PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Giambrone. Ne ha facoltà.
GIAMBRONE (Misto-IdV). Onorevole Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, è il primo intervento in materia giudiziaria del nuovo Parlamento e di questo Senato. Nel programma dell'Unione si faceva e si fa sì riferimento ad atti di clemenza (amnistia e indulto previsti dall'articolo 79 della Costituzione), ma in esso si legge chiaramente da adottare però dopo, o contemporaneamente, comunque in coerenza con una organica riforma del codice penale e del relativo codice processuale.
Siamo invece in presenza di una proposta di indulto senza amnistia e senza riforme, anzi di una proposta di indulto in contrasto con la riforma che l'Unione, negli ultimi cinque anni, ha invocato contro il lassismo fatto di depenalizzazioni di reati societari e di conflitto di interessi.
L'indulto, per il quale è richiesta la maggioranza dei due terzi, è atto parlamentare, è atto di grande delicatezza perché incide sulla divisione dei poteri: consente al legislativo di annullare in tutto o in parte una formale sentenza giudiziaria.
Sostenere la necessità di un atto di indulto anche per ridurre il sovraffollamento delle carceri, invocando un sistema carcerario civile, ricordare l'esigenza di umanizzare la pena è parte del programma di Italia dei Valori, è parte del programma dell'Unione, è parte del programma di gruppi ed esponenti politici di entrambi gli schieramenti. Ma che rapporto ha con tali esigenze? Italia dei Valori non è contraria all'indulto, è contraria a questo indulto.
Si escludono dall'indulto, nella proposta oggi al nostro esame, alcuni reati ritenuti di particolare allarme sociale. Non si escludono (rivelando un'inaccettabile mistificazione) reati ritenuti di non particolare allarme sociale.
Non è di particolare allarme sociale l'estorsione? Non sono di particolare allarme sociale i reati contro la pubblica amministrazione? E ancora: peculato, concussione, corruzione in atti d'ufficio non sono reati di particolare allarme sociale? Un corruttore di magistrati e magistrati corrotti non determinano un clima e un particolare allarme sociale? Avvelenare le acque e adulterare alimenti non produce particolare allarme sociale? L'evasione fiscale, i reati societari, i falsi in bilancio di Parmalat, Cirio, «Bancopoli», dei furbetti del quartiere, non producono particolare allarme sociale? Il voto di scambio politico-mafioso, previsto dall'articolo 416-ter del codice penale e per il quale è comminata per rinvio la stessa pena dell'articolo 416-bis dello stesso codice, non produce allarme sociale?
Inoltre, non produce particolare allarme sociale applicare questo indulto a questi reati? E ancora, non produce particolare allarme sociale applicare questo indulto a questi reati commessi sino al 2 maggio 2006, reati commessi, ancorché non contestati, per i quali ancora non è stata avviata alcuna azione penale? Non produce particolare allarme sociale tale termine finale del 2 maggio 2006, con un termine iniziale che risale all'ultimo provvedimento di indulto, ad oltre sedici anni fa? Si propone uno scandaloso colpo di spugna per i reati sino al 2 maggio 2006, cui si aggiunge un incredibile bonus per reati che verranno contestati e magari accertati fra quattro o cinque anni?
Il messaggio è chiaro: chi sbaglia non paga. Un indulto che diventa un insulto per magistrati, poliziotti, carabinieri e finanzieri, ai quali questo Parlamento si accinge a mandare un messaggio devastante: lavorate, indagate, rischiate rappresaglie e conflitti a fuoco, ma ai criminali che riuscirete a individuare e condannare viene dato un bonus di impunità. Un insulto, una derisione.
Un insulto, una derisione per quella cultura della legalità che avrebbe dovuto marcare la differenza tra una maggioranza e un Governo nato anche sull'onda dell'indignazione per la questione morale e il precedente Governo. Questa legislatura, che avrebbe dovuto essere la primavera dopo l'inverno appena trascorso, rischia di consolidare sfiducia nella giustizia e di passare alla storia del nostro Paese come la legislatura della cultura dell'illegalità.
Italia dei Valori vuole impedire che questa legislatura, in materia giudiziaria, si apra con un vero e proprio sequestro: il sequestro della speranza di legalità e trasparenza; il sequestro da parte di criminali dal colletto bianco; il sequestro di migliaia e migliaia di disperati, in carcere per reati che potrebbero essere depenalizzati, i quali potrebbero essere scarcerati con legge ordinaria (a maggioranza semplice e senza nessun accordo). (Applausi dal Gruppo Misto-IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Buccico. Ne ha facoltà.
*BUCCICO (AN). Signor Presidente, signori del Governo, colleghi senatori, il tema dell'indulto non merita gli allarmismi ai quali ha fatto ora riferimento il collega che mi ha preceduto. Si tratta di un tema che presuppone ed esige riflessione, ponderazione, ragionamento e forse sarebbe stato utile non relegarlo in un ritaglio di tempo, in un sabato. Solo su questo punto condivido le anomalie etiche ed estetiche alle quali ha dato luogo l'onorevole Di Pietro nei giorni scorsi.
Stiamo assistendo effettivamente ad una gravissima anomalia. L'onorevole Di Pietro ha messo in atto una contrapposizione barbarica ed offensiva nei confronti di deputati e senatori. (Applausi dai Gruppi AN e FI). La criminal list, alla quale ha dato luogo con la visualizzazione fuori del Senato, costituisce una ulteriore lacerazione etica ed estetica; non è una novità, per chi disistima Di Pietro da tempo. E Di Pietro non può né deve invocare la categoria della moralità e della immoralità, perché non può dividersi il Paese fra persone che sono dotate di moralità, se sono contro l'indulto, e di immoralità, se sono a favore dell'indulto (Applausi dai Gruppi AN e FI). L'onorevole Di Pietro la deve smettere di guaire. E se il collega senatore Calvi gli ha risposto riesumando una sofisticata categoria giuridica, quale quella della irricevibilità, se, ancora, il Capogruppo dell'Ulivo, senatrice Finocchiaro, gli ha risposto evocando un famoso testo di Molière (ma credo che non lo abbia capito (Applausi dai Gruppi AN e FI)), io voglio qui affermare in maniera solenne e forte che Di Pietro, con questi toni falsamente ed ipocritamente moralistici, non può continuare ad eccitare i bassi istinti della popolazione, mescolando ad un basso populismo una grande dose di opportunismo, perché continua a non dimettersi da ministro della Repubblica (Applausi dai Gruppi AN e FI).
Colleghi senatori, tutti avremmo preferito discutere in altri termini di questo indulto. Avremmo preferito parlare di concomitanti e contestuali riforme strutturali; avremmo preferito discutere di programmi seri e concreti di edilizia carceraria differenziata; avremmo preferito parlare della organicità del lavoro previsto dalla Costituzione ai fini rieducativi di cui all'articolo 27; avremmo voluto parlare della necessità di un rinnovamento normativo, di un codice penale minimo che inseguiamo da anni, dell'ampliamento e delle modificazioni dello status degli agenti penitenziari, che sono più carcerati dei veri detenuti. (Applausi dai Gruppi FI e LNP). Avremmo potuto e voluto collegare l'adempimento delle riparazioni civili, anche se ci rendiamo conto che si tratta di un terreno impervio e difficoltoso che potrebbe discriminare il principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione.
