del recupero del fiscal drag, ma anche come uno degli strumenti di politica dei redditi e di politica per la famiglia che, avviata lo scorso anno, necessita però di interventi più incisivi. Una misura apprezzabile già da quest'anno avrebbe richiesto risorse ingenti, non compatibili con i saldi fissati all'articolo 1 della legge finanziaria.
La soluzione adottata con la modifica dell'ormai noto comma 4 dell'articolo 1 della legge finanziaria (che quest'anno ha consentito di operare la redistribuzione a favore degli incapienti) costituisce una conquista di indiscutibile valore.
Se, e nella misura in cui, si verificherà per l'anno prossimo un ulteriore extra-gettito strutturale derivante dalla lotta all'evasione fiscale, tali risorse andranno a beneficio dei lavoratori dipendenti. Non è una promessa, ma un impegno legislativamente determinato.
Evidenzio poi, con un qualche argomento aggiuntivo, il tema dei costi della politica, ovvero della riduzione dei privilegi; organi di stampa molto autorevoli hanno in questi giorni descritto una supposta attenuazione delle misure proposte dal Governo con il testo originario della legge finanziaria, addirittura, si è detto, un dimezzamento dei risparmi previsti. Nulla di più lontano dal vero; la Commissione ha agito, accogliendo diversi emendamenti dei Gruppi di maggioranza e del relatore, in senso esattamente opposto, rendendo più incisive talune misure, introducendone altre di grande consistenza, sostituendo e mai eliminando tout court norme finalizzate a conseguire risparmi.
Oltre alla conferma del blocco delle indennità dei parlamentari per cinque anni, è stata introdotta, come è noto, la cogente norma di riduzione della compagine governativa di oltre il 40 per cento rispetto alla composizione attuale, che si applicherà dal prossimo Governo. Le norme di alleggerimento del numero e dell'estensione delle Comunità montane sono state modificate con misure più incisive, con risparmi certi: 80 comunità montane in meno con l'introduzione della soglia minima di sette Comuni per ogni ente, riduzione dei consiglieri da 12.500 a 4.200, degli assessori da 4.500 a 1.500, eliminazione di oltre 300 Comuni costieri e di dimensioni superiori a 15.000 abitanti. Risparmi di 66 milioni di euro su base annua sono confermati e, anzi, secondo le stime, sarebbero ben superiori, ma abbiamo preferito per prudenza mantenerli entro quella misura.
Per i Comuni, le Province, le Circoscrizioni, è stata sì stralciata la norma di riduzione del numero dei consiglieri (la maggioranza ha ritenuto più opportuno che essa venisse trattata con la delega sulla riforma del codice delle autonomie, i cui risparmi peraltro non erano quantificati dovendosi attendere i rinnovi dei consigli), sostituendola però con norme più incisive di eliminazione di cumuli di indennità, della possibilità di costruirsi lo stipendio mensile, di riduzione del tetto massimo di un terzo al 25 per cento delle indennità dell'organo di vertice, ed altre anomalie che non menziono per brevità. Il risparmio previsto di 313 milioni a fronte, ripeto, di zero cifrato nella legge finanziaria.
Tuttavia, la novità più incisiva è la soppressione degli enti d'ambito, acquedottistici e dei consorzi dei rifiuti, chiamati ATO, devolvendo alle Regioni nell'ambito della loro potestà legislativa l'attribuzione senza oneri delle relative funzioni alle Province o a forme associative di Comuni, i cui organi dovranno funzionare senza compensi. Saranno circa 200-250 gli enti e i consigli di amministrazione soppressi e, di conseguenza, tutti i relativi costi di funzionamento.
In assenza di un censimento ufficiale, i dati più recenti a disposizione, riferiti al 2005, testimoniano di almeno 95 ATO per la gestione dei sistemi idrici e 131 per la gestione dei rifiuti, con risparmi ragguardevoli.
Sono stati poi confermati, modificati e aggiornati numerosi altri interventi in tema di costi della politica. Il risparmio che in finanziaria era cifrato non in 1,3 miliardi, come è stato da taluni erroneamente detto, ma in 73 milioni di euro, ammonta adesso ad oltre 400 milioni di euro ed ulteriori consistenti risparmi verranno dalle misure che ho menzionato e che non sono state cifrate per le ragioni che ho detto.
Particolarmente efficace, signor Presidente, risulta l'abbinamento tra detti risparmi e la loro finalizzazione; quelli sui Comuni vengono imputati per due terzi all'eliminazione del ticket e ad integrare il fondo per i piccoli Comuni, rimasti privi del contributo integrativo dello scorso anno, quelli derivanti dalla riduzione delle Comunità montane al fondo per la montagna, quelli per gli enti acquedottistici al risanamento delle reti ed alla riduzione delle tariffe. Quindi, meno costi della politica, più servizi, minori tariffe per i cittadini.
Questa è la filosofia degli interventi che ho descritto; a tutto ciò si aggiunga l'autorevolissimo pronunciamento dei vertici degli organi costituzionali in ordine al loro impegno a contenere la dinamica della spesa entro o al di sotto dell'inflazione programmata.
Si poteva fare di più e meglio? Certamente, si può sempre fare di più e meglio, ma ciò che è certo è che tale misura per quantità, qualità, intensità e concentrazione è senza precedenti.
Con la stessa filosofia abbiamo affrontato lo spinoso ed oneroso tema dell'abolizione del ticket sulla diagnostica; abbiamo voluto affrontare e risolvere tale problema a mezzo di tagli e riduzioni di spesa, senza oneri aggiuntivi per la fiscalità e per il bilancio dello Stato. La copertura di circa 830 milioni è assicurata nei modi dettagliatamente esposti nel relativo emendamento, munito della relazione tecnica del Governo, di cui abbiamo tenuto conto in sede di riformulazione e modifica del testo.
Sappiamo che la famosa bollinatura della Ragioneria generale dello Stato ha costituito e costituirà fonte di polemiche; ne parleremo. Allo stato, mi limito ad evidenziare che la relazione tecnica, con la relativa bollinatura, non è obbligatoria in base alla legge di contabilità per gli emendamenti del relatore e noi l'abbiamo richiestaper tutti gli emendamenti; della relazione tecnica rimessa dal Governo abbiamo tenuto conto nell'approvazione dei testi.
Signor Presidente, arrivo alle conclusioni menzionando velocemente - rinviando, ripeto, al testo scritto - misure importantissime sul pacchetto casa: la misura dell'ICI (abbiamo eliminato il tetto dei 50.000 euro introducendo solo l'esclusione delle case di lusso), le misure di detrazione dall'IRPEF per gli affitti sia per le famiglie meno bisognose che per i giovani, la proroga della detraibilità dei costi di ristrutturazione delle abitazioni e degli interventi per l'efficienza energetica; quindi il problema casa torna al centro delle politiche pubbliche dopo anni di totale assenza di interventi.
Molto significativi gli interventi sulla ricerca, l'elevamento dal 15 al 40 per cento del credito d'imposta per le spese sostenute, come introdotto nella finanziaria dello scorso anno, con l'innalzamento del tetto massimo da 15 a 50 milioni di euro. È stato introdotto in Commissione l'aumento dal 5 al 10 per cento della quota del fondo sanitario destinato ai progetti dei giovani ricercatori.
Sul Mezzogiorno, oltre alle misure consistenti che sono contenute nel disegno di legge finanziaria, abbiamo aggiunto un intervento molto atteso e molto incisivo costituito dal credito d'imposta per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno; un credito di imposta di 333 euro al mese per tre anni per i lavoratori e 413 euro al mese per tre anni per le lavoratrici.
Segnalo l'incremento del FAS, ma è evidente che il successo delle politiche per il Mezzogiorno dipende - come ha riferito il Ministroin quest'Aula - dall'efficace attivazione del quadro strategico nazionale 2007-2013, in cui vengono fatti confluire i fondi del FAS e quelli europei, sulla base della strumentazione decisa con la finanziaria dello scorso anno per un ammontare complessivo di risorse stimate durante tutto questo periodo in oltre 100 miliardi di euro per gli investimenti.
Novità rilevantissima, che non commento ma che menziono, è costituita dalle politiche energetiche: abbiamo introdotto un pacchetto di riforma della disciplina dell'incentivazione della produzione di energia da fonti rinnovabili, il cui interesse è indiscutibile ed è idoneo a dare impulso alla proliferazione degli investimenti su questo tema cruciale per la nostra economia. Così come rilevanti sono gli investimenti e gli interventi su molteplici fronti per investimenti infrastrutturali e per il trasporto pubblico locale, con l'introduzione di una norma di grandissimo valore che viene chiamata federalismo infrastrutturale sulla scorta dell'esperienza della pedemontana lombarda introdotta lo scorso anno e attuata nei mesi scorsi.
Un'altra rilevantissima novità, contenuta nel testo del disegno di legge finanziaria, su cui ci siamo concentrati riguarda il tema della stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione. Come i colleghi sanno, il testo della finanziaria aveva reintrodotto il principio prevalente, quasi esclusivo, del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con eccezioni molto circoscritte e contenute e con il rischio che dal 1º gennaio decine di migliaia di lavoratori quantomeno sarebbero tornati a casa.
Abbiamo agito sulla norma dello scorso anno ampliando, anche se non in misura rilevante, i requisiti per la stabilizzazione, integrando per 20 milioni di euro all'anno le risorse e ampliando le quote riservate ai concorsi pubblici.
Ciò che è certo è che tutti i lavoratori che potranno essere stabilizzati, non tutti, dovranno o aver espletato una prova selettiva a monte o espletare una prova concorsuale, sulla base dei programmi e del piano triennale che le pubbliche amministrazioni dovranno predisporre entro il prossimo mese di aprile.
Rilevante è altresì il pacchetto delle assunzioni in favore di agenzie e di corpi di polizia (l'Agenzia delle entrate, la Guardia di finanza, le dogane, i Vigili del fuoco, gli ispettori del lavoro), con un meccanismo finanziario innovativo, basato sull'aggiornamento della capacità di recupero di entrate da parte dei nuovi assunti.
Misure importanti sono introdotte per il cinema e le telecomunicazioni (con il credito d'imposta di grande valore e con una quota di riserva nelle trasmissioni televisive per il cinema europeo e italiano), per la scuola e l'università, anche con un aumento di risorse e misure di autorganizzazione più incisive, per la sicurezza e per le Forze armate.
Quanto al settore della giustizia, segnalo il Fondo integrativo proveniente dalle somme sequestrate o confiscate, destinato interamente a finanziare un grande progetto di innovazione, ossia il processo civile telematico. Altre misure significative sono state introdotte sul rischio idrogeologico, sull'agricoltura e il piano irriguo, sui giovani e lo sport ed infine la dotazione finanziaria sul cosiddetto Protocollo welfare, diventato disegno di legge e il cui cammino è appena iniziato alla Camera dei deputati. È stato accresciuto il Fondo per l'8 per mille e quello del 5 per mille.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, consentitemi di ringraziare il presidente Morando che ha assicurato con la consueta forza, competenza e determinazione i lavori della Commissione (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).
Vorrei inoltre ringraziare i rappresentanti del Governo, il Ministro e i sottosegretari Sartor, Grandi e D'Andrea, che hanno seguito con grande impegno e competenza i lavori ((Applausi dal Gruppo Ulivo), i colleghi di maggioranza che hanno dato tutti un apporto prezioso all'esame del testo e dei circa 1.800 emendamenti (esaminati uno per uno), i Gruppi della maggioranza e i loro vertici, che hanno assicurato un lavoro fruttuoso e sereno, e i colleghi dell'opposizione, che hanno partecipato con impegno e spirito critico, oppositivo ma costruttivo ai lavori. Esprimo il mio ringraziamento anche agli uffici e a tutto il personale.
Sono certo che l'Aula del Senato saprà esaminare il provvedimento con accuratezza e saggezza, avendo sempre a mente gli interessi del Paese, gli stessi che abbiamo cercato di coltivare con passione in queste settimane.
Signor Presidente, il vaglio modificativo e integrativo della Commissione sul disegno di legge del Governo ci consegna un testo di cui possiamo andare orgogliosi, che può essere certamente migliorato in quest'Aula, magari emendando e rimediando a qualche errore o svista nelle concitate nottate di lavoro intenso, e potrà essere migliorato ancor più in seconda lettura alla Camera.
Abbiamo lavorato intensamente per proporre un testo in linea con gli indirizzi di politica di bilancio e di politica economica fissati dal DPEF. L'impianto del Governo è sostanzialmente confermato, ma integrato con l'apporto prezioso di tutte le componenti della maggioranza e con il confronto intenso con l'opposizione. Esso corrisponde agli impegni assunti in sede europea.
È stato rilevato da taluni - e termino veramente l'intervento - che il complesso degli interventi contenuti nei due decreti espansivi in corso d'anno e nella manovra al nostro esame non sarebbe funzionale ad una missione, non avrebbe un'anima. Ebbene, con pacatezza, ma con fermezza, sento di poter affermare che così non è. Ce lo ha riferito con efficacia ed ampiezza argomentativa il ministro Padoa-Schioppa nella sua relazione in quest'Aula il 3 agosto scorso. Le manovre corrispondono ad obiettivi ben individuati, che - li si condividano o meno - sostanziano appunto una missione: avvio della restituzione fiscale e della semplificazione; rafforzamento della protezione sociale; investimenti a sostegno della crescita e dell'ammodernamento infrastrutturale, materiale ed immateriale del nostro Paese; riqualificazione della spesa pubblica quale asse portante della politica del risanamento in atto.
Coloro che, riecheggiando le promesse mirabolanti della passata legislatura, vengono a dirci che si potevano portare le maggiori entrate per intero a riduzione del debito e del deficit e nel contempo ridurre la pressione fiscale in modo più incisivo, abolire in toto l'ICI, aumentare in modo più corposo le pensioni minime, finanziare investimenti di più di quanto stiamo facendo, mentono a se stessi prima che a noi e al Paese.
Chi sostiene questa tesi dovrebbe avere sempre a mente le due grandi anomalie della finanza pubblica italiana: il gigantesco debito pubblico, un miliardo e 600 milioni di debito, che divora ogni anno 70 miliardi per pagare gli interessi; l'ampiezza dell'evasione fiscale, 90 milioni all'anno stimati. Solo una sensibile riduzione - non dico un azzeramento - del livello di tali ipoteche sul presente e sul futuro consentirebbe di fare di più e meglio di quanto stiamo facendo.
Noi, il nostro Governo, questa maggioranza hanno ripreso a farlo dopo che negli anni 2001‑2006 si era tornati indietro, e solo con il successo di queste iniziative potremo riconquistare una quota di futuro per i nostri giovani, alleggerendoli dei pesi del passato e liberando risorse per le politiche che vogliamo per un Paese più giusto e più moderno. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, SDSE, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur).
PRESIDENTE. Senatore Legnini, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo integrale della relazione.
La relazione di minoranza sui disegni di legge nn. 1818 e 1817 è stata già stampata e distribuita.
Ha chiesto di parlare per integrarla, il senatore Vegas. Ne ha facoltà.
VEGAS, relatore di minoranza sui disegni di legge nn. 1818 e 1817. Signor Presidente, signori del Governo, colleghi, mi limito ad integrare la relazione scritta per la parte della legge finanziaria perché credo che i rilievi critici, già espressi in tema di bilancio, siano bastevoli nella relazione scritta.
Verrò alla prima questione, il motivo per il quale l'opposizione ha abbandonato l'Aula della Commissione a seguito del vulnus che è stato arrecato nei lavori della Commissione dal fatto che il Governo non ha presentato una relazione tecnica in materia di abolizione del ticket.
Vede, signor Presidente, la Commissione aveva stabilito - una delibera della Commissione diventa poi esecutiva - di richiedere la relazione tecnica su tutti gli emendamenti del Governo e del relatore. È molto strano che questa relazione sia stata fornita per tutti gli emendamenti tranne per quello più importante, quello che movimentava 834 milioni di euro, quello appunto sull'abolizione del ticket; tutto questo mentre il Governo assumeva di farsi in casa la relazione tecnica firmandosela da solo, un precedente alquanto inconsueto.
Allora, signor Presidente, il garantismo è sempre garantismo, ma non esiste il garantismo alternato al garantismo, ad intermittenza, soprattutto quando questo è funzionale all'introduzione di una modifica di così vasta portata finanziaria nel testo della finanziaria.
Ieri il Ministro dell'economia si è mostrato ai telegiornali assumendo non - come sarebbe stato lecito pensare - che questa copertura si era trovata, ma che comunque la finanziaria era coperta. La ringraziamo, ma si tratta di affermazioni apodittiche che nulla tolgono alla gravità del vulnus che è stato arrecato in questa finanziaria (Applausi dai Gruppi FI, UDC e AN); vulnus che ci ha controvoglia costretti ad abbandonare i lavori della Commissione, anche per segnare fisicamente la distanza da una maggioranza che ha utilizzato la finanziaria esclusivamente per approvare norme di maggiori spese di carattere francamente - mi sia consentito dire - clientelare o perlomeno inutile (Applausi dai Gruppi FI e UDC), per cercare di tenere insieme una maggioranza tanto variegata e tanto composita che nulla fa di bene al Paese.
In sostanza, signor Presidente, per finanziare il consenso, la maggioranza poco si è curata delle necessità di risanamento della finanza pubblica e ancor meno si è curata delle necessità di far sviluppare questo Paese. Non tenendo in nessun conto i richiami, all'interno, della Banca d'Italia e, all'esterno, del Fondo monetario internazionale e dell'Unione Europea, non si è proceduto ad un'azione di risanamento, che pure era indispensabile fare, e si è andati avanti approvando una finanziaria qualsiasi pur di arrivare al termine di questa finanziaria.
In riferimento a questa finanziaria, vorrei citare il vecchio Einaudi: «Giova deliberare senza conoscere? Al deliberare deve, invero, seguire l'azione. Si delibera se si sa di poter attuare; non ci si decide per ostentazione velleitaria infeconda». E questo è stato - credo - il meccanismo mentale che ha presieduto i lavori della Commissione e l'elaborazione complessiva della legge finanziaria.
Dicevo, nulla si è fatto per contenere la spesa pubblica, nulla si è fatto per il risanamento. Signor Presidente, ogni euro in più di spesa pubblica è, prima o dopo, un euro in più di tasse. Si può dire che si è proceduto diminuendo delle spese che c'erano, ma non sarebbe stato meglio diminuire quelle spese e, anziché coprire altre spese, diminuire direttamente la tassazione? Questo d'altronde era uno degli impegni che il Governo si era preso.
Non ci si è curati neppure dello sviluppo, perché, come vi mostrerò con qualche esempio, con una mano si dà e con l'altra si toglie. Questo è accaduto, per esempio, nel settore delle imprese. È lodevole, e abbiamo convenuto, che si sia diminuita l'aliquota nominale dell'imposta sul reddito delle società (IRES), ma questa diminuzione non porta alcun vantaggio alle imprese, perché contemporaneamente si è allargata la cosiddetta base imponibile, talché i costi delle imprese sono diventati componenti positivi del reddito. In questo modo, nel complesso, per ammissione dello stesso Governo, il sistema imprese paga la stessa quantità di tasse che pagava prima. Forse c'è una distribuzione diversa, le grandi imprese, quelle più vicine ai potentati, pagano meno, le piccole, quelle che devono combattere, pagano di più, ma, nella sostanza, il complesso del sistema imprese non si trova in condizioni migliori.
La stessa cosa accade per i cittadini proprietari di casa di abitazione. Si diminuisce l'ICI in misura modesta, pur tutto sommato lodevole, ma contemporaneamente si aumentano le rendite catastali, quindi l'operazione, ancora una volta, quando va bene, è a saldo zero. (Applausi dal Gruppo FI).
Si offre un reddito minimo, una garanzia monetaria agli incapienti pari a 150 euro l'anno, che sarebbero 40 centesimi al giorno (ma va bene, sempre meglio che niente), però contemporaneamente con questa finanziaria si introducono misure in materia energetica, soprattutto in campo di elettricità e gas, che porteranno inevitabilmente ad un aumento delle tariffe. E chi sarà più danneggiato dall'aumento delle tariffe se non i più poveri? (Applausi dal Gruppo FI).
