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Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 078 del 21/11/2006


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente ANGIUS

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,33).

Si dia lettura del processo verbale.

 

D'AMICO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 16 novembre.

 

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,35).

 

Seguito della discussione congiunta del disegno di legge:

(1014) Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2006 (Approvato dalla Camera dei deputati)

 

e del documento:

(Doc. LXXXVII, n. 1) Relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione Europea (anno 2005) (ore 16,36)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione congiunta del disegno di legge n. 1014 e del Documento LXXXVII, n. 1.

PASTORE (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PASTORE (FI). Signor Presidente, poiché è in corso la riunione della Giunta delle elezioni, che deve procedere alla sostituzione del senatore Iorio, e poiché tra l'altro alcuni senatori che fanno parte della Giunta e che non possono essere sostituiti sono impegnati in tale discussione, vorrei chiedere una sospensione della seduta di 10 minuti.

PRESIDENTE. Senatore Pastore, concordo con la sua proposta.

Sospendo pertanto la seduta fino alle ore 16,45, ricordando che, per quanto riguarda la discussione del provvedimento, da quel momento scatterà l'ora prevista dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari per il suo esame.

 

(La seduta, sospesa alle ore 16,37, è ripresa alle ore 16,48).

 

Senato, composizione

PRESIDENTE. Informo che la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha comunicato che, occorrendo provvedere, ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, nonché del parere della Giunta per il Regolamento espresso nella seduta del 7 giugno 2006, all'attribuzione del seggio resosi vacante nella Regione Molise, a seguito delle dimissioni del senatore Angelo Michele Iorio, ha riscontrato, nella seduta odierna, che il candidato che segue immediatamente l'ultimo degli eletti nell'ordine progressivo della lista alla quale apparteneva il predetto senatore è Luigi Di Bartolomeo.

Do atto alla Giunta di questa sua comunicazione e proclamo senatore Luigi Di Bartolomeo.

Avverto che da oggi decorre, nei confronti del nuovo proclamato, il termine di venti giorni per la presentazione di eventuali reclami. Rivolgo, credo a nome di tutti noi, l'augurio di buon lavoro e di benvenuto al senatore Luigi Di Bartolomeo. (Applausi).

 

Sul grave attentato verificatosi a Beirut
e sul sequestro di due cooperanti italiani a Gaza

PRESIDENTE. Purtroppo, devo informare il Senato che sono giunte due brutte notizie dal Medio Oriente. A Beirut, in un gravissimo attentato nella banlieue Nord, è stato assassinato il ministro dell'industria libanese Pierre Gemayel. Lo hanno riferito poco fa, tramite le agenzie, fonti della sicurezza.

L'altra brutta notizia viene da Gaza: sono stati sequestrati due cooperanti italiani che si occupano di sostegno alle mamme e ai bambini, a Gaza, Hebron e a Betlemme. Lo riferisce anche in questo caso l'agenzia missionaria MISNA. Si tratta di due nostri connazionali, Gianmarco Onorato, originario di Milano, arrivato a Gerusalemme nel marzo scorso, e di Claudio Moroni, originario della Provincia di Varese, psicologo che da settembre scorso si occupava di effettuare verifiche periodiche sull'andamento del progetto complessivo al quale lavorava. Sarebbero dovuti rientrare il 15 dicembre. Entrambi i cooperanti italiani sequestrati a Gaza hanno base a Gerusalemme.

Queste notizie, care colleghe e colleghi, aumentano ed accrescono la nostra preoccupazione per quanto riguarda il futuro di un Paese, al quale vogliamo bene come il Libano, martoriato da attentati e dilaniato, in questi ultimi anni, da scontri spaventosi e da guerre. Il nostro Paese aiuta il Libano nella sua ricostruzione attraverso la presenza di un forte contingente militare italiano, come ha deciso il nostro Parlamento. È evidente che tutto quanto è accaduto questo pomeriggio accresce la nostra preoccupazione, ma moltiplica anche il nostro impegno per la pace.

I due cooperanti italiani sequestrati a Gaza sono anche loro la testimonianza di ciò che il nostro Paese sta facendo concretamente per aiutare il Medio Oriente e le sue popolazioni afflitte da lunghi anni di guerre. Alla grande preoccupazione per il futuro di quel Paese, della Palestina e anche di Israele si aggiunge ora l'angoscia per la sorte dei nostri due connazionali. Il nostro augurio è quello di una loro sollecita liberazione.

BUTTIGLIONE (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BUTTIGLIONE (UDC). Queste notizie non possono lasciare indifferente il Senato. Piangiamo oggi la morte di un grande difensore della libertà e dei diritti del popolo libanese, Pierre Gemayel, e guardiamo con grandissima preoccupazione all'offensiva che il movimento terroristico di Hezbollah sta conducendo contro la libertà del popolo libanese. Hanno chiesto di espungere dal Governo alcuni Ministri; hanno cominciato con l'uccidere il più rilevante di essi. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN, LNP e DC-PRI-IND-MPA).

È molto triste che questo avvenga a distanza di poco tempo da una manifestazione che per le strade di Roma ha mostrato vergognosa solidarietà per questo movimento terrorista ed in generale per tutti coloro i quali combattono contro la libertà nell'area mediorientale.. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN, LNP e DC-PRI-IND-MPA) ...con inaccettabili manifestazioni di odio contro i nostri soldati, contro i martiri di Nasiriya... (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN, LNP e DC-PRI- IND-MPA e dei senatori Magistrelli, Pallaro, Bobba, Pollastri, Piglionica, Barbieri e Bianco)...

L'Italia è un Paese che ha oggi una particolare responsabilità nel Medio Oriente. I nostri soldati sono presenti in Libano per favorire un processo di pace. Noi abbiamo votato a favore di quella missione pur essendo consapevoli dei problemi, delle responsabilità e dei rischi che questo implicava.

Ci domandiamo, con il cuore carico di preoccupazione, se le condizioni politiche che hanno permesso questa operazione siano ancora intatte perché una condizione politica fondamentale che legittimava quell'operazione era la disponibilità di Hezbollah a collaborare ad un processo di pace. Ci domandiamo se tale disponibilità permanga. Sia chiaro, non stiamo proponendo di ritirare i nostri soldati e di tradire il Libano in un momento in cui più che mai ha bisogno del nostro sostegno; ci stiamo preoccupando di sapere cosa fa il Governo italiano per ripristinare le condizioni politiche che hanno consentito originariamente che questa missione iniziasse.

Crediamo che il Governo, nella persona del Ministro degli affari esteri, abbia il dovere morale e politico di venire al più presto in Aula per rassicurare il Senato sull'andamento di questa missione e sulla compattezza della maggioranza. Non dimentichiamo che il segretario di un partito importante di questa maggioranza ha manifestato in un corteo che esprimeva solidarietà ad Hezbollah. Chiediamo che tutto ciò sia oggetto di un chiarimento che deve avere luogo qui in Parlamento.

Contemporaneamente, sottolineiamo come ancora una volta due italiani, che erano in Palestina, a Gaza, per testimoniare solidarietà umana e permettere l'avviarsi di un processo di dialogo nella speranza di camminare verso la pace, sono stati brutalmente sequestrati e sono oggi in pericolo di vita. Anche in merito a ciò ci domandiamo cosa il Governo intenda fare, cosa siano in grado di fare oggi i nostri servizi segreti, che in altre occasioni hanno operato meritando la riconoscenza della Nazione (qualunque giudizio si voglia dare su altre vicende), cosa siamo in grado di fare, come pressioni politiche e come presenza sul territorio, per arrivare al più presto alla liberazione di questi due nostri connazionali. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN, LNP, DC-PRI-IND-MPA e del senatore Paolo Rossi).

SELVA (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SELVA (AN). Signor Presidente, il Gruppo di Alleanza Nazionale si associa, con animo dolorante, al ricordo che è stato fatto qui, in quest'Aula, dal senatore Buttiglione per quanto riguarda l'assassinio del signor Gemayel. Ho avuto occasione, come Presidente della Commissione affari esteri della Camera dei deputati, di incontrarlo più volte e posso garantire quanto egli operasse per la ricostituzione della pace, dei valori democratici, della libertà nel suo Paese amico dell'Italia.

Lasciate che esprima, a bassa voce, la sommessa meraviglia perché da parte vostra, dai banchi del centro‑sinistra, non si è levato nemmeno un cenno di applauso nel ricordo di questo che, a giusta ragione, può essere definito un martire della libertà. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC, LNP e DC-PRI-IND-MPA e dei senatori Ciampi e Zavoli).

Non voglio essere profeta di sventure, ma credo anch'io che non abbia torto il senatore Buttiglione nell'invitare quest'Assemblea a meditare se vi siano ancora le condizioni a fronte delle quali il Governo e il Parlamento decisero la missione in Libano. Purtroppo, l'assassinio del generale Gemayel va in direzione diametralmente opposta alla ricomposizione dell'unità nazionale in Libano.

Quindi, anche noi, senza pur chiedere formalmente in questo momento la sospensione della nostra missione per non far correre rischi ai nostri militari, che sono lì per svolgere un'opera di pacificazione, siamo del parere che sia necessario esaminare subito la questione, confermando, lo ripeto, la nostra volontà di contribuire all'indipendenza e alla libertà del popolo libanese. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC, LNP e DC-PRI-IND-MPA e del senatore Pallaro).

RUSSO SPENA (RC-SE). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

RUSSO SPENA (RC-SE). Signor Presidente, pensiamo anche noi che sia opportuno che il Governo italiano, nella persona del Ministro degli affari esteri o della Vice ministro, abbia un confronto con il Parlamento in questo momento che è certamente drammatico e che ci riempie di preoccupazione. Noi abbiamo grandi responsabilità in quella parte del mondo, nel conflitto mediorientale, in Libano e credo che tale preoccupazione debba farci affrontare con grande responsabilità il tema.

Io penso che le condizioni politiche per l'iniziativa, a guida italiana, delle Nazioni Unite, dell'Europa, dell'Italia permangano, anche se certo in una situazione che è resa più aspra, più difficile non solo dagli eventi odierni, ma dalla situazione degli ultimi giorni. In questo senso, tra l'altro, vorrei aggiungere che anche il Parlamento e i dirigenti politici del centro-sinistra e del centro-destra - che peraltro tutti insieme hanno voluto questa missione e non possono trarre qui oggi delle conclusioni, come mi è parso di intravedere, sulla stessa necessità, possibilità ed efficacia della missione - dovrebbero approcciarsi ad essa con determinazione, ma anche con grande spirito critico e con grande calma.

Innanzi tutto, al di fuori del giudizio della comunità internazionale, del tribunale penale internazionale, noi oggi siamo nel Parlamento di uno Stato e di un Governo coinvolto nella missione in Libano che deve saper mostrare grande sobrietà, grande capacità di approcciarsi criticamente ad un tema senza drammatizzare e che dovrebbe aspettare di comprendere chi sono gli assassini autori dell'infame gesto che è stato compiuto.

Mi pare, senatore Buttiglione, che non si possa partire dal presupposto che gli assassini siano gli Hezbollah, e dunque che gli Hezbollah siano terroristi, e questa è la soluzione del problema. (Commenti del senatore Storace). Tra l'altro, se volessimo parlare seriamente, perché tutti conosciamo i problemi di quella parte del mondo, potremmo dire, per esempio, che i cristiani maroniti e gli Hezbollah, peraltro autori delle stesse azioni che lei ritiene terroristiche, comunque erano legati da un'alleanza politica in questo momento.

Io credo, quindi, che anche in questo caso dovremmo essere coscienti che esiste uno stato di diritto nazionale e uno stato di diritto internazionale. Inoltre, credo che anche rispetto ai nostri due cooperanti, che ancora una volta con grande spirito di sacrificio, inverando cos'è il dono della cooperazione internazionale, si stavano sacrificando in quelle zone per le popolazioni martoriate della Palestina, il Parlamento italiano debba fare un appello affinché al più presto (io mi auguro che avvenga già nelle prossime ore) siano liberati.

Infine, anche se di questo argomento abbiamo già parlato, io credo che vadano dette parole definitive e anche molto serie: ciò che è avvenuto nella manifestazione di sabato a Roma è stato un errore politico molto grave. Sono stati compiuti gesti dissennati, nominate parole indicibili, siamo sdegnati per gli slogan contro i morti di Nasiriya e per il fatto che siano stati bruciati i fantocci dei militari italiani. (Applausi dai Gruppi RC-SE Ulivo, Aut, FI, AN e UDC).

Tutto questo lo diciamo con grande rispetto per i caduti e per le loro famiglie (Applausi della senatrice Villecco Calipari). Riteniamo che la responsabilità degli atti politici sbagliati e dissennati dei Governi, di noi dirigenti politici, di noi parlamentari, non debbano ricadere su persone, su militari che stavano adempiendo al loro dovere per la Patria, per la Nazione tutta. E io credo che quegli atti dissennati siano stati, paradossalmente, la peggiore iniziativa, la più grave e peggiore iniziativa che è stata presa nei confronti di quello stesso popolo palestinese che quegli atti dissennati e in qualche modo incivili volevano difendere. Io credo che sia stato il peggiore atto che poteva essere commesso contro il popolo Palestinese che lotta giustamente per la costruzione del proprio Stato e che deve convivere, in pace e democrazia, accanto allo Stato israeliano: due popoli, due Stati.

Io credo che ogni manifestazione che neghi la parola d'ordine «Due popoli, due stati» sia un gravissimo errore politico, che nessuno che si dica di sinistra o democratico deve commettere. (Applausi dai Gruppi RC-SE, Ulivo e del senatore Scalfaro).

PIANETTA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PIANETTA (FI). Signor Presidente, esprimiamo tutta la nostra preoccupazione per quello che si sta verificando e che si è verificato tragicamente in Libano.

Del resto, lo stesso ministro D'Alema, in una recentissima intervista, ha espresso preoccupazione. Noi vogliamo allora che il Governo venga immediatamente a riferire in Aula sulla situazione, perché, tra l'altro, un ordine del giorno, votato qui in Senato, ha stabilito che il Governo deve costantemente riferire sulla situazione in Libano. Chiediamo pertanto che ci sia questa presenza.

Con grande responsabilità, noi abbiamo espresso un voto favorevole per questa missione, in ragione dell'utilità, della necessità e della capacità di poter portare un segno e una testimonianza operativa di pace, ma noi vogliamo, a questo punto, creare le condizioni per fare in modo che i nostri militari abbiano salvaguardata la sicurezza. (Applausi dal Gruppo FI).

Tutto quello che è stato manifestato nei cortei di sabato, con slogan orrendi, contro le nostre Forze armate, contro i nostri militari, contro i nostri impegni, dobbiamo definirlo assolutamente inammissibile nelle nostre piazze e nel nostro Paese. (Applausi dai Gruppi FI, LNP e dei senatori Santini e Selva).

Vogliamo esprimere la nostra più grande solidarietà ai nostri militari che sono in quel Paese così martoriato; ma, al tempo stesso, vogliamo andare a verificare quali sono le condizioni e le situazioni. Il Governo deve assumersi tutta la responsabilità di chiarire fino in fondo qual è la situazione attuale. Ci risulta, anche dagli organi di stampa, che gli Hezbollah sono costantemente alimentati in armi. È chiaro che c'è una grande difficoltà, da parte della nostra missione, a svolgere il ruolo previsto dalla risoluzione 1701.

Bisogna, quindi, che il Governo chiarisca adeguatamente questa situazione, perché indubbiamente la realtà libanese deve preoccupare tutti quanti noi. Dobbiamo assumerci la responsabilità completa, qui, da parte del Governo, di fronte al nostro Parlamento. (Applausi dal Gruppo FI).

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, credo sia doveroso fare alcune considerazioni a caldo su questo tema, che ci coglie ex abrupto.

Prima di tutto, esprimo cordoglio per il Ministro caduto - credo lo possiamo dire - nell'adempimento del proprio dovere. Un dovere che - com'è stato testimoniato da altri oratori prima di me - era riconosciuto come rivolto ad una situazione di pace e di normalità nel Paese. Vi è quindi il cordoglio dal punto di vista umano, ma anche viva preoccupazione dal punto di vista politico.

Esprimo, inoltre, tutta la nostra solidarietà ai cooperatori rapiti, che sicuramente stavano svolgendo un'opera umanitaria. Siamo preoccupati, come tutti, e auspichiamo (in ciò abbiamo fiducia) che le strutture della Farnesina possano operare con successo, come negli ultimi anni, fortunatamente, il Paese ha dimostrato di poter fare, garantendo l'incolumità dei nostri rapiti.

Credo tuttavia che, fatte queste considerazioni, sicuramente doverose, ne vadano svolte altre. Intanto, vorrei ricordare che, ancora una volta, anche se non creduta nel momento in cui esprimevamo il nostro voto, la Lega ha avuto ragione: siamo stati tra i pochissimi ad aver votato contro il provvedimento che ha mandato i nostri soldati in Libano. Avevamo motivato il nostro voto contrario dicendo che non si capiva dove sarebbero andati ad operare i nostri soldati, non si capiva qual era la condizione di contorno e quale la situazione che si sarebbe potuta creare in quel Paese; avevamo detto che, probabilmente, sarebbe stata una situazione esplosiva, come peraltro autorevolissimi commentatori internazionali avevano previsto e mi pare che l'attentato porterà, purtroppo, a una situazione di questa natura.

Quindi, siamo orgogliosi di aver cercato di impedire - ahimé invano - che i nostri soldati andassero a cacciarsi in una trappola. Tra l'altro, ricordo che i militari italiani sono laggiù disarmati, perché hanno soltanto armi leggere, dal momento che il Parlamento ha votato di spedirli in Libano senza la possibilità di difendersi adeguatamente.

A mio parere, questo è un tema attorno al quale dobbiamo meditare e decidere molto rapidamente, perché al momento, così a caldo, non sono in grado di dire se è meglio che tornino indietro o restino lì ancora qualche tempo, però certamente non possono permanervi in quelle condizioni perché non sono in grado di difendersi. Bisogna che il Parlamento e il Governo decidano molto rapidamente per garantire il più possibile la loro incolumità.

Non so se l'attentato di oggi sia da addebitarsi a Hezbollah; ancora non possiamo saperlo, anche se tutto fa pensare che sia così. Se è confermata - com'è probabile - questa tesi, allora non possiamo sottacere alcune considerazioni che rischiano di essere polemiche, magari anche strumentali, anche se non vogliono esserlo.

È stata richiamata più volte in questa sede la manifestazione di sabato scorso: è troppo comodo, onorevole Russo Spena, lanciare parole di condanna. Vorrei ricordare che alla manifestazione partecipava a pieno titolo il segretario di un partito che è fondamentale per la vita di questo Governo.(Applausi dai Gruppi LNP, FI e del senatore Selva). Mi domando come il presidente Prodi possa avvalersi di un partito di siffatta natura che sfila assieme a coloro che inneggiano ai terroristi.

Ritengo che questo sia un tema sul quale la sinistra dovrebbe interrogarsi e rispondere non tanto a noi, quanto all'opinione pubblica. Infine, se si dovesse stabilire che la responsabilità dell'attentato vada attribuita a Hezbollah, ebbene, come parlamentare e come cittadino, auspico di non vedere più il nostro ministro degli esteri a braccetto con queste persone! (Applausi dai Gruppi LNP, AN, UDC e FI).

ROTONDI (DC-PRI-IND-MPA). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

ROTONDI (DC-PRI-IND-MPA). Signor Presidente, naturalmente il Gruppo della Democrazia Cristiana si associa alle considerazioni prevalenti, con una nota di particolare stupore per le reazioni contenute e troppo britanniche che il Governo ha avuto rispetto all'episodio che tutti i Capigruppo hanno deplorato.

Non penso sia opportuno speculare, da parte nostra, su fatti di sangue per rilanciare una notizia che si rilancia crudamente e sinistramente - è proprio il caso di dirlo - da sé. Infatti, le immagini dell'altro giorno a Roma hanno fatto il giro del mondo e, per fortuna dell'Italia, il mondo non conosce il segretario di partito che era, se non regista, certo comparsa eminente del macabro filmato che abbiamo tutti avuto modo di vedere.

Vorrei soltanto rivolgere un invito alla sinistra, all'Unione, al Governo, al presidente Prodi: mi permetto d'invitare il Presidente del Consiglio, che in queste ore riscopre il fascino dei partiti storici (uno dei quali io stesso ho riproposto all'attenzione dell'opinione pubblica), a consigliare al suo socio di maggioranza Diliberto, se non di ispirarsi alla linea e al costume della Democrazia Cristiana in materia di terrorismo, di rapporti internazionali, di rispetto delle Forze armate (se tanto è forse troppo), di ricordargli su questo stesso tema - e mi unirei volentieri a lui nel farlo - la sobria, austera, antica e attuale linea che adottò il Partito comunista italiano. (Applausi dai Gruppi FI, LNP e del senatore Caprili).

FINOCCHIARO (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FINOCCHIARO (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è già intervenuto in proposito il presidente Castelli e quindi non mi intratterrò su quelli che egli ha definito argomenti polemici e strumentali, perché non mi pare adeguato alla qualità della questione, alla durezza del momento e ai compiti che attendono noi e il Governo rispetto a ciò che oggi tragicamente si è prodotto in Libano e a Gaza.

Abbiamo naturalmente il diritto, la facoltà, la necessità politica di usare quest'Aula anche come megafono delle nostre posizioni politiche, alcune molto marginali in questo Parlamento, come quelle della Lega, rispetto alla spedizione in Libano, ma siamo qui soprattutto per porre in essere tutti gli strumenti che ci appartengono e per sollecitare il Governo ad adottare i provvedimenti necessari per incidere positivamente sulla situazione libanese e nella Striscia di Gaza.

Vorrei ricordare che sulla delicatezza della questione in Libano e sulla necessità di un aggiornamento dell'analisi politica è già intervenuto, qualche giorno fa, prima del tragico fatto di oggi, il ministro degli affari esteri, onorevole D'Alema. Credo che il chiarimento avrà già una sua prima sede, infatti, oggi la Commissione esteri del Senato (ringrazio il presidente Dini per questo) ha già all'unanimità - credo, anzi ne sono certa - chiesto che il Ministro degli affari esteri venga domani a riferire proprio sugli avvenimenti odierni.