Io condivido perfettamente questo catalogo di richieste e proposte che Alleanza Nazionale ha portato avanti anche nel corso di questo dibattito. E apprezzo ancora di più il mio partito perché rispetta la diversità delle opinioni, e rispetta, in particolare, la diversità del mio dissenso: abito, questo, di Alleanza Nazionale ispirato a democrazia e a libertà.
Dobbiamo porci velocemente alcune domande.
La prima: cosa prevale nella valutazione e nello stimolo a votare a favore, come farò, dell'indulto? Mi riferirò al tono estremistico, allarmistico che ho oggi letto in una intervista rilasciata da un autorevole senatore della Repubblica a «la Repubblica»? Gli assassini in libertà? 60.000 detenuti fuori delle carceri? Sono numeri che non esistono. La impunità alla quale fa riferimento continuamente in maniera distorta l'onorevole Di Pietro? Voglio ricordare che i detenuti per reati più gravi che dovrebbero uscire, i detenuti per omicidio nelle carceri italiane, non superano, o superano di poco, le 2.000 unità. Se dovessero uscire in virtù di questo indulto, essi avrebbero già certamente espiato la maggior parte della pena, quindi avrebbero pagato il debito nei confronti della società. Per gli altri si tratta di una rimessione in libertà assai differenziata nel tempo, quando avranno scontato gran parte della pena. Non dobbiamo dunque introdurre false ed inutili suggestioni.
Certamente nessuno di noi è contento del catalogo di esclusioni oggettive, anche se questo catalogo è molto più ampio di quello dei precedenti condoni. Per esempio, noi abbiamo cercato di introdurre l'omicidio aggravato dalle sevizie, ma i tempi della discussione in seno alla Commissione non hanno consentito l'approvazione di questo emendamento, che ripresenteremo in Aula.
Vi sono però altri motivi che debbono essere considerati e che, in una gerarchia di prevalenza e in uno stimolo valutativo, mi inducono a votare a favore dell'indulto: la invivibilità del sistema carcerario (nel 2004 si sono verificati oltre 50 suicidi nelle carceri italiane); il numero di sieropositivi crescente; il numero di coloro che sono affetti da altre grave malattie, anch'esso crescente; le difficoltà per l'avviamento al lavoro. Un amico e un grande penalista del nostro Paese, Tullio Padovani, ha scritto che nelle carceri italiane si è al confine fra la legalità e la illegalità istituzionale.
Si tratta di una situazione non più sostenibile, di una situazione sulla quale bisogna intervenire in maniera strutturale, ma anche in maniera immediata, topica, urgente. Questa misura può premiare le possibilità di intervento, domani in maniera strutturale, se vi sarà la volontà del Parlamento, la convergenza delle forze di maggioranza e di opposizione. Si tratta di una precondizione assolutamente importante per poter avviare il grande processo di ristrutturazione riformatrice del sistema penitenziario italiano.
Ma l'indulto porta con sé un altro effetto non secondario, quello che i giuristi chiamano l'indulto improprio, cioè la deflazione giudiziaria. E, in un momento come quello attuale, questi due elementi si sommano l'uno all'altro per determinare condizioni che possono domani farci discutere con maggiore tranquillità, con maggiore lucidità, senza l'urgenza dei bassi istinti ai quali fa riferimento l'Italia dei Valori inseguendo qualche briciolo di voto.
Vi è però un altro motivo, signor Presidente e colleghi senatori, che non possiamo dimenticare: l'indulto è normato nel codice penale del nostro Paese; l'indulto è previsto nella Costituzione del nostro Paese. Questo indulto viene a distanza di sedici anni dall'ultimo; quello del dicembre 1990, con un catalogo, come dicevo prima, di esclusioni oggettive amplissimo. L'indulto ha una sua ispirazione umanitaria di carattere giusnaturalistico e di carattere costituzionale. L'indulto appartiene alla storia del nostro Paese e, se nel passato si è fatto abuso dell'indulto, non possiamo dire che se ne sia fatto abuso dal 1990 ad oggi. E, se oggi siamo costretti, anche in maniera indiretta, ad intervenire con questo strumento, è perché la situazione è divenuta veramente intollerabile.
Questi motivi, anche di carattere umanitario, non falsamente, stupidamente e ipocritamente umanitario, mi spingono a scegliere questa posizione.
Voglio ancora in chiusura ricordare, colleghi senatori, che, quando la casa brucia, certamente bisogna progettare un nuovo edificio, ma la prima cosa da fare è spegnere l'incendio. Voglio contribuire con il mio voto favorevole a spegnere questo incendio. (Applausi dai Gruppi AN, FI, Ulivo, RC-SE e IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tibaldi. Ne ha facoltà.
*TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, onorevoli colleghi, personalmente ritengo che la legge sull'indulto sia una legge, oltre che necessaria, sostanzialmente giusta, e ciò perché è mia ferma convinzione che il grado di evoluzione e civiltà di uno Stato lo si valuti anche dal modo in cui esso attua la pena. In tale ottica è intollerabile che strutture carcerarie con una capienza di 40.000 detenuti, come le nostre, ne ospitino attualmente 62.000.
È pacifico, almeno credo lo dovrebbe essere tra di noi, che il vertiginoso aumento della popolazione carceraria non vede certamente come suoi protagonisti soggetti appartenenti alle classi dirigenti (i cosiddetti colletti bianchi), essendo al contrario alimentato prevalentemente da tossicodipendenti, extracomunitari - qui la legge cosiddetta Bossi-Fini ha dato il suo contributo in maniera rilevante - e soggetti ai margini della società. Tutti elementi che gravitano nell'ambiente carcerario senza alcuna prospettiva - ripeto, senza alcuna prospettiva - di reinserimento sociale.
Su questi soggetti si è abbattuta la scure della tolleranza zero, veicolata dalla legge ex Cirielli, destinata ad aumentare continuamente il numero dei detenuti se non prendiamo provvedimento e sono anche l'effetto delle scelte politiche operate dal precedente Governo di essere molto forte con i deboli e molto, molto debole con i forti.
È evidente che l'approvazione del solo indulto non sarà sufficiente a riportare la popolazione carceraria entro i limiti di capienza, non essendo un atto di clemenza idoneo ad azzerare gli effetti di una cattiva legislazione che ha puntato, negli ultimi anni, esclusivamente all'inasprimento delle pene, senza curarsi minimamente della funzione fondamentale di rieducazione, in palese violazione del comma 3 dell'articolo 27 della Costituzione.
Ritengo dunque, in un'ottica di intervento organico, che vi sia urgenza di pianificare un programma di recupero e di reinserimento sociale dei detenuti, implementando l'organico delle carceri, mediante la presenza non solo di personale cosiddetto normale, che è sotto organico, ma anche di personale medico e di assistenti sociali, attuando ed attivando istituti di pena alternativi che consentano il reale reinserimento del detenuto.
Tutto ciò non senza aver rivisto prima le leggi che hanno portato nelle carceri un'imponente quantità di soggetti emarginati, per i quali dovrebbero e potrebbero essere previsti sistemi di pena alternativi alla detenzione in carcere e per i quali in precedenza la detenzione non era affatto prevista.
Ciò detto, posto che è prevista una maggioranza qualificata per votare la legge sull'indulto, è fuori di dubbio che si sono dovuti fare patti e trattative per raggiungere il 70 per cento dei voti necessari.
Però tale principio di ragionevolezza e buonsenso politico non può, ripeto, non può travalicare dei limiti, come quello dell'inclusione del provvedimento di condono dei delitti di cui all'articolo 416-ter del codice penale, cioè il voto di scambio mafioso, che non ha nulla a che fare con il decongestionamento delle carceri ed attiene, peraltro, ai cosiddetti poteri forti, qualcuno dei quali magari si trova anche all'interno delle istituzioni.
