Testo integrale dell'intervento del senatore Giovanni Battaglia nella discussione sul Documento di programmazione economica finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2008-2011
Signor Presidente, è successo talvolta nel recente passato che la discussione in Parlamento sul Documento di programmazione economico-finanziaria si sovrapponesse a quella sulla stessa utilità di mantenere questo strumento, il DPEF appunto. Ciò è dipeso dalla circostanza che talvolta ci siamo trovati a discutere di documenti che non avevano nessuna delle caratteristiche degli strumenti di programmazione economica e finanziaria, spesso presentati in ritardo, poco chiari, incompleti, confusi, omissivi e reticenti, spesso in evidente contraddizione con i processi economici nazionali e internazionali e con il Paese reale.
Quest'anno deve essere riconosciuto innanzitutto al Governo di aver presentato al Parlamento nei tempi previsti un Documento che ha il merito della completezza, della chiarezza, un contributo alla trasparenza e al servizio di un'operazione "verità", di cui il Paese aveva bisogno. Ci troviamo altresì in presenza di un nuovo sistema di classificazione del bilancio, che rende il bilancio più trasparente e più comprensibile ai cittadini e al Parlamento.
Il Documento di programmazione economico-finanziaria non è pertanto lo strumento da utilizzare per la propaganda - voglio tranquillizzare il collega Vegas -, come spesso è stato, questo sì, nel passato, ma per fotografare il Paese reale e indicare linee di politica economica e sociale da tradurre in provvedimenti legislativi, a partire dalla legge finanziaria, coerenti con il programma elettorale e con gli interessi e i bisogni veri e concreti dei cittadini e del Paese.
1. Un DPEF per uno sviluppo sostenibile e l'equità sociale
Il Documento di programmazione economico-finanziaria al nostro esame parte quindi dalla constatazione che gli sforzi per il risanamento sono già stati in larga misura fatti. Il DPEF quindi opta per un percorso veramente rigoroso ma più graduale, che coniuga l'esigenza di utilizzare una gran parte delle risorse aggiuntive emerse nel 2007 a riduzione del disavanzo, al fine di evitare una nuova manovra correttiva nel 2008, con quella di fronteggiare emergenze produttive e istanze sociali di grande rilievo.
Quest'anno, come richiamato dallo stesso Ministro dell'economia, prevarranno dunque nella definizione dei provvedimenti da assumere le misure per la crescita e quelle per l'equità sociale.
La correzione del deficit tendenziale a legislazione vigente per il 2008 non ci sarà, come non si ravvisa la necessità (per la prima volta dopo tanti anni) di una manovra correttiva in corso d'anno per il 2007.
Queste priorità sono state rese praticabili da due fattori: un gettito tributario strutturale maggiore del previsto; una rimodulazione della dinamica di riduzione del rapporto deficit/PIL possibile grazie ai risultati conseguiti nel corso del 2007.
In Italia, dopo un quinquennio di crescita modesta, nel 2006 è iniziata una ripresa economica: è cresciuta l'occupazione; è cresciuta, dopo una preoccupante fase di stagnazione, la produttività del lavoro; segnali positivi provengono dall'andamento delle esportazioni; la produttività totale dei fattori non decresce più, anche se cresce poco in conseguenza della rigidità dei nostri mercati. Per far sì che questa ripresa congiunturale diventi duratura e sostenibile è necessario che il Governo continui il processo delle riforme con determinazione (molte delle quali sono all'esame del Parlamento: la «Bersani 2», la legge sui servizi pubblici locali, l'Authority, l'energia, il gas), coniugando crescita economica con equità sociale, risanamento finanziario e sostenibilità ambientale.
La sostenibilità ambientale ha assunto una rilevanza particolare, soprattutto in relazione all'obiettivo strategico su cui l'Italia è impegnata in campo energetico. Il Consiglio Europeo del 27 marzo 2007, infatti, facendo propri gli indirizzi proposti dalla Commissione nel "pacchetto energia", ha ridisegnato le politiche energetiche ed ambientali dell'Unione. L'obiettivo è di rispondere pienamente alle sfide della sostenibilità.
Le scelte strategiche e le politiche settoriali per la crescita fanno parte del cosiddetto "processo di Lisbona". Strategiche per la crescita del Paese saranno dunque le politiche per l'istruzione e l'educazione permanente, un quadro strategico e regolamentare per la ricerca che favorisca la ricerca di base, la crescita della ricerca privata e la maggiore interazione con quella pubblica, una maggiore apertura dei mercati e la riduzione degli oneri amministrativi per le imprese, la riduzione dei divari di infrastrutture ancora esistenti; l'adesione alla politica europea per l'energia e i cambiamenti climatici.
