Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (678 KB)

Versione HTML base



Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 960 del 15/02/2006


Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Turroni. Ne ha facoltà.

TURRONI (Verdi-Un). Signor Presidente, dato che i tempi sono assai brevi ne userò solamente una piccolissima parte per mettere in evidenza l'inadeguatezza delle politiche energetiche del Governo.

Addirittura peggio ha fatto il Governo a proposito della politica energetica di quanto abbia fatto, già male, a proposito della casa. Le sue iniziative, negative e sbagliate, sono state sottolineate e segnalate non solo da noi ambientalisti, ma anche dall'Autorità antitrust e dall'Autorità per l'energia.

Tutti i giorni assistiamo a pasticci dietro pasticci, tutti volti a massacrare l'ambiente e a mettere ancora più in difficoltà il nostro Paese. Questo decreto lo testimonia molto chiaramente: noi abbiamo problemi di approvvigionamento energetico e di costo dei combustibili fossili, petrolio e gas naturale in larga prevalenza, ma non siamo capaci di attuare alcuna politica positiva per risolvere i nostri problemi.

Di questo è colpevole il Governo, è colpevole la sua maggioranza, è colpevole in particolar modo il Ministro dell'ambiente che in questi anni si è prestato a qualsiasi superamento di limite, a qualsiasi manomissione dell'ambiente e a qualsiasi compromissione della salute dei cittadini pur di far funzionare le centrali più obsolete, senza puntare, né al risparmio energetico, né alla riduzione degli inquinanti, né alla ricerca di soluzioni alternative.

Questo decreto è nella logica delle operazioni sbagliate da voi fin qui fatte. La nostra opposizione continua a denunciare la incapacità del Governo a fare una qualsiasi politica positiva per il proprio Paese. (Applausi dal Gruppo Verdi-Un).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano Tommaso. Ne ha facoltà.

SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, ancora una volta un provvedimento che riflette il pressappochismo di questo Governo in una materia così vitale come l'approvvigionamento energetico.

Dopo i colpi inferti alla legislazione ambientale, dopo i condoni edilizi e fiscali, la messa in vendita del patrimonio artistico, vi presentate al Paese con un decreto che per far fronte alla riduzione del flusso di gas inviato dalla Russia, propone deroghe alle norme ambientali e monetizza la salute. Sarebbe bastato utilizzare in maniera intelligente le riserve e contestualmente avviare una seria politica di risparmio energetico e, soprattutto, promuovere e sostenere una cultura per la riduzione degli sprechi e dei consumi.

Riteniamo che quanto sta avvenendo sia molto grave.

Il ministro Scajola, che in un primo momento aveva affermato che non vi era alcun pericolo per la sicurezza energetica dell'Italia, ci informa ora che invece il pericolo esiste e il Governo corre ai ripari con un provvedimento urgente, dimostrando di non avere un piano d'emergenza che avrebbe dovuto essere già pronto da tempo. La soluzione proposta, e cioè il passaggio a centrali ad olio combustibile rispetto all'attuale utilizzo del metano, pone gravi problemi ambientali sia in termini di polveri sottili che di emissioni di gas serra nell'ambito dei tetti previsti dal Protocollo di Kyoto.

Quanto poi si apprende dalla relazione al decreto è di una gravità eccezionale: si scopre in un momento così critico che le scorte di gas naturale si sono esaurite perché le imprese che garantiscono l'approvvigionamento del gas, l'hanno invece venduto ad altri Paesi. Si legge infatti che «Il sistema nazionale del gas si trova in una situazione di emergenza (...), nonché per un fenomeno di parziale esportazione in conseguenza dei prezzi inferiori della borsa italiana rispetto al mercato europeo» e questo ha contribuito a causare «uno svuotamento anticipato dei volumi di gas immagazzinati durante la scorsa estate dalle imprese di importazione e vendita di gas negli stoccaggi sotterranei di gas naturale».

