Seguito della discussione del disegno di legge:
(1132) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria (Approvato dalla Camera dei deputati) (Collegato alla manovra finanziaria) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 18,35)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 1132, già approvato dalla Camera dei deputati.
Ricordo che nella seduta antimeridiana ha avuto inizio la discussione generale.
SCHIFANI (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (FI). Signor Presidente, in coerenza con quanto già manifestato nella Conferenza dei Capigruppo in relazione alla nostra richiesta di poter arrivare ad una funzionalità dei lavori d'Aula che preveda un iter normale e non, quindi, un affollamento eccessivo degli interventi in discussione generale, proprio perché nostro fine precipuo è quello di fare in modo che domani l'Aula possa occuparsi dei nostri emendamenti (esaminandoli, discutendoli ed approvandoli), dichiariamo, come Gruppo di Forza Italia, di rinunziare all'illustrazione in discussione generale delle nostre posizioni da parte degli iscritti a parlare nelle giornate di oggi e domani.
Pertanto, da questo momento in poi prego la Presidenza di voler considerare cancellate le nostre iscrizioni per gli interventi in sede di discussione generale. (Applausi dal Gruppo FI).
MATTEOLI (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MATTEOLI (AN). Signor Presidente, questa mattina il collega Viespoli è intervenuto per mettere in evidenza una dichiarazione che un Ministro ha rilasciato ieri ad un quotidiano. Mi riferisco all'intervista al ministro Santagata, il quale ha dichiarato che gli sembra inevitabile che il Governo ponga la questione di fiducia sul disegno di legge finanziaria.
Nell'intervista si ha l'impressione che il Ministro (non so se questa è la volontà di tutti i componenti del Governo) faccia un ragionamento per cui la maggioranza dovrebbe fare la maggioranza - e ciò è legittimo - ma anche l'opposizione (c'è un passaggio dell'intervista che ricalca questo concetto). Siamo di fronte ad una tipica mentalità dei sistemi totalitari o, come si è detto in era più moderna, delle democrazie qualitative.
Ma non basta l'intervista del ministro Santagata. Oggi le agenzie hanno battuto una dichiarazione del ministro Padoa-Schioppa, il quale, in una fase in cui il provvedimento finanziario non è ancora entrato nelle Aule del Senato per la discussione, ha affermato che i tempi sono stretti e che quindi può darsi - bontà sua - che a un certo momento l'apposizione della questione di fiducia sarà inevitabile anche in questo ramo del Parlamento.
Noi non vogliamo sia posta la questione di fiducia, né sul disegno di legge di conversione al nostro esame, né sul disegno di legge finanziaria (ne discuteremo ad ogni modo al momento opportuno) e siamo inoltre in perfetta sintonia, almeno su questo argomento, con il presidente Marini il quale più volte, in dichiarazioni ufficiali, mentre presiede l'Aula, oppure in interviste rilasciate alla stampa o alle televisioni, ha chiesto al Governo di non porre la questione di fiducia al Senato.
Per tali ragioni, vogliamo dare una prova di buona volontà, di voler collaborare, cosicché nessuno ci possa accusare, non dico di ostruzionismo, ma comunque di una perdita di tempo.
Quindi, in sintonia con quanto dichiarato poc'anzi dal presidente del Gruppo di Forza Italia, anche il Gruppo di Alleanza Nazionale ritira tutte le iscrizioni a parlare, in modo da consentire di passare immediatamente all'esame degli emendamenti (con la possibilità di effettuare su di essi un confronto molto serrato con il Governo) e, poi, al voto finale nel decreto-legge.
PRESIDENTE. Senatore Matteoli, devo darle atto che la posizione del presidente Marini è stata espressa anche questa mattina nel corso della Conferenza dei Capigruppo.
D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, senza eccessive perdite di tempo - capisco che gli interventi sul Regolamento qualche volta siano considerati una perdita di tempo - comunico che anche il Gruppo UDC rinuncia a qualunque ulteriore partecipazione alla discussione generale. Chiediamo che si passi subito a votare gli emendamenti, in modo che si possa concludere l'esame del decreto‑legge fiscale senza ulteriori perdite di tempo. (Applausi dal Gruppo UDC).
Chiedo scusa in particolare al collega Eufemi, chiedendogli di rinunciare a parlare. Ne terremo conto nel prosieguo dei lavori su altri argomenti. Anche l'UDC rinuncia pertanto a tutti gli interventi in discussione generale e chiede di passare immediatamente all'esame degli emendamenti.
CUTRUFO (DC-PRI-IND-MPA). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CUTRUFO (DC-PRI-IND-MPA). Con lo spirito di voler evitare all'Aula perdite di tempo e avendo sentito che i colleghi che avrebbero voluto intervenire lo faranno, in ogni caso, in Aula nel prossimo futuro e in altra occasione sul medesimo argomento, annuncio anch'io il ritiro degli iscritti a parlare in discussione generale del mio Gruppo.
FRANCO Paolo (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Paolo (LNP). Rinuncio anch'io ad intervenire in discussione generale.
BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, intervengo sulla questione della quale si sta discutendo, anzitutto perché è bene che la Presidenza chiarisca un equivoco che mi pare sia insorto.
Questa mattina il presidente Marini ha dato comunicazione all'Assemblea delle decisioni della Conferenza dei Capigruppo, precisando che nella giornata odierna vi sarebbero stati gli interventi in discussione generale e domani mattina le repliche dei relatori e del Governo. Quindi, al più si può passare a votare domani e non questa sera.
In secondo luogo, Presidente, vorrei che fosse chiaro che nelle argomentazioni sollevate si registra qualche contraddizione, perché questa mattina, nella Conferenza dei Capigruppo, l'opposizione ha dimostrato un grande interesse per la discussione sul decreto fiscale, chiedendo di protrarre la seduta fino alle ore 21.
BERSELLI (AN). Ostruzionista!
BOCCIA Antonio (Ulivo). Adesso, invece, il dibattito non è più considerato interessante: gli iscritti a parlare in discussione generale rinunciano a farlo e il confronto cessa unilateralmente. Mi deve consentire di rilevare che tra le cose dette e le cose fatte qualche contraddizione c'è.
Inoltre, Presidente, per l'ennesima volta è stato introdotto surrettiziamente l'argomento del diritto del Governo di porre la questione di fiducia quando esso ritiene che ciò debba essere fatto. Si tratta di un diritto costituzionale.
Signor Presidente, criticare le decisioni del Governo è un diritto dell'opposizione; giustamente, essa esprime la sua opinione. Noi la rispettiamo, proprio perché, avendo noi per cinque anni fatto notare al Governo di centro-destra che usava lo strumento della fiducia a volte in maniera del tutto abusiva, oggi non potremmo certo criticare un'opposizione che rivolge a noi la stessa critica. (Applausi dal Gruppo AN). Quindi, Presidente, accogliamo queste critiche le quali, però, non limitano il diritto costituzionale del Governo a porre la fiducia in determinate circostanze.
L'opposizione sembrava volesse avere un comportamento costruttivo. Non so se il ritiro delle iscrizioni a parlare interrompe questa volontà, comunque, faremo una valutazione di questa decisione: se non dovessimo interpretare questa decisione come una volontà ostruzionistica, noi stessi della maggioranza potremmo chiedere al Governo di non porre la fiducia.
Adesso faremo una valutazione su questa novità e nulla esclude che, se dovessero permanere le volontà costruttive, si possa procedere regolarmente domani a votare gli emendamenti. Comprenderà però che, anche a proposito di questo argomento, vi è una novità che merita una riflessione. Noi intanto, anche se dialogheremo con i banchi vuoti, continueremo ad intervenire in discussione generale perché, comunque, intendiamo partecipare al dibattito che si è instaurato, continuando ad esprimere la nostra opinione.
PRESIDENTE. Senatore Boccia, ovviamente, le prerogative del Governo sulla possibilità di richiedere la fiducia non derivano certo dalla volontà dell'Assemblea. Credo che, essendo di fronte ad un provvedimento contingentato, sia diritto dei singoli senatori, dei singoli Gruppi decidere se utilizzare quel tempo in discussione generale, nel corso della presentazione o delle dichiarazioni di voto degli emendamenti.
Dalla lettura della previsione dei lavori, confermo che le repliche del Governo e del relatore sono fissate per domattina: da un breve calcolo fatto al momento, se si fossero mantenuti gli interventi così come presentati, se tutto si fosse svolto secondo le previsioni, le repliche si sarebbero svolte nel pomeriggio di domani. Direi quindi che non va così male la decisione di non intervenire e che, anzi, potrebbe essere considerata utile per entrare nel merito degli argomenti.
SCHIFANI (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (FI). Signor Presidente, ho difficoltà a rispondere all'intervento del collega Boccia. Ricordo che la parola ostruzionismo era legata ad un'altra espressione, quella del filibustering, quando cioè ci si iscriveva in tanti a parlare. Adesso mi stupisce che il collega Boccia intraveda un atteggiamento ostruzionistico in una opposizione che, invece, rinunzia a parlare. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LNP). Mi giunge difficile risponderle, collega, mi creda, con tutti gli sforzi che si possono fare: la sua osservazione è così scarsamente motivata che mi rende difficile trovare contromotivazioni.
La verità, collega Boccia, colleghi della maggioranza, è che noi, come ha detto il collega Matteoli in maniera più esplicita, non intendiamo concedere alibi ad un Governo estremamente fragile, che intende mettere la maggioranza contro di voi. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LNP). Noi non ci prestiamo a questo gioco e quindi preferiamo non parlare per poterci misurare sugli emendamenti; non intendiamo consentire al Governo ed alla maggioranza di intervenire con la fiducia sull'alibi del fatto che l'Assemblea è stata troppo impegnata da una discussione generale troppo lunga. (Applausi dal Gruppo FI). Ci sfiliamo da questo pericolo e rimandiamo a voi l'assunzione di una grande responsabilità, quella di porre la fiducia contro voi stessi! (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. Colleghi, ho altre due richieste di interventi. Darò subito la parola al collega D'Onofrio e al collega Matteoli.
Voglio ricordare che, comunque, residuano 11 iscritti a parlare. Invito, pertanto, a contenere gli interventi, onde esaurire entro questa sera la discussione generale e ripartire con le repliche all'apertura della seduta di domani.
D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, vorrei capire in quale condizione ci troviamo. Siamo in sede di discussione generale sul decreto-legge e i colleghi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, della DC, del Movimento per l'Autonomia e dell'UDC hanno rinunciato ad ulteriori interventi. I colleghi degli altri Gruppi parlano o non parlano? Se anche loro non parlano, si passi alle repliche del relatore e del Governo. Vorremmo capire cosa intendono fare. (Applausi dai Gruppi UDC e FI).
Da lucano di origine, mi meraviglio che un lucano come il senatore Boccia non capisca cosa si debba fare. Ritengo che egli sia così intelligente da capirlo.
PRESIDENTE. Mi sembra che il collega Boccia abbia detto che intendono intervenire, ovviamente con la prerogativa del singolo.
MATTEOLI (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MATTEOLI (AN). Signor Presidente, il collega D'Onofrio mi ha tolto le parole di bocca perché ha detto quanto volevo dire io. Voglio solo aggiungere questo. Collega Boccia, lei che è molto bravo nelle Aule parlamentari e fine conoscitore del Regolamento, nel suo intervento, nel sostenere una causa persa, la sostiene anche malamente. Ho l'impressione che lei, questa volta, si sia arrampicato sugli specchi.
Nel suo ragionamento è implicita un'osservazione di questo tipo: se parliamo troppo, ci accusate di fare ostruzionismo e ponete il voto di fiducia; se ritiriamo gli iscritti a parlare, ci accusate di farlo in maniera strumentale e richiedete ugualmente il voto di fiducia. Diteci voi come dobbiamo comportarci oppure abbiate il coraggio di dire che, qualsiasi sia il comportamento dell'opposizione, voi porrete il voto fiducia perché avete difficoltà all'interno della maggioranza. Al Paese serve una chiarezza di questo tipo. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC, LNP e DC-PRI-IND-MPA).
