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Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 029 del 29/07/2006


DE GREGORIO (Misto-IdV). Non cercherò, senatore Mantovano, pie coperture. Giovanni Paolo II, in un supremo atto di cristiana umiltà, si inginocchiò innanzi al Parlamento della Repubblica italiana e chiese un atto di clemenza, un segnale forte e deciso a favore di una comunità di sofferenti, uomini e donne, che hanno sbagliato ma che chiedono, in molti casi, la possibilità di redimersi e ai quali il Paese spesso ha dato il segnale di una punizione che a volte è contro perfino le norme che regolano il rispetto dei più elementari diritti umani.

Il sovraffollamento delle carceri italiane ha ormai raggiunto un livello insostenibile: ogni 100 posti carcere vi sono 139 detenuti, il che rende irrealistico parlare di riabilitazione e perfino assolutamente impossibile parlare di recupero dei condannati a pene detentive. Al contrario, la condizione inumana e degradante della detenzione cozza con le Convenzioni internazionali e pesa sulla nostra coscienza come un macigno insostenibile.

Signor Presidente, comprendo le ragioni dell'onorevole Di Pietro, leader di Italia dei Valori, che proviene da una cultura che non gli consente di guardare alle ragioni della coscienza contro quelle del mondo e delle radici da cui proviene. (Brusìo. Richiami del Presidente). Ho un personale problema di coscienza, lo ammetto. Guardo alle ragioni di Giovanni Paolo II, guardo a quel supremo atto di umiltà dinanzi al Parlamento della Repubblica italiana, eppure comprendo Di Pietro che, dal mondo dal quale proviene, dalla cultura specifica dalla quale ha tratto fonte vitale per la sua azione politica, riceve sollecitazioni forti perché questo atto di clemenza, seppur perfino insufficiente provvedimento di indulto, non passi.

Eppure io conosco le carceri, come le conoscono molti parlamentari che nell'ambito delle proprie funzioni le hanno girate; conosco il problema delle donne che hanno figli al di sotto dei tre anni, costrette a tenerli in quella umanità degradata, in quelle condizioni disumane; conosco le lettere, gli appelli dei detenuti, cui faceva riferimento la collega di Rifondazione Comunista che parlava addirittura di impossibilità di curarsi, di impossibilità di guardare alle minime condizioni di igiene, parlava, insomma, di uno scandalo che è sotto gli occhi di tutti.

Che facciamo: consentiamo a qualche decina di migliaia di detenuti di ritornare in libertà, decongestionando le carceri italiane, oppure non diamo loro questa suprema possibilità di guardare al futuro con un minimo di speranza?

Privilegiamo le ragioni dei corrotti, dei corruttori, degli imputati di voto di scambio, che pure rappresentano un problema serio e che usufruirebbero di questo provvedimento di indulto, oppure, per non fare, ci assumiamo la suprema responsabilità di dire di no?

Onorevoli colleghi, sono d'accordo su alcune osservazioni del mio amico Di Pietro: il reato di cui all'articolo 416-ter è assolutamente scandaloso, il voto di scambio mafioso è contro la democrazia; ma non dimentico, ad esempio, che un'intera classe politica è stata cancellata da quel voto di scambio che spesso poi, nelle aule di giustizia, ha trovato le corti indisponibili a proclamare sentenze di condanna.

Mi regolerò con un atto di personale codardia politica, probabilmente, ma che guarda alle ragioni della mia coscienza più che a quelle della politica: mi asterrò, onorevoli colleghi, in nome di quel supremo atto di cristiana umiltà che Giovanni Paolo II chiese al Parlamento della Repubblica italiana. (Applausi dal Gruppo Misto-IdV).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Butti. Ne ha facoltà.