Allo stesso modo trovo scandaloso che nella norma siano inclusi i reati societari, i reati fiscali, i reati contro la pubblica amministrazione.
Per queste motivazioni, insieme ad altri colleghi del Gruppo - non parlo quindi a nome di tutto il Gruppo - abbiamo presentato quattro emendamenti specifici, uno relativo all'articolo 416-ter del codice penale, gli altri relativi ai reati cui accennavo prima: si tratta, cioè, di escludere dall'indulto i reati contro la pubblica amministrazione, i reati societari e i reati fiscali.
PRESIDENTE. Senatore, la invito a concludere.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, le chiedo qualche minuto in più, dichiarando, sin d'ora, di rinunciare ad intervenire a sostegno degli emendamenti da me presentati.
PRESIDENTE. Prego, senatore.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Va da sé che riteniamo che una norma di clemenza sia giusta e che quindi sia necessario che anche questo ramo del Parlamento la approvi.
Però, quando si tratta di reati societari, di reati contro la pubblica amministrazione, di false comunicazioni sociali ed in bilancio, di dichiarazione fraudolenta (si vedano, a questo proposito, ad esempio, il caso Parmalat ed altri) ritengo che non sia moralmente giusto che essi vengano condonati attraverso l'indulto. Per questo chiedo all'Assemblea di approvare questi emendamenti.
Infine, anche se mi è stato spiegato da autorevoli rappresentanti di quest'Aula, che sino ad oggi, nessun provvedimento di indulto ha escluso dal proprio ambito di operatività i reati in materia di sicurezza e salute sul lavoro, ritengo che l'odierna inclusione nel provvedimento di indulto sia un segnale particolarmente negativo e grave e, soprattutto, molto contraddittorio rispetto allo stato attuale del dibattito socio - politico che si è svolto in questa materia. Infatti, uno dei primi interventi del Capo dello Stato ha avuto ad oggetto proprio la stigmatizzazione del fenomeno delle morti bianche, e ripeto, bianche, quasi fossero innocenti, mentre con esse perdono la vita 1.300 lavoratori ogni anno. Tale dibattito ha asserito, con il contributo di tutti, l'urgenza di interventi più cogenti su detta materia.
PRESIDENTE. Senatore Tibaldi, deve concludere.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Si era già deciso di reiterare la Commissione parlamentare d'inchiesta speciale sull'argomento degli infortuni e delle morti bianche sul lavoro. Una delle prime norme poste all'ordine del giorno è quella relativa ad una parte di questo fenomeno che riguarda la questione dell'amianto.
Anche per queste motivazioni annuncio che ho presentato un emendamento in questa direzione. Ritengo sia utile e necessario che l'Assemblea escluda i reati contro la salute e la sicurezza sul lavoro. Tra l'altro in carcere non vi è mai stato, nella storia della nostra Repubblica, un datore di lavoro che ha coscientemente provocato la morte di lavoratori, oppure un responsabile di un'azienda come l'Eternit di Alessandria, che ha provocato la morte di migliaia e migliaia di lavoratori e gravi, gravissime malattie.
Ritengo che questa Assemblea debba provvedere in merito per una questione di giustizia e nel pieno rispetto dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione.
PRESIDENTE. Senatore, la prego veramente di concludere.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Voglio solo comunicare che, se il provvedimento dovesse uscire dall'Assemblea così come c'è entrato, ad horas non sono nelle condizioni di dare assicurazione che il mio voto sarà favorevole. Deciderò nel corso del dibattito e alla fine della discussione. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castelli. Ne ha facoltà.
CASTELLI (LNP). Signor Presidente, esprimo rapidamente, perché il tempo è tiranno, alcune brevi considerazioni che svolgeremo più approfonditamente nel dibattito.
È noto che siamo contrari, perché riteniamo che questo provvedimento rappresenti una resa dello Stato. Nessuna delle motivazioni che il senatore Buccico ha illustrato, peraltro così abilmente come suo solito, mi ha convinto. Soprattutto una: egli ha dichiarato che chi vota no a questo provvedimento risponde a bassi istinti. Il desidero di giustizia e di sicurezza dei cittadini italiani non è un basso istinto, ma un fondamento del vivere civile. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Formisano). È questo il motivo per il quale siamo fondamentalmente contrari a questo provvedimento.
Abbiamo, tuttavia, deciso di assumere un atteggiamento responsabile e rispettoso verso questo provvedimento, sul quale non siamo - ripeto - assolutamente d'accordo. Vi è stato un ramo del Parlamento che ha votato; non possiamo far altro che prendere atto di questo voto, lo rispettiamo.
Il prosieguo del dibattito, quindi, per noi sarà improntato a cercare non tanto di ostacolare l'approvazione di questo provvedimento, quanto piuttosto di migliorarlo. Infatti, colleghi, vi invito tutti a leggere esattamente cosa c'è scritto nel provvedimento dal punto di vista tecnico. Esso non ha mai avuto eguali in tutta la storia della Repubblica. In tutta la storia della Repubblica non vi è un provvedimento di questa natura che di fatto - ed è vero, lo confermo, posso portare i conti - libererà subito circa 16.000 detenuti e in prospettiva più di 60.000. Questo è un dato incontrovertibile, checché se ne dica. Si può dire sì o no, ma qualunque cosa si dica esistono i conti, che si possono verificare anche esaminando il sito Internet del Ministero della giustizia. Sono cifre a disposizione di tutti.
Si possono, allora, apportare correzioni, colleghi. La Camera ha tutto il tempo di recepire le nostre correzioni, che vanno adottate per due motivazioni. In primo luogo, per rivendicare il ruolo fondamentale del Senato: non possiamo essere, su una questione così importante, la mosca cocchiera della Camera. In secondo luogo, vi sono alcune correzioni che vanno apportate per forza, che bisogna assolutamente inserire affinché il provvedimento non lanci un segnale, anche alla comunità internazionale, secondo il quale l'Italia si è arresa alla criminalità.
Occorre ridurre il tempo per il quale è concesso: non può essere di tre anni, ma dev'essere ricondotto a due, come è stato previsto in tutti i provvedimenti d'indulto nella storia della Repubblica.
Bisogna eliminare alcune fattispecie di reato; il collega prima ne ha citate alcune, ma ve ne sono altre, soprattutto l'articolo 416-ter del codice penale, che va inserito tra le norme a cui non si applicano le disposizioni in oggetto, altrimenti non possiamo esitare un provvedimento di questa natura.
Quindi, prego veramente i colleghi, pur favorevoli all'indulto, a soffermarsi su questo tema, nell'ottica quanto meno di migliorarlo. Non si può approvare il disegno di legge così come è stato trasmesso dalla Camera dei deputati. È inaccettabile. Nel corso della discussione cercherò poi di illustrarne le motivazioni.
Approfitto, infine, della presenza del ministro Mastella per approfondire un'altra questione fondamentale. Si dice: intanto liberiamo tutti; intanto diamo questo segnale di resa; intanto tutti i delinquenti e i criminali andranno in giro nel mese di agosto, quando la gente è in vacanza (pensate quali problemi di ordine pubblico!); poi faremo le riforme, poi vareremo i piani.
I piani per costruire nuovi penitenziari e per far fronte al sovraffollamento ci sono già, sono al Ministero della giustizia, alcuni anche innovativi. Io ho presentato l'ordine del giorno G105 che interviene proprio su tale questione.