Per contro il prezzo dell'energia elettrica in Borsa ha raggiunto punte del 20 per cento in più dall'inizio dell'anno. Vogliamo qui ricordare i forti guadagni in Borsa fatti segnare dalle società importatrici di fonti primarie per l'energia e produttrici di energia. Vogliamo ricordare che l'ENI, principale importatore di tali risorse, è tuttora di proprietà dello Stato per oltre il 30 per cento, che il suo compito principale dovrebbe essere quello di garantire le fonti energetiche al Paese. Riteniamo pertanto i Ministeri, che hanno il controllo di tale società, diretti responsabili di quanto sta avvenendo.

Le associazioni ambientaliste, da Legambiente al WWF, hanno stimato che questo decreto costerà all'Italia almeno mezzo milione di euro in più al giorno e peserà due volte sulle bollette degli italiani. La prima perché il costo dell'olio combustibile è superiore a quello del gas. La seconda perché l'Unione Europea prima o poi ci presenterà il conto del surplus di tonnellate di gas serra emesse in atmosfera, che vale 500.000 euro al giorno.

Ma il dato più preoccupante è che l'uso dell'olio combustibile al posto del gas naturale provocherà un aumento delle emissioni di almeno ventimila tonnellate di anidride carbonica al giorno, con prevedibili effetti devastanti sull'ambiente e sulla salute dei cittadini, con buona pace degli impegni assunti con il protocollo di Kyoto. E poco importa se questo provvedimento ha effetti fino al 31 marzo prossimo: due mesi di emissioni oltre i limiti attuali avranno comunque effetti altamente nocivi.

Inoltre, introdurre l'uso dell'olio combustibile da bruciare nei vecchi impianti, inefficienti ed inquinanti, come prevede questo decreto, significa ricorrere a centrali con efficienza inferiore al 35 per cento; ciò equivale a sprecare quasi i due terzi dell'energia e se si aggiunge che questo tipo di impianti è tra i più inquinanti e che ogni Kilowattora prodotto in essi comporta emissioni più che doppie rispetto a quelle di una moderna turbogas, è facile prevedere che si assisterà ad una massiccia immissione in atmosfera di composti inquinanti.

Rifondazione Comunista propone di avviare da subito un'indagine conoscitiva sulle reali responsabilità di quanto accaduto e sulle responsabilità dei Ministeri competenti e di addebitare tutti gli oneri derivanti dall'attuale emergenza alla o alle società responsabili di tale comportamento.

Noi riteniamo che non si possa far pagare i danni ambientali ai cittadini dei Comuni che ospitano gli impianti chiusi perché fortemente inquinanti e non riteniamo nemmeno, come invece fate con questo decreto, di ripagare quelle popolazioni con i due centesimi che prevedete al comma 7 dell'articolo 1. D'altra parte, essendo l'Italia un Paese che dipende da fonti energetiche esterne per l'85 per cento, una crisi era del tutto prevedibile. Come non pensarci prima?

Avete avuto cinque lunghi anni per proporre al Paese un modello energetico che facesse dell'Italia un Paese indipendente dall'estero dal punto di vista delle risorse energetiche ed anche questa volta avete perso l'occasione di rimettere il nostro Paese al passo con quelli più avanzati, che puntano ad una diversificazione del proprio approvvigionamento energetico.

Siete riusciti a proporre solo provvedimenti episodici ed emergenziali, oltretutto inquinanti, dannosi e costosi, ma forse è meglio così. In realtà tutti coloro che hanno a cuore i problemi dell'ambiente e della salute, colleghi della maggioranza, dovrebbero ringraziarvi, perché il vostro modello energetico avrebbe disseminato l'Italia di centrali nucleari.

Anche per questo ci auguriamo un prossimo Governo che rispetti la volontà popolare (che ha bocciato con un referendum il ricorso al nucleare in Italia) e che al contrario punti ad un modello energetico che sfrutti l'energia rinnovabile, come quella solare ed eolica, di cui dispone naturalmente il nostro Paese.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedrini. Ne ha facoltà.