Nelle aree a minore dinamismo economico come il Mezzogiorno, uno degli ostacoli principali alla crescita è rappresentato dalla mancanza di due beni pubblici primari come la legalità e la sicurezza. La sicurezza è innanzitutto - lo voglio ribadire - un problema di alcune nostre aree meridionali dove su interi territori il controllo dello Stato è a rischio e dove le forze dell'ordine non combattono una criminalità minuta ma organizzazioni mafiose ben organizzate.
Anche l'evasione fiscale, il cui livello è piuttosto elevato in Italia, rappresenta un fattore distorsivo della concorrenza. Come è distorsiva l'attuale tassazione dei capital gain: si deve prevedere per essi un'aliquota pari al 20 per cento destinando le maggiori entrate provenienti da questo comparto ad una riduzione del carico fiscale dei redditi più bassi, restituendo il drenaggio fiscale a lavoratori e pensionati ed attuando i primi interventi a favore degli incapienti.
Siamo anche d'accordo sulla riduzione dell'ICI sulla prima casa di abitazione, purché riguardi in ugual misura una detrazione dal reddito degli inquilini di analogo importo per gli affitti, salvaguardando nello stesso tempo le entrate per i Comuni che altrimenti verrebbero penalizzati.
Non vi è crescita economica duratura senza una riduzione dei divari che caratterizzano ancora l'Italia e un miglioramento dei servizi dello Stato sociale. Le carenze maggiori penalizzano alcune fasce sociali: in particolare i giovani, le donne e gli anziani.
I giovani sono costretti a lavori precari che daranno diritto a pensioni al di sotto di ogni minimo socialmente accettabile e sono sostanzialmente privi di tutele contro la disoccupazione. La penalizzazione dei giovani, insieme al tasso di occupazione femminile, che in Italia si colloca agli ultimi posti in Europa, rappresentano due degli ostacoli fondamentali per una crescita stabile ed equa.
Gli anziani ricevono, per la maggior parte, pensioni spesso al di sotto dei livelli di povertà, e non sono adeguatamente sostenuti in caso di non autosufficienza. Il Fondo per la non autosufficienza, istituito con l'ultima Finanziaria, va, dunque, incrementato di molto e le misure attuative devono essere rapidamente emanate.
2. I risultati di un anno di Governo Prodi
Questa impostazione del DPEF è stata resa possibile grazie ai risultati conseguiti nel primo anno del Governo Prodi. Si è rifiutata la logica dei due tempi. L'azione di Governo non solo è riuscita nel risanamento dei conti pubblici, ma ha avviato provvedimenti per la crescita e la competitività del nostro sistema Paese e l'equità sociale.
Voglio ricordare l'avvio della politica delle liberalizzazioni a favore dei consumatori e degli utenti; i risultati della lotta all'evasione fiscale dopo anni di permissivismo, se non peggio; i provvedimenti sugli assegni familiari, sulle pensioni basse e per agevolare - in maniera ancora insufficiente certo - i giovani sul terreno previdenziale. Si è iniziato a stabilizzare i precari, ad iniziare da quelli delle pubbliche amministrazioni, decine di migliaia, in particolare nella scuola. Tra i risultati fin qui conseguiti nel settore privato: 94.000 lavoratori sono stati regolarizzati, uscendo dal lavoro sommerso nel settore dell'edilizia; 22.000 lavoratori dei call center sono passati da collaboratori a progetto a lavoratori con contratto di lavoro subordinato. Un impegno particolare è stato poi dedicato alla vigilanza sulle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Infine, voglio ricordare le misure previste nel decreto-legge n. 81 che finalizzano l'extragettito per 6,5 miliardi di euro nel 2007 a misure per la crescita e il sociale.
Ovviamente, si può e si deve fare meglio e di più, già a partire dalla prossima finanziaria, ma mi è sembrato giusto ricordare alcuni dei risultati conseguiti.
3. Il rispetto del Patto di stabilità
Molti critici sottolineano (lo ha fatto oggi il senatore Vegas) il fatto che le indicazioni del DPEF non rispetterebbero gli impegni del Patto di stabilità. Ciò non è assolutamente vero. Anzi, è vero il contrario.
Il DPEF 2008 rispetta appieno non solo i parametri dal Trattato di Maastricht, ma anche la raccomandazione dell'ECOFIN del luglio 2005, l'unico documento impegnativo per il Governo italiano.