Sappiamo tutti che le risorse sono scarse, ancora di più adesso che il decreto-legge Bersani ha tagliato 350 milioni di euro per le spese della giustizia (dunque sono ancora più scarse), ma c'è un piano che è legato a due società, varate dal precedente Governo, le cui azioni sono detenute dal Ministero dell'economia e delle finanze, la Patrimonio spa e la Dike Aedifica spa, le quali sono in grado di costruire penitenziari a costo zero.
Io prego vivamente il ministro Mastella di accogliere non solo formalmente quest'ordine del giorno che impegna il Governo a proseguire su tale strada, che consentirà di costruire a costo zero e rapidamente nuovi penitenziari. Credo che questa sia l'unica via civile, rispettosa della volontà di giustizia e sicurezza dei nostri cittadini, per rispondere al problema effettivamente esistente di garantire la dignità ai detenuti. (Applausi dai Gruppi LNP e FI).
Presidenza del vice presidente CAPRILI (ore 10,37)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Vano. Ne ha facoltà.
VANO (RC-SE). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli senatrici e senatori, l'indulto, come previsto dall'articolo 79 della nostra Costituzione, è un provvedimento di clemenza che condona totalmente o parzialmente la pena, e la proposta di legge di concessione dell'indulto, che qui oggi si discute, rappresenta lo strumento da adottare d'urgenza per migliorare, almeno in parte, le condizioni delle carceri, il cui sovraffollamento fa sì che l'esecuzione della pena assuma forme disumane, violando non solo la dignità dell'uomo, ma anche il principio rieducativo della sanzione penale stessa.
Sovraffollamento, dicevo: infatti, basti pensare che nei 200 penitenziari italiani, che hanno una capienza massima di 42.959 unità, sono detenute 61.392 persone, di cui la prevalenza risulta composta da migranti e tossicodipendenti.
L'indulto che si discute costituisce un provvedimento essenziale per contenere la profonda crisi delle strutture penitenziarie. Mai, come negli ultimi anni, si sono intensificate le proteste, le richieste di interventi, finanche i suicidi di detenuti, costretti a scontare pene, a subire la custodia cautelare in condizioni di disagio che violano il diritto fondamentale ad un vivere dignitoso, stipati per lo più fino ad un numero di otto per ogni cella, condizioni, queste, che determinano paradossalmente effetti criminogeni, in netta contraddizione con la finalità risocializzante della pena.
Ma il testo in discussione non è soltanto un provvedimento ispirato al solo «clemenzialismo», ma spinge verso un sacrosanto riordino complessivo del sistema penale italiano, che necessita della depenalizzazione di numerosi reati sociali e legati all'emarginazione.
Per il prossimo anno si prevede che più di ventimila persone rischino il carcere con le migliaia di procedimenti contro i movimenti sociali e grazie a leggi proibizioniste e razziste come la Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, la ex Cirielli, che esclude i recidivi da molti benefici penitenziari, e la Bossi-Fini sui migranti.
Il carcere, credetemi, non può e non deve permanere nella sua condizione di discarica sociale. Occorre che la società, il mondo della politica, le istituzioni si facciano carico, carico vero, partecipato, della rimozione delle condizioni socio-ambientali ormai croniche che stanno all'origine dei reati e della disuguaglianza dei cittadini, rispondendo in tal modo anche al dettato costituzionale dell'articolo 3.
Vorrei però tornare al carattere riabilitativo del sistema reclusivo che dovrebbe e deve prevalere su quello giustizialista.
La rieducazione e la reintegrazione sociale sono diritti da garantire, attraverso il detenuto che lo esercita, alla società, ad una società che si dà delle regole che aprono le porte alla civiltà, all'evoluzione del pensiero sociale, piuttosto che precluderne l'ingresso fortificando il muro del «vendettismo» e dell'intolleranza.
Inoltre, ci sono diritti violati, come quello alla salute, alla privacy, al rispetto e alla considerazione, su cui non si può tacere. La tutela dei diritti non può discriminare tra i soggetti che li detengono. È dalla loro violazione che prende corpo una cultura ed un modus operandi che genera violenza.
C'è solo l'imbarazzo della scelta. In Italia la violenza nelle carceri ha fatto ritenere indispensabile alla magistratura l'apertura di numerose inchieste. Dal 1991 al 1997, infatti, sono stati firmati dai giudici 237 rinvii a giudizio a carico di agenti di custodia per lesioni, percosse, minacce e ingiurie, 129 per violazione della legge sugli stupefacenti, 66 per abuso d'ufficio, 24 per omicidio volontario e colposo e 13 per atti di libidine.
Nel carcere di Secondigliano sono alla sbarra in questi giorni venti agenti penitenziari accusati dai giudici di Napoli di violenze a danno dei detenuti, alcuni dei quali avevano anche modi «ricercati» per le punizioni, come, ad esempio, «costringerli in tempi diversi a rimanere rinchiusi in un montacarichi in piedi con la faccia al muro» e tutto per futili motivi.
Nel carcere di Nuoro, Luigi Acquaviva, un detenuto, che aveva partecipato ad una protesta, viene trovato morto alcuni giorni dopo quell'episodio: suicidio? Ma successivamente tre agenti vengono indagati per lesioni ed un quarto per omissione di soccorso.
Le carceri, con le loro diverse problematiche ambientali, sono deleterie non soltanto per la vita dei detenuti ma anche per coloro che vi lavorano.
Lo Stato, con le sue risposte, i suoi provvedimenti, le sue disposizioni, si riflette negli occhi di quelle persone, perché i detenuti sono persone, e la luce che ne traspare non è lusinghiera - credetemi - e neanche il silenzio di chi ha smesso di chiedere alle istituzioni e credere nell'equità sociale e nella giustizia.
Io le ho incontrate quelle persone e le rincontrerò, perché l'ho promesso, ed è con le loro parole che voglio concludere questo mio intervento e se dovessi sforare nei tempi, concedetemelo, signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, è un atto dovuto a loro.
«Mi chiamo Enrico e sono detenuto presso la Casa circondariale di Fuorni. Santo Iddio, siamo emarginati dal mondo qui. Qui è pieno di ragazzi che per uno spinello finiscono in carcere, mentre i potenti che hanno forse commesso reati molto più gravi, magari rovinando migliaia di persone, stanno fuori e dopo alcuni anni te li ritrovi nelle liste elettorali».
«Anch'io mi chiamo Enrico, sono mesi che aspetto una visita medica perché affetto da fistole coccigea con pus senza che venga disinfettato. Mi lavo con acqua corrente e basta».
«Mi chiamo Michele (II sezione) ho un figlio di quindici anni invalido al cento per cento con un problema al cervello ed anche mia moglie è ammalata, ma non mi danno gli arresti domiciliari».
«Io sono Domenico, qui le lenzuola le cambiano ogni 4-5 mesi. Non ci sono neanche libri da leggere ed il tavolo è rotto. C'è stata un'epidemia di scabbia e abbiamo dovuto comprarci la crema da soli perché nessuno ce la dava».
«Io mi chiamo Michele. Ho una gamba con un tutore perché è stata operata ed è più corta, ma il tutore si è rotto, nessuno mi accompagna e sono venti giorni che non scendo a fare la passeggiata, sto sempre qua, come un topo».
«Sono Antonio. Io quando sono venuto non facevo le mie cose al bagno, perché mi si poteva vedere, sta nella stessa stanza la tazza e ha una piccola porta e si vedono la testa e le gambe con i pantaloni abbassati, mi vergognavo, ma poi...».
