Testo integrale all'intervento del senatore Pedrini nella discussione generale sul disegno di legge n. 3756
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la richiesta di conversione in legge del decreto n. 19 del 25 gennaio 2006, prende atto del clima di preoccupazione determinato dalle ristrettezze energetiche del periodo, ed interviene, ancorché motivandone lo stato di necessità, sulle disposizioni e leggi ambientali che regolano il funzionamento degli impianti di produzione di energia da fonti fossili, olio e carbone.
È infatti prerogativa del Ministero delle attività produttive, al fine di garantire la continuità di funzionamento del sistema elettrico e la copertura del fabbisogno nazionale, dare indicazione per autorizzare l'esercizio di centrali di potenza termica in deroga ai limiti previsti per le emissioni in atmosfera e sulla temperatura delle acque di scarico.
Questi provvedimenti, indispensabili nel contingente, mostrano la debolezza del sistema elettrico italiano e di concerto la debolezza della strategia della privatizzazione, che tanto declamata, non ha saputo affrontare il problema strategico dell'approvvigionamento delle fonti di combustibile, in virtù della massimalizzazione del business, e che vede ora il Governo costretto, in situazione di emergenza, a ridurre i vincoli ambientali aumentando l'inquinamento.
Se paradossalmente accettassimo anche per ipotesi la privatizzazione della rete di trasporto dell'energia, rischieremmo di aggravare ulteriormente le debolezze dell'intero sistema, complicandone la gestione e privandola della necessaria imparzialità.
Accettando pure la logica di mercato, è indispensabile che la rete di trasporto dell'energia garantisca la propria indipendenza dai produttori, in special modo da quelli privati che, seppur consapevoli di fornire un servizio pubblico, proprio perché imprenditori, difficilmente riescono a sacrificare l'EBIT, margine contribuzione lordo delle loro società, in nome del servizio stesso.
La produzione di energia elettrica è modulata dal Gestore della rete nazionale sulla base della evoluzione della domanda al consumo: se la gestione diventa anch'essa attività di business, chi può garantire l'imparzialità dell'accesso all'energia e la qualità del servizio all'utenza, nello scenario che vede il gestore della rete anche nella veste di produttore e venditore dell'energia? Altro che conflitto di interessi, per le società che si trovassero dalla parte sia di chi controlla e gestisce, sia di chi produce e vende.
La privatizzazione di Enti preposti alla fornitura di servizi pubblici di base, quali appunto ENEL o ENI, non risponde a logiche sociali sostenibili, piuttosto a necessità, o meglio disperato bisogno, che il governo del momento aveva e che probabilmente quelli futuri avranno, di fare cassa superando qualsiasi logica di comportamento morale etico.
Paghiamo oggi con l'emergenza gas, ma abbiamo pagato anche nel passato, per esempio con i black out's. Avevo presentato al riguardo tre interrogazioni che qui richiamo citandone in parte il contenuto: dalla 3-01245 "...il recente black out ha rivelato l'estrema vulnerabilità del sistema elettrico italiano, mettendo a nudo al tempo stesso sia carenze strutturali che insufficienze funzionali ed organizzative... il fatto che il collasso abbia avuto inizio nelle ore notturne di un giorno festivo, cioè nelle ore di minimo carico per il sistema, e non sia stato arginato e circoscritto, denota anche che vi sono limiti e inadeguatezze dal lato del controllo dinamico del sistema e del rapporto strategico rischio-sicurezza; tutto ciò è il frutto dell'assenza di una qualunque forma di politica energetica, di programmazione della gestione nazionale generale dello sviluppo, del sistema produttivo e di trasmissione, ed ha prodotto una dispersione del know how energetico italiano, lasciando il sistema elettrico negli anni cruciali della transizione degli assetti monopolistici alla liberalizzazione del mercato... capire se l'attuale assetto istituzionale (Authority, GRTN, Ministero dell'economia, Ministero delle attività produttive), e preposto al governo dell'energia in Italia, sia funzionale e dia garanzie di efficienza e sicurezza ai cittadini ed ai consumatori..."; dalla 4-09639 "...l'aggiornamento delle tariffe dell'energia elettrica e del gas..."; dalla 4-09077 "...se a causa di gravissimi atti terroristici non fosse il caso di soprassedere, per meglio valutare, alle privatizzazioni nei settori: comunicazioni satellitari, comunicazioni telefoniche, aeroporti, ferrovie, acquedotti, centrali di energia (elettricità e gas), sicurezza informatica...".