Non solo gli obiettivi programmatici del DPEF rispettano appieno gli impegni definiti nella raccomandazione ECOFIN per gli anni 2007, 2008 e 2009, ma migliorano in misura notevole l'impegno di ridurre il deficit per il biennio 2010-2011.
Certo, nessuno può disconoscere il problema di uno stock del debito così rilevante per i nostri conti pubblici, tanto più in presenza di una tendenza dei tassi alla crescita con relativo aggravio del servizio del debito. Non è un caso che il DPEF indichi la spesa per interessi tendenzialmente stabile dal 2008 al 2011, malgrado la minore incidenza del debito. Ma non è solo il volume assoluto del debito, il dato sul quale soffermarci, dobbiamo anche considerare il suo rapporto con il PIL. L'obiettivo deve essere, infatti, quello di diluire il debito con la crescita. Ci vuole equilibrio tra questi due parametri: la diminuzione assoluta dello stock del debito e la crescita del PIL. Una visione unilaterale non può che essere dannosa per il Paese.
Voglio peraltro ricordare ai tanti "virtuosi" di oggi che le radici dell'elevato debito attuale risiedono nel periodo 1965-75, quando la dinamica delle entrate non ha seguito la rapida espansione della spesa, e nel decennio successivo, quando il divario fra spesa ed entrate si è ulteriormente ampliato, riflettendo la crescita degli oneri per interessi. Questo perché invece di adeguare la pressione fiscale ai valori europei si è voluto pervicacemente per anni finanziare le nuove spese con l'emissione di titoli che hanno operato uno dei più giganteschi trasferimenti di ricchezza alla rovescia, dal lavoro alle rendite. Politica economica che ha contribuito a bloccare la crescita della domanda interna, e più in generale; della nostra economia. È curioso che adesso si pretenda di risanare i conti pubblici colpendo i già "colpiti".
4. La scelta della qualità
Schematizzando, il nostro Paese ha davanti a sé due possibilità: la riproposizione del vecchio modello di sviluppo basato essenzialmente su produzioni di standard qualitativo medio-basso, trainato dalle esportazioni, di cui elemento centrale diventa l'abbattimento del costo e dei diritti del lavoro; oppure la scelta della qualità: dello sviluppo sostenibile, dell'innovazione, della ricerca, della riqualificazione del nostro terziario e del nostro sistema di welfare, visto anche come occasione per creare nuovi posti di lavoro, la scelta dello sviluppo della domanda interna pubblica e privata, della buona occupazione.
Noi scegliamo la qualità e la sostenibilità. Su questo, il DPEF e la risoluzione che sarà presentata sono abbastanza chiari.
Non esiste dunque una sola possibilità: lo sviluppo sostenibile per le persone e per l'ambiente è la strada da imboccare, partendo dalla valorizzazione del lavoro e, quindi, in primo luogo, dal rifiuto della logica che presiede alla scelta di rapporti di lavoro privati di dignità e diritti e per questo precari.
Vorrei parlare della qualità dell'occupazione, in particolare di quella dei giovani. Si è tanto parlato di dare "meno ai padri e più ai figli". In realtà, molti di coloro che sostengono questa tesi vogliono dare "meno ai padri e niente ai figli". Se effettivamente si volessero migliorare le pensioni future dei giovani, si dovrebbe agire oggi, da subito, eliminando la precarizzazione del lavoro a cui sono costretti quasi tutti i giovani. Ci sarebbero più contributi, più certezze per la loro vita, pensioni future più alte. Ma, al riguardo non si è fatto ancora quanto è necessario.
Noi critichiamo il Protocollo presentato dal Governo sulla competitività e il mercato del lavoro. Una critica di fondo che noi facciamo alla sua impostazione è che si ispira ad una logica secondo cui una maggiore "competitività" si ottiene con il perseguimento dell'abbattimento del costo del lavoro. Questa è l'idea del lavoro che noi consideriamo sbagliata. I provvedimenti sulla competitività, nel momento in cui, per esempio, defiscalizzano lo straordinario, e cioè fanno costare un'ora di straordinario esattamente come un'ora di lavoro normale, si preoccupano più delle aspettative di Confindustria, anche dal punto di vista culturale, piuttosto che di contrastare la precarietà e anche di proporre un'idea di lavoro di qualità.
È evidente che in questo modo non si aumenta l'occupazione dei ragazzi e delle ragazze.
Su questo condurremo una battaglia unitaria con il sindacato. Per noi, questa questione rappresenta un punto dirimente.
La precarizzazione dei rapporti di lavoro, infatti, non è casuale e non è un fenomeno solo italiano.
In Italia, circa 4 milioni di persone, giovani e anziani - sia nel settore privato che in quello pubblico - sono lavoratori precari, senza diritti e senza tutela.