«Io sono Daniela dicono che sono mezza pazza, perché pulisco sempre, ma qui cade l'intonaco e perde il bagno di sopra, che devo fare? E poi il caldo. Si fa l'ultima doccia di venerdì, e poi si riprende il martedì. E, quindi, noi siamo in una condizione di precarietà igienica: abbiamo, oltre alla tazza, un lavandino, dove laviamo i piatti e ci laviamo anche noi».
Credetemi, non è certamente solo con l'indulto che potremo fornire risposte e dignità a tali voci; ma è certo un atto di clemenza che dà inizio ad un percorso che ci vuole tutti impegnati nella costruzione di un progetto detentivo coerente con lo spirito della nostra Costituzione. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Adragna. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valentino. Ne ha facoltà.
VALENTINO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di dare inizio alle brevi considerazioni che intendo svolgere, voglio rendere omaggio al mio partito perché, pur avendo assunto un atteggiamento critico verso il disegno di legge che oggi si discute, ha consentito ad alcuni di noi di assecondare le proprie pulsioni culturali rispetto a questa vicenda, che è una vicenda tutta particolare.
Signor Presidente, il tema politico a volte retrocede davanti agli argomenti che investono la coscienza. Non posso non evocare un paragone rispetto ad altre aree politiche di questo Parlamento che hanno manifestato la propria opposizione sbracciandosi, urlando, offendendo, non apportando alcun costrutto al dibattito, ma rivelando un atteggiamento con il quale si deve assolutamente dissentire. L'onorevole Di Pietro si è autosospeso dalle proprie funzioni ... (Brusìo). Colleghi, per favore, mi dovete far parlare: potete interrompermi, se volete, ma mi dovete lasciar parlare. (Richiami del Presidente).
L'onorevole Di Pietro si è autosospeso dalle proprie funzioni ministeriali, assumendo un atteggiamento a volte scaduto nei confronti della sua coalizione e imponendo repliche che rivelano tensioni e malumori che vanno al di là del fatto specifico, signor Presidente. Sono momenti che rivelano atteggiamenti in conflitto, con i quali non credo che i nostri contraddittori politici, l'attuale maggioranza, possano andare avanti per molto tempo.
Ben diverso, invece, l'atteggiamento all'interno di Alleanza Nazionale: molti voteranno contro l'indulto, la più parte. La maggior parte assumerà un atteggiamento critico che rispettiamo, e rispettiamo profondamente, perché cogliamo appieno come esso sia interprete di un malcontento diffuso; questa mancanza di regole che nel Paese si vive e che determina fatalmente esigenze che debbono essere comprese. Mancanza di regole: detenzione; mancanza di regole: carcere, forme di appagamento da parte di un'opinione pubblica che per queste cose è tormentata e che forse non riesce ad intendere, e non a torto, le ragioni per le quali si può essere favorevoli ad un atto clemenziale.
Ma c'è un argomento, signor Presidente, onorevoli colleghi, che intendo sottoporre alla vostra attenzione, come argomento determinante, a mio avviso, perché si possa considerare con occhio diverso questa vicenda che involve emozioni, culture e sentimenti. Non solo 61.000 detenuti vivono in una condizione che è già stata ampiamente descritta, ma decine di migliaia di agenti di custodia e impiegati dell'amministrazione (Applausi dal Gruppo FI) vivono un tormento che non appartiene loro.
Soltanto per questo bisognerebbe assumere un atteggiamento diverso nei confronti di questa vicenda che certamente può offendere coloro che reclamano che la pena sia scontata per intero. Ma la pena del reo, la pena di chi ha commesso il reato, la pena di chi suscita l'indignazione si traduce anche nella pena dell'innocente, signor Presidente. Gli imputati, i detenuti passano, la gente che serve lo Stato, che tutela lo Stato, che assume dei rischi resta in galera.
Bisogna, allora, creare le condizioni perché possano vivere meno peggio. Hanno scelto di servire i soggetti più disagiati della società, i più tormentate, di servirli, e lo sottolineo, perché lo spirito costituzionale questo impone: non soltanto di custodirli, ma di educarli. Mettiamoli in condizione di fare il loro lavoro. Bisogna avere rispetto di costoro, e rispetto grande.
Ecco, signor Presidente, la ragione prevalente per la quale io mi accosterò a questo provvedimento con un atteggiamento differente rispetto alla maggioranza dei miei compagni di partito, con un atteggiamento che è tollerato, con un atteggiamento che forse da molti non è compreso, ma questa è la vera ragione.
Lo studio fatto da un insigne studioso dell'università di Messina, signor Presidente, ha rivelato che il 90 per cento dei detenuti è affetto da patologie, il 90 per cento. È con costoro - in numero sempre crescente - che coloro che servono lo Stato devono vivere.
Aiutiamoli a vivere meglio, anche se il provvedimento è traumatico, anche se la scelta è traumatica, anche se la scelta mortifica attenzioni, aspirazioni, esigenze di larga parte della pubblica opinione. Credo che questo dovere il Parlamento ce l'abbia. Io, perlomeno, credo di averlo. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Formisano. Ne ha facoltà.
FORMISANO (Misto-IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi e rappresentanti del Governo, ho a mente le parole di qualche ora fa, pronunciate ieri - se non vado errato - dal Presidente del Senato quando sosteneva che le battaglie, da chiunque fatte, vanno rispettate.
Credo che questo dovrebbe essere il clima che dovrebbe improntare i lavori del Senato. Ho, invece, ascoltato interventi che prescindevano dalle battaglie fatte da partiti o movimenti per attagliarsi a contestazioni su singole persone. Non credo che questo sia il modo giusto per andare avanti; penso che, come Senato, anche se in altre sedi si è agito così, dovremmo invece rispettare le battaglie. Quando si conduce una battaglia, ognuno la conduce con le proprie modalità, per come si è costruito, per la cultura che ha, per la storia vissuta. Anche quelle battaglie, tuttavia, vanno rispettate.
Per quanto ci riguarda, lo ha già detto prima di me il senatore Giambrone, stiamo portando avanti una battaglia tesa a migliorare questo provvedimento che per noi non è la soluzione dei problemi, lo hanno già detto in tanti per la verità. Pensavamo che un provvedimento di amnistia o di indulto, comunque un provvedimento di clemenza, non potesse non essere inserito in una serie di provvedimenti che tenessero conto e mettessero in piedi una vera politica delle carceri, una vera politica per i detenuti.
Chi vi parla, a differenza di tanti altri colleghi, è stato ad ascoltare le parole di Giovanni Paolo II quando al Parlamento in seduta comune ha chiesto alcune cose. Quindi, il mio approccio al problema è fatto tenendo conto di ciò che l'allora Papa disse a noi parlamentari riuniti in seduta comune alla Camera dei deputati. Predisponiamo, dunque, un provvedimento che possa rendere più vivibili e umane le carceri.
Anche accedendo al problema che abbiamo davanti tuttavia, da questo punto di vista vi sono però delle incongruenze sulle quali, signor Presidente, onorevoli colleghi e signor Ministro, bisogna fare chiarezza prima che il Senato si pronunci, essendo importante quello che il Senato farà oggi.
Ho a mente l'intervista del senatore D'Ambrosio pubblicata questa mattina su "la Repubblica", che invito tutti i colleghi a leggere perché ancora sui numeri - parlo di numeri - derivanti dall'adozione di questo importante provvedimento non c'è chiarezza. Come fa allora il legislatore ad intervenire se non vi è chiarezza sui numeri che derivano dal suo intervento? È un modo scorretto di porre i problemi, questo, o è un modo serio dire a tutti: pensiamo bene a quello che stiamo facendo?