Mi pare, poi, che il Governo (ogni sollecitazione potrebbe sembrare superflua, ma è giusto che il Senato lo chieda) abbia già attivato l'unità di crisi, affinché il rapimento dei due cooperatori nella Striscia di Gaza si concluda al più presto e positivamente.

Colleghi, credo siano proprio questi momenti di difficoltà, molto più dei passaggi parlamentari iniziali, adottati anche sulla spinta di un pensiero comune a molti Governi del mondo (mi riferisco alla fase nella quale questo Parlamento ha votato quasi all'unanimità la spedizione in Libano), quelli veri nei quali le forze politiche sono chiamate a mostrare quanto interesse e volontà hanno di partecipare, anche dall'opposizione, alle politiche internazionali del nostro Paese, alla sua dignità e alla sua autorevolezza, al contributo che l'Italia ogni giorno dimostra di poter offrire per portare soluzione ai mille conflitti che insanguinano il mondo e in particolare a quelli rispetto ai quali il nostro Paese è impegnato direttamente con le sue truppe.

Se vi è una cosa che credo dobbiamo abbandonare - e ringrazio il senatore Russo Spena per il suo intervento - è esattamente la tentazione, che grava su ciascuno di noi, di attribuire a sé ogni merito e di considerare, di fronte alla prima difficoltà, responsabilità dell'altro ciò che accade. Tutto questo non solo non corrisponde alla verità, ma deprime anche la stessa autorevolezza del Paese, la stessa forza dei Governi e dei Parlamenti nell'operare, la stessa dignità della politica internazionale dell'Italia nello stare al mondo.

Siccome sono convinta che il momento nel quale si è registrata la grande unità delle forze di opposizione e di maggioranza sulla missione in Libano sia stato uno dei passaggi positivi dell'avvio della legislatura, credo dovremmo avere cura di tale accordo. Sia pure - ovviamente - nella necessità continua di sottoporre a revisione critica le decisioni e le iniziative che abbiamo adottato, penso che dovrebbe essere cura di ciascuno di noi salvaguardare quel nucleo di unità d'intenti, quella capacità di presentare in tutte le sedi internazionali il nostro come un Paese che ha le idee chiare e la solidità e la forza di un Parlamento unito nel tentare di contribuire, con l'autorevolezza - mai negata da alcuno - con la quale sta procedendo, alla soluzione di molti dei problemi che in questo momento affliggono in particolare il Medio Oriente.

Rivolto questo invito ai colleghi dell'opposizione, vorrei infine dire una parola sui continui riferimenti fatti alla manifestazione di sabato scorso. Penso che il presidente Russo Spena abbia detto qui parole assolutamente definitive.

Mi augurerei che, ferme restando le punte polemiche che appartengono alla fisiologia, noi non scomodassimo argomenti non attinenti alle questioni gravi e tragiche di cui stiamo discutendo oggi, perché ciò servirebbe a svilire l'importanza ed il contributo che l'opposizione ha ritenuto di dare - e la ringrazio per questo - ad alcune difficili scelte di politica internazionale che il Governo Prodi sta compiendo. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com e Aut).

RIPAMONTI (IU-Verdi-Com). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

RIPAMONTI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, riteniamo che la richiesta dei Gruppi di opposizione, che non è più solo la richiesta dei Gruppi di opposizione, sia legittima, ma soprattutto giusta. Il nostro Paese ha avuto un ruolo importante nel tentativo di dare soluzione alla drammatica situazione in Libano, che sappiamo essere molto difficile.

La nostra solidarietà e la nostra vicinanza ai familiari di chi è stato colpito in modo così crudo da questo attentato è piena ed è vicinanza e solidarietà anche alla parte politica del rappresentante del Governo libanese che ha subito questo attentato gravissimo.

Devo dire però, per onestà, signor Presidente, che allo stato non esistono e non sono state rivendicate iniziative da parte di Hezbollah e che anche la Siria ha condannato l'attentato. Dovremmo quindi attenerci in modo rigoroso ai fatti e, proprio perché la situazione in Libano è così difficile, credo che il Parlamento abbia fatto bene a decidere l'intervento che ha coinvolto la Comunità europea e gli organismi internazionali, come credo che questo intervento debba continuare, nel rispetto degli accordi sottoscritti, per tentare di avviare un processo di pacificazione, di tolleranza e di rispetto in quell'area così martoriata.

Infine, signor Presidente, ritengo che in questo momento sarebbe opportuno evitare di inasprire i toni e portare invece nella nostra discussione un messaggio di pace e di tolleranza. Credo che utilizzare questa vicenda, così grave, per inasprire i toni sarebbe in questo momento una scelta sbagliata dal punto di vista politico e soprattutto una scelta sbagliata per quanto riguarda l'appoggio che tutto il Parlamento, credo, dovrebbe garantire alla nostra missione in quel Paese così martoriato. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e RC-SE).

PRESIDENTE. La ringrazio per il suo intervento, senatore Ripamonti.

Comunico che il senatore Polito ha chiesto di intervenire per fatto personale alla fine della seduta.

A questo punto, essendo stata avanzata la richiesta, che io condivido (ma questo ha poca importanza) e che comunque trasmetterò al Governo (per primo lo ha fatto il senatore Buttiglione), affinché il Governo medesimo venga a riferire qui in Aula sulle condizioni politiche nelle quali si svolge oggi la nostra missione e sui caratteri del nostro impegno politico militare, nonché diplomatico, per aiutare quel Paese nella sua ricostruzione ed essendo già stato assunto un impegno - lo ricordo ai colleghi - da parte del presidente della Commissione esteri Dini, a nome della medesima Commissione, sollecitando così il Ministro degli affari esteri a riferire, mi farò carico di trasmettere tale richiesta, tenendo conto delle scadenze già definite e degli impegni già assunti.

Ringrazio tutti i colleghi per gli interventi svolti in questo dibattito quanto mai opportuno.

 

Ripresa della discussione congiunta
del disegno di legge n.
1014 e del Documento LXXXVII, n. 1 (ore 17,25)

PRESIDENTE. Come stabilito dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, alla discussione del disegno di legge e del Documento in titolo sarà riservata un'ora, a decorrere da questo momento.

Riprendiamo l'esame degli articoli, nel testo proposto dalla Commissione.

Ricordo che nella seduta antimeridiana del 16 novembre ha avuto inizio la votazione degli emendamenti presentati all'articolo 12.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 12.4.

STIFFONI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Signor Presidente, sebbene si stia lavorando con una certa discontinuità, spero che i colleghi ricordino il tema della provvedimento.

Conl'emendamento 12.4 intendiamo porre rimedio al brutto pasticcio di parole derivato da emendamenti incrociati approvati alla Camera e riportare il testo ad una formulazione più aderente alla direttiva comunitaria, che prevede che ogni domanda di asilo formulata da una persona proveniente da una Paese terzo sicuro sia giudicata infondata dal principio, sollevando le autorità competenti dal dover aprire fascicoli e perdere tempo per casi inaccettabili.

Con questo sistema - come ho già detto la settimana scorsa - si apre la strada ad una nuova clandestinità per taluni soggetti entrati nelle nostre frontiere che potrebbero accampare scuse qualsiasi per potervi restare in attesa di una sentenza che, viste le lungaggini della nostra magistratura, potrebbe essere emessa solo dopo vari decenni.

Signor Presidente, chiedo ai colleghi della Lega Nord, e solo ad essi, di appoggiare la mia richiesta di verifica del numero legale.

BUTTIGLIONE (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BUTTIGLIONE (UDC). Signor Presidente, intervengo per sottolineare che esiste un problema reale: la volontà di ancorare il Governo al rispetto della legislazione italiana. Potrebbe sembrare superfluo, ma non lo è. In molte occasioni, infatti, abbiamo visto esponenti della maggioranza esprimere pareri estremamente critici sulla legislazione italiana. E' un principio generale che, finché tale legislazione è in vigore, il Governo, nel recepimento della normativa comunitaria, non può non fare riferimento ad essa.

  

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta, avanzata dal senatore Stiffoni, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico. Pregherei i colleghi di restare seduti ciascuno al proprio posto.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

  

Ripresa della discussione congiunta
del disegno di legge n. 1014 e del Documento LXXXVII, n. 1

 

PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 12.4, presentato dal senatore Stiffoni.

Non è approvato.

 

L'emendamento 12.11 è inammissibile.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 12.12.

  

Verifica del numero legale

 

STIFFONI (LNP). Chiediamo la verifica del numero legale.

 

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

 

Il Senato è in numero legale.

  

Ripresa della discussione congiunta
del disegno di legge n. 1014 e del Documento LXXXVII, n. 1

 

PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 12.12, presentato dal senatore Stiffoni.

Non è approvato.

PASTORE (FI). Chiediamo la controprova.

 

PRESIDENTE. Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.

Proclamo il risultato della votazione di controprova mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

286

Senatori votanti

285

Maggioranza

143

Favorevoli

130

Contrari

155

Il Senato non approva.

 

Passiamo alla votazione dell'emendamento 12.13.

STIFFONI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Signor Presidente, il comma 1, com'è formulato, potrebbe dare origine a molta confusione. Il Paese di provenienza è sicuro o non è sicuro? (Brusìo). Vorrei pregare i colleghi di Forza Italia, alla mia sinistra, di parlare leggermente più piano.

 

PRESIDENTE. Pregherei i colleghi di consentire al senatore Stiffoni di svolgere la sua dichiarazione di voto sull'emendamento in esame in modo consono.

Prego, senatore Stiffoni, prosegua.

 

STIFFONI (LNP). Come dicevo, il comma 1, così com'è formulato, potrebbe dare adito a molta confusione. Infatti, il Paese di provenienza è sicuro o non è sicuro? È sicuro solo qualche volta? Lo è solo per alcune persone? Con l'emendamento 12.13 si vuole pertanto introdurre un parametro internazionalmente più certo che permetta immediatamente di capire quali siano le domande di asilo fondate e quali quelle manifestamente infondate.

Signor Presidente, chiedo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Stiffoni, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

  

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 12.13, presentato dal senatore Stiffoni.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

284

Senatori votanti

283

Maggioranza

142

Favorevoli

126

Contrari

155

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

  

Ripresa della discussione congiunta
del disegno di legge n. 1014 e del Documento LXXXVII, n. 1

 

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 12.14 (testo 3).

Avverto però i colleghi che il testo ha subito una leggera modifica, che definirei un'integrazione. Pertanto, nella nuova versione, va così letto: «Tra i gravi motivi possono essere comprese gravi discriminazioni e repressioni di comportamenti riferiti al richiedente e che risultano perseguiti nel paese di origine o di provenienza e non costituenti reato per l'ordinamento italiano».

VEGAS (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

VEGAS (FI). Signor Presidente, questa modifica dell'emendamento 12.14 è conseguente al dibattito che è stato svolto la settimana scorsa in Aula e si fa carico delle questioni sollevate dal senatore Silvestri, ma inquadrandole in una fattispecie più ampia. A me lascia però qualche dubbio proprio l'ampiezza della fattispecie che in questo modo viene descritta dall'emendamento, dal momento che essa è talmente indeterminata da potersi prestare anche ad abusi. Discriminazioni e repressioni delineano, infatti, un concetto molto ampio.

Tra l'altro, mi permetterei di suggerire al presentatore, o eventualmente al relatore, al fine di evitare qualunque tipo di abuso (perché, così come formulato, l'emendamento fa riferimento a gravi motivi e a gravi discriminazioni e repressioni, ma non necessariamente rivolte al soggetto che chiede l'asilo, in quanto può trattarsi di discriminazioni presenti in quel Paese, ma che non colpiscono il soggetto medesimo) e, se non altro, per migliorare e definire il contenuto dell'emendamento, con riferimento al soggetto medesimo, di aggiungere, dopo le parole: «repressioni di comportamenti», le altre: «riferiti al richiedente e che risultino poi perseguiti nel Paese di origine». Ripeto: potrebbe esserci una discriminazione di qualunque tipo, che però non riguarda la mia persona e quindi non avrei titolo per arrivare in Italia.

Si tratta, ad ogni modo, di materie molto delicate, sulle quali forse occorrerebbe procedere con un livello di ponderazione superiore a quello consentito dal dibattito in un'Aula, dove peraltro, in ragione dei sentimenti suscitati, è stato molto acceso e sentito.

PRESIDENTE. Senatore Vegas, il suo intervento è certamente opportuno. Tuttavia, vorrei farle notare che la modifica da lei proposta è esattamente uguale alla modifica integrativa, di cui ho informato l'Aula, già formulata dallo stesso firmatario dell'emendamento.

STRANO (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STRANO (AN). Signor Presidente, annuncio che siamo soddisfatti della riformulazione dell'emendamento in oggetto, anche alla luce dell'intervento svolto nella scorsa seduta dal senatore Storace al fine di circoscriverlo a questa fattispecie, che ci sembra esaustiva e che - mi rivolgo al senatore Silvestri - nell'accezione iniziale sarebbe stata troppo restrittiva.

In questo modo, comprendiamo quella fattispecie e comprendiamo anche altri comportamenti che, a nostro avviso, trovano tutela e non stravolgono il concetto (al quale siamo fortemente ancorati) della circolazione della cosiddetta legge Bossi‑Fini.

Mi sembra che il terreno dell'emendamento 12.14 (testo 4) sia assolutamente percorribile, per cui preannunzio il voto favorevole del Gruppo di Alleanza Nazionale.

BUTTIGLIONE (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Senatore Buttiglione, le devo ricordare che il suo Gruppo ha esaurito i tempi a disposizione. Le do la parola per due minuti, pregandola di attenersi ai tempi.

 

BUTTIGLIONE (UDC). Signor Presidente, vorrei ricordare, anzitutto, che l'emendamento 12.14 (testo 4) non ha nulla a che fare con la cosiddetta legge Bossi-Fini, perché si occupa non di immigrazione, ma di diritto di asilo, che è fattispecie tutt'affatto diversa e che non ha alcuna collegazione con la materia dell'immigrazione. L'emendamento in oggetto non ha quindi alcuna possibilità di influire sui contenuti della cosiddetta legge Bossi‑Fini.

In secondo luogo, tengo a ricordare che inizialmente l'emendamento è stato proposto in una formula che noi non potevamo accettare, essendo contrari ad ogni forma di affirmative action o di legislazione che contenga discriminazioni positive. Noi vogliamo difendere i diritti degli omosessuali nell'ambito della difesa generale dei diritti di ogni persona umana, in quanto persona umana. (Applausi dai Gruppi UDC e FI).

È una scelta molto importante dal punto di vista metodologico e sono lieto che il Parlamento l'abbia fatta propria. Si prestava a un'obiezione: così apriamo le porte e chiunque ritenga di essere in qualche modo discriminato nel suo Paese può venire in Italia e tutto può diventare materia di asilo politico.

Esempio: in Texas, nella contea di Dallas, si può essere multati se si beve alcool dopo le ore 18. Forse si tratta di un divieto sgradevole per alcuni, ma non è sufficiente per chiedere asilo in Italia. Abbiamo introdotto il «può»: il legislatore italiano può tenerne conto, ma non è obbligato e ciò gli dà un'ampia facoltà di valutare in quali casi valga la pena tenerne conto e in quali no.

Abbiamo aggiunto, come ulteriore restrizione, che le discriminazioni debbono essere gravi, quindi non di poco rilievo. Inoltre, deve esserci la concreta attuazione di discriminazioni contro il singolo soggetto. Non basta che la legge in generale contenga una discriminazione, ma deve trattarsi di una legge che sta per essere applicata nei confronti di quel determinato soggetto.

È una scelta di grande civiltà giuridica che, in questo modo, attenua anche i rischi che la formulazione originaria, molto ampia, poteva contenere. Essa ci allinea con i Paesi più avanzati dell'Unione. Ritengo pertanto che possiamo votarla tranquillamente.

STIFFONI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Signor Presidente, mi riallaccio all'intervento del collega Vegas per proporre una riflessione sull'argomento. A mio parere, questa fantasia legislativa è eccessiva, anche perché, collega Buttiglione, per quanto concerne il discorso dell'aggettivazione «gravi discriminazioni», qual è il metro di misura per l'aggettivazione «gravi»? Su questo punto sarei molto cauto, poiché mi sembra che la fantasia legislativa che usiamo vada ben oltre la direttiva europea.

Allargare le maglie con degli eccessivi distinguo della direttiva sul diritto di asilo potrebbe instaurare una pericolosa e per l'Italia - se permettete - ridicola procedura d'infrazione, in merito alla quale abbiamo già informato i nostri colleghi a Strasburgo e a Bruxelles.

Da ultimo, mi permetto di porre, a me e a tutti voi, una domanda. È stata presa in considerazione la possibilità di una ritorsione, da parte dei cosiddetti Paesi sicuri, in caso di nostra richiesta di estradizione per ricercati dalla giustizia italiana? L'emendamento 12.14 (testo 4), se approvato, potrebbe veramente rivelarsi un boomerang molto pericoloso e foriero di destabilizzazioni nei rapporti internazionali.

MALAN (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALAN (FI). Vorrei sapere se sulla nuova formulazione dell'emendamento 12.14 (testo 4) vi sia il parere della Commissione bilancio. Infatti, ricordo che alla Camera dei deputati sull'emendamento che ha introdotto l'insieme di questo articolo la Commissione bilancio ha espresso parere contrario per gli oneri che deriverebbero dal verosimile dovere di ospitalità e di mantenimento di coloro che richiedono asilo, che dovranno restare nel nostro Paese per il tempo necessario affinché la domanda che hanno formulato venga esaminata.

Di conseguenza, la nuova formulazione dell'emendamento, che amplia tale possibilità perché la estende a una serie maggiore di soggetti, comporta sicuramente un onere.

PRESIDENTE. Senatore Malan, mi ripromettevo di chiedere il parere del relatore e del Governo. Pensavo che sull'emendamento in esame vi fosse il nulla osta della 5ª Commissione.

Invito il relatore ed la rappresentante del Governo a pronunziarsi sull'emendamento 12.14, così come riformulato.

MANZELLA, relatore. Signor Presidente, esprimo parere favorevole all'emendamento nella nuova formulazione, che prevede l'inserimento della restrizione cui faceva cenno il senatore Vegas.

Aggiungo anche che sono preziose le indicazioni del senatore Buttiglione. Siamo in una materia eminentemente politica: si tratta di rifugiati politici, si usano le parole «discriminazioni» e «repressioni» che non hanno molta attinenza con uno stretto linguaggio penalistico, ma riguardano esclusivamente delle situazioni di origine politica.

Da questo punto di vista, signor Presidente, io credo (mi permetto di dissentire dal senatore Malan) che la formulazione di questo emendamento sia restrittiva rispetto a quella generica originaria: si dice che tra i gravi motivi possono, ma non che devono essere inclusi dei tipi di discriminazioni o repressioni di comportamenti che comunque, nel nostro ordinamento, non sono reati. Naturalmente, sappiamo bene nel mondo qual è la politicità di certi comportamenti che risultano repressi o discriminati: sono comportamenti di natura personale, sensibile.

Pertanto, da questo punto di vista, ritengo che anche il richiesto parere della Commissione bilancio sia assolutamente compreso nel parere generale che essa ha a suo tempo espresso, ma naturalmente mi rimetto al Presidente, nel caso fosse di diverso avviso.

BONINO, ministro del commercio internazionale e ministro per le politiche europee. Esprimo parere favorevole.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda la copertura finanziaria, credo che l'interpretazione che ha dato testé il relatore, il collega Manzella, sia corretta, nel senso che la riformulazione dell'emendamento originario 12.14 ha un carattere non estensivo, ma restrittivo rispetto alla norma prevista. Quindi, non mi sembra vi possano essere problemi di copertura finanziaria.

In ogni caso, chiedo al presidente della 5a Commissione, senatore Morando, che ha esaminato il testo, se vuole esprimere un suo parere in proposito.

PASTORE (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

PASTORE (FI). Signor Presidente, vorrei intervenire sul parere della Commissione bilancio: il relatore ha espresso la sua autorevole opinione, che rimane comunque tale. Ritengo opinione altrettanto autorevole che la formulazione attuale, poiché si riferisce a qualsiasi tipo di discriminazione e repressione, sia più ampia di quella prevista dall'originario emendamento.

Credo, quindi, che comunque la valutazione della Commissione bilancio e non del suo Presidente, vada assolutamente richiesta, poiché si tratta di un parere estremamente significativo ed è contrario al parere della Commissione bilancio della Camera, almeno nella sua prevedibilità. Altrimenti violeremmo una norma sempre rispettata sulla natura di parere-filtro delle Commissioni bilancio, cosa che potrebbe aprire scenari non auspicabili.

 

PRESIDENTE. Chiedo al presidente della 5a Commissione, senatore Morando, il suo parere in proposito.

MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, premesso che i pareri della Commissione bilancio della Camera non ispirano quelli della Commissione bilancio del Senato e viceversa, naturalmente, la mia opinione è che in realtà l'emendamento non presenti problemi.

Poiché però questo è un punto delicato, le chiedo, Presidente, se sia possibile soprassedere, autorizzando il Presidente della Commissione bilancio, cioè il sottoscritto, a fare una consultazione rapida al fine di utilizzare la norma prevista dall'articolo 100 del nostro Regolamento per poter dare un parere come Presidente, ma solo dopo aver consultato anche gli esponenti dell'opposizione componenti della Commissione bilancio.

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni alla proposta del Presidente della Commissione bilancio, io la accoglierei accantonando l'articolo 12 e i relativi restanti emendamenti, per proseguire nell'esame del provvedimento.

Poiché non si fanno osservazioni, così rimane stabilito.

Passiamo dunque all'esame dell'articolo 13.

Lo metto ai voti.

È approvato.

 

Passiamo all'esame e alla votazione dell'articolo 14.

