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Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 203 del 25/07/2007


AUGELLO (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, nel consueto clima di solenne intimità in cui svolgiamo questi dibattiti vorrei spendere qualche considerazione, anche un po' più politica, un po' più forse sopra le righe, rispetto a questo documento.

Molti hanno sottolineato negli interventi che mi hanno preceduto alcuni aspetti un po' rinunciatari di questa manovra. Se noi paragoniamo questo documento a quello che è stato presentato lo scorso anno, notiamo un salto di qualità, perlomeno psicologico, verso il basso. Lo scorso anno avevamo una maggioranza e un Esecutivo assolutamente arrembanti, che mettevano insieme un credo dirigista con l'adagio, che fu proprio di Bartali, che era tutto da rifare.

Ma quell'impostazione si scontrò via via con un risultato già evidente in sede poi di manovra finanziaria successiva al DPEF, di errore, proprio di sbaglio interpretativo della realtà italiana e dell'eredità del Governo precedente e poi, più banalmente, di sbaglio clamoroso e con pochi precedenti sulle entrate. Oggi quella maggioranza è certamente più cauta, ma (come dicevano i romani, se non si può essere casti bisogna cercare di essere più cauti) più spenta.

Lo slittamento al 2011 degli obiettivi di pareggio e quindi di risanamento dà l'idea di una maggiore prudenza ritrovata, di maggiore attenzione nel considerare le entrate, di una maggiore concretezza, purtuttavia si resta molto nel vago per ragioni che di qui a breve cercherò di rendere evidenti nel parlare delle modalità attraverso cui si dovrebbe alla fine fronteggiare un'espansione della spesa.

Tale espansione sembra evidente da diversi indicatori, anzitutto riconducibili, ovviamente, alle decisioni assunte sul tesoretto e alle spese, che si trovano al di fuori dei saldi di questa manovra. Sono spese che vengono elencate a parte perché non sono sorrette da norme di legge, ma sono spese importanti, non eventuali, perché riguardano aspetti legati alla contrattazione, cioè impegni già assunti, le Ferrovie dallo Stato e una serie di questioni per le quali il livello di esposizione è certo e a fronte delle quali parliamo di un diaframma da superare di circa 20 miliardi. Per non contare poi le ricadute ulteriori, il DPEF ce ne dà puntuale informazione, che riguardano l'aumento della spesa corrente per interessi, che viene prudenzialmente stimata, se non ricordo male, in 2,5 miliardi di euro in incremento (ma è appunto una stima ancora prudenziale).

Tutto ciò dovrebbe trovare una risposta, che non è chiara nel DPEF, in una manovra che non dovrebbe comportare aumenti fiscali e dovrebbe portare a una riduzione di spese che non è ben chiara; è generalizzata: è un intento, un'aspirazione, ma non è ben chiaro dove andrebbe a cadere.

Ora, perché tutto questo è politicamente debole e poco convincente? Per l'ottima ragione che un Governo che è nella condizione in cui si trova quello attualmente in carica ben difficilmente può procrastinare al 2011 qualsiasi cosa. Uno spostamento di obiettivi strategici a quella data per un Governo che secondo le persone più ottimiste è destinato ad essere in sella per i prossimi otto mesi è già di per se stesso un lancio della spugna.

I ragionamenti e le spinte che vengono dall'interno della stessa maggioranza ci fanno capire che anche le più banali considerazioni contenute in questo DPEF, come ad esempio il rinvio della questione previdenziale al tavolo con i sindacati, sono prive di qualsiasi fondamento, già smentite prima dell'approvazione del DPEF, se non mi sono ingannato venendo qui questa mattina leggendo sui muri della città, che l'accordo raggiunto dai sindacati, secondo autorevoli partiti non va bene e che la lotta continua. Evidentemente non credo che sia una lotta contro Alleanza Nazionale o Forza Italia, immagino che sia la lotta di alcuni partiti in Parlamento contro il Governo in carica per cambiare quell'accordo e quindi i pesi e il senso di quell'accordo.

Ora, tutto ciò rende terribilmente fragile la credibilità di questo documento, un documento sul quale, nel modo che possiamo già misurare dalle prime reazioni che ci sono state, si accanisce non soltanto l'opposizione, non soltanto buona parte delle parti sociali, ma anche alcuni partiti, addirittura della maggioranza, che ne smentiscono parti rilevanti, in particolare quelle che riguardano l'accordo sulle pensioni. Insomma, autorevolissimi commentatori, all'unanimità, ciascuno per il suo verso, ciascuno dalla sua angolazione, la Corte dei conti, la Banca d'Italia, l'Unione Europea convergono nel reperire le contraddizioni e le debolezze che in pochi minuti sto cercando di evocare all'attenzione dell'Aula.