L'85 per cento dei rapporti di lavoro in Italia è a tempo indeterminato: questo indubbiamente è vero. Basta però guardare le indagini dell'Unioncamere per constatare che nei flussi invece si registra una situazione diversa: nel 2006 più del 50 per cento delle assunzioni sono state fatte attraverso rapporti a termine. È questa la tendenza per il futuro.
I precari nella pubblica amministrazione sono oltre 500 mila, e di questi oltre la metà lavorano nella scuola.
Negli ultimi anni, il lavoro flessibile e spesso precario si è esteso «a macchia d'olio» assumendo le fuorvianti diciture di contratto a termine, di «co.co.co.» e di contratto a progetto. Tutto ciò ha spogliato i lavoratori e le lavoratici della dignità, impedendo loro di progettare il proprio futuro.
È proprio in questa pervasività della precarietà che possiamo rintracciare l'aspetto più di fondo che ha attraversato il mercato del lavoro di questi ultimi anni; causa ed effetto allo stesso tempo della crisi in cui l'attuale modello di sviluppo si dibatte.
Gli effetti non sono tardati a venire. Non a caso nei Paesi cosiddetti "avanzati", dai primi anni Ottanta ad oggi, la quota di reddito relativa al lavoro è scesa in media del 7 per cento, e la caduta è maggiore in Europa e nei settori dell'economia meno qualificati. In Italia, il calo è stato di circa il 10 per cento.
Nessuno nega la necessità della flessibilità nel mercato del lavoro, se per flessibilità si intende un rapporto di lavoro a tempo, che trova fondamento in esigenze verificabili e che sia comunque accompagnato da una rete di diritti. Quando mancano questi presupposti non stiamo parlando di flessibilità, ma di precarietà.
Il Libro verde dell'Unione europea segnala che, come media europea, ogni 100 lavoratori impiegati a termine nel 1997, nel 2003, 60 erano giunti ad un lavoro stabile. Quindi, come media europea, abbiamo 7 anni in cui il rapporto di lavoro è precario. La conclusione è che ciò vale per il 60 per cento dei lavoratori, mentre per il restante 40 per cento non sappiamo cosa accade. Anche l'Istat ci dice che è crescente la quota di lavoratori che dal contratto a termine, dopo alcuni anni, passa alla disoccupazione.
Le donne sono le più esposte alla precarietà del lavoro e le pensioni più basse, percepite in prevalenza da donne, sono l'esito di storie contributive e lavorative deboli.
La precarizzazione costituisce un elemento strutturale del moderno capitalismo, e come tale va affrontata.
Il programma dell'Unione è chiarissimo in merito, ma sarà bene citarlo: "Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi nn. 276 e 368 che moltiplicano le tipologie precarizzanti. Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruirsi una prospettiva di vita e di lavoro serena.
In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell'occupazione complessiva dell'impresa". Fine della citazione. E noi vogliamo fare esattamente quello che nel programma abbiamo concordato.
Per i contratti a termine deve essere previsto anche un limite massimo alla possibilità di reiterazione.
Vanno perseguite e rafforzate le azioni di contrasto al lavoro nero e sommerso.
La legge finanziaria per il 2007 ha iniziato un percorso di contrasto alla precarietà, toccando quasi tutti i temi in cui essa si traduce oggi in Italia. Naturalmente è un percorso iniziato e noi pensiamo che la legislatura debba rispondere a tutti gli aspetti, che non sono stati invece affrontati. Da questo punto di vista, crediamo che il tema degli ammortizzatori sociali sia uno degli aspetti inevasi dall'ultima Finanziaria.
Infine, per quanto riguarda il Mezzogiorno, il rapporto dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez), recentemente pubblicato, ci descrive una situazione preoccupante: il PIL nel Mezzogiorno cresce meno che nel resto del Paese, cioè lo 0,5 per cento in meno; l'occupazione nel Paese cresce dell'1 per cento, mentre nel Mezzogiorno solo dello 0,7; il PIL per abitante nel Mezzogiorno è quasi la metà di quello del resto del Paese; la quota in conto capitale della spesa pubblica per il Sud era del 40,6 per cento nel 2001 ed è solo del 36,3 per cento nel 2006; 270.000 sono i trasferimenti stabili, la nuova immigrazione tra il Sud e il Nord del Paese; gli irregolari al Sud crescono di 43.000 unità e in tutto sono 1,4 milioni.