STIFFONI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STIFFONI (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Stiffoni, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

  

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 14.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

291

Senatori votanti

290

Maggioranza

146

Favorevoli

274

Contrari

14

Astenuti

2

Il Senato approva. (v. Allegato B)

  

Ripresa della discussione congiunta
del disegno di legge n. 1014 e del Documento LXXXVII, n. 1

 

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 15, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.

DE PETRIS (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, intervengo per illustrare l'emendamento 15.0.2. Dispiace arrivarci al termine di una discussione, anche complessa, sulla legge comunitaria, ma esso merita una piccola attenzione da parte di tutti.

Stiamo parlando della proposta di abrogare finalmente i commi 1, 3 e 4 dell'articolo 17 del decreto legislativo n. 387 del 2003 che aveva recepito la famosa direttiva 2001/77/CE. Nei fatti, essi hanno fatto sì che gli incentivi previsti all'articolo 2 dello stesso decreto legislativo fossero estesi a tutte quante le fonti assimilate. Stiamo parlando di un fatto che ha provocato nei confronti dell'Italia già ben tre procedure d'infrazione.

Stiamo parlando anche del fatto che più del 70 per cento delle risorse da destinarsi alle fonti rinnovabili sono state destinate arbitrariamente (l'ex presidente della Commissione attività produttive della Camera Tabacci ha parlato addirittura di una vera e propria truffa di 30 miliardi), a fonti assimilate: ad inceneritori e ad altro tipi di produzioni di energia, che nulla hanno a che fare né con il fotovoltaico, né con tutti gli altri tipi di fonti rinnovabili.

Questo è il meccanismo che si è venuto a creare, rafforzato anche da questo errato recepimento della direttiva, del famoso CIP 6 del 1992, su cui, come avete visto, è intervenuto recentemente un pronunciamento del presidente Ortis, quindi dell'Authority sull'energia, e che ha fatto sì che i consumatori e gli utenti abbiano pagato, con il prelievo sulla bolletta, non per promuovere le fonti rinnovabili ma per energia prodotta da fonti tutt'altro che pulite, da fonti ovviamente inquinanti.

Vorrei anche ricordare che, se riuscissimo finalmente ad abrogare i commi 1,3 e 4 dell'articolo 17 in questione e a realizzare un recepimento corretto della direttiva, recupereremmo ben 2,2 miliardi solo per quest'anno. Noi disponiamo di dati della Camera dei deputati: per i nuovi contratti si tratta di un costo di 2 miliardi e 701 milioni, con un recupero in bolletta di 1 miliardo e 472 milioni, mentre per quelli esistenti si tratta di un costo di 1 miliardo e 286 milioni e un recupero in bolletta, cioè nelle tasche degli utenti, di 701 milioni di euro.

Noi crediamo - si è affrontato il tema anche alla Camera - che la legge comunitaria sia il luogo adatto perché ci permette di venire incontro anche alle procedure di infrazione e finalmente di farla finita con quella che noi non abbiamo timore di dire che è stata una vera e propria truffa. Anche il ministro Bersani (ho qui sue dichiarazioni) nella stessa audizione al Senato, si era pronunciato per farla finita finalmente con il meccanismo delle assimilate e del CIP 2.

 

PRESIDENTE. Senatrice De Petris, la prego di concludere, lei ha da tempo esaurito il tempo.

 

DE PETRIS (IU-Verdi-Com). Concludo, Presidente. Chiediamo un impegno e una risposta chiara da parte del Governo su questo problema. Se non si arriverà ad eliminare questo scandalo, annunciamo fin da ora che il Gruppo dei Verdi presenterà una formale denuncia a Bruxelles. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).

 

PRESIDENTE. Senatrice De Petris, le ripeto che il suo Gruppo ha esaurito il tempo per intervenire nell'esame di questo provvedimento.

SODANO (RC-SE). Signor Presidente, mi dispiace per i tempi contingentati, ma questo è un argomento molto serio, oltre tutto pochi giorni fa, in questa stessa Aula, abbiamo approvato quasi all'unanimità una mozione importante che faceva riferimento all'impegno del nostro Governo nella Conferenza intergovernativa di Nairobi e all'impegno per il rispetto del Protocollo di Kyoto e la riduzione delle emissioni.

Dunque, su questi emendamenti, che sono analoghi, quello illustrato adesso dalla senatrice De Petris, quello di cui sono primo firmatario, il 15.0.3, ma anche quello del senatore Ferrante, io chiederei al Governo una riflessione, almeno sul testo riformulato, perché le osservazioni che sono state portate dalla Commissione bilancio sul rischio di un contenzioso, in realtà, nell'emendamento 15.0.4 (testo 3) sono risolte perché si fanno salvi i finanziamenti e gli incentivi già erogati per gli impianti realizzati. Questo metterebbe al sicuro rispetto ad un eventuale contenzioso.

Voglio aggiungere - perché tutto il Senato sappia di cosa parliamo - che nel 2005, su 4,7 miliardi di euro concessi per le fonti rinnovabili e assimilate, le fonti rinnovabili hanno ricevuto solamente 1,7 miliardi, mentre 3 miliardi sono andati alle assimilate. Non so se tutti i colleghi sanno cosa sono le assimilate, quello che la collega definiva una truffa legalizzata nel nostro Paese dal 1992 fino ad oggi: sono gli scarti di raffineria, quindi il bitume, gli inceneritori dei rifiuti e tutto ciò che nulla ha a che vedere con le fonti energetiche rinnovabili.

Allora, se noi continuiamo a dare il novanta per cento delle risorse alle assimilate, difficilmente riusciremo a raggiungere gli obiettivi prefissati dal Protocollo di Kyoto, che ancora abbiamo confermato in quest'Aula quasi all'unanimità pochi giorni fa.

Chiedo una riflessione del Governo perché riveda il suo parere sul testo modificato insieme agli altri colleghi dell'Unione, affinché si vada finalmente a cancellare quest'anomalia tutta italiana delle fonti assimilate.

 

PRESIDENTE. Invito il relatore ed la rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.

MANZELLA, relatore. Signor Presidente, confermo il parere contrario del relatore e, dato che la materia è oggetto in questo momento di una complessiva sistemazione, inviterei a presentare un ordine del giorno, come quello che risulta peraltro già stilato.

 

PRESIDENTE. Senatore Manzella, è contrario a tutti gli emendamenti che sono stati presentati all'articolo 15?

 

MANZELLA, relatore. Sì.

BONINO, ministro del commercio internazionale e ministro per le politiche europee. Signor Presidente, il Governo condivide nel merito le osservazioni svolte dai colleghi e ritiene di poter assumere al riguardo un impegno formale, se i colleghi accettassero il ritiro degli emendamenti ed una loro trasformazione in ordine del giorno.

Come già confermato anche dal collega Bersani, noi crediamo che il posto giusto per discutere ed inserire questa tematica sia il disegno di legge delega sull'energia, che - come sapete - è stato depositato dal Governo in Parlamento.

Quindi, nel merito il Governo condivide, ma ritiene che sia meglio affrontare e risolvere la questione delle rinnovabili ed assimilate nel disegno di legge sull'energia; si impegna ad accettare un ordine del giorno in questo senso, se i colleghi volessero ritirare questi tre emendamenti.

PRESIDENTE. C'è dunque un parere contrario del relatore e un invito al ritiro di tutti gli emendamenti da parte del Governo.

Mi rivolgo ai presentatori, chiedendo loro se intendono mantenere gli emendamenti.

SODANO (RC-SE). Signor Presidente, è stato già stilato l'ordine del giorno G15.100, nel quale a questo punto, bisogna chiaramente togliere l'ultimo capoverso, perché fa riferimento al recepimento di una direttiva ed è legato all'approvazione dell'emendamento precedente. Se tale emendamento sarà ritirato, come propone la ministro Bonino, è evidente che l'ultimo capoverso è superato.

Rimane pertanto l'ordine del giorno G15.100, con gli impegni previsti, tranne l'ultimo capoverso.

DE PETRIS (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, ovviamente noi a questo punto prendiamo atto. Anche noi abbiamo sottoscritto l'ordine del giorno G15.100, con il ritiro dell'ultimo capoverso.

 

PRESIDENTE. Invito la rappresentante del Governo a pronunciarsi sull'ordine del giorno G15.100 (testo 2).

 

BONINO, ministro del commercio internazionale e ministro per le politiche europee. Il Governo lo accoglie.

 

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G15.100 (testo 2) non verrà posto in votazione. (Il senatore Novi fa cenno di voler intervenire).

Immagino, senatore Novi, che si tratti di una dichiarazione di voto sull'articolo 15. Gli emendamenti, come ha sentito, sono stati ritirati e l'ordine del giorno presentato è stato accolto dal Governo; quindi, manca la materia.

NOVI (FI). Signor Presidente, vorrei fare una dichiarazione di voto a favore dell'emendamento 15.0.2 e chiederne la votazione con il sistema elettronico, per vedere come si schiera l'Aula su un emendamento così importante. Faccio mio l'emendamento.

 

PRESIDENTE. È stato ritirato, senatore Novi, ed è stato trasformato in ordine del giorno, che è stato accolto dal Governo. Faccia una dichiarazione di voto sull'articolo 15, se vuole intervenire.

 

NOVI (FI). Sono stato preceduto dal Presidente della Commissione ambiente: affinità elettive.

Comunque, signor Presidente, sull'articolo 15 chiedo la votazione con il sistema elettronico.

FERRANTE (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FERRANTE (Ulivo). Signor Presidente, in quanto presentatore dell'emendamento 15.0.4 (testo 3), voglio molto rapidamente spiegare all'Aula del Senato perché abbiamo insistito in questi emendamenti, che sono tutti abbastanza simili (quello mio, quello del senatore Sodano e quello del senatore Silvestri). Avremmo dovuto...

 

PRESIDENTE. Senatore Ferrante, mi dispiace, non le posso consentire di continuare il suo intervento: lei sta intervenendo dopo la decisione che abbiamo preso. O fa una dichiarazione di voto sull'articolo 15 o non posso darle la parola su un emendamento che è stato non solo ritirato, ma trasformato in ordine del giorno.

 

FERRANTE (Ulivo). Ma dell'emendamento 15.0.4 ero firmatario.

 

PRESIDENTE. Ho capito. Ma ci sono stati suoi colleghi che sono intervenuti esattamente sulla stessa materia; si metta d'accordo con i suoi colleghi.

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, premetto che in questo caso intervengo a titolo personale e non come Capogruppo, perché credo, su questo tema, di avere posizioni diverse dal mio Gruppo.

Ai sensi del Regolamento, faccio miei gli emendamenti 15.0.2, 15.0.3 e 15.0.4 e chiedo che vengano votati.

 

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Castelli, gli emendamenti sono stati ritirati e trasformati in un ordine del giorno che è stato accolto dal Governo

 

CASTELLI (LNP). Ho capito, ma dal momento che il Regolamento mi consente di farli miei, li faccio miei.

 

PRESIDENTE. Mi dispiace, ma questo non può avvenire, a norma del Regolamento.

 

CASTELLI (LNP). Come non posso? Certo che posso!

 

PRESIDENTE. Gli emendamenti sono stati trasformati in un ordine del giorno, senatore Castelli, non possono essere fatti propri, in questo caso.

 

CASTELLI (LNP). Presidente, adesso non ho sotto mano l'articolo esatto del Regolamento, ma se ben ricordo esso prevede che gli emendamenti ritirati possano essere fatti propri da altri senatori.

 

PRESIDENTE. Se ritirati, ma in questo caso gli emendamenti sono stati non solo ritirati, ma anche trasformati in un ordine del giorno.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, gli emendamenti sono stati ritirati e io li faccio miei, mi scusi.

 

PRESIDENTE. Senatore Castelli, gli emendamenti non esistono più perché sono stati trasformati in un ordine del giorno.

 

CASTELLI (LNP). No, esistono; se io li faccio miei, esistono, Presidente, scusi.

 

PRESIDENTE. No, mi dispiace. Non è una cattiva volontà, è una norma regolamentare, senatore Castelli.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, interpelli gli Uffici. Se mi concede un secondo, ritrovo l'articolo del Regolamento, ma è una prassi consolidatissima quella di far propri gli emendamenti ritirati. Accade da sempre.

 

PRESIDENTE. Senatore Castelli, guardi, a parte la norma regolamentare, l'interpretazione regolamentare è sempre stata costante.

 

CASTELLI (LNP). Mi permetto di insistere, perché è una prassi assolutamente consolidata in Senato.

 

PRESIDENTE. No, è esattamente il contrario: la prassi costantemente seguita - mi creda, non è una cattiva volontà - è quella che la Presidenza in questo momento sta applicando.

 

CASTELLI (LNP). Mi scusi, sono undici anni che faccio il senatore: ho un po' di Alzheimer, ma non così tanto da impedirmi di ricordare la prassi.

 

PRESIDENTE. Ma lasci stare l'Alzheimer, non c'entra nulla.

 

CASTELLI (LNP). La prassi assoluta del Senato (e anche della Camera, se mi consente) è che quando un emendamento viene ritirato dal suo presentatore, qualsiasi altro senatore ha la possibilità di farlo proprio.

 

PRESIDENTE. Senatore, lei avrebbe perfettamente ragione se l'emendamento o, per l'esattezza, gli emendamenti in questione fossero stati semplicemente ritirati. Non è così. Le sto dicendo che formalmente il contenuto di tali emendamenti è stato riversato in un ordine del giorno che è stato accolto dal Governo e che io non metto in votazione.

 

CASTELLI (LNP). Non esiste un articolo del Regolamento del genere, Presidente, non esiste!

 

PRESIDENTE. Va bene: la Presidenza ha deciso in questo modo, senatore Castelli!

CASTELLI (LNP). Ma non può andare contro il Regolamento, Presidente!

PRESIDENTE. La discussione su questo punto è chiusa.

 

Richiamo al Regolamento

STORACE (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

STORACE (AN). Signor Presidente, intervengo per un richiamo al Regolamento. Vorrei che si facesse chiarezza sulle norme interne dell'Assemblea, perché non è che il senatore Castelli abbia detto una parolaccia. Vorrei fosse possibile ottenere un chiarimento, perché lei giustamente parla di un emendamento ritirato per trasformarlo in un ordine del giorno. Si tratta di due passaggi.

L'articolo 102, comma 6, del Regolamento del Senato dice che un emendamento ritirato può essere fatto proprio da qualunque altro senatore. Se il senatore Castelli, intervenendo a titolo personale, avesse chiesto di aggiungere la propria firma all'emendamento, sarebbe stato titolare del diritto a non trasformarlo in ordine del giorno. Lo posso fare io in questo momento.

 

PRESIDENTE. No, non lo può più fare, perché la decisione è stata già presa dai titolari dell'emendamento. Senatore Storace, perché dobbiamo fare discussioni di questo tipo?

 

STORACE (AN). Signor Presidente, se chiedo di aggiungere la mia firma a un emendamento, lei non me lo può impedire.

 

PRESIDENTE. Abbiamo già preso una decisione. Senatore Storace, lei sta riaprendo una discussione chiusa. Mi creda, non è cattiva volontà, non ce l'ho affatto né con lei, né con il senatore Castelli.

 

STORACE (AN). Signor Presidente, alla fine decide lei, ma ha la pazienza di ascoltare gli argomenti altrui?

 

PRESIDENTE. Va bene, su questo sono d'accordo.

 

STORACE (AN). È una questione di rispetto reciproco.

L'articolo 95 del Regolamento parla dell'emendamento che può essere trasformato in ordine del giorno. Ora, se l'Assemblea, chiamata sull'ordine del giorno, chiede di potersi esprimere sullo stesso, qual è il problema per la Presidenza di poter ammettere alla discussione e alla votazione l'emendamento che un senatore vuol fare proprio, perché ritiene che sia importante il voto dell'Assemblea? Per quale motivo dobbiamo accanirci nei confronti di una richiesta del genere? (Applausi dai Gruppi AN, LNP e dei senatori Malan e Buttiglione).

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, mi richiamo al Regolamento, ovviamente all'articolo 102, comma 6.

Comprendo la grande difficoltà della Presidenza d'Assemblea in questo momento, ma la domanda di fondo è la seguente. Chiedo un attimo di attenzione, perché si tratta di un punto delicatissimo che attiene alla nostra facoltà di componenti del Parlamento, del Senato, in questo caso.

Il Regolamento afferma che ovviamente gli emendamenti possono essere ritirati. Ovviamente l'emendamento ritirato - prescrive il Regolamento - può essere fatto proprio da un senatore. Noi cerchiamo di capire se vi è un momento nel quale questa facoltà di far proprio l'emendamento termina o se, avendo il Governo detto che qualora l'emendamento fosse stato ritirato e trasformato in ordine del giorno lo avrebbe accolto, è possibile ancora far proprio quell'emendamento. Se così non fosse, infatti, rimetteremmo al Governo la facoltà di ritirare gli emendamenti e di impedire a qualunque senatore di farli propri. (Applausi dai Gruppi UDC e FI). Questo è il punto delicato che in questo momento si deve discutere.

È ovvio che il Governo può dire a qualunque presentatore che, se ritira l'emendamento lo accoglierà come ordine del giorno, lo capisco, ma è ovvio anche che il Governo non può espropriare gli altri senatori della facoltà di far proprio l'emendamento.

Alla Presidenza del Senato in questo momento chiediamo, sommessamente, che una questione di questa delicatezza non sia decisa impedendo di far proprio l'emendamento ritirato da parte di un altro senatore. Il Governo, richiamato alla questione, ci dica - se vuole - se la trasformazione in ordine del giorno consegue al fatto che l'emendamento non sia fatto proprio. Se è fatto proprio, infatti, non ha alcun senso la trasformazione in ordine del giorno.

Il punto fondamentale è che la Presidenza dell'Assemblea su un argomento del genere decide una questione di diritto dei membri del Senato e contemporaneamente di diritto del Governo sui membri del Senato. È una questione sulla quale è opportuno che la Presidenza dell'Assemblea, mi permetto di ribadire, compia qualche ulteriore riflessione, perché si tratta di temi che riguardano la facoltà di tutti i senatori di potersi appropriare di emendamenti che altri colleghi presentano.

Nel caso di specie, si pone una questione molto delicata. I presentatori di questi emendamenti hanno chiaramente dimostrato di non gradire la possibilità di trasformarli in ordine del giorno, perché lo avevano già presentato, ma per evidente disciplina di maggioranza politica ritirano gli emendamenti. Questa è esattamente la ragione per la quale il collega Castelli e altri vogliono fare proprio l'emendamento 15.0.2, pur non condividendolo.

La questione allora è: la disciplina di maggioranza che sottende alla decisione dei colleghi della maggioranza stessa di trasformare in ordine del giorno i loro emendamenti è una disciplina che si applica anche contro l'opposizione, che intende poter utilizzare questi emendamenti per i propri distinti motivi o no?

La Presidenza d'Assemblea dovrebbe garantire il diritto della maggioranza e dell'opposizione a svolgere la propria attività. Capisco che la maggioranza possa non voler votare quest'emendamento, ma non capisco la Presidenza d'Assemblea che impedisce all'opposizione di votare l'emendamento stesso.

Questa è la ragione per la quale l'emendamento fatto proprio dal collega Castelli dovrebbe rimanere fatto proprio e noi dovremmo votarlo. Se i colleghi della maggioranza ritengono che prevalga il vincolo di maggioranza rispetto ai contenuti dell'emendamento, voteranno contro. Sono maggioranza: non succederà nulla.

La Presidenza d'Assemblea non si renda partecipe di una decisione che priverebbe l'opposizione (in questo caso, la nostra opposizione, domani potrebbe essere un'altra) di una parte fondamentale della propria possibilità di iniziativa politica. È una questione di estrema delicatezza, che si può risolvere con un voto. La maggioranza e i colleghi che ne fanno parte voteranno secondo vincolo di maggioranza e rinunceranno al loro emendamento; l'emendamento, fatto proprio dal senatore Castelli, lo voteremo noi; faremo la nostra battaglia politica e la perderemo, ma è bene che non si perda il diritto dei senatori di far proprio un emendamento. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN e LNP).

*VILLONE (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

VILLONE (Ulivo). Signor Presidente, credo che in questo momento si stia facendo un po' di confusione. È chiaro, infatti, che quando il senatore ritira l'emendamento, esso diviene, per così dire, disponibile per qualunque altro componente dell'Assemblea.

Ma il ritiro con trasformazione è una cosa diversa, perché è un modo di disporre dell'emendamento da parte del presentatore, che non ne perde mai la titolarità. Se i colleghi dell'opposizione avessero avuto un vero interesse politico sull'argomento, avrebbero dovuto e potuto presentare un loro emendamento, che non sarebbe stato ritirato, e avrebbe dovuto essere posto in votazione. Non si può, invece, da parte dell'opposizione, tradurre in un problema di violazione di diritti dell'opposizione quello che è il diritto del presentatore dell'emendamento di disporre della propria iniziativa politica, trasformandola in ordine del giorno che il Governo accetta.

Questa volta, quindi, è una prevaricazione dei colleghi dell'opposizione sui colleghi della maggioranza.

La ringrazio, signor Presidente, ritengo giusta la sua lettura.

SCARPA BONAZZA BUORA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

Pregherei i colleghi di essere stringati, perché i termini della questione mi sembrano abbastanza chiari.

 

SCARPA BONAZZA BUORA (FI). Signor Presidente, chiamandomi Scarpa, non posso che essere stringato. (Ilarità. Applausi dal Gruppo FI). Nè tantomeno vorrei indispettirla, perché noi tutti apprezziamo il suo equilibrio e la sua amabilità, però mi sembra evidente che ci troviamo di fronte ad un emendamento che è stato ritirato. Non mi pare che esista - abbiamo consultato il nostro Regolamento - l'istituto della trasformazione dell'emendamento, a meno che non vogliamo innovare oggi il nostro Regolamento. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Come no, senatore? Esiste, esiste.

 

SCARPA BONAZZA BUORA (FI). Né esiste, tantomeno, l'istituto della trasfigurazione dell'emendamento. L'emendamento può essere presentato o può essere ritirato, e a quel punto è disponibile.