Le ricordo, senatore Pedrini, che il suo Gruppo ha a disposizione complessivamente otto minuti.

PEDRINI (Aut). Signor Presidente, svolgerò solo in parte il mio intervento, chiedendole di poterlo lasciare agli atti nella sua completezza.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

 

PEDRINI (Aut). Signor Presidente, onorevoli senatori, la richiesta di conversione in legge del decreto-legge in esame prende atto del clima di preoccupazione determinato dalle ristrettezze energetiche del periodo ed interviene, ancorché motivandone lo stato di necessità, sulle disposizioni e leggi ambientali che regolano il funzionamento degli impianti di produzione di energia.

Questi provvedimenti, indispensabili nel contingente, mostrano la debolezza del sistema elettrico italiano e insieme la debolezza della strategia della privatizzazione che, tanto declamata, non ha saputo affrontare l'obiettivo strategico dell'approvvigionamento.

Se paradossalmente accettassimo, anche per ipotesi, la privatizzazione delle reti di trasporto dell'energia, rischieremmo di aggravare ulteriormente la debolezza dell'intero sistema. Accettando pure la logica del mercato, è indispensabile che la rete di trasporto dell'energia garantisca la propria indipendenza dai produttori, in special modo da quelli privati che, seppur consapevoli di fornire un servizio pubblico, proprio perché imprenditori difficilmente riescono a sacrificare il margine di contribuzione.

La produzione di energia elettrica è modulata dal gestore della rete nazionale sulla base dell'evoluzione della domanda al consumo. Se la gestione diventa anch'essa attività di business, chi può garantire l'imparzialità dell'accesso all'energia e la qualità del servizio all'utenza? La privatizzazione di enti preposti alla fornitura di servizi pubblici di base, quali appunto ENEL ed ENI, non risponde a logiche sociali disponibili, piuttosto a necessità di fare cassa.

Paghiamo oggi con l'emergenza gas, ma abbiamo pagato anche nel passato, per esempio con i blackout. Il passato, e purtroppo il presente, non sembrano insegnare molto. Secondo il piano triennale 2006-2008 il gestore della rete di trasmissione nazionale sarà privatizzato. Gli obiettivi di riduzione dei costi e della sicurezza della fornitura dell'energia elettrica, declamati nel Piano, saranno proprio quelli che non potranno essere raggiunti, affidando un servizio pubblico alla libera competizione ed al libero mercato, confondendo così due concetti fondamentali, la distinzione fra privatizzazione e liberalizzazione.

Non è forse successa la stessa cosa con il costo dell'energia e del gas, quando si decise di privatizzare con le quattro GenCo il 50 per cento dell'ENEL? Oggi la sicurezza degli approvvigionamenti non è stata incrementata, i prezzi dell'energia alle famiglie non sono diminuiti, anzi sono aumentati: siamo il Paese, o comunque uno dei Paesi europei, con i più alti prezzi dell'energia al consumatore. Il privato si è ben guardato dal fare investimenti con prevalenti ricadute sociali e la riduzione del 16 per cento della fornitura del gas, la fonte di approvvigionamento liberalizzata, crea apprensione e panico.

Gli investimenti nelle energie rinnovabili, per quanto cospicui possano essere, non possono darci l'illusione di risolvere il problema. L'obiettivo delle aziende pubbliche, a differenza di quello delle aziende private, non va ricercato nella massimalizzazione del profitto, ma nel raggiungimento di alti traguardi in nome dell'interesse della collettività.

ENEL non va privatizzata: al contrario, avrebbe bisogno di un potenziamento e rilancio come impresa pubblica, perché in tale veste ha conseguito successi e obiettivi di socialità per anni garantendo la fornitura di un servizio fondamentale per il cittadino e per lo sviluppo dell'economia del nostro Paese. Basta chiedere agli amministratori locali qual era e qual è la situazione dei servizi sul loro territorio.