Presidenza del presidente MARINI (ore 18,50)
PRESIDENTE. Colleghi, se facciamo un piccolo sforzo, ritroveremo facilmente il bandolo e scusate la mia presunzione. Dopo le decisioni assunte dalla Conferenza dei Capigruppo questa mattina, con riferimento a quello di cui si sta parlando, nel presentare il calendario dei lavori, io ho sostenuto in Aula che le repliche dei relatori avranno luogo nella seduta antimeridiana di domani.
Non c'è nessuna obiezione se un Gruppo dichiara di voler ritirare i propri iscritti a parlare e di voler distribuire il tempo contingentato nella maniera che vuole. Non stiamo discutendo se esista il potere di ritirare dal dibattito quanti iscritti a parlare si voglia, questo mi pare fuori discussione. Allo stesso modo, non è in discussione il fatto che, per rispetto all'Aula, alla decisione della Conferenza dei Capigruppo e, ancor di più, al singolo senatore che, magari molto interessato ad ascoltare le repliche, a partecipare dall'inizio alle votazioni che seguiranno, oggi pomeriggio per una delicatissima questione familiare si è assentato nella convinzione che l'Aula domani riprenda la discussione, noi proseguiamo con il dibattito, con chi è ancora iscritto a parlare. Io credo che a costoro la parola bisogna darla; se poi finiamo prima, considerato che le repliche possiamo farle domattina, non le anticipiamo ma chiudiamo prima la seduta.
Tante volte, tra di noi, vi sono state interpretazioni difficili e ostiche. Su tale questione, onestamente, debbo dire che il problema non si pone. Vogliamo darle significati politici? Forse li avrà, perché allora vuol dire che il senatore Schifani pensa, avanzando la proposta per primo, di utilizzare in maniera diversa il tempo contingentato a disposizione del suo Gruppo. E' un suo diritto, ma le interpretazioni restano.
Quindi, io continuerei i lavori confermando quanto detto questa mattina e accettato dall'Aula, che non ha obiettato, continuando la discussione generale con i senatori che sono rimasti iscritti a parlare. Non credo si possa fare diversamente.
CASTELLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTELLI (LNP). Signor Presidente, vorrei precisare che cosa è accaduto stamattina: innanzi tutto, non si è detto che si sarebbe cominciato a votare domani.
PRESIDENTE. È stato comunicato all'Aula questa mattina perché avevamo preso quella decisione.
CASTELLI (LNP). Nella Conferenza dei Capigruppo si è detto che si cominciava la discussione. Io non so cos'è stato comunicato all'Aula, ma nella Capigruppo è stato detto questo, ci tengo a precisarlo.
PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo ha stabilito che avremmo concluso la discussione generale, altrimenti quale interesse c'era nel comunicare all'Aula una cosa del genere? Riprendiamo dunque la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Adduce. Ne ha facoltà.
ADDUCE (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, il dibattito che si è svolto nelle Commissioni permanenti e soprattutto nella 5a Commissione, la Commissione bilancio, a proposito della legge di conversione del decreto-legge n. 262, ha affrontato molti argomenti, molti problemi che riguardano la situazione economica e finanziaria del Paese.
Gli organi di stampa si sono occupati di tutte le questioni e tuttavia, sia nelle Commissioni sia a livello di dibattito pubblico, se c'è un elemento che è apparso in ombra e che non è stato sufficientemente messo in evidenza è proprio la situazione del Paese, la situazione della finanza pubblica, lo stato catastrofico della finanza pubblica, frutto delle amorevoli cure dei cinque anni che ci sono alle spalle, frutto delle amorevoli cure della finanza cosiddetta creativa dell'onorevole Tremonti.
I numeri che sono riportati, e che non abbiamo certamente offerto noi, ma che sono all'attenzione del mondo intero, sono numeri preoccupanti, come la crescita del debito pubblico, giunto ormai quasi al 108 per cento del prodotto interno lordo, e che solo quattro anni fa era il 105 per cento: 2 punti e mezzo in più sul prodotto interno lordo. Inoltre, è stato azzerato in questi anni l'avanzo primario: il 5,5 per cento del PIL nel 2000, lo 0,4 per cento nel 2005. L'indebitamento delle pubbliche amministrazioni è cresciuto in cinque anni di 3,3 punti. Il rapporto deficit-PIL è giunto al 4,1 per cento, oltre un punto in più rispetto a quanto era stato definito a livello europeo. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, è una fatica parlare: vi prego di abbassare il tono di questo mormorio.
ADDUCE (Ulivo). E persino oltre un punto e mezzo in più rispetto a quanto stabilito nella stessa finanziaria, l'ultima finanziaria del vecchio Governo. A questo si aggiungono gli effetti della nota sentenza sull'IVA detraibile sull'acquisto di autovetture aziendali.
Quanta riflessione, mi domando, colleghi - mi rivolgo ai pochi colleghi che prestano attenzione, soprattutto nella minoranza - quanta attenzione voi della minoranza avete dedicato a queste cifre? Quanta riflessione è stata dedicata al richiamo del Fondo monetario internazionale, che, di fatto, ha bocciato la politica economica del vecchio Governo?
Persino un osservatore attento come il senatore Mario Baldassarri, già vice ministro nella passata legislatura, nel primo rapporto sull'economia italiana della sua associazione, denominata «Economia reale», elude la drammatica situazione in cui cinque anni di politica economica del Governo Berlusconi hanno precipitato il Paese.
Allora, sulla base di queste poche, gravissime cifre, che cosa potevamo fare? Cosa potevano questa maggioranza e il Governo in carica fare? Dovevamo seguire il consiglio di taluni, che suggeriscono di non dare alcuna importanza all'indebitamento e di non considerare l'indebitamento un elemento fondamentale ai fini degli equilibri del Paese, soprattutto ai fini dell'iniziativa di una nuova politica economica?
Ma, in queste condizioni, ci siamo posti una domanda, che pongo ai colleghi del centro-destra. Vorrei che i colleghi discutessero, anche se interverranno soltanto in sede di presentazione degli emendamenti; se sarà possibile, anche domani. In questa condizione, chi nel Paese, in Italia, ci guadagna e chi ci rimette? Più precisamente, chi potrebbe guadagnarci e chi potrebbe rimetterci?
Io sono tra quelli che sostengono che i conti in ordine, un robusto avanzo primario, il rispetto dei parametri europei costituiscono la garanzia per i più deboli, per i quali, con i conti a posto, e solo con i conti a posto, si possono reperire risorse per non abbassare e per migliorare il livello dei servizi essenziali e per realizzare una politica di sviluppo, a cominciare dagli investimenti in infrastrutture, che Dio solo sa quanto siano necessari al nostro Paese e, soprattutto, alle aree più deboli del nostro Paese, cioè al Mezzogiorno.
Ma il risanamento e i conti in ordine sono un vantaggio per tutti i cittadini, anche per quelli che apparentemente non avrebbero bisogno dello Stato, perché dello Stato, invece, abbiamo bisogno tutti.
Allora, il problema di fronte al quale ci siamo trovati è proprio questo: come avviare il risanamento. Anche qui, abbiamo fatto una scelta e vi è una scelta in questo decreto, come in tutta la finanziaria che stiamo iniziando a discutere. Una scelta che ci mettesse in condizione di non far pagare il conto di questi anni vissuti pericolosamente ai soliti noti, alla parte meno fortunata del Paese, facendo in modo di distribuire il carico, il peso che comunque ci portiamo sulle spalle, in maniera equa ed equilibrata.
Si è cercato, in secondo luogo, di non far mancare le risorse necessarie al funzionamento dei servizi e, in terzo luogo, di reperire le risorse necessarie per avviare e per riavviare il circuito economico, il ciclo economico positivo del Paese.
Da qui, la decisione di rimodulare il carico fiscale, alleggerendo la pressione per la stragrande maggioranza dei contribuenti, in modo particolare per coloro che percepiscono redditi bassi e medi, e, poi, di organizzare una vera e ferma lotta all'evasione e all'elusione.
Cosa ha proposto, invece, la minoranza in questi giorni? L'unica proposta vera del centro-destra è stata quella di tagliare la spesa corrente del bilancio dello Stato, cioè di finire per far pesare ulteriormente, in maniera ancora più grave, sulle spalle dei soliti noti le difficoltà nelle quali il Paese è stato precipitato.
Sono stati presentati in Commissione emendamenti volti a tagliare le spese sulla cooperazione, le attività di carattere sociale e assistenziale, le attività di ricerca, ovviamente al di là della giaculatoria spesso recitata sulla necessità di investire sulla ricerca e sulle innovazioni tecnologiche. Si prevedono inoltre tagli alle attività culturali e dello spettacolo, al trasporto pubblico locale e ai trasferimenti alle imprese. Questa è stata la parola d'ordine del centro-destra nelle lunghe settimane di discussione del decreto-legge in esame.
Noi abbiamo scelto l'altra strada, che a nostro avviso protegge meglio il Paese e lo rende al contempo più competitivo. Pensiamo di offrire così il primo importante esempio del cambiamento di rotta in Italia. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rubinato. Ne ha facoltà.
*RUBINATO (Aut). Signor Presidente, non passa settimana senza che sui giornali rimbalzi la notizia di fatti che ci confermano come il nostro Paese sia afflitto da gravi e strutturali problemi economici: il difetto di crescita di produttività, dovuto in gran parte alla ormai non più sostenibile inefficienza di settori della pubblica amministrazione, il declino della competitività, lo squilibrio dei conti pubblici, le sperequazioni distributive che minano la coesione sociale ma anche - mi permetto di dire - la stessa unità territoriale del Paese.
Lo dico perché provengo da una Regione come il Veneto e in particolare da una Provincia come quella di Treviso che in quest'ultimo mese e mezzo sono state alla ribalta delle cronache politiche per la forte avversione manifestata, anche ripetutamente nelle piazze, alla manovra finanziaria da parte di ceti produttivi e non solo, i quali accusano il centro‑sinistra di non essere in grado di attuare un buon governo perché incapace di comprendere i problemi degli italiani e in particolare del Nord.
Ebbene, è compito nostro, ma soprattutto del Governo, saper comunicare che così non è e che, anzi, il Governo e la maggioranza di centro-sinistra vogliono affrontare seriamente i problemi che ho elencato proprio per dare una prospettiva di sviluppo duraturo al nostro Paese. La manovra ha infatti lo scopo principale di riportare il deficit e il debito di bilancio entro i limiti imposti sì dalle regole comunitarie, ma non semplicemente per osservanza di regole che ci derivano dalla Comunità Europea, ma - a maggior ragione e soprattutto - per rilanciare la competitività della nostra economia.
Non è stato possibile, del resto, impostare una politica economica che fosse prima di risanamento e poi di rilancio dello sviluppo per due semplici motivi: il primo è che l'economia italiana deve essere aiutata immediatamente a ripartire; il secondo è che la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è molto elevata e tra le più inique dell'Europa intera. L'indice di Gini (IdG) che misura la distribuzione della ricchezza è infatti pari allo 0,35 in Italia, contro lo 0,15-0,20 dei Paesi del Nord Europa e lo 0,25-0,30 di Francia e Germania.
Non si poteva quindi far partecipare al risanamento economico in modo omogeneo tutte le classi sociali, com'è successo negli anni Novanta. Chi si doveva dunque far carico maggiormente del peso della manovra? Secondo i dati ISTAT e della Banca d'Italia (non desunti dalle denunce dei redditi), il lavoro autonomo negli ultimi dieci anni ha incrementato il proprio reddito disponibile del 4 per cento annuo, contro un incremento annuo delle 0,1 per cento per gli impiegati, i dipendenti pubblici e gli operai specializzati (il 3 per cento in dieci anni per queste ultime categorie).