Ho a mente la relazione del senatore Manzione. Ci sono stati alcuni aspetti che hanno colpito anche noi dell'Italia dei Valori. Poi, come ho detto, ognuno si esprime a modo suo, con le modalità e i comportamenti che è abituato a praticare in politica e nella vita.
Ad esempio, è la prima volta che si concede un indulto di 3 anni. In quest'Aula c'è qualcuno in condizione di spiegare perché, per la prima volta, si adotta un provvedimento clemenziale più esteso nel tempo rispetto a tutti i precedenti varati dal dopoguerra ad oggi?
Un secondo punto riguarda la vicinanza temporale dei termini previsti dal provvedimento, che è stata già evidenziata da altri prima di me. La data del 2 maggio 2006 ci mette nella condizione di conoscere già oggi tutti i procedimenti penali o c'è ancora spazio per aprirne altri? E se c'è ancora spazio per aprirne altri, non è ipotizzabile che, una volta approvato l'indulto, verremo probabilmente a conoscenza di altri reati, che oggi non conosciamo, che sono ancora nei termini per rientrare nel provvedimento? Allora adottiamo anche provvedimenti a futura memoria? Questo è un modo sbagliato di porre le questioni? Non lo credo. Credo che serva a far aprire un po' gli occhi a tutti.
E poi vi è una grande contraddizione, e non so come questo sia potuto avvenire. (Richiami del Presidente).
Signor Presidente, utilizzo qualche minuto in più utilizzando quelli che ci sono stati accordati dagli altri Gruppi.
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Formisano, non ho capito questo passaggio.
FORMISANO (Misto-IdV). Sono stati messi a disposizione alcuni minuti da parte di altri Gruppi, sicuramente dall'Ulivo.
PRESIDENTE. Non ne eravamo a conoscenza.
FORMISANO (Misto-IdV). Era presente il presidente Marini.
La grande contraddizione cui ho fatto riferimento è quella riguardante l'assetto complessivo dei reati per associazione mafiosa: escludiamo dall'indulto i delitti ex articolo 416 ed ex articolo 416-bis, ma non quelli ex 416-ter. Anche il meno istruito potrebbe chiedere quale sia la ratio, sulla base di quali considerazioni non avete inserito l'articolo 416-ter.
InCommissione giustizia, ieri sera, mi è stato risposto che non c'è nessuno in carcere in conseguenza di questo reato. Ma allora, a maggior ragione, per dare completezza sistematica, se dobbiamo escludere i reati di associazione mafiosa e in carcere non c'è nessuno condannato ai sensi dell'articolo 416-ter, come mi è stato autorevolmente detto in Commissione giustizia, inseriamo anche questo articolo oltre agli altri due.
Achiunque venisse in mente di chiederci quale è la ratio che abbiamo seguito, potremmo spiegare che per tutti i reati di associazione mafiosa abbiamo previsto l'esclusione, compreso il voto di scambio. È questo un modo scorretto di porre le questioni? Credo sia un modo che consente al Senato di avere chiaro quali sono i problemi veri.
Mi accingo a concludere; poi svolgeremo nella democrazia piena la nostra battaglia, anche nelle fasi successive del dibattito. Senza enfatizzare, così come è stato fatto, abbiamo lasciato libertà di coscienza ai senatori dell'Italia dei Valori, perché quando parliamo di questo tipo di provvedimenti è naturale che ognuno valuti sulla base delle indicazioni del partito, ma soprattutto di quel che gli detta la coscienza, e non mi pare che sia da enfatizzare una scelta che, per la mia cultura, è abbastanza consolidata nel tempo. Pertanto, i senatori del nostro Gruppo terranno conto delle indicazioni del partito, ma - ripeto - soprattutto della loro coscienza.
Concludo con una notazione di carattere personale, chiedendo al Senato di valutare bene prima di adottare questo provvedimento. Come ho detto, vorremmo un altro tipo di indulto, non perché pensiamo che l'indulto risolva i problemi, ma perché pensiamo, avendo a mente quel che disse Giovanni Paolo II qualche tempo fa, che possa dare una mano, però - lo ribadisco - chiediamo al Senato di valutare bene, fino in fondo.
Devo solo chiarire che, in Conferenza dei Capigruppo, ho acceduto a questi tempi perché ho un ruolo che va oltre l'Italia dei Valori: in Conferenza dei Capigruppo rappresentavo anche i senatori del Gruppo del ministro Mastella e i senatori a vita, e di fronte a nove senatori Capigruppo che chiedevano di avere questi tempi, sarebbe stato inelegante che mi fossi dissociato. Credo di avere agito secondo scienza e coscienza. (Applausi dal Gruppo Misto-IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perrin. Ne ha facoltà.
PERRIN (Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo chiamati ad approvare o respingere una proposta di indulto, cioè un provvedimento generale di clemenza, di fatto prevalentemente destinato ad operare, come tutti ben sappiamo, per lo sfoltimento della popolazione carceraria.
Non siamo pregiudizialmente contrari all'indulto. Saremmo molto più convinti se le sue motivazioni fossero effettivamente riconducibili a solide ragioni di opportunità politica o di pacificazione sociale; meno entusiasmo nutriamo, invece, per l'uso strumentale, seppure ben comprensibile nel momento attuale, di questa leva quando è utilizzata al solo scopo di risolvere il problema del sovraffollamento dei nostri istituti penitenziari.
E innegabile, invece, che questo provvedimento si renda oggi ineludibile e indifferibile per il fallimento del sistema di repressione del crimine, per la durata eccessiva dei processi, e ancor più per la tormentata esecuzione del giudicato penale.
Lo Stato sembra quasi gettare la spugna, incapace a rendere giustizia in modo certo e soprattutto in tempi accettabili.
Il processo dei benestanti è diventato supergarantito, mentre quello riservato ai non abbienti diventa spesso processo sommario, generando un'intollerabile discriminazione e una pesante emarginazione sociale.
Ciò che turba particolarmente, poi, sono naturalmente i trattamenti non rispettosi della dignità umana e in aperto contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento, come quello dello scopo rieducativo della pena sancito dall'articolo 27 della Costituzione, in forza del quale «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
In un carcere in cui si vive in troppi, dove non si può lavorare, dove ci si ammala spesso e dove si diffondono le peggiori propensioni, la pena si trasforma e diventa ingiustamente afflittiva.
Di fronte al collasso della giustizia penale abbiamo, però, il dovere di affrontare l'argomento in modo responsabile e trasparente, uscendo da logiche di scambio fra le forze politiche e soprattutto evitando un ulteriore premio per la criminalità politico-amministrativa già beneficiata da tante prescrizioni.
L'estensione dell'indulto ai reati commessi fino al 2 maggio 2006 e l'innalzamento dello «sconto» di pena a tre anni, rispetto ai due originariamente stabiliti, rende a nostro modo di vedere discutibile la chiave di lettura di questa proposta: essa porterebbe alla scarcerazione di moltissimi detenuti, con un colpo di spugna di cui potrebbero beneficiare anche categorie di persone il cui operato ha rappresentato in questi ultimi anni un modello pesantemente negativo per la comunità.