Io credo, signor Presidente, che sia una questione talmente chiara ed evidente, che sia conveniente per tutti passare alla votazione, perché non mi sembra assolutamente il caso di aprire una polemica su questo punto.

Prendiamo atto che esiste un forte imbarazzo da parte di settori della maggioranza, perché vi è un'evidente disparità di valutazione rispetto a un punto certamente centrale della normativa che stiamo esaminando. Pertanto, vorrei aggiungere, se me lo consente, la mia firma all'emendamento fatto proprio dal senatore Castelli. (Applausi dal Gruppo LNP).

 

PRESIDENTE. Ho già detto che questo non è più possibile, senatore, è arrivato un po' tardi.

BIONDI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BIONDI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, se c'è una cosa che mi dispiace è contraddire la Presidenza, non solo per rapporto di riguardo nei confronti di chi svolge un lavoro molto difficile, che io conosco, ma devo farlo per motivi che attengono, in questo caso, alla scelta di uno strumento che non appartiene alla Presidenza, ma appartiene alla disponibilità del Parlamento.

Legittima è la volontà, anche coordinata, se si vuole, per motivi politici con quella del Governo, di fare una retromarcia rispetto al proprio precedente emendamento e ritirarlo.

Quanto alla trasformazione, che esiste, essa dev'essere subordinata all'acquisizione, come dritto proprio di ciascuno di noi, di chiedere che quell'emendamento che è stato ritirato venga fatto proprio, altrimenti in un rapporto diretto tra Governo e parte politica che ha presentato un emendamento di cui poi si pente, trasformandolo in ordine del giorno, si vanificherebbero i diritti precostituiti del Parlamento.

Mi dispiace che il collega Villone, con la sua finezza giuridica, non abbia compreso che il punto in discussione non è la trasformazione, ma l'esproprio, compiuto da una parte del Parlamento e - mi dispiace dirlo - anche del Governo, dei poteri che sono nostri e che non possiamo regalare a nessuno.

Se un emendamento è ritirato, quindi, questo può essere fatto proprio dal Gruppo o dal soggetto che riterrà di apporre la propria firma e la propria opinione conforme a quell'emendamento che viene ritirato.

Se poi l'emendamento verrà trasformato in ordine del giorno, questa è un'altra cosa: gli ordini del giorno possono essere predisposti sempre e non negoziati con il Governo a trattativa privata. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e LNP).

MATTEOLI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Naturalmente, ricordo a tutti i colleghi che su tale questione procedurale si sta esaurendo il tempo per l'approvazione della legge comunitaria.

 

MATTEOLI (AN). Signor Presidente, l'emendamento non sarà determinante per modificare o no la legge, ma la sua presa di posizione può creare un precedente e io non vorrei che ciò accadesse.

Da una lettura del Regolamento ho l'impressione - mi consenta di dirlo, Presidente, con molta franchezza - che gli Uffici le abbiano fatto dire una cosa inesatta per due ordini di motivi.

IlRegolamento dice che un emendamento può, con il consenso del Presidente, essere trasformato in un ordine del giorno, ma tra l'emendamento e l'ordine del giorno c'è una differenza sostanziale che non può essere superata da nulla, perché l'emendamento modifica una legge mentre l'ordine del giorno contiene un impegno per il Governo.

Credo che questo aspetto, con un minimo di buon senso, dovrebbe portare la Presidenza a non insistere nel non voler far votare l'emendamento fatto proprio dal senatore Castelli e da altri colleghi. Si crea un precedente non simpatico, se lei insiste, signor Presidente.

Ho sempre rispetto della Presidenza e lo voglio avere anche in questa occasione, però è consentito sbagliare a tutti. La prego di riesaminare il caso e di voler consentire che l'emendamento sia fatto proprio da coloro che intendono farlo e che l'Assemblea possa votare, proprio sulla base dei motivi che ho testé richiamato. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

SALVI (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SALVI (Ulivo). Signor Presidente, il quesito che ci si pone, e che viene posto in perfetta buona fede dai colleghi che contestano la sua decisione, è il seguente: qual è il motivo per il quale, in caso di trasformazione di un emendamento in ordine del giorno, non si deve applicare o può ritenersi che non si applichi quella norma regolamentare? Se non si dà una risposta a tale quesito, non se ne esce.

A mio avviso, esiste il seguente problema. Nel momento in cui fosse ammissibile, dopo che un emendamento è stato trasformato in un ordine del giorno, farlo proprio da altri senatori, si correrebbe il seguente possibile effetto giuridico: che l'emendamento sia respinto e in tal caso decada altresì l'ordine del giorno, in base al noto principio per il quale non si può votare due volte la stessa materia. Pertanto, il presentatore titolare dell'emendamento verrebbe privato in questo modo del potere di ottenere comunque un risultato. Poi a cosa servano gli altri ordini del giorno è tutto un altro ragionamento; però c'è un punto di differenza che sorge nel momento in cui interviene la decisione del presentatore di non limitarsi al ritiro, ma di trasformare l'emendamento in un ordine del giorno.

Per questa ragione mi permetto sommessamente di dire che ritengo giusta la decisione della Presidenza. Tuttavia, per il futuro, trattandosi certamente di una questione che non ha una chiara soluzione regolamentare, si potrà interpellare, come altre volte, in proposito, la Giunta per il Regolamento.

FERRARA (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FERRARA (FI). Signor Presidente, all'interno di un Regolamento dev'essere vigente il principio che l'interpretazione non rechi squilibrio tra norme correlate.

Ora, cosa accadrebbe se il comma 7 dell'articolo 95 venisse interpretato così come lei ha detto? Secondo quanto disposto dal comma 6 dell'articolo 102, gli emendamenti ritirati o che dovrebbero essere dichiarati decaduti per l'assenza del proponente possono essere fatti propri da altri senatori, ma se chi ritira l'emendamento, artatamente, lo trasforma sempre in ordine del giorno, nessun altro potrebbe poi fare proprio l'emendamento stesso. Quindi, si genererebbe uno squilibrio tra il comma 6 dell'articolo 102 e il comma 7 dell'articolo 95.

Ma c'è di più. Il comma 7 dell'articolo 95 ha il significato di essere, nelle prime tre righe, premessa del comma successivo, in cui si dice che soltanto in quel caso non operano le preclusioni relative al termine di presentazione dell'ordine del giorno, tanto che poi al comma 8 si indicano le condizioni per cui l'ordine del giorno ritirato, che dovrebbe essere dichiarato decaduto, possa essere fatto proprio da altri senatori.

Quindi, il primo motivo per cui non può essere valutato nel modo in cui è stato fatto dalla Presidenza è, a mio avviso, l'introduzione di uno squilibrio tra commi di articoli che si riconducono alla stessa normativa; il secondo motivo è nella finalità stessa del comma 7 dell'articolo 95, che non è tanto quella di stabilire le modalità di ritiro di un emendamento quanto di non far operare alcuna preclusione in relazione agli ordini del giorno.

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà, anche se le ricordo che è già intervenuto sull'argomento.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, intervengono innanzitutto per esprimere il mio rammarico per il modo in cui mi ha tolto la parola su una questione fondamentale, che va molto al di là del contenuto degli emendamenti di cui stiamo discutendo, tant'è che, se avessimo potuto votarli, avremmo già chiuso la questione. Il problema è un altro: si tratta di coartare uno dei diritti fondamentali dei senatori. Nelle more della discussione sono riuscito a trovare il comma 6 dell'articolo 102 del Regolamento, che peraltro mi pare chiarissimo.

Da quanto mi risulta, nella storia del Parlamento, sia alla Camera che al Senato, nessuno lo ha mai messo in discussione. Mi dispiace che lei si sia cacciato in questa sorta di cul de sac dal quale, senza alcuna polemica e senza né vinti né vincitori, dobbiamo uscire. Ripeto, il diritto di ciascuno di noi di far proprio qualsiasi emendamento è sempre stato sacrosanto e non vedo perché in questo caso non debba più esserlo.

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, sarò breve, anche perché ormai siamo a due minuti dal passaggio ad altro argomento, come deliberato all'unanimità dalla Conferenza dei Capigruppo. Ritengo pertanto che tale discussione difficilmente troverà soluzione in questi minuti e quindi non potremo portare a compimento il lavoro relativo all'approvazione di un importantissimo testo normativo. Manifestiamo comunque la nostra disponibilità ad affrontare nuovamente la legge comunitaria non appena i lavori dell'Aula lo consentiranno.

Signor Presidente, vorrei rassegnare l'opportunità di trasmettere alla Giunta per il Regolamento l'interpretazione dell'articolo 95, comma 7. Infatti, è vero che nei diritti del proponente di un emendamento c'è la possibilità di ritirarlo per trasformarlo in un ordine del giorno ma, se non si fosse voluta dare contestualmente la possibilità ad altri senatori di poterlo fare, proprio il Regolamento avrebbe dovuto recitare nel senso dell'espressa esclusione di questa facoltà, vale a dire stabilendo il ritiro dell'emendamento senza la possibilità di farlo proprio da parte di altri.

In sostanza, credo di più ad un'interpretazione non restrittiva ma estensiva di questa facoltà e non vedo nella formulazione del comma 7 l'espressa impossibilità per altri parlamentari di far proprio un determinato emendamento. Ritengo infatti che, ove si fosse voluto accedere a questa interpretazione, il Regolamento avrebbe dovuto essere più rigoroso e precettivo.

Signor Presidente, poiché mi rendo conto che si tratta di un'interpretazione, mi permetto di proporre alla Presidenza un esame di questa norma da parte della Giunta per il Regolamento e, attenendomi al deliberato della Conferenza dei Capigruppo, chiedo di passare ad altro argomento all'ordine del giorno. (Applausi del senatore Amato).

PRESIDENTE. Prendendo atto dell'orario e di quanto stabilito in sede di Conferenza dei Capigruppo, intendo senz'altro passare ad altro punto all'ordine del giorno, facendo però presente ai colleghi quanto segue.

La Presidenza si è rigorosamente attenuta non solo all'applicazione del Regolamento, ma anche alla prassi costante della sua applicazione. Vorrei ricordare che l'articolo 95, comma 7, recita: «Il proponente di un emendamento può, con il consenso del Presidente, ritirare l'emendamento stesso per trasformarlo in ordine del giorno...». Questo è regolarmente avvenuto.

Nel momento in cui ciò avveniva - lo dico senza alcuna polemica verso i colleghi - nessuno dei colleghi faceva proprio l'emendamento. A quel punto, l'emendamento veniva trasformato...

 

STIFFONI (LNP). No.

 

PRESIDENTE. L'emendamento veniva trasformato in qualcosa di diverso dall'emendamento originario; diventava, cioè, un ordine del giorno e la titolarità di questo spettava esclusivamente ai firmatari dell'emendamento prima e dell'ordine del giorno conseguente.

Mi dispiace che alcuni colleghi abbiano usato espressioni del tipo «coartare la volontà o i diritti dei colleghi». Non mi sognerei mai - mi rivolgo ai colleghi tutti - di coartare la volontà di alcuno nell'esercizio di questa funzione alla quale sono momentaneamente chiamato.

Infine, vorrei ricordare al senatore Matteoli - senatore, la prego di credermi - che il vero precedente, che si sarebbe creato in questa seduta, non sarebbe derivato dall'applicazione che io facevo del Regolamento, oltre che del richiamo che ho fatto di una prassi costante dei lavori del Senato, ma sarebbe stato esattamente il contrario. Il precedente lo avrebbe determinato la decisione che lei ed altri colleghi sostenevate, rompendo così una prassi costante.

Capisco che si tratta di una questione interpretativa, come diceva poc'anzi il senatore Schifani, e non ho alcuna difficoltà a chiedere che la Giunta per il Regolamento approfondisca la questione, dirimendola secondo quanto deciderà, ma posso assicurare i colleghi che, in coscienza, mi sento di avere rispettato pienamente il Senato, applicato il Regolamento e mantenuto fede ad una costanza di impegno nella sua applicazione e a una prassi costante. Ringrazio i colleghi dell'attenzione. (Applausi).

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,32)

 

Sull'ordine dei lavori

BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, vorrei brevemente richiamare l'attenzione dell'Assemblea, in particolare modo del presidente Schifani, in relazione a quanto ha detto poco fa sul prosieguo dei nostri lavori.

Il presidente Schifani più di tutti sa - come sanno anche tutti i colleghi - che quando inizia la sessione di bilancio diventa impossibile proseguire l'esame di provvedimenti che comportano oneri, come la legge comunitaria. Quindi, se noi non ne ultimiamo l'esame questa sera si corre il rischio di dover procedere agli ultimi otto voti nei pressi della fine della sessione annuale.

Credo, Presidente, che sia interesse di tutti corrispondere all'obbligo di recepire le normative comunitarie. Pertanto, chiedo la cortesia di esaminare la possibilità di completare il provvedimento, assumendo noi l'impegno di continuare questa sera, fino ad esaurimento, la discussione generale sul decreto-legge, anche se dovesse proseguire oltre le ore 21, in maniera comunque da rispettare, nella sostanza, la volontà della Conferenza dei Capigruppo che era quella di concludere la trattazione della legge comunitaria e la discussione generale sul decreto.

Se fosse possibile procedere in questo modo, Presidente, penso che faremmo cosa utile per il nostro Paese.

PRESIDENTE. Senatore Boccia, non capita frequentemente che le Conferenze dei Capigruppo si concludano con votazioni all'unanimità e in questo caso si dà lettura delle decisioni assunte senza neppure la possibilità di un voto. La decisione di questa mattina è stata assunta all'unanimità da parte di tutti i Capigruppo, con il preciso requisito di procedere per un'ora alla trattazione del disegno di legge comunitaria, per poi passare alla discussione del decreto-legge. Questo non tanto per comprimere la legge comunitaria, ma perché la richiesta teneva conto della necessità di avere un certo numero di ore a disposizione per affrontare il decreto-legge fiscale che ha uno spessore diverso rispetto a un decreto‑legge normale.

I tempi sono contingentati e sarebbe ingiusto non riservare alla discussione almeno quelle ore che sono state destinate all'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge.

Pertanto, il seguito della discussione del disegno di legge comunitaria è rinviato ad altra seduta.

 

Seguito della discussione del disegno di legge:

(1132) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria (Approvato dalla Camera dei deputati) (Collegato alla manovra finanziaria) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 18,35)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 1132, già approvato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta antimeridiana ha avuto inizio la discussione generale.

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, in coerenza con quanto già manifestato nella Conferenza dei Capigruppo in relazione alla nostra richiesta di poter arrivare ad una funzionalità dei lavori d'Aula che preveda un iter normale e non, quindi, un affollamento eccessivo degli interventi in discussione generale, proprio perché nostro fine precipuo è quello di fare in modo che domani l'Aula possa occuparsi dei nostri emendamenti (esaminandoli, discutendoli ed approvandoli), dichiariamo, come Gruppo di Forza Italia, di rinunziare all'illustrazione in discussione generale delle nostre posizioni da parte degli iscritti a parlare nelle giornate di oggi e domani.

Pertanto, da questo momento in poi prego la Presidenza di voler considerare cancellate le nostre iscrizioni per gli interventi in sede di discussione generale. (Applausi dal Gruppo FI).

MATTEOLI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MATTEOLI (AN). Signor Presidente, questa mattina il collega Viespoli è intervenuto per mettere in evidenza una dichiarazione che un Ministro ha rilasciato ieri ad un quotidiano. Mi riferisco all'intervista al ministro Santagata, il quale ha dichiarato che gli sembra inevitabile che il Governo ponga la questione di fiducia sul disegno di legge finanziaria.

Nell'intervista si ha l'impressione che il Ministro (non so se questa è la volontà di tutti i componenti del Governo) faccia un ragionamento per cui la maggioranza dovrebbe fare la maggioranza - e ciò è legittimo - ma anche l'opposizione (c'è un passaggio dell'intervista che ricalca questo concetto). Siamo di fronte ad una tipica mentalità dei sistemi totalitari o, come si è detto in era più moderna, delle democrazie qualitative.

Ma non basta l'intervista del ministro Santagata. Oggi le agenzie hanno battuto una dichiarazione del ministro Padoa-Schioppa, il quale, in una fase in cui il provvedimento finanziario non è ancora entrato nelle Aule del Senato per la discussione, ha affermato che i tempi sono stretti e che quindi può darsi - bontà sua - che a un certo momento l'apposizione della questione di fiducia sarà inevitabile anche in questo ramo del Parlamento.

Noi non vogliamo sia posta la questione di fiducia, né sul disegno di legge di conversione al nostro esame, né sul disegno di legge finanziaria (ne discuteremo ad ogni modo al momento opportuno) e siamo inoltre in perfetta sintonia, almeno su questo argomento, con il presidente Marini il quale più volte, in dichiarazioni ufficiali, mentre presiede l'Aula, oppure in interviste rilasciate alla stampa o alle televisioni, ha chiesto al Governo di non porre la questione di fiducia al Senato.

Per tali ragioni, vogliamo dare una prova di buona volontà, di voler collaborare, cosicché nessuno ci possa accusare, non dico di ostruzionismo, ma comunque di una perdita di tempo.

Quindi, in sintonia con quanto dichiarato poc'anzi dal presidente del Gruppo di Forza Italia, anche il Gruppo di Alleanza Nazionale ritira tutte le iscrizioni a parlare, in modo da consentire di passare immediatamente all'esame degli emendamenti (con la possibilità di effettuare su di essi un confronto molto serrato con il Governo) e, poi, al voto finale nel decreto-legge.

PRESIDENTE. Senatore Matteoli, devo darle atto che la posizione del presidente Marini è stata espressa anche questa mattina nel corso della Conferenza dei Capigruppo.

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, senza eccessive perdite di tempo - capisco che gli interventi sul Regolamento qualche volta siano considerati una perdita di tempo - comunico che anche il Gruppo UDC rinuncia a qualunque ulteriore partecipazione alla discussione generale. Chiediamo che si passi subito a votare gli emendamenti, in modo che si possa concludere l'esame del decreto‑legge fiscale senza ulteriori perdite di tempo. (Applausi dal Gruppo UDC).

Chiedo scusa in particolare al collega Eufemi, chiedendogli di rinunciare a parlare. Ne terremo conto nel prosieguo dei lavori su altri argomenti. Anche l'UDC rinuncia pertanto a tutti gli interventi in discussione generale e chiede di passare immediatamente all'esame degli emendamenti.

CUTRUFO (DC-PRI-IND-MPA). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CUTRUFO (DC-PRI-IND-MPA). Con lo spirito di voler evitare all'Aula perdite di tempo e avendo sentito che i colleghi che avrebbero voluto intervenire lo faranno, in ogni caso, in Aula nel prossimo futuro e in altra occasione sul medesimo argomento, annuncio anch'io il ritiro degli iscritti a parlare in discussione generale del mio Gruppo.

FRANCO Paolo (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

FRANCO Paolo (LNP). Rinuncio anch'io ad intervenire in discussione generale.

BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, intervengo sulla questione della quale si sta discutendo, anzitutto perché è bene che la Presidenza chiarisca un equivoco che mi pare sia insorto.

Questa mattina il presidente Marini ha dato comunicazione all'Assemblea delle decisioni della Conferenza dei Capigruppo, precisando che nella giornata odierna vi sarebbero stati gli interventi in discussione generale e domani mattina le repliche dei relatori e del Governo. Quindi, al più si può passare a votare domani e non questa sera.

In secondo luogo, Presidente, vorrei che fosse chiaro che nelle argomentazioni sollevate si registra qualche contraddizione, perché questa mattina, nella Conferenza dei Capigruppo, l'opposizione ha dimostrato un grande interesse per la discussione sul decreto fiscale, chiedendo di protrarre la seduta fino alle ore 21.

 

BERSELLI (AN). Ostruzionista!

 

BOCCIA Antonio (Ulivo). Adesso, invece, il dibattito non è più considerato interessante: gli iscritti a parlare in discussione generale rinunciano a farlo e il confronto cessa unilateralmente. Mi deve consentire di rilevare che tra le cose dette e le cose fatte qualche contraddizione c'è.

Inoltre, Presidente, per l'ennesima volta è stato introdotto surrettiziamente l'argomento del diritto del Governo di porre la questione di fiducia quando esso ritiene che ciò debba essere fatto. Si tratta di un diritto costituzionale.

Signor Presidente, criticare le decisioni del Governo è un diritto dell'opposizione; giustamente, essa esprime la sua opinione. Noi la rispettiamo, proprio perché, avendo noi per cinque anni fatto notare al Governo di centro-destra che usava lo strumento della fiducia a volte in maniera del tutto abusiva, oggi non potremmo certo criticare un'opposizione che rivolge a noi la stessa critica. (Applausi dal Gruppo AN). Quindi, Presidente, accogliamo queste critiche le quali, però, non limitano il diritto costituzionale del Governo a porre la fiducia in determinate circostanze.

L'opposizione sembrava volesse avere un comportamento costruttivo. Non so se il ritiro delle iscrizioni a parlare interrompe questa volontà, comunque, faremo una valutazione di questa decisione: se non dovessimo interpretare questa decisione come una volontà ostruzionistica, noi stessi della maggioranza potremmo chiedere al Governo di non porre la fiducia.

Adesso faremo una valutazione su questa novità e nulla esclude che, se dovessero permanere le volontà costruttive, si possa procedere regolarmente domani a votare gli emendamenti. Comprenderà però che, anche a proposito di questo argomento, vi è una novità che merita una riflessione. Noi intanto, anche se dialogheremo con i banchi vuoti, continueremo ad intervenire in discussione generale perché, comunque, intendiamo partecipare al dibattito che si è instaurato, continuando ad esprimere la nostra opinione.

PRESIDENTE. Senatore Boccia, ovviamente, le prerogative del Governo sulla possibilità di richiedere la fiducia non derivano certo dalla volontà dell'Assemblea. Credo che, essendo di fronte ad un provvedimento contingentato, sia diritto dei singoli senatori, dei singoli Gruppi decidere se utilizzare quel tempo in discussione generale, nel corso della presentazione o delle dichiarazioni di voto degli emendamenti.

