SODANO Calogero (UDC). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, ho ascoltato il suo intervento, presidente Berlusconi, e mi riconosco pienamente nelle considerazioni da lei svolte.
Esse mi paiono di straordinario equilibrio, tutt’altro che generiche e tali da meritarle - mi auguro - apprezzamento e consenso ben al di là dei tradizionali riferimenti politici di maggioranza. Se a qualcuno nei giorni scorsi, più o meno tendenziosamente, è piaciuto dedicarsi all’inutile gioco di separare, e magari contrapporre, atlantismo ed europeismo, questo qualcuno ha già ricevuto dalle sue parole il definitivo benservito alla propria stupidità.
Sono già intervenuto sulla politica estera del Governo italiano circa due settimane fa, alla presenza del ministro degli affari esteri, onorevole Frattini, sostenendo, allora, con forza che l’Europa non poteva rimanere spaccata ed inerte di fronte alla possibilità di una guerra dichiarata unilateralmente da parte degli Stati Uniti.
Il Documento dei 15 dell’altro ieri, approvato all’unanimità dall’Europa, da una parte rinsalda il rapporto di amicizia con gli Stati Uniti e dall’altra fa ritornare quest’ultima al centro dell’attenzione internazionale; un’Europa che in queste ultime settimane sembrava aver perso quel senso di equilibrio che ha sempre contraddistinto le Nazioni che ne fanno parte, un’Europa che appariva debole, petulante, a volte ipocrita, divisa e soprattutto doppiogiochista. Abbiamo visto la Francia e la Germania in posizioni diversificate rispetto agli altri otto Paesi, però la prima ha inviato la portaerei "Clemenceau" nel Golfo e la seconda i missili Patriot in Israele.
Abbiamo apprezzato come partito, come parlamentari dell’UDC, lo sforzo che lei, signor Presidente del Consiglio, ha fatto e fa per scongiurare la guerra in Medio Oriente.
Abbiamo apprezzato ancor di più l’equilibrio della politica estera in questo momento delicatissimo, non cedendo alle pressioni di chi avrebbe voluto che l’Italia difendesse l’una o l’altra posizione, proprio per l’importanza strategica che il nostro Paese riveste in quella regione del Medio Oriente.
Abbiamo apprezzato i colloqui che lei ha avuto a Mosca con Putin, a Washington con Bush, a Londra con Blair e ancora di più quelli avuti con il leader libico, il colonnello Gheddafi.
Penso sia giusto che il Parlamento assuma con chiarezza (perché oggi abbiamo svolto un dibattito particolarmente sereno), dopo tutto quello che lei ha detto, signor Presidente del Consiglio, una posizione che non faccia perdere credibilità internazionale all’Italia.
È una credibilità conquistata con sacrifico ed intelligenza; una credibilità conquistata anche dai Governi di centro-sinistra: mi riferisco alla nostra partecipazione alla missione nel Kosovo, in occasione della quale l’attuale maggioranza, allora opposizione, non criticò affatto il Governo D’Alema, e, non ultimo, all'invio dei nostri alpini in Afghanistan.
Evitiamo che la nostra posizione sia altalenante, ambigua - o peggio -inaffidabile. Governo e Parlamento si sforzino per evitare il conflitto, ma questo Parlamento e il Paese non possono dividersi tra chi vuole la guerra e chi non la vuole. È solo follia immaginare che qualcuno pensi alla guerra solo per la guerra, con le conseguenze nefaste che essa comporta. Non possiamo dividerci, onorevoli colleghi, in americani e antiamericani.
Il pericolo, come dicevo poco fa, era che l'Europa si autoescludesse dai compiti internazionali ed i singoli governanti fossero tentati di assecondare le correnti demagogiche e populiste antiamericane.
Dopo l’11 settembre, i popoli dell'Europa non hanno avvertito il pericolo del terrorismo in maniera così drammatica come lo hanno avvertito gli americani: ebbene, il terrorismo è un nemico della democrazia costituzionale non meno odioso del totalitarismo.
Noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare, cari colleghi, signor Presidente del Consiglio, che l’11 settembre 2001 il corso pacifico delle nostre esistenze è stato sovvertito. È stata dichiarata una guerra non soltanto contro l'America, ma contro tutto il mondo civile, contro la libertà, contro la dignità, contro i diritti fondamentali dell'uomo. È una guerra che coinvolge tutti, che ha avuto ed avrà ripercussioni sulla vita di ognuno. I Paesi ed i singoli soggetti che non lo hanno compreso sono destinati ad un amaro risveglio e a traumi ancora più duri.