Il concetto di privatizzazione, distinto da quello di liberalizzazione, comporta necessariamente dinamiche di concentrazione aziendale, ragion per cui i presidi nelle zone a bassa convenienza devono essere eliminati per pure logiche economiche. La liberalizzazione del mercato dell'energia, di fatto avvenuta nel nostro Paese con la presenza delle aziende municipalizzate e dei privati produttori, non contrasta con il rafforzamento dell'ente pubblico, ma la liberalizzazione è concetto ben diverso dallo spezzettamento e smantellamento dell'ENEL, che di fatto sta avvenendo con la sua privatizzazione. ENEL ed ENI vanno mantenute pubbliche: è un potenziale produttivo che è stato creato con denaro pubblico e come tale va sfruttato e messo al servizio del pubblico. Socializzare le perdite e privatizzare gli utili risponde ad una logica che non può essere accettata.

Si devono individuare linee strategiche di lungo periodo, di decenni, visto il correre dello sviluppo tecnologico, gli investimenti e i lunghi tempi di realizzazione. Si devono individuare collaborazioni e strutture internazionali, così com'è avvenuto in alcuni settori con consorzi europei, tipo quello dell'Airbus, dai quali purtroppo il nostro Paese si è emarginato, preferendo altre scelte.

Dovremmo rimeditare e considerare l'attuazione e lo spirito delle direttive su elettricità e gas n. 92 del 1996 e n. 30 del 1998 dell'Unione Europea e i lavori del Consiglio europeo tesi ad accelerare i lavori per completare il mercato interno del gas e dell'energia elettrica verso la realizzazione di un mercato unico veramente integrato che garantisca all'Unione Europea un mercato concorrenziale, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e la sicurezza delle nostre collettività in un periodo fortemente caratterizzato da una particolare ondata di terrorismo.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bastianoni. Ne ha facoltà.

BASTIANONI (Mar-DL-U). Signor Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, ci troviamo di fronte ad una vera e propria grave emergenza per quanto riguarda l'approvvigionamento del gas. Il Governo è giunto impreparato a questa crisi, se pensiamo che non molte settimane fa il ministro delle attività produttive Scajola sosteneva che non esisteva nessuna emergenza e che faceva dell'allarmismo chi, come il presidente dell'ENI Scaroni, avvertiva che ci saremmo presto trovati in una situazione davvero critica.

Le cause naturalmente sono complesse e derivano da diversi elementi. Certamente la dipendenza dall'approvvigionamento del gas russo, che non dipende in via esclusiva dal nostro Governo. Sicuramente da questo Esecutivo, però, sono state aggravate le condizioni oltre i livelli di guardia: sono state infatti privilegiate in maniera eccessiva le forniture di gas dal Nord Europa rispetto a quelle da altre aree, come per esempio il Nord Africa. Non dimentichiamo che l'Italia è il Paese occidentale dove le esportazioni di Gazprom sono aumentate a ritmi crescenti sia nel 2004 che nel 2005.

Certamente vi sono anche altri fattori. Ricordiamo che l'ENI, non molto tempo fa, sosteneva che ci saremmo trovati di fronte ad una bolla del gas, cioè a un eccesso di offerta rispetto alla domanda; adesso invece si scopre che il gas per il nostro approvvigionamento interno è insufficiente e il presidente dell'Autorità per l'energia e il gas, Ortis, in un'audizione presso la Camera del 19 dicembre scorso, ha sostenuto che l'ENI ha ostacolato la creazione di strutture di stoccaggio all'interno del nostro Paese.

Non dimentichiamo che l'ENI, in sostanza, agisce come monopolista, in quanto la situazione nel nostro Paese è caratterizzata da questo unico attore, che ha impedito non solo ad altri soggetti di entrare nel mercato, ma anche, nel contempo, attraverso la STOGIT, che è la società del gruppo ENI, che si realizzassero in Italia strutture di stoccaggio, che sono mancate portando oggi ad una situazione di grave deficienza.