Con questi dati la risposta viene da sola. A sopportare in modo particolare, secondo i due istituti sopraccitati, l'onere della manovra è la parte settentrionale del Paese e, più precisamente, il Lombardo-Veneto. La questione, però, non può essere posta sul piano prettamente rivendicativo. Bisogna invece saper guardare in prospettiva ed è necessario soprattutto che il Governo e la maggioranza indichino con chiarezza e determinazione la prospettiva in cui si inquadra la manovra di oggi.
Si tratta di intervenire per invertire la rotta del declino del Paese. Per raggiungere questo obiettivo possiamo accettare che la manovra, per dare risultati nel breve, brevissimo periodo di un anno, agisca prevalentemente sul lato delle entrate, con la conseguenza di un aumento della pressione fiscale che peraltro - come rilevato dall'ISAE in sede di audizioni - aumenterà nel 2007, per effetto della manovra del Governo attuale, meno di quanto stia aumentando nel 2006 a legislazione fiscale di Tremonti invariata.
Con la consapevolezza dell'importanza di questa mission, (l'arresto del declino del Paese e la ripresa di una crescita stabile e duratura), la maggioranza ha rinunciato a proporre emendamenti al decreto in discussione, che è volto a individuare le risorse per la copertura della manovra finanziaria, dando segno in questo modo di grande responsabilità e compattezza, senza rinunciare peraltro ad avanzare proposte migliorative, con gli ordini del giorno accolti anche dal Governo in Commissione.
Tra questi ordini del giorno voglio segnalare, in sede di discussione generale, quelli che considero fondamentali per dare senso e prospettiva alla manovra che si impone al Paese, che si impone soprattutto ai cittadini e agli imprenditori onesti, quelli che le tasse già le pagano e tuttavia non vedono ancora i risultati del loro impegno e della loro lealtà fiscale.
Sono ordini del giorno che impegnano, in sostanza, gli organi dello Stato a realizzare finalmente i presupposti di un nuovo patto tra fisco e contribuente. Si tratta, in particolare, di un ordine del giorno che impegna il Governo ad operare per destinare le eventuali maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale alla riduzione della pressione fiscale raggiunta nel 2007 e a presentare a tal fine, concretamente, entro giugno di ogni anno, a partire dal 30 giugno 2008, in sede di redazione del Documento di programmazione economico‑finanziaria, una sezione dedicata al rendiconto sugli effetti dell'azione di contrasto all'evasione fiscale, che contenga il dato sintetico di maggior gettito conseguito nell'anno precedente quello in corso, perché questo possa essere messo a base di coerenti e sostenibili decisioni in sede di sessione di bilancio.
Altro ordine del giorno fondamentale è quello volto a richiamare la necessità di dare piena attuazione e rispetto ai contenuti dello Statuto del contribuente; a prevedere la possibilità che gli effetti delle nuove disposizioni contenute nei decreti-legge, qualora riguardino appesantimenti di obblighi burocratici a carico dei contribuenti, decorrano almeno dal giorno successivo a quello della pubblicazione del provvedimento inGazzetta Ufficiale; a far in modo che non siano più previste, in provvedimenti legislativi futuri, norme fiscali retroattive, in violazione dei principi sanciti nello Statuto del contribuente; a costituire la consulta degli intermediari fiscali per realizzare forme di collaborazione per un'applicazione coerente della normativa fiscale con lo Statuto del contribuente; a salvaguardare, infine, i principi dello Statuto, nel senso che i rapporti tra contribuenti e amministrazione finanziaria siano sempre improntati alla collaborazione e alla buona fede e che i provvedimenti di attivazione dell'autotutela emanati dal Garante siano da intendersi come finali.
Ebbene, la lotta all'evasione fiscale è sacrosanta e doverosa, non solo perché l'evasione viola il principio di legalità ed è fonte d'ingiustizia sociale, ma anche perché è la condizione per eliminare uno dei fattori di distorsione del sistema e del mercato, che mortifica la competizione leale tra le imprese. Tale lotta, quindi, contribuirà anche alla competitività del nostro sistema. Ma dall'emergenza e dalle misure straordinarie che ci sono imposte dalla straordinarietà della situazione economica ‑ in senso negativo ‑ dello Stato e della finanza pubblica, bisogna cominciare a passare ad una situazione fisiologica, in cui trovi il giusto riconoscimento, in uno Stato di diritto, il diritto del contribuente ad un fisco semplice, alla privacy e alla difesa nei confronti delle richieste del fisco.
Nella rifondazione di un nuovo rapporto tra Stato e contribuente dovrebbe inoltre trovare spazio finalmente anche un po' di meritocrazia. Nessuno mette in discussione le esigenze di solidarietà nazionale, ma è anche vero che chi si fa maggiormente carico di produrre ha anche il diritto di vedere realizzate le opere infrastrutturali e ad avere un livello di servizi adeguato ai propri standard.
Occorre approntare una fiscalità stabile e duratura, finalmente, per le imprese, che premi le imprese migliori, innovative e coraggiose e soprattutto quelle leali con il fisco. Si potrebbe pensare di istituire una sorta di processo di certificazione della lealtà fiscale da parte delle imprese che vi si vogliano assoggettare, affinché, poi, queste stesse imprese siano considerate meritevoli e abbiano degli strumenti di vantaggio nella competizione nel mercato, ma anche e soprattutto nel rapporto con la pubblica amministrazione
Concludo. Se è accettabile nel breve periodo una manovra fondata in parte considerevole sull'aumento dell'entrate, dobbiamo, però, affermare con forza che, se non si inizia quanto prima a tagliare gli sprechi e i costi improduttivi dell'apparato statale e pubblico con riforme strutturali, si finirà con l'asfissiare la realtà produttiva del Paese.
Mentre, se vogliamo che il Paese torni a crescere, oltre a risanare i conti dobbiamo anche sostenere chi produce ricchezza, perché la ricchezza, prima di distribuirla, bisogna crearla.
Come ebbe a dire il presidente Prodi al momento del suo insediamento in quest'Aula, è compito del Governo mettere in grado il nord del Paese, ovvero la parte più produttiva e moderna, di vincere la sfida della competizione globale, per svolgere un ruolo trainante per la crescita dell'intero Paese, compreso il sud, che può essere una risorsa straordinaria solo a condizione che, nelle politiche per il Mezzogiorno, sia coniugata la solidarietà con la responsabilità.
La vera questione si porrà dunque subito dopo l'approvazione della manovra, quando si dovrà procedere, come promesso, alla liberalizzazione di importanti settori dell'economia, che ora, in regime di monopolio, o di oligopolio, pesano sulla capacità di competizione nel mercato delle nostre imprese. E il passo successivo che il Governo e il Parlamento dovranno compiere sarà l'attuazione nel nostro ordinamento di un vero federalismo fiscale, che sta particolarmente a cuore al Gruppo per le autonomie.
I cittadini non odieranno più il fisco, se potranno decidere e controllare dove e come andranno spesi i soldi che saranno loro prelevati. Si otterrà in questo modo, ne siamo certi, una maggiore coesione sociale e territoriale, condizione necessaria per sostenere da qui in avanti uno sviluppo economico duraturo per l'intero Paese. (Applausi dal Gruppo Aut.)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rossi Paolo. Ne ha facoltà.
ROSSI Paolo (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è sempre un'operazione utile uscire dall'agone ristretto della discussione politica e tentare uno sguardo d'insieme; ce lo ricordano, fra gli altri, i giornali stranieri che, com'è noto ampiamente, non risparmiano critiche al nostro Paese e numerosi osservatori politici, nonché, da ultimo, l'annuario ISTAT 2006.
In sintesi, si può affermare che non emerga - da tale sguardo - un quadro confortante: abbiamo l'indice di invecchiamento più alto d'Europa e una metà della popolazione insoddisfatto della propria condizione economica.
L'italia è un Paese che invecchia, che si sente povero e sempre più inadeguato, che vive alla giornata e che fatica a offrire risposte alle domande che si levano da una società che si è andata globalizzando da un verso, mentre, al contempo, ci appare sempre più complessa e frastagliata. È un Paese che legge troppo poco e che guarda troppa televisione, che abbonda nella burocrazia e latita nelle infrastrutture, che non riesce ad essere competitivo nei trasporti - la bancarotta di Trenitalia e della compagnia di bandiera sono due gravi moniti - che non investe sufficientemente nella ricerca e che ha gli insegnanti meno pagati d'Europa. E via di questo passo.
Non è importante in questa sede, credo, esibire grafici o statistiche, ma chiederci semplicemente se una simile immagine corrisponda o meno alla realtà, e in che modo sia possibile oggi contribuire a un cambiamento.
Io credo innanzitutto che, da un punto di vista politico, sia necessario uscire al più presto da una contrapposizione e da quell'ottica del «muro contro muro», pregiudiziale e sterile che ha caratterizzato, e continua a caratterizzare, il confronto fra gli opposti schieramenti. Noi, naturalmente, non ci rispecchiamo nell'Italia che abbiamo visto delinearsi nei cinque anni del passato Esecutivo.
Tuttavia, vi è un segnale forte che è emerso negli ultimi mesi, ed è la necessità di allargare il perimetro del confronto, ragionare su categorie più duttili, accantonare i particolarismi strumentali e saper guardare al bene comune. E in tal senso l'atteggiamento assunto dalla maggioranza sulla finanziaria rappresenta un segnale, io credo, di disponibilità da non sottovalutare.
La predilezione del precedente Governo per un'azione della manovra finanziaria sostanzialmente statica, riproposta identica a sé stessa, nelle varianti di condoni e aggiustamenti correttivi, con gli effetti che ne sono derivati, ha allargato la forbice dell'ineguaglianza e della disparità, creando l'immagine di un Paese diviso. Un Presidente del Consiglio che - di la dai reiterati motti di spirito - invita a non pagare le tasse considerate ingiuste, concetto ribadito nei brillanti sofismi di Renato Brunetta in una recente intervista, apparsa su «La Stampa» qualche settimana fa, offre un messaggio pericoloso e sbagliato.
Vige da tempo in questo Paese la convinzione errata che fare i furbi sia strategia migliore del seguire le regole. Ma è un'ottica miope, che alla lunga non paga, laddove invece è provato il contrario, e che pertanto la logica di appartenenza alle lobbies irrimediabilmente allontani dalla possibilità di creare e alimentare un sistema competitivo.
Il problema, semmai, è come operare sulle ragioni profonde che sottostanno alla stipula di un nuovo possibile contratto sociale. E questo deve essere il senso delle riforme. I vecchi modelli non tengono più e, come è ormai assodato, un welfare tradizionale non è più sostenibile. D'altro canto, ed è questo un dato imprescindibile, siamo ai massimi storici dell'evasione e dell'elusione fiscale, calcolate in una cifra che supera i 320 miliardi di euro.
L'aver ignorato nei fatti, da parte del centro-destra, una questione centrale come quella dell'evasione fiscale ha prodotto vistosi squilibri ed ha allontanato il Paese dalla possibilità di muovere verso le ragioni dell'equità sociale. Le soluzioni adottate hanno procrastinato di fatto scelte compiute «a tavolino»: emanando, cioè, una serie di provvedimenti compattati insieme, mai realmente sviluppati ed elaborati, ma solo riproposti in forma diversa.
Ciò considerato, non desta stupore il fatto che l'Italia di questi giorni ci appaia come un Paese debole, in cui si sono inasprite le differenze e, di conseguenza, le reazioni sorte all'interno di particolari corporazioni. L'attuale Governo si è preso l'onere di ridisegnare alcuni equilibri, per uscire da uno stato di impasse e di grave deficit. Far passare l'esigenza di risanamento dei conti pubblici, da parte dell'opposizione, alla stregua di un bagno di sangue indiscriminato e volto a colpire nel mucchio, è un'operazione demagogica oltre che falsa.