Questa finanziaria contiene una mostruosità concettuale assolutamente non condivisibile. Si era sempre detto che se ci fosse stato un surplus di entrate si sarebbero diminuite le tasse. Nella finanziaria dell'anno scorso abbiamo approvato questo approccio. Quest'anno si dice che se ci sarà un extragettito si diminuiranno le tasse esclusivamente per i lavoratori dipendenti. Tutti hanno a cuore il problema dei lavoratori dipendenti, ma se c'è un problema di tassazione, di scarso reddito disponibile, questo riguarda le famiglie, non riguarda questa o quella categoria di lavoratori. (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Pianetta).
Il problema è fiscale e non di appartenenza politica, come è stato travisato da questo Governo, un Governo, signor Presidente, che in realtà vuole solo sopravvivere, non ha altra aspirazione. Quando si tratta di volare alto, si ferma. Lo abbiamo visto, adesempio, nel campo delle liberalizzazioni. Si sono liberalizzati i barbieri, si sono liberalizzati i taxi (ma già a Roma costeranno di più), si sono liberalizzate le farmacie nelle Coop, per fare un affare di famiglia. Quando si arriva però a liberalizzare cose che costano ad ogni cittadino ci si ferma.
Il problema però è filosofico. Se ci interroghiamo su cosa sia accaduto alla spesa pubblica negli ultimi cento anni possiamo far riferimento ad un bellissimo libro del professor Vito Tanzi, che per un periodo fece parte del Governo precedente, che dimostra con chiarezza come nei Paesi occidentali, ad un aumento della spesa pubblica, non abbia corrisposto un miglioramento della condizione di vita dei cittadini medi e, soprattutto, di quelli più poveri.
Il problema, signor Presidente, è la spesa pubblica, problema che questo Governo si rifiuta caparbiamente di affrontare.
Vede, secondo questo meccanismo, ormai non si capisce più a cosa serve ogni euro di tassa: se, cioè, le tasse che paga il più ricco vanno al più povero, a chi è più ricco di lui, a chi sta nello stesso livello di reddito. Si è creato un meccanismo tale per cui oggi come oggi la spesa pubblica non è diventata uno strumento di crescita del Paese, ma un meccanismo di illusione finanziaria per i più. (Applausi dal Gruppo FI).
Ciò contraddistingue noi dell'opposizione da voi, signori del Governo: voi assumete che le tasse sono buone perché servono a finanziare la spesa pubblica. Noi crediamo, invece, che la bontà della spesa debba essere giustificata euro per euro: ogni euro sottratto al contribuente diminuisce la sua libertà economica e, di conseguenza, anche la sua libertà politica, per cui non bisogna agire con leggerezza in questo campo. Bisogna cambiare radicalmente impostazione.
L'atteggiamento del Governo in tutto questo frangente si è dimostrato, invece, essere assolutamente contrario rispetto a quello del buonsenso. Abbiamo iniziato con la finanziaria dell'anno scorso, secondo la quale l'approccio governativo era considerare il Paese ridotto in condizioni peggiori rispetto alla crisi del '92; pochi mesi dopo si è invece scoperto, dopo aver tassato selvaggiamente gli italiani, un tesoretto. Anziché rendersi conto di un surplus di gettito e quindi migliorare i conti pubblici o - come era giusto - restituire il maltolto ai cittadini, si è utilizzato quel tesoretto per spendere e spandere, per giustificare nuovi incrementi di spesa pubblica, per finanziare le clientele politiche.
Se questo è, dobbiamo anche verificare quanto è avvenuto nelle giornate e, soprattutto, nelle nottate di esame della legge finanziaria in Commissione che, malgrado i proclami che si tennero subito dopo l'approvazione della finanziaria dell'anno scorso, con il record assoluto di essere composta da 1.364 commi, già è entrata al Senato con una quantità di disposizioni normative francamente imbarazzanti: si tratta di 97 articoli e 503 commi.
Crede, signor Presidente, che sia stata fatta, dopo il suo lodevole intervento di pulitura, un'ulteriore pulitura in Commissione? Assolutamente no! Siamo passati da 503 ad 800 commi. Ne sono stati aggiunti 297. La quantità di norme in fondo può danneggiare l'attività dei cittadini, ma il lato meno drammatico del passaggio in finanziaria della Commissione è che la spesa pubblica si è incrementata vertiginosamente.
Se consideriamo il calcolo che mi sono permesso di fare in questi giorni, relativo alla crescita della spesa, verificando solo le spese cifrate e non quelle non cifrate, che pur tuttavia esistono, e tenendo presente la cifratura della spesa, anche quando essa potrebbe essere di molto superiore rispetto al dato scritto, registriamo, solo per il 2008, un incremento di 2,3 miliardi nella spesa, di cui 1,9 solo di spesa corrente.
Se ci volessimo divertire, potremmo anche notare che, dopo che l'opposizione è uscita dalla Commissione alle ore 23 dell'ultima notte, la maggioranza si è divertita ad approvare ulteriori norme per 1,4 miliardi; quindi, quasi i tre quarti della spesa corrente complessiva relativa al 2008 (la maggioranza quindi non vedeva l'ora di avere le mani libere per poter disporre ciò che voleva), ma il conto complessivo riferito alla spesa corrente ed alla spesa in conto capitale per l'intero triennio dell'esercizio arriva alla fantastica somma di 5,8 miliardi di euro, cioè l'equivalente di quasi 12.000 miliardi di vecchie lire; una manovra dei vecchi tempi.
Il Senato, signor Presidente - ahimè - anziché essere rispettato come una istituzione della Repubblica, è stato utilizzato dal Governo e dalla maggioranza come un vero e proprio bancomat per incassare! (Applausi dal Gruppo FI).
In queste spese, signor Presidente, ve ne sono di grosse, probabilmente incontrollate, come l'assunzione dei precari, cifrata poco, ma, poiché si tratta di 350.000 persone, prima o poi il conto verrà presentato all'incasso, o di entità più piccole, per certi aspetti risibili, come i finanziamenti agli apicoltori, alla Jean Monnet, alla mobilità culturale, agli italiani all'estero (retribuiti abbondantemente), all'APAT, alla ferrovia Pescara-Roma, ai Sassi di Matera, alle Fondazioni liriche, agli edifici pubblici nella Provincia di Bolzano, alla salvaguardia del patrimonio storico della Prima guerra mondiale ed, in un crescendo lirico - perché no? - al Festival Pucciniano.
È interessante anche notare come gli emendamenti di piccolo calibro, quelli definiti bagattelle (altri usano termini diversi), siano stati distribuiti tra i vari Gruppi parlamentari, perché potremmo imparare qualcosa di istruttivo. Per esempio, l'Udeur ha avuto emendamenti approvati (mi riferisco solo al triennio di esercizio) per un totale di 2 milioni di euro; il Gruppo Per le Autonomie, invece, ha fatto meglio, avendo ottenuto 48 milioni di euro; Rifondazione Comunista un po' meno, perché ha ottenuto solo 46 milioni di euro; la Sinistra Democratica si è piazzata in una posizione decorosa con 51 milioni di euro, mentre il Gruppo dell'Ulivo è riuscito a strappare 404 milioni di euro in benefìci pre-elettorali. Chi però è stato il recordman, chi ha fatto meglio di tutti, signor Presidente, è stato il Gruppo dei Verdi, che è riuscito a prendere ben 824 milioni di euro. Complimenti!
Signor Presidente, spendere 5,8 miliardi in più solo per il primo passaggio della finanziaria, cioè per il passaggio nella prima Commissione del primo ramo del Parlamento, significa in sostanza, se dividiamo la popolazione italiana per questa cifra, imporre agli italiani una tassa di 100 euro a persona. Una famiglia media di quattro persone dovrà ringraziare la maggioranza perché gli fa spendere per il passaggio della finanziaria 400 euro in più all'anno; il che mi sembra un risultato di cui non sia il caso di andare troppo fieri. Credo, signor Presidente, che malgrado le chiacchiere che si fanno e le polemiche scandalistiche, questi e non altro siano i veri costi della politica.
Un'ultima considerazione, signor Presidente, riguarda una questione che aleggia sempre nei dibattiti delle finanziarie, quella del ricorso all'esercizio provvisorio. Normalmente si dice che l'esercizio provvisorio è un male e che farebbe il male del nostro Paese. In linea di massima, siamo sempre d'accordo su questa imposizione. Tuttavia, da una parte, nella circostanza attuale dobbiamo considerare che abbiamo l'ombrello dell'euro, che per certi aspetti ci evita i rischi del passato, quando l'esercizio provvisorio veniva disposto in costanza della moneta italiana, cioè della lira.
La questione fondamentale, facciamo qualche conto, è però che se ci fosse l'esercizio provvisorio noi disporremmo le spese in dodicesimi sulla base del bilancio e il bilancio comporta una spesa molto minore rispetto alla finanziaria. Infatti, questa finanziaria già vale 11 miliardi di euro, come provvedimento in sé, ma come spesa aggiuntiva, se consideriamo la manovra nella sua interezza, vale 20 miliardi di euro; poi ci sono i circa sei miliardi di euro di emendamenti approvati in Commissione (per non citare i 7 miliardi di euro dell'ultimo decreto sul tesoretto), cui vanno aggiunti i 2 miliardi di euro del famoso emendamento Rossi. Arriviamo così a circa 26 miliardi di euro in tutto.
Da tutto questo conto, tra l'altro, sono esclusi, perché il Governo non le ha evidenziate nella finanziaria, alcune cambiali che verranno in scadenza. Mi riferisco, per esempio, ai contratti del pubblico impiego, al famoso comma 507 della finanziaria dell'anno scorso, che in qualche modo andrà implementato, alle spese per ANAS e Ferrovie e ai debiti pregressi. Facciamo quindi un conto riduttivo di altri 5 o 6 miliardi di euro da aggiungere e arriviamo a circa 30 miliardi di euro. Se diciamo che di questi una decina sono comunque spese che occorre fare, restano 20 miliardi. Signor Presidente, se noi risparmiassimo, anziché andare ad aumentare le spesa pubblica di 20 miliardi di euro, e quindi sostanzialmente emettere BOT, di cui bisogna pagare un servizio del debito perché in ogni caso andremo ad aumentare il debito complessivo (ho fatto un conto molto pedestre, perché questi 20 miliardi di euro comportano un aumento di spesa per il servizio del debito per interessi da pagare dell'ordine di 300.000 euro al giorno: 600 milioni di vecchie lire al giorno per pagare gli effetti perniciosi di questa finanziaria), ella vede che non approvare questa finanziaria ed andare all'esercizio provvisorio sarebbe un fatto economicamente molto vantaggioso per il Paese.
Un'ultima questione riguarda il ventilato tema che il Governo ponga la questione di fiducia sulla finanziaria. Se vuole farlo, ovviamente, si accomodi. Mi limito a far presente che questa finanziaria, nella storia (e un po' di memoria in argomento la ho!), è quella caratterizzata dal minor numero di emendamenti mai presentato.
Noi abbiamo otto giorni disponibili per discutere questa finanziaria. Ricordo solo che nel 2002, con sette giorni a disposizione per discutere la manovra, furono presentati ed esaminati, senza fiducia, 5.300 emendamenti, quindi un decimo rispetto ad oggi, per cui, francamente, è possibile farlo. (Applausi dal Gruppo FI).
D'altronde, però, gli emendamenti non sono un valore in sé, devono essere riferiti anche ai contenuti e allora non si può invocare un eccesso di emendamenti, che eccesso non è, quando una finanziaria non è snella, quando parte da 97 articoli e arriva a 800 commi. Ogni ragione deve essere in qualche modo giustificata.
Detto questo, signor Presidente, non mi resta che concludere manifestando preoccupazione e rammarico per il fatto che con una finanziaria come questa si perda un'occasione per il Paese per risanare i conti, per dare maggiore sviluppo, indispensabile in questo momento storico, e per condurre a condizioni di vita più accettabile la parte più debole della nostra popolazione. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP e UDC).
PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate le questioni pregiudiziali QP1, QP2 e QP3.
Il senatore Calderoli ha comunicato alla Presidenza di considerare illustrata la questione pregiudiziale QP1.
Ha chiesto di intervenire per illustrare la questione pregiudiziale QP2 il senatore Saporito. Ne ha facoltà.
SAPORITO (AN). Signor Presidente del Senato, onorevoli rappresentanti del Governo, cari colleghi, noi non vogliamo censurare in questa sede i profili di merito dell'iniziativa governativa relativa all'articolo 77 del disegno di legge finanziaria, inteso propriamente ad inserire nel testo del disegno di legge un progetto di riforma degli aspetti ordinamentali della giurisdizione penale militare.
Tralasciando le preliminari questioni riguardanti il contenuto di quella giurisdizione, cioè l'intero sistema dalla legge penale militare, non intendiamo soffermarci nemmeno sul fatto, davvero singolare, che in un momento storico caratterizzato dalle notevoli difficoltà in cui versa tutto il sistema giudiziario si provveda repentinamente a demolire l'apparato giudiziario militare, sicuramente efficiente e dotato di tutte quelle garanzie di indipendenza tipiche della magistratura ordinaria, apparato che, per di più, appare come l'unico dotato di specificità professionali idonee ad esercitare il controllo di legalità e ad assicurare l'efficienza delle Forze armate in patria e all'estero.
Riteniamo che il transito coattivo dei magistrati militari nella magistratura ordinaria contrasti con alcuni princìpi della nostra Costituzione. Innanzitutto, i princìpi di indipendenza della magistratura e della inamovibilità dei magistrati ex articolo 104 e 107 della Costituzione. Il testo dell'articolo 77, comma quattro, lettera d) del provvedimento, indica le modalità di transito dei magistrati militari nella magistratura ordinaria secondo due modalità: il trasferimento a domanda previo interpello e, ove residuino esuberi rispetto all'organico come l'indeterminato, la proposta governativa prevede, il trasferimento d'ufficio dei magistrati. Il principio dell'articolo 104 della Costituzione secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere viene così eluso, contrastato e tale principio è alla base di ogni democrazia e caratterizza, dal profondo, il nostro ordinamento politico e istituzionale, basato sulla separazione dei poteri.
Il testo del disegno di legge in discussione, nella parte in cui prevede il trasferimento d'ufficio dei magistrati militari ad altra amministrazione, impedendo a questi ultimi di poter continuare ad esercitare la giurisdizione speciale, è per noi confliggente chiaramente con le norme costituzionali richiamate.
Peraltro, corollario dell'indipendenza della magistratura è il principio dell'inamovibilità dei magistrati (di cui all'articolo 107 della Costituzione) che, a dire la verità, venne pensato come criterio immanente ad una medesima giurisdizione. Pertanto, appare ancora più eclatante il fatto che i magistrati speciali vengano coattivamente trasferiti addirittura ad altra amministrazione dello Stato (dal Ministero della difesa a quello della giustizia), sottraendo loro le funzioni giudiziarie che esercitano, pur attribuendone loro altre.
Ad ogni modo, ricordo che la Costituzione e le norme dell'ordinamento giudiziario prevedono, come regola generale, il trasferimento del magistrato solo con il suo consenso. Alla base di essa è sottesa una duplice ratio: la prima è quella di garantire l'esercizio della giurisdizione senza alcuna intromissione del potere politico, la seconda - funzionale alla precedente - è quella di assicurare al singolo magistrato il diritto al posto e alla carriera. Ciò implica che la destinazione ad altra sede e ad altre funzioni è sempre fatta derivare dalla domanda o, comunque, dal consenso dell'interessato.
La dottrina qualifica come diritto costituzionalmente garantito il diritto alla sede e alla funzione e rimarca come esso sia espressione della tutela accordata al magistrato ai fini della completa attuazione dei princìpi di autonomia e indipendenza per l'ordine giudiziario. Tale diritto, cari colleghi, non è mai stato messo in discussione nella storia repubblicana né si rammentano casi analoghi di trasferimento coatto, così come previsto nel disegno di legge finanziaria in discussione.
Le disposizioni dell'articolo 77 sono contrarie anche al principio di eguaglianza, ex articolo 3 della Costituzione. A prescindere da quanto sin qui evidenziato, si deve rimarcare che il testo in esame, inoltre, contrasta con l'articolo 3 nella parte in cui dispone che il transito coatto sia effettuato trasferendo prioritariamente i magistrati militari in servizio presso gli uffici giudiziari soppressi.
Ciò implica una disparità di trattamento tra i magistrati militari in ragione del mero fatto che essi prestino servizio o meno presso gli uffici non soppressi. Ne deriva l'illogica conseguenza che i magistrati con notevole anzianità, in organico presso uffici da sopprimere, sarebbero trasferiti con precedenza rispetto ai loro colleghi ben più giovani, i quali occupano le ultime posizioni nel ruolo organico, ma sono in servizio presso uffici di cui, invece, non è prevista la soppressione.
Manca anche la copertura finanziaria ex articolo 81 della Costituzione. Si deve rilevare questo perché non sono previste le risorse economicamente necessarie per sopperire alle nuove spese derivanti dai trasferimenti d'ufficio di magistrati militari alla magistratura ordinaria.
Le disposizioni, infine, all'articolo 77 contrastano con il principio dell'autogoverno dei magistrati contenuto nell'articolo 105 della Costituzione. Il testo dell'articolo 77, comma 4, lettera d), infatti, prevede che i trasferimenti dei magistrati componenti del Consiglio della magistratura militare, i quali transitano alla magistratura ordinaria, abbiano esecuzione dalla cessazione del mandato in corso del Consiglio stesso. La proposta normativa contrasta con l'articolo 105 della Costituzione. La Carta costituzionale ha previsto la creazione di un organo di autogoverno dei magistrati, cui la stessa norma fondamentale attribuisce la competenza ad adottare, tra le altre decisioni, anche quelle in tema di assunzione e di trasferimento in ossequio al principio dell'indipendenza della magistratura.
La ratio della norma, cari colleghi, è nota a tutti e risponde alla medesima esigenza di assicurare l'indipendenza alla magistratura dagli altri poteri dello Stato al fine di evitare che questi possano influire sul potere giudiziario.
Le norme, infine, contrastano con le disposizioni ai commi primo e terzo dell'articolo 107 della Costituzione. La norma costituzionale sembra precludere la possibilità che il magistrato che esercita delle funzioni giudicanti possa essere destinato d'ufficio all'esercizio delle funzioni requirenti e viceversa, a meno che ciò non avvenga previo consenso dell'interessato. Il principio trova, inoltre, esplicazione nelle norme dell'ordinamento giudiziario, approvato anche di recente da questo Parlamento, oltre ad assicurare l'imparzialità e la terzietà del magistrato in occasione di eventuali mutamenti di funzione.
Onorevoli senatori, per i motivi di cui sopra e ai sensi dell'articolo 93, comma 1, del Regolamento, chiedo a quest'Aula del Parlamento di non procedere alla discussione del disegno di legge. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire per illustrare la questione pregiudiziale QP3 il senatore Baccini. Ne ha facoltà.
BACCINI (UDC). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signori Ministri, come Gruppo UDC abbiamo inteso presentare una questione pregiudiziale per evidenziare un problema che riteniamo possedere natura tecnica e politica.
Signor Ministro, abbiamo posto all'attenzione dell'Assemblea il fatto che gli oneri che difettano di quantificazione e copertura, anche a causa delle modifiche intervenute presso la Commissione bilancio, non sono per nulla identificati nelle elaborazioni tecniche che lei ha fornito alla stessa Commissione e a quest'Aula. Tra l'altro, lei, anche ieri, in una sua intervista al TG1, signor Ministro, ha avuto modo di affermare che queste coperture c'erano, ma non abbiamo modo di verificarne l'esatta portata e la provenienza, anche perché riteniamo che, come recita il comma 4 dell'articolo 81 della Costituzione, si dovrebbero invece indicare i mezzi per far fronte alle maggiori spese indicate dalla Commissione.