Dalla lettura della previsione dei lavori, confermo che le repliche del Governo e del relatore sono fissate per domattina: da un breve calcolo fatto al momento, se si fossero mantenuti gli interventi così come presentati, se tutto si fosse svolto secondo le previsioni, le repliche si sarebbero svolte nel pomeriggio di domani. Direi quindi che non va così male la decisione di non intervenire e che, anzi, potrebbe essere considerata utile per entrare nel merito degli argomenti.

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, ho difficoltà a rispondere all'intervento del collega Boccia. Ricordo che la parola ostruzionismo era legata ad un'altra espressione, quella del filibustering, quando cioè ci si iscriveva in tanti a parlare. Adesso mi stupisce che il collega Boccia intraveda un atteggiamento ostruzionistico in una opposizione che, invece, rinunzia a parlare. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LNP). Mi giunge difficile risponderle, collega, mi creda, con tutti gli sforzi che si possono fare: la sua osservazione è così scarsamente motivata che mi rende difficile trovare contromotivazioni.

La verità, collega Boccia, colleghi della maggioranza, è che noi, come ha detto il collega Matteoli in maniera più esplicita, non intendiamo concedere alibi ad un Governo estremamente fragile, che intende mettere la maggioranza contro di voi. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LNP). Noi non ci prestiamo a questo gioco e quindi preferiamo non parlare per poterci misurare sugli emendamenti; non intendiamo consentire al Governo ed alla maggioranza di intervenire con la fiducia sull'alibi del fatto che l'Assemblea è stata troppo impegnata da una discussione generale troppo lunga. (Applausi dal Gruppo FI). Ci sfiliamo da questo pericolo e rimandiamo a voi l'assunzione di una grande responsabilità, quella di porre la fiducia contro voi stessi! (Applausi dal Gruppo FI).

 

PRESIDENTE. Colleghi, ho altre due richieste di interventi. Darò subito la parola al collega D'Onofrio e al collega Matteoli.

Voglio ricordare che, comunque, residuano 11 iscritti a parlare. Invito, pertanto, a contenere gli interventi, onde esaurire entro questa sera la discussione generale e ripartire con le repliche all'apertura della seduta di domani.

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, vorrei capire in quale condizione ci troviamo. Siamo in sede di discussione generale sul decreto-legge e i colleghi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, della DC, del Movimento per l'Autonomia e dell'UDC hanno rinunciato ad ulteriori interventi. I colleghi degli altri Gruppi parlano o non parlano? Se anche loro non parlano, si passi alle repliche del relatore e del Governo. Vorremmo capire cosa intendono fare. (Applausi dai Gruppi UDC e FI).

Da lucano di origine, mi meraviglio che un lucano come il senatore Boccia non capisca cosa si debba fare. Ritengo che egli sia così intelligente da capirlo.

 

PRESIDENTE. Mi sembra che il collega Boccia abbia detto che intendono intervenire, ovviamente con la prerogativa del singolo.

MATTEOLI (AN). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MATTEOLI (AN). Signor Presidente, il collega D'Onofrio mi ha tolto le parole di bocca perché ha detto quanto volevo dire io. Voglio solo aggiungere questo. Collega Boccia, lei che è molto bravo nelle Aule parlamentari e fine conoscitore del Regolamento, nel suo intervento, nel sostenere una causa persa, la sostiene anche malamente. Ho l'impressione che lei, questa volta, si sia arrampicato sugli specchi.

Nel suo ragionamento è implicita un'osservazione di questo tipo: se parliamo troppo, ci accusate di fare ostruzionismo e ponete il voto di fiducia; se ritiriamo gli iscritti a parlare, ci accusate di farlo in maniera strumentale e richiedete ugualmente il voto di fiducia. Diteci voi come dobbiamo comportarci oppure abbiate il coraggio di dire che, qualsiasi sia il comportamento dell'opposizione, voi porrete il voto fiducia perché avete difficoltà all'interno della maggioranza. Al Paese serve una chiarezza di questo tipo. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC, LNP e DC-PRI-IND-MPA).

Presidenza del presidente MARINI (ore 18,50)

PRESIDENTE. Colleghi, se facciamo un piccolo sforzo, ritroveremo facilmente il bandolo e scusate la mia presunzione. Dopo le decisioni assunte dalla Conferenza dei Capigruppo questa mattina, con riferimento a quello di cui si sta parlando, nel presentare il calendario dei lavori, io ho sostenuto in Aula che le repliche dei relatori avranno luogo nella seduta antimeridiana di domani.

Non c'è nessuna obiezione se un Gruppo dichiara di voler ritirare i propri iscritti a parlare e di voler distribuire il tempo contingentato nella maniera che vuole. Non stiamo discutendo se esista il potere di ritirare dal dibattito quanti iscritti a parlare si voglia, questo mi pare fuori discussione. Allo stesso modo, non è in discussione il fatto che, per rispetto all'Aula, alla decisione della Conferenza dei Capigruppo e, ancor di più, al singolo senatore che, magari molto interessato ad ascoltare le repliche, a partecipare dall'inizio alle votazioni che seguiranno, oggi pomeriggio per una delicatissima questione familiare si è assentato nella convinzione che l'Aula domani riprenda la discussione, noi proseguiamo con il dibattito, con chi è ancora iscritto a parlare. Io credo che a costoro la parola bisogna darla; se poi finiamo prima, considerato che le repliche possiamo farle domattina, non le anticipiamo ma chiudiamo prima la seduta.

Tante volte, tra di noi, vi sono state interpretazioni difficili e ostiche. Su tale questione, onestamente, debbo dire che il problema non si pone. Vogliamo darle significati politici? Forse li avrà, perché allora vuol dire che il senatore Schifani pensa, avanzando la proposta per primo, di utilizzare in maniera diversa il tempo contingentato a disposizione del suo Gruppo. E' un suo diritto, ma le interpretazioni restano.

Quindi, io continuerei i lavori confermando quanto detto questa mattina e accettato dall'Aula, che non ha obiettato, continuando la discussione generale con i senatori che sono rimasti iscritti a parlare. Non credo si possa fare diversamente.

CASTELLI (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

CASTELLI (LNP). Signor Presidente, vorrei precisare che cosa è accaduto stamattina: innanzi tutto, non si è detto che si sarebbe cominciato a votare domani.

 

PRESIDENTE. È stato comunicato all'Aula questa mattina perché avevamo preso quella decisione.

 

CASTELLI (LNP). Nella Conferenza dei Capigruppo si è detto che si cominciava la discussione. Io non so cos'è stato comunicato all'Aula, ma nella Capigruppo è stato detto questo, ci tengo a precisarlo.

PRESIDENTE. La Conferenza dei Capigruppo ha stabilito che avremmo concluso la discussione generale, altrimenti quale interesse c'era nel comunicare all'Aula una cosa del genere? Riprendiamo dunque la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Adduce. Ne ha facoltà.

ADDUCE (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, il dibattito che si è svolto nelle Commissioni permanenti e soprattutto nella 5a Commissione, la Commissione bilancio, a proposito della legge di conversione del decreto-legge n. 262, ha affrontato molti argomenti, molti problemi che riguardano la situazione economica e finanziaria del Paese.

Gli organi di stampa si sono occupati di tutte le questioni e tuttavia, sia nelle Commissioni sia a livello di dibattito pubblico, se c'è un elemento che è apparso in ombra e che non è stato sufficientemente messo in evidenza è proprio la situazione del Paese, la situazione della finanza pubblica, lo stato catastrofico della finanza pubblica, frutto delle amorevoli cure dei cinque anni che ci sono alle spalle, frutto delle amorevoli cure della finanza cosiddetta creativa dell'onorevole Tremonti.

I numeri che sono riportati, e che non abbiamo certamente offerto noi, ma che sono all'attenzione del mondo intero, sono numeri preoccupanti, come la crescita del debito pubblico, giunto ormai quasi al 108 per cento del prodotto interno lordo, e che solo quattro anni fa era il 105 per cento: 2 punti e mezzo in più sul prodotto interno lordo. Inoltre, è stato azzerato in questi anni l'avanzo primario: il 5,5 per cento del PIL nel 2000, lo 0,4 per cento nel 2005. L'indebitamento delle pubbliche amministrazioni è cresciuto in cinque anni di 3,3 punti. Il rapporto deficit-PIL è giunto al 4,1 per cento, oltre un punto in più rispetto a quanto era stato definito a livello europeo. (Brusìo).

 

PRESIDENTE. Colleghi, per favore, è una fatica parlare: vi prego di abbassare il tono di questo mormorio.

 

ADDUCE (Ulivo). E persino oltre un punto e mezzo in più rispetto a quanto stabilito nella stessa finanziaria, l'ultima finanziaria del vecchio Governo. A questo si aggiungono gli effetti della nota sentenza sull'IVA detraibile sull'acquisto di autovetture aziendali.

Quanta riflessione, mi domando, colleghi - mi rivolgo ai pochi colleghi che prestano attenzione, soprattutto nella minoranza - quanta attenzione voi della minoranza avete dedicato a queste cifre? Quanta riflessione è stata dedicata al richiamo del Fondo monetario internazionale, che, di fatto, ha bocciato la politica economica del vecchio Governo?

Persino un osservatore attento come il senatore Mario Baldassarri, già vice ministro nella passata legislatura, nel primo rapporto sull'economia italiana della sua associazione, denominata «Economia reale», elude la drammatica situazione in cui cinque anni di politica economica del Governo Berlusconi hanno precipitato il Paese.

Allora, sulla base di queste poche, gravissime cifre, che cosa potevamo fare? Cosa potevano questa maggioranza e il Governo in carica fare? Dovevamo seguire il consiglio di taluni, che suggeriscono di non dare alcuna importanza all'indebitamento e di non considerare l'indebitamento un elemento fondamentale ai fini degli equilibri del Paese, soprattutto ai fini dell'iniziativa di una nuova politica economica?

Ma, in queste condizioni, ci siamo posti una domanda, che pongo ai colleghi del centro-destra. Vorrei che i colleghi discutessero, anche se interverranno soltanto in sede di presentazione degli emendamenti; se sarà possibile, anche domani. In questa condizione, chi nel Paese, in Italia, ci guadagna e chi ci rimette? Più precisamente, chi potrebbe guadagnarci e chi potrebbe rimetterci?

Io sono tra quelli che sostengono che i conti in ordine, un robusto avanzo primario, il rispetto dei parametri europei costituiscono la garanzia per i più deboli, per i quali, con i conti a posto, e solo con i conti a posto, si possono reperire risorse per non abbassare e per migliorare il livello dei servizi essenziali e per realizzare una politica di sviluppo, a cominciare dagli investimenti in infrastrutture, che Dio solo sa quanto siano necessari al nostro Paese e, soprattutto, alle aree più deboli del nostro Paese, cioè al Mezzogiorno.

Ma il risanamento e i conti in ordine sono un vantaggio per tutti i cittadini, anche per quelli che apparentemente non avrebbero bisogno dello Stato, perché dello Stato, invece, abbiamo bisogno tutti.

Allora, il problema di fronte al quale ci siamo trovati è proprio questo: come avviare il risanamento. Anche qui, abbiamo fatto una scelta e vi è una scelta in questo decreto, come in tutta la finanziaria che stiamo iniziando a discutere. Una scelta che ci mettesse in condizione di non far pagare il conto di questi anni vissuti pericolosamente ai soliti noti, alla parte meno fortunata del Paese, facendo in modo di distribuire il carico, il peso che comunque ci portiamo sulle spalle, in maniera equa ed equilibrata.

Si è cercato, in secondo luogo, di non far mancare le risorse necessarie al funzionamento dei servizi e, in terzo luogo, di reperire le risorse necessarie per avviare e per riavviare il circuito economico, il ciclo economico positivo del Paese.

Da qui, la decisione di rimodulare il carico fiscale, alleggerendo la pressione per la stragrande maggioranza dei contribuenti, in modo particolare per coloro che percepiscono redditi bassi e medi, e, poi, di organizzare una vera e ferma lotta all'evasione e all'elusione.

Cosa ha proposto, invece, la minoranza in questi giorni? L'unica proposta vera del centro-destra è stata quella di tagliare la spesa corrente del bilancio dello Stato, cioè di finire per far pesare ulteriormente, in maniera ancora più grave, sulle spalle dei soliti noti le difficoltà nelle quali il Paese è stato precipitato.

Sono stati presentati in Commissione emendamenti volti a tagliare le spese sulla cooperazione, le attività di carattere sociale e assistenziale, le attività di ricerca, ovviamente al di là della giaculatoria spesso recitata sulla necessità di investire sulla ricerca e sulle innovazioni tecnologiche. Si prevedono inoltre tagli alle attività culturali e dello spettacolo, al trasporto pubblico locale e ai trasferimenti alle imprese. Questa è stata la parola d'ordine del centro-destra nelle lunghe settimane di discussione del decreto-legge in esame.

Noi abbiamo scelto l'altra strada, che a nostro avviso protegge meglio il Paese e lo rende al contempo più competitivo. Pensiamo di offrire così il primo importante esempio del cambiamento di rotta in Italia. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rubinato. Ne ha facoltà.

*RUBINATO (Aut). Signor Presidente, non passa settimana senza che sui giornali rimbalzi la notizia di fatti che ci confermano come il nostro Paese sia afflitto da gravi e strutturali problemi economici: il difetto di crescita di produttività, dovuto in gran parte alla ormai non più sostenibile inefficienza di settori della pubblica amministrazione, il declino della competitività, lo squilibrio dei conti pubblici, le sperequazioni distributive che minano la coesione sociale ma anche - mi permetto di dire - la stessa unità territoriale del Paese.

Lo dico perché provengo da una Regione come il Veneto e in particolare da una Provincia come quella di Treviso che in quest'ultimo mese e mezzo sono state alla ribalta delle cronache politiche per la forte avversione manifestata, anche ripetutamente nelle piazze, alla manovra finanziaria da parte di ceti produttivi e non solo, i quali accusano il centro‑sinistra di non essere in grado di attuare un buon governo perché incapace di comprendere i problemi degli italiani e in particolare del Nord.

Ebbene, è compito nostro, ma soprattutto del Governo, saper comunicare che così non è e che, anzi, il Governo e la maggioranza di centro-sinistra vogliono affrontare seriamente i problemi che ho elencato proprio per dare una prospettiva di sviluppo duraturo al nostro Paese. La manovra ha infatti lo scopo principale di riportare il deficit e il debito di bilancio entro i limiti imposti sì dalle regole comunitarie, ma non semplicemente per osservanza di regole che ci derivano dalla Comunità Europea, ma - a maggior ragione e soprattutto - per rilanciare la competitività della nostra economia.

Non è stato possibile, del resto, impostare una politica economica che fosse prima di risanamento e poi di rilancio dello sviluppo per due semplici motivi: il primo è che l'economia italiana deve essere aiutata immediatamente a ripartire; il secondo è che la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è molto elevata e tra le più inique dell'Europa intera. L'indice di Gini (IdG) che misura la distribuzione della ricchezza è infatti pari allo 0,35 in Italia, contro lo 0,15-0,20 dei Paesi del Nord Europa e lo 0,25-0,30 di Francia e Germania.

Non si poteva quindi far partecipare al risanamento economico in modo omogeneo tutte le classi sociali, com'è successo negli anni Novanta. Chi si doveva dunque far carico maggiormente del peso della manovra? Secondo i dati ISTAT e della Banca d'Italia (non desunti dalle denunce dei redditi), il lavoro autonomo negli ultimi dieci anni ha incrementato il proprio reddito disponibile del 4 per cento annuo, contro un incremento annuo delle 0,1 per cento per gli impiegati, i dipendenti pubblici e gli operai specializzati (il 3 per cento in dieci anni per queste ultime categorie).

Con questi dati la risposta viene da sola. A sopportare in modo particolare, secondo i due istituti sopraccitati, l'onere della manovra è la parte settentrionale del Paese e, più precisamente, il Lombardo-Veneto. La questione, però, non può essere posta sul piano prettamente rivendicativo. Bisogna invece saper guardare in prospettiva ed è necessario soprattutto che il Governo e la maggioranza indichino con chiarezza e determinazione la prospettiva in cui si inquadra la manovra di oggi.

Si tratta di intervenire per invertire la rotta del declino del Paese. Per raggiungere questo obiettivo possiamo accettare che la manovra, per dare risultati nel breve, brevissimo periodo di un anno, agisca prevalentemente sul lato delle entrate, con la conseguenza di un aumento della pressione fiscale che peraltro - come rilevato dall'ISAE in sede di audizioni - aumenterà nel 2007, per effetto della manovra del Governo attuale, meno di quanto stia aumentando nel 2006 a legislazione fiscale di Tremonti invariata.

Con la consapevolezza dell'importanza di questa mission, (l'arresto del declino del Paese e la ripresa di una crescita stabile e duratura), la maggioranza ha rinunciato a proporre emendamenti al decreto in discussione, che è volto a individuare le risorse per la copertura della manovra finanziaria, dando segno in questo modo di grande responsabilità e compattezza, senza rinunciare peraltro ad avanzare proposte migliorative, con gli ordini del giorno accolti anche dal Governo in Commissione.

Tra questi ordini del giorno voglio segnalare, in sede di discussione generale, quelli che considero fondamentali per dare senso e prospettiva alla manovra che si impone al Paese, che si impone soprattutto ai cittadini e agli imprenditori onesti, quelli che le tasse già le pagano e tuttavia non vedono ancora i risultati del loro impegno e della loro lealtà fiscale.

Sono ordini del giorno che impegnano, in sostanza, gli organi dello Stato a realizzare finalmente i presupposti di un nuovo patto tra fisco e contribuente. Si tratta, in particolare, di un ordine del giorno che impegna il Governo ad operare per destinare le eventuali maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale alla riduzione della pressione fiscale raggiunta nel 2007 e a presentare a tal fine, concretamente, entro giugno di ogni anno, a partire dal 30 giugno 2008, in sede di redazione del Documento di programmazione economico‑finanziaria, una sezione dedicata al rendiconto sugli effetti dell'azione di contrasto all'evasione fiscale, che contenga il dato sintetico di maggior gettito conseguito nell'anno precedente quello in corso, perché questo possa essere messo a base di coerenti e sostenibili decisioni in sede di sessione di bilancio.

Altro ordine del giorno fondamentale è quello volto a richiamare la necessità di dare piena attuazione e rispetto ai contenuti dello Statuto del contribuente; a prevedere la possibilità che gli effetti delle nuove disposizioni contenute nei decreti-legge, qualora riguardino appesantimenti di obblighi burocratici a carico dei contribuenti, decorrano almeno dal giorno successivo a quello della pubblicazione del provvedimento inGazzetta Ufficiale; a far in modo che non siano più previste, in provvedimenti legislativi futuri, norme fiscali retroattive, in violazione dei principi sanciti nello Statuto del contribuente; a costituire la consulta degli intermediari fiscali per realizzare forme di collaborazione per un'applicazione coerente della normativa fiscale con lo Statuto del contribuente; a salvaguardare, infine, i principi dello Statuto, nel senso che i rapporti tra contribuenti e amministrazione finanziaria siano sempre improntati alla collaborazione e alla buona fede e che i provvedimenti di attivazione dell'autotutela emanati dal Garante siano da intendersi come finali.

Ebbene, la lotta all'evasione fiscale è sacrosanta e doverosa, non solo perché l'evasione viola il principio di legalità ed è fonte d'ingiustizia sociale, ma anche perché è la condizione per eliminare uno dei fattori di distorsione del sistema e del mercato, che mortifica la competizione leale tra le imprese. Tale lotta, quindi, contribuirà anche alla competitività del nostro sistema. Ma dall'emergenza e dalle misure straordinarie che ci sono imposte dalla straordinarietà della situazione economica ‑ in senso negativo ‑ dello Stato e della finanza pubblica, bisogna cominciare a passare ad una situazione fisiologica, in cui trovi il giusto riconoscimento, in uno Stato di diritto, il diritto del contribuente ad un fisco semplice, alla privacy e alla difesa nei confronti delle richieste del fisco.

Nella rifondazione di un nuovo rapporto tra Stato e contribuente dovrebbe inoltre trovare spazio finalmente anche un po' di meritocrazia. Nessuno mette in discussione le esigenze di solidarietà nazionale, ma è anche vero che chi si fa maggiormente carico di produrre ha anche il diritto di vedere realizzate le opere infrastrutturali e ad avere un livello di servizi adeguato ai propri standard.

Occorre approntare una fiscalità stabile e duratura, finalmente, per le imprese, che premi le imprese migliori, innovative e coraggiose e soprattutto quelle leali con il fisco. Si potrebbe pensare di istituire una sorta di processo di certificazione della lealtà fiscale da parte delle imprese che vi si vogliano assoggettare, affinché, poi, queste stesse imprese siano considerate meritevoli e abbiano degli strumenti di vantaggio nella competizione nel mercato, ma anche e soprattutto nel rapporto con la pubblica amministrazione

Concludo. Se è accettabile nel breve periodo una manovra fondata in parte considerevole sull'aumento dell'entrate, dobbiamo, però, affermare con forza che, se non si inizia quanto prima a tagliare gli sprechi e i costi improduttivi dell'apparato statale e pubblico con riforme strutturali, si finirà con l'asfissiare la realtà produttiva del Paese.

Mentre, se vogliamo che il Paese torni a crescere, oltre a risanare i conti dobbiamo anche sostenere chi produce ricchezza, perché la ricchezza, prima di distribuirla, bisogna crearla.

Come ebbe a dire il presidente Prodi al momento del suo insediamento in quest'Aula, è compito del Governo mettere in grado il nord del Paese, ovvero la parte più produttiva e moderna, di vincere la sfida della competizione globale, per svolgere un ruolo trainante per la crescita dell'intero Paese, compreso il sud, che può essere una risorsa straordinaria solo a condizione che, nelle politiche per il Mezzogiorno, sia coniugata la solidarietà con la responsabilità.