Mentre opportunamente rimangono esclusi dal provvedimento reati come associazione sovversiva, terrorismo, strage, associazione mafiosa, delitti contro i minori, violenza sessuale, tratta di persone, sequestro di persona, traffico e grande spaccio di stupefacenti, usura, avvertiamo preoccupazione nel vedervi ricompresi i reati finanziari e soprattutto quelli contro la pubblica amministrazione, come corruzione e concussione.
A noi non interessano le situazioni personali di questo o di quel potenziale beneficiario. Questa proposta ci pare però essere un ulteriore differimento della soluzione reale dei problemi della giustizia: è tempo invece di porre mano ai problemi strutturali.
La nostra coscienza, più che ragioni di calcolo politico, ci induce perciò a dare ascolto a chi, anche in Senato, portando esperienza professionale e indiscussa saggezza, propende per riforme più durature e radicali nel settore della giustizia, che non vanifichino sic et simpliciter anni di lavoro nell'accertamento della verità.
Guardiamo perciò piuttosto con favore alla depenalizzazione di certi reati e a soluzioni stabili per i problemi della giustizia piuttosto che un indulto che non fa che rimandare in questo momento i problemi di fondo del settore e ci farebbe ritrovare daccapo fra pochi mesi.
II dovere di ricreare oggi certezza nel diritto e nella giustizia ci impone di cercare vie diverse da quella oggi proposta.
Per questi motivi, senza falsi moralismi e con meditata convinzione, esprimiamo la nostra preoccupazione per l'adozione del provvedimento in discussione e ci riserviamo di esprimere il nostro consenso dopo aver seguito il dibattito, sentite le considerazioni dei rappresentanti del Governo e anche a seguito dell'eventuale presentazione e accoglimento di ordini del giorno che impegnino il Governo ad avviare una concreta riforma volta a risolvere concretamente i problemi della giustizia. (Applausi dal Gruppo Aut).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pellegatta. Ne ha facoltà.
PELLEGATTA (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, la situazione delle carceri è drammatica; drammaticamente note sono le cifre: 40.000 la capienza, 62.000 la presenza. Le carceri scoppiano e nelle condizioni materiali in cui vivono i detenuti svanisce la funzione rieducativa che la Costituzione assegna alla pena.
All'affollamento delle carceri e al carattere della composizione sociale dei detenuti, per tanta parte imputati e condannati per reati di droga e per reati legati all'immigrazione clandestina, per tanta parte appartenenti ai settori più marginali della nostra società, hanno contribuito in questi anni leggi sbagliate, che hanno puntato essenzialmente ad un pesante inasprimento delle pene, senza accompagnarle ad un vero programma di recupero e al reinserimento sociale dei detenuti. È necessario, indispensabile, quindi, un atto di clemenza.
Ma quando si affronta un tema così delicato come quello in discussione oggi, occorre capire anche quali sono gli argini, argini etici, innanzitutto, entro cui tale atto di clemenza debba essere collocato, perché dei tanti provvedimenti che vengono discussi in quest'Aula pochi interrogano, come quello in esame, l'idea del bene e del male, l'idea dell'etica.
Portiamo in questa Aula tutte le nostre preoccupazioni; di due voglio dar conto nei pochi minuti che mi sono assegnati.
La prima è la centralità della lotta alla mafia, è l'urgenza, l'impellenza di fare della lotta alla mafia una vera e propria priorità nazionale, di non dare nessun segnale di tolleranza, indulgenza, impunità per la mafia a quelle donne e quegli uomini che nel Mezzogiorno del nostro Paese lottano quotidianamente, senza clamore, con piccoli gesti, contro l'invadenza mafiosa e contro la paura. Penso ai sindaci coraggiosi che fanno saltare certe regole del gioco, penso a chi fa impresa senza piegarsi alle logiche del ricatto, penso a chi non accetta di scambiare la dignità della politica per un pugno di voti comprati alla mafia.
La seconda è il rapporto tra etica e politica, un tema che ha cambiato il volto del nostro Paese. Sarebbe drammatico se il messaggio al Paese fosse che la classe politica compie quel che ci accingiamo a compiere, che dovrebbe essere un gesto di grande equilibrio e di grande responsabilità, per togliere dagli impicci qualche amico o amico degli amici. Se è vero che questo provvedimento, per quanto attiene alla corruzione, non libererebbe che poche decine di persone, ma aiuterebbe i colletti bianchi che già in carcere non sarebbero andati, ciò sarebbe gravissimo: significherebbe l'assunzione di quel modello di uso personale del potere politico che abbiamo tanto, fortemente combattuto.
Noi rifiutiamo, per storia, cultura e impegno, l'idea che la politica possa essere occasione di vantaggio personale e rifiutiamo qualunque messaggio che tale idea possa avallare. Ci guida l'idea che la giustizia sociale non possa essere vera senza una giustizia giusta. Il duplice senso della parola "diritti" non si è costruito per caso: «diritti» come diritto di ciascuno; «diritti» come regole che governano un valore impalpabile, ma fondamentale, come quello della giustizia. (Applausi della senatrice Negri).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mantovano. Ne ha facoltà.
MANTOVANO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, immaginiamo che il 1° maggio di quest'anno io abbia tentato di uccidere una persona. Ho preso un arma, l'ho caricata e ho sparato. La Provvidenza ci ha messo la mano e non ho raggiunto il risultato, ma ho sparato. La vittima ha subito delle lesioni. Ho commesso un reato grave: tentato omicidio con arma. Un reato per il quale i tribunali italiani, in media, danno sui nove anni di reclusione.
Bene, se io fossi processato il giorno cui l'indulto, qualora venisse approvato - spero di no - dal Senato, entrerà in vigore, chiederei anzitutto di essere giudicato con il rito abbreviato: meno tre anni; siamo a sei anni di reclusione. Aggiungiamoci i tre anni dell'indulto e la mia pena effettiva scende a tre anni di reclusione; entro, cioè, non in carcere, ma nell'area dell'affidamento in prova al servizio sociale.
Chiedo all'Assemblea, signor Presidente: tutto questo corrisponde a giustizia? Il problema non è solo l'indulto, ma è l'indulto inserito nel quadro dei benefici del codice penale, del processo penale e dell'ordinamento penitenziario, la cui somma rende la sanzione penale qualcosa di virtuale.
Noi non ignoriamo - e, anzi, siamo fortemente preoccupati - la situazione di congestionamento degli istituti di pena, ma siamo convinti che una situazione così problematica vada fronteggiata con interventi di carattere strutturale, non con misure di respiro cortissimo: potenziando l'edilizia penitenziaria, in linea con il lavoro svolto negli ultimi cinque anni; razionalizzando e rafforzando l'impiego della polizia penitenziaria e del personale di sostegno ai detenuti; aumentando i magistrati di sorveglianza; lavorando per un raccordo più efficace con la polizia giudiziaria, quando devono essere fornite le informazioni per le misure alternative alla detenzione; incrementando gli accordi con gli Stati di provenienza dei detenuti extracomunitari, al fine di far espiare la sanzione detentiva nei Paesi di origine.
Se ci fosse stato tutto questo - lo dico in modo particolare al Ministro della giustizia - accompagnato dalla quantificazione, ad esempio nel Documento di programmazione economico-finanziaria, delle risorse da investire su tali fronti, avremmo anche potuto prendere in considerazione, ma a condizioni diverse da quelle di questo testo, un'ipotesi di respiro temporaneo per il mondo penitenziario. Ma queste condizioni non ci sono. Non le avete prospettate.
C'è invece un provvedimento inaccettabile, che, per come è stato congegnato, avrà un solo effetto: elevare la soglia di criminosità. Non guardo nella sfera di cristallo; guardo all'esperienza maturata.
