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Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 078 del 21/11/2006


MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, tutto sommato non mi dispiace nemmeno che si sia in pochi.

PRESIDENTE. Non la disturberà nessuno.

MORANDO (Ulivo). Una volta tanto si può provare a parlare senza urlare, che invece è una pratica diffusa.

Il decreto-legge fiscale in discussione, come è noto, serve per costruire una parte significativa delle risorse che poi vengono recate a copertura della legge finanziaria. C'è quindi, a causa di questo decreto-legge (qualcuno potrebbe dire grazie a questo decreto-legge), un aumento significativo di entrate rispetto a quelle che si determinano a legislazione vigente. È un aumento assai significativo.

Ora, ci si è chiesti nella discussione sul decreto-legge quale sia l'effetto sull'economia di un prelievo aggiuntivo che abbia questa consistenza e si è risposto, come è inesorabile rispondere secondo la scienza economica, che questo effetto è di per sé, in quanto prelievo aggiuntivo, un effetto depressivo. È chiaro che l'economia crescerebbe un po' di più di quanto non crescerà dopo l'emanazione di questo decreto-legge a causa del fatto che questo decreto-legge aumenta di qualche decimale la pressione fiscale nel nostro Paese.

Credo che negare l'evidenza non serva mai a nessuno ed è chiaro che qualsiasi intervento di questo tipo sull'economia ha un effetto depressivo. Faccio notare, peraltro, avendo discusso con opposizione di questo tema, che in termini di scienza economica ovviamente anche una riduzione della spesa almeno nell'immediato ha un effetto depressivo sull'andamento del prodotto interno lordo. Ora, se si vuole uscire dalle ovvietà per cui aumentare le entrate o ridurre le spese nell'immediato produce un effetto depressivo sull'economia - queste sono le ovvietà e negarle non serve - forse bisogna fare un passo avanti e per farlo bisogna, a mio avviso, porsi sostanzialmente tre domande.

La prima è: quale sarebbe l'effetto macroeconomico, in termini di andamento della ricchezza nazionale, della scelta di non intervenire per correggere gli andamenti tendenziali di finanza pubblica? Quindi, quale sarebbe l'effetto macro di un'iniziativa del Governo e della maggioranza volta a lasciar correre, secondo le tendenze in atto, il deficit annuo e il volume globale del debito?

Questa è la prima questione. Noi, infatti, poniamo in essere questa manovra, il decreto fiscale, che indubitabilmente ha un effetto depressivo, in quanto ci poniamo l'obiettivo di realizzare una correzione degli andamenti tendenziali di finanza pubblica. Quindi, se vogliamo uscire dall'ovvio, la prima domanda è: che effetto avremmo sull'economia reale nel medio periodo se non facessimo questo intervento e lasciassimo correre il deficit e il debito pubblico?

La seconda domanda è la seguente: se si decide che è meglio intervenire sugli andamenti tendenziali di finanza pubblica e quindi si reputa opportuno correggerli, nel senso di ridurre il deficit e di conseguenza il volume globale del debito, cioè se si risponde in questo modo alla prima domanda, ha un effetto meno depressivo ridurre la spesa o aumentare le entrate?

Terza domanda: ammesso che si decida di aumentare le entrate, cioè che questa sia la risposta alla seconda domanda, quale aumento di entrate ha un effetto meno depressivo? L'aumento delle entrate, infatti, può essere determinato in forza di molte scelte: si possono aumentare le entrate, per esempio, perché si conduce una lotta più efficace all'evasione e all'elusione oppure perché si innalzano le aliquote e si modificano le basi imponibili in senso accrescitivo. Quindi, la terza domanda è la seguente: se si decide di aumentare le entrate, quale intervento occorre realizzare perché questa scelta abbia un effetto meno depressivo sull'andamento dell'economia?

Rispondo molto schematicamente perché ho pochi minuti.

Alla prima domanda, se è meglio lasciar correre o intervenire, rispondo nettamente che è meglio intervenire. Infatti, se il deficit annuo non scende, il bilancio non rispetta quella che gli economisti chiamano la regola aurea, in base alla quale nel bilancio pubblico ci si può indebitare, ma quel deficit lo si deve fare per finanziare spese in conto capitale, vale a dire per aumentare il capitale fisso del Paese.

Se non interveniamo sugli andamenti tendenziali del deficit, si realizza una situazione nella quale - com'è accaduto negli ultimi sei anni ininterrottamente, e quindi includo anche un anno di Governo del centro-sinistra - il bilancio italiano non rispetta la regola aurea presentando, quindi, un livello di indebitamento superiore al livello della spesa in conto capitale. Mia nonna avrebbe detto «ci mangiamo il capitale quotidianamente»; con un'espressione un po' più aulica possiamo dire che in questo modo il Paese si mangia il futuro.