La vera questione si porrà dunque subito dopo l'approvazione della manovra, quando si dovrà procedere, come promesso, alla liberalizzazione di importanti settori dell'economia, che ora, in regime di monopolio, o di oligopolio, pesano sulla capacità di competizione nel mercato delle nostre imprese. E il passo successivo che il Governo e il Parlamento dovranno compiere sarà l'attuazione nel nostro ordinamento di un vero federalismo fiscale, che sta particolarmente a cuore al Gruppo per le autonomie.

I cittadini non odieranno più il fisco, se potranno decidere e controllare dove e come andranno spesi i soldi che saranno loro prelevati. Si otterrà in questo modo, ne siamo certi, una maggiore coesione sociale e territoriale, condizione necessaria per sostenere da qui in avanti uno sviluppo economico duraturo per l'intero Paese. (Applausi dal Gruppo Aut.)

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rossi Paolo. Ne ha facoltà.

ROSSI Paolo (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è sempre un'operazione utile uscire dall'agone ristretto della discussione politica e tentare uno sguardo d'insieme; ce lo ricordano, fra gli altri, i giornali stranieri che, com'è noto ampiamente, non risparmiano critiche al nostro Paese e numerosi osservatori politici, nonché, da ultimo, l'annuario ISTAT 2006.

In sintesi, si può affermare che non emerga - da tale sguardo - un quadro confortante: abbiamo l'indice di invecchiamento più alto d'Europa e una metà della popolazione insoddisfatto della propria condizione economica.

L'italia è un Paese che invecchia, che si sente povero e sempre più inadeguato, che vive alla giornata e che fatica a offrire risposte alle domande che si levano da una società che si è andata globalizzando da un verso, mentre, al contempo, ci appare sempre più complessa e frastagliata. È un Paese che legge troppo poco e che guarda troppa televisione, che abbonda nella burocrazia e latita nelle infrastrutture, che non riesce ad essere competitivo nei trasporti - la bancarotta di Trenitalia e della compagnia di bandiera sono due gravi moniti - che non investe sufficientemente nella ricerca e che ha gli insegnanti meno pagati d'Europa. E via di questo passo.

Non è importante in questa sede, credo, esibire grafici o statistiche, ma chiederci semplicemente se una simile immagine corrisponda o meno alla realtà, e in che modo sia possibile oggi contribuire a un cambiamento.

Io credo innanzitutto che, da un punto di vista politico, sia necessario uscire al più presto da una contrapposizione e da quell'ottica del «muro contro muro», pregiudiziale e sterile che ha caratterizzato, e continua a caratterizzare, il confronto fra gli opposti schieramenti. Noi, naturalmente, non ci rispecchiamo nell'Italia che abbiamo visto delinearsi nei cinque anni del passato Esecutivo.

Tuttavia, vi è un segnale forte che è emerso negli ultimi mesi, ed è la necessità di allargare il perimetro del confronto, ragionare su categorie più duttili, accantonare i particolarismi strumentali e saper guardare al bene comune. E in tal senso l'atteggiamento assunto dalla maggioranza sulla finanziaria rappresenta un segnale, io credo, di disponibilità da non sottovalutare.

La predilezione del precedente Governo per un'azione della manovra finanziaria sostanzialmente statica, riproposta identica a sé stessa, nelle varianti di condoni e aggiustamenti correttivi, con gli effetti che ne sono derivati, ha allargato la forbice dell'ineguaglianza e della disparità, creando l'immagine di un Paese diviso. Un Presidente del Consiglio che - di la dai reiterati motti di spirito - invita a non pagare le tasse considerate ingiuste, concetto ribadito nei brillanti sofismi di Renato Brunetta in una recente intervista, apparsa su «La Stampa» qualche settimana fa, offre un messaggio pericoloso e sbagliato.

Vige da tempo in questo Paese la convinzione errata che fare i furbi sia strategia migliore del seguire le regole. Ma è un'ottica miope, che alla lunga non paga, laddove invece è provato il contrario, e che pertanto la logica di appartenenza alle lobbies irrimediabilmente allontani dalla possibilità di creare e alimentare un sistema competitivo.

Il problema, semmai, è come operare sulle ragioni profonde che sottostanno alla stipula di un nuovo possibile contratto sociale. E questo deve essere il senso delle riforme. I vecchi modelli non tengono più e, come è ormai assodato, un welfare tradizionale non è più sostenibile. D'altro canto, ed è questo un dato imprescindibile, siamo ai massimi storici dell'evasione e dell'elusione fiscale, calcolate in una cifra che supera i 320 miliardi di euro.

L'aver ignorato nei fatti, da parte del centro-destra, una questione centrale come quella dell'evasione fiscale ha prodotto vistosi squilibri ed ha allontanato il Paese dalla possibilità di muovere verso le ragioni dell'equità sociale. Le soluzioni adottate hanno procrastinato di fatto scelte compiute «a tavolino»: emanando, cioè, una serie di provvedimenti compattati insieme, mai realmente sviluppati ed elaborati, ma solo riproposti in forma diversa.

Ciò considerato, non desta stupore il fatto che l'Italia di questi giorni ci appaia come un Paese debole, in cui si sono inasprite le differenze e, di conseguenza, le reazioni sorte all'interno di particolari corporazioni. L'attuale Governo si è preso l'onere di ridisegnare alcuni equilibri, per uscire da uno stato di impasse e di grave deficit. Far passare l'esigenza di risanamento dei conti pubblici, da parte dell'opposizione, alla stregua di un bagno di sangue indiscriminato e volto a colpire nel mucchio, è un'operazione demagogica oltre che falsa.

Io credo, viceversa, che lo Statuto del contribuente possa costituire un primo passo e un riferimento importante mentre, al contempo, la discussione sorta intorno al decreto-legge fiscale suggerisca le linee di sviluppo da intraprendere: prima fra tutte una semplificazione a livello normativo e fiscale che miri, in una logica non repressiva, alla costituzione di un sistema virtuoso (penso, solo come riferimento possibile, agli Stati Uniti), in cui cioè tutti i cittadini, in un dispositivo di equa ripartizione, non si trovino costretti, ma abbiano un interesse e un proprio tornaconto a pagare le imposte.

Non sarà, naturalmente, l'azione di questa manovra a risolvere tutti i problemi: tuttavia, come è stato sottolineato da voci autorevoli, fra cui il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, il disegno di legge finanziaria per il 2007 mira ad assicurare stabilità per gli anni a venire.

La politica finanziaria non si fa con operazioni cosmetiche o ristrutturazioni di facciata. Competitività e logiche concorrenziali, che sono alla base dello sviluppo, potranno crescere solo se si sarà in grado di agire contemporaneamente in due direzioni: da un lato operando una modifica e un ammodernamento degli ammortizzatori sociali - favorendo così la mobilità del lavoro e influendo, nella sacca sempre più ampia del cambiamento in atto, sul fenomeno della precarizzazione - dall'altro battendosi per uscire dalle logiche stantie, in un Paese in cui l'unica forma di meritocrazia è stato l'ope legis (la stessa minestra uguale per tutti!), riconoscendo e valorizzando, nel sistema di reclutamento e della formazione, professionalità, intelligenza e meriti.

I provvedimenti messi in atto dal disegno fiscale sono stati giudicati interventi «da Grande Fratello»: non me ne vorranno i colleghi della controparte se, rispetto a una telecamera che tutto filma dove nulla accade, e che tanto ricorda il gattopardismo finanziario del passato Governo, preferisco sottolineare l'importanza di un decreto che, nel Paese diviso che abbiamo ereditato, cerca, se non altro, di promuovere maggiore equità sociale. (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turano. Ne ha facoltà.

TURANO (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono sei mesi che in Aula ascolto ed osservo quanto accade cercando di capire il funzionamento del Parlamento italiano e ho notato un'eccessiva divisione tra maggioranza ed opposizione, che talvolta mi fa paura e spesso mi delude.

I dibattiti non sono sui temi che concernono i cittadini, ma su atteggiamenti che ci accecano e ci impediscono di dialogare come se non fossimo interessati alla soluzione dei problemi reali. Le elezioni sono terminate. Chi ha vinto ha bisogno e diritto di governare e chi ha perso si deve rassegnare, raggrupparsi per le prossime elezioni in cinque anni.

Tutti gli eletti hanno il dovere di collaborare e gli elettori la responsabilità di lavorare insieme per il bene del Paese e per dare al nuovo Governo l'opportunità di presentare programmi di ausilio al sistema produttivo volti a far crescere la nostra economia e rendere migliori servizi, oltre che garantire alle imprese l'opportunità di crescere e competere e, insieme, al consumatore di avere un mercato stabile e un'inflazione sotto controllo.

In passato, si è creato un sistema che rende facile e conveniente non osservare le leggi e le regole necessarie ad un Paese per vivere tranquilli e avere rispetto degli altri. Si è creato un sistema di condoni che senz'altro facilita le evasioni, dalle multe automobilistiche alle disposizioni dei piani regolatori per l'edilizia fino alla vera e propria evasione fiscale. Chi paga le tasse diventa vittima, chi non le paga se ne vanta e il sistema lo premia con il condono. Abbiamo creato un sistema dove il condono è cosa normale.

Nessuno vuole pagare le tasse e nessun politico vuole annunciare ai cittadini nuove tasse, ma se i cittadini chiedono servizi lo Stato deve avere le necessarie risorse economiche per poterli fornire. Se più persone pagano le tasse, sarà possibile per tutti pagarne di meno. Naturalmente dipende da quello che ottieni in cambio se le paghi e cosa rischi se non le paghi.

Certamente occorre implementare un sistema di controllo, di ispettorato che penalizzi l'evasore non solo obbligandolo a pagare le tasse ma aggiungendo una multa più il pagamento di un interesse se non paga nel tempo stabilito dalla legge; quindi un sistema che penalizza l'evasore invece di premiarlo. Provengo dagli Stati Uniti dove se il cittadino non paga le tasse dovute rischia severe conseguenze, non escluso il rischio reale e immediato della galera.

La legge finanziaria con il cuneo fiscale riduce strutturalmente l'onere del datore di lavoro, aiuta gli apprendisti con il contributo ad elevata aliquota per la loro formazione da parte delle imprese, soprattutto artigianali, svolgendo un'essenziale funzione di sostegno per una migliore formazione dei giovani.

Inoltre, sono previste misure per lo sviluppo economico e infrastrutturale del Paese, tra cui si segnalano gli interventi per l'accelerazione delle agevolazioni alle imprese; agevolazioni per l'incremento dell'efficienza energetica e della difesa ambientale e l'attribuzione di risorse per lo sviluppo infrastrutturale delle Regioni.

Questa finanziaria ha cercato di guardare al futuro, di accontentare tutti gli interessi. Adesso è tempo di mettere da parte le polemiche e cercare di collaborare per il bene del Paese, ricordando sempre la nostra responsabilità verso i cittadini che rappresentiamo. (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rossa. Ne ha facoltà.

ROSSA (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, il decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria costituisce il primo atto della complessa manovra di riequilibrio dei conti pubblici e di sviluppo dell'economia che trova la sua più alta espressione nella legge finanziaria per il 2007.

Una manovra che sconta un'eredità pesante, l'eredità Tremonti, che ci ha lasciato conti fuori linea rispetto ai parametri europei che hanno rappresentato una pesante zavorra per il Paese con un avanzo primario vicino allo zero; cosa particolarmente grave nel momento in cui si assiste ad una ripresa del costo del denaro, considerando inoltre che abbiamo un debito pubblico che nel quinquennio 2001-2006 ha ripreso a salire invertendo la tendenza alla diminuzione che si era affermata con i Governi del centro-sinistra.

Sappiamo che il nostro Paese deve tornare a crescere: se non si cresce occorre indebitarsi e, quindi, i conti peggiorano. Se non si produce ricchezza, non si distribuisce alcunché. Ma per crescere, occorre innanzitutto mettere a posto i conti pubblici; qualificare la spesa pubblica attraverso i tagli necessari per renderla più efficiente e produttiva, e indirizzarla verso condizioni di sviluppo e di equità, recuperando grandi e drammatiche differenze.

Bisogna quindi frenare e ristrutturare la spesa: solo così, dopo, ci sarà spazio per far risalire e ripartire la crescita. Occorre inoltre spostare la spesa improduttiva, che alimenta solo se stessa, verso impieghi produttivi, verso programmi sociali e settori sensibili quali l'ambiente, la cultura e le infrastrutture.

Il Governo ha saputo individuare la qualità dell'aggiustamento, concentrandosi sulla composizione tra maggiori entrate e minori spese. Sono stati avviati meccanismi virtuosi, che porteranno risparmi ed entrate crescenti nei prossimi anni.

Il Paese ha bisogno di inversioni di rotta vere e proprie, che noi realizzeremo con la manovra di bilancio. Il rapporto tra deficit e PIL nel 2007 raggiungerà il 2,8. Il rapporto tra debito e PIL tornerà a diminuire nel 2007. L'avanzo primario salirà al 2 per cento. Questi sono alcuni degli obiettivi che ci proponiamo di perseguire e raggiungere attraverso la manovra finanziaria per il 2007, di cui il decreto-legge costituisce una parte di importanza fondamentale.

Il decreto-legge riguarda disposizioni in materia di accertamento, riscossione, contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, in materia di base imponibile, agricoltura e catasto, in materia di trasferimenti di beni e di diritti; misure a favore dello sviluppo, dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale; disposizioni in materia di infrastrutture, di beni culturali e tutela dell'ambiente, in materia di lavoro, in materia di editoria e comunicazioni, in materia di università, oltre che misure destinate alla razionalizzazione e alla funzionalità del settore pubblico.

Il decreto fiscale non è stato blindato. La maggioranza parlamentare ha cambiato il testo in punti assai importanti. Nel nuovo testo è stata reintrodotta la tassa sulle successioni e sulle donazioni, ma solo per i grandi patrimoni, quelli superiori a un milione di euro a persona, così com'era scritto nel nostro programma. Abbiamo introdotto un fondo per la sicurezza per il trasporto pubblico e difeso il diritto alla diffusione del pluralismo attraverso i nuovi media e nell'editoria. Ciò si aggiunge alle norme che indirizzano l'azione di recupero sull'evasione e l'elusione fiscale.

Si tratta della stessa evasione fiscale che caratterizza il nostro Paese rendendo difficile il conseguimento del pareggio di bilancio pubblico, con forte incidenza anche sulla crescita del debito pubblico.

Nel nostro Paese in media ogni anno si evade per circa il 15 per cento del PIL. Solo per citare alcune cifre, secondo l'ISTAT, il valore aggiunto sommerso prodotto dai fenomeni evasivi in senso stretto rappresenterebbe il 7,1 per cento del PIL, cui si aggiungerebbe l'8,2 per cento derivante dal lavoro irregolare. Si tratta di cifre che risultano sottostimate rispetto ai dati diffusi a maggio del 2004 dall'Agenzia delle entrate, che indicavano complessivamente in 200 miliardi di euro il giro di affari sottratto al fisco, vale a dire 46 euro occultati ogni 100 dichiarati.

L'evasione fiscale sarebbe concentrata nei settori dei servizi alle imprese e alle famiglie e nel commercio; sussistono poi una serie di fattori legati sia all'evoluzione del sistema economico, come ad esempio la crescita di peso di settori dove il sommerso e l'evasione sono più elevati (servizi ed edilizia), sia ad altri fenomeni posti in rilievo dalle indagini svolte dalla Guardia di finanza come, ad esempio, l'aumento dell'uso del contante soprattutto da parte di lavoratori autonomi e la diminuzione del rilascio di ricevute e scontrini. Tutto ciò concorre a far ritenere che le evasioni fiscali siano non solo molto elevate ma anche aumentate negli ultimi anni.

L'ultimo rapporto della Guardia di finanza del marzo del 2006 confermerebbe la gravità del fenomeno. Le ultime stime evidenziano che l'ammontare di imposte evase ed erose è sicuramente maggiore del disavanzo totale del settore statale.

Un'indicazione dell'importanza del livello di evasione in Italia può venire dal confronto operato dallo studio prima citato con i livelli di evasione registrati negli altri Paesi occidentali. Se dal 1970 in poi gli italiani avessero evaso le imposte tanto quanto i cittadini americani, il debito pubblico in Italia negli anni Novanta sarebbe stato di poco superiore all'80 per cento del PIL (invece che quasi del 120 per cento). Se avessero evaso quanto gli inglesi, il debito pubblico sarebbe stato, nello stesso periodo, appena superiore al 60 per cento del PIL, cioè circa come il limite previsto dal Trattato di Maastricht.

Il problema dell'evasione fiscale è la priorità che si è data questo Governo quale impegno scritto nel programma dell'Unione e sottoscritto dai cittadini con il voto di aprile. La profonda riforma del Paese, nella quale è impegnato il Governo dell'Unione, implica una riscrittura del patto di cittadinanza, che nelle democrazie è centrato sul patto fiscale tra Stato e cittadini.

L'evasione fiscale va combattuta sul terreno dei diritti di cittadinanza, dello Stato di diritto, prima ancora che su quello del risanamento della finanza pubblica, ricostruendo alla base il senso dello Stato dei cittadini contribuenti. L'evasione fiscale e contributiva, alimentata dalla politica dei condoni, ha assunto contorni preoccupanti.

L'impegno del centro-sinistra è far sì che, nella misura e secondo i ritmi compatibili con l'aggiustamento della finanza pubblica, i risultati della lotta all'evasione possano restituire ai cittadini ed alle imprese il frutto del loro sacrificio. Non sarà varato alcun condono, mentre saranno potenziate le attività di accertamento e di controllo, nella consapevolezza che l'obiettivo è quello di raggiungere effetti permanenti: gli adempimenti spontanei dei contribuenti.

Siamo tutti consapevoli che per abbattere l'evasione e contrastare l'elusione fiscale non è sufficiente soltanto affidarsi alla via fiscale: occorre abbassare le aliquote e varare riforme strutturali che consentano alle imprese di competere nella legalità. Per fare questo, occorre, innanzitutto, recuperare il senso della legalità e di un Governo che non incoraggi l'evasione. Pagare tutti per pagare meno non è soltanto uno slogan, ma è l'obiettivo reale che l'Unione si è data e che raggiungerà nel corso di questa legislatura.

La manovra, complessa ma responsabile, viene affrontata anche attraverso il decreto oggi in esame e costituisce l'inizio di un cammino duro, ma che andrà portato a termine. Stiamo facendo in modo, pur nella grande difficoltà di varare la nostra politica a causa di quello che il precedente Governo ci ha lasciato, che il Paese si riprenda ed aumenti la sua competitività e la sua produttività, che garantisca i più deboli e dia la possibilità ai giovani di inserirsi nel mondo del lavoro.

La flessibilità non deve essere precarietà. Nei Paesi occidentali sviluppati la flessibilità, in buona sostanza, significa fare in modo che il giovane acquisti esperienza nel corso della sua vita lavorativa e abbia la possibilità di migliorare. Ma la flessibilità che intende questa destra, negli scorsi anni, ha significato semplicemente far assumere giovani inquadrandoli al terzo livello all'interno delle fabbriche.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 19,38)

 

(Segue ROSSA). Anche su questo aspetto vogliamo intervenire e lo abbiamo fatto creando incentivi per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Abbiamo dato risposte alle imprese, alle donne del Mezzogiorno ed alle grandi opere infrastrutturali. (Richiami del Presidente). Signor Presidente, sto terminando.

Proseguire sulla strada dell'equità e dello sviluppo, che è cosa ben diversa da un'astratta crescita, è l'obiettivo da comunicare al Paese. Ci permetterà di dare un'anima alla nostra azione e di sostenere la speranza di futuro per le nuove generazioni. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com e Aut. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donati. Ne ha facoltà.

DONATI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghi e colleghe, vorrei valutare, nell'ambito di questo provvedimento, in particolare il tema, rilevantissimo, trattato dai commi da 82 a 90, che agiscono sul sistema di regole delle concessioni autostradali.

Queste norme, proposte dal ministro Di Pietro, sono utili e opportune per una fondamentale ragione: a partire dagli anni Novanta è decollato nel nostro Paese un processo di privatizzazione del settore decisamente elevato. Ad oggi, due terzi della rete, tra cui, appunto, Autostrade (la principale concessionaria autostradale italiana) sono private.

Siamo quindi passati da un rapporto concedente-concessionario sostanzialmente tra soggetti pubblici o para-pubblici, ad un pieno rapporto pubblico-privato, senza adeguare in modo efficiente gli strumenti di regolazione del settore. È evidente che il privato deve curare le proprie convenienze - è logico che sia così -, ma allo stesso modo il settore pubblico deve misurare e calibrare il sistema di regolazione nell'interesse generale.

Un primo e importante atto, la direttiva Ciampi-Costa del 1998-99 aveva avviato, anche se in modo ancora embrionale, i primi strumenti di regolazione del settore, che sono stati - voglio ricordarlo all'Aula - applicati a tutte le convenzioni in essere, escluso il caso di Autostrade che aveva avuto un proprio sistema di regole.

Vorrei sottolineare che durante il Governo di centro-destra si è resa necessaria la revisione della convenzione della società Autostrade, che arrivava al quinto anno di maturazione. Su questo tema è nato un dibattito molto acceso, anche all'interno della stessa compagine governativa, che ha fatto sì che il contratto, la nuova convenzione (il quarto atto aggiuntivo), sia stato votato - lo ricordo all'Aula - con un emendamento al decreto-legge mille proroghe per due ragioni. La prima è che il NARS, ossia il nucleo di valutazione tecnica, aveva dato un parere negativo su quella convenzione sottoscritta tra ANAS e concessionarie; in secondo luogo, il CIPE, sulla base del parere del NARS, non aveva approvato l'atto.

Ci siamo ritrovati, pertanto, alla presentazione di un emendamento che regolava uno specifico contratto. In quel caso il Presidente applicò - lo preciso a futura memoria - una regola che il Regolamento del Senato consente, mettendo in votazione all'ultimo minuto utile un decreto-legge, annientando gli emendamenti che in quel caso l'opposizione aveva presentato. Fu questo il modo con cui si approvò il quarto atto aggiuntivo della convenzione Autostrade.