Io credo, viceversa, che lo Statuto del contribuente possa costituire un primo passo e un riferimento importante mentre, al contempo, la discussione sorta intorno al decreto-legge fiscale suggerisca le linee di sviluppo da intraprendere: prima fra tutte una semplificazione a livello normativo e fiscale che miri, in una logica non repressiva, alla costituzione di un sistema virtuoso (penso, solo come riferimento possibile, agli Stati Uniti), in cui cioè tutti i cittadini, in un dispositivo di equa ripartizione, non si trovino costretti, ma abbiano un interesse e un proprio tornaconto a pagare le imposte.
Non sarà, naturalmente, l'azione di questa manovra a risolvere tutti i problemi: tuttavia, come è stato sottolineato da voci autorevoli, fra cui il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, il disegno di legge finanziaria per il 2007 mira ad assicurare stabilità per gli anni a venire.
La politica finanziaria non si fa con operazioni cosmetiche o ristrutturazioni di facciata. Competitività e logiche concorrenziali, che sono alla base dello sviluppo, potranno crescere solo se si sarà in grado di agire contemporaneamente in due direzioni: da un lato operando una modifica e un ammodernamento degli ammortizzatori sociali - favorendo così la mobilità del lavoro e influendo, nella sacca sempre più ampia del cambiamento in atto, sul fenomeno della precarizzazione - dall'altro battendosi per uscire dalle logiche stantie, in un Paese in cui l'unica forma di meritocrazia è stato l'ope legis (la stessa minestra uguale per tutti!), riconoscendo e valorizzando, nel sistema di reclutamento e della formazione, professionalità, intelligenza e meriti.
I provvedimenti messi in atto dal disegno fiscale sono stati giudicati interventi «da Grande Fratello»: non me ne vorranno i colleghi della controparte se, rispetto a una telecamera che tutto filma dove nulla accade, e che tanto ricorda il gattopardismo finanziario del passato Governo, preferisco sottolineare l'importanza di un decreto che, nel Paese diviso che abbiamo ereditato, cerca, se non altro, di promuovere maggiore equità sociale. (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turano. Ne ha facoltà.
TURANO (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono sei mesi che in Aula ascolto ed osservo quanto accade cercando di capire il funzionamento del Parlamento italiano e ho notato un'eccessiva divisione tra maggioranza ed opposizione, che talvolta mi fa paura e spesso mi delude.
I dibattiti non sono sui temi che concernono i cittadini, ma su atteggiamenti che ci accecano e ci impediscono di dialogare come se non fossimo interessati alla soluzione dei problemi reali. Le elezioni sono terminate. Chi ha vinto ha bisogno e diritto di governare e chi ha perso si deve rassegnare, raggrupparsi per le prossime elezioni in cinque anni.
Tutti gli eletti hanno il dovere di collaborare e gli elettori la responsabilità di lavorare insieme per il bene del Paese e per dare al nuovo Governo l'opportunità di presentare programmi di ausilio al sistema produttivo volti a far crescere la nostra economia e rendere migliori servizi, oltre che garantire alle imprese l'opportunità di crescere e competere e, insieme, al consumatore di avere un mercato stabile e un'inflazione sotto controllo.
In passato, si è creato un sistema che rende facile e conveniente non osservare le leggi e le regole necessarie ad un Paese per vivere tranquilli e avere rispetto degli altri. Si è creato un sistema di condoni che senz'altro facilita le evasioni, dalle multe automobilistiche alle disposizioni dei piani regolatori per l'edilizia fino alla vera e propria evasione fiscale. Chi paga le tasse diventa vittima, chi non le paga se ne vanta e il sistema lo premia con il condono. Abbiamo creato un sistema dove il condono è cosa normale.
Nessuno vuole pagare le tasse e nessun politico vuole annunciare ai cittadini nuove tasse, ma se i cittadini chiedono servizi lo Stato deve avere le necessarie risorse economiche per poterli fornire. Se più persone pagano le tasse, sarà possibile per tutti pagarne di meno. Naturalmente dipende da quello che ottieni in cambio se le paghi e cosa rischi se non le paghi.
Certamente occorre implementare un sistema di controllo, di ispettorato che penalizzi l'evasore non solo obbligandolo a pagare le tasse ma aggiungendo una multa più il pagamento di un interesse se non paga nel tempo stabilito dalla legge; quindi un sistema che penalizza l'evasore invece di premiarlo. Provengo dagli Stati Uniti dove se il cittadino non paga le tasse dovute rischia severe conseguenze, non escluso il rischio reale e immediato della galera.
La legge finanziaria con il cuneo fiscale riduce strutturalmente l'onere del datore di lavoro, aiuta gli apprendisti con il contributo ad elevata aliquota per la loro formazione da parte delle imprese, soprattutto artigianali, svolgendo un'essenziale funzione di sostegno per una migliore formazione dei giovani.
Inoltre, sono previste misure per lo sviluppo economico e infrastrutturale del Paese, tra cui si segnalano gli interventi per l'accelerazione delle agevolazioni alle imprese; agevolazioni per l'incremento dell'efficienza energetica e della difesa ambientale e l'attribuzione di risorse per lo sviluppo infrastrutturale delle Regioni.
Questa finanziaria ha cercato di guardare al futuro, di accontentare tutti gli interessi. Adesso è tempo di mettere da parte le polemiche e cercare di collaborare per il bene del Paese, ricordando sempre la nostra responsabilità verso i cittadini che rappresentiamo. (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rossa. Ne ha facoltà.
ROSSA (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, il decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria costituisce il primo atto della complessa manovra di riequilibrio dei conti pubblici e di sviluppo dell'economia che trova la sua più alta espressione nella legge finanziaria per il 2007.
Una manovra che sconta un'eredità pesante, l'eredità Tremonti, che ci ha lasciato conti fuori linea rispetto ai parametri europei che hanno rappresentato una pesante zavorra per il Paese con un avanzo primario vicino allo zero; cosa particolarmente grave nel momento in cui si assiste ad una ripresa del costo del denaro, considerando inoltre che abbiamo un debito pubblico che nel quinquennio 2001-2006 ha ripreso a salire invertendo la tendenza alla diminuzione che si era affermata con i Governi del centro-sinistra.
Sappiamo che il nostro Paese deve tornare a crescere: se non si cresce occorre indebitarsi e, quindi, i conti peggiorano. Se non si produce ricchezza, non si distribuisce alcunché. Ma per crescere, occorre innanzitutto mettere a posto i conti pubblici; qualificare la spesa pubblica attraverso i tagli necessari per renderla più efficiente e produttiva, e indirizzarla verso condizioni di sviluppo e di equità, recuperando grandi e drammatiche differenze.
Bisogna quindi frenare e ristrutturare la spesa: solo così, dopo, ci sarà spazio per far risalire e ripartire la crescita. Occorre inoltre spostare la spesa improduttiva, che alimenta solo se stessa, verso impieghi produttivi, verso programmi sociali e settori sensibili quali l'ambiente, la cultura e le infrastrutture.
Il Governo ha saputo individuare la qualità dell'aggiustamento, concentrandosi sulla composizione tra maggiori entrate e minori spese. Sono stati avviati meccanismi virtuosi, che porteranno risparmi ed entrate crescenti nei prossimi anni.
Il Paese ha bisogno di inversioni di rotta vere e proprie, che noi realizzeremo con la manovra di bilancio. Il rapporto tra deficit e PIL nel 2007 raggiungerà il 2,8. Il rapporto tra debito e PIL tornerà a diminuire nel 2007. L'avanzo primario salirà al 2 per cento. Questi sono alcuni degli obiettivi che ci proponiamo di perseguire e raggiungere attraverso la manovra finanziaria per il 2007, di cui il decreto-legge costituisce una parte di importanza fondamentale.
Il decreto-legge riguarda disposizioni in materia di accertamento, riscossione, contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, in materia di base imponibile, agricoltura e catasto, in materia di trasferimenti di beni e di diritti; misure a favore dello sviluppo, dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale; disposizioni in materia di infrastrutture, di beni culturali e tutela dell'ambiente, in materia di lavoro, in materia di editoria e comunicazioni, in materia di università, oltre che misure destinate alla razionalizzazione e alla funzionalità del settore pubblico.
Il decreto fiscale non è stato blindato. La maggioranza parlamentare ha cambiato il testo in punti assai importanti. Nel nuovo testo è stata reintrodotta la tassa sulle successioni e sulle donazioni, ma solo per i grandi patrimoni, quelli superiori a un milione di euro a persona, così com'era scritto nel nostro programma. Abbiamo introdotto un fondo per la sicurezza per il trasporto pubblico e difeso il diritto alla diffusione del pluralismo attraverso i nuovi media e nell'editoria. Ciò si aggiunge alle norme che indirizzano l'azione di recupero sull'evasione e l'elusione fiscale.
Si tratta della stessa evasione fiscale che caratterizza il nostro Paese rendendo difficile il conseguimento del pareggio di bilancio pubblico, con forte incidenza anche sulla crescita del debito pubblico.
Nel nostro Paese in media ogni anno si evade per circa il 15 per cento del PIL. Solo per citare alcune cifre, secondo l'ISTAT, il valore aggiunto sommerso prodotto dai fenomeni evasivi in senso stretto rappresenterebbe il 7,1 per cento del PIL, cui si aggiungerebbe l'8,2 per cento derivante dal lavoro irregolare. Si tratta di cifre che risultano sottostimate rispetto ai dati diffusi a maggio del 2004 dall'Agenzia delle entrate, che indicavano complessivamente in 200 miliardi di euro il giro di affari sottratto al fisco, vale a dire 46 euro occultati ogni 100 dichiarati.
L'evasione fiscale sarebbe concentrata nei settori dei servizi alle imprese e alle famiglie e nel commercio; sussistono poi una serie di fattori legati sia all'evoluzione del sistema economico, come ad esempio la crescita di peso di settori dove il sommerso e l'evasione sono più elevati (servizi ed edilizia), sia ad altri fenomeni posti in rilievo dalle indagini svolte dalla Guardia di finanza come, ad esempio, l'aumento dell'uso del contante soprattutto da parte di lavoratori autonomi e la diminuzione del rilascio di ricevute e scontrini. Tutto ciò concorre a far ritenere che le evasioni fiscali siano non solo molto elevate ma anche aumentate negli ultimi anni.
L'ultimo rapporto della Guardia di finanza del marzo del 2006 confermerebbe la gravità del fenomeno. Le ultime stime evidenziano che l'ammontare di imposte evase ed erose è sicuramente maggiore del disavanzo totale del settore statale.
Un'indicazione dell'importanza del livello di evasione in Italia può venire dal confronto operato dallo studio prima citato con i livelli di evasione registrati negli altri Paesi occidentali. Se dal 1970 in poi gli italiani avessero evaso le imposte tanto quanto i cittadini americani, il debito pubblico in Italia negli anni Novanta sarebbe stato di poco superiore all'80 per cento del PIL (invece che quasi del 120 per cento). Se avessero evaso quanto gli inglesi, il debito pubblico sarebbe stato, nello stesso periodo, appena superiore al 60 per cento del PIL, cioè circa come il limite previsto dal Trattato di Maastricht.
Il problema dell'evasione fiscale è la priorità che si è data questo Governo quale impegno scritto nel programma dell'Unione e sottoscritto dai cittadini con il voto di aprile. La profonda riforma del Paese, nella quale è impegnato il Governo dell'Unione, implica una riscrittura del patto di cittadinanza, che nelle democrazie è centrato sul patto fiscale tra Stato e cittadini.
L'evasione fiscale va combattuta sul terreno dei diritti di cittadinanza, dello Stato di diritto, prima ancora che su quello del risanamento della finanza pubblica, ricostruendo alla base il senso dello Stato dei cittadini contribuenti. L'evasione fiscale e contributiva, alimentata dalla politica dei condoni, ha assunto contorni preoccupanti.