Il problema è quindi non di natura programmatica, ma di natura squisitamente politica. In qualche misura quello che è successo ieri in quest'Aula ne è la cartina di tornasole: la maggioranza ieri aveva i numeri, la tranquillità, la serenità - credo - per poter vincere tutte le votazioni senza alcun problema, soltanto che a questa maggioranza manca un elemento fondamentale, e cioè che quando dai banchi del Governo arriva la parola magica («Qual è il parere del Governo?», «Il parere del Governo è favorevole»), non scatta l'automatismo che, se il parere è favorevole, c'è una maggioranza che lo vota. Ora, questo elemento nel precedente DPEF era nascosto.

Devo dire che il precedente DPEF, pur sbagliando completamente alcune previsioni in maniera grossolana, sembrava far trasparire la convinzione che questa maggioranza ritenesse le differenze al proprio interno non voglio dire una ricchezza, ma comunque un difetto, un handicap occultabile. Questo DPEF parla con chiarezza, invece, di come queste divisioni rendano sostanzialmente difficile, se non nullo, un ruolo di questo esecutivo ai fini di favorire la crescita del Paese in una congiuntura in cui alcune cose importanti potrebbero essere fatte facendo interventi strutturali sulla riduzione della spesa e cercando di cominciare a ragionare sulla riduzione della pressione fiscale e non si possono fare, per ragioni che - ripeto - sono tutte politiche, tutte interne alle contraddizioni di questa maggioranza.

Va da sé che qualora l'accordo sulle pensioni trovasse soprattutto in quest'Aula, che è quella dove è un po' più facile che accadano delle cose, elementi correttivi, tutto questo racconto finirebbe col ricadere su se stesso, nel senso che alla fine di questa discussione noi potremmo scoprire di avere approvato un DPEF sbagliato esattamente come era sbagliato quello dello scorso anno sulla previsione delle entrate, in questo caso sbagliato perché sconta un'idea che non è socialmente sostenibile per questa maggioranza, cioè quella di riformare le pensioni così come è le cose sono andate più o meno fino ad oggi.

Concludo con una considerazione di carattere più generale. Anche in Commissione cerco qualche volta di richiamare l'attenzione su questo punto: l'isolamento sociale di questo Governo ha raggiunto livelli che sono sconosciuti; bisogna risalire ai tempi in cui in questo Paese si votava per censo per trovare Governi più isolati e più distaccati dalla realtà sociale del Paese. In questa congiuntura, in questa situazione, a me pare che questo Documento e il dibattito su di esso eludano un punto di riflessione che è fondamentale: senza coesione sociale è impossibile perseguire qualsiasi tipo di obiettivo, non si può perseguire la competitività, non si può perseguire il contenimento della spesa, non si possono perseguire le politiche di risanamento.

Anche su questo punto, credo che il passo che è stato fatto, buttando tra le gambe degli italiani alla vigilia dell'estate un accordo sulle pensioni che mette in difficoltà le stesse parti sociali che lo hanno firmato, chiunque ha visto (io non l'avevo visto, ma me lo hanno registrato e me lo hanno fatto vedere) quello che è successo davanti ai cancelli delle fabbriche, riportato dalle immagini televisive, dove solamente un sindacalista diceva che era a favore dell'accordo e tutti quelli che uscivano da Mirafiori si dichiaravano contrari (tutti, non i più politicizzati o i più scalmanati) ci dà la dimensione di come si stia, anche da questo punto di vista, perdendo la premessa necessaria a fare un Documento di programmazione economico-finanziaria condiviso e di effettivo rilancio.

Quindi - e concludo davvero - da questo punto di vista, al di là dei numeri sui quali qualcosa abbiamo detto in questi dieci minuti e molto hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto, al di là degli interrogativi che restano aperti sulle coperture di spesa e sulle effettive capacità di questo esecutivo di comprimere la spesa pubblica, al di là delle importanti riflessioni sul debito che sono state poste al centro dell'attenzione di questo dibattito, il punto è squisitamente politico.

Un Governo che nella percezione della sua stessa maggioranza, degli italiani, del suo elettorato oltre che della opposizione, che vive in questa aspirazione in qualsiasi democrazia parlamentare, ha i mesi contati, evidentemente ha qualche difficoltà ad intrattenere quest'Aula ed il Paese sulle politiche di rilancio complessivo dell'Italia e sulla capacità della nostra nazione di recuperare competitività sui mercati internazionali. È un fardello che diventa pesante perché ovviamente non è di questo che avrebbe bisogno il Paese in queste ore. (Applausi dal Gruppo AN).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Palermo. Ne ha facoltà.