BUDIN (DS-U). Signor Presidente, io credo che forse stiamo dando troppa enfasi al semestre di Presidenza italiana: ce ne sono stati altri nel passato, anche se è vero che ce ne saranno di meno - se ce ne saranno ancora - nel futuro.
D'altra parte, però, questo è un periodo di svolta storica per l'Unione Europea, perché siamo alle riforme istituzionali fondamentali e all'ampliamento, mentre viviamo un momento di crisi delle istituzioni mondiali, a partire dall'ONU, dopo la frattura irachena. Noi vogliamo che l'Italia sia all'altezza in qualità di Presidente del semestre, e ciò nell'interesse dell'Unione Europea e anche italiano. Anzi, io credo che quanto più verranno fatti coincidere questi due interessi, tanto più questa sarà la prima prova che il nostro Paese ha svolto bene il suo compito.
Quando si dice che sono in gioco gli interessi dell'Italia credo si intenda questo: in base a come il nostro Paese avrà svolto questa funzione, il suo peso, il suo ruolo, la sua autorevolezza in ambito internazionale potranno aumentare e rafforzarsi o viceversa.
Si sa, nell'Unione Europea permangono e permarranno gli interessi nazionali. L'ambito nazionale rimarrà quello che consente meglio il governo di molti aspetti della vita sociale ed economica. Ma sempre più numerosi sono quegli interessi e quei problemi che si affrontano e si risolvono meglio nello spazio comune europeo. E lì, nello spazio comune, dove i Paesi assieme affrontano i problemi di governo, è importante la capacità di mediazione, in primo luogo da parte di chi esercita il ruolo di leadership, anche se solo per sei mesi. E per i prossimi sei mesi sarà nostra la leadership, italiana la Presidenza, affidata, sì, al Presidente del Consiglio e al nostro Governo, ma sarà del nostro Paese.
Anche per questo vogliamo lavorare per una politica estera italiana, non di uno o dell’altro schieramento politico, e vorremmo che analogo fosse l’atteggiamento del Presidente del Consiglio e del Governo. È giusto, perciò, non rinunciare anche alle critiche, quando risultano necessarie.
Quali sono le proposte, qual è il progetto per il semestre di Presidenza italiana prospettatoci dal Presidente del Consiglio, e con quali priorità? Il Ministro degli affari esteri in Commissione ci ha esposto con una certa puntualità le priorità della Presidenza italiana; poi, però (è la sensazione che abbiamo), questa puntualità è stata annacquata nelle comunicazioni del Presidente del Consiglio. Qual è la ragione? Forse sta nel fatto che il Presidente del Consiglio deve rappresentare il Governo intero, dove le posizioni sono diverse e difficilmente componibili?
E ancora: qual è la posizione rispetto alla Costituzione che bisogna approvare a breve e ai suoi contenuti? La priorità è solo nel tentativo di conquistare la firma di questo importante documento a Roma?
Qual è l’atteggiamento rispetto al Medio Oriente e all’Iraq, specie dopo la visita del Presidente del Consiglio in Medio Oriente che ha suscitato, come sappiamo, forti perplessità?
Qual è la posizione sul Mediterraneo e sull’immigrazione, che ormai è sempre più parte integrante della politica estera? Perché quella dichiarazione sulla Libia? È stata ad uso interno, per far contento un partner di Governo? È una domanda lecita, anche alla luce delle correzioni e delle reazioni che si sono avute in seguito.
E inoltre: qual è la posizione sull’ampliamento dell’Unione Europea, dopo che il Ministro dell’economia ha detto di recente che l’ampliamento avviene troppo presto?
Qual è l’atteggiamento sul Patto di stabilità e sul rilancio economico, rispetto ai quali le proposte del ministro Tremonti hanno trovato un’accoglienza varia in ambito europeo? Credo sia una domanda lecita, dopo che si è data la sensazione che il Governo potrebbe essere tentato di usare la Carta europea allo scopo di imporre leggi di riforma interne, quale quella sulle pensioni, per le quali non ha il consenso sociale né la coesione politica necessaria per affrontare la questione nel confronto con i sindacati. Su tutto questo vorremmo dare il nostro contributo.