Sulla base di tali argomentazioni vorrei rispondere anche a quanti hanno ritenuto incostituzionali le norme del decreto-legge proposte dal ministro Di Pietro. Se è costituzionale approvare un contratto attraverso un emendamento, a maggior ragione credo lo sia approvare - come stiamo facendo - regole di interesse generale scritte all'interno di queste norme, che ovviamente andranno applicate caso per caso sulle convenzioni in essere.

Del resto, è stata la stessa Autorità di vigilanza a suggerire e a richiedere tali modifiche con uno specifico atto, inviato al Parlamento, in cui, verificando l'andamento delle convenzioni in essere di nuove concessionarie (tra cui Autostrade, ma anche otto minori, pur se di grande interesse), ha riconosciuto che l'andamento delle convenzioni era decisamente diverso dal piano finanziario atteso. Il 45 per cento degli investimenti previsti e fissati al 2006 non era stato realizzato. Le tariffe sono comunque scattate perché non hanno un buon meccanismo di aggancio al sistema degli investimenti. Le stime di traffico sono decisamente inferiori: in genere un terzo rispetto ai dati reali dell'andamento del traffico. Il risultato è che le concessionarie hanno guadagnato decisamente di più rispetto ai piani finanziari e, nel caso della società Autostrade, siamo a circa quattro volte dal piano finanziario atteso e sottoscritto dalle stesse parti.

Da ciò nasce pertanto l'esigenza di scrivere regole più stringenti per il settore, che diano la certezza ai soggetti privati di un ambito regolamentare entro cui svolgere le proprie attività, candidarsi e svolgere ovviamente anche le attività remunerative per i propri investimenti, garantendo al contempo anche il massimo interesse pubblico in ordine agli investimenti e una piena e maggiore concorrenza nel mercato degli appalti.

Le norme previste dai commi 82 e 90 (l'ex articolo 12) rispondono proprio a tali scopi: rinegoziare per il futuro le concessione in essere sulla base di queste regole; definire tariffe legate in modo stringente agli investimenti e alla qualità del servizio; mettere il 100 per cento dei lavori a gara da parte delle concessionarie.

Voglio ricordare che adesso le concessionarie possono svolgere il 60 per cento dei lavori in casa, ossia in house con le proprie società controllate. Queste regole aumentano i poteri di vigilanza e di controllo dell'ANAS e consentono di graduare le sanzioni, ora sostanzialmente inesistenti, perché l'unica sanzione non è tale, bensì uno strumento estremo: la revoca della concessione.

È chiaro che in questo modo, graduando, si potrà meglio intervenire per regolare il settore. Queste norme eliminano anche il divieto della presenza dei costruttori. Mi riferisco, in particolare, a quello relativo alla concessione di autostrade che il Governo Prodi aveva deciso nel 1997 (che viene eliminato con questa norma) ed il limite, che era presente nella versione originale del decreto, del potere di decisione all'interno del consiglio di amministrazione, limite del 5 per cento per i costruttori.

Ho riconosciuto molto positive le norme, queste modifiche introdotte dalla Camera che oggi ci ritroviamo a discutere, proprio perché tolgono un vincolo che pesava proprio sulla fusione annunciata e proposta tra Autostrade Spa ed Abertis. In seguito a queste modifiche del decreto, la commissionaria Kroes si è ritenuta soddisfatta delle norme italiane. È pur vero - sono la prima a riconoscerlo - che il commissario McCreevy, che vigila sul mercato interno, ha aperto una procedura di infrazione. Sono però fiduciosa che il Governo italiano andrà a difendere le proprie buone ragioni e ciò determinerà - ritengo - un esito positivo sulla sostanza delle norme.

Può darsi che ci vengano richieste alcune modifiche e credo che in futuro, se verrà richiesto dalla Commissione europea, potremo anche addivenire ad eventuali correzioni e modifiche che si rendessero indispensabili. Lo stesso parere della Commissione, che ho il piacere di presiedere, ha segnalato alcuni punti critici del provvedimento, ma nell'ambito di una sostanziale difesa di norme che comunque, nella loro interezza e nei loro obiettivi, riteniamo utili.

Vorrei sottolineare un aspetto particolarmente debole del provvedimento: il fatto che tutti i compiti di regolazione del settore sono affidati all'ANAS, che viene anche rafforzata nel suo ruolo di vigilanza e controllo. Se da un lato ciò è positivo, dall'altro, questo aspetto non risolve un problema fondamentale del nostro Paese, quello di istituire un'Authority di regolazione nel settore dei trasporti e delle concessionarie autostradali con un soggetto terzo che faccia anche chiarezza sul fatto che, in taluni casi, l'ANAS è concedente e a volte anche socia dei concessionari; quindi si creano funzioni non di adeguata trasparenza e correttezza nei rapporti tra concedente e concessionario.

L'unico modo, assolutamente significativo, sarebbe quello di introdurre, come abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere, una autorità di regolazione del settore. So che il tema è molto delicato. Nessuno vuole espropriare il ministro Di Pietro che ha queste competenze e che, invece, anche con il mio intervento voglio assolutamente difendere perché le norme sono utili ed opportune, ma credo che una riflessione all'interno del Governo e della maggioranza su come addivenire ad uno strumento così fondamentale e di regolazione sarebbe indispensabile.

Infine, intendo svolgere due considerazioni avviandomi a concludere. La prima riguarda il definanziamento del progetto del ponte sullo Stretto di Messina e il fatto che 1,4 miliardi ad esso attribuiti da parte di Fintecna saranno attribuiti alle infrastrutture utili e alla difesa del suolo di Sicilia e Calabria. Ritengo questo un provvedimento molto opportuno, che punta ad affrontare le vere priorità che queste due Regioni hanno. Al contempo, vorrei anche sottolineare che il Governo dell'Unione ha pienamente rispettato gli impegni assunti in campagna elettorale.

La seconda considerazione riguarda il settore dell'autotrasporto e dell'intermodalità. Nel provvedimento vi sono incentivi a sostegno all'autotrasporto, mentre risorse neanche minime sono destinate al sostegno dell'intermodalità, così come l'articolo 36 della legge n. 166 aveva previsto per cercare di favorire il riequilibrio modale del trasporto ferroviario ed il cabotaggio.

Probabilmente, con questo solo provvedimento non siamo nelle condizioni di porre mano ad un riequilibrio economico (chiamiamolo così). Mi auguro - lo dico a futura memoria - che troveremo, anche perché tutti gli operatori del settore sono fortemente in allarme, una soluzione al problema. Continuare a dare risorse all'autotrasporto per restare sulla strada non è una buona strategia di riequilibrio modale e non è un buon uso di risorse pubbliche decisamente scarse. (Applausi dei senatori Tibaldi e Zavoli).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pegorer. Ne ha facoltà.

PEGORER (Ulivo). Signor Presidente, come ampliamente e incisivamente illustrato dai relatori, senatore Benvenuto e senatore Legnini, e anche da alcuni interventi svolti da rappresentanti dei Gruppi di maggioranza, il decreto‑legge in esame è uno dei provvedimenti che sostanziano, integrandola, la manovra di politica economica e finanziaria del Governo.

Le misure previste dalle disposizioni all'attenzione dell'Aula concorrono, infatti, al conseguimento degli obiettivi di bilancio previsti per il 2007, trovando conseguentemente inserimento nel prospetto di copertura della stessa legge finanziaria. Sono risorse significative nel contesto più generale della manovra finanziaria ed economica. Una manovra che si distingue, come fatto ampiamente rilevare fin dalla sua approvazione nel Consiglio dei ministri del 29 settembre, per perseguire decisamente precisi obiettivi di sviluppo, risanamento ed equità.

Nel complesso, quindi, le disposizioni del decreto-legge in esame si collocano nel disegno politico e programmatico presentato dalla maggioranza agli elettori con la proposta dell'Unione: garantire al Paese nuove condizioni di crescita sapendo cogliere al contempo le stesse opportunità insite nella ripresa; avviare con decisione le riforme strutturali di cui necessita il nostro sistema economico e sociale; favorire il consolidarsi di precise condizioni di equità.

Nel merito, uno dei punti qualificanti del provvedimento in esame senza dubbio il proposito di continuare con decisione sul versante della lotta all'evasione e all'elusione fiscale, già avviata con il decreto Bersani. Questo è un punto fondamentale dell'azione della maggioranza. Il Paese ha necessità di disposizioni normative e di conseguenti interventi che stabiliscano al più presto condizioni di maggiore equità fra i vari soggetti contribuenti, al fine di garantire una reale concorrenza nel sistema delle imprese e condizioni di sicura equità fra i cittadini. Il processo di modernizzazione, così tanto necessario al Paese, non può prescindere dal mettere mano con decisione al fenomeno dell'evasione e dell'elusione fiscale.

Tale fenomeno, secondo le stime più recenti derivanti dalle statistiche ufficiali di contabilità nazionale, indica il valore aggiunto del sommerso tra il 15 ed il 17 per cento dell'intero prodotto interno lordo. Si tratta di 200 miliardi di euro di valore aggiunto sottratti al pagamento di imposte, con tutte le notevoli conseguenze che ne derivano sul gettito e, conseguentemente, sul bilancio dello Stato.

Su questa inderogabile necessità del Paese vi sono, almeno a parole, punti di incontro con l'opposizione. In verità, le forze del centro-destra ritengono però che le norme contenute nel decreto‑legge in esame, come quelle già approvate con il decreto Bersani, si distinguano per un carattere di presunta vessatorietà ed una eccessiva pervasività nei controlli tributari.

E' del tutto evidente che, in materia di lotta all'evasione e all'elusione fiscale, le azioni da porre in essere possono avere punti di vista diversi e determinare così azioni non coincidenti nel perseguimento dell'obiettivo dato. A mio avviso, le strategie varate dal Governo con il decreto-legge n. 223 e con le disposizioni contenute proprio nel capo primo e secondo del decreto rispondono ad un equilibrato impianto, teso, da un lato, ad adeguare e potenziare l'amministrazione finanziaria allo scopo di contenere con azioni di prevenzione e dissuasione ogni forma di evasione fiscale e, dall'altro, alla predisposizione di misure antielusive con l'obiettivo di far emergere la base imponibile per finalità di equità fiscale.

In particolare, su quest'ultimo aspetto risultano particolarmente significative le disposizioni volte a contrastare un'illecita utilizzazione della disciplina IVA, pratica diffusa con le cosiddette frodi-carosello e con la creazione di società di comodo che emettono false fatture.

E' noto, peraltro, che il contrasto all'evasione mette necessariamente all'ordine del giorno l'attuazione di una strategia generale dei controlli. Si tratta di recuperare una correttezza fiscale diffusa, sapendo in ogni caso che l'azione di accertamento non consiste tanto, e soltanto, nelle possibili maggiori entrate quanto anche nei possibili effetti sull'adempimento spontaneo.

Il rafforzamento quindi dell'Amministrazione finanziaria si colloca in questa più generale azione tesa a costituire condizioni e situazioni di maggiore efficacia e corrispondenza agli obblighi da parte dei soggetti contribuenti.

In questo quadro risulta opportuna la messa in cantiere di una strategia tesa a ridurre i tempi per il controllo delle dichiarazioni. Ciò può anche determinare una drastica riduzione dell'utilizzo della compensazione tra imposte dovute e crediti.

Le misure alla nostra attenzione quindi sono consapevolmente rivolte al potenziamento delle capacità operative della nostra Amministrazione, ad una maggiore e più fattiva collaborazione con gli intermediari fiscali, ad un utilizzo più diffuso e stringente degli strumenti informatici.

Su questo versante, credo, si collocano le disposizioni volte al rafforzamento dell'Amministrazioni delle dogane e della stessa Guardia di Finanza. Obiettivo primario è quello di operare con maggiore incisività, ad esempio, sul fronte della lotta alla contraffazione e dello stesso tenore risultano, a mio avviso, le norme volte alla riforma del sistema della riscossione al fine di renderlo più incisivo. In ogni caso, sappiamo che la lotta all'evasione e all'elusione fiscale richiede scelte coraggiose, ma che al contempo richiama alla necessità di stabilire un quadro di certezza e trasparenza nei rapporti tra Amministrazione finanziaria e contribuenti. Si tratta, in questo contesto, di favorire la ricostruzione di un positivo rapporto tra Stato e cittadini.

Da questo punto di vista, non può essere dimenticato, nella nostra discussione, il pieno rispetto dello Statuto del contribuente. Questo è lo spirito con il quale la maggioranza ha inteso proporre al Governo su questo argomento un apposito ordine del giorno nel corso della discussione del decreto legge presso la 5a e la 6a Commissioni riunite.

Come detto, l'obiettivo è quello di mantenere su un livello di trasparenza e di conseguente efficacia il rapporto tra contribuenti e amministrazione dello Stato. Il provvedimento quindi imprime una complessiva accelerazione al processo di accertamento e recupero di base imponibile, con la conseguente razionalizzazione nell'uso delle risorse umane e strumentali finalizzate ad incrementare l'efficacia nelle valutazioni e nel controllo delle stesse entrate pubbliche. Va da sé che le azioni sottese alle disposizioni in esame hanno come obiettivo finale il recupero del corposo giacimento di risorse oggi sottratte al bene comune al fine di realizzare politiche a favore dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. (Applausi dal Gruppo Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barbato. Ne ha facoltà.

BARBATO (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, colleghi senatori, il decreto al nostro esame porta avanti l'azione di risanamento dei conti pubblici attraverso una serie di misure molto tecniche: tagli di spesa e definizione di nuove entrate strutturali, allargamento della base imponibile, nuova definizione delle procedure per accertare e contrastare l'evasione fiscale. Misure specifiche che hanno il fine di operare l'equa distribuzione del carico fiscale nel nostro Paese, la tal cosa, nella scia del progetto di valore iniziato con il decreto Visco-Bersani, primo tra i provvedimenti in materia affrontato da questo Parlamento.

Il decreto collegato alla legge finanziaria è, a tutti gli effetti, un provvedimento imprescindibile per definire con certezza anche i saldi di finanza pubblica previsti nella legge di bilancio. Nel merito il Senato ha potuto incidere poco sui contenuti del decreto poiché la necessità di una rapida approvazione ha imposto procedure e tempi d'esame molto ristretti. Comunque un confronto tra Governo e maggioranza c'è stato tant'è che si sono registrati problemi che hanno posto l'accento su questioni meritevoli di approfondimento in sede di legge finanziaria.

Quindi, il Governo non ha rinunciato al confronto con il Senato, giacché molti dei temi proposti dal decreto potranno essere affrontati con giudizio nel successivo iter della manovra finanziaria. La lotta all'evasione fiscale, stimata in 200 miliardi di euro l'anno, è priorità enorme tanto da giustificare non solo la necessità e l'urgenza, ma anche il bisogno perentorio di interventi seri e duraturi, come quelli previsti dal decreto. L'economia in nero, infatti, è una grande piaga da sanare per poi procedere ad una sostenibile perequazione del carico fiscale.

Colleghi senatori, di questa manovra, anche se non nell'immediato, beneficeranno soprattutto i ceti medi, poiché l'attenzione è stata data alle agevolazioni delle categorie professionali e imprenditoriali, in modo da non penalizzarle troppo, visto che non sono tutti evasori. Tuttavia, è stato necessario prevedere nel decreto alcune misure limitative, seppur in maniera assottigliata. L'interesse per questi ceti è stato manifestato attraverso la presentazione di ordini del giorno, volti a evidenziare il problema, sul quale ci auguriamo il Governo voglia procedere a un esame più accurato.

Comunque, è certo che non esiste in alcun Paese del mondo una economia che possa accettare come fisiologica una quota di evasione pari ad oltre il 13 per cento del proprio prodotto interno lordo. Ovviamente è una patologia, un cancro del nostro sistema economico, da curare. Solo successivamente potremo giudicare in senso positivo l'azione dello Stato in materia fiscale, perché a quel punto sarebbero differenti i termini con cui riferirsi ai parametri di Maastricht, così vincolanti per le scelte di politica economica.

In tal senso si muovono, ad esempio, le norme sulle successioni, la cui soglia iniziale ha valore talmente elevato da non colpire il ceto medio, ma con il pregio di disciplinare il passaggio di ricchezze autentiche. La cifra di un milione per erede o beneficiario e la graduazione delle aliquote, rapportate in maniera inversamente proporzionale al grado di parentela, rappresenta norma di grande equilibrio.

La valutazione a questo provvedimento va data inquadrandolo all'interno di un piano di risanamento dei conti pubblici e di ridistribuzione della ricchezza, che non può avere effetto nel breve periodo, ma nell'arco di una intera legislatura.

Nel concludere, vorrei evidenziare che si sta operando in modo serio e positivo, senza penalizzare i cittadini, con l'intesa che un' Italia più efficiente, con conti in ordine, dove vige una maggiore giustizia fiscale, è un Paese che può guardare positivamente al proprio futuro.

Per queste ragioni, la nostra valutazione sul provvedimento è, nel suo complesso, positiva.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tibaldi. Ne ha facoltà.

TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghe e colleghi, ritengo molto importante la discussione di oggi sul decreto, perché avvia, precede e si integra con la discussione generale sul Documento di programmazione economico-finanziaria del Governo.

Siamo di fronte ad una manovra molto pesante: sono oltre 34 i miliardi, di cui quasi 24 di maggiori entrate ed altri 10 di minori spese. Questa manovra così pesante è dovuta, in particolare, alla situazione di crisi del Paese dal punto di vista economico, sociale e produttivo, ma, soprattutto, alla pesante eredità che questo Governo ha preso in consegna dal Governo precedente.

Siamo di fronte ad un aumento della spesa corrente, in questi cinque anni di Governo Berlusconi, all'annullamento dell'avanzo primario e all'aumento del debito pubblico, dovuto alla cosiddetta finanza creativa e alla politica che in questi anni ha fatto pagare, sostanzialmente, i costi per rimanere a galla ai ceti più deboli.

Questo ha prodotto una crisi economica e sociale impressionante. Negli ultimi anni sono aumentate le disparità e le differenze. Quattro quinti degli italiani sono diventati più poveri e un quinto si è arricchito in maniera impressionante. Milioni di lavoratori e pensionati soffrono di quella che viene chiamata, con un eufemismo, la sindrome della quarta settimana, nel senso che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, e la domanda interna, anche per beni primari, è in caduta pesante. Oltre quattro milioni di lavoratori vivono una condizione di precarietà e, soprattutto, non sono più nelle condizioni di programmare il loro futuro.

Per la prima volta, da oltre cent'anni a questa parte, le nuove generazioni hanno davanti a sé la prospettiva di un arretramento sociale rispetto ai propri genitori. Io sono stato meglio di mio padre, mio padre meglio del suo e così via andando indietro nel tempo. Oggi i nostri figli vivono questa condizione e non hanno neanche la possibilità di programmare la propria vita perché la loro è una prospettiva di precariato, di insufficienza salariale, di mancanza di diritti e di scarsa professionalità.

La competitività del nostro Paese è in caduta libera non per colpa dei lavoratori - voglio sottolinearlo, anche perché oggi riascolto ogni tanto richiami sul tema - e non per colpa del costo del lavoro. Non esiste questo problema in Italia, dato che le statistiche (non di parte ma pubblicate su «Il Sole 24 Ore») ci dicono che il costo del lavoro in Italia, pur con un'anomalia tutta italiana, si colloca al dodicesimo posto nell'Europa dei quindici (dopo di noi solo il Portogallo e la Grecia) e tra i nove Paesi più industrializzati si colloca esattamente al nono posto.

La manovra tende a un'operazione di equità e di sviluppo anche se, a mio parere, sui temi sociali e sull'equità è ancora troppo debole. Le aspettative creatasi nel Paese, in particolare tra i giovani, i più deboli e coloro cui manca una prospettiva di vita e di lavoro non sono molto più alte. Altro che accusa di voler far pagare i ricchi! La manovra affonda l'esigenza di una maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale che avviene attraverso la rideterminazione della curva delle aliquote, i cui benefici maggiori andranno prevalentemente ai redditi più bassi, in modo particolare alle famiglie monoreddito e con un forte carico famigliare.

Considero inoltre apprezzabile e giusta la lotta all'evasione fiscale, all'evasione contributiva e al lavoro nero e non è - badate - solo un problema di giustizia sociale. È un problema di equità, dal momento che le tasse sono un obbligo e devono essere pagate da tutti, anche perché fenomeni come l'evasione fiscale e il lavoro nero (così ampiamente radicati da far sì che l'Italia ne detenga a livello europeo il primato) sono anche operazioni di dumping sociale e di dumping economico nei confronti delle imprese virtuose.

Pertanto, credo che, solo facendo una lotta rigorosa e ripristinando il principio che pagare le tasse è giusto per tutti, sia possibile in prospettiva anche pensare a una riduzione del carico fiscale che, dal mio punto di vista, dovrà privilegiare le fasce più deboli, aumentando il potere d'acquisto dei lavoratori salariati e dei pensionati. Esiste ormai nel nostro Paese un problema grande come una casa che si chiama questione salariale, perché è aumentato il numero di coloro che vivono vicino o sotto la soglia di povertà o che non ce la fanno più.

Apprezzo, anche se le giudico ancora troppo deboli (si poteva fare di più e mi batterò perché vengano migliorate nella finanziaria), le misure volte a ridurre la precarietà, quelle relative ai 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione. Se vogliamo davvero affermare il principio che mira al superamento dell'attuale situazione di precarietà (un flagello per chi ne è colpito), dobbiamo cominciare a dare l'esempio come datori di lavoro, perché nella pubblica amministrazione i costi per abbattere tale piaga sono molto bassi o addirittura nulli.