Quindi, è meglio intervenire perché nel medio-lungo periodo gli effetti di un mancato intervento sono più negativi dell'intervento immediato, che pure ha un effetto depressivo. Infatti, se si corregge il deficit, si aumentano le risorse disponibili per investimenti sulle infrastrutturazioni materiali e immateriali del Paese .

Data questa risposta alla prima domanda, veniamo alla seconda: una volta stabilito che occorre correggere, è preferibile farlo attraverso risparmi di spesa o attraverso aumenti di entrata? La risposta che gli economisti danno (faccio riferimento, per esempio, agli studi di Alesina in questo campo) è molto chiara: è meglio intervenire attraverso i risparmi, è più efficace, è meno depressivo.

Occorre tuttavia fare attenzione, perché i risparmi non sono tutti uguali, come gli aumenti di entrata. I risparmi possono venire da tagli indiscriminati, cioè da una «sparatoria nel mucchio» (grosso modo i tagli degli ultimi cinque anni hanno avuto questo tipo di caratteristica, tagli orizzontali su tutte le voci di spesa), risultando inefficaci, perché la spesa corrente aumenta, poco selettivi e con scarsa qualità, determinando un effetto depressivo se si realizzano molto pesante; se non si realizzano, non si raggiunge il risultato di ridurre il deficit e quindi il debito.

I risparmi meno depressivi sono quelli che derivano da riforme strutturali. Ma le riforme strutturali (e qui c'è il vero problema), per realizzarsi e quindi per dar luogo a risparmi, hanno bisogno di tempo. I tagli sono efficaci subito perché sparano nel mucchio e lì per lì si ottiene un risultato; il blocco del turnover è il classico taglio che, quando viene sbloccato, naturalmente riporta tutta la situazione al punto di partenza, se nel frattempo non si sono fatte le riforme. Le riforme strutturali, invece, hanno capacità di incidere realmente sul funzionamento della macchina pubblica: per esempio, realizzano risparmi di spesa, ma hanno bisogno di tempo per realizzare questi risparmi e più in generale per concretizzarsi.

Quindi, per l'immediato, traggo dalla risposta a questa seconda domanda la seguente conclusione: è vero che è meno depressivo realizzare l'aggiustamento per via dei risparmi che per via di aumento di entrata, ma siccome i risparmi bisogna farli necessariamente attraverso riforme strutturali, che hanno bisogno di tempo, forse nel 2007 è possibile chiedere alle entrate un maggiore contributo, che non si chieda alla riduzione di uscite, a patto naturalmente che si sappia che si deve trattare di una misura temporanea, cioè che l'aumento della pressione fiscale, derivante da questo decreto per il 2007, dove avere carattere temporaneo.

Termino rapidamente rispondendo alla terza domanda. Se scegliamo l'aumento delle entrate, bisogna decidere quale aumento di entrate operare. Ora, questo decreto dispone aumenti di entrate anche parecchio significativi per via del successo nella lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Signor Presidente, l'obiezione è nota, ma non avrà successo. Attenzione, però se non avrà successo, allora non si realizzerà l'aumento della pressione fiscale, perché non avremo aumento di gettito.

Quindi, delle due l'una, non si possono fare tutte e due le critiche assieme, bisogna sceglierne una: o è poco realistica la previsione di questo aumento, ma allora non ci sarà l'effetto depressivo perché non ci sarà maggio gettito; o è realistica, ci sarà maggiore gettito e ci sarà naturalmente effetto depressivo, ma sarà una misura che sarà in grado di recare all'aggiustamento il contributo necessario. Noi scegliamo questa seconda risposta, questo secondo corno del dilemma e quindi ci proponiamo in sede di esame della finanziaria, signor Presidente, di approfondire il problema in un dialogo serio con l'opposizione.

Se il Governo fa questo decreto, aggiusta per via di aumento di entrate, ma si impegna politicamente a considerare questo aumento di entrate ulteriore per il 2007 come temporaneo, la questione su cui bisogna discutere seriamente è: non è possibile fissare in norme, cioè nell'articolo 1 della legge finanziaria, un orientamento politico il quale dica che, man mano che avremo successo nella lotta all'evasione fiscale, quindi avremo un aumento di gettito derivante da tale successo, noi useremo quote crescenti di questo aumento di gettito per ridurre la pressione fiscale sui soggetti che sono leali nei confronti del fisco? Credo che questo orientamento sia possibile determinarlo anche tecnicamente in norma e si farebbe, attraverso questa strada, quello che molti commentatori ci chiedono e cioè fissare in norma un orientamento di cui parliamo in termini politici generali. Credo che su questo punto, se si discutesse con un poco di serenità, si potrebbe trovare una larghissima convergenza in questa sede. (Applausi dei senatori Tibaldi e Donati).