L'impegno del centro-sinistra è far sì che, nella misura e secondo i ritmi compatibili con l'aggiustamento della finanza pubblica, i risultati della lotta all'evasione possano restituire ai cittadini ed alle imprese il frutto del loro sacrificio. Non sarà varato alcun condono, mentre saranno potenziate le attività di accertamento e di controllo, nella consapevolezza che l'obiettivo è quello di raggiungere effetti permanenti: gli adempimenti spontanei dei contribuenti.
Siamo tutti consapevoli che per abbattere l'evasione e contrastare l'elusione fiscale non è sufficiente soltanto affidarsi alla via fiscale: occorre abbassare le aliquote e varare riforme strutturali che consentano alle imprese di competere nella legalità. Per fare questo, occorre, innanzitutto, recuperare il senso della legalità e di un Governo che non incoraggi l'evasione. Pagare tutti per pagare meno non è soltanto uno slogan, ma è l'obiettivo reale che l'Unione si è data e che raggiungerà nel corso di questa legislatura.
La manovra, complessa ma responsabile, viene affrontata anche attraverso il decreto oggi in esame e costituisce l'inizio di un cammino duro, ma che andrà portato a termine. Stiamo facendo in modo, pur nella grande difficoltà di varare la nostra politica a causa di quello che il precedente Governo ci ha lasciato, che il Paese si riprenda ed aumenti la sua competitività e la sua produttività, che garantisca i più deboli e dia la possibilità ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro.
La flessibilità non deve essere precarietà. Nei Paesi occidentali sviluppati la flessibilità, in buona sostanza, significa fare in modo che il giovane acquisti esperienza nel corso della sua vita lavorativa e abbia la possibilità di migliorare. Ma la flessibilità che intende questa destra, negli scorsi anni, ha significato semplicemente far assumere giovani inquadrandoli al terzo livello all'interno delle fabbriche.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 19,38)
(Segue ROSSA). Anche su questo aspetto vogliamo intervenire e lo abbiamo fatto creando incentivi per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Abbiamo dato risposte alle imprese, alle donne del Mezzogiorno ed alle grandi opere infrastrutturali. (Richiami del Presidente). Signor Presidente, sto terminando.
Proseguire sulla strada dell'equità e dello sviluppo, che è cosa ben diversa da un'astratta crescita, è l'obiettivo da comunicare al Paese. Ci permetterà di dare un'anima alla nostra azione e di sostenere la speranza di futuro per le nuove generazioni. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com e Aut. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donati. Ne ha facoltà.
DONATI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghi e colleghe, vorrei valutare, nell'ambito di questo provvedimento, in particolare il tema, rilevantissimo, trattato dai commi da 82 a 90, che agiscono sul sistema di regole delle concessioni autostradali.
Queste norme, proposte dal ministro Di Pietro, sono utili e opportune per una fondamentale ragione: a partire dagli anni Novanta è decollato nel nostro Paese un processo di privatizzazione del settore decisamente elevato. Ad oggi, due terzi della rete, tra cui, appunto, Autostrade (la principale concessionaria autostradale italiana) sono private.
Siamo quindi passati da un rapporto concedente-concessionario sostanzialmente tra soggetti pubblici o para-pubblici, ad un pieno rapporto pubblico-privato, senza adeguare in modo efficiente gli strumenti di regolazione del settore. È evidente che il privato deve curare le proprie convenienze - è logico che sia così -, ma allo stesso modo il settore pubblico deve misurare e calibrare il sistema di regolazione nell'interesse generale.
Un primo e importante atto, la direttiva Ciampi-Costa del 1998-99 aveva avviato, anche se in modo ancora embrionale, i primi strumenti di regolazione del settore, che sono stati - voglio ricordarlo all'Aula - applicati a tutte le convenzioni in essere, escluso il caso di Autostrade che aveva avuto un proprio sistema di regole.
Vorrei sottolineare che durante il Governo di centro-destra si è resa necessaria la revisione della convenzione della società Autostrade, che arrivava al quinto anno di maturazione. Su questo tema è nato un dibattito molto acceso, anche all'interno della stessa compagine governativa, che ha fatto sì che il contratto, la nuova convenzione (il quarto atto aggiuntivo), sia stato votato - lo ricordo all'Aula - con un emendamento al decreto-legge mille proroghe per due ragioni. La prima è che il NARS, ossia il nucleo di valutazione tecnica, aveva dato un parere negativo su quella convenzione sottoscritta tra ANAS e concessionarie; in secondo luogo, il CIPE, sulla base del parere del NARS, non aveva approvato l'atto.
Ci siamo ritrovati, pertanto, alla presentazione di un emendamento che regolava uno specifico contratto. In quel caso il Presidente applicò - lo preciso a futura memoria - una regola che il Regolamento del Senato consente, mettendo in votazione all'ultimo minuto utile un decreto-legge, annientando gli emendamenti che in quel caso l'opposizione aveva presentato. Fu questo il modo con cui si approvò il quarto atto aggiuntivo della convenzione Autostrade.
Sulla base di tali argomentazioni vorrei rispondere anche a quanti hanno ritenuto incostituzionali le norme del decreto-legge proposte dal ministro Di Pietro. Se è costituzionale approvare un contratto attraverso un emendamento, a maggior ragione credo lo sia approvare - come stiamo facendo - regole di interesse generale scritte all'interno di queste norme, che ovviamente andranno applicate caso per caso sulle convenzioni in essere.
Del resto, è stata la stessa Autorità di vigilanza a suggerire e a richiedere tali modifiche con uno specifico atto, inviato al Parlamento, in cui, verificando l'andamento delle convenzioni in essere di nuove concessionarie (tra cui Autostrade, ma anche otto minori, pur se di grande interesse), ha riconosciuto che l'andamento delle convenzioni era decisamente diverso dal piano finanziario atteso. Il 45 per cento degli investimenti previsti e fissati al 2006 non era stato realizzato. Le tariffe sono comunque scattate perché non hanno un buon meccanismo di aggancio al sistema degli investimenti. Le stime di traffico sono decisamente inferiori: in genere un terzo rispetto ai dati reali dell'andamento del traffico. Il risultato è che le concessionarie hanno guadagnato decisamente di più rispetto ai piani finanziari e, nel caso della società Autostrade, siamo a circa quattro volte dal piano finanziario atteso e sottoscritto dalle stesse parti.
Da ciò nasce pertanto l'esigenza di scrivere regole più stringenti per il settore, che diano la certezza ai soggetti privati di un ambito regolamentare entro cui svolgere le proprie attività, candidarsi e svolgere ovviamente anche le attività remunerative per i propri investimenti, garantendo al contempo anche il massimo interesse pubblico in ordine agli investimenti e una piena e maggiore concorrenza nel mercato degli appalti.
Le norme previste dai commi 82 e 90 (l'ex articolo 12) rispondono proprio a tali scopi: rinegoziare per il futuro le concessione in essere sulla base di queste regole; definire tariffe legate in modo stringente agli investimenti e alla qualità del servizio; mettere il 100 per cento dei lavori a gara da parte delle concessionarie.
Voglio ricordare che adesso le concessionarie possono svolgere il 60 per cento dei lavori in casa, ossia in house con le proprie società controllate. Queste regole aumentano i poteri di vigilanza e di controllo dell'ANAS e consentono di graduare le sanzioni, ora sostanzialmente inesistenti, perché l'unica sanzione non è tale, bensì uno strumento estremo: la revoca della concessione.
È chiaro che in questo modo, graduando, si potrà meglio intervenire per regolare il settore. Queste norme eliminano anche il divieto della presenza dei costruttori. Mi riferisco, in particolare, a quello relativo alla concessione di autostrade che il Governo Prodi aveva deciso nel 1997 (che viene eliminato con questa norma) ed il limite, che era presente nella versione originale del decreto, del potere di decisione all'interno del consiglio di amministrazione, limite del 5 per cento per i costruttori.
Ho riconosciuto molto positive le norme, queste modifiche introdotte dalla Camera che oggi ci ritroviamo a discutere, proprio perché tolgono un vincolo che pesava proprio sulla fusione annunciata e proposta tra Autostrade Spa ed Abertis. In seguito a queste modifiche del decreto, la commissionaria Kroes si è ritenuta soddisfatta delle norme italiane. È pur vero - sono la prima a riconoscerlo - che il commissario McCreevy, che vigila sul mercato interno, ha aperto una procedura di infrazione. Sono però fiduciosa che il Governo italiano andrà a difendere le proprie buone ragioni e ciò determinerà - ritengo - un esito positivo sulla sostanza delle norme.
Può darsi che ci vengano richieste alcune modifiche e credo che in futuro, se verrà richiesto dalla Commissione europea, potremo anche addivenire ad eventuali correzioni e modifiche che si rendessero indispensabili. Lo stesso parere della Commissione, che ho il piacere di presiedere, ha segnalato alcuni punti critici del provvedimento, ma nell'ambito di una sostanziale difesa di norme che comunque, nella loro interezza e nei loro obiettivi, riteniamo utili.
Vorrei sottolineare un aspetto particolarmente debole del provvedimento: il fatto che tutti i compiti di regolazione del settore sono affidati all'ANAS, che viene anche rafforzata nel suo ruolo di vigilanza e controllo. Se da un lato ciò è positivo, dall'altro, questo aspetto non risolve un problema fondamentale del nostro Paese, quello di istituire un'Authority di regolazione nel settore dei trasporti e delle concessionarie autostradali con un soggetto terzo che faccia anche chiarezza sul fatto che, in taluni casi, l'ANAS è concedente e a volte anche socia dei concessionari; quindi si creano funzioni non di adeguata trasparenza e correttezza nei rapporti tra concedente e concessionario.
L'unico modo, assolutamente significativo, sarebbe quello di introdurre, come abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere, una autorità di regolazione del settore. So che il tema è molto delicato. Nessuno vuole espropriare il ministro Di Pietro che ha queste competenze e che, invece, anche con il mio intervento voglio assolutamente difendere perché le norme sono utili ed opportune, ma credo che una riflessione all'interno del Governo e della maggioranza su come addivenire ad uno strumento così fondamentale e di regolazione sarebbe indispensabile.
Infine, intendo svolgere due considerazioni avviandomi a concludere. La prima riguarda il definanziamento del progetto del ponte sullo Stretto di Messina e il fatto che 1,4 miliardi ad esso attribuiti da parte di Fintecna saranno attribuiti alle infrastrutture utili e alla difesa del suolo di Sicilia e Calabria. Ritengo questo un provvedimento molto opportuno, che punta ad affrontare le vere priorità che queste due Regioni hanno. Al contempo, vorrei anche sottolineare che il Governo dell'Unione ha pienamente rispettato gli impegni assunti in campagna elettorale.
La seconda considerazione riguarda il settore dell'autotrasporto e dell'intermodalità. Nel provvedimento vi sono incentivi a sostegno all'autotrasporto, mentre risorse neanche minime sono destinate al sostegno dell'intermodalità, così come l'articolo 36 della legge n. 166 aveva previsto per cercare di favorire il riequilibrio modale del trasporto ferroviario ed il cabotaggio.
Probabilmente, con questo solo provvedimento non siamo nelle condizioni di porre mano ad un riequilibrio economico (chiamiamolo così). Mi auguro - lo dico a futura memoria - che troveremo, anche perché tutti gli operatori del settore sono fortemente in allarme, una soluzione al problema. Continuare a dare risorse all'autotrasporto per restare sulla strada non è una buona strategia di riequilibrio modale e non è un buon uso di risorse pubbliche decisamente scarse. (Applausi dei senatori Tibaldi e Zavoli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pegorer. Ne ha facoltà.