5. Il Mezzogiorno
L'ultimo rapporto dello Svimez ci ricorda quindi che le prospettive per il reale avvio di un processo di accelerazione dello sviluppo nelle Regioni del Mezzogiorno sono legate al superamento di alcuni vincoli strutturali che hanno impedito all'economia del Sud di reagire positivamente ai colpi provenienti dal nuovo contesto competitivo internazionale. Il Mezzogiorno e il Centro-Nord sembrano dunque differenziarsi in questa fase non tanto nell'intensità della crescita, che rimane più bassa di quella degli altri Paesi dell'Unione europea, quanto in alcuni aspetti di "qualità" della crescita.
Si tratta di orientare la struttura produttiva verso processi di rinnovamento tecnologico dell'offerta e di sviluppo del capitale fisico e umano presente nell'area. La possibilità di un recupero di competitivita del Mezzogiorno, sia verso le regioni del Centro-Nord, sia verso gli altri Paesi europei, è strettamente connessa al sostegno a questi processi, in termini di risorse finanziarie ma anche di adeguate infrastrutture per lo sviluppo.
Ovviamente non possiamo sviluppare questa analisi in questa sede. Voglio fare solo alcune annotazioni che riteniamo importanti.
Secondo noi, è innanzitutto necessario declinare la problematica dello sviluppo meridionale in tutti gli ambiti delle politiche settoriali. A questo riguardo, proponiamo, in particolare:
1) di rimodulazione le spese previste nell'Allegato Infrastrutture per il quinquennio 2008-2012, in maniera tale da garantire già nel prossimo triennio (2008-2010) una massa reale di investimenti per le opere pubbliche nel Sud superiore al 30 per cento di tutti gli investimenti previsti per il Paese. Infatti, l'Allegato sulle infrastrutture rinvia al 2012 la maggior parte delle risorse finanziarie per le opere pubbliche previste per il Mezzogiorno. È necessario dunque correggere il tiro;
2) di trasformare gli incentivi previsti "dalla legge n. 488" per la realizzazione di un credito d'imposta automatico legato all'assunzione di lavoratori a tempo indeterminato, ovvero all'emersione del lavoro nero;
3) di predisporre un piano per il lavoro e contro la povertà nel Mezzogiorno, a partire dall'attuazione del reddito minimo di inserimento e della riforma degli ammortizzatori sociali, nella convinzione che solo la crescita occupazionale e le misure di inclusione sociale possono consolidare l'aumento della domanda interna e la crescita. Tali misure peraltro sono necessarie per rendere efficaci anche interventi già previsti per la sicurezza e contro la criminalità organizzata.
6. I conti pubblici
La revisione del bilancio, la cosiddetta spending review, ci consentirà di avviare un processo che se non potrà da subito consentirci di spendere meno, ci potrà sicuramente consentire di spendere meglio. E spendere meglio, a nostro avviso, è possibile.
Vorrei solo puntualizzare due aspetti.
Con la legge finanziaria 2007 si è avviata una nuova strategia verso gli enti locali assumendoli come importante articolazione dello Stato ai sensi del Titolo V della Costituzione. In particolare, si è passati, ai fini del Patto di stabilità interno, dai tetti di spesa ai saldi (inclusivi delle spese per gli investimenti), soluzione apprezzata dagli stessi enti locali, in quanto ne ha esaltato autonomia e responsabilità. È necessario però prevedere nella prossima Finanziaria, un'ulteriore e duratura modifica del Patto stesso che garantisca maggiore equità: in particolare, è necessario, trovare una soluzione che renda spendibile una parte significativa dei cosiddetti avanzi di amministrazione conseguiti dagli enti "virtuosi" e che favorisca gli investimenti, consentendo agli enti locali di non computarla ai fini del calcolo del saldo riferito al Patto di stabilità interno.
Infine, dobbiamo dare il buon esempio. Sui costi della politica si può e si deve fare di più rispetto a ciò che prevede il disegno di legge che stanno predisponendo i ministri Santagata e Lanzillotta, che prevederebbe a regime - così riferiscono gli organi di stampa - risparmi per 1,3 miliardi. Noi pensiamo che si possa arrivare in una prima fase almeno a due miliardi di euro di risparmi a regime. Chiarendo che dobbiamo tagliare i privilegi e gli sprechi, non i finanziamenti alla vita democratica.
E chiediamo che i risparmi previsti siano computati fin dal 2008 nella manovra di bilancio e destinati a spese di carattere sociale.
Sono queste alcune delle ragioni che ci consentono di apprezzare il documento del Governo, di condividere la relazione del relatore di maggioranza e quindi di dare il nostro positivo contributo ad una risoluzione unitaria di tutta la maggioranza che sostiene il Governo.
Sen. Battaglia