Con il decreto in esame dobbiamo registrare misure tardive, soprattutto non inquadrate in un Piano energetico nazionale di medio e lungo periodo che preveda il riequilibrio delle fonti energetiche, oggi tutte sbilanciate sul petrolio e sul gas. Questo decreto, infatti, che impone restrizioni nei consumi delle famiglie, appare fragile nelle modalità di esecuzione e inconsistente nelle sanzioni per chi non ne rispettasse le norme.

Se questo Governo ai fini del risparmio energetico avesse incentivato ad esempio, anziché l'acquisto dei decoder, l'installazione ogni anno, così come avviene, di centinaia di migliaia di caldaie a bassa efficienza, invece di adottare quelle ad alto rendimento, si sarebbero risparmiati centinaia di milioni di metri cubi di metano.

Sappiamo che nel nostro Paese le riserve di metano ammontano a circa 12-13 miliardi di metri cubi, di cui 5 miliardi sono strategici; queste riserve vengono accumulate nel corso dei mesi estivi, in cui il gas viene utilizzato di meno. Ebbene, abbiamo iniziato ad intaccare lo stock delle riserve strategiche in grande anticipo rispetto ad un periodo normale. Ciò significa che non sono da escludere, a breve, ulteriori interventi, ad esempio per limitare l'uso soprattutto dei clienti industriali, cioè dell'apparato produttivo, mentre proprio in questi giorni è emerso come nel 2005 l'Italia abbia registrato un trend addirittura negativo per quanto riguarda la crescita del Paese. Il nostro, quindi, è un sistema industriale che è preoccupato e che già paga l'energia più cara d'Europa.

Nonostante questo, avvengono altri fenomeni, come ad esempio quello dell'esportazione, per cui addirittura l'Italia, mentre importa il gas che non basta neppure a soddisfare il fabbisogno interno, esporta l'energia realizzata proprio con quel gas importato. Questa è una delle assurdità che ci troviamo di fronte. Stiamo attraversando una fase di grave insicurezza dal punto di vista dell'approvvigionamento energetico, che rende il nostro Paese estremamente vulnerabile.

Non dimentichiamo, per parlare di un altro aspetto che interessa sempre l'energia, che nel 2003 abbiamo subito una serie di blackout. Certamente allora la causa non era il gas, bensì una eccessiva dipendenza elettrica dall'esterno perché, come noto, consumiamo più energia di quella che produciamo. Anche in questo caso, le nostre infrastrutture e problemi di gestione, come è stato dimostrato, non hanno consentito un razionale utilizzo neppure dell'energia importata.

Signor Presidente, il Gruppo della Margherita non può che esprimere gravi perplessità sul provvedimento in esame, che è di portata molto limitata e mantiene inalterate tutte le questioni aperte nel nostro Paese, in particolare, come ho richiamato poc'anzi, la mancanza di una politica industriale e di un Piano energetico nazionale. Questo è il punto di fondo che chiediamo venga considerato, mentre in cinque anni questo Governo ha pensato ad altro, lasciando intatti tutti i nodi strutturali legati alla crescita e allo sviluppo del nostro sistema industriale nazionale.

Per queste ragioni esprimiamo profonda insoddisfazione e contrarietà al provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U).

 

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Garraffa. Ne ha facoltà.

GARRAFFA (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, speriamo che il clima diventi più clemente; se ci fossero le centrali nucleari avremmo risolto i problemi; le Regioni impediscono la soluzione; c'è bisogno delle risorse strategiche: queste sono le argomentazioni del ministro Scajola sui temi dell'energia e del gas.

Questo provvedimento, esitato dalla Commissione competente turandosi il naso, dimostra i limiti dell'azione del Governo, un'azione contraddistinta da una politica senza strategia e prospettive, non di lunga durata, una politica dell'oggi e non del domani. La miopia di questo Governo anche su questi temi è lampante. Le misure previste sono inadeguate alla portata della crisi, tanto che già si intaccano risorse strategiche con una leggerezza surreale. Nessun progetto, solo speranze, affidandosi al clima.