PEGORER (Ulivo). Signor Presidente, come ampliamente e incisivamente illustrato dai relatori, senatore Benvenuto e senatore Legnini, e anche da alcuni interventi svolti da rappresentanti dei Gruppi di maggioranza, il decreto‑legge in esame è uno dei provvedimenti che sostanziano, integrandola, la manovra di politica economica e finanziaria del Governo.
Le misure previste dalle disposizioni all'attenzione dell'Aula concorrono, infatti, al conseguimento degli obiettivi di bilancio previsti per il 2007, trovando conseguentemente inserimento nel prospetto di copertura della stessa legge finanziaria. Sono risorse significative nel contesto più generale della manovra finanziaria ed economica. Una manovra che si distingue, come fatto ampiamente rilevare fin dalla sua approvazione nel Consiglio dei ministri del 29 settembre, per perseguire decisamente precisi obiettivi di sviluppo, risanamento ed equità.
Nel complesso, quindi, le disposizioni del decreto-legge in esame si collocano nel disegno politico e programmatico presentato dalla maggioranza agli elettori con la proposta dell'Unione: garantire al Paese nuove condizioni di crescita sapendo cogliere al contempo le stesse opportunità insite nella ripresa; avviare con decisione le riforme strutturali di cui necessita il nostro sistema economico e sociale; favorire il consolidarsi di precise condizioni di equità.
Nel merito, uno dei punti qualificanti del provvedimento in esame senza dubbio il proposito di continuare con decisione sul versante della lotta all'evasione e all'elusione fiscale, già avviata con il decreto Bersani. Questo è un punto fondamentale dell'azione della maggioranza. Il Paese ha necessità di disposizioni normative e di conseguenti interventi che stabiliscano al più presto condizioni di maggiore equità fra i vari soggetti contribuenti, al fine di garantire una reale concorrenza nel sistema delle imprese e condizioni di sicura equità fra i cittadini. Il processo di modernizzazione, così tanto necessario al Paese, non può prescindere dal mettere mano con decisione al fenomeno dell'evasione e dell'elusione fiscale.
Tale fenomeno, secondo le stime più recenti derivanti dalle statistiche ufficiali di contabilità nazionale, indica il valore aggiunto del sommerso tra il 15 ed il 17 per cento dell'intero prodotto interno lordo. Si tratta di 200 miliardi di euro di valore aggiunto sottratti al pagamento di imposte, con tutte le notevoli conseguenze che ne derivano sul gettito e, conseguentemente, sul bilancio dello Stato.
Su questa inderogabile necessità del Paese vi sono, almeno a parole, punti di incontro con l'opposizione. In verità, le forze del centro-destra ritengono però che le norme contenute nel decreto‑legge in esame, come quelle già approvate con il decreto Bersani, si distinguano per un carattere di presunta vessatorietà ed una eccessiva pervasività nei controlli tributari.
E' del tutto evidente che, in materia di lotta all'evasione e all'elusione fiscale, le azioni da porre in essere possono avere punti di vista diversi e determinare così azioni non coincidenti nel perseguimento dell'obiettivo dato. A mio avviso, le strategie varate dal Governo con il decreto-legge n. 223 e con le disposizioni contenute proprio nel capo primo e secondo del decreto rispondono ad un equilibrato impianto, teso, da un lato, ad adeguare e potenziare l'amministrazione finanziaria allo scopo di contenere con azioni di prevenzione e dissuasione ogni forma di evasione fiscale e, dall'altro, alla predisposizione di misure antielusive con l'obiettivo di far emergere la base imponibile per finalità di equità fiscale.
In particolare, su quest'ultimo aspetto risultano particolarmente significative le disposizioni volte a contrastare un'illecita utilizzazione della disciplina IVA, pratica diffusa con le cosiddette frodi-carosello e con la creazione di società di comodo che emettono false fatture.
E' noto, peraltro, che il contrasto all'evasione mette necessariamente all'ordine del giorno l'attuazione di una strategia generale dei controlli. Si tratta di recuperare una correttezza fiscale diffusa, sapendo in ogni caso che l'azione di accertamento non consiste tanto, e soltanto, nelle possibili maggiori entrate quanto anche nei possibili effetti sull'adempimento spontaneo.
Il rafforzamento quindi dell'Amministrazione finanziaria si colloca in questa più generale azione tesa a costituire condizioni e situazioni di maggiore efficacia e corrispondenza agli obblighi da parte dei soggetti contribuenti.
In questo quadro risulta opportuna la messa in cantiere di una strategia tesa a ridurre i tempi per il controllo delle dichiarazioni. Ciò può anche determinare una drastica riduzione dell'utilizzo della compensazione tra imposte dovute e crediti.
Le misure alla nostra attenzione quindi sono consapevolmente rivolte al potenziamento delle capacità operative della nostra Amministrazione, ad una maggiore e più fattiva collaborazione con gli intermediari fiscali, ad un utilizzo più diffuso e stringente degli strumenti informatici.
Su questo versante, credo, si collocano le disposizioni volte al rafforzamento dell'Amministrazioni delle dogane e della stessa Guardia di Finanza. Obiettivo primario è quello di operare con maggiore incisività, ad esempio, sul fronte della lotta alla contraffazione e dello stesso tenore risultano, a mio avviso, le norme volte alla riforma del sistema della riscossione al fine di renderlo più incisivo. In ogni caso, sappiamo che la lotta all'evasione e all'elusione fiscale richiede scelte coraggiose, ma che al contempo richiama alla necessità di stabilire un quadro di certezza e trasparenza nei rapporti tra Amministrazione finanziaria e contribuenti. Si tratta, in questo contesto, di favorire la ricostruzione di un positivo rapporto tra Stato e cittadini.
Da questo punto di vista, non può essere dimenticato, nella nostra discussione, il pieno rispetto dello Statuto del contribuente. Questo è lo spirito con il quale la maggioranza ha inteso proporre al Governo su questo argomento un apposito ordine del giorno nel corso della discussione del decreto legge presso la 5a e la 6a Commissioni riunite.
Come detto, l'obiettivo è quello di mantenere su un livello di trasparenza e di conseguente efficacia il rapporto tra contribuenti e amministrazione dello Stato. Il provvedimento quindi imprime una complessiva accelerazione al processo di accertamento e recupero di base imponibile, con la conseguente razionalizzazione nell'uso delle risorse umane e strumentali finalizzate ad incrementare l'efficacia nelle valutazioni e nel controllo delle stesse entrate pubbliche. Va da sé che le azioni sottese alle disposizioni in esame hanno come obiettivo finale il recupero del corposo giacimento di risorse oggi sottratte al bene comune al fine di realizzare politiche a favore dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barbato. Ne ha facoltà.
BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, colleghi senatori, il decreto al nostro esame porta avanti l'azione di risanamento dei conti pubblici attraverso una serie di misure molto tecniche: tagli di spesa e definizione di nuove entrate strutturali, allargamento della base imponibile, nuova definizione delle procedure per accertare e contrastare l'evasione fiscale. Misure specifiche che hanno il fine di operare l'equa distribuzione del carico fiscale nel nostro Paese, la tal cosa, nella scia del progetto di valore iniziato con il decreto Visco-Bersani, primo tra i provvedimenti in materia affrontato da questo Parlamento.
Il decreto collegato alla legge finanziaria è, a tutti gli effetti, un provvedimento imprescindibile per definire con certezza anche i saldi di finanza pubblica previsti nella legge di bilancio. Nel merito il Senato ha potuto incidere poco sui contenuti del decreto poiché la necessità di una rapida approvazione ha imposto procedure e tempi d'esame molto ristretti. Comunque un confronto tra Governo e maggioranza c'è stato tant'è che si sono registrati problemi che hanno posto l'accento su questioni meritevoli di approfondimento in sede di legge finanziaria.
Quindi, il Governo non ha rinunciato al confronto con il Senato, giacché molti dei temi proposti dal decreto potranno essere affrontati con giudizio nel successivo iter della manovra finanziaria. La lotta all'evasione fiscale, stimata in 200 miliardi di euro l'anno, è priorità enorme tanto da giustificare non solo la necessità e l'urgenza, ma anche il bisogno perentorio di interventi seri e duraturi, come quelli previsti dal decreto. L'economia in nero, infatti, è una grande piaga da sanare per poi procedere ad una sostenibile perequazione del carico fiscale.
Colleghi senatori, di questa manovra, anche se non nell'immediato, beneficeranno soprattutto i ceti medi, poiché l'attenzione è stata data alle agevolazioni delle categorie professionali e imprenditoriali, in modo da non penalizzarle troppo, visto che non sono tutti evasori. Tuttavia, è stato necessario prevedere nel decreto alcune misure limitative, seppur in maniera assottigliata. L'interesse per questi ceti è stato manifestato attraverso la presentazione di ordini del giorno, volti a evidenziare il problema, sul quale ci auguriamo il Governo voglia procedere a un esame più accurato.
Comunque, è certo che non esiste in alcun Paese del mondo una economia che possa accettare come fisiologica una quota di evasione pari ad oltre il 13 per cento del proprio prodotto interno lordo. Ovviamente è una patologia, un cancro del nostro sistema economico, da curare. Solo successivamente potremo giudicare in senso positivo l'azione dello Stato in materia fiscale, perché a quel punto sarebbero differenti i termini con cui riferirsi ai parametri di Maastricht, così vincolanti per le scelte di politica economica.
In tal senso si muovono, ad esempio, le norme sulle successioni, la cui soglia iniziale ha valore talmente elevato da non colpire il ceto medio, ma con il pregio di disciplinare il passaggio di ricchezze autentiche. La cifra di un milione per erede o beneficiario e la graduazione delle aliquote, rapportate in maniera inversamente proporzionale al grado di parentela, rappresenta norma di grande equilibrio.
La valutazione a questo provvedimento va data inquadrandolo all'interno di un piano di risanamento dei conti pubblici e di ridistribuzione della ricchezza, che non può avere effetto nel breve periodo, ma nell'arco di una intera legislatura.
Nel concludere, vorrei evidenziare che si sta operando in modo serio e positivo, senza penalizzare i cittadini, con l'intesa che un' Italia più efficiente, con conti in ordine, dove vige una maggiore giustizia fiscale, è un Paese che può guardare positivamente al proprio futuro.
Per queste ragioni, la nostra valutazione sul provvedimento è, nel suo complesso, positiva.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tibaldi. Ne ha facoltà.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghe e colleghi, ritengo molto importante la discussione di oggi sul decreto, perché avvia, precede e si integra con la discussione generale sul Documento di programmazione economico-finanziaria del Governo.
Siamo di fronte ad una manovra molto pesante: sono oltre 34 i miliardi, di cui quasi 24 di maggiori entrate ed altri 10 di minori spese. Questa manovra così pesante è dovuta, in particolare, alla situazione di crisi del Paese dal punto di vista economico, sociale e produttivo, ma, soprattutto, alla pesante eredità che questo Governo ha preso in consegna dal Governo precedente.
Siamo di fronte ad un aumento della spesa corrente, in questi cinque anni di Governo Berlusconi, all'annullamento dell'avanzo primario e all'aumento del debito pubblico, dovuto alla cosiddetta finanza creativa e alla politica che in questi anni ha fatto pagare, sostanzialmente, i costi per rimanere a galla ai ceti più deboli.
Questo ha prodotto una crisi economica e sociale impressionante. Negli ultimi anni sono aumentate le disparità e le differenze. Quattro quinti degli italiani sono diventati più poveri e un quinto si è arricchito in maniera impressionante. Milioni di lavoratori e pensionati soffrono di quella che viene chiamata, con un eufemismo, la sindrome della quarta settimana, nel senso che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, e la domanda interna, anche per beni primari, è in caduta pesante. Oltre quattro milioni di lavoratori vivono una condizione di precarietà e, soprattutto, non sono più nelle condizioni di programmare il loro futuro.