Paghiamo la mancanza di strategia sia di approvvigionamento delle fonti energetiche che di costruzione di impianti di produzione, avendo troppe volte condizionato il governo, centrale e/o locale, il suo comportamento ad una logica di mantenimento dell'elettorato piuttosto che, seppur con la dovuta concertazione, all'esercizio del suo dovere istituzionale.
Oggi ci troviamo drammaticamente a dover sacrificare l'ambiente, inquinando un po' di più con le vecchie centrali, in nome della necessità di rispondere al meglio all'evoluzione della domanda dei consumi: ma quale privato avrebbe mai costruito una centrale a carbone, quando il suo business plan non mostrava lo stesso ritorno dell'investimento di una a gas?
Il passato e purtroppo il presente non sembrano insegnare molto; secondo il piano triennale 2006-2008 (del Ministero delle attività produttive) il Gestore della rete di trasmissione nazionale sarà privatizzato. Gli obiettivi di riduzione dei costi e della sicurezza della fornitura dell'energia elettrica, declamati nel piano, saranno proprio quelli che non potranno essere raggiunti, affidando un servizio pubblico alla libera competizione ed al libero mercato.
Non è forse successa la stessa cosa con il costo dell'energia e del gas quando si decise di privatizzare con le 4 GENCO il 50 per cento dell'ENEL e liberalizzare il mercato dell'energia e del gas? L'idea sembrava funzionare, quella della liberalizzazione avrebbe portato una maggiore competitività, si diceva, quella della privatizzazione una riduzione dei costi del "carrozzone" statale. A qualche anno data, la liberalizzazione dei mercati elettrico e del gas ha portato, per lo meno fino ad ora, una diminuzione dei posti di lavoro, ma non i benefici che erano stati promessi: la sicurezza degli approvvigionamenti non è stata incrementata, i prezzi dell'energia alle famiglie non sono diminuiti, anzi sono aumentati, siamo uno dei paesi europei con i più alti prezzi dell'energia al consumatore, il privato si è ben guardato da fare investimenti con prevalenti ricadute sociali e la riduzione del 16 per cento della fornitura di gas, la fonte di approvvigionamento liberalizzata, crea apprensione e panico.
Il sistema elettrico italiano ha bisogno di investimenti nella diversificazione, nelle fonti energetiche rinnovabili, la deregulation non ha portato né un abbassamento dei prezzi né ha aumentato la disponibilità di energia: siamo l'unico paese europeo, che importa più energia di quanta ne esporta. La strada intrapresa della privatizzazione non è quella giusta, la fornitura dell'energia e la maggior quota della sua produzione deve essere mantenuta pubblica, solo così si può assicurare la sicurezza dello Stato, una serena competizione tra i produttori privati a favore del cittadino, ma ancor più una sicurezza di disponibilità ovunque nel Paese, anche nelle località remote, dove mai la vendita dell'energia ripagherebbe l'investimento per portarcela.
Il sistema produttivo italiano potrebbe sicuramente avere un onorevole apporto dalla promozione di sistemi di produzione diffusi, quale il solare, l'eolico, il mini idraulico, che oltre a contribuire all'apporto di energia al sistema globale, avrebbero a corto e medio termine una ricaduta notevole su posti di lavoro e contribuirebbero ad un vero risparmio per il cittadino: un risparmio sostenuto però ancora una volta dall'ENEL, dallo Stato dunque, come nel caso dei pannelli fotovoltaici che, a seguito del decreto firmato poco tempo fa dal Ministro delle attività produttive, dovrebbero contribuire per 300 MWe (Megawatt elettrici) alla produzione di energia nel nostro paese.
Gli investimenti nelle energie rinnovabili, per quanto cospicui possano essere, non devono darci l'illusione di risolvere il problema energetico e di dipendenza dalle fonti di approvvigionamento di questo Paese, né di qualsiasi altro Paese; Stati con noi confinanti ed altri da noi poco distanti hanno dimostrato che l'indipendenza energetica ed i bassi costi di produzione sono stati ottenuti con centrali non convenzionali, per la cui costruzione sono necessari grandi investimenti, lunghi tempi di realizzazione, doppi rispetto a quelli delle centrali convenzionali), che solamente lo Stato, limitatamente almeno al nostro Paese, può permettersi di realizzare, in una ottica strategica di grande respiro e svincolata da "non scelte" opportunistiche di stampo politico. Oggi si parla ancora di nucleare quando addirittura si sta parlando del suo superamento.