L'ultimo indulto in Italia - è stato prima ricordato - risale al dicembre 1990 e condonava non tre, ma due anni di reclusione. Bene, nel 1989, un anno prima, i reati commessi in Italia ammontavano complessivamente a 1.348.333. Nel 1990, in aprile, c'è l'amnistia, e si crea una fortissima aspettativa per l'indulto, che arriverà a dicembre. Già questo fa balzare i reati complessivamente commessi a 1.642.159: 300.000 in più. Nel 1991, quando i beneficiati dall'indulto tornano in libertà, si sale a 1.741.280.
Abbiamo la prova a contrario dell'effetto negativo dell'indulto. Negli anni successivi, infatti, quando l'effetto delle scarcerazioni si esaurisce e i recidivi che erano stati liberati con l'indulto tornano in carcere, il numero dei reati progressivamente decresce, fino ad arrivare, nel 1993, a 1.363.070, esattamente il punto di partenza del 1989. Ma in mezzo ci sono stati migliaia, migliaia e migliaia di reati la cui consumazione è stata dovuta esclusivamente all'indulto. (Applausi dal Gruppo AN).
Per questo è gravissima l'assenza dal dibattito del Ministro dell'interno - di cui pure avevamo richiesto la presenza - che valuti l'impatto del provvedimento in termini di sicurezza. Io rinnovo alla Presidenza del Senato la richiesta - siamo in tempo - della presenza di un rappresentante del Viminale e di una relazione che ci dia la sua valutazione sul punto. Il ministro Amato non vuole venire adesso? Da qui dovrà passare, fra qualche mese, per rendere conto dei delitti che a seguito della messa in libertà torneranno a commettere ladri, rapinatori, estortori, omicidi e truffatori. (Applausi dal Gruppo AN). In quel momento il problema sarà suo, non dei suoi colleghi Mastella o Di Pietro, anche perché, secondo elemento di oscurità, si è parlato di 12.000 detenuti in libertà.
Dai dati del DAP, risalenti al 22 giugno 2006, coloro che hanno condanne residue fino a tre anni di reclusione risultano 24.001, e tralascio il dettaglio anno per anno. Su questa cifra complessiva va fatta la tara delle esclusioni che però non possono arrivare alla metà perché non riesco ad immaginare che ci siano 12.000 violentatori o terroristi nelle carceri italiane in questo momento. E tutto questo in cambio di quale vantaggio per la popolazione penitenziaria?
Torno all'indulto del 1990: 31.680 detenuti prima dell'indulto, 25.804 dopo l'indulto. Sei mesi dopo, nel giugno del 1991, i detenuti erano 31.053. Un anno dopo, nel dicembre 1991, 35.469. Questa è una ulteriore conferma dell'incremento della criminosità a seguito di provvedimenti di questo tipo. (Applausi dal Gruppo AN).
L'indulto che si vuole approvare è inaccettabile nella sua articolazione: lo ricordava prima l'ex guardasigilli Castelli. Tre anni è un dato senza precedenti, esso fa riferimento a reati commessi appena tre mesi fa. L'indulto del 1990 faceva invece riferimento a reati commessi oltre un anno prima. Ciò significa che il provvedimento verrà applicato a procedimenti ancora nella fase delle indagini, con indagati in custodia cautelare che verranno immediatamente rimessi in libertà anche se il provvedimento non li riguarda direttamente. Quindi, esso avrà effetti ancor più gravi.
La sua applicazione conosce delle esclusioni, lo sappiamo, ma sono illogiche. Vorrei chiedere a chi ha inserito tali esclusioni di spiegarmi la logica per cui si è esclusa l'applicabilità dell'indulto per l'usura, e sono d'accordo, in quanto è un reato odioso che va perseguito in concreto, ma non è stata esclusa però l'applicabilità dell'indulto all'estorsione, la modalità attraverso la quale l'usuraio direttamente o per interposta persona consegue i proventi della sua attività illecita.
Per quale motivo non vi è nessuna eccezione nell'applicazione dell'indulto ai plurirecidivi? Per quale motivo non si è introdotta una misura di elementare giustizia: quella di prevedere, che nei reati che hanno offeso il patrimonio e la persona, il risarcimento dei danni quale condizione ineludibile per applicare l'indulto? Abbiamo presentato degli emendamenti in questo senso mi auguro che saranno presi in considerazione.
Signor Presidente, è un provvedimento profondamente ingiusto. La sanzione penale è la componente più dolorosa del sistema giustizia, ma è garanzia di libertà. Io ho il diritto di comportarmi verso di te come tu hai il diritto di comportarti verso di me. Se questa simmetria nei comportamenti tra gli esseri umani viene rotta, l'assenza di giustizia non ha effetti soltanto nei confronti delle vittime, ma ha conseguenze sociali devastanti.
Proprio perché la sanzione penale non è la ritorsione della vittima nei confronti del reo (era così in alcune società tribali dell'antichità), la sua assenza fomenta istinti di vendetta e di giustizia personale. Di più: aumenta la schizofrenia del nostro ordinamento penale, che si avvicina sempre più al mitico Saturno che si autoalimentava e divorava sé stesso.
La fuga dalla sanzione definitiva, di cui questo indulto è un esempio, porta a cercare rimedi empirici estendendo in modo abnorme la carcerazione preventiva, spesso la sola effettivamente espiata. Ma ciò conduce fatalmente al sovraffollamento e alla tensione in carcere, cui si cerca di rimediare con l'indulgenza legislativa, che a sua volta porta ad un ulteriore aumento della carcerazione preventiva.
La politica criminale, da pacata politica della ragione, diventa in questo modo agitata politica dell'espediente, della sopravvivenza giorno per giorno, quel tirare a campare che - chissà - ministro Mastella, forse, farà saldare a qualcuno qualche cambiale elettorale, ma non farà campare bene la gente. (Applausi dal Gruppo AN).
Signor Presidente, queste sono le ragioni di contrarietà all'indulto e sono ragioni obiettive, non folcloristiche né strumentali. E vorrei tanto che almeno in questa Aula fosse risparmiato un argomento, tra i molti ascoltati in questi giorni, quello secondo cui con questo provvedimento si darebbe seguito all'esortazione del Santo Padre nell'Aula di Montecitorio nel novembre 2002.
Colleghi e colleghe, non cerchiamo coperture pie ad un atto che di pio ha molto poco e che avrà certamente effetti empi, sia perché la risposta il Parlamento l'ha data con il cosiddetto indultino dell'estate 2003, sia perché, ogniqualvolta che la Chiesa è intervenuta sul tema, ha avuto cura di affiancare alla richiesta di clemenza la richiesta di garanzia della sicurezza pubblica (e questo indulto è la garanzia del contrario), sia perché è veramente singolare ascoltare l'estrapolazione di richiami pontifici dalla voce di chi, qualche giorno fa, ha votato per la manipolazione dell'embrione. (Applausi dal Gruppo AN e del senatore Zanoletti). Giustizia impone di dare a ciascuno il suo: il diritto alla vita all'essere umano innocente, una sanzione proporzionata al colpevole di gravi reati.
Per questo, con le motivazioni fondate delle eccezioni che prima sono state illustrate, Alleanza nazionale voterà contro l'indulto. (Applausi dal Gruppo AN e dei senatori Zanoletti e Tomassini).
PRESIDENTE. Senatore Mantovano, trasmetteremo la sua richiesta che è ovviamente nella responsabilità del Governo.