Per la prima volta, da oltre cent'anni a questa parte, le nuove generazioni hanno davanti a sé la prospettiva di un arretramento sociale rispetto ai propri genitori. Io sono stato meglio di mio padre, mio padre meglio del suo e così via andando indietro nel tempo. Oggi i nostri figli vivono questa condizione e non hanno neanche la possibilità di programmare la propria vita perché la loro è una prospettiva di precariato, di insufficienza salariale, di mancanza di diritti e di scarsa professionalità.
La competitività del nostro Paese è in caduta libera non per colpa dei lavoratori - voglio sottolinearlo, anche perché oggi riascolto ogni tanto richiami sul tema - e non per colpa del costo del lavoro. Non esiste questo problema in Italia, dato che le statistiche (non di parte ma pubblicate su «Il Sole 24 Ore») ci dicono che il costo del lavoro in Italia, pur con un'anomalia tutta italiana, si colloca al dodicesimo posto nell'Europa dei quindici (dopo di noi solo il Portogallo e la Grecia) e tra i nove Paesi più industrializzati si colloca esattamente al nono posto.
La manovra tende a un'operazione di equità e di sviluppo anche se, a mio parere, sui temi sociali e sull'equità è ancora troppo debole. Le aspettative creatasi nel Paese, in particolare tra i giovani, i più deboli e coloro cui manca una prospettiva di vita e di lavoro non sono molto più alte. Altro che accusa di voler far pagare i ricchi! La manovra affonda l'esigenza di una maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale che avviene attraverso la rideterminazione della curva delle aliquote, i cui benefici maggiori andranno prevalentemente ai redditi più bassi, in modo particolare alle famiglie monoreddito e con un forte carico famigliare.
Considero inoltre apprezzabile e giusta la lotta all'evasione fiscale, all'evasione contributiva e al lavoro nero e non è - badate - solo un problema di giustizia sociale. È un problema di equità, dal momento che le tasse sono un obbligo e devono essere pagate da tutti, anche perché fenomeni come l'evasione fiscale e il lavoro nero (così ampiamente radicati da far sì che l'Italia ne detenga a livello europeo il primato) sono anche operazioni di dumping sociale e di dumping economico nei confronti delle imprese virtuose.
Pertanto, credo che, solo facendo una lotta rigorosa e ripristinando il principio che pagare le tasse è giusto per tutti, sia possibile in prospettiva anche pensare a una riduzione del carico fiscale che, dal mio punto di vista, dovrà privilegiare le fasce più deboli, aumentando il potere d'acquisto dei lavoratori salariati e dei pensionati. Esiste ormai nel nostro Paese un problema grande come una casa che si chiama questione salariale, perché è aumentato il numero di coloro che vivono vicino o sotto la soglia di povertà o che non ce la fanno più.
Apprezzo, anche se le giudico ancora troppo deboli (si poteva fare di più e mi batterò perché vengano migliorate nella finanziaria), le misure volte a ridurre la precarietà, quelle relative ai 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione. Se vogliamo davvero affermare il principio che mira al superamento dell'attuale situazione di precarietà (un flagello per chi ne è colpito), dobbiamo cominciare a dare l'esempio come datori di lavoro, perché nella pubblica amministrazione i costi per abbattere tale piaga sono molto bassi o addirittura nulli.
Apprezzo, inoltre, la destinazione della riduzione del cuneo fiscale alle imprese che trasformano il lavoro precario in stabile, l'aumento delle aliquote fiscali per i lavoratori atipici per potergli garantire una pensione ma soprattutto per affermare il suddetto principio: per sconfiggere la precarietà, il lavoro cosiddetto flessibile deve costare di più del lavoro tipico, quello a tempo indeterminato, perché chi è costretto a accettare un lavoro flessibile, un lavoro a tempo, gode di una determinata situazione. Al contrario, nel nostro Paese si è verificato purtroppo - in particolare la legge n. 30 del 2003 lo ha sanzionato - che chi è costretto a un lavoro flessibile ha solo la prospettiva di un lavoro precario: non solo deve fare più sacrifici, non solo deve dare di più, ma ha anche meno diritti, meno salario e meno tutele.
Ho sentito dire che anche la legge finanziaria non pensa allo sviluppo, non aiuta il nostro sistema produttivo. Credo che questa affermazione non sia accettabile, se pensiamo che della riduzione del cuneo fiscale per le imprese - e si parla di 5 per cento: il 5 per cento vale una mezza manovra di svalutazione della lira, che un tempo si adottava - la parte certa, il 3 per cento, va tutto alle imprese. Certo, andrà alle imprese che opereranno per trasformare i rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
Allo stesso modo, ritengo che tutto il gran baccano sull'esproprio del TFR alle imprese non sia giustificato, perché si tratta, in realtà, di una manovra (qualcuno dice di finanza creativa anch'essa) tesa a reperire le risorse per investimenti, sviluppo e altro. Soprattutto, quanto viene dato rispetto alla riduzione del cuneo fiscale è molto maggiore e compensa largamente l'esproprio.
Per questo voterò a favore del decreto fiscale e continuerò a battermi durante e dopo la finanziaria perché essa sia migliorata sui temi che ho toccato e per evitare che, a partire da gennaio, quando sarà aperta la discussione sulle pensioni, si vada nuovamente a colpire - ancora una volta - le prospettive di quelli che hanno lavorato, riducendo la loro pensione.
Il sistema pensionistico italiano è in linea con i conti rispetto alle riforme. Il bilancio del conto economico del sistema pensionistico per i lavoratori dipendenti non è in passivo. Sarebbe un delitto pensare che per trovare risorse e fare un regalo a qualcuno si intervenga nuovamente su questo tema.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Albonetti. Ne ha facoltà.
ALBONETTI (RC-SE). Signor Presidente, mi dispiace non aver preparato un intervento scritto che, a questo punto, avrei consegnato, ma soltanto delle minute, scritte in maniera difficile da decifrare. Pronuncerò, quindi, il mio intervento.
Il decreto-legge n. 262, recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria, è un atto che qualifica positivamente le scelte economiche e finanziarie di fondo del Governo e della maggioranza che lo sostiene.
Il senatore Morgando, intervenendo questa mattina, ha già detto bene del metodo adottato dalla 5ª Commissione, la quale, consapevole del contesto di continua contrapposizione politica parlamentare, condito da ripetute e ritmate minacce di spallate, ha esaminato il provvedimento comma per comma e infine ha impegnato il Governo ad attuare migliorie importanti, con attenzione vera anche ad alcune proposte delle minoranze.
L'idea forza del decreto-legge è la lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Sono questi due buchi neri nel Paese. Tutti, a parole, li indicano e li condannano, ma nei fatti nessuno è riuscito finora ad aggredirli con successo.
L'opposizione non ha presentato alcuna vera ed organica proposta alternativa; del resto, negli ultimi anni le sue politiche (quando era maggioranza) hanno favorito comportamenti elusivi, anzi, li hanno giustificati ideologicamente. Nei fatti, come ricordava "Il Sole 24 ore" qualche giorno fa, durante il Governo precedente sono diminuite le risorse e le attività ispettive della Guardia di finanza, così come, per numero ed efficacia, le azioni di controllo.
È con sollievo democratico che abbiamo letto, sempre su «Il Sole 24 Ore », lettura obbligata per chi siede nella Commissione bilancio, un editoriale di apprezzamento per la scelta tecnica di fondo del ministro Visco: rendere visibili, cioè tracciabili, le transizioni economiche. Anzi, il principale quotidiano economico del Paese si lamentava, nello stesso trafiletto, dell'azione ritardante esercitata dalla Camera dei deputati, con il rinvio ai prossimi anni della messa a regime di alcune misure previste dal decreto.
La glasnost dell'economia italiana è percepita, giustamente, come un cambiamento strutturale, a questo non tutti sono pronti e preparati, bisogna avere pazienza, tempo e i mezzi necessari. Con l'ordine del giorno 0/1132/10000 la maggioranza impegna il Governo a destinare maggiori risorse alla Guardia di finanza, in coerenza con le scelte del decreto-legge.
Con la stessa logica civica, si chiede, nell'ordine del giorno 0/1132/13000, il potenziamento dell'attività di ispezione e di vigilanza della sicurezza sul lavoro. Bene ci fanno sperare i successi degli ispettori dopo l'entrata in vigore del cosiddetto decreto Bersani-Visco, i quali, come riportano i quotidiani di oggi, cominciano con fatica a mettere ordine nei cantieri italiani.
In tre mesi hanno controllato 4.391 cantieri e ne hanno chiuso 227, più del 5 per cento, perché avevano, questi cantieri, più del 20 per cento di dipendenti in nero.
Tra l'altro, questo lavoro di ispezione ha già portato nelle casse dello Stato tre milioni di euro. Ma l'aspetto economico rimane in secondo piano, rispetto all'altissima mortalità nei nostri cantieri: in Italia più di 1.000 lavoratori ogni anno perdono la vita perché non vengono rispettate le minime norme di sicurezza e per le modalità con cui vengono assegnati e quindi gestiti appalti e subappalti e infine controllati i cantieri.
Noi ci auguriamo la massima efficacia dei provvedimenti contro l'elusione e l'evasione fiscale, non già perché i ricchi piangano, ma perché chi non ha mai pagato il dovuto finalmente lo faccia. I cittadini virtuosi, contribuenti leali verso lo Stato, non hanno nulla da temere da questi provvedimenti. È sospetta di contraddizione logica l'insistenza di chi si dice convinto della necessità di lottare contro l'evasione e l'elusione fiscale e allo stesso tempo si batte contro le misure presenti nel decreto-legge non proponendo, lo ribadisco, alcuna misura concretamente alternativa.
Diciamocela tutta, la verità: per la prima volta nel Paese si apre una prospettiva reale per un recupero sostanziale di risorse economiche e finanziarie finora sottratte alla disponibilità dello Stato. Non tutti sono entusiasti di questo, è comprensibile, del resto il Governo e la maggioranza, consapevoli della necessità di una certa gradualità nell'intervento, che allude ricerca non effimero alle sue scelte, hanno modulato e rimodulato molti interventi per incrociare la collaborazione e la buona volontà dei contribuenti. Se lo Stato recupererà strutturalmente anche una minima parte dell'attuale evasione, si può stare anche sotto le due cifre percentuali, ciò andrà a beneficio dell'intera collettività.
Noi, la maggioranza politica in Italia, rivendichiamo scelte di politica economica e finanziaria pensate per l'intero Paese. Non sono molti i provvedimenti che hanno un impatto generale più ampio di quelli in materia fiscale e non ho una cartina di tornasole più efficace per misurare la validità delle scelte in questo settore della platea complessiva che trae vantaggio dai provvedimenti. Ebbene, i numeri dimostrano che le scelte del Parlamento andranno a vantaggio della gran parte dei contribuenti, per limitarmi ad un esempio, l'abbassamento dal 27 per cento al 20 per cento del prelievo sugli interessi dei conti correnti ed il contemporaneo innalzamento dal 12,5 al 20 per cento delle rendite finanziarie vanno in questo senso.
Sulla medesima frequenza, si muove un ordine del giorno della maggioranza che impegna il Governo, con l'esclusione di interventi urgenti e imprevisti, a redistribuire un eventuale maggiore gettito dalla lotta all'evasione alla diminuzione delle aliquote IRPEF dell'intera platea dei contribuenti italiani. Noi non vogliamo che i ricchi piangano, ma neanche che ridano alle nostre spalle.
La maggioranza, vorrei rassicurare i colleghi più preoccupati, non è ostaggio di nessuno, più prosaicamente, ma anche più praticamente, sta cercando di attuare il programma presentato agli elettori e qui, con tenacia e calma, siamo noi a dirci preoccupati per alcune fughe in avanti sulla riforma delle pensioni, su una nuova stagione di liberalizzazione indiscriminata - va bene quella del credito, molto meno quella dei servizi pubblici locali - senza aver riflettuto abbastanza sulle modalità e sulle conseguenze, come diceva la senatrice Donati, di quelle precedenti, che non pochi problemi hanno creato, come la vicenda delle concessioni autostradali ci suggerisce.