Questi Stati infatti, a pochi chilometri dal nostro confine, hanno costruito impianti non convenzionali (nucleari appunto), producono, in sicurezza e garanzia di qualità energia a basso costo e la rivendono a noi al prezzo di mercato.
L'obiettivo delle aziende pubbliche, a differenza di quello delle aziende private, non va ricercato nella massimizzazione del profitto, ma nel raggiungimento di altri traguardi in nome dell'interesse e della sicurezza della collettività. Si tratta di obiettivi che richiedono una valutazione critica del confine Stato-mercato, in particolare poi in un settore ed un mercato come quello energetico. L'esigenza di una azienda privatizzata è quella di creare massimi profitti per i propri azionisti, e questo obiettivo mal si raccorda con la strategicità di un settore come quello dell'energia elettrica. Come si giustificherebbe un investimento di innovazione tecnologica su una centrale esistente o di costruzione di un nuovo impianto in una zona a basso sviluppo economico, oppure un potenziamento elettrico in una zona poco popolata o rurale?
ENEL non va privatizzata, al contrario ha bisogno di un potenziamento e rilancio come impresa pubblica, perché in tale veste ha conseguito successi, obiettivi di socialità, per anni garantito la fornitura di un servizio fondamentale per il cittadino e per lo sviluppo dell'economia, assicurando forniture di energia elettrica in ogni zona, anche la più impervia, ad ogni cittadino, anche a quello che aveva in casa una sola lampadina, espletando quindi un servizio pubblico, cioè a costi contenuti e differenziati anche attraverso la tariffazione sociale. Basta chiedere ai sindaci qual era e qual è la situazione dei servizi sul loro territorio.
Il concetto di privatizzazione comporta necessariamente dinamiche di concentrazione aziendale, per cui i presidi nelle zone a bassa convenienza devono essere eliminati per pure logiche economico-finanziarie per esempio: in Basilicata ed in Molise la struttura locale dell'ENEL in pratica non esiste più, penalizzando chiaramente oltre ai lavoratori, anche i cittadini.
La liberalizzazione del mercato dell'energia, di fatto avvenuto nel nostro paese con la presenza delle Aziende municipalizzate e dei privati produttori, non contrasta con il rafforzamento dell'Ente Pubblico; ma la liberalizzazione è concetto ben diverso dallo spezzettamento e smantellamento dell'ENEL che di fatto sta avvenendo con la sua privatizzazione. ENEL ed ENI vanno mantenute pubbliche, un potenziale produttivo che è stato creato con denaro pubblico e come tale va sfruttato e messo al servizio del pubblico: socializzare le perdite e privatizzare gli utili risponde ad una logica che non può essere accettata.
Si devono individuare linee strategiche di lungo periodo di decenni visti il correre dello sviluppo tecnologico, gli investimenti e i lunghi tempi di realizzazione. Si devono individuare collaborazioni e strutture internazionali così come è avvenuto in alcuni settori con consorzi europei come l'AIRBUS dai quali purtroppo il nostro Paese si è emarginalizzato preferendo altre scelte. Dovremmo rimeditare e considerare ed attuare lo spirito delle direttive "Elettricità e Gas" (la 96/92/CE e 98/30/CE) e i lavori del Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000 per accelerare i lavori per completare il mercato interno del gas e dell'energia elettrica verso la "realizzazione di un mercato unico veramente integrato, che garantisca alla Unione Europea un mercato concorrenziale, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e la sicurezza delle nostre collettività" in un periodo fortemente caratterizzato da una particolare ondata di terrorismo.
Si devono effettuare importanti investimenti, sulle fonti di approvvigionamento e sugli impianti di produzione, si deve individuare e perseguire una strategia transnazionale, non limitata al nostro Paese, ricompresa in un piano energetico europeo a forte carattere di innovazione tecnologica, capace di creare un miglioramento effettivo del servizio, di svincolarsi da dipendenze forzate, ed al quale solo enti pubblici di dimensioni nazionali possono dare ai partners degli altri stati fiducia e garanzia di attuazione.
Sen. Pedrini