Abbiamo dunque la volontà di non portare all'attenzione del Senato un provvedimento, anche così importante, in cui non vi sia una chiara copertura economica ed in cui non sia chiara (in base a quanto previsto all'articolo della Costituzione poc'anzi citato) la determinazione degli oneri a cui la 5a Commissione si è riferita. Proprio per questa ragione, anche in questo contesto, signor Ministro, abbiamo evidenziato che in tutto quello che ci è stato sottoposto nella legge finanziaria 2008, non c'è - a nostro parere - una chiara iniziativa politica; le disposizioni contenute nel provvedimento, inoltre, disattendono palesemente - sempre a nostro parere - gli obblighi di contenimento della spesa pubblica assunti in sede europea e minano gravemente il perseguimento dell'obiettivo di risanamento dei conti pubblici.
Signor Ministro, signor Presidente, vogliamo sapere se questo famoso tesoretto è servito ad abbattere il debito pubblico, azione che noi riteniamo prioritaria: se è servito a rimettere in linea i conti dello Stato probabilmente poteva essere investito in priorità che noi riteniamo più pressanti di quelle che le mance in questa finanziaria ha invece portato in risalto.
Mi unisco, peraltro, al ringraziamento alla 5a Commissione permanente e al suo Presidente per il lavoro svolto, giorno e notte, per tentare di dare un senso a questo documento.
Voglio concludere questo mio intervento ricordando che non solo questo abbattimento del debito pubblico poteva essere un fatto importante, perché abbiamo anche un problema per quanto riguarda, signor Ministro, le disposizioni portate avanti in questo provvedimento, che non coincidono in modo sostanziale con la situazione di reale disagio dei cittadini meno avvantaggiati ed in particolare non prevedono, così come detta l'articolo 31 della Costituzione, effettive misure economiche e provvidenze per agevolare la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti ad essa propri.
Tra l'altro, signor Presidente, mi è parso di leggere le stesse considerazioni in un'intervista del senatore Bobba il quale, sulle pagine del quotidiano "Avvenire", ha affermato che i provvedimenti sui problemi della famiglia in atto in questa legge finanziaria sono risibili. Un autorevole esponente della maggioranza, di ispirazione cristiana, dunque, pone un problema serio, e non per la confessione alla quale tutti noi facciamo riferimento, ma come problema riferito all'articolo 31 della Costituzione.
Le politiche sulla famiglia, sui meno abbienti e sui cittadini meno avvantaggiati devono essere evidenti nel progetto finanziario che è il documento principe di ogni Governo. Allo stesso modo, signor Ministro, le stesse disposizioni da lei varate non contengono alcuna misura di reale assistenza per la maternità, per l'infanzia e per la gioventù: e faccio sempre riferimento ai sensi dell'articolo 31 della Costituzione.
Per questa ragione, signor Presidente, signor Ministro, colleghi, fino a quando non verrà esaminata la reale copertura di questo provvedimento e non sarà chiaro l'indirizzo politico sulle materie cui abbiamo fatto riferimento, relativamente all'adempimento dell'articolo 31 della Costituzione, io chiedo che il disegno di legge n. 1817 non sia discusso, perché il Parlamento e il Senato hanno bisogno di ulteriori chiarimenti e di capire la visione del Governo ma, soprattutto, gli adempimenti riferiti alla nostra Costituzione. (Applausi dai Gruppi UDC, FI e del senatore Cursi).
*AZZOLLINI (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AZZOLLINI (FI). Signor Presidente, vorrei avanzare anch'io una questione pregiudiziale. Nel prospetto di copertura della legge finanziaria, redatto ai sensi di una norma della legge di contabilità direttamente attuativa dell'articolo 81 della Costituzione, emerge che la grandissima parte dei mezzi di copertura degli oneri correnti della legge finanziaria 2008 dipendono dall'andamento delle entrate a legislazione vigente, attraverso l'utilizzo del cosiddetto miglioramento del risparmio pubblico tendenziale: la percentuale di utilizzo dell'ammontare di risorse così a disposizione è pari a circa il 75 per cento per il 2008, al 73 per cento per il 2009 e al 72 per cento per il 2010, una percentuale assai considerevole.
Ora, poiché la previsione del saldo corrente a legislazione vigente del 2008 dipende in maniera quasi automatica dall'andamento delle entrate (con un'elasticità pari quasi all'unità) e quindi dall'andamento del Prodotto interno lordo, ne deriva che l'attenzione deve essere spostata su questo ultimo versante.
Al riguardo, il Governo assume una previsione di aumento del Prodotto interno lordo per il 2008 pari all'1,5 per cento. Gli organismi internazionali, tra i quali il Fondo monetario internazionale, e i più autorevoli istituti di previsione interna (come l'ISAE), stimano una crescita più bassa, con valori compresi tra l'1,3 e l'1,4 per cento. Al momento, poi, le previsioni stanno ancora peggiorando e tutto ciò, naturalmente, inficia sia la sostenibilità della previsione governativa, su cui si basa la stima delle entrate del 2008, che il saldo corrente del 2008.
Basti pensare, signor Presidente, che a ogni 0,1 per cento di prodotto interno lordo in meno corrisponde una riduzione di entrate del bilancio pari a circa 4 miliardi di euro, così erodendo il margine di saldo corrente ancora da utilizzare. A ciò vanno aggiunti gli effetti espansivi, sul lato della spesa, dell'eventuale più debole dinamica del PIL e, aggiungo, dell'iter della legge finanziaria, come già ben spiegato dal relatore dell'opposizione.
Tali argomentazioni sono state ulteriormente corroborate dalle valutazioni espresse in sede di audizione parlamentare ed in altre sedi dal Governatore della Banca d'Italia. In proposito, pur partendo dalla premessa che il 2006 ha visto un miglioramento dei conti della spesa primaria e del divario di questa con l'incremento del prodotto - ovviamente da ascrivere almeno in parte all'azione del precedente Governo - anche la Banca ha osservato che tale progresso è perlopiù conseguito grazie al forte aumento delle entrate, raggiunto negli ultimi due anni, sintetizzato in un aumento della pressione fiscale, giunta al 43 per cento.
Del resto, pur essendo proseguito anche nel 2007, tale miglioramento ha però fatto leva principalmente sulla crescita delle entrate per cui, pur aumentando la pressione fiscale, l'incidenza della spesa primaria corrente sulla spesa complessiva è non di meno rimasta invariata e, aggiungo, con l'iter di questa finanziaria sembra poter ancora aumentare: ciò, se posso dirlo, in barba al cosiddetto Governo che predica il rigore. Insomma, per la Banca d'Italia i correttivi adottati non frenano la dinamica della spesa, dal momento che esistono ampi margini per conseguire risparmi in tutte le principali voci.
Tra l'altro, il Governo ha segnalato bene la sua decisione - strana decisione! - di posticipare gli interventi sulla spesa e ciò, naturalmente, finisce per accrescere le manovre correttive necessarie per il raggiungimento del pareggio di bilancio. In sostanza, il Governo non ha affrontato subito la spesa, ma ha preferito rinviare le manovre per la sua riduzione alla fine degli anni previsti, cioè al 2011, e ciò quando è possibile che il ciclo sia più basso e dunque la riduzione molto più difficile: una decisione davvero irresponsabile da parte del Governo. Infatti, il Fondo monetario internazionale ha segnalato come sia urgente per il nostro Paese, alla luce degli scenari di rallentamento della crescita internazionale dei prossimi anni, un'accelerazione nel percorso delle riforme di politica economica necessarie e vi sia dunque la necessità che si vada in senso perfettamente inverso a quello scelto da questo Governo. Non vi è chi non vede dunque come il deficit spending posto in essere metta a grave rischio la sostenibilità finanziaria della manovra; più volte è stata utilizzata in proposito l'espressione - rozza, ma efficace - di «avvelenamento dei pozzi». Al riguardo, un'illustrazione abbastanza dettagliata, lo ribadisco, è stata fatta dal relatore di minoranza.
Per di più, come ha segnalato la Corte dei conti, i risultati di correzione attesi sui saldi, in assenza dei più volte annunciati interventi correttivi di sostanza, sono chiaramente dubbi nella loro effettiva realizzazione e pongono la manovra 2008 in un quadro che la Corte stessa definisce di "discutibili direttrici" già collaudate. In sostanza, la Corte afferma che il Governo fonda le sue misure di riduzione di spesa con interventi correttivi estemporanei, (tagli ai consumi intermedi, tagli alla spesa in conto capitale), lasciando così immutata la pressione fiscale, piuttosto che attraverso interventi di correzione strutturale dei fattori di crescita della spesa, che permetterebbero, questi sì, l'alleggerimento del carico tributario sui contribuenti.
La Corte, infatti, segnala specifici profili di problematicità in relazione all'articolo 75, il contenimento della spesa per consumi intermedi, e all'articolo 76, le misure in materia di spese amministrative, per cui non manca di osservare che, sulla base di una consolidata esperienza, è noto che i risparmi conseguiti in tali settori, riconducibili alla categoria dei consumi intermedi, determinano rimbalzi di spesa negli anni successivi che vanificano i miglioramenti conseguiti.
Non meno problematiche appaiono alla Corte le misure adottate in materia di tagli ai residui per le spese in conto capitale, cifrati per 1,5 miliardi di euro, per cui è necessaria un'attenta valutazione che dimostri l'effetto riduttivo netto sul disavanzo.
Tutto quanto considerato al momento, dunque, per quanto si può valutare la situazione e tenuto conto del fatto - lo ribadisco - che l'assolvimento dell'obbligo di copertura ex articolo 81 costituisce un procedimento che si deve sviluppare ex ante all'atto della formulazione della norma, ne consegue che da un punto di vista sostanziale è ragionevole ritenere che il fondo cui attinge la copertura del disegno di legge finanziaria, attraverso l'uso di una notevole quota di miglioramento del saldo corrente di bilancio, non appare attendibile nella quantificazione proposta dal Governo; si verifica, cioè, uno squilibrio nel grado di certezza tra oneri da un lato e copertura dall'altro.
A questo naturalmente va aggiunto il periglioso iter del disegno di legge finanziaria; mi riferisco, in particolare, a quella norma che cifra 870 milioni di euro, cioè quella relativa all'abolizione dei ticket, che noi condividiamo, ma che viene coperta con norme che hanno visto un netto dissenso tra il Governo e la Ragioneria generale dello Stato. Lo possiamo assumere perché, mentre per tutti gli altri emendamenti presentati dal relatore e dal Governo stesso, in ossequio ad una regola di comportamento suggerita dal Presidente della Commissione bilancio e adottata unanimemente dalla stessa, era obbligatorio che per questi emendamenti fosse presentata una relazione tecnica bollinata dalla Ragioneria, solo per quell'emendamento ciò non è stato possibile.
Qualche ragione ovviamente c'è stata e per noi questo è stato un motivo molto grave di disappunto, tanto da costringere l'opposizione, che pure in Commissione bilancio ha avuto un atteggiamento fermamente e duramente critico ma sempre responsabile, ad un gesto importante come quello di abbandonare i lavori dell'Aula. Quell'emendamento, insieme con le altre vicende già descritte, ha reso ancor più incerto l'assolvimento dell'onere di copertura.
Signor Presidente, poiché è questo il cuore dell'obbligo di copertura, ne consegue che sostanzialmente il disegno di legge finanziaria non è coperto e viola quindi la norma della legge di contabilità direttamente attuativa della norma costituzionale circa l'esatta copertura degli oneri correnti. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LNP).
PASTORE (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (FI). Signor Presidente, intervengo per illustrare una questione pregiudiziale.
Avrei evitato di prendere la parola su questo punto anche a seguito delle altre questioni sollevate dai colleghi dell'opposizione e dal relatore di minoranza se la Commissione bilancio non avesse introdotto nel testo del disegno di legge finanziaria che è alla nostra attenzione una norma assolutamente unica nel panorama della storia della nostra Repubblica.
Mi riferisco non tanto ad altre disposizioni di minore rilevanza, alcune assolutamente originali, quale ad esempio quella che rinvia la riduzione del numero di Ministri e Sottosegretari al futuro Governo (non ad una futura legislatura o ad un termine certo, ma ad un futuro Governo, e sarei curioso di conoscere il parere sul piano della cifratura di questa norma, ma anche l'opinione di chi magari con una certa pignoleria può individuare nella storia della nostra Repubblica una norma analoga che entri in vigore con la caduta del Governo e con la formazione di un altro Governo); signor Presidente, mi voglio riferire ad un'altra disposizione che contrasta in maniera netta, decisa ed inequivocabile con l'articolo 97 della Costituzione e con oltre cinquant'anni di giurisprudenza della Corte costituzionale. Si tratta dell'articolo 93, comma 5 e successivi, del disegno di legge finanziaria, in cui si prevede la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione, dove per precari si intendono non solo coloro che sono stati assunti con contratto a tempo determinato, ma addirittura - udite, udite - coloro che sono stati assunti con contratti di collaborazione a progetto.
Credo che il più fantasioso dei giuristi, degli economisti e dei politici non avrebbe forse trovato una norma più originale per cozzare contro l'articolo 97 della Costituzione. Per fortuna, Presidente e cari colleghi, qualcuno se ne sta accorgendo.
Oggi, sul «Corriere della Sera», giornale certamente non malevolo nei confronti di questa maggioranza, vi è un articolo autorevole intitolato: «Precari, licenziato lo Stato di diritto». Stiamo, infatti, mettendo una pietra tombale su un principio sacrosanto del nostro ordinamento. Mi riferisco al principio per cui l'accesso agli impieghi nella pubblica amministrazione dev'essere effettuato per concorso, salvo eccezioni stabilite dalla legge. L'eccezione diventa invece una regola e chi è precario nella pubblica amministrazione diventa dipendente pubblico.
Si tratta di una norma indecente, Presidente, e sicuramente incostituzionale. Essa è diseducativa, com'è stato sottolineato anche nel suddetto articolo, e costa allo Stato; non si sa chi si gioverà di queste risorse.
Vorrei chiedere ai presenti in quest'Aula e al Ministro dell'economia se sono stati fatti dei conti sul peso finanziario di questa norma. Vorrei chiedere al Ministro della giustizia, che dovrà votare questa norma, se ritiene che essa sia confacente allo Stato di diritto e ai princìpi costituzionali e se lui è disponibile a sostenerla con il suo voto personale, oltre che con il voto del suo Gruppo politico.
Vorrei chiedere ai colleghi senatori cosa pensano di questa norma. Vorrei chiedere agli illustri senatori a vita che hanno ricoperto la carica di Capo dello Stato se avrebbero mai controfirmato e promulgato una legge del genere.
Vorrei chiedere a coloro che sono stati nominati senatori a vita per aver illustrato, per definizione della norma costituzionale, la Patria con alte iniziative di carattere sociale, scientifico, artistico e letterario, se condividono sotto il profilo morale e politico una norma del genere. A tutti questi soggetti, Presidente, chiedo un esame di coscienza e di votare pertanto a favore di questa pregiudiziale.
Signor Presidente, mi consenta altri due minuti perché il problema non può essere posto all'ultimo momento. Siccome si prospettano ipotesi di voto di fiducia o altro, al di là della questione politica, della leggerezza del numero degli emendamenti e della complessità della legge, vorrei che lei, Presidente, facesse una seria riflessione e un'analisi di ciò che si è detto in un anno sul tema delle fiducie sui maxiemendamenti. Mi auguro che la Presidenza - e non ho motivo di dubitarne - sia all'altezza della valutazione e della riflessione fatta su questo argomento. Mi auguro che su questo tema ci sia una posizione ben più articolata ed approfondita da parte di tutti gli attori di questa vicenda, che spero non arrivi a conclusione con un voto di fiducia. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. Ricordo che, a termini di Regolamento, sulla questione pregiudiziale può prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo parlamentare.
BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, colleghi, la Commissione bilancio del Senato, con grandi sforzi da parte di tutti noi, la scorsa settimana ha dato il via libera al disegno di legge finanziaria che oggi approda all'Aula di questo Palazzo.
Tale disegno di legge fa parte di una manovra economica che, dopo tanti anni, non toglie, ma anzi restituisce e redistribuisce risorse agli italiani e che rilancia il Paese garantendo efficienza, competitività ed equità.
Volendo fare rapida menzione di alcune tra le modifiche fondamentali approvate durante l'esame del testo in Commissione che andranno ad incidere in modo positivo sulle tasche degli italiani, particolare rilevanza meritano: l'eliminazione per il 2008 dei ticket sanitari sulla diagnostica, misura che con molto sforzo anche da parte del Governo ha trovato copertura attingendo significativamente dai tagli ai cosiddetti costi della politica; la misura importante per il Mezzogiorno del credito d'imposta di 333 euro al mese per i datori di lavoro che dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2008 operano assunzioni con contratto a tempo indeterminato nelle aree delle Regioni del Sud Italia; l'incremento del 10 per cento della detrazione fiscale per i mutui sulla prima casa; gli assegni familiari ai nuclei con componenti disabili e agli orfani (per un costo di 30 milioni); le detrazioni per gli asili nido (costo 35,5 milioni); l'esclusione del tetto di 50.000 euro per gli sgravi ICI (costo 81 milioni); il fondo per la stabilizzazione dei precari all'interno della pubblica amministrazione, che dai 5 milioni della scorsa finanziaria passa agli attuali 25 milioni.
Occorre, adesso, concentrare gli sforzi, certamente non tentando in modo pretestuoso di bloccare l'iter del provvedimento, ma continuando a dialogare, a dibattere, a confrontarsi all'interno della maggioranza e tra maggioranza e opposizione su tante altre questioni meritevoli di ulteriore approfondimento.
È per questi motivi che voteremo contro la pregiudiziale.
SINISI (Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SINISI (Ulivo). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, è difficile rispondere in pochissimi minuti alle cinque questioni pregiudiziali che sono state poste, ma farò in modo di poter contenere la mia risposta in modo esauriente ed anche comprensibile.
Per quanto riguarda la questione pregiudiziale QP1 del collega Calderoli, che pone la questione della mancanza di una corretta e precisa copertura finanziaria ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, voglio solo ricordare che la legislazione vigente in materia di legge finanziaria prevede che le coperture debbano essere sufficientemente sicure, non arbitrarie e non irrazionali. Penso che, non soltanto per quello che ci ha detto il relatore, ma anche perché tutte le relazioni tecniche sono state asseverate con la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato, per quanto ci è stato riferito ufficialmente in quest'Aula dal relatore stesso, l'obiezione corretta del collega Calderoli perda il privilegio della fondatezza e quindi possa essere tranquillamente respinta.
Quanto alla questione pregiudiziale QP2 posta dal collega Saporito e al richiamo all'indipendenza e all'autonomia della magistratura anche militare e all'inamovibilità dei magistrati, voglio ricordare al collega Saporito che, esattamente secondo quanto previsto all'articolo 107 della Costituzione, la mobilità potrà avvenire solo per interpello e cioè con il consenso dei magistrati militari interessati. Voglio poi ricordare che è previsto espressamente dalla legge che i magistrati possano essere rimossi e spostati d'ufficio dal luogo in cui esercitano la loro funzione in caso di soppressione o riduzione dell'organico di un ufficio, secondo quanto previsto dalla legge.
Voglio ricordargli, infine, che anche l'obiezione con riferimento all'articolo 104 della Costituzione non ha fondamento, perché la mobilità dei magistrati militari concorrerà con il parere favorevole del Consiglio superiore della magistratura militare e del Consiglio superiore della magistratura ordinaria. Quindi, anche le funzioni di autogoverno saranno rispettate.
Al collega Baccini, che ha avuto il pregio e il privilegio di porre la questione della promozione delle leggi a favore della famiglia, riconosciamo l'adeguatezza del suo intervento ed apprezziamo il richiamo che ha inteso svolgere. Voglio però ricordare che, in punto di costituzionalità, il richiamo all'articolo 31 della Costituzione non può assolversi da solo se non in relazione agli articoli 36 e 37, e cioè all'articolo 36 che prevede che la retribuzione debba essere sufficiente ed assicurare alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, e all'articolo 37 che garantisce alle donne lavoratrici condizioni di lavoro che consentano loro la maternità ed un'adeguata protezione per la madre e il bambino.
