LEGNINI (DS-U). Signor Presidente, mi sembra del tutto evidente che siamo di fronte ad enormità di carattere procedurale. (Brusìo in Aula).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, chi desidera rimanere lo faccia in silenzio, altrimenti potete uscire, ma altrettanto silenziosamente. Vi prego di prestare attenzione, c'è troppo brusìo ed il senatore Legnini deve svolgere il suo intervento.
LEGNINI (DS-U). Per le ragioni che sono state ampiamente ed efficacemente illustrate dai senatori Morando e Zanda, e che i suoi chiarimenti, signor Presidente, a mio avviso, non hanno superato, è evidente che siamo di fronte ad un testo totalmente diverso da quello che era stato presentato oggi pomeriggio, la cui efficacia politica, finanziaria e normativa è tutt'affatto differente da quella sulla quale il Governo aveva posto la fiducia.
Eravamo all'evidenza di fronte a norme che, oltre ad essere prive di copertura finanziaria, com'è stato efficacemente rilevato dalla Commissione bilancio, erano inaccettabili, incostituzionali e di una gravità inaudita, la cui urgenza e necessità, almeno per alcune di esse, non era in alcun modo rintracciabile, ad onta di quanto dichiarato dal sottosegretario Ventucci, il quale ci ha detto che si trattava di norme per così dire prelevate da alcuni decreti, mentre è evidente che molte delle norme contenute nel testo del maxiemendamento non erano presenti in alcun decreto.
La mutilazione del testo, avvenuta per effetto del parere della 5ª Commissione, fa giustizia di molte di queste norme che, come ho detto, erano e sono assolutamente inaccettabili e politicamente delittuose. Viene da osservare che, se nei comportamenti politici fosse sanzionabile, e per me lo sarebbe tanto più che la condotta è stata interrotta da un soggetto terzo, cioè la Commissione bilancio, un simile tentativo, per mutuare un istituto penalistico, di cui l'autorevole collega Calvi è maestro, il Governo meriterebbe la condanna politica, essendovi la prova dei suoi tentativi, effettuati con norme molto gravi, che avrebbero ulteriormente colpito le già esangui casse dello Stato.
Presidenza del vice presidente MORO (ore 19,50)
(Segue LEGNINI). Basta osservare i primi commi del maxiemendamento, nei quali è inserita una norma senza precedenti per il Parlamento italiano, quella che riguarda il Comune di Carole, o di Caorle, che non è una norma giuridica con caratteri di astrattezza, ma un atto notarile. Si dispone infatti che, in detto Comune, che peraltro sembrerebbe avere una denominazione diversa, alcune aree demaniali "contraddistinte in catasto alla partita n. 2.140 foglio n. 34, porzione mappale n. 437, dell'estensione di ettari 0.60.00, confinante con mappale 529 (…)", sono sdemanializzate e possono essere cedute a terzi.
Una norma, quindi, che si riferisce ad un piccolo appezzamento di terreno sul quale non sappiamo cosa insista. Ci è sconosciuto peraltro il motivo per cui era importante disporne l'alienazione. In questa mia breve esperienza parlamentare, ho avuto la possibilità di partecipare attivamente all'elaborazione delle ultime due leggi finanziarie. Ebbene, questa norma era oggetto di un emendamento più volte dichiarato inammissibile dalla Commissione bilancio, che recava perfino la planimetria dell'area, come il senatore Morando sicuramente ricorderà.
Lo stesso accadde, per ciò che è venuto alla cronaca di oggi, con la relazione del procuratore generale della Corte dei conti, sul condono per i danni erariali, che oggi tutti, perfino il ministro Tremonti, dicono essere stato un errore. Anch'esso era oggetto di emendamenti a suo tempo dichiarati inammissibili, stralciati dalla Commissione bilancio, poi reintrodotti con il maxiemendamento alla finanziaria.
Vi erano e, per alcuni versi, vi sono, per esempio in materia di giustizia, norme le più disparate, delle quali non si è in grado di apprezzare in alcun modo, l'adeguatezza, l'urgenza ed il significato. Norme che, per fortuna, come ho detto, sono state falcidiate dalla decisione della 5ª Commissione.
Ad esempio, questa ossessiva riproposizione dell'assunzione per legge di cinque consiglieri di Stato, già individuati o, comunque, individuabili. Norma certamente incostituzionale, perché contrastante con una precisa pronuncia della Corte costituzionale, come già brillantemente detto dal senatore Villone nell'illustrazione della pregiudiziale di costituzionalità al decreto di cui stiamo discutendo, che costituiva la riedizione di una disposizione già presente nella legge finanziaria per il 2006, con cui si disponeva l'assunzione di un solo consigliere di Stato, e non di cinque come poi si è tentato di fare, contenuta nel testo originario del decreto. Come pure, la riforma dell'organizzazione dell'Avvocatura dello Stato in un maxiemendamento proposto in poche ore; una norma antica, con la quale si voleva prevedere il conferimento di autonomia amministrativa, finanziaria e contabile dell'Avvocatura stessa o addirittura innovazioni procedurali nei contenziosi previdenziali.
Pensate che, attraverso una norma come quella di cui stiamo discutendo, si voleva modificare persino il codice di procedura civile, prevedendo che la difesa tecnica nei giudizi erariali di fronte alla Corte di cassazione fosse affidata, incomprensibilmente, agli avvocati dell'INPS, o addirittura che la difesa tecnica in tutti i procedimenti civili in materia previdenziale avanti ai giudici del lavoro fosse affidata ai funzionari dell'INPS e non più all'Avvocatura dello Stato. Anche quest'ultima previsione é incomprensibile, tanto più che avrebbe determinato la certa moltiplicazione dei casi di soccombenza nelle cause previdenziali, con evidenti riflessi di carattere finanziario.