L'ex prefetto di Palermo, trasferito in altra città per regolare turn-over, in una conferenza stampa di commiato alla città ribadì che il problema più serio era la crisi idrica e, rivolto ai giornalisti, sostenne che i palermitani dovevano affidarsi a Santa Rosalia. Commissario straordinario per la crisi fu nominato il presidente della Regione siciliana, onorevole Cuffaro, che affidò le sorti della Regione alla Madonna delle lacrime di Siracusa. Giove Pluvio si scatenò, la pioggia costante riempì gli invasi e Cuffaro ricoprì la Sicilia di manifesti sei per tre, ricordando che grazie al Governo regionale si era superata l'emergenza. In questi anni l'attività del Governo siciliano ha invece evidenziato come la Sicilia faccia acqua da tutte le parti.

Il Governo nazionale invece si è affidato ad altro e cosa si è registrato dopo i pellegrinaggi a Mosca dei ministri Scajola e Tremonti (il quale ha esternato il suo compiacimento per i benefici derivanti all'Italia dalla sua presenza al cospetto del presidente russo Putin)? La diminuzione in pochi giorni del gas fornito dalla Gazprom, l'aumento del fabbisogno, la crisi e le conseguenze dell'utilizzazione delle risorse strategiche. Nei fatti mancano circa 200-300 milioni di metri cubi di gas di importazione dalla Russia, da dove, invece del gas, arriva il freddo.

I problemi alla base della crisi sono strutturali e riguardano lo squilibrio marcato tra la domanda in crescita e la capacità di importazione, che non regge. Fino a quando questi squilibri non saranno risolti con interventi di vasta portata, e non solo con soluzioni emergenziali, come il recente decreto Scajola che frena i consumi e per un po' di gas utilizza l'inquinante olio combustibile, l'Italia, almeno per i prossimi tre anni, dovrà fare i conti con rischi concreti. Questo non lo dichiaro io, né l'opposizione o il Gruppo dei DS, bensì la Commissione attività produttive della Camera.

Nonostante la consolidata amicizia tra Putin e Berlusconi, la diminuzione del gas russo è un chiaro segnale della inadeguatezza del nostro sistema. Non possiamo dipendere solo dalla russa Gazprom, dall'algerina Sonatrach e in minima parte dalla Libia. A tal proposito, è notizia di questi giorni che a marzo Putin volerà ad Algeri per stabilire nuove strategie o nuove tariffe, stabilendo o consolidando un oligopolio di fatto di lunga durata, visti anche gli interessi dell'Algeria ad esportare il proprio metano negli Stati Uniti.

L'Italia resta a guardare, asservita a queste logiche, estranea alle strategie che l'opposizione ha indicato. Siamo andati incontro al più lungo blackout della storia, per il quale nessuno ha pagato il conto. Le prime notizie sull'irrigidimento del clima erano già conosciute a fine estate. Ora ci propinate questo pannicello caldo e non accettate né discutete i nostri emendamenti; alla nostra richiesta riguardante le vostre motivazioni ci è stato risposto dalla new entry al Governo che la contrarietà era dettata dai tempi limitati.

Leggete i dati delle Confederazioni dell'imprenditoria che dicono che il gas costa alle piccole e medie imprese italiane circa il 33 per cento in più rispetto alla media europea, con un aumento del 50 per cento negli ultimi anni. Una piccola impresa italiana paga il gas 15.500 euro all'anno in più rispetto ad un'impresa europea, vale dire il 30 per cento in più rispetto alla media europea.

L'energia elettrica costa alle imprese italiane dal 16 al 51 per cento in più rispetto alla media europea. Il fisco incide per circa il 30 per cento sul prezzo finale dell'elettricità; rispetto alla media europea le tasse sul kilowattora in Italia sono infatti superiori di una percentuale pari circa al 6 per cento. Un'impresa italiana paga l'energia elettrica 10.300 euro l'anno in più rispetto ad un'azienda europea, dei quali 5.100 soltanto dovuti alle maggiori imposte.