Voglio ricordare che il Capo XXI della legge finanziaria prevede espressamente, all'articolo 54, l'ampliamento del congedo parentale. Ritengo anche che tutta la disciplina relativa alla lotta alla precarizzazione sia volta contro coloro che oggi non sostengono adeguatamente la famiglia. Concordo che nelle politiche del Governo dovrebbero esserci misure ancora più mirate. Invito allora il collega Baccini ad associarsi a quanto noi vorremmo fare, che abbiamo già proposto, con il collega Bobba, in questa legge finanziaria e che ancora ci premureremo di portare avanti affinché nel nostro Paese ci siano più asili nido e affinché, attraverso gli asili nido, ci siano politiche della famiglia adeguate anche a lottare contro la denatalità.
Dico al collega Azzollini che il ragionamento che sottosta alla questione pregiudiziale da lui avanzata può essere contrastato facendo riferimento ad una questione politica che lui non ha citato nel suo intervento, ossia la lotta all'evasione fiscale. Sarà anche vero che la previsione dello 0,1 in meno o in più del PIL determini 4 miliardi di euro di maggiori entrate, ma è anche vero che solo quest'anno sono stati più di 5 miliardi di euro le maggiori entrate dovute alla lotta all'evasione fiscale. Questo è un punto di onore e di orgoglio della politica di questo Governo che avrà senz'altro il nostro sostegno. Ribadisco che la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato ci tranquillizza. È comunque un'esortazione a fare sempre bene e sempre meglio nel mantenimento della contabilità pubblica.
Replico, infine, al collega Pastore, che ha sollevato il tema della stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione e ha posto, ancora una volta, una questione estremamente puntuale di costituzionalità. Ha ricordato egli stesso che l'articolo 97, comma terzo, della Costituzione, prevede deroghe per legge all'accesso per concorso alla pubblica amministrazione. La Corte costituzionale si è espressa sul punto e ha detto che anche la materia delle deroghe ha bisogno di essere assistita da criteri di congruità e ragionevolezza in coerenza con un rapporto rispetto al fine da raggiungere e all'interesse da soddisfare.
Voglio ricordare al collega Pastore che i casi debbono essere limitati. E il fatto che ci sia un riferimento ad una scadenza temporale ben precisa assolve al primo di questi criteri, cioè proprio la limitatezza dei casi. Poi, ed infine, c'è sempre un bilanciamento dei valori costituzionali, anch'esso richiamato dalla Corte costituzionale quando si è espressa, appunto, sull'applicazione di questo principio. Ho citato l'articolo 36 della Costituzione, l'esigenza di assicurare ai lavoratori un'adeguata retribuzione che consenta, a loro stessi e alle famiglie, una esistenza libera e dignitosa. Credo che lottare contro il precariato, dare stabilità ad ogni posto di lavoro nel nostro Paese significhi, come ho detto al collega Baccini, fare una politica a favore della famiglia, ma anche lottare per questo valore costituzionale fondamentale, cioè costruire nel nostro Paese famiglie libere e dignitose attraverso un salario che consenta loro di poter stare nella società in maniera assolutamente adeguata e senza alcuna incertezza.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la lotta alla precarizzazione è un punto qualificante delle politiche di questo Governo. Noi lo sosteniamo con fiducia. Riconosciamo che l'accesso alla pubblica amministrazione non possa essere irritualmente e sistematicamente diverso da quello per concorso pubblico, ma crediamo che eccezionalmente la lotta al precariato, una stabilizzazione di posti di lavoro assolutamente originali che si sono creati in questi anni nella pubblica amministrazione, sia un punto su cui possiamo collaborare, perché più ci saranno posti di lavoro stabili più la nostra società sarà serena e sicura.
Signor Presidente, credo di aver potuto onorare l'impegno di replicare, in pochissimi minuti, punto per punto, in modo - credo - assai oggettivo, a ciascuna delle cinque questioni pregiudiziali poste e chiedo scusa se non ho potuto essere ancor più esauriente. Con assoluta convinzione riteniamo che si possa procedere oltre e che quindi le questioni pregiudiziali debbano essere respinte. (Applausi dai Gruppi Ulivo, Aut e Misto-IdV. Congratulazioni).
SCHIFANI (FI). Domando di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (FI). Signor Presidente, prima di iniziare le votazioni della finanziaria, ritengo opportuno svolgere delle considerazioni a lei ed ai rappresentanti del Governo perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità relativamente al percorso dei giorni successivi a quello odierno.
La legge finanziaria è entrata in Parlamento con 97 articoli; attraverso il passaggio in Commissione, sono diventati 144. L'opposizione in Commissione ha assunto un atteggiamento estremamente responsabile, consentendo che questo provvedimento arrivasse con il relatore in Aula; ha scelto di condividere un'esigenza, quella di non arroccarsi su un ostruzionismo che avrebbe potuto costituire alibi per il Governo e per la maggioranza nel ricorrere al voto di fiducia.
Alla luce di questo scenario, ha presentato sia in Commissione che in Aula un numero di emendamenti contenuto. Vorrei ricordare come addirittura in Commissione, in prima battuta, le proposte modificative dell'opposizione sulla finanziaria fossero numericamente inferiori alle richieste di modifica della maggioranza.
Signor Presidente, mi permetto di ricordare a lei ed all'Assemblea la storia dei processi emendativi delle finanziarie: nel 2000, si contano 3.700 proposte di cambiamento; nel 2001, 1.700 emendamenti; nel 2002, 5.000; nel 2003, 1.900; nel 2004, 1.400; nel 2005, 2.000; nel 2006, 4.300; in questa finanziaria, signor Presidente, complessivamente, tra quelli di maggioranza e opposizione, gli emendamenti sono 630, tanto che il relatore, con grande onestà intellettuale ma principalmente politica, ha dato atto del senso di responsabilità all'opposizione, ringraziandola di questa scelta. (Applausi dal Gruppo FI).
Quello che ci preoccupa e che rassegno all'attenzione dei presenti sono le dichiarazioni di un Ministro per i rapporti con il Parlamento, il quale si arroga il diritto di dare dei numeri all'opposizione sugli eventuali emendamenti da presentare per evitare il voto di fiducia. Non era mai successo che un Ministro per i rapporti con il Parlamento dettasse a noi, Parlamento, le regole per evitare che il Governo ricorresse alla fiducia. (Applausi dal Gruppo FI). Io lo considero, signor Presidente, un atto offensivo non soltanto nei confronti di chi parla, ma dell'intero Parlamento perchè non è importante - lei mi insegna - il numero delle proposte emendative, ma come si discutono e noi ci siamo impegnati, come abbiamo già fatto per il decreto in Commissione, a discutere seriamente e a garantire che il voto finale di questa legge finanziaria venga consumato nel giorno previsto dal calendario dei lavori, approvato all'unanimità da parte della Conferenza dei Capigruppo. (Applausi dal Gruppo FI).
Il ministro Chiti detta le regole: con 200 emendamenti niente fiducia. Ma dove siamo? Se questo Governo intende mettere il bavaglio alla sua maggioranza perché ha paura di votare gli emendamenti dei colleghi di maggioranza, non può metterlo all'intero Parlamento. Questa, infatti, è la verità, diciamolo pure, ministro Padoa-Schioppa: la verità è che lei minaccia il ricorso al voto di fiducia perché vuole porre la fiducia contro la sua stessa maggioranza, temendo che gli emendamenti dei suoi colleghi di maggioranza, votati da questa opposizione, possano metterla in crisi! (Applausi dal Gruppo FI). Lei sorride, ha un amabilissimo sorriso quando le vengono dette, con chiarezza, le verità che le dovrebbero fare male.
Lo scenario è questo e ci preoccupa. Noi naturalmente non potremo che lamentare il fatto che, ove questo scenario dovesse trovare effettiva realizzazione, le parole del Capo dello Stato, che noi abbiamo sempre rispettato, verrebbero disattese. Lo scenario è questo, signor Presidente, anche perché vedo che la maggioranza ha già iscritto a parlare in discussione generale ben 53 colleghi, mentre l'opposizione ne conta meno della metà. Mi sa, signor Presidente, tanto di melina, perché la maggioranza evidentemente ha bisogno di tempo per presentare il maxiemendamento.
Allora, diciamo le cose come stanno, colleghi: se volete andare alla fiducia, ditelo subito. Signor Ministro, lo dica subito, evitiamo queste sceneggiate e rispettiamo gli italiani! (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC).
CALDEROLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, le ruberò solo un minuto per sottolineare l'analisi che ha svolto il presidente Schifani, cui voglio aggiungere una piccola esperienza che abbiamo avuto negli ultimi dieci giorni. Nel corso dell'esame del decreto fiscale abbiamo votato e concluso - perché siamo arrivati anche al voto finale - 461 fra emendamenti e ordini del giorno in due giorni e mezzo di lavoro. Non credo che legittimamente qualcuno, sulla base di un numero di 630 emendamenti, possa parlare di fiducia quando di giornate di lavoro ne abbiamo davanti otto.
Diversamente, si è portati a considerare reale l'ipotesi del senatore Schifani, perché il doppio degli iscritti in discussione generale registrato dalla maggioranza rispetto all'opposizione o è una melina oppure vuol dire che le trattative sono ancora in corso, i numeri non contano ancora e il momento della fiducia è solo rimandato e si attende di avere i numeri per poterlo affrontare. Certamente non sono però i 630 emendamenti a poter giustificare una richiesta di fiducia, perché se tanto mi dà tanto in cinque giorni dovremmo esaminarli tutti, come dimostrato dieci giorni fa. (Applausi dal Gruppo FI).
MORANDO (Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Morando, vorrei ricordare che questo è un argomento politico che non è in calendario. Ora, il Presidente ha dato la parola al richiedente e ad altri due senatori, poi però vorrei ritornare all'ordine del giorno, perché, a parte il fatto che, essendo stata incardinata la discussione del provvedimento, gli interventi in atto incidono sul contingentamento, non vorrei allargare questo discorso, sul quale poi svolgerò una sola considerazione, visto che mi è stata richiesta.
Ha ora facoltà di intervenire il senatore Morando.
MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, non ho intenzione di far perdere tempo all'Aula, ma la questione che è stata posta è rilevante. Non voglio adesso occuparmi dell'apposizione della questione di fiducia o meno, non è mia competenza, non è l'argomento di questa sera. Questa sera vorrei soltanto richiamare ai colleghi ciò che abbiamo in larga misura convenuto a proposito delle regole della sessione di bilancio (o meglio, a proposito di buone regole della sessione di bilancio, che bisognerebbe poi avere la forza, il centro-sinistra ed il centro-destra, di approvare), quello cioè che concludemmo a questo proposito dopo il lungo dibattito che ha impegnato, nella primavera scorsa, le Commissioni bilancio di Camera e Senato.
A proposito dei lavori delle Commissioni bilancio in ordine alla legge finanziaria abbiamo in larga misura convenuto (perché a questo riguardo la proposta che poi ha approvato la maggioranza era perfettamente contenuta in una proposta avanzata dal Governo di centro-destra nella scorsa legislatura) che in Commissione, una volta definita la possibilità di stabilire con certezza il tempo della conclusione dei lavori, cioè affermato in buona sostanza anche sotto il profilo formale il diritto di contingentare i tempi (inducendo così la maggioranza e l'opposizione a non perdere tempo a fini di arrivare al termine dei lavori senza concluderli con il mandato al relatore di maggioranza, di minoranza o di entrambi), bisognava creare le condizioni per un esame puntuale di tutti gli emendamenti presentati.
In sostanza, tutti gli emendamenti presentati in Commissione dovevano avere caratteristiche tali da consentire un approfondimento tecnico adeguato, che si può fare di fronte a un'Assemblea di 25 persone, ma non si può fare di fronte a un'Assemblea di 300 persone. Abbiamo invece ipotizzato che in Aula, svolto questo lavoro di istruttoria, in fondo copiando modelli che a parole diciamo tutti di voler imitare, salvo poi disattendere questo impegno al momento opportuno, il confronto avrebbe dovuto essere organizzato - e dovrebbe organizzarsi - per contrapposizione di articoli: tanti sono gli articoli licenziati dalla Commissione con un voto che si ritiene sostenuto dalla maggioranza (se nel frattempo non è intervenuta una crisi politica), tante, grosso modo, possono essere le proposte avanzate dai Gruppi per prospettare legittimamente un'alternativa di fronte all'Aula.
Non c'è dubbio, da questo punto di vista, che per ora non siamo arrivati a questo esito positivo per quanto riguarda l'Aula. Ci siamo invece arrivati (e l'opposizione ha dato un contributo determinante allo scopo) per quello che riguarda i lavori della Commissione. Io ho preso la parola soltanto per sottolineare (fermo restando che ora vedremo quello che accadrà in Aula) che per la parte relativa alla Commissione le indicazioni di lavoro, sia pure non ancora tradotte in modificazioni del Regolamento, che emergevano da quel dibattito si sono tradotte in atto e hanno consentito alla Commissione di lavorare positivamente.
Aggiungo un'unica considerazione politica: dal punto di vista della maggioranza, e credo anche del Governo, quello uscito dalla Commissione è il testo della finanziaria che si vuole far uscire dal Senato della Repubblica (Commenti del senatore Stefani).
Non c'è - a nostro avviso - alcun emendamento da presentare: è una scelta politica, non è una questione di Regolamento, è una mera scelta politica. Riteniamo soddisfacenti le scelte operate dalla Commissione a proposito di tutti gli emendamenti esaminati. Naturalmente avete visto in che cosa si è tradotta questa scelta: mi riferisco alla mancata presentazione di emendamenti da parte di quasi tutti i Gruppi della maggioranza. Questa è la scelta politicamente legittima che la maggioranza ha assunto per rendere chiaro che il testo che noi vogliamo difendere nel corso dell'esame dell'Aula è il testo uscito dalla Commissione. Niente di più volevo dire ed è quanto ho detto. (Applausi dal Gruppo Ulivo e del senatore Formisano).
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Morando. Volevo sottolineare che siamo dinanzi a dichiarazioni di singoli: per la fiducia occorre una decisione del Consiglio dei ministri, quindi questo dibattito mi pare non tempestivo, anche se ne comprendo le ragioni politiche.
BALDASSARRI (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, per cinque minuti (Commenti). Colleghi, dopo i tre intervenuti vi è l'apprezzamento del Presidente rispetto all'argomento che si discute e il Presidente decide se far parlare qualcun altro ed il tempo per il quale si interviene. Non sono dieci minuti; i tre colleghi intervenuti ne avevano diritto, gli altri no.
Il senatore Baldassarri ha facoltà di parlare.
BALDASSARRI (AN). Signor Presidente, intervengo brevemente sull'ordine dei lavori; non sarei intervenuto se non dopo aver ascoltato il presidente Morando che ha esattamente riportato quanto avvenuto in Commissione. Poiché ci accingiamo a votare le questioni pregiudiziali, visto che è presente in Aula il Ministro dell'economia e delle finanze, vorrei che il Ministro rispondesse ad una domanda molto semplice, alla quale non abbiamo avuto risposta, quanto meno esauriente, in Commissione.
La domanda è perché il Governo sull'emendamento 3.1000, presentato in Commissione, ha ritenuto di dover consegnare anche la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato e perché invece, contestualmente, sull'emendamento 3.2000, non ha presentato la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato, ma una lettera firmata dal sottosegretario Sartor e chiamata "Relazione tecnica".
Io credo che l'Aula legittimamente debba sapere dalla viva voce del Ministro dell'economia perché due emendamenti contestuali sono stati oggetto di una procedura differenziata da parte del Ministro dell'economia.
PRESIDENTE. Senatore Baldassarri, la sua richiesta naturalmente è legittima, ma il Ministro, che è presente dall'inizio dei nostri lavori, poi avrà occasione, a conclusione della discussione generale, di rispondere a tutte le questioni che vengono poste, anche oggi in discussione per le pregiudiziali.
BALDASSARRI (AN). No, deve rispondere prima della votazione delle pregiudiziali!
PRESIDENTE. Invito i colleghi a prendere posto in modo da passare alla votazione.
Comunico all'Aula, dopo la riunione della Giunta per il Regolamento e sulla base del nostro Regolamento attuale, che la richiesta di parere al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro deve essere avanzata prima dell'avvio della discussione generale.
Viene ora richiesto da parte del senatore Calderoli, ai sensi dell'articolo 98 del nostro Regolamento, il parere del CNEL. Avverto l'Aula che, subito dopo il voto sulla pregiudiziale, metterò ai voti la richiesta del senatore Calderoli. Quindi, prego i senatori, una volta terminata la prima votazione, di aspettare perché ci sarà una seconda votazione legittimamente richiesta.
STORACE (Misto-LD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
STORACE (Misto-LD). Chiedo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Senatore Storace, la votazione di una pregiudiziale non consente la richiesta del voto elettronico.
Metto pertanto ai voti, mediante procedimento elettronico senza registrazione dei nomi, la questione pregiudiziale, avanzata, con diverse motivazioni, dai senatori Calderoli (QP1), Saporito e Augello (QP2), Baccini (QP3), Azzollini e Pastore.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva.
TOFANI (AN). Signor Presidente, per favore, può dichiarare il risultato?
PRESIDENTE. La pregiudiziale è stata respinta con 161 voti contrari e 156 a favore.
Metto ora ai voti, mediante procedimento elettronico senza registrazione dei nomi, la richiesta di parere del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, avanzata dal senatore Calderoli.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Proclamo il risultato della votazione mediante procedimento elettronico:
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Senatori presenti |
318 |
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Senatori votanti |
317 |
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Maggioranza |
159 |
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Favorevoli |
156 |
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Contrari |
161 |
Il Senato non approva.
Dichiaro aperta la discussione generale congiunta.
È iscritto a parlare il senatore Banti. Ne ha facoltà.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 19,35)
Colleghi, teoricamente dovremmo iniziare la discussione generale. (Brusìo). Credo che il senatore Banti abbia tutto il diritto di intervenire. Forza colleghi, chi deve uscire si affretti.
Ha dunque facoltà di parlare il senatore Banti.
BANTI (Ulivo). Signor Presidente, la finanziaria richiede molto movimento anche in entrata e in uscita dall'Aula. Comunque, grazie della cortesia.
Signor Presidente, signori del Governo e colleghi, la seconda legge finanziaria e la seconda legge di bilancio della legislatura rappresentano un'ulteriore conferma della volontà del Governo e della sua maggioranza di riprendere dopo un'interruzione di cinque anni un percorso virtuoso che la XIII legislatura dal 1996 al 2001 aveva avviato con i Governi di centro-sinistra di Prodi, D'Alema e Amato.
Si trattava di un percorso virtuoso perché era legato alla necessità di far fronte dopo anni di difficile transizione - peraltro, non ancora del tutto compiuta nei sistemi politici e istituzionali del nostro Paese - agli obblighi di Maastricht. Tali obblighi non sono puramente legati a una volontà europea di mettere in difficoltà questo o quell'altro Paese, ma alla necessità per il nostro continente, per l'Unione Europea alla quale aderiamo, di affrontare le sfide di tempi nuovi, sempre più globali e internazionalizzati.
Il risanamento dei conti pubblici da questo punto di vista è una sfida prioritaria e mette in assoluto secondo piano ogni ulteriore, pur necessaria, riflessione sulle modalità con cui questa operazione viene compiuta.
Stupisce che il Governo Berlusconi negli anni della precedente legislatura sia mancato clamorosamente proprio nell'obiettivo di proseguire questo risanamento, al di là del giudizio sui singoli provvedimenti di quel Governo e di quella legislatura, che da parte nostra é stato e rimane molto negativo.
Il percorso virtuoso, avviato dal presidente del Consiglio Prodi, all'indomani delle elezioni del 1996, e - ricordiamolo - dal ministro del tesoro di allora Carlo Azeglio Ciampi, si è interrotto con il ritorno indietro o addirittura con il ritorno all'aumento del debito pubblico negli anni che abbiamo alle spalle, con l'azzeramento dell'avanzo primario e, quindi, con l'ulteriore difficoltà del nostro Paese ad adeguarsi ai parametri fortemente voluti e da noi stessi firmati nei successivi accordi dell'Unione Europea.