Siamo anche preoccupati per la timidezza e la lentezza con la quale si sta intervenendo nelle politiche sociali, a favore del lavoro contro la precarietà e contro lo sfruttamento dei migranti, a favore delle nuove povertà e di quelle strutturali. Noi siamo leali ad un programma che non è certo un testo sacro; peraltro tutte le narrazioni umane possono e sono oggetto di critiche non solo esegetiche o filologiche, ma è, il programma, la sintesi più forte che ognuno è riuscito ad elaborare nei tempi recenti, è il collante dell'Unione, da accantonare solo a favore di uno migliore che, perché no, noi speriamo di poter avere a disposizione tra qualche tempo, anche grazie al conflitto sociale. Altro che immobilismo e conservatorismo della sinistra! Piuttosto, su alcuni punti dovremmo avere tutti più coraggio.
Prendendo spunto dagli ordini del giorno della maggioranza dovremmo destinare sempre di più risorse precedentemente impegnate su grandi opere sbagliate, come ad esempio il ponte sullo Stretto, non ad interventi localistici o a pioggia, ma ad opere che rispondano a disegni infrastrutturali di più ampia portata.
I porti e le autostrade del mare o diventano veramente una priorità soprattutto per una diversa mobilità delle merci o continuerà la loro decadenza. Si può intervenire per aumentare la profondità dei fondali, scelta propedeutica alla competitività dei nostri scali marittimi, e allo stesso tempo salvaguardare l'ambiente, caso mai studiando meglio l'esperienza di grandi porti del Nord, penso ad Amburgo o a Rotterdam, dove i materiali dragati sono oggetto di riutilizzi e riciclaggi compatibili economicamente ed ambientalmente e non finiscono in discarica.
Infine, cominciano ad essere francamente imbarazzanti certe resistenze "metafisiche" a realtà di fatto come quelle delle unioni familiari non regolarizzate, che sono ormai verità da affrontare e non paure da fuggire. Oggi nel decreto-legge in discussione e negli ordini del giorno che lo accompagnano su questi ed altri argomenti abbiamo trovato, come Unione, una sintesi dialogica.
Noi, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, lavoreremo affinché il confronto continui e produca risultati in sintonia con un Paese che non vuole avere paura del futuro. Il primo banco di prova è già stato apparecchiato. I fatti, i documenti relativi alla manovra finanziaria, ci aspettano sui nostri tavoli di lavoro. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Morando).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.
MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, tutto sommato non mi dispiace nemmeno che si sia in pochi.
PRESIDENTE. Non la disturberà nessuno.
MORANDO (Ulivo). Una volta tanto si può provare a parlare senza urlare, che invece è una pratica diffusa.
Il decreto-legge fiscale in discussione, come è noto, serve per costruire una parte significativa delle risorse che poi vengono recate a copertura della legge finanziaria. C'è quindi, a causa di questo decreto-legge (qualcuno potrebbe dire grazie a questo decreto-legge), un aumento significativo di entrate rispetto a quelle che si determinano a legislazione vigente. È un aumento assai significativo.
Ora, ci si è chiesti nella discussione sul decreto-legge quale sia l'effetto sull'economia di un prelievo aggiuntivo che abbia questa consistenza e si è risposto, come è inesorabile rispondere secondo la scienza economica, che questo effetto è di per sé, in quanto prelievo aggiuntivo, un effetto depressivo. È chiaro che l'economia crescerebbe un po' di più di quanto non crescerà dopo l'emanazione di questo decreto-legge a causa del fatto che questo decreto-legge aumenta di qualche decimale la pressione fiscale nel nostro Paese.
Credo che negare l'evidenza non serva mai a nessuno ed è chiaro che qualsiasi intervento di questo tipo sull'economia ha un effetto depressivo. Faccio notare, peraltro, avendo discusso con opposizione di questo tema, che in termini di scienza economica ovviamente anche una riduzione della spesa almeno nell'immediato ha un effetto depressivo sull'andamento del prodotto interno lordo. Ora, se si vuole uscire dalle ovvietà per cui aumentare le entrate o ridurre le spese nell'immediato produce un effetto depressivo sull'economia - queste sono le ovvietà e negarle non serve - forse bisogna fare un passo avanti e per farlo bisogna, a mio avviso, porsi sostanzialmente tre domande.
La prima è: quale sarebbe l'effetto macroeconomico, in termini di andamento della ricchezza nazionale, della scelta di non intervenire per correggere gli andamenti tendenziali di finanza pubblica? Quindi, quale sarebbe l'effetto macro di un'iniziativa del Governo e della maggioranza volta a lasciar correre, secondo le tendenze in atto, il deficit annuo e il volume globale del debito?
Questa è la prima questione. Noi, infatti, poniamo in essere questa manovra, il decreto fiscale, che indubitabilmente ha un effetto depressivo, in quanto ci poniamo l'obiettivo di realizzare una correzione degli andamenti tendenziali di finanza pubblica. Quindi, se vogliamo uscire dall'ovvio, la prima domanda è: che effetto avremmo sull'economia reale nel medio periodo se non facessimo questo intervento e lasciassimo correre il deficit e il debito pubblico?
La seconda domanda è la seguente: se si decide che è meglio intervenire sugli andamenti tendenziali di finanza pubblica e quindi si reputa opportuno correggerli, nel senso di ridurre il deficit e di conseguenza il volume globale del debito, cioè se si risponde in questo modo alla prima domanda, ha un effetto meno depressivo ridurre la spesa o aumentare le entrate?
Terza domanda: ammesso che si decida di aumentare le entrate, cioè che questa sia la risposta alla seconda domanda, quale aumento di entrate ha un effetto meno depressivo? L'aumento delle entrate, infatti, può essere determinato in forza di molte scelte: si possono aumentare le entrate, per esempio, perché si conduce una lotta più efficace all'evasione e all'elusione oppure perché si innalzano le aliquote e si modificano le basi imponibili in senso accrescitivo. Quindi, la terza domanda è la seguente: se si decide di aumentare le entrate, quale intervento occorre realizzare perché questa scelta abbia un effetto meno depressivo sull'andamento dell'economia?
Rispondo molto schematicamente perché ho pochi minuti.
Alla prima domanda, se è meglio lasciar correre o intervenire, rispondo nettamente che è meglio intervenire. Infatti, se il deficit annuo non scende, il bilancio non rispetta quella che gli economisti chiamano la regola aurea, in base alla quale nel bilancio pubblico ci si può indebitare, ma quel deficit lo si deve fare per finanziare spese in conto capitale, vale a dire per aumentare il capitale fisso del Paese.
Se non interveniamo sugli andamenti tendenziali del deficit, si realizza una situazione nella quale - com'è accaduto negli ultimi sei anni ininterrottamente, e quindi includo anche un anno di Governo del centro-sinistra - il bilancio italiano non rispetta la regola aurea presentando, quindi, un livello di indebitamento superiore al livello della spesa in conto capitale. Mia nonna avrebbe detto «ci mangiamo il capitale quotidianamente»; con un'espressione un po' più aulica possiamo dire che in questo modo il Paese si mangia il futuro.
Quindi, è meglio intervenire perché nel medio-lungo periodo gli effetti di un mancato intervento sono più negativi dell'intervento immediato, che pure ha un effetto depressivo. Infatti, se si corregge il deficit, si aumentano le risorse disponibili per investimenti sulle infrastrutturazioni materiali e immateriali del Paese .
Data questa risposta alla prima domanda, veniamo alla seconda: una volta stabilito che occorre correggere, è preferibile farlo attraverso risparmi di spesa o attraverso aumenti di entrata? La risposta che gli economisti danno (faccio riferimento, per esempio, agli studi di Alesina in questo campo) è molto chiara: è meglio intervenire attraverso i risparmi, è più efficace, è meno depressivo.
Occorre tuttavia fare attenzione, perché i risparmi non sono tutti uguali, come gli aumenti di entrata. I risparmi possono venire da tagli indiscriminati, cioè da una «sparatoria nel mucchio» (grosso modo i tagli degli ultimi cinque anni hanno avuto questo tipo di caratteristica, tagli orizzontali su tutte le voci di spesa), risultando inefficaci, perché la spesa corrente aumenta, poco selettivi e con scarsa qualità, determinando un effetto depressivo se si realizzano molto pesante; se non si realizzano, non si raggiunge il risultato di ridurre il deficit e quindi il debito.
I risparmi meno depressivi sono quelli che derivano da riforme strutturali. Ma le riforme strutturali (e qui c'è il vero problema), per realizzarsi e quindi per dar luogo a risparmi, hanno bisogno di tempo. I tagli sono efficaci subito perché sparano nel mucchio e lì per lì si ottiene un risultato; il blocco del turnover è il classico taglio che, quando viene sbloccato, naturalmente riporta tutta la situazione al punto di partenza, se nel frattempo non si sono fatte le riforme. Le riforme strutturali, invece, hanno capacità di incidere realmente sul funzionamento della macchina pubblica: per esempio, realizzano risparmi di spesa, ma hanno bisogno di tempo per realizzare questi risparmi e più in generale per concretizzarsi.
Quindi, per l'immediato, traggo dalla risposta a questa seconda domanda la seguente conclusione: è vero che è meno depressivo realizzare l'aggiustamento per via dei risparmi che per via di aumento di entrata, ma siccome i risparmi bisogna farli necessariamente attraverso riforme strutturali, che hanno bisogno di tempo, forse nel 2007 è possibile chiedere alle entrate un maggiore contributo, che non si chieda alla riduzione di uscite, a patto naturalmente che si sappia che si deve trattare di una misura temporanea, cioè che l'aumento della pressione fiscale, derivante da questo decreto per il 2007, dove avere carattere temporaneo.
Termino rapidamente rispondendo alla terza domanda. Se scegliamo l'aumento delle entrate, bisogna decidere quale aumento di entrate operare. Ora, questo decreto dispone aumenti di entrate anche parecchio significativi per via del successo nella lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Signor Presidente, l'obiezione è nota, ma non avrà successo. Attenzione, però se non avrà successo, allora non si realizzerà l'aumento della pressione fiscale, perché non avremo aumento di gettito.
Quindi, delle due l'una, non si possono fare tutte e due le critiche assieme, bisogna sceglierne una: o è poco realistica la previsione di questo aumento, ma allora non ci sarà l'effetto depressivo perché non ci sarà maggio gettito; o è realistica, ci sarà maggiore gettito e ci sarà naturalmente effetto depressivo, ma sarà una misura che sarà in grado di recare all'aggiustamento il contributo necessario. Noi scegliamo questa seconda risposta, questo secondo corno del dilemma e quindi ci proponiamo in sede di esame della finanziaria, signor Presidente, di approfondire il problema in un dialogo serio con l'opposizione.
Se il Governo fa questo decreto, aggiusta per via di aumento di entrate, ma si impegna politicamente a considerare questo aumento di entrate ulteriore per il 2007 come temporaneo, la questione su cui bisogna discutere seriamente è: non è possibile fissare in norme, cioè nell'articolo 1 della legge finanziaria, un orientamento politico il quale dica che, man mano che avremo successo nella lotta all'evasione fiscale, quindi avremo un aumento di gettito derivante da tale successo, noi useremo quote crescenti di questo aumento di gettito per ridurre la pressione fiscale sui soggetti che sono leali nei confronti del fisco? Credo che questo orientamento sia possibile determinarlo anche tecnicamente in norma e si farebbe, attraverso questa strada, quello che molti commentatori ci chiedono e cioè fissare in norma un orientamento di cui parliamo in termini politici generali. Credo che su questo punto, se si discutesse con un poco di serenità, si potrebbe trovare una larghissima convergenza in questa sede. (Applausi dei senatori Tibaldi e Donati).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.