Il metano può essere acquistato da altri partner, ma bisognava pensare in tempo agli impianti di rigassificazione; non strutture calate ed imposte dall'alto, ma decise con il territorio, con gli abitanti, con gli enti locali, garantendo le aree protette e la salute pubblica. Se realizzati, gli impianti garantirebbero l'80 per cento del fabbisogno di gas nel nostro Paese.

Bastava incentivare il risparmio negli usi finali di energia, puntando su tariffe premiali o ridotte, in orari con minore picco, su impianti fotovoltaici, su impianti di utilizzo di biomassa, ma anche sul solare del premio Nobel Rubbia, che non è stato finanziato dall'Italia; è stata avviata invece in Spagna, che sul Nobel italiano ha investito, un'azione per due nuove centrali ad energia solare, pulita e innovativa. Avete negato qualsiasi impegno economico rispetto a questo.

Non so se l'iter di questo provvedimento consentirà che esso sia approvato qui e nell'altro ramo del Parlamento. Ciò che è certo è che faremo di tutto per convincere la maggioranza circa la necessità di correggere questo inutile decreto-legge attraverso l'approvazione dei nostri emendamenti. Se questa strada non sarà percorsa, saranno l'Italia, le nostre imprese, le famiglie ed i cittadini a pagarne le gravi conseguenze.

Vi apprestate ad approvare l'ennesimo provvedimento fumoso ed inutile, con l'ulteriore tentativo di raggirare gli elettori che - ne sono certo - il nove ed il dieci aprile si libereranno di questo Governo e del peso di questi cinque anni nei quali lo sviluppo italiano non ha avuto luce, ed oggi, per tornare al punto all'ordine del giorno, neanche gas. (Applausi dal Gruppo DS-U).

 

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

PONTONE, relatore. Signor Presidente, rinuncio alla replica.

 

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, anch'io rinuncio alla replica.

PRESIDENTE. Do lettura dei pareri espressi dalla 5a e dalla 1a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti:

«La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere di nulla osta nel presupposto che le disposizioni del decreto legge in esame produrranno i loro effetti nell'ambito del sistema dei prezzi e delle tariffe, senza oneri per la finanza pubblica, nonché nel presupposto che gli interventi sul piano ambientale di cui all'articolo 1, comma 7, idonei a compensare il maggiore livello di inquinamento atmosferico, saranno assunti nel rispetto del limite di un onere complessivo non superiore a 2 centesimi di euro per ogni kWh prodotto dagli impianti di cui all'articolo 1, commi 1 e 3».

«La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminati gli emendamenti relativi al disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere di nulla osta, ad eccezione degli emendamenti 1.111 e 3.3, sui quali il parere è contrario, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, nonché delle proposte 1.0.6 e 1.0.7, sulle quali il parere di nulla osta è condizionato, ai sensi della medesima norma costituzionale, alla sostituzione, ai rispettivi commi 2 e 3, delle parole: "per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008" con le seguenti; "a decorrere dall'anno 2006"».

«La 1a Commissione permanente, esaminati gli emendamenti riferiti al disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, i seguenti pareri: parere non ostativo sull'emendamento 1.101, invitando tuttavia a considerare se sia opportuno condizionare all'acquisizione del parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni il riavvio degli impianti di produzione di energia elettrica di cui all'articolo 1, comma 1; parere non ostativo sull'emendamento 1.104, invitando tuttavia a valutare l'opportunità di escludere il carattere vincolante del parere della Regione ivi previsto; parere non ostativo sull'emendamento 1.0.4, invitando tuttavia a valutare l'opportunità di prevedere un coinvolgimento delle Regioni nel procedimento di riparto dei contributi afferenti al Fondo ivi previsto, i cui interventi sono destinati a incidere in materia di ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi, che l'articolo 117, terzo comma, della Costituzione demanda alla competenza legislativa concorrente di Stato e Regioni; parere non ostativo sull'emendamento 1.0.6, invitando tuttavia a specificare che il concerto previsto nel comma 1 va inteso come riferito alle Regioni interessate;

- parere non ostativo sui restanti emendamenti».