Del resto, la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino avevano messo in risalto l'esigenza di affrontare in maniera diversa le sfide di carattere economico perché, se una sfida (quella appunto della guerra fredda) veniva meno positivamente e - nel senso letterale del termine - senza colpo ferire, altre sfide sono all'orizzonte. Si tratta di sfide pesanti dal punto di vista economico e, quindi, delle ricadute sociali sulle popolazioni del mondo e anche sulle popolazioni del nostro vecchio continente. Mi riferisco alle crisi di carattere ambientale, a quelle di carattere energetico e alle possibili crisi che nei prossimi anni e decenni saranno sottese alla reperibilità di risorse adeguate per lo sviluppo, per la crescita dei Paesi occidentali industrializzati, ma anche ed ancora di più per la crescita dei Paesi emergenti e di quelli che tuttora permangono in una situazione scandalosa di sottosviluppo come, in particolare, quelli dell'Africa.
Il fatto che un Paese come il nostro, con il debito pubblico che ha, affronti il cammino del risanamento e del rientro in parametri più accettabili è davvero una coscienza positiva ed ineludibile. Ha detto bene in questi giorni il presidente Napolitano, quando ha ricordato che in un tempo di pace, che pure va garantita, si possono attendere nuove possibili difficoltà e crisi in politica estera.
L'economia, la legge finanziaria, la legge di bilancio non sono estranee all'andamento della politica estera, dei temi della pace e dell'equilibrio tra i popoli, anzi, sempre di più, nell'epoca globale, questi aspetti sono tra loro interdipendenti e dunque è necessario, nell'interesse del nostro Paese, ma soprattutto del suo ruolo a livello internazionale, che la politica di risanamento economico proceda, si consolidi e, nello stesso tempo, dia nuove occasioni e possibilità di crescita al Paese.
Se tutte le critiche devono essere considerate con attenzione, da qualunque parte esse provengano (ed io credo che i nostri relatori abbiano dimostrato attenzione ed impegno, che corrispondono ad una volontà di tutta la maggioranza), è piuttosto curioso - per non dire altro - che ci si attardi, da parte dell'opposizione, nella ricerca, per così dire spesso e volentieri, di molte apparenti pulci che possono nascondersi nelle pieghe del bilancio o della legge finanziaria, sfuggendo al confronto di fondo, rispetto al quale abbiamo perduto cinque anni.
Forse, negli anni passati, abbiamo diminuito la pressione fiscale (che è un obiettivo anche di questa maggioranza e di questo Governo, occorre ribadirlo), ma ciò è avvenuto senza alcun beneficio complessivo per il quadro generale economico del Paese e senza che ciò consentisse di ridurre le tensioni sociali che tuttora permangono. Anzi, per determinati aspetti, queste tensioni sono cresciute ed è curioso che adesso se ne faccia carico al Governo Prodi, in carica da meno di un anno e mezzo.
Resta il fatto che il risanamento deve essere perseguito, ma proprio a fronte delle esigenze sociali che stanno intorno a noi, con quell'equilibrio e con quella prudenza che, senza deflettere sulla strada maestra della riduzione del debito pubblico e dell'equità oltre che della ripresa della crescita, tengano conto del fatto che il nostro Paese non è composto di numeri, ma di persone vive, molte delle quali non possono arrivare alla fine del mese e continuano ad avere difficoltà e incertezze nel loro rapporto con la pubblica amministrazione e, più in generale, con la politica.
È allora del tutto evidente che non bastano operazioni contabili sulla carta. Queste sono sicuramente necessarie per dare l'indirizzo e per far comprendere dove si deve andare, e noi vogliamo andare lungo questa direzione, ma poi l'impegno del Parlamento, del Governo, delle forze politiche - direi di maggioranza e di opposizione, non vorrei fare distinzioni - deve tenere conto di tutti coloro che ci seguono, se vogliono seguire i nostri lavori, dal di fuori del Palazzo e che stentano a capire ciò che si muove all'interno del Palazzo, perché sembra estraneo ai loro interessi, alle loro condizioni di vita, alle loro speranze e attese, alle difficoltà che si manifestano giorno per giorno.
Il presidente Prodi ha sottolineato - e noi vogliamo ulteriormente rafforzare questa indicazione - che la legislatura in corso, oltre al risanamento dei conti pubblici, ma proprio in relazione a tale risanamento, deve riprendere, con forza, il cammino per quella riforma dello Stato, che non consiste solo nella riforma della parte ordinamentale della nostra Costituzione, ma anche nel cambiamento profondo della pubblica amministrazione e del modo stesso di rapportarsi coi cittadini, a fronte delle nuove responsabilità che stanno emergendo nell'epoca della comunicazione globale, nell'epoca di Internet, nell'epoca anche della ridefinizione di un'etica a livello globale e della dimensione profonda del rapporto tra cittadino e potere.
Tali questioni non si risolvono certo con la legge finanziaria, ma questa deve essere la cornice all'interno della quale l'Unione Europea può riconoscere il cammino che il Paese compie per il necessario risanamento.
A questa legge finanziaria, però, devono unirsi provvedimenti di altro tipo e per tale motivo ho apprezzato in modo particolare il Presidente del Consiglio quando ha sottolineato che il cosiddetto pacchetto dei provvedimenti, che quanto prima (auspicabilmente entro la fine dell'anno) il Parlamento dovrà approvare affinché il 2008 sia un ulteriore anno di stabilizzazione e di miglioramento delle condizioni generali del Paese, contenga anche provvedimenti di altra natura. Infatti, vi sono anche il decreto sulla sicurezza, legato ad emergenze di tipo diverso, nonché la legge Bersani sulle liberalizzazioni, che cito essendone il relatore in Commissione, ed altri ancora.
Abbiamo l'esigenza di presentare al Paese una manovra a più dimensioni, che siano però convergenti e puntino ad un nuovo coordinamento delle iniziative della pubblica amministrazione e ad una riforma più generale del sistema del rapporto tra politica e cittadinanza nell'ottica della partecipazione. Sono temi importanti, ai quali non possiamo sfuggire.
La legge finanziaria, forse, non è la più perfetta di questo mondo ma, come detto anche dal senatore Morando, è un testo che merita di essere approvato, al di là di qualche possibile correttivo marginale, per come è uscito dall'importante lavoro della Commissione.
Noi vorremmo che intorno a questo disegno di legge si sviluppasse davvero un dibattito approfondito. Secondo la parte del centro-sinistra di quest'Aula, qualunque risanamento non può prescindere dalla considerazione di temi di carattere sociale e sfidiamo tutte le opposizioni e le forze possibili a sostenere il contrario. Non possiamo compiere semplicemente operazioni contabili, ma dobbiamo pensare ai pensionati, ai giovani senza lavoro, agli over 45 e alle tante categorie che guardano alla politica come ad un luogo di silenzio o di chiusura in se stessi. Questo non può e non deve essere.
Questa è la missione di fondo della legge finanziaria. La parola missione è già risuonata oggi in questa Aula e, del resto, essa è scritta, con termine ormai inserito nell'uso parlamentare, nel testo stesso del provvedimento in quanto parola che dà il nome ai macrocapitoli del bilancio e della legge finanziaria. C'è, però, una missione di fondo che lega la finanziaria, la legge più importante che un Parlamento deve approvare nel corso di un anno, ad un quadro più generale d'impegno di legislatura.
Noi siamo consapevoli dell'esistenza di tentativi volti a utilizzare legittimi dissensi o legittime proposte modificative perché possano agire da presunto grimaldello di ribaltamento di maggioranze risultate tali per un solo voto. Come affermato dal senatore Calderoli nella precedente legislatura, quando presentò la legge elettorale, questa consente di governare anche con un solo voto in più di uno schieramento rispetto ad un altro. In questo caso i voti sono stati più di uno, non tanti di più, ma sicuramente vi sono stati svariati voti di vantaggio.
Questa maggioranza, quindi, deve poter governare perché tale responsabilità le è stata attribuita dagli elettori. In questa responsabilità, però, non è possibile immaginare trabocchetti e difficoltà immediate di qualunque tipo. Occorre affrontare il tema della finanziaria come tema che scandisce le tappe di una legislatura che deve proseguire nel suo cammino. Questo, infatti, è un cammino di impegno politico rispetto al patto assunto con gli elettori e dovrebbe essere il patto di tutti, maggioranza e minoranza di questo Parlamento.
I parlamentari di maggioranza, ciascuno dei quali avrebbe forse voluto vedere qualcosa di più e di meglio nel testo della legge finanziaria, si accingono a dare un consenso convinto a un testo che, per il quadro che ho cercato sommariamente di descrivere, sicuramente consentirà a ciascuno di noi di tornare nei nostri territori e collegi a dire che abbiamo fatto, per quanto possibile, il nostro dovere. (Applausi dal Gruppo Ulivo e dei senatori Tonini e Pellegatta).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Augello. Ne ha facoltà.
AUGELLO (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, inizierò il mio intervento facendo una breve ricognizione su quanto accaduto ultimamente in Commissione bilancio e sul dibattito che, nelle ultime ore, ha fatto da sfondo a questa legge finanziaria.
Credo, infatti, che sia stata liquidata, con troppo facilità, da parte del presidente Marini questa provocazione - non riesco a trovare un altro termine adeguato - con cui il ministro Chiti si è rivolto al Parlamento, facendo aleggiare il fantasma della fiducia e dando rigide prescrizioni affinché questo fantasma non si materializzi. Lo dico perché nelle ultime ore e negli ultimi giorni nella Commissione bilancio - ne ha dato atto il Presidente, ma nel mio intervento vorrei sottolineare ulteriormente questo dato - l'opposizione ha realizzato uno sforzo gigantesco per venire incontro alle convulsioni e agli attorcigliamenti di una maggioranza che era patentemente in difficoltà, non solo come maggioranza, ma anche come Governo.
C'è voluto uno straordinario senso di responsabilità davanti alle convulsioni di una maggioranza che ha paura di non essere più tale di qui a qualche ora per continuare a tenere la barra della qualità del dibattito sulla legge finanziaria e non cedere alla tentazione dell'azione di protesta eclatante e clamorosa per poi mettere questa stessa maggioranza davanti alle proprie responsabilità in quest'Aula.
Dopo tutto lo sforzo che abbiamo fatto, torno a sottolineare, sottosegretario Sartor, che ha dovuto persino tener conto del meccanismo di autocertificazione da lei proposto sulla copertura dei ticket, che non state abolendo. State abolendo sempre lo stesso ticket, perché non siete capaci di abolirlo strutturalmente; questa autocertificazione, legittima sul piano della forma, è però assai dubbia sul piano della sostanza, se è vero, come è vero, che nessuno di noi considererebbe una relazione tecnica asseverata dalla Ragioneria alla stregua dell'autocertificazione di un sottosegretario del Governo in termini di validità. È un po' come scegliere tra un bond che ha una votazione di un'agenzia di rating e un bond che è autocertificato da chi lo emette: nessuno considererebbe paragonabile il rischio delle due operazioni.
Anche su questo punto l'opposizione si è limitata ad una protesta formale, ad una richiesta reiterata di chiarimenti, che è tornata negli interventi del collega Vegas, in sede di relazione di minoranza, e del collega Baldassarri, senza ancora ricevere una risposta ad una domanda che pure è semplice e chiara: come mai per gli ultimi due emendamenti abbiamo avuto due coperture, l'una bollinata dalla Ragioneria e l'altra autocertificata? Come diceva re Idris, «parola di re»: questa copertura vale, è un atto di fede, sottosegretario Sartor, ma lei comprende meglio di me che, dal punto di vista delle coperture, gli atti di fede e la mistica sono incompatibili con la contabilità pubblica.
Sappiamo bene tutti qual è il problema tecnico presente in quella copertura e nondimeno responsabilmente siamo arrivati fino a questo confronto. Ecco, leggo in questa manovra finanziaria soprattutto un disperato bisogno di restare insieme da parte della maggioranza, che si può vedere emendamento per emendamento, euro per euro; quei 39 diversi beneficiari dei decreti sui vari tesoretti hanno nomi e cognomi politici, non in senso di destinazione finale personale di una somma, ma nel senso della sua intestazione politica.
In questa frammentazione c'è quell'espansione di spesa di cui abbiamo parlato in Commissione, quella perdita di occasioni che continua dallo scorso anno, quella politica un po' pelosa e un po' furbesca di questo Governo di giocare a nascondere gli aumenti delle entrate per poi farli comparire quando ha già deciso come spenderli, mettendo, colleghi della maggioranza, non soltanto l'opposizione di fronte al fatto compiuto, ma il Parlamento stesso.
Questo è quello che l'opposizione è stata costretta a misurare nelle ultime ore in maniera sempre più evidente, fino a ciò che è successo con la parte della finanziaria dedicata ai parlamentari che vengono eletti all'estero, fino a quel che si è visto in alcuni provvedimenti che invece hanno certamente una loro positività, ma che sono del tutto inadeguati, se non in termini di sottoscrizione, del cambiare politica da una parte della maggioranza, come i provvedimenti per gli incapienti.
Quei 40 centesimi, certo, è meglio averli che non averli, ma gli aumenti recenti dei generi di prima necessità hanno già divorato questa piccolissima dote. C'è da chiedersi, guardando la destinazione di tutte le altre risorse, se davvero erano così importanti tutte le altre misure rispetto ai provvedimenti per gli incapienti, e se davvero il povero sottosegretario Sartor doveva veder dilapidare tutte le coperture possibili per ridursi all'ultimo, con il già citato sistema dell'autocertificazione, su una questione delicata come il ticket, che avevate lasciato per ultima, nonostante dovesse essere questione già acquisita perché il ticket era già stato abolito lo scorso anno.
Questo è l'insieme degli elementi che dipingono una situazione che politicamente è fin troppo facile da indicare come preagonica dal punto di vista politico di questa maggioranza, ma anche l'insieme degli elementi che danno la misura della cultura di Governo di questa opposizione, che è rimasta tenacemente attaccata all'idea di poter rappresentare politicamente una finanziaria alternativa, di poterla rappresentare fino all'ultimo, nonostante la nostra controparte fosse sì sul piano istituzionale - mi riferisco al Presidente della Commissione - più che disponibile a garantire almeno regole certe di un dibattito trasparente, ma certamente di fronte ad un Governo che non sapeva che farsene dei contributi costruttivi dell'opposizione e che ha trascorso lunghe ore, lunghi giorni e qualche lunga notte della discussione del disegno di legge finanziaria in Commissione cercando disperatamente di frenare la presentazione di emendamenti da parte della maggioranza e soprattutto le coperture più o meno avventurose che venivano proposte a fronte di tali emendamenti.
Questi sono gli elementi che hanno caratterizzato i due schieramenti che si sono confrontati in queste settimane. Allora, tutto ciò ci dà la dimensione di quanto sia inaccettabile e da respingere al mittente, nei toni, nei modi, nei contenuti, nella forma e nella sostanza, la sortita del ministro Chiti, che davvero sembra non voler tener conto di una minima decenza nel rivolgersi al Parlamento su questioni così delicate e così importanti come quelle che appassionano il dibattito dell'Aula in queste ore.
Sono tutte considerazioni che ci portano verso la parte conclusiva del mio intervento. Non siamo più di fronte alla censura di una legge finanziaria per ragioni di filosofie contrapposte; non siamo più di fronte ad una situazione in cui si misurano - come forse è stato un po' nella prima legge finanziaria prodotta da questo Governo - una volontà della maggioranza e una volontà dell'opposizione; qui permangono un disegno certo e alternativo dell'opposizione rispetto a priorità e urgenze a cui la legge finanziaria dovrebbe far fronte e invece una legge finanziaria che viene utilizzata come un puro collante per tenere in piedi ancora un mese, ancora due mesi la maggioranza. (Applausi dal Gruppo AN. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bonadonna. Ne ha facoltà.
BONADONNA (RC-SE). Signor Presidente, siamo in una fase difficile, complicata e per certi versi anche interessante della vita politica, che per altri versi dovrebbe richiamare l'attenzione e la preoccupazione di tutti. Infatti, anche in passaggi cruciali della vita di un Paese, quando c'è un rapporto difficile tra i problemi aperti nella società e la capacità delle forze politiche di rappresentarle e mediarle, non c'è dubbio che in queste fasi si aprono spazi per soluzioni non sempre accettabili sul piano democratico.
Continuo a ritenere che se avessimo una maggiore capacità di confrontarci sul merito dei problemi e sul merito delle soluzioni e meno disponibilità ad affrontare le questioni dal punto di vista semplicemente dello schieramento politico, avremmo tutti qualcosa da guadagnare e avremmo fatto un passo avanti. Purtroppo, vedo, anche dall'avvio della discussione di questa sera, che non è così.
Sembra un paradosso: l'anno scorso eravamo in presenza di una manovra certamente pesante, su cui la mia parte politica ha avanzato anche alcune riserve, ma in qualche modo quella manovra interveniva in un quadro politico sostanzialmente stabilizzato o comunque con l'indicazione alla stabilità. Oggi siamo in presenza indubbiamente di una manovra leggera, che perfino - come noi auspicavamo - prevede alcuni interventi importanti di redistribuzione; però, tutto questo avviene in un quadro politico sfilacciato e contraddittorio.
Credo che questa manovra del Governo, quella che abbiamo già in parte definito con il decreto fiscale e che completeremo con la legge finanziaria e poi con il disegno di legge sul welfare, dovrebbe poter dare un quadro di recupero di stabilità e di apertura e rafforzamento di prospettiva alla maggioranza e al Governo.
Ciò non perché ci sia l'esigenza soggettiva o un bisogno soggettivo da parte nostra di stabilità, ma perché pensiamo che anche la necessità e la possibilità di determinare condizioni di avanzamento del sistema politico richiedono due elementi: una capacità di confronto sul merito delle cose e la capacità di superare la demonizzazione dell'avversario. Vedo invece che in questa fase tutto congiura verso l'attenuazione e l'abbassamento della capacità di confronto.
I relatori sul disegno di legge di bilancio e sul disegno di legge finanziaria hanno fatto del loro meglio per illustrare le ragioni ed anche per valorizzare - ci tengo a dirlo - il lavoro compiuto nella Commissione bilancio. Credo che sia un fatto importante e in questa sede bisogna dichiararlo.
In questa sede non si tratta di ragionare se è valida la certificazione della Ragioneria o quella che il Governo, per bocca e per firma di un Sottosegretario, dà di un atto. D'altra parte, se dobbiamo fare il confronto con le agenzie di rating, non mi pare che le esperienze di politica finanziaria internazionale di questo periodo depongano molto a favore dell'affidabilità di tali agenzie.
In questo disegno di legge finanziaria ci sono alcuni punti che vanno richiamati. Il maggior gettito fiscale, il cosiddetto extragettito, per il 2008 rappresenta una battaglia che abbiamo compiuto e l'hanno fatta le organizzazioni sindacali e un grande movimento di lotta dei cittadini e dei lavoratori. Il maggiore gettito fiscale per il 2008 sarà destinato alla riduzione delle tasse dei lavoratori dipendenti.
Fino a qualche tempo fa era soltanto la sinistra considerata massimalista ed estremista a sostenere che esiste una questione salariale nel nostro Paese; di recente abbiamo visto che anche il Governatore della Banca d'Italia si è convinto che così stanno le cose. Le imprese iniziano ad accorgersi che tale problema esiste. Il Presidente della Confindustria, malgrado i suoi numeri sull'antipolitica, si deve rendere conto che questo è un problema da affrontare e da risolvere.
Con questo disegno di legge finanziaria si apre la strada in una giusta direzione e penso che tale strada sia da perseguire. Se poi si aggiunge l'abrogazione o, per meglio dire, si è evitata l'introduzione dei ticket sulla spesa sanitaria e sulla diagnostica, tanto di guadagnato.
Se si è esclusa l'IVA per la fornitura gratuita alle ONLUS dei prodotti non commercializzabili, penso che sia un fatto socialmente apprezzabile. Finalmente si è creato un Fondo per il risarcimento di tutte le vittime dell'amianto. Sappiamo che non è sufficiente, però si è attivato, con 30 milioni di euro per il 2008-2009 e con 22 milioni di euro a decorrere per il 2010, un fondo che viene incontro a una situazione drammatica, che coinvolge decine di migliaia di famiglie.