Apprezzo, inoltre, la destinazione della riduzione del cuneo fiscale alle imprese che trasformano il lavoro precario in stabile, l'aumento delle aliquote fiscali per i lavoratori atipici per potergli garantire una pensione ma soprattutto per affermare il suddetto principio: per sconfiggere la precarietà, il lavoro cosiddetto flessibile deve costare di più del lavoro tipico, quello a tempo indeterminato, perché chi è costretto a accettare un lavoro flessibile, un lavoro a tempo, gode di una determinata situazione. Al contrario, nel nostro Paese si è verificato purtroppo - in particolare la legge n. 30 del 2003 lo ha sanzionato - che chi è costretto a un lavoro flessibile ha solo la prospettiva di un lavoro precario: non solo deve fare più sacrifici, non solo deve dare di più, ma ha anche meno diritti, meno salario e meno tutele.

Ho sentito dire che anche la legge finanziaria non pensa allo sviluppo, non aiuta il nostro sistema produttivo. Credo che questa affermazione non sia accettabile, se pensiamo che della riduzione del cuneo fiscale per le imprese - e si parla di 5 per cento: il 5 per cento vale una mezza manovra di svalutazione della lira, che un tempo si adottava - la parte certa, il 3 per cento, va tutto alle imprese. Certo, andrà alle imprese che opereranno per trasformare i rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

Allo stesso modo, ritengo che tutto il gran baccano sull'esproprio del TFR alle imprese non sia giustificato, perché si tratta, in realtà, di una manovra (qualcuno dice di finanza creativa anch'essa) tesa a reperire le risorse per investimenti, sviluppo e altro. Soprattutto, quanto viene dato rispetto alla riduzione del cuneo fiscale è molto maggiore e compensa largamente l'esproprio.

Per questo voterò a favore del decreto fiscale e continuerò a battermi durante e dopo la finanziaria perché essa sia migliorata sui temi che ho toccato e per evitare che, a partire da gennaio, quando sarà aperta la discussione sulle pensioni, si vada nuovamente a colpire - ancora una volta - le prospettive di quelli che hanno lavorato, riducendo la loro pensione.

Il sistema pensionistico italiano è in linea con i conti rispetto alle riforme. Il bilancio del conto economico del sistema pensionistico per i lavoratori dipendenti non è in passivo. Sarebbe un delitto pensare che per trovare risorse e fare un regalo a qualcuno si intervenga nuovamente su questo tema.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Albonetti. Ne ha facoltà.

ALBONETTI (RC-SE). Signor Presidente, mi dispiace non aver preparato un intervento scritto che, a questo punto, avrei consegnato, ma soltanto delle minute, scritte in maniera difficile da decifrare. Pronuncerò, quindi, il mio intervento.

Il decreto-legge n. 262, recante disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria, è un atto che qualifica positivamente le scelte economiche e finanziarie di fondo del Governo e della maggioranza che lo sostiene.

Il senatore Morgando, intervenendo questa mattina, ha già detto bene del metodo adottato dalla 5ª Commissione, la quale, consapevole del contesto di continua contrapposizione politica parlamentare, condito da ripetute e ritmate minacce di spallate, ha esaminato il provvedimento comma per comma e infine ha impegnato il Governo ad attuare migliorie importanti, con attenzione vera anche ad alcune proposte delle minoranze.

L'idea forza del decreto-legge è la lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Sono questi due buchi neri nel Paese. Tutti, a parole, li indicano e li condannano, ma nei fatti nessuno è riuscito finora ad aggredirli con successo.

L'opposizione non ha presentato alcuna vera ed organica proposta alternativa; del resto, negli ultimi anni le sue politiche (quando era maggioranza) hanno favorito comportamenti elusivi, anzi, li hanno giustificati ideologicamente. Nei fatti, come ricordava "Il Sole 24 ore" qualche giorno fa, durante il Governo precedente sono diminuite le risorse e le attività ispettive della Guardia di finanza, così come, per numero ed efficacia, le azioni di controllo.

È con sollievo democratico che abbiamo letto, sempre su «Il Sole 24 Ore », lettura obbligata per chi siede nella Commissione bilancio, un editoriale di apprezzamento per la scelta tecnica di fondo del ministro Visco: rendere visibili, cioè tracciabili, le transizioni economiche. Anzi, il principale quotidiano economico del Paese si lamentava, nello stesso trafiletto, dell'azione ritardante esercitata dalla Camera dei deputati, con il rinvio ai prossimi anni della messa a regime di alcune misure previste dal decreto.

La glasnost dell'economia italiana è percepita, giustamente, come un cambiamento strutturale, a questo non tutti sono pronti e preparati, bisogna avere pazienza, tempo e i mezzi necessari. Con l'ordine del giorno 0/1132/10000 la maggioranza impegna il Governo a destinare maggiori risorse alla Guardia di finanza, in coerenza con le scelte del decreto-legge.

Con la stessa logica civica, si chiede, nell'ordine del giorno 0/1132/13000, il potenziamento dell'attività di ispezione e di vigilanza della sicurezza sul lavoro. Bene ci fanno sperare i successi degli ispettori dopo l'entrata in vigore del cosiddetto decreto Bersani-Visco, i quali, come riportano i quotidiani di oggi, cominciano con fatica a mettere ordine nei cantieri italiani.

In tre mesi hanno controllato 4.391 cantieri e ne hanno chiuso 227, più del 5 per cento, perché avevano, questi cantieri, più del 20 per cento di dipendenti in nero.

Tra l'altro, questo lavoro di ispezione ha già portato nelle casse dello Stato tre milioni di euro. Ma l'aspetto economico rimane in secondo piano, rispetto all'altissima mortalità nei nostri cantieri: in Italia più di 1.000 lavoratori ogni anno perdono la vita perché non vengono rispettate le minime norme di sicurezza e per le modalità con cui vengono assegnati e quindi gestiti appalti e subappalti e infine controllati i cantieri.

Noi ci auguriamo la massima efficacia dei provvedimenti contro l'elusione e l'evasione fiscale, non già perché i ricchi piangano, ma perché chi non ha mai pagato il dovuto finalmente lo faccia. I cittadini virtuosi, contribuenti leali verso lo Stato, non hanno nulla da temere da questi provvedimenti. È sospetta di contraddizione logica l'insistenza di chi si dice convinto della necessità di lottare contro l'evasione e l'elusione fiscale e allo stesso tempo si batte contro le misure presenti nel decreto-legge non proponendo, lo ribadisco, alcuna misura concretamente alternativa.

Diciamocela tutta, la verità: per la prima volta nel Paese si apre una prospettiva reale per un recupero sostanziale di risorse economiche e finanziarie finora sottratte alla disponibilità dello Stato. Non tutti sono entusiasti di questo, è comprensibile, del resto il Governo e la maggioranza, consapevoli della necessità di una certa gradualità nell'intervento, che allude ricerca non effimero alle sue scelte, hanno modulato e rimodulato molti interventi per incrociare la collaborazione e la buona volontà dei contribuenti. Se lo Stato recupererà strutturalmente anche una minima parte dell'attuale evasione, si può stare anche sotto le due cifre percentuali, ciò andrà a beneficio dell'intera collettività.

Noi, la maggioranza politica in Italia, rivendichiamo scelte di politica economica e finanziaria pensate per l'intero Paese. Non sono molti i provvedimenti che hanno un impatto generale più ampio di quelli in materia fiscale e non ho una cartina di tornasole più efficace per misurare la validità delle scelte in questo settore della platea complessiva che trae vantaggio dai provvedimenti. Ebbene, i numeri dimostrano che le scelte del Parlamento andranno a vantaggio della gran parte dei contribuenti, per limitarmi ad un esempio, l'abbassamento dal 27 per cento al 20 per cento del prelievo sugli interessi dei conti correnti ed il contemporaneo innalzamento dal 12,5 al 20 per cento delle rendite finanziarie vanno in questo senso.

Sulla medesima frequenza, si muove un ordine del giorno della maggioranza che impegna il Governo, con l'esclusione di interventi urgenti e imprevisti, a redistribuire un eventuale maggiore gettito dalla lotta all'evasione alla diminuzione delle aliquote IRPEF dell'intera platea dei contribuenti italiani. Noi non vogliamo che i ricchi piangano, ma neanche che ridano alle nostre spalle.

La maggioranza, vorrei rassicurare i colleghi più preoccupati, non è ostaggio di nessuno, più prosaicamente, ma anche più praticamente, sta cercando di attuare il programma presentato agli elettori e qui, con tenacia e calma, siamo noi a dirci preoccupati per alcune fughe in avanti sulla riforma delle pensioni, su una nuova stagione di liberalizzazione indiscriminata - va bene quella del credito, molto meno quella dei servizi pubblici locali - senza aver riflettuto abbastanza sulle modalità e sulle conseguenze, come diceva la senatrice Donati, di quelle precedenti, che non pochi problemi hanno creato, come la vicenda delle concessioni autostradali ci suggerisce.

Siamo anche preoccupati per la timidezza e la lentezza con la quale si sta intervenendo nelle politiche sociali, a favore del lavoro contro la precarietà e contro lo sfruttamento dei migranti, a favore delle nuove povertà e di quelle strutturali. Noi siamo leali ad un programma che non è certo un testo sacro; peraltro tutte le narrazioni umane possono e sono oggetto di critiche non solo esegetiche o filologiche, ma è, il programma, la sintesi più forte che ognuno è riuscito ad elaborare nei tempi recenti, è il collante dell'Unione, da accantonare solo a favore di uno migliore che, perché no, noi speriamo di poter avere a disposizione tra qualche tempo, anche grazie al conflitto sociale. Altro che immobilismo e conservatorismo della sinistra! Piuttosto, su alcuni punti dovremmo avere tutti più coraggio.

Prendendo spunto dagli ordini del giorno della maggioranza dovremmo destinare sempre di più risorse precedentemente impegnate su grandi opere sbagliate, come ad esempio il ponte sullo Stretto, non ad interventi localistici o a pioggia, ma ad opere che rispondano a disegni infrastrutturali di più ampia portata.

I porti e le autostrade del mare o diventano veramente una priorità soprattutto per una diversa mobilità delle merci o continuerà la loro decadenza. Si può intervenire per aumentare la profondità dei fondali, scelta propedeutica alla competitività dei nostri scali marittimi, e allo stesso tempo salvaguardare l'ambiente, caso mai studiando meglio l'esperienza di grandi porti del Nord, penso ad Amburgo o a Rotterdam, dove i materiali dragati sono oggetto di riutilizzi e riciclaggi compatibili economicamente ed ambientalmente e non finiscono in discarica.

Infine, cominciano ad essere francamente imbarazzanti certe resistenze "metafisiche" a realtà di fatto come quelle delle unioni familiari non regolarizzate, che sono ormai verità da affrontare e non paure da fuggire. Oggi nel decreto-legge in discussione e negli ordini del giorno che lo accompagnano su questi ed altri argomenti abbiamo trovato, come Unione, una sintesi dialogica.

Noi, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, lavoreremo affinché il confronto continui e produca risultati in sintonia con un Paese che non vuole avere paura del futuro. Il primo banco di prova è già stato apparecchiato. I fatti, i documenti relativi alla manovra finanziaria, ci aspettano sui nostri tavoli di lavoro. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Morando).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.

MORANDO (Ulivo). Signor Presidente, tutto sommato non mi dispiace nemmeno che si sia in pochi.

PRESIDENTE. Non la disturberà nessuno.

MORANDO (Ulivo). Una volta tanto si può provare a parlare senza urlare, che invece è una pratica diffusa.

Il decreto-legge fiscale in discussione, come è noto, serve per costruire una parte significativa delle risorse che poi vengono recate a copertura della legge finanziaria. C'è quindi, a causa di questo decreto-legge (qualcuno potrebbe dire grazie a questo decreto-legge), un aumento significativo di entrate rispetto a quelle che si determinano a legislazione vigente. È un aumento assai significativo.

Ora, ci si è chiesti nella discussione sul decreto-legge quale sia l'effetto sull'economia di un prelievo aggiuntivo che abbia questa consistenza e si è risposto, come è inesorabile rispondere secondo la scienza economica, che questo effetto è di per sé, in quanto prelievo aggiuntivo, un effetto depressivo. È chiaro che l'economia crescerebbe un po' di più di quanto non crescerà dopo l'emanazione di questo decreto-legge a causa del fatto che questo decreto-legge aumenta di qualche decimale la pressione fiscale nel nostro Paese.

Credo che negare l'evidenza non serva mai a nessuno ed è chiaro che qualsiasi intervento di questo tipo sull'economia ha un effetto depressivo. Faccio notare, peraltro, avendo discusso con opposizione di questo tema, che in termini di scienza economica ovviamente anche una riduzione della spesa almeno nell'immediato ha un effetto depressivo sull'andamento del prodotto interno lordo. Ora, se si vuole uscire dalle ovvietà per cui aumentare le entrate o ridurre le spese nell'immediato produce un effetto depressivo sull'economia - queste sono le ovvietà e negarle non serve - forse bisogna fare un passo avanti e per farlo bisogna, a mio avviso, porsi sostanzialmente tre domande.

La prima è: quale sarebbe l'effetto macroeconomico, in termini di andamento della ricchezza nazionale, della scelta di non intervenire per correggere gli andamenti tendenziali di finanza pubblica? Quindi, quale sarebbe l'effetto macro di un'iniziativa del Governo e della maggioranza volta a lasciar correre, secondo le tendenze in atto, il deficit annuo e il volume globale del debito?

Questa è la prima questione. Noi, infatti, poniamo in essere questa manovra, il decreto fiscale, che indubitabilmente ha un effetto depressivo, in quanto ci poniamo l'obiettivo di realizzare una correzione degli andamenti tendenziali di finanza pubblica. Quindi, se vogliamo uscire dall'ovvio, la prima domanda è: che effetto avremmo sull'economia reale nel medio periodo se non facessimo questo intervento e lasciassimo correre il deficit e il debito pubblico?

La seconda domanda è la seguente: se si decide che è meglio intervenire sugli andamenti tendenziali di finanza pubblica e quindi si reputa opportuno correggerli, nel senso di ridurre il deficit e di conseguenza il volume globale del debito, cioè se si risponde in questo modo alla prima domanda, ha un effetto meno depressivo ridurre la spesa o aumentare le entrate?

Terza domanda: ammesso che si decida di aumentare le entrate, cioè che questa sia la risposta alla seconda domanda, quale aumento di entrate ha un effetto meno depressivo? L'aumento delle entrate, infatti, può essere determinato in forza di molte scelte: si possono aumentare le entrate, per esempio, perché si conduce una lotta più efficace all'evasione e all'elusione oppure perché si innalzano le aliquote e si modificano le basi imponibili in senso accrescitivo. Quindi, la terza domanda è la seguente: se si decide di aumentare le entrate, quale intervento occorre realizzare perché questa scelta abbia un effetto meno depressivo sull'andamento dell'economia?

Rispondo molto schematicamente perché ho pochi minuti.

Alla prima domanda, se è meglio lasciar correre o intervenire, rispondo nettamente che è meglio intervenire. Infatti, se il deficit annuo non scende, il bilancio non rispetta quella che gli economisti chiamano la regola aurea, in base alla quale nel bilancio pubblico ci si può indebitare, ma quel deficit lo si deve fare per finanziare spese in conto capitale, vale a dire per aumentare il capitale fisso del Paese.

Se non interveniamo sugli andamenti tendenziali del deficit, si realizza una situazione nella quale - com'è accaduto negli ultimi sei anni ininterrottamente, e quindi includo anche un anno di Governo del centro-sinistra - il bilancio italiano non rispetta la regola aurea presentando, quindi, un livello di indebitamento superiore al livello della spesa in conto capitale. Mia nonna avrebbe detto «ci mangiamo il capitale quotidianamente»; con un'espressione un po' più aulica possiamo dire che in questo modo il Paese si mangia il futuro.

Quindi, è meglio intervenire perché nel medio-lungo periodo gli effetti di un mancato intervento sono più negativi dell'intervento immediato, che pure ha un effetto depressivo. Infatti, se si corregge il deficit, si aumentano le risorse disponibili per investimenti sulle infrastrutturazioni materiali e immateriali del Paese .

Data questa risposta alla prima domanda, veniamo alla seconda: una volta stabilito che occorre correggere, è preferibile farlo attraverso risparmi di spesa o attraverso aumenti di entrata? La risposta che gli economisti danno (faccio riferimento, per esempio, agli studi di Alesina in questo campo) è molto chiara: è meglio intervenire attraverso i risparmi, è più efficace, è meno depressivo.

Occorre tuttavia fare attenzione, perché i risparmi non sono tutti uguali, come gli aumenti di entrata. I risparmi possono venire da tagli indiscriminati, cioè da una «sparatoria nel mucchio» (grosso modo i tagli degli ultimi cinque anni hanno avuto questo tipo di caratteristica, tagli orizzontali su tutte le voci di spesa), risultando inefficaci, perché la spesa corrente aumenta, poco selettivi e con scarsa qualità, determinando un effetto depressivo se si realizzano molto pesante; se non si realizzano, non si raggiunge il risultato di ridurre il deficit e quindi il debito.

I risparmi meno depressivi sono quelli che derivano da riforme strutturali. Ma le riforme strutturali (e qui c'è il vero problema), per realizzarsi e quindi per dar luogo a risparmi, hanno bisogno di tempo. I tagli sono efficaci subito perché sparano nel mucchio e lì per lì si ottiene un risultato; il blocco del turnover è il classico taglio che, quando viene sbloccato, naturalmente riporta tutta la situazione al punto di partenza, se nel frattempo non si sono fatte le riforme. Le riforme strutturali, invece, hanno capacità di incidere realmente sul funzionamento della macchina pubblica: per esempio, realizzano risparmi di spesa, ma hanno bisogno di tempo per realizzare questi risparmi e più in generale per concretizzarsi.

Quindi, per l'immediato, traggo dalla risposta a questa seconda domanda la seguente conclusione: è vero che è meno depressivo realizzare l'aggiustamento per via dei risparmi che per via di aumento di entrata, ma siccome i risparmi bisogna farli necessariamente attraverso riforme strutturali, che hanno bisogno di tempo, forse nel 2007 è possibile chiedere alle entrate un maggiore contributo, che non si chieda alla riduzione di uscite, a patto naturalmente che si sappia che si deve trattare di una misura temporanea, cioè che l'aumento della pressione fiscale, derivante da questo decreto per il 2007, dove avere carattere temporaneo.

Termino rapidamente rispondendo alla terza domanda. Se scegliamo l'aumento delle entrate, bisogna decidere quale aumento di entrate operare. Ora, questo decreto dispone aumenti di entrate anche parecchio significativi per via del successo nella lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Signor Presidente, l'obiezione è nota, ma non avrà successo. Attenzione, però se non avrà successo, allora non si realizzerà l'aumento della pressione fiscale, perché non avremo aumento di gettito.

Quindi, delle due l'una, non si possono fare tutte e due le critiche assieme, bisogna sceglierne una: o è poco realistica la previsione di questo aumento, ma allora non ci sarà l'effetto depressivo perché non ci sarà maggio gettito; o è realistica, ci sarà maggiore gettito e ci sarà naturalmente effetto depressivo, ma sarà una misura che sarà in grado di recare all'aggiustamento il contributo necessario. Noi scegliamo questa seconda risposta, questo secondo corno del dilemma e quindi ci proponiamo in sede di esame della finanziaria, signor Presidente, di approfondire il problema in un dialogo serio con l'opposizione.

Se il Governo fa questo decreto, aggiusta per via di aumento di entrate, ma si impegna politicamente a considerare questo aumento di entrate ulteriore per il 2007 come temporaneo, la questione su cui bisogna discutere seriamente è: non è possibile fissare in norme, cioè nell'articolo 1 della legge finanziaria, un orientamento politico il quale dica che, man mano che avremo successo nella lotta all'evasione fiscale, quindi avremo un aumento di gettito derivante da tale successo, noi useremo quote crescenti di questo aumento di gettito per ridurre la pressione fiscale sui soggetti che sono leali nei confronti del fisco? Credo che questo orientamento sia possibile determinarlo anche tecnicamente in norma e si farebbe, attraverso questa strada, quello che molti commentatori ci chiedono e cioè fissare in norma un orientamento di cui parliamo in termini politici generali. Credo che su questo punto, se si discutesse con un poco di serenità, si potrebbe trovare una larghissima convergenza in questa sede. (Applausi dei senatori Tibaldi e Donati).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

 

Per lo svolgimento di un'interrogazione

DAVICO (LNP). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

DAVICO (LNP). Signor Presidente, volevo sollecitare la risposta da parte del Governo, in particolare al Ministro dei trasporti, all'interrogazione 3-00252 che riguarda alcune aziende del cuneese e del Piemonte in generale.

Alcune aziende produttrici o che trasformano dei veicoli con impianti a gas, autoveicoli di trasporto, eccetera, si trovano in difficoltà a reperire i collaudatori. In questi giorni i piazzali sono pieni di automobili e di mezzi e queste aziende devono ricorrere ad un omologatore all'estero oppure devono lasciare a casa in cassa integrazione i loro dipendenti. Mi pare si tratti di una situazione abbastanza grave che ad ore può trovare purtroppo una soluzione non positiva per queste famiglie e per questi lavoratori.

Ho presentato alla fine della scorsa settimana la citata interrogazione urgente al Ministro dei trasporti affinché venga a rispondere in Aula o in Commissione (l'ho presentata in entrambe le sedi per avere risposta nel più breve tempo possibile), in modo che si possa affrontare - ripeto, è questione di ore, di giorni - una problematica che coinvolgerebbe centinaia di famiglie se le aziende fossero costrette a chiudere per troppo lavoro. Mi sembra un paradosso, una cosa eccessiva. Ad ogni modo, è tutto illustrato nell'interrogazione che, chiaramente, non leggo in questa sede.

Sollecito una risposta nel più breve tempo possibile.

PRESIDENTE. Senatore Davico, provvederemo a sollecitare la risposta anche se, con la dichiarazione di inizio della sessione di bilancio per domani mattina, ci sono purtroppo dei problemi per venire a dare delle risposte in Commissione. Visto che si tratta di veicoli a trazione a gas, poco inquinanti, c'è una somma di fattori che deve trovare una risposta.

 

Mozioni e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una mozione ed interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

 

Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 22 novembre 2006

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 22 novembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

 

La seduta è tolta (ore 20,35).