Si è discusso molto, in tutti i settori e a tutti i livelli, ed è stato detto quasi tutto. Si sono analizzate persino le cause della barbarie, signor Presidente, come se questa potesse avere cause, motivazioni o giustificazioni se non in se stessa. Si è ipotizzato quale comportamento dovesse allora assumere l'America, come se fosse possibile che alcuno dica ad altro come seppellire i propri figli.
Sabato scorso, signor Presidente, ci sono state manifestazioni il tutto il mondo a sostegno della pace, non importa se a Roma, a Londra, a Madrid o a Città del Capo, con uno, due, tre o quattro milioni di persone a cantare e a danzare: quel che conta è che le piazze si sono riempite e si riempiranno ancora di più. Anche se quei cortei non fermeranno la guerra, rispondono però ad un legittimo anelito che si comprende, proprio perché queste persone vogliono - come la vogliamo noi - la pace.
Ma non possiamo accettare l’antiamericanismo manifestato in quelle piazze, accusando gli USA di portare una guerra solo per interessi economici nel campo petrolifero, dimenticando il milione di iracheni uccisi da Saddam Hussein, dimenticando la ferocia di una dittatura militare che opprime un Paese, tenendolo senza libertà ed alla fame, dimenticando l’11 settembre e il pericolo che il terrorismo rappresenta per l'Occidente.
Non si possono accettare i cartelli che paragonano Bush ad Hitler o Berlusconi a Mussolini, né i "no" alla guerra "senza se" e "senza ma". Ma dove è finita quella sinistra che difendeva la libertà dei popoli? Dove è finita quella sinistra che difendeva il popolo cileno dalla dittatura di Pinochet? Dove è finito il coraggio della sinistra che scendeva in piazza per difendere un qualunque popolo oppresso, affamato, umiliato da un regime sanguinario?
Siamo tutti contro la guerra: è nefasta, porta solo lutti, sia a chi perde, sia a chi vince. Leggevo ieri che in caso di malaugurato conflitto americani ed britannici lascerebbero tra Bassora e Baghdad più di diecimila morti. È questo il prezzo più alto che pagherebbe l’unione tra gli Stati Uniti ed i suoi alleati.
Se l'altro ieri tutti i Paesi europei, al di là dei loro diversi e difficili rapporti, divisi tra egoismi nazionali e rendite di posizioni storiche già superate, hanno espresso concordemente la volontà di mantenere la centralità dell'ONU, è proprio perché il pericolo evocato dagli USA esiste.
Saddam Hussein è interessato a tutto tranne che alla causa del suo popolo e a quella dei Paesi arabi e della religione islamica; ma è fuor di dubbio che tenterà, come già sta facendo, di soffiare sul fuoco di quell'islamismo radicale che è la culla del terrorismo.
È per questo che anche noi, che non vogliamo la guerra e che faremo di tutto per evitarla, troviamo gravissimo che nessuno della sinistra, tranne qualche eccezione, abbia parlato di un popolo oppresso dalla famiglia di Saddam Hussein.
Eppure, penso che la pressione sul Rais di Baghdad, intrecciata con una campagna di iniziative diplomatiche che vedono in prima fila l'Italia, oggi il Vaticano con l'appello forte del Santo Padre e Paesi arabi come l'Egitto, potrebbe sortire l'effetto più desiderato in assoluto: il pieno, definitivo, incondizionato disarmo dell'Iraq senza guerra, senza morti. Ecco perché siamo con l'ONU, ecco perché approviamo incondizionatamente il Documento europeo: perché la partita sulla guerra non è finita e, se anche lo fosse, la pace è talmente importante da meritare tempi supplementari.
Non vogliamo la guerra, ma vogliamo l'Iraq libero e la sconfitta del terrorismo. In questo modo l'Italia deve mostrarsi capace, signor Presidente, di uscire dal proprio egoismo e di partecipare con cuore e senso di responsabilità al governo politico del mondo. (Applausi dai Gruppi UDC, FI e del senatore Salzano).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Toia. Ne ha facoltà.