Allora, perché sottovalutare questi aspetti? Perché non riconoscere che un voto unanime che quest'Aula aveva espresso perché l'Agenzia delle entrate fiscali, le agenzie fiscali e le amministrazioni dessero una risposta positiva ai candidati risultati idonei nei concorsi già espletati, trova nel disegno di legge finanziaria una soluzione che forse non rappresenta il cento per 100 di ciò che avremmo voluto, ma che apre una strada importante in questa direzione?
Non si può dire che è soltanto una questione che riguarda la precarietà. È una questione che riguarda un investimento nel settore finanziario, per cui l'assunzione di coloro che sono risultati idonei nei concorsi già espletati rappresenta la possibilità di rafforzare e qualificare la lotta all'evasione fiscale.
Abbiamo proposto e in qualche modo c'è una risposta importante sui costi della politica. Forse si poteva fare di più, forse si potrà aggiungere alla Camera dei deputati la cancellazione - penso sia giusto proporla - dei benefìci di cui godono ancora gli ex parlamentari. Penso che le condizioni di cui si gode da parlamentari debbano finire quando non lo si è più, la possibilità di poterne usufruire anche dopo non penso sia un fatto di grande eleganza.
Avverto invece una questione in questa finanziaria che ha un significato. Si dice che è particolare, è specifica, ma la sospensione delle esecuzioni forzose nei confronti degli imprenditori agricoli in Sardegna che non sono più nelle condizioni di pagare i mutui, e rischiano quindi di perdere le terre che hanno cominciato a pagare, è un segnale che in qualche modo è sotto osservazione e sotto critica una certa politica finanziaria ed una politica delle banche. L'intervento sui mutui non è certamente sufficiente di per sé, ma dà, anche in questo caso, il segnale importante che la politica si occupa di questi problemi.
C'è un intervento sul Mezzogiorno, è previsto un tetto agli stipendi dei manager pubblici. Capisco che possa venire il mal di pancia quando si affrontano questi argomenti, ma si deve anche sapere che siamo in presenza di un mercato alimentato artificiosamente.
Per concludere, esiste la questione relativa alla stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione. Quando si parla di questo argomento si pensa sempre che essi rappresentano dei costi. Se facciamo i calcoli - e sfido chiunque a farli - vediamo che internalizzare i servizi che oggi vengono dati ai lavoratori in regime di affitto, ossia con il lavoro interinale, significa per la pubblica amministrazione risparmiare mediamente il 30 per cento.
Allora, noi guardiamo a questa finanziaria con una attenzione particolare. Pensiamo che essa possa rappresentare un elemento che rafforza la coesione nella maggioranza, che consenta comunque di fare una discussione anche all'interno della maggioranza ma che si misuri sul merito delle cose e non sui cosiddetti segnali di fumo che definiscono i rapporti tra le diverse forze e allontanano il Paese dalla politica. (Applausi della senatrice Brisca Menapace).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.
LIVI BACCI (Ulivo). Ricordo che il ministro Padoa-Schioppa, nell'intervento del 3 ottobre di fronte al Senato, presentando la manovra di bilancio - lo ricordava prima il relatore Legnini - menzionò due particolarità del sistema Italia, o meglio due gravi patologie che questo Governo si è impegnato a combattere e che rappresentano un freno alla crescita e all'equità. Non sono patologie da poco, ma due macigni sulla strada del Paese: l'altissimo debito pubblico che non appare negli altri Paesi dell'Unione Europea e l'abnorme evasione fiscale che supera i 5-6 punti di PIL rispetto alla media europea; due macigni che non possono essere spostati rapidamente, ma che devono essere erosi e frantumati in un tempo ragionevole.
È questa una priorità per un Governo veramente democratico. Lo spostamento degli oneri sulle generazioni future, anche quando è deciso seguendo le regole formali della democrazia, può prevaricare gli interessi di quelle generazioni espropriandole delle loro prerogative. È quindi un atto non democratico, nella sostanza, che produce iniquità di chi ci è già ma non ha diritto di voto o di chi ancora non c'è.
L'evasione fiscale è l'altro macigno. Non solo è causa di profonda distorsione del sistema economico, che cresce storto e deforme, ma è fonte primaria di diseguaglianza tra i cittadini e gli attori economici che adempiono regolarmente ai loro doveri e quelli che invece li eludono e li evadono. Va aggiunto poi che l'evasione fiscale si lega a doppio filo con l'economia sommersa (tra un quinto e un sesto del PIL, con un valore superiore al PIL della Polonia) e con il lavoro nero, due piaghe della nostra società.
Durante il primo anno e mezzo di vita il Governo si è mosso con coerenza nella giusta direzione e i provvedimenti di autunno, improntati a contrastare le diseguaglianze, a sostenere gli investimenti e a stabilizzare la pressione fiscale, ne sono la prova concreta.
Mentre rinnovo il pieno apprezzamento per l'operato di questo Governo, voglio allo stesso tempo soffermarmi su alcuni nodi che gli interventi prospettati cominciano ad affrontare, ma che richiederanno crescente impegno man mano che si raccoglieranno i frutti in termini di crescita e di stabilità delle politiche proposte.
Semplifico al massimo. Ricordo che nel 2006 c'erano 19 milioni di giovani tra i quindici e i quarant'anni in Italia e numeri quasi identici in Francia e Gran Bretagna, ma coloro che si dichiaravano attivi erano 12,3 milioni da noi, 13,5 in Francia e 14,6 in Gran Bretagna. Supponiamo che, con politiche adeguate, riuscissimo a colmare, nel giro di un decennio, il distacco che ci separa dalla Gran Bretagna in termini di occupazione giovanile. Ciò significherebbe una spinta in alto al PIL, in ogni anno, compresa tra mezzo punto e un punto percentuale di crescita, rimettendo il nostro sviluppo al passo con l'Europa. Non sarebbe davvero un risultato da poco.
Mac'è di più. Questa massa di giovani che, per il momento, è numericamente pari a quella dei due grandi Paesi citati, non solo esprime meno occupazione, ma mette al mondo un numero di figli assai inferiore: nel 2006 sono nati 560.000 bambini in Italia, 720.000 in Gran Bretagna e 800.000 in Francia. I conti demografici di questi due Paesi sono in ordine, quelli dell'Italia sono in grave deficit.
C'èdunque una questione giovanile sintetizzata dai due dati precedenti: i giovani generano pochi figli e sono occupati in minor proporzione che altrove. Però la questione giovanile è assai più complicata e infatti i giovani italiani, oltre ad entrare in ritardo nel mercato del lavoro, quando lavorano guadagnano assai meno dei loro coetanei europei, finiscono più tardi la loro formazione, escono più tardi dalla famiglia e più tardi ne formano una propria. Entrando al lavoro più tardi ne viene ritardata anche la loro ascesa sociale e professionale e si preclude la loro presenza nelle gerarchie e nelle funzioni decisorie.
Aparità di età al pensionamento, ogni anno di ritardo in entrata al lavoro equivale ad un 3 per cento del trattamento pensionistico in meno. Così i nati in Italia che entreranno nei loro vent'anni, non solo saranno pochi per la bassa natalità che dura ormai da un quarto di secolo, ma diventeranno protagonisti attivi nella società più tardi del loro coetanei europei e più tardi di quanto non avvenisse per i loro genitori. Pochi, poco e tardi utilizzati, meno retribuiti, in minor numero nei ruoli che contano. Restituire loro le prerogative perdute significa, in breve, accelerare la crescita del Paese.
Deficit di buona occupazione e deficit di nascite sono tra loro strettamente collegati e riguardano particolarmente le giovani donne tra i trenta e i quarant'anni, età nelle quali si concentrano le nascite e più intense sono le funzioni di allevamento e di cura. Restituire prerogative ai giovani vuol dire dunque, in primo luogo, favorire l'entrata e la permanenza delle donne al lavoro. Più lavoro significa anche più figli. In tutto il mondo sviluppato le famiglie hanno bisogno di una stabilità di prospettive, assicurata solo da una doppia fonte di reddito, per prendere le decisioni riproduttive. Così avviene che i Paesi dove è maggiore l'occupazione femminile sono anche quelli che hanno natalità più elevata, mentre quelli nei quali l'occupazione è più bassa, come l'Italia, hanno meno figli.
In futuro, contrariamente al passato, saranno le donne con scarse qualifiche e senza lavoro, e perciò costrette ad attività casalinghe, quelle a rischio di non avere figli che, nelle loro aspettative, volevano avere.
Rafforzare le prerogative dei giovani e, in particolar modo, delle donne significa accelerare lo sviluppo, sostenere la natalità, far dipendere meno il Paese, non oggi, ma nel lungo periodo, da flussi migratori troppo cospicui, e contrastare il processo di invecchiamento della popolazione, che in Italia è più veloce che altrove.
Non si tratta tanto di trasferire reddito ai giovani, quanto di assicurare loro una formazione efficiente ed in tempi conformi ai ritmi europei, di favorirne l'entrata nel lavoro, eliminando le dannose barriere all'esercizio delle professioni o dell'imprenditoria, di sostenere e sviluppare la capacità di guadagnare reddito senza lacune temporali involontarie, di assicurare una continuità contributiva, di rendere compatibile allevamento dei figli e lavoro, di intervenire nei casi di crisi. In definitiva, occorre promuovere la rapida transizione da un welfare risarcitorio (peraltro parecchio avaro verso i giovani) ad un welfare di investimento e di sviluppo.
Molte delle misure stabilite nei provvedimenti di autunno vanno nella giusta direzione; così è per l'integrazione del finanziamento del piano straordinario dei servizi socio-educativi per la prima infanzia; per la conferma delle detrazioni d'imposta per gli asili nido; per l'equiparazione dei figli adottati ai figli biologici, per i congedi parentali; per le disposizioni in materia di edilizia residenziale pubblica; per la detrazione IRPEF per i giovani titolari di contratti di locazione; per le disposizioni contenute nel protocollo del welfare che mirano al rafforzamento delle tutele per i giovani.
Misure significative, ma alle quali deve essere conferita quella massa d'urto capace di rafforzare le prerogative dei giovani e delle giovani coppie, intensificando la loro presenza nel mercato del lavoro e nella società e sostenendone aspirazioni e responsabilità genitoriali. Massa d'urto che potrebbe essere raggiunta con un robusto rafforzamento dei congedi parentali; con l'estensione in senso universalistico di un assegno per i bambini; con l'istituzione di un fondo per i giovani per sostenere la difficile transizione all'autonomia, tutte proposte che sono sul tappeto in progetti di legge giacenti nel nostro Senato.
Un ultimo accenno, prima di concludere, alla previsione (articolo 68 della legge finanziaria) di raddoppio del fondo per l'inclusione degli immigrati, integrato di 50 milioni per il 2008. Questo fondo, cancellato dal precedente Governo e ricostituito con la finanziaria 2007, è essenziale per una società che per la propria debolezza demografica, per la domanda di lavoro espressa dalle imprese, per le necessità di allevamento e di cura generata dalle famiglie, è bisognosa di immigrazione.
I cento milioni previsti sono significativi, ma ancora del tutto insufficienti, commisurandosi a poco più di 25 euro per ogni immigrato regolare; occorre che all'alimentazione del Fondo - oltre alle risorse pubbliche - siano chiamate altre istanze: gli stessi datori di lavoro in primo luogo e, in certe situazioni, gli immigrati stessi (ad esempio, gli autonomi e gli imprenditori). I processi di inclusione non possono essere affidati alla spontaneità; vanno vigorosamente sostenuti con idee e risorse; agli immigrati deve essere insegnata la lingua; vanno rese note e accessibili regole, leggi e cultura; vanno sorretti i processi formativi in specie delle seconde generazioni; debbono favorirsi insediamenti residenziali dignitosi e non segregati.
Voglio, in chiusura, riaffermare - in piena sintonia col Gruppo dell'Ulivo, oggi, e spero a breve termine con il Gruppo dei Democratici - il mio convinto voto favorevole alla legge in discussione. (Applausi dal Gruppo Ulivo e delle senatrici Brisca Menapace e Pellegatta. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Brisca Menapace. Ne ha facoltà.
BRISCA MENAPACE (RC-SE). Signor Presidente, componenti del Governo, colleghi, se dovessi dire sommariamente l'impressione che avevo avuto della finanziaria dell'anno scorso è che essa mi era parsa una di quelle eredità senza beneficio d'inventario che, quando ti arriva, mandi un memore saluto pensiero alla buon'anima e poi tiri su il bavero del cappotto perché piove e tira vento! Un evento, cioè, che devi sistemare, ma che non hai costruito.
La finanziaria di quest'anno - che considero un grande e significativo passo avanti - mostra incipienti segni di mutamento di orientamento. Sembra che noi siamo più capaci di governare gli eventi che si depositano in questo documento. Questo mi sembra politicamente assai significativo, anche se - ripeto - contiene soltanto segnali incipienti.
Mi soffermerò a sottolineare alcuni di questi: non occorre che parli della questione dell'amianto, su cui sono d'accordo, ed ancor di più lo sono sul fatto che uno degli incipienti mutamenti riguarda anche degli stanziamenti per l'uranio impoverito.
Presiedo la Commissione ad hoc e sono molto interessata al fatto che, sebbene non vi sia una risolutiva mole di mezzi e nemmeno ancora uno strumento legislativo che stabilisca i diritti e la loro reperibilità, vi è, però, un'attenzione che mi sembra significativa. Considero questo uno degli aspetti simbolicamente più significativi della inversione di tendenza, di cui parlavo. Quindi, su questo sono fortemente d'accordo.
Così come sono d'accordo anche in merito alla necessità di tener conto dell'occupazione femminile. Insomma, vedo una qualche fisionomia. Invece di vedere la mole di pezzi che abbiamo in qualche modo assemblato l'anno passato, ripeto, con questa idea di qualcosa che ci era caduta addosso, adesso si tratta invece di qualcosa che iniziamo noi a gestire e questo mi sembra un buonissimo segno.
Vorrei poi soffermarmi su un altro aspetto che mi interessa molto, e cioè sul fatto che la finanziaria sia scritta in modo da essere leggibile non punto per punto, ma per programmi e progetti, che vi sia una lettura narrativa. Sono molti gli scienziati che dicono che la caratteristica della scienza contemporanea è la sua narratività: è difficilissima nelle procedure e nelle formule che la rappresentano, ma le sue finalità e le sue caratteristiche sono narrabili.
Sembra che anche in questo documento, che appartiene a una scienza particolare, non alle scienze fisiche cui facevo riferimento prima, cominci a esserci qualcosa di simile. Cioè, non c'è soltanto la difficile tecnicalità di tutte queste informazioni, ma anche la possibilità di narrare alcuni elementi. Mi sembra un aspetto di grande interesse, se vogliamo usare il dibattito politico in Aula e fuori anche per aumentare un po' il livello di conoscenza dei meccanismi finanziari, che per la struttura classica delle nostre scuole non è particolarmente popolare; anzi c'è un analfabetismo diffuso (da cui naturalmente non mi traggo fuori, non è che faccia eccezione).
Mi sembra, quindi, che questo modo di scrivere la finanziaria rappresenti anche un mezzo di cultura e di pedagogia politica. Mi sembra importante, perché siamo capaci tutti a fare pedagogia politica su alcuni provvedimenti particolari, ma avere la possibilità di sviluppare una pedagogia politica su un provvedimento di tale importanza, quasi la colonna dell'azione di Governo, mi sembra molto importante. Sono pertanto interessata anche a tale aspetto.
Ciò posto, vorrei dire che nel bilancio che riguarda le spese militari qualcosa di più è stato fatto, però rimane tuttora aperto un problema che adesso descriverò in maniera molto sommaria. In Commissione difesa vengono esaminate prevalentemente le spese di esercizio e di gestione e, se anche aumentano, io voto a favore, perché non ho alcuna intenzione di lasciare che le divise cadano a pezzi o che i Carabinieri abbiano i copertoni lisi sotto le loro automobili. Le spese di gestione sono incomprimibili, anzi, quando c'è bisogno, io voto a favore perché i militari stiano meglio naturalmente, non ho nessuna odiosità personale nei loro confronti. Le spese per i sistemi d'arma, invece, non passano per la Commissione difesa, se non per essere in qualche modo ratificate, ma molto tempo dopo, perché sono considerate parte dello sviluppo.
Vorrei che si discutesse di questo problema e che perlomeno non se ne desse una lettura che una volta, con un linguaggio antiquato, che peraltro mi appartiene data l'età, si chiamava piattamente economicistica. Trattandosi, infatti, di armi non si può semplicemente dire che danno molto profitto. Noi produciamo molte armi leggere. Sul tema c'è un allarme diffusissimo negli Stati Uniti, c'è stato un referendum in Brasile, perché le armi sono leggere, ma le morti che producono sono pesantissime, riguardando prevalentemente i giovani. Il caso del liceo americano dove un ragazzino ha sparato contro suoi compagni è emblematico della diffusività di questo messaggio di morte.
Vorrei allora che riuscissimo ad avere un'attenzione meno unidimensionale in merito a questo tipo di spese, che riuscissimo a vederle nella loro tridimensionalità, a girarci intorno, che ne facessimo un discorso politico e non semplicemente economico-finanziario. Credo sia importante per riuscire a vedere in un documento finanziario tutta la sua complessità, anche etica. Non credo sia possibile continuare a considerare qualsiasi produzione di armi soltanto un beneficio economico. Non è possibile pensarlo e, al limite, rasenta l'incostituzionalità, perché aggira l'idea di ripudio della guerra, che significa in qualche modo anche ripudio di armi troppo offensive o di armi che vengono vendute a Paesi in guerra e quindi peggiorano la situazione di altre popolazioni come se niente fosse, perché si vendono bene.
In un'audizione in Commissione difesa i rappresentanti della Finmeccanica ci hanno detto che loro sono la colonna dell'economia italiana. Io gli ho chiesto: vi sembra possibile che l'economia italiana sia rappresentata soprattutto della vendita di armi? Mi hanno risposto, con grande innocenza: perché no? È la merce che noi vendiamo, siamo convinti che sia buona, la vendiamo bene. Non è possibile che sia questo il giudizio definitivo: io chiedo che su un episodio di questo genere si possa sviluppare qualche riflessione, marginale o introduttiva, su ciò che intendiamo per difesa, perché altrimenti non vi è la possibilità di formulare un giudizio eticamente significativo su una materia che è eticamente sensibile, e non si può proprio pensare che non lo sia in nessun modo.
Conclusivamente, mi piace su questa materia ricordare un motto di Tommaso d'Aquino, che suggeriva: distingue frequenter, distingui frequentemente quando ragioni, fai delle distinzioni. Mi piace molto, perché egli dice frequenter e non semper: è un ragionamento non voglio dire relativistico (non mi permetterei mai di attribuire al Dottore angelico una punta di relativismo), ma di saggezza politica, è un suggerimento etico-politico; non devi distinguere sempre, però frequentemente. Se introduciamo nel nostro modo di riflettere anche su questa materia il suo suggerimento, forse ne avremo dei vantaggi.
Non saprei dire tecnicamente come si potrebbe fare, ma mi interessa molto, dal punto di vista etico, ideologico, politico generale, che anche questo aspetto venga tenuto presente perché siamo oramai, dopo Niklas Luhmann, nell'epoca della complessità e la complessità non è riducibile senza che si vada ad una riduzione della democrazia, la complessità va gestita. Di conseguenza le rapide sintesi, i Governi allineati, coperti e militareschi, sono una forzatura violenta di una realtà che si rifiuta di essere letta in questo modo. Dobbiamo avere oramai delle capacità di coalizione e di intreccio, dobbiamo adoperare altri simboli, tra le molte attività umane, che non siano quelli della tattica, della strategia, dello schieramento (che è il linguaggio militare), oppure quelli dell'unica filosofia recente che abbiamo studiato tutti a scuola, quella cioè dell'hegelismo più o meno maturato e digerito.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ventucci. Ne ha facoltà.
VENTUCCI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la costante di insicurezza economico‑sociale che pervade la nostra società è il risultato di una instabilità politica per cui il presente in Italia è sempre condizionato da una situazione difficile, precaria e contingente a cui oggi si aggiunge una forma di fondamentalismo politico che annulla quanto di buono si è tentato di fare in ordine alle strutture del nostro Paese.