Si pensi anche alle innovazioni nel rito avanti al Consiglio di Stato o alle modifiche al codice civile, riguardanti l'articolo 2645-ter, seppur predisposte per un fine nobile, relativo alle problematiche dei portatori di handicap.
Si pensi ancora alle modifiche al Testo unico sulle cooperative edilizie, la cui consistenza non è possibile apprezzare, stante la caoticità della norma.
Vorrei però soffermarmi sulla normativa riguardante i partiti, che invece è rimasta nel testo su cui il Governo poco fa ha chiesto la fiducia, che contiene una serie di disposizioni che avrebbero meritato una riflessione e un approfondimento ben più consistenti di quanto siamo messi nelle condizioni di fare.
È innanzitutto notevole la disposizione che riguarda la cosiddetta cartolarizzazione dei crediti vantati dai partiti e dai movimenti politici o comunque la loro cedibilità a terzi. Al riguardo, va soprattutto rimarcato il fatto che i creditori dei partiti e dei movimenti politici non potranno pretendere direttamente dagli amministratori dei medesimi l'adempimento delle obbligazioni del partito o del movimento politico, se non qualora questi ultimi abbiano agito con dolo o colpa grave.
Tutti noi sappiamo che gli amministratori dei partiti non meritano di essere messi alla gogna e che anzi svolgono un lavoro duro e serio per poter assicurare la regolarità nel finanziamento dei partiti e della politica. Il loro lavoro merita perciò una particolare attenzione normativa, al fine di evitare che siano solo loro a dover pagare le altrui colpe, come a volte in passato è accaduto.
È indubbio, però, che una norma di questo tipo andasse meglio meditata e ponderata, perché con essa si va ad incidere su un profilo giuridico molto delicato: com'è a tutti noto i partiti sono associazioni non riconosciute disciplinate dal codice civile, le cui norme prevedono la responsabilità solidale degli amministratori, dei legali rappresentanti e del patrimonio delle associazioni medesime.
Introdurre una sorta di responsabilità limitata solo per i partiti e i movimenti politici, pur per una finalità condivisibile, implica una mutilazione, un vulnus al sistema codicistico civile, che meritava maggior dibattito e riflessione.
Vi è un riflesso che dobbiamo assolutamente apprezzare con maggior attenzione. Infatti, si potrebbe verificare che partiti senza scrupoli, piccoli movimenti o piccoli partiti a volte indebitati si decidano a nominare propri amministratori, teste di legno, persone che non hanno nulla da perdere e che in tal modo consentirebbero a quel partito ed a loro stessi di sottrarsi all'adempimento delle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi.
Si tratta, quindi, di una norma che rischia di creare più problemi di quanto ne risolva ai partiti politici, solo se si pensi al fatto che i creditori, i terzi avranno molta più diffidenza nello stipulare contratti, nell'effettuare forniture con i partiti e con ogni probabilità cercheranno di cautelarsi, pretendendo pagamento anticipato di servizi e di forniture.
Per fortuna, è scomparsa la norma che riguarda la modifica al Patto di stabilità per gli enti locali, relativamente ai problemi che afferiscono al personale dipendente, ma non solo, anche a quello convenzionato, ai lavorati interinali, a quanti altri hanno rapporto di lavoro precario. Una norma assolutamente confusa ed incomprensibile, che rimane un problema serio, drammatico per i Comuni italiani che in questi giorni sono alle prese con la redazione dei propri bilanci e che non riescono a chiuderli perché non siamo soltanto in presenza di norme, oggetto del Patto di stabilità interno, che comprimono, come è noto, in modo sensibile il trasferimento di risorse finanziarie in favore degli enti locali.
Siamo però in presenza di norme, peraltro anch'esse recentemente censurate dalla Corte costituzionale, che tendono ad imporre agli enti locali, ma anche alle Regioni le modalità attraverso le quali formare il proprio bilancio, disporre ed indirizzare le proprie risorse.
Al riguardo, si è disposta con la legge finanziaria una disposizione - introdotta per la prima volta con il maxiemendamento sul quale il Governo ha posto la questione di fiducia - con la quale si tende a contenere la spesa per il personale nei limiti della spesa storica del 2004, ridotta dell'1 per cento. Ebbene, centinaia di Comuni italiani, destinatari di progetti di lavoro, di iniziative, di convenzioni con enti superiori nel corso dell'anno 2005, per effetto dell'applicazione di questa norma saranno tenuti a licenziare centinaia di lavoratori, il che, facendo riferimento al complesso degli enti locali italiani, significa un ulteriore grave taglio dell'occupazione del nostro Paese.
Quindi, un coacervo di norme non commendevoli, in alcun modo condivisibili, molte delle quali sono state per fortuna eliminate della 5a Commissione. Questo è dunque un maxiemendamento che rimane inaccettabile, sul quale certamente non possiamo esprimere la fiducia al Governo che, ancora una volta, si è dimostrato inadeguato, che produce norme non soltanto prive di copertura, ma che non dovrebbero trovare albergo negli atti del nostro Parlamento, così come ho avuto modo di commentare in riferimento ad alcuni di essi.
Ecco perché credo che in alcun modo possiamo accordare la fiducia al Governo. (Applausi dal Gruppo DS. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Martone. Ne ha facoltà.