Personalmente intendo soffermarmi brevemente su due questioni. La prima riguarda l’Iraq. Ci sono state posizioni differenti sull’intervento armato; noi eravamo contrari, e pur tuttavia siamo consapevoli che oggi la situazione in Iraq esige oggettivamente una presenza attiva impegnata anche dell’Europa nella cosiddetta nation building, non soltanto nelle azioni umanitarie. Non credo sia ammesso più defilarsi da quell’impegno; ritengo sia utile un impegno dell’Unione Europea e l’Italia dovrebbe adoperarsi per una presenza coordinata dell’UE in Iraq, ben più efficace di presenze singole che si realizzano in maniera subordinata.
L’Europa ha le sue esperienze a tale proposito, anche se le ha vissute più da destinatario che da promotore, ma si tratta di esperienze da utilizzare ora, in quella situazione. Tuttavia, perché ciò avvenga, il salto che l’Unione Europea deve fare è impegnarsi direttamente, in maniera anche onerosa, sulla prima linea della difesa, che si colloca ormai al di fuori dei propri confini. Così, l’Unione Europea, da consumatore di sicurezza e democrazia, potrà e dovrà diventare promotore di sicurezza e democrazia.
L’Iraq, il Medio Oriente, il Mediterraneo sono un banco di prova. Oltretutto, siccome parliamo di sicurezza, un impegno coordinato europeo in Iraq e nel Medio Oriente può contribuire a superare la cosiddetta frattura irachena con gli Stati Uniti; può contribuire a ristabilire il rapporto transatlantico nei giusti termini di complementarità, ma per farlo è necessario saper giocare il ruolo di mediatori e abbandonare la tentazione di presentarsi come fiduciari europei dell’America di Bush di cui si è dato troppe volte segnale.
È un ruolo che bisogna saper giocare anche per la pace tra Palestina e Israele e per la realizzazione della famosa road map. Anche qui non ha senso tornare sugli atteggiamenti nei confronti della leadership palestinese durante la visita del Presidente del Consiglio in Medio Oriente, atteggiamento che ha sollevato - come ho già detto - tante perplessità.
Voglio ribadire la necessità che si portino avanti le iniziative con una posizione a nome dell’Unione Europea, perché già così sarà una posizione adatta, credo, alla mediazione. Infatti, è ovvio che la soluzione in Medio Oriente ci sarà se le parti verranno considerate in modo equo.
Io credo che, se necessaria, sarà benvenuta una Conferenza di pace in Italia, per la quale il Governo ha dichiarato la sua disponibilità. Ma anche questa presuppone un atteggiamento equo. Non basta offrire disponibilità di sedi, è necessario dimostrare credibilità.
Vorrei intanto ricordare che l’Internazionale socialista organizzerà a breve in Italia una Conferenza per la ricostruzione democratica dell’Iraq: anche questo sarà un contributo alla pacificazione del Medio Oriente.
Un’altra priorità che voglio affrontare brevemente è quella dei Balcani, anche questa confermata nell’Agenda di Salonicco. Lo stesso processo di ampliamento dell’Unione Europea a 10 Paesi nel 2004 e a Romania e a Bulgaria nel 2007 va condotto traguardando l’enclave dei Balcani occidentali.
Guardando la carta geografica si ha come l’impressione che l’Europa voglia relegare-isolare nell’enclave balcanica tutti i mali che hanno afflitto la sua storia, la storia del nostro continente. E allora ci risulta chiaro come sia necessario imprimere un’accelerazione all’impegno europeo per la democratizzazione dei Balcani occidentali e per la loro inclusione nel processo di integrazione europea.
So, perché ce lo ha detto il ministro Frattini, che l’Italia vorrebbe fare di più anche di quanto stabilito a Salonicco. Siamo d’accordo, e vogliamo impegnarci in questa direzione per una vera e propria road map anche per i Balcani.
Avendo esaurito il tempo, mi rimane solo da dire che le condizioni per una collaborazione ci sono; forse gli elementi più deboli riguardano proprio la necessaria coesione interna alla maggioranza e il necessario ruolo moderato di mediatore del Presidente del Consiglio, al quale rivolgo un ulteriore appello. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-SDI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Greco. Ne ha facoltà.