Per quanto riguarda la mia generazione, una quasi analoga situazione era presente negli anni Cinquanta alla fine del liceo, negli anni Sessanta all'università, e così via nei cinquanta governi che si succedevano con una statica dinamicità, tanto l'ossimoro era di moda, confortato perfino dalle convergenze parallele che riuscivano, però, ad allontanare l'ingerenza dell'estremismo.
Negli anni Ottanta, poi, con la riforma della contabilità di Stato è messo in evidenza un monstrum della nostra amministrazione statale che è il debito pubblico; una cifra impressionante che l'ipocrisia politica postbellica ha tenuto rigorosamente nascosta spendendo risorse che appartenevano alle future generazioni, con ignavia ed arroganza politica, ed aggiungo l'aggettivo "politico" ma i risultati attuali consiglierebbero di eliminarlo, se non altro per la decenza che dovrebbe coinvolgere chi ottiene un incarico pubblico sia elettivo o per cooptazione come avviene con alcuni membri del Governo.
Purtroppo si assume il compito di governare, e cito una recente affermazione di Cossiga, intendendo la politica non come metodo di Governo, ma come commedia del possibile.
Abbiamo superato quegli anni perché i cinquanta Governi della Prima Repubblica hanno goduto di una pubblica amministrazione del passato regime che aveva una cultura statalista che ben si adattava allo sforzo per la rinascita del Paese, impegnato a riorganizzarsi vuoi con ricette colbertiste o più recenti se riferite a quelle di sir Maynard Keynes.
Da qualche decennio quella pubblica amministrazione non c'è più e l'attuale è carente in più comparti con una confusione generale di cui i partiti, o le attuali organizzazioni partitiche, sono additati quali responsabili, e non in quanto residui di Tangentopoli, ma perché il partito si spezza, si frantuma, ma poi si ricostituisce nelle stesse forme di prima, con il sempre valido obiettivo di soddisfare il particolare dei pochi intricati nella gestione dello stesso, i quali poi affondano i loro interessi nei gangli amministrativi degli enti locali e dei loro derivati.
L'unica speranza è che l'elettorato, escluso da questo ignobile accadimento, quanto prima ne percepisca la disfunzione e si accorga che il particolare di alcuni è uguale a quello dei pochi ben organizzati, i quali lottano in uno stato di disagio ma si inseriscono non a raccogliere i frutti di un buon Governo, ma con la prospettiva di togliere agli altri quello che in qualche modo hanno accumulato o di cui godono come privilegio. È la guerra del niente, forse dei poveri, ma il nulla, in termini di soluzione economica, è quello che è scritto nei provvedimenti finanziari del Governo ed in particolare in questo al nostro esame.
La riduzione di quell'enorme debito pubblico che il commissario europeo Almunia ha stigmatizzato come fardello non intaccato da questa finanziaria, poteva essere un primo investimento a favore dei nostri giovani, defraudati nel passato delle loro risorse, e invece, con misura ascrivibile alla classica italica fantasia, si destina l'extragettito in disposizioni che lo polverizzano con giustificazioni, anche recenti da parte del Presidente del Consiglio, che hanno poco a che fare con l'economia con la lettera maiuscola.
La grande annunciata operazione dei tagli alla spesa non è altro che una leggera limatura di voci minori e tutto rimane immobile con il macigno della riforma del welfare che se non attuata, sconquasserà ancor più il debito pubblico.
L'estro poi del Ministro dell'economia toglie dalla manovra correttiva della situazione tendenziale alcune poste e le colloca nel bilancio del 2007 con il decreto oggi all'esame della Camera, sperando invano che le richieste piovute dall'estrema sinistra non venissero accolte perché prive di copertura. Una dissennata fiducia nella sua maggioranza che brucia 1,9 miliardi di spesa non coperta in termini costituzionali.
Avevamo bisogno di interventi strutturali, di provvedimenti che chiedessero sì sacrifici, ma colmi di speranza per risultati anche a lungo termine, a favore dei nostri giovani, del futuro dell'Italia. Non solo il niente; ma addirittura si tenta di annullare la possibile costruzione del ponte di Messina e si mette in pericolo la TAV, cioè lo sviluppo del Sud e della nostra economia.
Si confezionano, invece, piccole restituzioni, da elemosina, sia agli strati sociali più deboli sia alle imprese e per quest'ultime a saldo zero; e l'esperienza ci dice che quando si fanno simili operazioni queste sono gattopardesche, cioè furbate di cui l'economia non ha alcun bisogno, anche perché ci dovranno spiegare i meccanismi compensativi per evitare il precipitare ulteriore della nostra competitività, quando, nell'applicazione pratica, la riduzione dell'IRES risulterà fittizia in quanto viene allargata la base imponibile e avverrà che risparmia l'uno e paga l'altro a saldo zero.
Di contro c'è da notare che questo Governo ha migliorato la comunicazione, già efficiente quando era all'opposizione. Allora, prima delle elezioni del 2001, la sinistra cessò di governare cinque anni disastrosi, in cui si erano succeduti ben quattro Governi, annunciando che il rapporto deficit-PIL era dello 0,8 per cento.
L'attuale Presidente del Consiglio, qualche tempo dopo, come Presidente della Commissione europea, fu costretto a certificare che quello 0,8 per cento, in effetti, era il 3,2 per cento. E gli investimenti sulle opere strutturali che procuravano una uscita di cassa di quasi 35 miliardi di euro, 10 volte maggiori di quelli investiti dai quattro Governi precedenti, furono tacciati come generatori di aumento del debito pubblico e non come soluzioni strutturali di cui il Paese ha bisogno.
E concludo con la menzogna dello sfascio dei conti pubblici che consentiva di confezionare la finanziaria 2007 che andò a gravare il cittadino di un prelievo non necessario come ha dimostrato l'accumulo di un extragettito dissipato dal decreto sul tesoretto. Extragettito che, invero, è in parte dovuto alle norme della finanziaria 2006 del Governo Berlusconi, come si evince dalla nota depositata al Senato dal Ministro dell'economia e che, poi, è stato gestito con una strategia di occultamento contabile delle entrate sul quale il governo Prodi ha costruito i suoi interventi, al punto che il senatore Baldassarri, da sempre, lo addita quale falso in bilancio.
Tornando alla manovra finanziaria, il professor Monti l'ha definita un caleidoscopio: con un solo occhio si vedono piccoli cristalli variopinti che si scompongono e ricompongono per il niente, senza utilità alcuna.
Il vice direttore del quotidiano «la Repubblica», Giannini, coglie, nella sua onestà intellettuale, la sintesi della manovra: essa salva il Governo, ma non l'Italia.
Sono commenti che non attengono alla contrapposizione politica e mettono in evidenza che, ancora una volta, il potere pubblico è sotto pressione delle categorie che rappresentano l'interesse del particolare, a cui si aggiunge il comportamento dell'agire della sinistra che in ogni fase dell'azione di questo Governo ha cercato solo di valorizzare la concertazione come metodo di Governo.
Anche noi siamo impegnati a chiarire i costi della politica, a denunciare le storture e proporre rimedi; ma è sconcertante che con il classico effetto annuncio si usi una manovra finanziaria per proporre modifiche costituzionali che nulla hanno a che fare con lo sviluppo, le tasse, l'economia, peraltro uguali a quelle approvate dal precedente Governo e fatte respingere con referendum.
Voteremo contro questo provvedimento debole, preelettorale, con micromisure che invece di aumentare la crescita, la assottiglia sempre di più verso l'l,3 per cento stimato dal Fondo Monetario Internazionale. (Applausi del senatore Santini).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vitali. Ne ha facoltà.
*VITALI (Ulivo). Signor Presidente, colleghe senatrici e colleghi senatori, la finanziaria per il 2008 introduce una novità positiva nel rapporto tra lo Stato e gli enti locali. La novità è che la proposta di legge finanziaria recepisce i termini fondamentali di una intesa tra il Governo, i Comuni e le Province che è stato sottoscritto alla fine del mese di settembre e, quindi, prima che il Governo presentasse la legge finanziaria alle Camere.
Ciò è confermato dal fatto che questo anno questa parte della legge finanziaria é stata oggetto di molti meno interventi anche di carattere emendativi rispetto all'anno scorsa. È una cosa che da questi banchi del Parlamento, anche quando le forze che oggi sono maggioranza erano opposizione, noi abbiamo chiesto da tanto tempo. Fortunatamente e in modo positivo registriamo che questo oggi è successo.
Con il sottosegretario Sartor abbiamo discusso di alcuni aspetti del Patto di stabilità interno relativi ad esempio ai 700 e più Comuni che hanno un saldo finanziario positivo. É stato approvato un ordine del giorno che invita il Governo a tener presente la situazione di questi Comuni per eventuali ulteriori aggiustamenti, ma l'insieme delle norme relative al patto - lo ripeto - costituiscono, senz'altro, un aspetto positivo di questa legge finanziaria.
La Commissione bilancio ha poi provveduto a modificare il disegno di legge originariamente presentato dal Governo in altri due punti che stanno particolarmente a cuore agli enti locali e che sono, secondo me, giusti.
Il primo è relativo alla compensazione del mancato gettito derivante ai Comuni dalla manovra di detrazione sull'ICI. La compensazione avviene ora con una metodologia che rassicura maggiormente i Comuni del fatto che l'operazione avverrà senza perdita di risorse.
L'altro aspetto riguarda una questione che sempre si è discussa nella legge finanziaria, cioè la possibilità di consentire ai Comuni di utilizzare in modo più flessibile e libero la risorsa costituita dagli oneri di urbanizzazione secondaria.
Vi sono, però, altre questioni su cui intendo sollecitare l'attenzione della maggioranza e del Governo perché, secondo me, debbono essere oggetto, nel corso dell'esame della legge finanziaria nell'Aula del Senato e poi successivamente alla Camera, di ulteriori interventi.
Noi abbiamo discusso in modo serrato di un tema che il ministro Giulio Santagata qui presente conosce bene e che è oggetto di un disegno di legge da lui proposto: mi riferisco alla questione dei costi della politica. In Commissione affari costituzionali sono stato relatore del parere sulla legge finanziaria nel quale abbiamo dato atto al Governo di aver presentato un disegno di legge che contiene numerose riduzioni dei costi impropri della politica e di quegli sprechi della pubblica amministrazione che sono, purtroppo, collegati alla frantumazione del nostro sistema politico, alla moltiplicazione del tutto impropria di incarichi e così via. Ricordo che anche il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, quando illustrò al Senato la proposta di legge finanziaria, si soffermò in modo forte su questo punto.
Rispetto al parere votato in Commissione affari costituzionali è da cogliere in modo positivo il fatto che gli organi costituzionali abbiano autonomamente dichiarato di attenersi a una norma di contenimento dei costi delle loro istituzioni entro i limiti del tasso d'inflazione programmato.
Altra cosa molto importante contenuta nell'articolo 14 così come è stato riformulato dal relatore in Commissione, che era presente nel disegno di legge presentato dal ministro Santagata, è la previsione che ogni Comune non può fare parte di più di un'associazione intercomunale. In questo modo si supera il groviglio di consorzi e di associazioni varie e si riduce ad una sola l'associazione di cui ciascun Comune può fare parte.
Vengo adesso agli elementi più critici sui quali credo sia opportuna una valutazione, la più attenta possibile: si tratta dell'articolo 13 che si riferisce alle comunità montane e dell'articolo 14 relativo agli organi dei Comuni, delle Province e delle circoscrizioni comunali.
Purtroppo non è stato possibile chiedere uno stralcio di questi articoli perché da quando l'anno scorso furono stralciate le parti ordinamentali della legge finanziaria il Parlamento non ha potuto approvare la Carta delle autonomie locali, che è il provvedimento ordinamentale che dovrebbe contenere tutte queste misure. Questa è una debolezza del Parlamento a cui il Governo ha ritenuto di supplire inserendo in finanziaria alcune di queste norme.
Noi abbiamo chiesto inizialmente di poterle valutare nella Carta delle autonomie locali, ma poi ci siamo resi conto che le norme che il Governo prevedeva ci inducevano ad una discussione che andava comunque fatta. Nel parere della Commissione affari costituzionali avevamo chiesto che queste norme fossero in coerenza con l'indirizzo di fondo della Carta delle autonomie locali che lo stesso Governo ha presentato al Parlamento e che prevede una forte semplificazione di tutti i livelli istituzionali. Esso prevede il rafforzamento dell'associazionismo intercomunale per arrivare a unioni obbligatorie di Comuni i quali, al di sotto di una certa dimensione demografica, per esercitare certe funzioni dovrebbero farlo insieme.
Questo è in contraddizione con quanto prevede l'articolo 13 che sopprime una parte di Comunità montane trasferendo sui Comuni che ne facevano parte i costi dei servizi e, nello stesso tempo, lascia inalterata la classificazione dei Comuni montani. Credo che questo articolo debba essere necessariamente corretto, anche in relazione al contenzioso che è destinato a creare con le Regioni.
La norma relativa alla semplificazione degli organi delle Comunità montane può senz'altro essere sostenuta ed anche compresa, ma anche qui c'è un problema serio, perché essa viene valutata 33 milioni di euro per il 2008 e 66 milioni di euro per il 2009, e pur apprezzando il fatto che queste risorse vengano poi destinate al fondo della montagna si tratta di un'entità sicuramente sovrastimata se riferita esclusivamente ai cosiddetti costi della politica.
Per quanto riguarda l'articolo 14, c'è un problema analogo: non si è proceduto lungo la strada inizialmente proposta dal Governo di ridurre il numero di rappresentanti nei Consigli comunali e provinciali attraverso la legge finanziaria: c'è solo un tetto al numero degli assessori. E fin qui può andare bene. Poi si opera sul sistema delle indennità, riducendo ad un quarto anziché ad un terzo il tetto massimo che può essere raggiunto con i gettoni di presenza dei consiglieri comunali e provinciali.
Ma il presidente dell'ANCI, Leonardo Domenici, oggi ha inviato una lettera a tutti i senatori nella quale fa presente che l'entità di questa misura, valutata in 313 milioni di euro, è palesemente sovrastimata. Fa un ragionamento che a me pare sensato. Chiedo quindi che sia possibile valutare questo aspetto: si tratta sicuramente di un aspetto non secondario della finanziaria, condividendo pienamente il fatto che noi provvederemo, come la Commissione bilancio e il relatore hanno suggerito, a ripristinare anche per il 2008 la norma del 2007 relativa all'esenzione dai ticket.
Signor Presidente, mi avvio a concludere. Si tratta di aspetti importanti, ma che possono essere sicuramente meglio esaminati e migliorati nella discussione della legge finanziaria affinché con il 2008, oltre a quel Patto di stabilità di cui ho detto, ci sia anche il riconoscimento che gli enti locali non sono fonti di spreco, ma risorse fondamentali per un Paese che vuole crescere.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Possa. Ne ha facoltà.
POSSA (FI). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, dato il limitato tempo disponibile concentrerò le mie considerazioni su una serie di disposizioni che ritengo di grande importanza, relative all'incentivazione della produzione di energia elettrica mediante fonti rinnovabili introdotta nel testo della legge finanziaria 2008 al nostro esame durante l'esame in Commissione bilancio: mi riferisco alle disposizioni contenute negli articoli da 30-bis a 30-septies, raggruppate nella missione numero 10, energia e diversificazione delle fonti energetiche.
Innanzitutto, stigmatizzo vivamente che disposizioni di tale rilievo siano state proposte dal Governo all'esame del Parlamento un mese dopo il termine del 29 settembre, fissato per legge per la presentazione della legge finanziaria al Parlamento e al Paese. Questo ritardo ha consentito al Governo e alle forze di maggioranza di evitare, sul complesso argomento dell'incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, l'esame nella sede competente della 10a Commissione permanente.
Questo è un vulnus, signor Presidente, portato alle prerogative legislative del Parlamento. Un emendamento così rilevante, in pratica un'intera legge, dovrebbe essere dichiarata inammissibile durante la sessione di bilancio. Stigmatizzo, inoltre, che dallo scorso mese di maggio sia in attesa dell'esame dell'Aula del Senato il disegno di legge n. 691, che prevede all'articolo 2 una delega al Governo per il rilancio del risparmio energetico da fonti rinnovabili per le disposizioni di cui ai citati articoli da 30-bis a 30-septies. Dunque, era già disponibile un contenitore legislativo apposito sul quale la 10a Commissione ha lavorato per quasi un anno.
Non entro nel merito delle motivazioni di fondo che, a parere del Governo, giustificano l'adozione dei provvedimenti che esamineremo ma, per queste motivazioni di fondo, il Governo italiano si è totalmente allineato, a mio avviso colpevolmente e con pesanti conseguenze sull'economia del Paese, alle posizioni dell'Unione Europea. Bruxelles ha, da qualche tempo, assunto a riguardo del supporto alle energie rinnovabili una posizione radicale, spinta da motivazioni ambientaliste legate alla complessa questione del riscaldamento globale nonché da motivazioni di tipo meramente economico, legate alla volontà di diminuire le importazioni energetiche.
Entrando in argomento, segnalo innanzitutto l'eccessiva estensione della incentivazione di energia elettrica prodotta mediante fonti rinnovabili, prevista dal primo periodo del comma 1 dell'articolo 30-ter. Infatti, ne potranno usufruire non solo gli impianti di nuova costruzione ma anche quelli rifatti o potenziati, facendo decorrere ogni volta il periodo di incentivazione e correndo il rischio di una incentivazione permanente.
Ritengo opportuno segnalare che, al comma 7 dell'articolo 30-ter, il testo al nostro esame dà per scontato che la normativa europea abbia fissato per il nostro Paese un obiettivo di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili pari al 25 per cento del consumo interno lordo. La realtà non è affatto così perché nella nota a pie' di pagina della direttiva europea n. 77 del 2001, dove si fissa per il nostro Paese l'obiettivo - non vincolante - del 25 per cento al 2010, si conviene anche che nel caso in cui il consumo interno lordo di energia elettrica superi i 340 miliardi di kilowatt ora (circostanza verificatasi) l'obiettivo si riduca al 22 per cento, come da richiesta del Governo italiano.
L'osservazione più importante è che il costo di questa incentivazione è altissimo. Esistono due categorie di incentivazioni e nel caso dei grandi impianti, maggiori di un megawatt, l'incentivo è di 10 centesimi di euro al kilowatt ora. Nel 2012, quando avremo una quota di energia elettrica da fonti rinnovabili pari al 7,5 per cento della produzione del consumo interno lordo di energia elettrica, secondo quanto disposto da questo articolo, il maggiore costo annuale sarà di 3 miliardi di euro all'anno per 15 anni. E chi paga? Paga Pantalone con la bolletta elettrica.
Nell'ipotesi poi che l'incentivo, e qui stiamo parlando sostanzialmente di energia eolica, sia di 22 centesimi kilowatt ora per impianti sotto il megawatt (come sono quasi tutti gli impianti eolici) il costo annuale al 2012, quando raggiungeremo la quota del 7,5 di cui prima, pari a 6,6 miliardi di euro per 15 anni. Non esiste nessun Paese europeo che abbia un'incentivazione di questo genere per l'energia da fonti rinnovabili! E chi pagherà? Pagherà il coefficiente A3, e controllate pure la bolletta elettrica, l'utente di energia elettrica.
Non parliamo naturalmente di fonti solari, le quali sono straincentivate. Per fortuna, qui non si rinnova nulla perché le incentivazioni sono state già stabilite con l'ultimo provvedimento in materia del febbraio 2007. Anche in questo caso, gli incentivi sono assolutamente debordanti rispetto a tutti quelli esistenti in Europa e nel mondo.
Di conseguenza, il nostro carico sul kilowatt ora, già molto elevato perché noi produciamo kilowatt ora mediante il consumo più pregevole del gas metano, sarà compreso al 2012 tra un minimo del 10 per cento e un massimo del 25 per cento: e questo solo per l'Italia, con una situazione che peggiorerà ulteriormente a partire dal 2012!
Sapete quale è la perdita di produttività e di competitività del nostro Paese per effetto di questo maggior costo dell'energia elettrica, un bene assolutamente fondamentale?
Non riesco a comprendere veramente come chi ha a cuore la sorte del nostro Paese possa approvare queste disposizioni.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Allocca. Ne ha facoltà.
ALLOCCA (RC-SE). Signor Presidente, nei pochi minuti a mia disposizione credo sia oggettivamente impossibile affrontare un provvedimento di questa portata; mi limiterò perciò ad alcune riflessioni generali.
Credo che dobbiamo partire da una prima consapevolezza: per cambiare una condizione sociale sedimentata nel tempo, frutto di un'evoluzione del capitalismo sempre più selvaggia, che ha ormai costruito differenze economiche tali da mettere in discussione lo stesso principio di coesione sociale, una società enormemente allungata, credo che non possa essere sufficiente una finanziaria, nemmeno una legislatura e nemmeno i soli strumenti di un Governo nazionale.
Il compito quindi che noi affidavamo come Rifondazione Comunista, ma credo rappresentando interessi più vasti, a questa finanziaria era quello di segnare una chiara e visibile inversione di tendenza, iniziando un percorso di risarcimento che restituisse a coloro che ne sono stati progressivamente, nel tempo, privati, gli strumenti per costruirsi un loro progetto di vita; precarietà, pensioni, una nuova politica della casa, tutela e risorse per i soggetti più deboli: l'abc di un nuovo ed antico linguaggio sociale.
Credo che questo sforzo su cui ci siamo impegnati abbia dato oggettivamente dei risultati, alcuni anche per merito del nostro lavoro. Tuttavia, tale sforzo non rispondeva e non risponde esclusivamente ad una questione di giustizia molto concreta, pur se non freddamente materialista (i princìpi di giustizia non sono mai freddamente ed unicamente materialisti), ma anche ad un forte bisogno di rilanciare i consumi interni, un bisogno quindi di sviluppo.
Siamo stati spesso portati a separare il tema dello sviluppo da quello del risarcimento sociale; in realtà, in presenza, tra l'altro, di una valuta forte come quella a cui siamo di fronte, che rischia di influire negativamente sulle esportazioni, la questione del rilancio dei consumi interni è centrale e fondamentale. Ritengo perciò impossibile ragionare in termini separati, come dicevo, da una parte il tema dello sviluppo e dall'altra il risarcimento sociale: le due questioni sono intimamente collegate tra loro.
Esprimiamo un giudizio complessivamente positivo sul risultato di questa finanziaria, che non è chiaramente un giudizio aritmetico, un semplice conto, ma un giudizio complessivamente politico, che non nasconde alcuni punti che non condividiamo per come sono stati inseriti nella finanziaria o perché, magari per nostro difetto, non abbiamo saputo o potuto inserire. Difenderemo, tuttavia, punto per punto e con lealtà, tutti gli articoli di questa finanziaria; lo faremo aspettandoci e chiedendo la stessa lealtà a tutti gli altri componenti della maggioranza; lo faremo non solamente per un semplice spirito di disciplina - seppur importante - nei confronti della coalizione o delle decisioni assunte dal Gruppo di appartenenza.
Mi sembra che sia in gioco anche altro durante il percorso che affronteremo nella discussione di questa finanziaria, in questo primo scorcio di novembre e particolarmente in questo ramo del Parlamento, a cui una pessima legge elettorale ha consegnato una permanente incertezza; non credo vi sia il rischio del dissolvimento della maggioranza, anzi, sono certo del contrario; già troppe volte questo evento è stato inutilmente annunciato dall'opposizione. Credo invece che il vero rischio sia che lo specchio che dovremmo restituire della società si infranga e restituisca ognuno di noi come un piccolo frammento, una visione parziale, che ognuno di noi rappresenti una singola questione separata dalle altre, senza che vi sia più una comprensibilità e una visione d'insieme. In questo momento, che tutti riconosciamo difficile per la politica, per lo scostamento che comunque avanza tra istituzioni e cittadini, credo che dobbiamo invece sforzarci di ricomporre questa visione confusa e sdoppiata; anche per questo ci comporteremo con lealtà e coerenza.
Abbiamo bisogno di politica per fare questo lungo percorso di risarcimento sociale, non quello limitato alla finanziaria. Se c'è la politica si può compiere questo cammino e la finanziaria di oggi può essere un piccolo passo.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pignedoli. Ne ha facoltà.
PIGNEDOLI (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, stiamo portando in approvazione una manovra finanziaria che segna un deciso cambio di rotta, non solo delle 100 buone notizie, come si è detto di questa manovra, ma una vera e propria ripartenza resa possibile dalla grande operazione di responsabilità impostata con la manovra dello scorso anno per portare fuori dalla «zona di pericolo» il nostro Paese. Non possiamo dire di avere risolto, ma dobbiamo registrare indubbi grandi risultati.
I numeri sono lì e parlano: il deficit si riduce fino al 2,2 per cento nel 2008; il debito pubblico scende dal 105 al 103,5 per cento del PIL; si arresta la crescita della spesa primaria; si ferma la crescita della pressione fiscale. Sono dati inconfutabili, nonostante i continui tentativi di ridurne o negarne la portata; sono risultati di un Governo che non concepisce il bilancio dello Stato e le manovre finanziarie come mere dinamiche di calcolo, estemporanee, in entrate e in uscite corrispondenti e corrette; è un cambio di cultura di governo.
È una scelta faticosa, che probabilmente non paga neppure in termini di consenso immediato, ma è la scelta della cultura della responsabilità di chi governa e di chi è governato. Quella politica che chiede ad ognuno di fare la propria parte e fare su se stesso lo sforzo del cambiamento; ad ognuno chiede di concorrere a pagare il giusto. La politica che pensa la fiscalità come concorso (d'alto senso civico, io credo) del singolo alla responsabilità collettiva.
È il Governo che, mentre propone responsabilità diffusa, prende l'impegno di semplificare ciò che è semplificabile (vedi la misura di semplificazione in finanziaria sulle piccole imprese); di alleggerire la fiscalità dove è eccessiva e diventa ingiusta e penalizzante; di diminuire il costo del lavoro in un nuovo patto con gli imprenditori già avviato nella manovra 2007.
È un Governo che parte da se stesso per autoriformarsi nella sfida ad una maggiore efficienza della macchina amministrativa (come diceva il relatore, più servizi ai cittadini con minori costi); ad una riqualificazione della spesa pubblica; alla difficile razionalizzazione dei suoi enti, accompagnando e affrontando anche le preoccupazioni che il collega Vitali poneva in quest'Aula sulla riforma degli enti montani.
Una politica della responsabilità significa politica dallo sguardo lungo, che mentre affronta le criticità immediate sa investire responsabilmente sul futuro, sulle generazioni che verranno, e cerca di costruire condizioni di stabilità, di operare scelte durature, scelte strutturali, e non interventi tampone, sanatorie - come abbiamo visto in passato - per il successo di una stagione o di una campagna stampa.
Per questo ho molto apprezzato l'impostazione di grande respiro che ha dato in quest'Aula il Ministro dell'economia e delle finanze nella presentazione della manovra 2008. I seri impegni sulla sostenibilità ambientale, sulla realizzazione degli obiettivi di Kyoto, dal dissesto idrogeologico alle condizioni per sviluppare il piano irriguo, ai nuovi sistemi energetici, alle risorse, all'utilizzo di criteri di ecoefficienza nelle costruzioni, tutto questo parla di futuro.
La politica dallo sguardo lungo è quella che tenta di incidere strutturalmente nei sistemi di produzione e ancor prima nei servizi per le famiglie, nei sistemi formativi e nell'università, e questa manovra contiene novità importanti; come novità importante è l'azione che premia le imprese che fanno innovazione e che fanno ricerca, proprio perché formazione, innovazione e ricerca siano parte integrante dell'intraprendere, la normalità del fare impresa, in quanto di questa dinamicità, di queste competenze alte e perseguite costantemente ha bisogno il nostro Paese.
Questa grande esigenza di cambiamenti strutturali, di stabilità, di sistemi consolidati vale più che mai per il secondo comparto produttivo del Paese, che è il settore agroalimentare; settore che già nella sua definizione, modificatasi da settore agricolo a settore agroalimentare, contiene tutti gli elementi del cambiamento; agroalimentare è sinonimo di filiera, di interrelazione tra produzione agricola, ambiente, paesaggio e cultura. Settore che rivela, al tempo stesso, tutti i suoi limiti e tutte le sue potenzialità: le criticità nei ritardi di innovazioni tecnologiche, nella eccessiva frammentazione delle imprese, nella difficoltà organizzativa per competere sui mercati internazionali, nelle difficoltà a governare l'intera filiera che parte dal produttore agricolo, passa per la trasformazione e la commercializzazione e finisce appunto con il consumatore.
L'esigenza di conoscere, l'esigenza di continuità delle fasi dalla produzione al consumo si è fortemente percepita (l'hanno vissuta e la stanno vivendo i cittadini in diretta) in questa fase di allarme per il rialzo dei prezzi. Tale fenomeno ha messo improvvisamente in evidenza quanto siano ampi gli spazi dell'intermediazione, quanto sia "in corsa" il cambiamento dei mercati e degli equilibri a livello internazionale, quanto si sia accelerata la crescita della domanda di materia prima nei Paesi emergenti, quanto siano andate in difficoltà l'offerta e le scorte di alcune materie prime.
Esso ha messo altresì in evidenza quanta riflessione vada avviata o quanto debba essere aggiornata la politica agricola dei contingentamenti; quanta novità emerga e assieme quanti interrogativi si aprano nella competizione tra colture a fini alimentari e colture a fini energetici e, dunque, quanto non si possa più pensare di contare su politiche d'improvvisazione.
Di fronte a scenari di tale portata, di fronte a una transizione così complessa, il settore agroalimentare italiano ha il primo e indispensabile compito di strutturarsi, di diventare sistema, di cercare maggiore stabilità a partire dai suoi addetti, se vuole essere settore competitivo e moderno.
C'è un forte elemento di modernità in questo antichissimo settore: nel concetto multifunzionale dell'agricoltura e nell'intreccio tra produzioni di beni, ma anche tra produzioni di servizi; si tratta di una terziarizzazione che intreccia la funzione originaria della coltivazione agricola e dell'allevamento con la tutela ambientale, con l'aspetto ricreativo e culturale dei turismi colti, basata sulla scoperta di culture locali, gastronomie di pregio e paesaggi eccellenti.
Ecco, questi patrimoni e sapori conservati, che in passato erano spesso sinonimi di povertà e marginalizzazione, ora possono tradursi in opportunità preziose, in saperi non replicabili, in know-how - come si dice - assolutamente inediti, disseminati su tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud, con aziende non delocalizzabili.
La manovra finanziaria che riguarda l'agroalimentare lavora in questo senso e si prende la sua parte di responsabilità. Essa punta su una stabilità fiscale, su una riforma del mercato del lavoro, su un rafforzamento dei controlli; inserisce inoltre misure per contrastare il lavoro nero e l'evasione previdenziale; affronta la riforma dei trattamenti di disoccupazione agricola; incentiva la stabilizzazione dei rapporti di lavoro; investe sulla sicurezza, sul lavoro e la salute; rilancia decisamente la formazione professionale dei lavoratori agricoli.
Si tratta di un comparto toccato in modo importante dal Protocollo su previdenza, lavoro e competitività di luglio e la finanziaria contiene le misure per attuare l'accordo sulla riforma del mercato agricolo.
Dentro all'obiettivo generale del contenimento dei costi e della razionalizzazione delle spesa, il settore agroalimentare e il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali fanno la loro parte, partendo da un contenimento dei costi del Ministero con una puntuale rivisitazione dei processi di efficienza, attraverso proposte di semplificazione delle procedure di cui il settore sente una forte esigenza.
Lo considero un inizio fortemente positivo e apprezzabile, e credo si debba proseguire attraverso una razionalizzazione del sistema degli enti vigilati, le cui attuali funzioni vanno rilette, alla luce delle trasformazioni delle economie agricole internazionali e di quella italiana e in ragione delle interrelazioni e integrazioni tra settori diversi che interessano il comparto, delle interrelazioni che sempre più riguardano il prodotto e il territorio.
Non stiamo parlando di singole ed autonome azioni: esse sono parte di un disegno organico, una sorta di secondo tempo della manovra finanziaria 2007 che già impostava con grande forza misure per lo sviluppo e la competitività, nonché per la promozione e l'internazionalizzazione delle imprese, misure che hanno già avviato il loro percorso concreto, in una visione che sempre meno vuole un settore agricolo e agroalimentare da soccorrere, ma sempre più capace di misurarsi e di competere. Il comparto italiano ha tutte le carte in regole per affrontare le sfide a livello internazionale.
C'è un'Italia delle mille differenze delle produzioni agricole e delle eccellenze produttive (il nostro è il primo Paese per quantità di DOP e IGP), c'è un'Italia dell'industria alimentare e delle piccole imprese artigiane; un'Italia che, se saprà coniugare produzioni compatibili, recuperare e tenere in conto i saperi tradizionali, valorizzare la biodiversità, se saprà tenere insieme il recupero dei valori identitari e del passato e le proiezioni verso il futuro, fatte di ricerca avanzata sui temi della qualità, della sicurezza, dei rapporti tra le produzioni e i mutamenti climatici, sulla tutela del paesaggio e dell'ambiente, sulle forti innovazioni e l'approvvigionamento energetico, sulle capacità imprenditoriali delle aziende agricole, vedrà non solo come il comparto agroalimentare può rappresentare uno dei motori trainanti dell'economia del nostro Paese, ma che può aprirsi una grande potenzialità, spazi nuovi per inedite professioni nate dall'esigenza di una visione integrata del sistema per giovani imprenditori con la cultura, la mentalità e la professionalità per misurarsi su mercati globali.
L'azione politica che il nostro Governo porta avanti e le posizioni coraggiose che sono sostenute a livello europeo sono volte a far sì che prevalga l'agricoltura delle qualità alte, delle distintività, dei valori identitari dei territori; ne sono testimonianza le posizioni italiane in fase di riforma europea nel settore vitivinicolo e dell'ortofrutta.
Ecco, queste sono le linee generali, la filosofia su cui poggia la manovra finanziaria 2008, le strategie che stanno alla base delle azioni volte alla promozione, allo sviluppo, alla stabilità del comparto agroalimentare. Si tratta di strategie, posizioni che condivido profondamente e a cui darò il mio voto favorevole.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Capelli. Ne ha facoltà.
CAPELLI (RC-SE). Signor Presidente, non farò un intervento generale sulla finanziaria, ma mi soffermerò su alcuni aspetti cosiddetti specifici, anche se il settore dell'università, della ricerca e dei beni culturali fa parte di quei beni immateriali che costituiscono la novità della produzione del capitalismo post fordista.
Farò il bilancio fra una finanziaria e l'altra mettendo in luce - è una abitudine che considero sintomo di serietà - non solo i lati positivi che, per così dire, sono atti dovuti in coerenza con il programma, e sono ampiamente dimostrati nella finanziaria nel settore dello sport. In tale settore si fa spazio sempre più allo sport di cittadinanza, ossia a quello che nasce dai territori e che mette in secondo piano, anche se naturalmente i finanziamenti sono sempre abbastanza significativi, lo sport inteso unicamente come agonismo e come allevamento dei campioni. Ci sono stati aumenti di fondi per lo spettacolo e per i beni culturali, in particolare a favore del cinema italiano e di quello europeo, e sono stati previsti interventi a favore delle emittenti televisive locali.
Penso sia più importante mettere in luce, soprattutto in settori come quelli dell'università, della ricerca e della scuola, anche lo sforzo e il processo che essi vanno attraversando. In questa sede bisogna fare un atto di verità. In realtà, dalla finanziaria passata ad oggi non abbiamo saputo rispondere fino in fondo alle richieste impazienti del mondo della scuola, né trovare i canali per interloquire con i soggetti che l'abitano e che avevano in qualche modo sperato nel nostro programma.
Esiste dunque un problema di contenuti e di metodi. Nei contenuti siamo come in mezzo al guado: il cacciavite - la metafora che il ministro Fioroni ha indicato per modificare la legislazione morattiana - non basta e dove incide positivamente è poco visibile; nel metodo c'è una profonda separazione tra il Ministero e il Parlamento e tra il Parlamento e le scuole. Si rinnova quindi la tentazione pericolosa di cambiare senza passare per il dibattito parlamentare e senza il dovuto confronto.
Per questo motivo attribuisco grandissima importanza all'emendamento che Rifondazione Comunista ha ottenuto di inserire in questa finanziaria rispetto al testo governativo, emendamento con il quale abbiamo praticamente riscritto i commi 6, 7 e 8 dell'articolo 50, impegnando il Governo, da un lato, a ripristinare la prassi concorsuale per il reclutamento dei docenti e, dall'altro lato, a sottoporre al parere parlamentare il regolamento ministeriale che disciplinerà i nuovi concorsi per l'assunzione degli insegnanti, confermando l'efficacia nella graduatoria dei docenti precari già prevista dalla legge finanziaria dell'anno scorso per il proseguimento del piano triennale di 150.000 assunzioni. In questo frangente viene finalmente abrogato l'articolo 5 della legge Moratti.
Ma torniamo al contesto. Ci sono stati, in questo anno e mezzo, segnali di forte discontinuità ottenuti con estrema fatica e senza la dovuta valorizzazione politica, quasi a minimizzarne scientemente la loro portata di rottura con il passato. Parlo dei provvedimenti della finanziaria precedente, del decreto fiscale varato la settimana scorsa e anche di quello sulle norme urgenti per l'avvio dell'anno scolastico.
Di fatto è cambiato completamente il quadro ordinamentale e in parte il contesto economico e normativo della scuola italiana, grazie all'innalzamento dell'obbligo a 16 anni, al suo finanziamento, alle assunzioni dei precari, alla restituzione degli istituti professionali alla pubblica istruzione, alla sospensione della riforma delle superiori, alla copertura dei debiti pregressi nelle scuole, alle nuove modalità di pagamento di alcune tipologie di supplenze, all'abrogazione del mutamento che la Moratti aveva imposto alle elementari e al ripristino integrale del modello del tempo pieno. Ma da questa finanziaria ci si aspettava un compimento di queste riforme. Penso che l'eccessiva prudenza del cacciavite aumenta i pericoli di coazione e di ritorno all'indietro.
Sono presenti elementi di difficoltà all'interno di questo pezzo di finanziaria che riguarda la scuola pubblica. In particolare, non è sufficiente, anche in previsione dei 25.000 prossimi pensionamenti, la programmazione dell'assunzione degli assistenti tecnici e amministrativi. Così si avranno, non aumentando la quota delle immissioni in ruolo, almeno 15.000 addetti ancora precari.
Non ci sono risorse finanziarie per il rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti per il biennio 2008-2009 e quelle che ci sono coprono a stento le indennità di vacanza contrattuale.
Penso debba destare molta preoccupazione dal punto di vista sociale e anche, in ultima analisi, dal punto di vista della rottura del principio di solidarietà che ha regolato, non solamente la nostra Costituzione, ma anche particolari leggi, come la n. 104 del 1992, la legge quadro sulla disabilità, la misura contenuta nell'articolo 50 di questa finanziaria che programma la diminuzione dei docenti di sostegno. Perché questa diminuzione? Perché soprattutto abrogare la possibilità di derogare per casi particolarmente gravi, quindi di aumentare, in base alle necessità, i docenti di sostegno? La risposta è la stessa: l'obiettivo è il risparmio e tutto deve essere poi riversato nel risanamento.
Quindi, questa idea che la scuola, l'università e la ricerca siano settori in cui operare continuamente con forbici e bisturi significa negare nei fatti ciò che il programma dice, cioè che l'istruzione, la ricerca e i saperi sono diritti per tutti e la ricchezza vera e duratura delle Nazioni. Questa convinzione anima il lavoro quotidiano dei maestri e delle maestre, dei ricercatori, dei professori e degli studenti. È grave che non sia pratica operativa anche in quest'Aula.
PRESIDENTE. Colleghi, essendovi numerose assenze tra gli iscritti a parlare e non volendo togliere la possibilità ad alcuno di prendere la parola, terminerei qui i nostri lavori.
Rinvio dunque il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.